4 risposte »

  1. Interessante questa intervista sul pensiero di Emanuele Severino. Vincenzo Vitiello mette a fuoco tematiche fondamentali ,quali la distinzione tra l’Essere
    nella concezione di Severino e l’Essere in Heidegger: Mentre per Severino
    pensare l’Essere è pensare gli essenti, per Heidegger pensare l’Essere è
    riconoscere il distacco ontologico dell’Essere dall’Ente.
    Altro elemento di differenziazione tra Heidegger e Severino riguarda il dialogo
    che entrambi hanno instaurato con i poeti: Mentre Heidegger nell’ascolto-dialogo
    con Holderling ne cambia il linguaggio,Severino dialoga con i poeti portandoli all’interno del linguaggio filosofico.
    Una domanda che l’uomo di oggi dovrebbe porsi è :Come cambiare il modo
    di abitare il mondo.
    Questa problematica viene a coincidere con il mio vissuto quotidiano, che ripetutamente si manifesta nei miei scritti poetici.
    Sono convinta che se l’essere umano non cambierà radicalmente il suo modo di abitare il mondo instaurando una disciplina interiore nella convivenza con gli altri esseri umani e con il cosmo ,non ci saranno alternative di sopravvivenza
    della stessa ragione in senso evolutivo per lui.L’Evoluzione dell’umano è sempre
    stata la spinta che ha permesso la sopravvivenza,ma oggi più che mai tale sopravvivenza sembra essere minacciata dall’irrompere di elementi irrazionali
    e distruttivi. Ma ,come diceva Katerine Mansfield,” Dal pericolo noi raccogliamo
    la speranza”.Un fiore raro,che nasce dallo spirito del dono.

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  2. Sono stata colpita dall’intervista pur consapevole della mia “incompetenza” di base su temi filosofici. In particolare mi ha sollecitato la distinzione che Vitiello fa tra i due filosofi vicini/lontani (Heiddeger e Severino)a proposito del loro modo di approcciarsi alla poesia. Credo valga per tutti: qualche volta amare un poeta, entrare nel suo linguaggio, ma soprattutto nel suo mondo interiore (o tentare questa impresa) può far correre il rischio di fusioni confusive. Andrò a leggere il commento di Severino a “La ginestra.”

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    • cara patrizia
      dici : “pur consapevole della mia “incompetenza””
      pensa io!
      che non ho neppure basi liceali di filosofia, perchè ero ad un istituto tecnico pe periti edili!
      c’è un motto di lucio lombardo radice che ora recupero e scriverò su qualche blog:

      “Questa pagina finale è scritta non per chi gioca, ma piuttosto per chi, tradizionalmente, non gioca: le madri, i padri, i nonni, le zie e gli zii, i fratelli e le sorelle maggiori, le maestre, i professori…

      Cari amici e colleghi, se avete un atteggiamento di ‘sufficienza’ rispetto al gioco, se contrapponete ‘per gioco’ e ‘sul serio’, riflettete un poco, vi prego, su questo mio «elogio del gioco».

      Una delle minacce più gravi che incombe sulla nostra «civiltà occidentale», anzi uno dei fenomeni che già la corrode e la guasta, è il consumismo, è la passività, è la non partecipazione. Viviamo in una società troppo ricca, ma malamente ricca, che fa tutto lei, che ti fa trovare tutto bello e pronto e impacchettato: i giochi colle loro regole prestabilite, gli spettacoli sempre e soltanto da vedere, le trasmissioni della TV preparate da altri, i viaggi organizzati, le partite di scacchi tra Karpov e Korchnoj da rifare sulla base delle tabelle che trovi sui settimanali, la musica da asportare, i film da guardare…

      Viviamo in una società che non ci chiede di inventare, che non ci stimola a creare. Viviamo in una società nella quale c’è ben poco spazio per «giocare».

      Recuperiamo la gioia, il gusto, di suonare (male), di dipingere (peggio), di recitare (da cani), di fare film (pessimi)… ma di suonare, dipingere, recitare, fare film noi. Ebbene, il gioco intelligente collettivo è una delle forme più semplici, e secondo me più efficaci, per recuperare la creatività nella passiva e passivizzante società dei consumi.

      Ma ci sono molte altre ragioni di elogio del gioco.

      La cultura di base, quella senza la quale si è un pover’uomo, è fatta anche di una serie di regole, nozioni, nomi che è molto noioso imparare sui libri o sui banchi di scuola. Parlo delle regole della ortografia, di certe abilità di calcolo mentale, dei nomi degli Stati e delle loro capitali, di fiumi e laghi e località varie. Ebbene: sciarade figurate, gioco dello ‘spelling’, gioco degli uomini celebri, cruciverba una lettera per uno, sono, tra l’altro, eccezionali esercizi di ortografia (di nomi italiani, e anche stranieri); «fiori, frutta e città» è un ottimo controllo di nozioni acquisite; la camiciaia, ancora gli uomini celebri, il gioco dei matti sono un modo semplice divertente per ampliare le conoscenze, e con ciò se pure indirettamente, la propria cultura; il gioco dei ‘sì’ e dei ‘no’ impone la sistematicità logica; alcune varianti del «gioco di Carlotta» sono un ottimo esercizio per fare divisioni a mente.

      Domanda (molto seria, vi prego di credere, cari colleghi insegnanti): ma perché qualche volta, per controllare quello che i vostri allievi hanno imparato, non fate in classe un’ora di palestra di giochi intelligenti, invece di interrogare?

      Imparare a giocare, stabilendo e rispettando regole oneste, crea l’abitudine a una convivenza civile molto di più che non lunghe prediche di ‘educazione civica’.

      II gioco a squadre ‘socializza’, insegna ad aiutare e a rispettare i più piccoli e i più deboli, a bilanciare equamente le forze. I giochi che proponiamo sono anche un mezzo, non facilmente sostituibile, per il «recupero» dello stare insieme gioioso tra grandi e piccoli, tra genitori e figli, tra maestri e allievi.

      Giocare bene significa avere gusto per la precisione, amore per la lingua, capacità di esprimersi con linguaggi non verbali; significa acquisire insieme intuizione e razionalità, abitudine alla lealtà e alla collaborazione. E l’elogio del gioco potrebbe continuare. Ma mi fermo qui. Ho cominciato a scrivere questo libro per spasso, ma, via via che andavo avanti, pur continuando a divertirmi, mi rendevo conto sempre più chiaramente che stavo scrivendo un libro serio. Forse il più serio di tutti quelli che ho scritto”

      Lucio Lombardo Radice, Elogio del gioco, in Il giocattolo più grande, Giunti Marzocco, 1979, p. 104

      ecco: io uso questo approccio al vertiginoso pensiero di emanuele severino (che questa sera, con una emozione e commozione che forse non riesci ad immaginare anndrò ad ascoltare a monza:
      https://antemp.wordpress.com/2011/02/18/abitatori-del-tempo-edizione-2011-kevin-mulligan-enrico-berti-emanuele-severino-diego-marconi-vittorio-possenti-elio-franzinigiulio-giorello-roberto-mordacci-laura-boella-salvatore-natoli/
      ti spedirò un audio in cui emanuele severino parla di leopardi. è una visione la sua che esalta ulteriormente la grandezza del suo pensiero
      ciao e grazie per il commento
      paolo

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