Massimo Cacciari Della cosa ultima, Festival Filosofia 2012, 15 settembre

Carpi

Festival Filosofia – lezioni magistrali.

Ha un sapore fortemente kantiano la lectio magistralis dal titolo “Della cosa ultima” con cui Massimo Cacciari ha deliziato la folla di Piazza Martiri a Carpi. Parte dalla posizione di Aristotele secondo cui la cosa coincide con l’Ente e la domanda prima della Filosofia è «Che cosa è l’Ente?». Prima di chiederci che cosa sia la pianta o il vaso, dobbiamo chiederci che cosa sia l’essenza dell’Ente, la cui viva presenza (ousia) costituisce quella meraviglia da cui nasce la filosofia stessa. Per Aristotele questa è l’eterna aporia, l’eterno problema che ci fa sempre cercare, ciò che ci obbliga a una costante ricerca. L’Ente si può dire in tanti modi: secondo il suo genere, secondo la materia che lo costituisce, secondo le categorie (qualità, quantità, luogo, tempo, potenza, atto…). L’Ente è quindi predicabile in molti modi, ma qui sta un passaggio fondamentale: per l’Aristotele un conto è la cosa, un altro sono le categorie attraverso le quali noi parliamo della cosa. E allora sorge questa domanda cruciale: l’Ente equivale al detto, al predicato? L’Ente è riducibile al modo in cui lo diciamo? Se diciamo che l’Ente è il nostro dirlo, l’Ente in quanto tale diventa ni-ente. Per il filosofo di Stagira la ousia (presenza dell’Ente) si dice in tanti modi, attraverso le categorie, sì, ma anche nella sua ipseità, quando cioè lo consideriamo per se stesso. Prima di ogni definizione categoriale, l’Ente va considerato per se stesso: c’è una priorità ontologica da salvaguardare prima di ogni forma di predicazione. Quest’ultima non è una definizione dell’Ente (mentre lo sono le categorie) anche perché per Aristotele è fondamentale l’uso dell’imperfetto: l’Ente è ciò che era prima di ogni predicazione. L’Ente non è allora determinabile perché quell’imperfetto indica che non è possibile pensare a un equivalente tra Ente e una sua predicazione. Ogni predicazione non dice la cosa per se stessa, ma la mette sempre in relazione ad altro da sé: così procede la Scienza e così anche la Filosofia quando usa le categorie per definire l’Ente. La Cosa si offre alla predicazione, mentre non è vero che la predicazione produca la Cosa. Nella Metafisica classica, come nella Scienza, si fa sempre lo sforzo di definire la Cosa, sforzo che è essenziale, va fatto, ma dobbiamo essere consapevoli del limite ontologico: la Cosa continua a starci di fronte, continua a resisterci. Questa essenza vera della cosa, nella sua presenza e attraverso la sua resistenza sollecita la predicazione. L’Idealismo cerca di superare questo problema sostenendo che al di là dell’anima non c’è niente, ma non è così in Aristotele e ancor meno in Platone. Anche nella contemporaneità l’equivalenza Ente-Predicato non è affatto scontata. Nel suo Tractatus, Wittgenstein sostiene che il mondo che mi rappresento nella mente è la totalità dei fatti, non delle cose. Il fatto è il sussistere plurale di rapporti di Cose e ognuna di queste è una connessione di oggetti. Nella nostra mente ci rappresentiamo sì il mondo, ma il mondo come connessione di fatti, non come Cose. La Cosa è sempre autonoma, indipendente dalle nostre rappresentazioni (che sono solo intrecci di Cose). La nostra mente rappresenta il mondo solo in quanto connessione di Cose, mai le Cose nella loro semplicità e sostanza immodificabile e indicibile. Le nostre proposizioni possono solo indicare le Cose ed esprimere le loro connessioni come stati di fatto. Anche per Husserl la Cosa è ben altro dai predicati con cui cerchiamo di dirla. La Cosa ultima è precedente, ulteriore e impredicabile perché ogni predicazione la mette in relazione ad altro da sé. Ma la Cosa è, resiste alla mia predicazione perché è ontologicamente prima del mio atto di predicarla. Quindi il vero problema non è tanto «Perché l’Ente e non invece il nulla?» ma il fatto che al di là della predicazione dell’Ente non vi è il nulla, ma la Cosa stessa e questo va sempre tenuto presente se non si vuol cadere nel Dogmatismo dell’Intelletto di kantiana memoria. Dopo aver sottolineato come anche Platone si trovi sulla stessa posizione di Aristotele, Cacciari conclude ritornando all’ontologia di Kant, quella incentrata sul concetto di Noumeno, che è la Cosa in sé stessa, in quanto pensata e pensabile secondo la sua singolarità, ma irriducibile alla predicazione categoriale dell’Intelletto.

di daniele bondi in gazzetta di modena

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