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Il Corpo e la parola, Tributo a Carlo Rivolta, Regia di Giancarlo Molaschi | Centro Asteria Cultura

Tributo a Carlo Rivolta, Regia di Giancarlo Molaschi

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IL CORPO E LA PAROLA, il teatro di Carlo Rivolta, a cura di Nuvola de Capua, Centro ricerca Alfredo Galmozzi, Crema

‘Il corpo e la parola’, documentario che cerca di ricostruire la storia delle rappresentazioni teatrali più importanti del teatro di Carlo Rivolta.

Si tratta delle riprese migliori di alcuni spettacoli, quasi tutte fatte, per così dire, all’insaputa di Carlo che sosteneva che il Teatro va partecipato attivamente nel confronto vivo col pubblico. Sono raccolte parti di: Apologia di Socrate,Fedone,Simposio per i dialoghi platonici; Giobbe,Giona Fino a quando? Per i testi biblici; Guerra è pace? Dal dialogo ideale tra Gandhi e Einstein; una scena dal diario di prigionia di Beppe Ermentini Giorno dopo giorno; una lettura da Primo Levi ‘Se questo è un uomo’; pensieri da ‘Memorie di Adriano’ di M.Yourcenar.

La scelta dei passi è stata fatta da Nuvola de Capua, compagna di vita e di lavoro di Carlo, il motaggio è stato curato da Simone Bianchi. Questo lavoro suggestivo è presentato al Teatro San Domenico di Crema la sera del 24 Aprile p.v. nell’ambito delle celebrazioni del XXV Aprile.

sito: http://www.centrogalmozzi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=100:25-aprile-2012&catid=2:uncategorised&Itemid=278

anche i: Carlo Rivolta « Tracce e Sentieri..

Ricordo di CARLO RIVOLTA, a cura del Centro Ricerca Alfredo Galmozzi

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IL SIMPOSIO di Platone, Spettacolo Teatrale, Compagnia di CARLO RIVOLTA – DAVIDE GRIONI, Versione scenica di Carlo Rivolta e Nuvola de Capua Orchestra diretta da Alessandro Lupo Pasini Regia: Nuvola de Capua, al Centro culturale TEATRO DELLE ARTI, Gallarate, 9 marzo 2012

FILOSOFARTI 2012

ore 10:30 
IL SIMPOSIO di Platone

Spettacolo Teatrale
Chi: Compagnia di CARLO RIVOLTA – DAVIDE GRIONI

Versione scenica di Carlo Rivolta e Nuvola de Capua Orchestra diretta da Alessandro Lupo Pasini Regia: Nuvola de Capua Ingresso: E. 9 – Prenotazioni al 347/5052978

alcune fra le immortali interpretazioni di CARLO RIVOLTA. Quelle che sono riuscito a registrare nei suoi ultimissimi anni

alcune fra le immortali interpretazioni di CARLO RIVOLTA. Quelle che sono riuscito a registrare nei suoi ultimissimi anni


Carlo Rivolta legge Carlo Emilio Gadda

rivolta

Carlo Emilio Gadda

Questa terra felice, denominata Breanza, da ‘bre’ che signi­fica fortunato, è tra le più ridenti e verdi della provincia no­stra ed è la natural sedia di quelle amplissime e venustissime ville ch”e i maggiori nostri edificarono a loro dimora per l’ozio loro, dopo le urbane contenzioni e li affanni delle politiche in­vidie: piantandovi d’attorno convenienti ed acconcissime piante, che superstiti sopra la banalità popolano d’uno fanta­sioso e nobile popolo antichi giardini.

I discendenti de’ vecchi signori intristirono nelle democratiche giostre, nel corso delle quali vennero tra le nuvole de’ molti coriàndoli quasi al tutto disarcionati. Altri infetidirono nel commercio del borbonzola, sorta di odorosissimo e pedagno escremento venato d’un suo borbomiceto verde-azzurro che ne fa ghiotti i deglutitori sua. Sicché le antiche ville, o ne vennero segati appiè i grandissimi ed alti sogni d’alberi, per cavarne legno d’opera e sul terreno edificarvi le scuole di chi non impara, o siffattamente diradarono nella verde piana, da parer pochi e verdi cespi fra le distrette d’un fumoso cantiere; dove comandano i capimastri e i bozzolieri.

….

Questa felice Breanza gode di otto generazioni di felicità, di cui voglio dire. Prima è quella che ne’ pozzi neri non acco­glie i doni soltanto de’ suoi naturali e gutturali inabitanti,ma quelli anche preziosissimi della signoria che vi va in villa, la di cui qualità è così ricca d’ogni fecondativa sustanzia, che qué­sta sola cagione basterebbe a implorare da Dio quella preloda­ta signoria, se l’onnipotente Iddio a nostro sostegno e alle­grezza non l’avesse già di per sé procurata. Tu vedi qui la da­ma e i dami, la ex dama e li ex dami condescendere con carita­tevole e dolce guardo e labbro all’eloquio e al commercio de’ cavernicoli, prendere soave informazione de’ ricolti e delle lo­ro patate, o suggerir medicina alle femmine, affaticate ogni dì più da que’ duo mali temibilissimi verso di cui per solito non usano la medicina, che sono la miseria e il mastio. Il mastio le astringe a promulgare la prole, e la miseria a ringhiottir le la­crime, e frenare lo sbadiglio. Ma il sorriso de’ marchesi è di tanto loro conforto, che esse dopo quello sorriso, corrono a uno nuovo figlio, e a un nuovo digiuno. Come vedi, non è pic­colo dono che nel salvadanaio tu vi metta non il tuo soldo so­lo, ma il mio pure, che l’Italia Letteraria me ne consente d’a­verne uno sì lauto. E così non è felicità poca a questa già così felice Breanza, lo aver ne’ pozzi neri una doppia restituzione delle susine sue, con quella di quelle che la signoria comporta d’altronde, di Bosnia, o California, o Provenza.

La seconda generazione di felicità è nelle mosche, che vi vengono ancor più numerose che i signori, sebbene non ne ab­bino le insigni qualità e virtù sue. Dal Campanone di Teodolinda Regina alla Ritonda del Cagnola sopr’Inverigo l’agosto e tutto un campanare di campane e uno volo di molteplicissime mosche, delle quali la qual si da ne’ formaggi, la qual nelli frutti, la qual nelli deretani de’ cavalli, la qual nella perniciosa defecazione de’ viventi e dipoi subito nel risotto loro, che è uno buonissimo condito di Lombardia. E quale osa pervenire, per difetto di riverenza qual è propio delle mosche, a mettersi a generare con la compagna in sull’ appisolato naso della pre­commemorata Signoria. E come, anco in sul naso de’ Grandi di mosche si genera mosche, così tu ne vedi venire delle nuvo­le sopra la costoletta, ch’è altro buonissimo condito di Lom­bardia. Donde vedi quanto sia più saggio quel povero villanello che si astiene dal mangiar costoletta, con che si astiene ad un tempo e dal gravame dello stomaco e dalla perenne insidia di queste felicissime mosche.

La terza generazione di felicità di Breanza è le campane, che distendono il loro metallo ne’ cuori di tutti: appena ad­dormito che tu sie, ecco ti risvegliano subite, chiamandoti senza indugio alle lodi del Signore. Queste laudi tu le puoi di­re in diversi modi, e cioè nel volgare nostro o anche per chiaro e preciso latino. Il latino compiace a Dio, pur che sie latino d’una sorta che non l’offenda o con la durezza de’ propositi o con la varietà delle comparazioni animalesche. Ed è in Brean­za alcuna sorta di preti che fanno sermoni buonissimi e con esempli grandi e propiamente suasivi, su qual tu vogli de’ co­mandamenti d’Iddio N.S. e de’ peccati ch’Elli ne difende dal fare e che noi, o per pravità inveterata di nostra natura o calo­re alcuno che si genera ne’ visceri nostri dopo la cena, o per il freddo che vi ha in mancanza di quella, del continovo faccia­mo, dico questi peccati proibitissimi et anco di venerdì. Uno vizio solo hanno purtuttavia questi cotali preti ch’io dico, ed è che quando li da il farnetico, si missono in la mente che le sua campane non suonino bastante per intronare la gloria di Dio nelli orecchi de’ peccatori e delle peccatrici. Ed è in quello farneticante zelo che fatto il consiglio e persuaso della biso­gna, subito imprendono a mutar campane, e sempre le mutano facendole duo volte le priori campane; e come l’onda del suo­no è nel peso, e il peso è nel volumine, e per duo volte la misu­ra il volumine è otto volte, così d’otto in otto fanno cotali campane che il campanile non l’ha da reggere. E allora o rirsaldano il campanile o rifanno quello: che la prima è migliore che la seconda, che se a rifare bisogna primo tu lo levi dal só­pra in giù, rinsaldare bisogna tu lo rifacci dal sotto in su. Ma perché l’appetito del doppio suonare non istia così lungo quanto dura il rifar campane e campanile nella chiesa, ne ven­gono questi cotali e soavissimi preti con alcuni messeri di Fab­brica, a casa de’ marchesi per l’obolo. Ed è marchesi di duo nature, e cioè quelli che innanzi le ville hanno pan d’oro da mangiare e quelli che dietro le ville hanno croste da ródere. E dar dinaio nelle campane, è per li uni una gloria celeste: e per gli altri è una gloria verde. E quando questi secondi Marchesi hanno figli difettivi che non si contentano a mangiar l’ugne in sopra il latino, ma vogliono pane dopo il latino, così per la glo­ria delle campane ci sarà l’obolo e per i figli le lacrime, senza speranza.

Ma dirò della quarta generazione di felicità, ch’è in la dit­ta Breanza. Ed è nello ingresso di detta terra; dove soffia uno treno che ti fa nel viso uno fummo buonissimo, e tu te ne lavi dipoi in uno bacile di tua casa, che con quel fummo che hai preso ne li cigli fai un brodo da otto. Questo treno pertiene a una compagnia, che forse la fece Moisè profeta quando volse lasciare la terra di Egitto e rasciugati li mari andorno per La Magna e la Breanza a Milano a deporvi l’ova della compagnia di questo venusto treno. Dicono altri che li fussero alcuni mercatanti della Belgica a far primi quel treno dove sono officine denominate « La Meuse »; e in uno monu­mento ch’io vedo eretto in Erba dove detto treno più piffe­ra, vedo ch’è scritto il nome del Senatore Giuseppe Gadda, come di principe del fare quel treno. Ma il mio zio di nobile e onesta memoria fece far quello da mezzo secolo in qua, e se fu allora buono, è oggi buonissimo. Io dico che le ova di Moisè le si dischiusero in una gallina che la fece poi mille polli: e piffete e puf fé te con quel treno tu ne giugni felicemente a Breanza. Puoi pensare che ‘l postremo di que’ treni, con che pervenghi a Erba, si diparta di Milano all’ore di not­te, conchiusi li negozi tua, ma tu erri: che a notte si dorme, e quel treno pure. Puoi pensare che se ne venghi, come dicono li Spagnoli, «uno poco liviano, pero livianito livianito». E che no! Che viene cacagio cacagio, quanto e più Biagio, a suo dolce e bell’agio. Fa prima, a venire, messer marchese Checco Pedolzi, detto il Cocco: che vi viene in uno suo ca­lesse, e con il venire in calesse ha servato li duo rognoni tan­to sani e suavi, che più sani e più dolci di quelli ha soltanto li piedi.

Dirò ora della quinta generazione di felicità ch’è infitta nel­la felice Breanza. Et è dessa quell’antiquo e felice modo dell’aucupio che dicesi da noi della bressanella, come che provenghi da quella nobile villa che Druso chiamavala Brixia e noi diciam Bressa. Questo gradevole aucupio è nel paretaio, sovr’alle coste che soprapprendono più nel piano, dove tu vi ti ascondi, dentro le verzure e ‘l bosco di dette costole, e vi stai sufolando con intenzione grande de’ tua nervi, dall’alba a mezzo il mattino. Li augelli purtuttavia non vi vengono, non perché abbino essi alcuna astuzia o una froda siffatta da scan­sare quello ingegno, che poi così temibilmente li occupa, ma perché non v’ha in Lombardia nissuno augello volante, se non balsamato ne’ musei, oltracché le galline, quando tu queste vogli pur dire che son augelli. Ma «l’uomo è cacciatore» dice uno modo da noi: e tu, che sei vuomo e cacciatore e lombardo, sùfola per l’augello,e così puoi augellare per il sùfolo.

E, lasciando dell’aucupio, dirò che altri animali sono in la terra, che non sono nel cielo. Che v’ha la donnola, ovver bellòla, lo scorpio, la sanamandra, il ghiro, il tasso, l’ariccio detto l’istrice, la volpe, e ‘l più di tutti ghiotto che da noi li cacciato­ri grandi lo chiaman «légora», et io lo chiamo, dato l’un caso o l’altro, o gatto ovverosìa coniglio. Questa légora la fa mettere li stivali grandi a costoro, che per cacciar légora vuole calzar duo grandi stivali. Fa prendere cadauno un fucile, detto schioppo o doppietta, e tre o quattro cani ansimanti, che «ti­rano», che «puntano», che fanno ù, ù, ù quanto è lunga la ma­ne; e con mille puntamenti e mille tirature e ù, ù non ne ven­gono a capo di nissuna légora, avvegnacché siano quaranta schioppi, ottanta stivali e cani centoventi. Solo v’ha centoventi palmi di lingua e dugentoquaranta mantici in soffio che basterebbono a Vulcano d’accender li fochi dello scudo. E v’ha di grandi e gloriosi ritorni, e poco a poco, tra li stivali e i cani, quella légora che di terra lombarda è onninamente fugitiva, se non che la entrò con l’anima dentro nel corpo di messer lo micio gnào gnào, quella légora, dico, tu te la trovi imaginata, stanata, puntata, tirata ed ancisa nei discorsi che ne fan­no: e dipoi come di légora si genera légora, quella medemà doventa duo, e le duo quattro, e le quattro increscono fino a quel nòvero che quelli boriando e trionfando, con passi di Marte e stivaloni di Vinciguerra, possono sustenere col nòvero de’ co­nigli, o de’ gatti, o d’entrambi li generi che faranno cotti la gran festa di Nembrot in nella osteria del suo vico. Tu li senti nel treno, che con la légora e con il cane e con la pinna e con il pelo e col punta e col tira, già ti vincono il soffiare del pìffete pàffete. Tu li senti dentro cucina del trattore, urlare circa la sua imaginata légora e dirne grandissime laudi, e dipingerla così presta, così scaltra, così feroce, che quasi ella li avrebbe mangiati, se elli non erano quei virtuosi che sono. Ma incon­tra a loro neppur potè quella légora, benché légora la fusse al certo: che incontra a uomini così fatti, con tanto stivale nel suo pie, gli è d’uopo alla légora che infine dopo una infinita corsa la si persuada daddovero esser légora se pure al principio la fussi buon’anima del gatto, ch’era fuggito alla ciavatta di monna Perpetua.

Ed è pure, in questa generazione di felicità, una terza sotto­spezie, dopo l’aria e la terra: e cioè dopo lo star a sufolare nell’aucupio e il circuire nella légora. E la è questa propiamente uno stare, come l’aucupio, ma ti bisogna qui tutto il contrario che sufolare: che lo animale a che tu intendi qui non vuoi sùfolo, ma uno vermicino minimo di che si ciba, tanta è la varie­tà delli appetiti dei detti animali, ch’è come quella dell’uomi­ni, che qual ciba il vermine e qual ciba lo sùfolo. Dico che que­sto animale non è se non il pesce, la di cui nazione è più propia nella marina, ma quando il suo regno nativo vi vengon sover­chio, o è il regno troppo salso per chi non ami salsedine, ven­gono simili pesci a far l’ova sua in sui fiumi e di questi nei la­ghi. Così v’ha pesci anco nei lachi di Breanza che son cinque, e cioè l’Eupili, il laco di Oggiono, che può nelle sciutte dive­nir duo; e i lachi di Alserio, Segrino e Montorfano. Tu non vi peschi però né cavedoni, né trote, né anguille, né rombi, né scorfani, né naselli; e neppur quelli pesci tenche, o lucci, o lavarelli, né agoni (Corno), che i trisavoli nostri, di memoria santa, stati cent’anni in sui detti laghi, vi pescarono per la fe­sta del Buonaparte dopo essersi lasciati pescare essi col vermi­cino trino, che ebbe il capo di libertà, il mezzo di egualità, e la coda di fraternità. Tu non vi peschi altro pesce che i gobbetti, o gobitt, il di cui seme fu immesso ne’ detti laghi dall’alta provvidenza di chi lo importò non so se d’America o d’Affrica o d’Oceania; che quella materia centuplicante, ch’è il seme del pesce, è bene venga dal di fuori a migliorare il di dentro. Questi gobbi hanno duo virtù grandi, che li fanno principi e civi soli delle nostrane lacustri città. Prima virtù è quella ch’essi mangiano tutti li altri infanti pesci (che nissun pesce è fante), li quali per esser più dolci e men gobbi, non hanno pos­sa all’incontro. Seconda è ch’elli sono tanto suavi nel fritto, che men dolce non è né l’assenzio, né il fiele. Non so qual cat­tedra né quale ambulanza li suggerì per suo profitto a’ Lom­bardi, correndo gli anni di nostro Signore da 1900 a 1910. Ma la provvidenza fu certa, che, con tanta dolcezza di detti pesci gobbi, ogni villano d’Eupili ama più tosto pescar carote di pentola, che uno viperone fuor dal laco.

E v’ha una felicità sesta, ch’è uno arbore pungentissimo, ed è la robinia. Questa robinia, sopra a la terra lombarda, è più feconda che non le mosche sopra al risotto o i pesci gobbi in Eupili. Ignota in antico ai maggiori, uno grande scrittor no­stro, che fece scritture assai buone e castissime, e compiacevasi a un tempo medesimo in nell’agricoltura, dicono l’avesse fatta venir d’Oceania. Ah! quanto amerei che il detto scritto­re non avesse ad aver fatto quest’opera, ch’è la pessima sua: egli propagò la robinia come nessun santo apostolo ha mai propagato la Fede di N.S. In quella terra che tutta la ricopriva il folto e sano popolo delli abeti, e la mormorante abetaia, nel vento, pareva dare agli umani il suspiro e la resina, egli vi fece venire questo arbore nuovo, ch’è a quelli nobilissimi come uno signor nuovo a uno vecchio signore. Neppure li virtuosi discepoli di Nembrot vi andrebbono a cercar la légora con li stivali, dentro cotali spine della robinia. Ma la robinia cresce in tre anni quanto l’abete in trenta: più celere che la zucca dell’Ariosto salita in sul pero, da notte a mattina, e va in passo con le voglie del celere tempo; nel quale si sente che tutto ciò che è materia si muove così celermente, che messer domine Giove, se l’ fusse oggi qua e tramutatosi in toro, non arriverebbe a ingredire nella ritrosa vacca Europa; e che detta vacca al vederlo già la si sarebbe ritramutata in una comune femina, con grande berleffo del detto Giove. Ela Pasifae ch’era per  contro una femina invereconda di quelli rimotissimi secoli l’avrebbe potuto con questo gran toro venire in quel suo nefandissimo connubio, sendoli mancata l’Europa in sul meglio.

Ed è settima felicità di Breanza che il vino vi viene dal col­le, e la grandine vi arriva dal cielo. Tu metti l’uve ne’ filari, | poi le pigi e fai vino crodello: le torchi e ne spiccia il torchiato. Ogni cosa propiamente vi arriva da quella parte che arrivar; suole e degge: così di Milano il piffete puffete, e la reverendis­sima signoria; del campanile il suono delle campanone,

come lustrale acqua si spande secondo disse in una buonissima e serena poetica l’abate Gia­como Zanella; ch’era un animo alto e buono: e le campane ti mettono in corpo il giuraddìo, le mosche d’ogni dove vi vengono, la légora in ogni dove la corre e fino dentro alle spoglie delli gnàvoli, gnàvoli, il di cui principe è il grande Gnào-Gnào.

… Il vino ecc.

Ed è ottava felicità di Breanza che potrà murare un dì marmora publiche, inscritte al mio nome con dire:

Qui sul colle ch’è aperto al cielo e ridente

Non si accomunò con i vivi

II Marchese della Nobile Miseria.

 

Da: Carlo Emilio Gadda, Racconti dispersi, Viaggi di Gulliver, cioè del Gaddus, in Romanzi e racconti II, a cura di Dante Isella, Garzanti, Milano 1989, pagg. 960-966

Indispensabile per collocare sul piano letterario e su quello biografico questo testo consiglio questa colta analisi:

Mario Porro (cur.), Gadda e la Brianza, nei luoghi della “cognizione del dolore”, Edizioni Medusa, Milano 2007, p. 226

 Il racconto che inizia con la frase “Il signor Francesco Pellegatta credeva in Dio” è stato pubblicato qui:

Carlo Emilio Gadda, Villa in Brianza, a cura di Giorgio Pinotti, Adelphi, 2007, p. 70

Carlo Rivolta legge Alberto Vigevani, Incontro a cura del Centro Carlo Gadda, Castello di Pomerio, Erba 11 Novembre 2006

rivolta

Alberto Vigevani Link

Credo sia opportuno conoscere qualche dato di contesto. Queste registrazioni sono state raccolte ad un convegno locale che si è svolto al Castello di Pomerio di Erba l’11 novembre 2006 ed organizzato da Centro Gadda di Longone al Segrino.
Il lavoro culturale di Carlo Rivolta era questo: mettersi al servizio degli autori e dei testi in situazioni associative di questo tipo.
Per lui era importante la richiesta del “committente” e il tipo di pubblico che sarebbe intervenuto.
Era profondamente interessato a creare un articolato rapporto fra autore, testo e lettori in ascolto.
E così anche un autore così particolare come Alberto Vigevani (un intellettuale organizzatore di biblioteche e di librerie bibliofile) veniva fatto risplendere nella sua prosa carica di tensione biografica.
In questi testi e nella risonanza che ne sa esprimere Carlo Rivolta si sentirà come Marcel Proust ha segnato la letteratura del primo novecento.

Carlo Rivolta tratto dalla Apologia di Socrate

Carlo Rivolta interpreta l’apologia di Socrate di Platone (Audio dell’intera recitazione)


Il significato della morte

Consideriamo anche da questo lato il fatto che c’è molta speranza che il morire sia un bene. In effetti, una di queste due cose è il morire: o è come un non essere nulla e chi è morto non ha più alcuna sensazione di nulla; oppure, stando ad alcune cose che si tramandano, è un mutamento e una migrazione dell’anima da questo luo go che è quaggiù ad un altro luogo . Ora,se la morte è il non aver più alcuna sensazione, ma è come un sonno che si ha quando nel dormire non si vede più nulla neppure in so gno, allora la morte sarebbe un gua dagno meraviglioso. Infatti, io riten go che se uno, dopo aver scelto questa notte in cui avesse dormito così bene da non vedere nemmeno un sogno, e, dopo aver messo a confronto con questa le altre notti e gli altri giorni della sua vita, dovesse fare un esame e dirci quanti giorni e quante notti ab bia vissuto in modo più felice e più piacevole di quella notte durante tut ta la sua vita; ebbene, io credo che costui, anche se non fosse non solo un qualche privato cittadino, ma il Gran Re,troverebbe lui pure che que sti giorni e queste notti sono pochi da contare rispetto agli altri giorni e alle altre notti. Se, dunque, la morte è qualcosa di tal genere, io dico che è un guadagno. Infatti, tutto quanto il tempo della morte non sembra essere altro che un’unica notte.

Invece, se la morte è come un partire di qui per andare in un altro luogo, e sono vere le cose che si raccontano, ossia che in quel luogo ci sono tutti i morti, quale bene, o giudici, ci potrebbe essere più grande di questo?Infatti, se uno,giunto al l’Ade, liberatosi di quelli che qui da noi si dicono giudici, ne troverà di veri, quelli che si dice che là pronun ciano sentenza: Minosse, Radamante, Eaco, Trittolemo e quanti altri dei se midei sono stati giusti nella loro vita”; ebbene, in tal caso, questo passare nell’aldilà sarebbe forse una cosa da poco?

E poi, quanto non sarebbe dispo sto a pagare ciascuno di voi, per stare insieme con Orfeo e con Museo, con Omero e con Esiodo?

Per quello che mi riguarda, sono disposto a morire molte volte, se questo è vero. Infatti, per me, sarebbe straordinario tra scorrere il mio tempo, allorché mi incontrassi con Palamede, con Aiace figlio di Telamonio e con qualche altro degli antichi che sono morti a causa di un ingiusto giudizio, metten do a confronto i miei casi con i loro! E io credo che questo non sarebbe davvero spiacevole.

Ma la cosa per me più bella sarebbe sottoporre ad esame quelli che stanno di là, interrogandoli come facevo con questi che stanno qui, per vedere chi è sapiente e chi ritiene di essere tale, ma non lo è.

Quanto sarebbe disposto a pagare uno di voi, o giudici, per esaminare chi ha portato a Troia  il grande esercito, oppure Odisseo o Sisifoe altre innumerevoli persone che si possono menzionare, sia uomini che donne?

E il discutere e lo stare là insieme con loro e interrogarli, non sarebbe davvero il colmo della felicità?

E certamente, per questo, quelli di là non condannano nessuno a morte. Infatti, quelli di là, oltre ad essere più felici di quelli di qua, sono altresì per tutto il tempo immortali, se sono vere le cose che si dicono.

Messaggio conclusivo di Socrate e commiato

Ebbene, anche voi, o giudici, biso gna che abbiate buone speranze da vanti alla morte, e dovete pensare che una cosa è vera in modo particolare, che ad un uomo buono non può capitare nessun male, né in vita né in morte. Le cose che lo riguardano non vengono trascurate dagli dèi.

E anche le cose che ora mi riguar dano non sono successe per caso; ma per me è evidente questo, che ormai morire e liberarmi degli affanni era meglio per me.

Per questo motivo il segno divino non mi ha mai deviato dalla via seguita.

Perciò io non ho un grande rancore contro coloro che hanno votato per la mia condanna, né contro i miei accu satori, anche se mi hanno condannato e mi hanno accusato non certo con tale proposito, bensì nella convinzio ne di farmi del male.E in ciò meritano biasimo.

Però io vi prego proprio di questo. Quando i miei figli saranno diventati adulti, puniteli, o cittadini, procuran do a loro quegli stessi dolori che io ho procurato a voi, se vi sembreranno prendersi cura delle ricchezze o di qualche altra cosa prima che della virtù.

E se si daranno arie di valere qual che cosa, mentre non valgono nulla, rimproverateli così come io ho rim proverato voi, perché non si danno cura di ciò di cui dovrebbero darsi cura, e perché credono di valere qual che cosa, mentre in realtà non valgo no niente.]

Se farete questo, avrò ricevuto da voi quello che è giusto: io e i miei figli.

Ma è ormai venuta l’ora di andare: io a morire, e voi, invece, a vivere.

Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al dio.


Platone, Apologia di Socrate

In: Platone, Tutti gli scritti, a cura di Giovanni Reale, Rusconi, 1991, p. 44-46

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