Sullo sradicamento dell’ethos, da MASSIMO CACCIARI, Ethos e metropoli


[Sullo sradicamento dell’ethos]

«Morale» è ciò che pertiene ai mores, all’insieme dei comportamenti e delle abitudini cui un popolo obbedisce, anche senza che alcuna legge li abbia stabiliti. E’ così che mos può accompagnarsi, ma può anche opporsi a lex. Per sua natura (per la sua essenza convenzionale e pattizia) la legge non potrà mai esprimere quella «volontà generale» che invece si manifesta nella quasi intemporale consuetudine del costume. Questa diversa origine può sempre portare a conflitti: il costume resiste all’invadenza della legge «scritta», e la laicità della legge vede nella sacralità del costume qualcosa che per essenza limita il proprio potere.
L’ambito del mos, comunque, non può in nessun caso essere ridotto a quello della legge e dell’obbedienza alla legge. Esso coinvolge l’intera memoria veterum: custodisce l’insieme delle cerimonie, dei culti, degli istituti che i padri hanno tramandato. E per i quali si ha pietas – una cura tutta particolare: quella che si deve alla propria stessa radice, che sostiene la crescita presente. Si potrebbe dire che «morale» è l’indefettibile pietas per il proprio portante passato: avvertire il proprio stesso passato come eterno.
Ancora più ricco di significati e implicazioni è il termine greco ethos che i latini traducono, appunto, con mos. L’opera lunga e complessa di intere generazioni che produce l’ethos non può concepirsi se non collocata. Ogni ethos ha il suo «pascolo» proprio, la sua certa dimora. Per essere, deve abitare. Socrate non oltrepassa mai i confini di Atene. Grazie a questo suo radicamento (al suo apparire, quasi, prodotto dal genius loci), tale ethos verrà da molti condiviso, creerà legami di reciproca appartenenza. Da ethos viene così hetairos, il compagno, l’«alleato» più sicuro, poiché allevato con me nel medesimo oikos (casa – ma la radice del termine greco è la stessa del vicus latino. L’hetairos non è il fratello di sangue, il parente, ma colui con il quale si condivide l’insieme delle consuetudini più antiche, e la pietas per esse). E un’affinità profonda collega questa famiglia di termini a quella che designa l’insieme dei liberi: la gente figlia legittima di una terra comune, nutrita da un «pascolo» comune. Ne risulta perciò questo quadro d’insieme: veramente libero (cioè, padrone di sé: e nel suus latino sembra risuonare la radice di ethos) è solo il comportamento etico-morale, nel senso che soltanto chi «interiorizza» perfettamente le abitudini, i costumi, le memorie della sua patria, e sulla loro base stringe durature alleanze, può dirsi veramente figlio della terra che lo nutre.
In che senso potremmo, oggi, parlare di ethos? Dove vi è traccia ancora di una vivente memoria veterum? Come potremmo chiamare oikos la nostra «residenza» occasionale, fortuita? O hetairos, compagno, quel «passante» che incontriamo? Non consiste il senso stesso della nostra civiltà nell’«estenderci» oltre il passato, nel rimuoverlo, nell’«infuturarci» tutti? Non vi è più tempo perché organicamente si formi un’abitudine, un costume; i valori cui siamo educati son quelli della mobilità, della peregrinazione. E vengon da molto lontano: già l’ethos ellenistico, nel suo astratto universalismo, non è più ethos, secondo il più autentico etimo. Una «morale universale» (che il saggio illustra in ogni luogo e ad ogni uomo) non ha nulla a che fare né con i mores, né con gli ethe. E spietata, irreversibile si abbatte poi sugli dèi della polis e della stessa civitas la critica cristiana. Nessuna casa, nessuna città appaiono più idonee ad offrire rifugio alle miserie dell’uomo – anzi, esse saranno da riguardare piuttosto come luoghi sempre in potenza agitati da passioni e sopraffazioni, da sedizioni e liti. L’idea di fratellanza si astrae poderosamente da ogni sodalizio propriamente etico (ethos e sodalis hanno la stessa radice), per significare l’universale appartenenza alla Parola, all’Annuncio. La diversità dei luoghi e delle loro storie appare come una resistenza da superare, così come i tempi delle diverse nazioni e città si riducono all’indifferente unità del nostro computo degli anni.
Senza incanti, senza nostalgie regressive va affrontato il problema: non solo nell’attuale vita metropolitana non vi è neppure memoria della dimensione della polis (che si accompagna al senso intatto dell’ethos – di più: polis presuppone l’assoluto primato del suo «tutto», del suo cosmo, sulla molteplicità degli individui), ma neppure più vi si dà traccia di civitas (che è termine secondario, derivante dai cives), poiché civitas non può esservi al di fuori di quella «volontà generale» che si esprime nei mores e nell’effettivo riconoscimento del loro valore. Nell’«esplosione» della forma dell’urbs, del luogo della città, consiste l’estremo prodotto di questa storia di dissoluzione dell’ethos. Non è che finisca la forma tradizionale della città e perciò vada in malora ogni dimensione propriamente etica – è invece la crisi dell’idea di ethos che condanna la città: l’urbs diviene un indifferente momento dello spazio, o, piuttosto, un ostacolo, un pesante retaggio, per una civiltà della «universale mobilitazione», un insopportabile arresto nel flusso del suo tempo. E di questo tempo noi siamo, volenti-nolenti, i «figli»: di nessun luogo e di nessun tempo, cioè, eticamente considerati. Da tale condizione dobbiamo partire, per cogliere i segni della sua possibile «catastrofe», di un altro possibile mutamento di stato – che mai potrà semplicemente restaurare tramontate «morali».
La «libertà», per noi, da carattere proprio dei figli (dei liberi, appunto) stabilmente residenti in un luogo e custodi dei suoi valori, si è trasformata in libertà da ogni stabile legame, in libertà di movimento lungo tutte le direzioni. Avvertiamo come «nemico» ciò che ostacola o frena l’universale circolazione di cose, uomini, idee. Il movimento «progressivo» che ha assalito la città tende, fin dalla sua origine, a soddisfare una tale domanda, o, meglio, è parte integrante della cultura che tale esigenza esprime. […]

(da MASSIMO CACCIARI, Ethos e metropoli, MicroMega 1/1990, pp.39-48)

2 pensieri riguardo “Sullo sradicamento dell’ethos, da MASSIMO CACCIARI, Ethos e metropoli

  1. sto leggendo, a sprazzi e per fuochi d’attenzione, Il codice dell’anima di james hillman. ci sono pagine sue sulla individualità/unicità della persona (anche in opposizione alla genetica ed all’ambiente) che si intersecano con questo riflessione di cacciari sull’ethos localistico che deve necessariamente transitare nella erranza dei nostri tempi globalizzati.nulla mi toglie dalla mente, però, che cacciari dice questa mentre guarda un canale dei venezia, immobile nel tempo

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