“Io”, Carlo Rovelli a Nicola Mirenzi, Huffington, 16 ott 2020

Io
«Cos’è che fa di lei Carlo Rovelli e non un’altra persona?
Io sono il mio corpo: fatto di tanti organi in relazione tra loro che, muovendosi insieme, formano un’unità; sono la mia memoria: il racconto che faccio di me stesso, legando quello che è accaduto ieri a quello che mi accade oggi; sono i miei pensieri, che vengono dagli altri e passano attraverso di me. Sono l’immagine di me riflessa negli occhi di chi mi vuole bene. Sono tutto questo insieme di processi, a cui do il nome di Carlo.
Ma dove si trova il Carlo che dice “io”?
Da nessuna parte. L’avevano già argomentato filosofi diversissimi come Nietzsche e Mach, ed è un’idea esplicita in una parte del pensiero orientale.
Mi sta facendo girare la testa.
Pensi a una coppia di due persone che si amano. L’unione che hanno è reale. Entrambi riconoscono l’esistenza di un “noi”. La riconosce anche lo stato, se si sposano. Ma dove si trova questo “noi”? Come lo si può afferrare? La risposta è: da nessuna parte, è impossibile prenderlo. Esiste nella relazione. Senza i suoi componenti, si dissolve. Così è per l’io. Se lei toglie da me i miei pensieri, la mia memoria, i miei sentimenti, i miei organi, di me non rimane niente.
Dentro di lei, è rimasto qualcosa di sacro?
Tutto! Quando Spinoza identifica Dio con la Natura, sembra che stia uccidendo la sacralità, invece sta riconoscendo la sacralità della Natura. Io sono ateo, non credo nell’esistenza di un Dio persona, né all’anima immortale, alla vita dopo la morte, però non ho esitazione a sentire che la vita e la natura sono sacre. L’assenza di Dio non elimina il mistero, lo stupore, l’incanto, il valore, di trovarsi di fronte all’immensa vastità della natura, sia nella sua grandezza, sia nella sua piccolezza microscopica. Riconoscere il senso terribile del dolore, la gioia, l’amore. Le mie motivazioni nei confronti della materia che studio, per esempio, non sono dettate dalle formule che scrivo: vengono dalle emozioni che provo. Il mondo per noi è pieno di intensità, di valore. Non c’è niente di anti scientifico nel riconoscerlo. La cultura europea ha fatto un’enorme confusione. Ha creduto che, perso Dio, tutto perdesse senso e valore, e che l’umanità non potesse che precipitare in un nichilismo disperato. Che sciocchezza! La sacralità del mondo non risiede fuori di noi: è nella meraviglia, nell’emozione, nella sorpresa con cui guardiamo ciò che è intorno a noi, e nel valore che diamo alle cose. Tutto questo è reale e viene da dentro di noi, non da un ipotetico Dio che starebbe là fuori».
[Carlo Rovelli a Nicola Mirenzi, Huffington].

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