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Category Archives: LETTERATURA e ARTE

Cesare Segre (1928-2014) contro il DECOSTRUZIONISMO, in Pier Vincenzo Mengaldo, Corriere della sera 11 aprile 2014

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L’OFFICINA DI UN CLASSICO L’edizione critica dei Malavoglia e la nuova Edizione Nazionale di Giovanni Verga edita da Interlinea


La nuova edizione critica e definitiva dei “Malavoglia”

Per la rinnovata Edizione Nazionale di Verga su inediti ritrovati

 

 

La S.V. è invitata

MERCOLEDÌ 9 APRILE 2014 ALLE 17

Milano, Università Cattolica, largo Gemelli 1, Aula Benedetto XV

all’anteprima della nuova edizione dei Malavoglia:

 

L’OFFICINA DI UN CLASSICO

L’edizione critica dei Malavoglia

e la nuova Edizione Nazionale di Giovanni Verga

edita da Interlinea

 

Dopo un saluto di

Giuseppe Langella

(Università Cattolica)

interventi di

Gabriella Alfieri

(Università di Catania, presidente del Comitato 

per l’Edizione Nazionale di Giovanni Verga e della Fondazione Verga)

Carla Riccardi

(Università di Pavia, vicepresidente del Comitato 

per l’Edizione Nazionale delle opere di Giovanni Verga)

Ferruccio Cecco

(curatore dell’edizione critica dei Malavoglia)

Con presentazione di Roberto Cicala (editore di Interlinea)

 

A cura del Centro di ricerca Letteratura e cultura dell’Italia unita 

e Laboratorio di editoria dell’Università Cattolica 

in collaborazione con la Fondazione Verga

 

Ingresso libero

 

 


La nuova serie dell’Edizione Nazionale delle Opere di Giovanni Verga s’inaugura con la pubblicazione del capolavoro dell’autore, I Malavoglia, nell’edizione critica a cura di Ferruccio Cecco, condotta sulla base dello studio di tutto il ricco materiale manoscritto esistente che consente di entrare nel vivo del laboratorio verghiano per documentare la travagliata elaborazione del romanzo dal primo abbozzo del 1874 sino all’edizione definitiva del 1881 pubblicata a Milano dall’editore Treves. La nuova edizione critica dei Malavoglia presenta il testo corretto e definitivo del grande romanzo accogliendo anche autografi e documenti inediti sequestrati nei mesi scorsi dai Carabinieri presso Christie’s di Milano e una galleria di Roma salvando lettere e abbozzi inediti dopo un’odissea di ottant’anni, tra l’altro proprio con la primissima stesura del capolavoro.I Malavoglia ora escono con una veste editoriale che nella nuova Edizione Nazionale avrà una fascetta che in ogni opera proporrà uno scorcio siciliano da una fotografia originale dello stesso Verga.

 

Giovanni Verga, I Malavoglia. Edizione critica, a cura di Ferruccio Cecco
Interlinea, pp. XCVI + 568, euro 30, isbn 978-88-8212-900-2

 

OFFERTA PER CHI PRENOTA IL VOLUME ENTRO IL 15 APRILE 2014:

SOLO EURO 24 (SCONTO DEL 20%)

comprese le spese di spedizione per l’Italia

con contrassegno, carta di credito o bollettino prepagato

Info 0321 612571

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o tramite www.interlinea.com/catalogo

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Premio Internazionale di Letteratura Città di Como, 2014

vai a:

Premio Internazionale di Letteratura Città di Como.

Breve storia della letteratura a fumetti, Carocci

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Breve storia della letteratura a fumetti (Carocci, 200 pagine illustrate, 16 sacchi)

Uscita dall’infanzia visionaria e a volte ingenua dei suoi primi sessant’anni, la letteratura a fumetti ha raggiunto, nell’ultimo mezzo secolo, una maturità che a molti rimane ancora ignota. La sua storia racconta come un modo di comunicare nato per la società illetterata e multietnica degli Stati Uniti di fine Ottocento si sia progressivamente trasformato in un linguaggio raffinato e a volte difficile, in cui si esprimono sia autori che si rivolgono al grande pubblico sia autori d’elite. In America come in Giappone, in Argentina e in Europa, le istanze più diverse convergono nella letteratura a fumetti, dal teatro di piazza dei cantastorie, dalla vignetta satirica, dal racconto illustrato per bambini al cinema, alla pittura e alla narrativa di avanguardia. Questa nuova edizione, oltre a contenere un più ampio corredo iconografico, esplora autori e tendenze degli ultimi anni.

35 biblioteche: lista di BuzzFeed

35 fantastiche biblioteche | Il Post.

Filippo La Porta: la poesia come esperienza reale, perchè …, da POESIA COME ESPERIENZA, Fazi editore 2013, pag. 11-12

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e qui sulla poesia di Wallace Stevens

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Massimo Cacciari, LA RESISTENZA DELLA POESIA, 15 gennaio 2008

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LA VITA NON E’ UNO SCHERZO, di Nazim Hikmet

LA VITA NON E’ UNO SCHERZO
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non é uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla é più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Nazim Hikmet

Massimo Cacciari, “Nel tempo del manuale universale della scrittura chi scriverà lo farà introiettando una prospettiva di uguaglianza, utilizzando un linguaggio il più possibile globale: questo avviene già in ambito scientifico e accadrà anche in quello filosofico. La langue tende a diventare unica e questo influirà sui contenuti”

ora abbiamo a disposizione uno schermo che può racchiudere tutto il sapere universale. E’ un sistema totalizzante: se in mano ho una biblioteca universale il resto è niente>>. La conseguenza di questo manuale finale è che il sapere diventa immediatamente disponibile. Accessibilità immediata alla totalità del sapere grazie a uno strumento. <<A questo punto però il sapere va a rientrare nella realtà virtuale, dove tutto è artificio e finzione. Le differenze si assottigliano e le diverse tematiche e argomenti diventano uguali. Così libri diversi appariranno indifferenti nella realtà virtuale dove vengono assorbiti>>. Ma è un processo democratico? Un percorso che ha a che fare con il nostro destino? Cacciari è piuttosto critico su questo punto: <<Questa della digitalizzazione del sapere è una prospettiva che molti stanno inseguendo in maniera strategica – precisa il filosofo -  si pensi all’operazione che Google ha in mente. Ma non solo, si pensi alla Cina, che vuole mettere disponibili gratuitamente online migliaia di volumi. Queste sono operazione che genereranno enormi problemi nell’editoria>>. E non solo, sembra di capire. Le conseguenze sono  anche per chi scriverà e chi leggerà. Nel tempo del manuale universale della scrittura chi scriverà lo farà introiettando una prospettiva di uguaglianza, utilizzando un linguaggio il più possibile globale: questo avviene già in ambito scientifico e accadrà anche in quello filosofico. La langue tende a diventare unica e questo influirà sui contenuti: pensare Leopardi in inglese è diverso dal farlo in italiano. Permarranno parole che caratterizzano diversi ambiti culturali ma la lingua sarà la stessa. Il lettore invece sarà limitato a poter navigare nella breve carta ma perderà il privilegio della ricerca: sfogliare i libri, andare in biblioteca, discutere davanti a un caffè. Percorre un cammino, ricavare dell’esperienza diversa rispetto al mero contenuto del libro sono connotati che tendono ad essere sostituiti dal navigare in rete.

<<Di certo non c’è da stupirsi – dice, sollevando un sopracciglio – il libro è l’ultimo prodotto dell’eliminazione della cultura orale. Con il libro permaneva tuttavia un rapporto corporale: il libro ha una fisicità, un odore, dei caratteri che lo distinguono e lo rendono unico, sempre. La cultura della digitalizzazione elimina anche questo: la nostra cultura tende ora verso la desomatizzazione>>.

tutto il Post qui  Scuola di scrittura Omero Sezione Rivista Omero.

Ferruccio De Bortoli, LEGGERE E’ AMARE, da Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera

Quando, un anno fa, lanciammo «la Lettura», mi capitò tra le mani un libretto di Giuseppe Pontiggia —Leggere (Lucini editore) — illuminante, come lo sono del resto i testi dell’indimenticato Peppo. L’autore raccontava di aver partecipato a un convegno dal titolo «Il tempo e il libro», scoprendo soltanto all’ultimo di essersi preparato, vittima delle assonanze e della distrazione, su un altro tema: «Il tempo libero». Non così distante, però. L’etimologia non giustificava la sovrapposizione fra «libro» e «libero», ma la convergenza era irresistibile, mediata da una terza parola: «tempo». Pontiggia non buttò via la sua relazione. La adattò insistendo sul legame indissolubile fra libro e libertà, citando Seneca che, nelleLettere a Lucilio, parla del tempo come dell’unico bene che ci appartiene veramente. E il tempo che dedichiamo alla lettura è forse, nello spazio di una giornata, lo squarcio di libertà di cui siamo unici titolari. Non lo condividiamo con nessuno, ma lo facciamo idealmente insieme agli altri, come accadeva nell’antica Grecia, quando un testo veniva letto ad alta voce. «Dobbiamo difendere — scriveva Pontiggia — la lettura come esperienza che non coltiva l’ideale della rapidità, ma della ricchezza, della profondità, della durata. Una lettura concentrata, amante degli indugi, dei ritorni su di sé, aperta più che alle scorciatoie, ai cambiamenti di andatura che assecondano i ritmi alterni della mente». Sono parole straordinarie che descrivono, meglio di tante altre, la bellezza del leggere, l’attività umana più inebriante e ricca. Forse la più sedentaria, ma quella nella quale la mente corre con il coraggio di un eroe mitologico o la temerarietà di Baumgartner che supera il muro del suono in caduta libera. La lettura richiede impegno, sacrificio, costanza, ma non va vissuta come una costrizione o un obbligo. Se un testo non piace lo si può abbandonare senza colpa. Non salva nessuno, non redime nessuno, ma ci dà l’emozione di viaggiare nel tempo, di essere contemporaneamente in più luoghi. Ammette le distrazioni, la poligamia letteraria. Perdona i tradimenti quando abbiamo voglia di passare da un autore all’altro o da un genere all’altro per riposarci, ritemprarci, divertirci. Ma soprattutto ci fa uscire dall’anonimato e dalla massa, dai recinti dei nuovi reclusi, dalle solitudini di un mondo interconnesso, ma composto da molecole che non comunicano tra loro. Non importa il mezzo, il libro o il giornale di carta, il web o l’e-reader. Conta lo spirito. Contiamo noi, come individui e le collettività che rappresentiamo. La lettura misura il nostro grado di civiltà. 

da    Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera.

Poesie – Playlist su YouTube

La lezione. Storie del teatro in Italia. Con 4 DVD – Rizzoli BUR e Rai Eri

 

La lezione. Storie del teatro in Italia. Con 4 DVD

Albertazzi Giorgio - Fo Dario

Prezzo € 24,90
Editore BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Anno pubblicazione 2012
Numero pagine 175
ISBN 9788817055857
Collana Senzafiltro
Stato Disponibile in 1 giorno lavorativo
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La trama di La lezione. Storie del teatro in Italia. Con 4 DVD

Nei dvd due guide d’eccezione conducono lo spettatore in un percorso attraverso i volti, le incarnazioni, le mutevoli forme del teatro in Italia. In otto lezioni raccontate e recitate. Giorgio Albertazzi e Dario Fo ripercorrono e rivivono il meglio della nostra produzione teatrale, dai miti della Magna Grecia alla magnificenza degli spettacoli di Pompei, dalle giullarate medievali alla raffinatezza delle corti del Rinascimento. Visitando storici teatri e piazze. Fo e Albertazzi attraversano l’Italia da Nord a Sud, per seguire le tappe di una storia che ha origine con l’uomo e non conosce fine, salda epoche e generi, passato e presente, tradizione e contemporaneità. Il volume offre un’ampia selezione di brani tratti dai testi di riferimento delle lezioni di Albertazzi e Fo, dai capolavori classici di Plauto all’”Aminta” di Tasso, passando per i “Fioretti” di san Francesco e gli strambotti di Machiavelli.

da    La lezione. Storie del teatro in Italia. Con 4 DVD di Albertazzi – Libreria Rizzoli.

Lo Scaffale Segreto – libreria Hoepli, Milano

da pochi mesi può trovare nel sito della Libreria Hoepli di Milano uno spazio di suggerimenti, Lo Scaffale Segreto: un luogo virtuale in cui richiamiamo all’attenzione dei lettori libri di valore, libri “belli”, molto apprezzati da chi ve li presenta (e sicuramente da tanti altri), ma spesso non facilmente visibili nelle librerie fisiche e online a causa del tumultuoso turnover sugli scaffali. Questi libri hanno infatti una caratteristica: non sono novità.

Talvolta invece proponiamo titoli recenti che, anche se hanno già trovato qualche apprezzamento sulle pagine dei quotidiani e dei settimanali, a nostro parere vanno considerati con un occhio di particolare riguardo.

Insomma, ne Lo Scaffale Segreto, in seconda fila rispetto ai bestseller, vi ricordiamo alcuni evergreen o vi segnaliamo quelli che potrebbero diventarlo. Libri di cui talvolta non ricordiamo i titoli o dei quali addirittura non abbiamo mai sentito parlare. Ne proponiamo circa sei al mese, pochi per tutti quelli che meriterebbero di essere portati alla vostra attenzione, tanti per trovare il tempo di leggerli per la prima volta o di riscoprirli.

da Lo Scaffale Segreto – Blog Libri.

A scuola con Radio3

 A SCUOLA DA RADIO3 

Una nuova significativa proposta del nostro sito. Potete trovare, riorganizzate e reimpaginate, tutte le diverse trasmissioni che insegnano qualcosa: si tratti della storia della musica classica o dell’arte, del jazz o delle tecnologie o ovviamente tutta intera la nostra enciclopedica Wikiradio. Con un po’ di ironia, vi proponiamo di usare l’estate per i corsi di riparazione, speriamo non intimidatori né noiosi. In fondo si tratta di farsi trovare più preparati quando comincerà la nuova stagione, scolastica e radiofonica…

www.radio3.rai.it

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Radio3 Suite // LEZIONI DI MUSICA

Radio3 Scienza // IO NON HO PAURA

Radio3 Suite // LEZIONI DI ARTE CONTEMPORANEA

Wikiradio // LA LIBERA ENCICLOPEDIA DI RADIO3

Body & Soul // LEZIONI DI JAZZ

 

Fahrenheit // LETTERATURA, POESIA, GEOGRAFIA E FILOSOFIA

A scuola con Radio3

Lilla Brignone e Warner Bentivegna in UNA TRAGEDIA AMERICANA di Theodor Dreiser, 1962

La 7° puntata

Vai al colloquio nel carcere, prima della esecuzione a morte:

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da warner bentivegna – lilla brignone – una tragedia americana – an american tragedy – di t. dreiser | Flickr – Condivisione di foto!.

6 dicembre 2008

E’ morto a Roma all’eta’ di 77 anni Warner Bentivegna. Era nato a Crotone nel 1931. Fu un grande attore di teatro e un divo della Rai, quando le fiction si chiamavano sceneggiati televisivi. Diplomato all’Accademia d’arte drammatica, debutta in teatro con Renzo Ricci, con cui interpreta i “Sei personaggi in cerca d’autore”. Lavoro’ con Enrico Maria Salerno, Andreina Pagnani, Sergio Tofano, Sarah Ferrati, Anna Maria Guarnieri. Strehler lo chiamo’ al Piccolo Teatro di Milano, dove recito’ con Sarah Ferrati, Tino Carraro, Valentina Cortese, Tino Buazzelli. In televisione debutto’ con “I Giacobini” interpretando Saint-Just a fianco di Serge Reggiani, poi fu protagonista di “Una tragedia americana” con Virna Lisi e Lilla Brignone, un grandissimo successo.

chi è fecondo nell’anima e non solo nel corpo cerca di generare cose dell’anima, dal SIMPOSIO di Platone

Dal SIMPOSIO di Platone
Ogni essere mortale cerca di sopravvivere a se stesso attraverso la generazione:
questo è amore che cerca di non morire
di essere immortale.
C’è chi insegue l’immortalità
attraverso la procreazione dei fìgli
ma chi è fecondo nell’anima e non solo nel corpo cerca di generare cose dell’anima:
per questo desidera esseri belli nell’anima
e non solo nel corpo
e con loro genera crea
pensiero arte scienza poesia
e l’arte più grande l’arte del vivere comune
dell’umanità: la politica.
Questi sono i figli più belli e immortali!
Guardate i figli che ci hanno lasciato i poeti,
le creature di Omero di Esiodo!
e poetare non è solo fare poesia:
poetare è produrre creare
mettere al mondo creazioni di bellezza immortale. Gli esseri umani fanno tutto questo per non morire, cercano fama e gloria,
fanno pazzie per restare nell’eternità del tempo,
sono disposti anche a morire, gli uomini,
per non morire.
Tutto questo amici è Eros,
energia creatrice nel corpo e nell’anima.
E nessuno può essere erotico in qualcosa
se non è erotico tutto il suo essere.

Pierluigi Savini e la vera vita d’artista Intervista di Alessandra Cicalini | in Muoversi Insieme di Stannah

Pierluigi Savini e la vera vita d’artista

Intervista di Alessandra Cicalini pubblicata in Muoversi Insieme di Stannah

vai a: Pierluigi Savini e la vera vita d’artista | Muoversi Insieme.

Giorgio Caproni, Quando non sarò più …

Quando non sarò più in nessun dove

e in nessun quando, dove

sarò, e in che quando?

 

Giorgio Caproni

TartaRugosa ha letto e scritto di: Pierre Bayard (2007), Come parlare di un libro senza averlo mai letto, Excelsior 1881, Milano (traduzione di Anita Maria Mazzoli) | dal blog di TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Pierre Bayard (2007)

Come parlare di un libro senza averlo mai letto

Excelsior 1881, Milano

(traduzione di Anita Maria Mazzoli)

Non leggo mai libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato(Oscar Wilde)

E’ stata una frase che mi ha fatto sobbalzare, guscio compreso.

Che vengo qui a fare, se non per raccontare a modo mio quel che leggo? Per una tartaruga lenta come me, c’è voluto un po’ di tempo per capire come si fa a parlare di qualcosa che non si conosce in maniera erudita, appropriata e soprattutto convincente per chi ascolta. Bayard non mi ha convinto del tutto, ma in alcune parti del suo ragionamento sì, eccome.

Ecco gli assiomi della non-lettura, secondo l’autore:

1)     Avere una visione d’insieme

principio fondamentale perché “leggere un libro intero è una perdita di tempo … e l’interesse troppo vivo per un libro porta ad escludere tutti gli altri”. Questo assioma è molto rassicurante per un’ossessiva come me, che quando si trova a tu per tu con un libro non perde una riga, note comprese (il che rallenta ulteriormente il mio tempo). Oltretutto l’impresa è a dir poco gigantesca. Pur leggendo poco, un numero sempre maggiore di persone scrive, e inseguire il ritmo non è facile, soprattutto quando la pila di libri si accatasta, l’altezza diventa vertiginosa e il rischio del crollo rasenta la mia sicurezza. A quel punto, inspiegabilmente, TartaRugoso provvede a ristabilire livelli di accettabilità e, per il motto “Occhio non vede, cuore non duole” posso finalmente riprendere la mia abitudine di dedicarmi ad un unico testo, senza troppo soffrire per la perdita. Devo cambiare però abitudine, perché Bayard sostiene che la cultura è soprattutto una questione di orientamento: “non aver letto un libro non ha alcuna importanza per la persona colta … perché è spesso in grado di conoscerne la collocazione, vale a dire il modo in cui si situa rispetto agli altri libri”.

La non-lettura diventa quindi “una vera e propria attività, che consente nell’organizzarsi in proporzione alla vastità dei libri, al fine di non lasciarsi sommergere da essi”. Conoscere la relazione che un libro ha con altri libri significa saperne di più che averlo letto.

2)     Orientarsi rapidamente all’interno di un libro

Secondo l’autore, sfogliare i libri senza leggerli evita di perdersi nei dettagli e “qualsiasi lettura troppo attenta, se non addirittura qualunque lettura, è un impedimento al possesso approfondito del suo oggetto”. A questo punto suggerisce due tecniche per lo sfogliare:

lineare: si parte dall’inizio, si saltano righe e pagine e ci si dirige verso la fine

circolare: lo sfogliare è disordinato, si saltella da una parte all’altra del libro e non se ne conclude la lettura

Questi modi di procedere sono molto più efficaci di chi passa magari ore infinite su un libro, decidendo poi di non concluderne la lettura

3)  Sentire cosa gli altri ne dicono

Moltissimi libri di cui siamo portati a parlare non sono mai passati effettivamente per le nostre mani, ma il modo in cui gli altri ce ne parlano, ci permette di farci un’idea di ciò che contengono”.

Passato il primo momento di sbigottimento, devo ammettere che alcune osservazioni sono valide, in quanto le ho potuto direttamente verificare suTartaRugoso, che si è molto rinforzato nel suo stile dopo questa lettura. In effetti per lui questi tre assiomi funzionano alla grande. Nella visione d’insieme delle librerie, lui sa sempre al primo colpo dove si colloca un testo, quali gli stanno accanto, l’argomento che tratta, nonché, spesso, la casa editrice e l’anno di pubblicazione.

Per il secondo punto, basta che io prenda un libro precedentemente letto (non letto??) da lui per notare quanto segue: sottolineature, parole  chiave a margine, asterischi nelle prime pagine, poi il testo torna ad essere intonso per rivivacizzarsi alla fine. Elementi più che sufficienti per parlare del contenuto per ore.

Quanto al terzo assioma, ho ancora nelle orecchie una sua brillante recensione di un libro corposo assolutamente non letto, ma di cui mi ero premurata io a fargli notare alcuni passaggi interessanti.

Bayard ha evidentemente ragione. Però, aggiungo io, se si tratta di un romanzo giallo, questo sistema di non leggere fa perdere tutto il fascino della scoperta dell’indizio, salvo accontentarsi di andare subito alla fine e, attraverso la quarta di copertina, assemblare sufficienti informazioni per raccontare la vicenda a chi non la conosce.

Un’altra disquisizione importante fatta da Bayard riguarda il caso della dimenticanza. Un libro può essere letto con estrema attenzione e poi dimenticato. “Non conserviamo nella nostra memoria dei libri omogenei, ma dei frammenti strappati a letture parziali, spesso mescolati gli uni agli altri, e per di più rielaborati dai nostri personali fantasmi”. Afferma, citando Montaigne, che noi dimentichiamo una percentuale altissima dei libri che abbiamo letto per davvero e in forma completa, anzi di essi ci formiamo una specie di immagine interiore costituita non tanto di quello che vi era veramente scritto, bensì di cosa ci ha suscitato nella mente.. Ecco quindi il fenomeno della de-lettura: “un movimento fatto al tempo stesso di scomparsa e di offuscamento dei riferimenti, che trasforma i libri, spesso ridotti al solo titolo o a qualche pagina approssimativa, in vaghe ombre che scivolano sulla superficie della nostra coscienza”. E anche in questo caso devo dargli ragione. L’evanescenza della memoria, dopo un po’ di anni, fa sì che nel riprendere in mano un libro si abbia la sensazione di non averlo letto, se non in alcuni passaggi che ci hanno particolarmente emozionato.

L’autore prosegue dando pure indicazioni di situazioni in cui il non-lettore deve parlare di libri che non ha letto. Quella più divertente è quando questo evento accade davanti alla persona che è autrice del libro stesso.

Molto diplomaticamente Bayard suggerisce: “parlarne bene senza entrare nei dettagli. L’autore non si aspetta affatto un riassunto o un commento argomentato dal suo libro: egli si aspetta solamente che gli si dica di avere apprezzato ciò che ha scritto”. Sarebbe comunque interessante che qualcuno si prendesse la briga di fare un elenco dei libri che per davvero vale la pena di non leggere, neppure secondo i criteri sin qui evidenziati.

Verso la fine (e questo, se uno avesse seguito le istruzioni date, avrebbe veramente risparmiato un bel po’ di tempo) si capisce la vera natura di Bayard, che oltre ad essere professore di letteratura francese, è anche psicanalista.

Non è tanto il libro come tale ad esistere, ma l’insieme di una situazione di comunicazione in cui esso circola e si modifica … è un oggetto mobile … che subisce variazioni sensibili in funzione degli scambi che si producono riguardo ad esso”.

Secondo Bayard “i libri di cui parliamo non sono solo i libri reali che un’immaginaria lettura integrale ritroverebbe nella loro materialità oggettiva, ma anche dei libri-fantasma che sorgono all’incrocio delle virtualità inespresse di ogni libro e del nostro inconscio”.

Questo significa che in ogni libro che leggiamo sarà maggiore la forza espressa dall’inconscio, piuttosto che la precisione della lettura.

Un buon lettore fa una traversata di libri, dato che sa che ciascuno di essi è portatore di una parte di se stesso e può aprirgli una strada … L’invenzione del libro di cui ci si è appropriati, in qualsiasi contesto di parola e scrittura, sarà tanto più credibile quanto più sarà condotto dalla verità del soggetto e inscritto nel prolungamento del suo universo interiore”.

Quindi una nuova forma per sviluppare creatività e immaginazione sarebbe quella di insegnare che un libro si reinventa a ogni lettura e che in ogni libro il lettore debba metterci innanzi tutto del suo.

Nessuna paura dunque a parlare con convinzione di qualcosa che “immaginiamo”: sarà la nostra abilità a renderla coerente con  il contenuto che si suppone che quel testo abbia e il gioco è fatto. Ammesso che i professori-educatori possiedano la stessa tolleranza di Bayard.

Il quale, a supporto di quanto afferma, cita opere letterarie di Musil, Valéry, Eco, Montaigne, Greene, Siniac, Murray, Lodge, Balzac, Soseki, Wilde, in una forma così dettagliata e minuziosa da contraddire se stesso.

Lentamente muore, di Martha Medeiros, Lettura di Nando Gazzolo

Nando Gazzolo legge “Lentamente muore” (titolo originale “A Morte Devagar”) scritta nel 2000 da Martha Medeiros, giornalista e scrittrice brasiliana. Questa poesia viene erroneamente attribuita dal web a Pablo Neruda.

“Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e chi non cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero sul bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno.

Lentamente muore chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

TOMAS TRANSTROMER: letture di Domenico Pelini

http://www.youtube.com/watch?v=CpFJVziNdto&feature=uploademail

Federico Severino, Via Crucis, Pantheon

Poesia greca del Novecento, a cura di Nicola Crocetti e Filoppomaria Pontani. Presentazione di Vincenzo Guarracino

Come non pensare a ciò che diceva Bertolt Brecht, e cioè che «quando l’uomo di ferro le batte / le Muse gridano più forte»? Dinanzi all’esperienza della Grecia, alla ricchezza e fertilità della sua letteratura, una simile affermazione viene subito in mente, soprattutto dacché ci è dato finalmente attraversare la sua poesia per mezzo del ricchissimo Meridiano ad essa dedicato per le cure di Nicola Crocetti e Filippomaria Pontani. Una poesia che, senza dimenticare il suo straordinario passato, ha saputo rispondere come poche altre allo “spirito del Tempo”, alle domande che la storia ha proposto, svincolandosi, diversamente da quanto altrove è avvenuto, dal ruolo di esercizio squisitamente letterario o di riflessione intimistica e ripiegata su se stessa, soprattutto in considerazione degli eventi in cui è stata giocoforza coinvolta, nell’epoca della guerra e delle dittature militari, per riflettere sulle proprie responsabilità storiche e sul destino di un popolo. Basti, per capirlo, la forza e fierezza che traspare dai versi di Michalis Katsaròs: “Resistete all’Ufficio Stranieri e passaporti / alle orrende bandiere nazionali e alla diplomazia / alle fabbriche di materiale bellico / a quelli che definiscono lirica le belle parole / ai canti marziali / ai lamenti delle canzoni sdolcinate / agli spettatori / al vento / a tutti gli indifferenti e i saggi / agli altri che si definiscono vostri amici / persino a me, pure a me che vi racconto resistete. / Forse allora ci avvieremo sicuri verso la libertà».
A tal riguardo è quanto mai illuminante e pertinente la precisazione fatta in apertura dal Pontani, secondo cui «la poesia in Grecia non si è ridotta all’espressione anarchica e monodica di un sentimento personale” e neppure “si è confinata nell’ardua lirica d’avanguardia”, smarrendo i vincoli spazio-temporali con il mondo esterno. Al contrario, “i versi sono rimasti ben piantati entro un quadro di riferimento collettivo, a cominciare dal loro carattere saliente: la lingua”, al punto da conferire ad essa, alla lingua parlata, il cosiddetto  “demotico”, una dignità letteraria assoluta facendola assurgere a emblema della conquista della stessa indipendenza politica. Un “quadro di riferimento collettivo”: come dire che si tratta di una poesia in cui un popolo, una collettività con la sua coscienza critica, può riconoscersi e sa essere “civile” andando al passo del tempo, nella fedeltà al monito, che era poi quello dei poeti della Megàle Ellàs, di credere e vivere nel “kairòs”, nell’occasione, intesa nella sua accezione più nobile.
Oggi, poi, che la Grecia è agli onori delle cronache per via delle sue condizioni economiche sull’orlo del baratro, rendersi conto di queste cose, verificarle attraverso un catalogo vastissimo di proposte, quale è quello che è qui riproposto in ottime traduzioni, è quanto mai importante.
Ecco dunque una poesia che ha saputo essere, di volta in volta, “crepuscolare”, “esistenziale” e “impegnata” (sono questi i parametri entro cui possono inquadrarsi i diversi interpreti e protagonisti), offrendoci frutti di straordinaria maturità, non solo nelle figure più celebrate (Konstandinos P. Kavafis, Ghiannis Ritsos, Ghiorgos Seferis e Odisseas Elitis, gratificate dalla fama e da riconoscimenti, come il Nobel per gli ultimi due), ma anche in quelle di altri poeti, quali Kostas Uranis, Tellos Agras e Maria Poliduri, Ghiannis Skarimbas, Alèxandros Baras, Ghiorgos Kotziulas, Nikos Kavaddìas, Takis Papatsonis e poi via via Ghiorgos Themelis, Zoi Karelli, Ghiorgos Sarandaris, Ghiorgos Vafòpulos, Melissanthi, Takis Varvitsiotis, fino alle più giovani generazioni, a vario titolo rappresentativi di istanze civili e morali, senza comunque preoccuparsi eccessivamente, come raccomanda sempre Pontani, di periodizzazioni e categorizzazioni, visto che in Grecia non ci si è preoccupati mai di formalizzarsi dietro etichette o bandiere letterarie. Sorprendente e niente affatto marginale, infine, in siffatto panorama, il ruolo giocato dalle donne, tra le quali Maria Poliduri, Kikì Dimulà e la raffinata Anghelaki-Rooke, risaltano per originalità e forza.
Un libro, dunque, da leggere e custodire: un libro prezioso e necessario, la cui lettura è capace di accompagnarci “sicuri verso la libertà”. Perché in esso possa riflettersi la storia di un popolo e il destino stesso dell’Europa, e tale da poter davvero “rifar la gente” a saperlo leggere, come auspicava per ogni vero libro il nostro ottocentesco Giuseppe Giusti.

da: Lo spirito del tempo che si nutre di poesia – Cultura e Spettacoli – La Provincia di Como.

Italo Calvino: PERCHE’ LEGGERE I CLASSICI

PERCHE’ LEGGERE I CLASSICI

Nel 1981 Calvino pubblicò un breve saggio sul perchè leggere i classici (e su cosa si debba intendere per un “classico”).

1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito “sto rileggendo…” e non “sto leggendo…”

2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli

3. I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale

4. D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima

5. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura

6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire

7. I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume)

8. Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso

9. I classici sono libri che quanto più si crede di conoscere per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti

10. Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani

11. Il “tuo” classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui

12. Un classico è un libro che viene prima degli altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia

13. E’ classico tutto ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno

14. E’ classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.

Italo Calvino. Da “Perchè leggere i classici”, 1981

Al Museo Hermann Hesse di Montagnola, nel Canton Ticino: racconto di una giornata « Segni di Paolo del 1948

Alessandro Castellari parla libro “La pratica letteraria: interrogarsi attraverso la lettura su se stessi e il mondo”, scritto con Maria Teresa Cassini, Apogeo editore

Intervista ad Alessandro Castellari – Leggere negli occhi

Alessandro Castellari è stato insegnante di materie letterarie e collaboratore ‘letterario’ dell’Università di Bologna. Scrive per ‘La Repubblica’. Ha fondato a Bologna la prestigiosa associazione culturale ‘Italo Calvino’ in compagnia di Maria Teresa Cassini, con la quale condivide la firma su “La pratica letteraria”, lo splendido libro che guida questa conversazione.
Un libro per innamorati pazzi della lettura, non un libro algidamente teorico ma una fucina immane e caldissima di idee e amore per le storie. Come piena di idee e calore è l’intervista.

Intervista a cura di Franco Foschi, pediatra e scrittore Bolognese

Visita il sito: www.scrittoribologna.com

 

da: Arcoiris TV – Web TV gratis, senza censura, senza pubblicità

vai anche a: Google Libri Cassini Castellari Pratica letteraria

Giovanni Campana, PENSIERI SULLA SOGLIA E AUTOGLOSSE , VERSI E PROSE, presentazione del libro il 18 marzo 2011 a Modena

pensiero poetante…

Venerdì 18 marzo 2011 ore 17.30

presso l’ Accademia Nazionale delle Scienze, Arti e Lettere

corso Vittorio Emanuele II, 59 – Modena

avrà luogo la presentazione del libro

PENSIERI SULLA SOGLIA E AUTOGLOSSE

VERSI E PROSE

di

Giovanni Campana

introdurrà il prof. Lucio Belloi

l’autore leggerà alcuni testi del libro

ai presenti – che saranno invitati a partecipare anche con

osservazioni e domande – sarà fatto omaggio di una copia del libro.

Il libro è edito dalla rivista di poesia Anterem, di Verona

(in coedizione con Cierre Grafica)

nella Collana Opera Prima

Consiglio dei Garanti

Andrea Zanzotto Umberto Galimberti Yves Bonnefoy

Caro Campana, Torino, 12 maggio 2010

ammiro molto la sua poesia intensamente concettuale, con lezioni sublimi (…) È sempre più rara la poesia metafisica, e per questo tanto più cara e preziosa (…) Giorgio Bàrberi Squarotti

Caro Campana, 1/2/2011

grazie del suo libro (…) Me ne aveva già parlato l’amico Flavio Ermini [direttore di Anterem]. E ritrovo in effetti le qualità di cui lui mi aveva parlato. E’ un’ottima raccolta e le faccio i miei complimenti. Paolo Ruffilli

Nella poesia di Giovanni Campana si intrecciano numerose suggestioni filosofiche e teologiche (…) E in ogni suo verso si avverte l’intensità del suo modo si sentire (vivere) il concetto e l’insufficienza del concetto (…) Interrogativi di cui Giovanni Campana circonda la sua metafisica della luce (…)

Dalla postfazione di Tiziano Salari

Giugno 2010 – Dalla rivista letteraria “Il segnale”:

(…) “fra i molti che riceviamo, il suo [libro] ci è parso – alla prima lettura – fra i più interessanti per la qualità del dettato e la maturità dello stile (…)

I grandi autori della letteratura italiana in lezioni multimediali, in I Classici Italiani – Treccani

Da Francesco d’Assisi a Italo Calvino: i classici della nostra letteratura spiegati da docenti universitari, studenti e testimonial d’eccezione, in lezioni da guardare ed ascoltare. Per ognuno si ripercorrono vita, opere e influenza letteraria attraverso testi, audio, video, voci enciclopediche, mappe e cronologie interattive. Oggi il canale offre percorsi dedicati ad autori dell’Otto-Novecento, ma si arricchirà nel tempo con i classici dei secoli precedenti.

da: I Classici Italiani – Treccani.

gli Haiku, di Laura di Firenze

siccome amo appassionatamente l’haiku -paolo lo sa e ne scrivo ormai da dodici anni mi sento di aggiungere la mia voce, come chiamata in causa ma è per passione che rispondo!

 

Haiku la vita
un attimo di vita
diventa poesia

 

quest’haiku era in epigrafe ad una mia ispirata tesina sull’argomento haiku nel 2001, e proprio da quella vorrei estrapolare qualche frammento significativo, se può interessare come vivamente immagino!


Solo diciassette sillabe per circoscrivere un’emozione.
Sono sufficienti per tuffarsi nel proprio
Sé connesso al Tutto,
nell’universo della nostra percezione.

A mio giudizio, ferma restando la regola sillabica, dalla quale non sento possibile allontanarmi (e comunque l’applicazione della sinalefe, nella nostra metrica, “comporta” qualche sillaba in più),
sento invece sensata ed agevole la sperimentazione di una libertà espressiva per i contenuti, un agio mentale di poter spaziare dall’osservazione e dallo stupore della natura al mio proprio
microcosmo emozionale, a qualsiasi riflesso, appunto, della mia personale interiorità sentimentale e percettiva.

Miracolo di sintesi di linguaggio e di carica espressiva l’ haiku è rapido, folgorante, intenso, emozionante ma anche concreto preciso, contingente.
….

La visione simbolista e crepuscolare di un haiku carico di dissolvenza, di aloni, di allusività, di vaghezza e mancamento, di atmosfera indistinta, “quell’aria di scusarsi di esistere” -come ebbe a dire Andrea Zanzotto, non è un’interpretazione del tutto esauriente in quanto il haiku dice degli stati d’animo ma parla, anche, di cose, di oggetti precisi che nella loro particolare contingenza rispecchiano il mondo. In altri termini la concretezza della vita quotidiana si congiunge al senso del mistero e della profondità, quella particolare atmosfera che viene definita “lo yugen”.
L’atmosfera del haiku è caratterizzata da intime profondità, inaccessibili ad una lettura disattenta, è come la punta di un iceberg che cela un’altra massa di ghiaccio nascosta ed impercettibile.
Il tratto essenziale di quell’atmosfera è lo yugen appunto, termine che si può rendere con profondità misteriosa. Chi sa coglierla si troverà in contatto con il mistero che mai può essere
completamente vagliato e svelato.

Come D. T. Suzuki ci ricorda “la realtà ovvero l’origine di tutte le cose, è una quantità ignota all’intelletto umano ma che comunque possiamo sentire nel modo più concreto”.
Ogni haiku è un universo compiuto in una percezione istantanea di tempo e di luogo definiti.

Analizzando il celebre sublime haiku di Basho:

 

Furu ike ya
Kawazu tobikomu
Mizu no oto

 

vecchio stagno
tonfo di rana
suono d’acqua

 

viene così subito chiaro e in risalto l’aspetto cosiddetto yohaku (da intendersi come qualità che connota ogni forma di riduzione all’essenziale): la riduzione al minimo delle parole impiegate, così
al livello semantico, la realtà e l’evento rappresentato non vengono accompagnati da alcuna allusione al soggetto che li percepisce né tanto meno da una sua riflessione o da un suo commento sentimentale (la rappresentazione dell’attimo in cui si danno il tonfo nell’acqua della rana e il suono corrispondente non è accompagnata da alcuna considerazione del poeta sulla fugacità del tempo o sull’interruzione di una situazione di pace o di silenzio) ma viene a prodursi una alta concentrazione spaziale (una semplice linea chiusa, lo stagno al cui interno si colloca solo un punto, quello in cui avviene il tonfo della rana) ed una concentrazione temporale di tre tempi in uno: l’aggettivo vecchio che conferisce all’intera scena la qualità sabi (di semplicità, naturalità, rusticità)indica il tempo passato, mentre tonfo indica un primo tempo presente e suono
un secondo tempo presente leggermente sfasato rispetto al primo. Questa serie di minuziose considerazioni analitiche non devono e non fanno tuttavia dimenticare che questi tre versi sprigionano una prodigiosa potenza sintetica. Ecco il miracolo del haiku!

Ancora tanto si potrebbe dire sull’haiku, tutto il dicibile ed ogni tentativo sull’indicibile, la sua bellezza, l’ineffabilità , la sua grandiosità: l’haiku non ha limiti di definizione, non ha confini, come un vasto mare, perennemente mutevole e sempre uguale, come le stagioni, come l’esistenza.
Ecco haiku è la vita, un attimo di vita che è poesia, poesia del reale che ci comprende e ci trascende.

L’haiku esorta alla partecipazione, al godimento di un’ineffabilità mai totalmente rivelata, ci permette di intuire l’insondabile nelle sue tonalità di base. l’haiku ci porta per mano al valore delle cose vicine, quelle ordinarie e abituali, verso l’insignificante che tale non è mai e ci svela la straordinarietà dell’ordinario. Tutti gli elementi sono degni del nostro occhio poetico, ogni creatura vivente nessuna esclusa, ogni fibra del mondo vegetale, ogni minerale o sostanza inorganica: tutto è degno della stessa attenzione. Ogni cosa è se stessa ed è, nel contempo, qualcos’altro, si tratta dell’assunto basilare di una logica paradossale.
Le distinzioni di valore non si addicono al mondo dell’haiku perché esso sottolinea, piuttosto, la totalità -unico modo, di cogliere la particolarità delle cose.

….
… ancora qualche nota personale, dire che nel mio personale approccio al mondo del haiku fin dal primo cimentarmi ho sentito fortemente il rispetto delle diciassette sillabe, ho sentito potente e misteriosa la sapienza numerologica di quella scansione, essendo nuovo per me il rigore il rispetto della disciplina mi sono inchinata a questa acquisizione ed è stato ed è naturale per me rispettarla, anche se talvolta mi è capitato di avvertire i limiti di una misura ingabbiante o un senso mutilante, eppure via via che procedo è sempre più chiara ed istintuale la mia adesione a quella regola sillabica.
Per tutto il resto voglio sperimentare libertà e naturalezza, non osservo necessariamente il kigo stagionale, penso che comunque sia sottinteso un tempo fisico che mi vede agire e vibrare di quella emozione che voglio cogliere. Mi piacciono tanti sapori anche quello del divertissement dell’ironia o dell’autoironia o addirittura del sapienziale, forse è un forzare lo spirito del haiku ma perché no? Persino in Giappone si pongono questi problemi, una tenace osservanza dei canoni strettamente classici sa di déja vissuto, di ritualistica alla fin fine se non si rinfresca con il respiro del nostro tempo e con l’alito di questo momento. Per questo mi prendo libertà per i contenuti.
Per me, ma si può dire per chiunque si metta in sintonia, l’haiku è rapimento emozionale, folgorazione zen, trasalimento, stupore, intima connessione con la natura, abbattimento della separazione, evaporazione delle dicotomie, fusione panica, semplicità e semplificazione della realtà, luminosa comprensione della straordinarietà dell’ordinario.

Per tutto questo con gratitudine ed amorevolezza esprimo, anch’io, la celebrazione della vita,attraverso i miei haiku. -

-30 agosto 2001-

aggiungo infine alcuni haiku che mi sono cari che vogliono sbucar fuori da una raccolta di haiku di sapore psicoanalitico

 

Nuvole e vento
pellegrino vagante
il mio pensiero

 

Dall’indistinto
tracce confuse chiare
orme d’amore

 

Unisci sogno
a realta’ e fluisce gioia
di giocoliere

 

Neve prepara
il lento sbocciare dei
fiori a venire

 

Andiamo a casa
e’ nel viaggio di anime
da lontananze

 

Inutili mai
le parole d’amore
dentro le mani

 

Nuvola ignara
di sazieta’ e digiuno
tempo nomade

 

Fluttuano voci
sulla trama e l ‘ordito
di vero e occulto

 

Ora ti ascolto
raccontami di me
quello che sono

 

Come uno specchio
un haiku ecco illumina
il nostro volto

 

Oscillazioni
spiragli di sereno
nel cielo grigio

 

E’ così umano
disperarsi e gioire
sentirsi vivi

 

Un papavero
aspetta d’esplodere
vivida vita

 

Quale ideogramma
ora mi rappresenta ?
Inquieta calma

 

i papaveri
il simbolo più bello
di caducità

 

senza parlare
stare in calma e silenzio
solo ascoltare

 

è la parola
- sollievo e beneficio -
nasce il pensiero

 

andare lenti
incontrare se stessi
e respirare

 

fiore di campo
non un fiore di serra
così è l’amore

 

vagano le idee
come cavalli bradi
il cuore tace

 

capsula oscura
ogni notte origine
di vita e sogno

 

foglie d’autunno
alla vita stringersi
poi basta poco

 

i tratti oscuri
accompagnano il viaggio
il non sapere

 

gioia ad attimi
è come un’esplosione
inaspettata

 

ammutolire
questo tacere dentro
che sa di quiete

 

la nebbia addosso
per dare confidenza
all’incertezza

 

una giornata
di respiro e di vento
e di speranza

 

ampia schiarita
dopo il cielo coperto
il tempo muta

 

quello che senti
può scaldarti l’anima
strada di casa

 

è la memoria
non è l’oblio la forza
della crescita

 

È la memoria
Papavero di campo
Che tiene desti

 

il papavero
è vita luminosa
un talismano

 

spero di non aver esagerato..gli haiku mi prendono la mano ed ho seguito una vocina d’istinto che mi diceva condividi con gli amici angelici!

grazie!

Haiku

Poesia giapponese costituita da tre righe (sarebbe improprio dire costituita da tre versi) di 5, 7, 5 sillabe (totale 17: notevole per la numerologia).

Ha per oggetto la natura e contiene una parola che evoca una stagione.

Comporre haiku è un’arte zen.

Come ha spiegato Roland Barthes, gli haiku danno luogo a una “visione senza commento“, riproducono “il gesto di un bambino che mostra con il dito qualsiasi cosa dicendo: quello!

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