In morte di Fernanda Pivano: declino e morte del mito americano fra gli intellettuali di sinistra

  Fernanda Pivano ha vissuto la sua vita in modo creativo ed intenso: fortunata lei e bravo il suo angelo custode. In una giornata piena di elogi per la sua opera, individuo una traccia minore che parla della unilateralità delle culture ideologiche e dei cicli letterari del “mito dell’America”. Fernando Pivano negli anni Quaranta,  aiutata da Cesare Pavese, contribuì a tradurre e diffondere in Italia gli scrittori americani, che vennero usati in chiave antifascista. Tuttavia questa fiammata, carica di soffi ispirati alla libertà individuale, durò poco. Già negli anni Cinquanta la sinistra italiana tornò al mito comunista e a collocarsi sul contraddittorio confine del totalitarismo stalinista e post-stalinista.   DECLINO E MORTE DEL MITO AMERICANO   Il mito non si presenta come un blocco compatto, ma con vette, cupole, pianure: una cupola negli anni 1930- 1935 (i grandi articoli di Pavese); una pianura fra il 1934 e il 1940, con due depressioni più accentuate, nel 1936 e nel 1938; una vetta, il punto culminante, nel 1941-42 (Americana di Vittorini); poi, una lunga esten­sione declinante in dolce pendio, interrotta qua e là da alture, quali la montagna di traduzioni nell’Italia libe­rata (1944-46), e il vulcano in eruzione del «Politecni­co» (1945-47). Dopo, è il declino irrimediabile, fino al livello dello zero raggiunto nel 1950. [ …] L’illusione americana, nell’euforia della Liberazione, dura ancora uno o due anni. Nel 1947, nessuno dubita che essa sia tramontata, nello stesso modo in cui ha fatto cilecca […]

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La Madre Mediterranea, in Ernst Bernhard, Mitobiografia, Adelphi, 1969

Ernst Bernhard (1896-1965) era un ebreo berlinese che ha introdotto la psicologia di Carl Gustav Jung in Italia, avendo fra i suoi pazienti anche Fellini, la Ginzburg, Manganelli, Silvia Montefoschi … ———————————————————————————————————— “La chiave che permette di schiudere l’enigma dell’anima italiana è la constatazione che in Italia regna la Grande Madre mediterranea, la quale non ha perduto nei millenni né di potenza né di influenza. Essa è la premessa archetipica che si ravviva in ogni singola donna italiana se si fa appello alle sue qualità materne. … Nel dominio psichico essa produce prima di tutto una specifica attitudine materna. L’istinto materno la impegna interamente alla cura e alla protezione del bambino, un atteggiamento che si estende all’infinito attraverso meccanismi di proiezione; poiché dovunque essa trovi un oggetto, qualcosa a cui attribuire il significato di ‘figlio’, ivi si fissa, per rivolgerglisi maternamente. Essa accoglie ogni moto del ‘bambino’, afferra tutto, comprende tutto, perdona tutto, sopporta tutto. Quanto più bisognoso il bambino, più sofferente, più povero, più trascurato, tanto più vicino è al suo cuore. … La mancanza di puntualità e di fidatezza degli italiani si fonda in parte su questa fondamentale struttura psichica, poiché a chi è dominato dalla Grande Madre mancano capacità d’astrazione e di disciplina virili, o meglio queste soccombono inesorabilmente quando vengono a conflitto con la Grande Madre. Tutto ciò che è impersonale, per principio, essa cerca di trasformarlo in rapporto personale, attraverso il quale, come è noto, […]

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Perché l’uomo ha bisogno di credere negli angeli di Vito Mancuso, LA REPUBBLICA 17.7.09

Perché l’uomo ha bisogno di credere negli angeli di Vito Mancuso, LA REPUBBLICA 17.7.09 Il celebre teologo tedesco Rudolf Bultmann scriveva qualche decennio fa che “non ci si può servire della luce elettrica e della radio, o far ricorso in caso di malattia ai moderni ritrovati medici e clinici, e nello stesso tempo credere nel mondo degli spiriti proposto dal Nuovo Testamento”. Era il 1941. Consultando la più grande libreria al mondo che è amazon.com, si scopre al contrario che oggi, quando facciamo uso di ben altro oltre alla radio e all´elettricità, i titoli che riguardano un tipo particolare di spiriti quali gli angeli ammontano a una quantità impressionante (431.556), quasi il doppio rispetto a quelli sull´elettricità (267.520). Certo, tra i libri in vendita se ne trovano molti che hanno tutta l´aria di un inno all´irrazionalità (Nelle braccia degli angeli, Come udire il tuo angelo, Guarire con gli angeli, Camminare con gli angeli, I messaggi del tuo angelo), ma il fenomeno angelico non è riducibile a ciò. Basti considerare che non esiste civiltà e tradizione religiosa che non ne parli, che i più grandi filosofi dell´antichità ne danno testimonianza (il caso più noto è Socrate con il suo daimonion a mo´ di voce interiore). anche la filosofia contemporanea non cessa di produrre pensiero al riguardo, come Massimo Cacciari con L´angelo necessario (Adelphi 1986) e come di recente la filosofa francese Catherine Chalier, allieva di Lévinas e docente all´Università di Paris-X-Nanterre […]

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Citare

“Citazione: motivo linguistico, figurativo o sonoro tratto da un contesto estraneo, quindi facilmente riconoscibile, e inserito in un contesto attuale. La citazione è uno dei concetti con cui convenzionalmente si indica la memoria intertestuale dei testi nella filologia tradizionale. Un altro “interlocutore”, assente, viene destato ed evocato nel proprio discorso. Nel Medioevo e nell’Antichità si citava “a senso”, non letteralmente – e quindi propriamente in modo “errato” – invece, a partire dal XVI secolo, le virgolette indicano la letteralità dell’estratto. Attraverso la citazione un testo dichiara di richiamarsi all’autorità di un altro e interpreta un presente trascorso come tuttora efficace. La citazione è una modalità di formazione della memoria attraverso la ripetizione. Essa è attestata e messa a disposizione in raccolte o antologie di citazioni, i “luoghi”, in cui la circolazione della citazione si sedimenta ed emerge la tensione tra ripetitività e ricercatezza. Nella misura in cui la citazione fa tornare presente il passato inserendolo in un nuovo contesto essa può fungere da caso paradigmatico, o addirittura da modello del ricordo in generale. La facile citabilità e la dignità di citazione indicano due aspetti della citazione come modalità di trasmissione culturale. Il primo aspetto corrisponde alla forma con cui qualcosa si insinua nella memoria. Si indica con essa una sorta di posteriorità di ciò che viene ricordato: tale posteriorità non è un presupposto, ma piuttosto un effetto della citazione Il secondo aspetto è un modo dell”auctoritas, di quell’autorità che attraverso […]

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Se ci prendessimo però ugualmente la pena di annotare dalle lettere dei nostri amici …

Dice Wolfgang Goethe nelle Affinità elettive: “Un buon pensiero che abbiamo letto, una cosa che ci abbia colpito nell’ascoltarla, li riportiamo volentieri nel nostro diario. Se ci prendessimo però ugualmente la pena di annotare dalle lettere dei nostri amici osservazioni, caratteristiche, garbati giudizi, detti fugaci e arguti, potremmo divenire molto ricchi. Ci sono lettere che si conservano per non rileggerle mai più, infine viene il giorno che si distruggono per discrezione, e così ne scompare il più bello e più immediato alito di vita, e non sarà possibile né per noi né per altri riprodurlo mai più. Io mi propongo di riparare a questa negligenza…“

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La sindrome di Anghiari di Duccio Demetrio

Quando una comunità si occupa di sentimenti “anomali” “…ricordò i suoi sogni confusi e con un indulgente sorriso, col senso di superiorità dell’uomo che si fa la barba alla luce diurna della ragionevolezza, scosse la testa a tutte quelle sciocchezze. Non che si sentisse molto riposato, ma era fresco come il nuovo giorno..“Thomas MannDa “La montagna incantata” Un preambolo: se appare quel, solo nostro, settimo giorno “Anomali” (inusuali, imprevedibili od anche ricorsivi) sono taluni nostri sentimenti taciuti. Li proviamo, però non ce li comunichiamo reciprocamente. Eppure sarebbero fecondi se in palio, oltre alle carriere di ogni tipo, mettessimo il nostro diventare donne e uomini dotati di un raziocinio più sincero. Sono anomali, poi, perché la vocazione naturale del sentire dovrebbe trovare luoghi di parola, di scrittura, di espressione appropriati. Questi luoghi non sono certo le organizzazioni o le modalità di convivenza usuali nelle quali lavoriamo, insegniamo, produciamo, ci impegniamo, ci riproduciamo o trasgrediamo.Sono emozioni e riflessioni, queste, che impariamo a contenere e che, a lungo andare, autoconvincendoci di ciò, possono anche scomparire venendoci soltanto a trovare in forma di sogno o mediante disturbi fastidiosi dal latente significato.Rabbia, disprezzo, indignazione, insofferenza, rancore, invidia, livore, sadismo ma nondimeno la malinconia, la nostalgia, la tristezza, la consolazione, il cordoglio, la compassione la tenerezza… non possono, o sanno, abitare le nostre parole normali e le nostre giornate uguali, nei diversi stati di veglia che potrebbero esaminarle.Le terapie sono state inventate anche per loro, è […]

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Tappe di avvicinamento alla “teoria del vivente” di Silvia Montefoschi | Segni di Paolo del 1948

Racconto i miei passaggi, a tutt’oggi, dentro la “teoria del vivente” di Silvia Montefoschi. Primo passaggio è stato l’avere compreso ed introiettato il suo principio di intersoggettività. La vera operazione di allargamento della sfera della mia coscienza avveniva attraverso l’argomentazione sul “fenomeno intersoggettivo (che lei narrava non in astratto, bensì, facendola emergere dalla sua esperienza di psicoanalista) che ho raccontato in questo audio-video: http://amalteo.splinder.com/post/18849746/Paolo+Conte+in+Bella+di+giorno Il secondo passaggio è contenuto nella frase “Cosa vuole dire che è ciò che è?”  (fra l’altro curiosamente ripetuta in libri di Peter Handke e film di Wim Wenders) A me arriva da un ricordo/sogno//reverie. neppure io so cosa sia: risale alle origini mia infanzia più lontana. Forse tre anni, dunque 1951. Sono nella stanza da letto dei miei genitori (era una casa che dava sul lago, per l’esattezza Torno. Oggi faccio vivere la mia psiche lì vicino: tre paesi dopo) Guardo fuori dalla finestra, vedo un ‘isola (che in realtà non c’è). Su quell’isola c’è Garibaldi (è evidente la fusione di immagini succcessive) E’ tutto. Eppure in questa immagine è racchiuso un primo nucleo della mia salvezza intersoggettiva. Sono certo che , assieme al mio cane pastore tedesco Pantò, mi sono “salvato” dall’abisso mortale perchè in me agiva una forza altra, istintuale e razionale al tempo, che mi poneva alla ricerca di un oggetto comune esterno alla relazione diadica primaria. Il terzo passaggio è di questi giorni. B. mi ha risolto una questione che vedevo appena. […]

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Lettera: cosa hanno da dire a noi moderni i greci? qual è il messaggio solido e durevole che continuano a comunicare?

Caro Gabriele,poco fa sono uscito di casa ed ho attraversato la parte storica di Como per andare dall’altra parte del Castrum per ritirare alcuni miei referti clinici nell’Ospedale cittadino Valduce, della Congregazione delle suore infermiere dell’Addolorata. Non apro mai le buste degli esami clinici. Li tengo lì, sulla biblioteca dei Simboli, in attesa dell’incontro con la dottoressa.Il pensiero diventa fluido ed associativo quando cammino.Pensavo alla nostra antologia del tempo che resta.Pensavo alle tecnologie internettiane.Pensavo al ritmo dei passi.Tre scansioni del tempo.L’antologia, nel mio vissuto, ha a che fare con il tempo che stringe. Non c’è più il tempo per recuperare i libri non letti ed i suoi messaggi. I desiderio è, dunque, di addentare solo un boccone della mela della conoscenza. Il boccone di quello che è ancora possibile. Quanto è lungo il tempo che stringe? E’ strano: lo immagino lungo e breve contemporaneamente. Lungo quanto tutto il mio tratto di cui conosco l’inizio, il durante, ma non la fine. Breve, perchè probabilimente sarà su due cicli: o decennale, o ventennale.Le tecnologie internettiane sono ladre del tempo. Paradossalmente rubano il tempo per la loro velocità e per la continua sovrapposizione dei contatti, dei messaggi, delle pagine. Le tecnologie internettiane rubano il tempo attraverso la loro brevità e densità comunicativa.C’è infine il tempo del passo. Il sapiente tempo della lunghezza della gamba e del suo ritmo. Il passo è come una canzone di Nina Simone.Questa premessa è per dire una cosa […]

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ETICA-ESTETICA sono importanti nella vita?

In questo periodo sto meditando sul tema del rapporto eros-ethos e tra etica ed estetica, per cui mi è particolarmente utile il libro di Sergio Givone proprio su questa importantissima materia, che è poi materia di vita credo, perché tutto si gioca qui, su questo crocevia dello spirito nel suo inesausto e ineffabile manifestarsi nel limite dell’esserci. Riporto uno dei brani che più mi hanno colpito, tenendo presente che io sono per trovare tra i due estremi un legame creativo, amoroso, perché in fondo, e forse non solo nell’umano, non può esserci l’uno senza l’altro. «L’etica, nondimeno, ha molti argomenti a suo favore. In quanto espressione della serietà della vita, smaschera l’estetica, che è la vita immediata, la vita votata alla dissipazione e all’insignificanza. “L’estetica è nell’uomo ciò per cui egli è spontaneamente quello che è, mentre l’etica è ciò per cui l’uomo diventa quello che diventa”. L’uomo che è com’è, «spontaneamente», non è mai in rapporto con sé ma sempre e soltanto con l’occasione che gli si presenta. Se esiste un’arte dello scegliere, anzi, del gustare il meglio, costui certo la conosce alla perfezione. Ma in realtà non è lui che sceglie, perché piuttosto è scelto. La sua esistenza trascorre di istante in istante, ognuno raccolto in una sua meravigliosa pienezza, ma non c’è continuità, non c’è sviluppo, non c’è principio che trasformi il godimento in autentica esperienza spirituale. Nessuno come l’esteta sa sprigionare dal niente tesori di bellezza […]

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Haruki Murakami, A Sud del confine a Ovest del sole (1992), Feltrinelli, 2005, riflessione di Paolo Ferrario

Haruki Murakami è, per me, un autore generazionale. Intendo per generazionale uno che ha attraversato il mio stesso arco di tempo: quello della seconda metà del novecento. Murakami ha preso la distanza, un po’ come hanno fatto (rispetto alla loro storia) alcuni protagonisti tedeschi del ciclo Heimat di Edgar Reitz, dalla tradizione giapponese, dai loro rituali imperiali, dalle loro culture così difensive verso l’esterno del mondo. Murakami è un autore che parla di adolescenze, di maturità, di adultità, di musicalità transculturali. Un suo alter ego si racconta così:   ”Sono nato il quattro gennaio 1951, nella prima settimana del primo mese del primo anno della seconda metà del ventesimo secolo. Lo si potrebbe quasi considerare un evento da commemorare ed è per questo che i miei genitori mi hanno chiamato Hajime, che significa “inizio” “ A Sud del confine, a Ovest del sole, pag. 9 In questo romanzo Hajime trascorre la prima adolescenza con Shimamoto. Ascolta con lei le sinfonie di Rossini, la Pastorale di Beethoven, il Peer Gynt. Ma ascoltano anche Nat King Cole, Bing Crosby. Poi i due ragazzi si perdono di vista. Hajime , nell’età dei licei, “uscirà” con Izumi, scoprendo i primi contatti dei corpi nudi. Poi farà l’amore con la cugina di Izumi: “nei nostri incontri andavamo subito al sodo. Consumavo con avidità quello che avevo davanti e così lei”. Tutti figli unici questi giovani: c’è questo ad accomunarli. Studierà, parteciperà alla stagione delle lotte […]

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SILVIA MONTEFOSCHI, La rivendicazione dello specifico e l’intersoggettività. Riflessione sul pensiero di Luce Irigaray

il brano della Montefoschi: « Che l’atto riflessivo finito, che è il pensiero maschile del soggetto riflessivo individuale, dal punto di vista del quale anche la donna continua a pensare, restando anch’ella entro la logica della separazione, impedisca alla donna stessa di far evolvere l’intuizione dell’intersoggettività, già accennatasi in Virginia Woolf e poi esplicitatasi in Simone de Beauvoir, lo dimostra il fatto che l’affermarsi del pensiero femminista, negli ultimi decenni del XX secolo, è caratterizzato da una radicale negazione di una qualsiasi possibilità di intesa tra gli uomini e le donne e da una combattiva rivendicazione di una assoluta autonomia dello specifico femminile. La personalità di spicco di questo movimento femminista è Luce Irigaray la quale nella rivendicazione della specificità femminile ne mette a fuoco principalmente, per non dire esclusivamente, la sessualità, affermandone l’autonomia nei confronti della sessualità maschile. E ciò l’autrice fa mediante una critica, spietata e accusatoria, alla teoria di Freud che considera la sessualità soltanto al maschile e ad essa subordina quella femminile, facendo di quest’ultima una copia mancata della prima; teoria alla quale Irigaray contrappone l’analisi, che, in maniera altrettanto spietata, ella fa della sessualità della donna mettendone in risalto gli aspetti ignorati o negati dalla visione fallocentrica del sesso propria di Freud, come il piacere della grandi labbra, della vulva, della parete posteriore della vagina, dei seni; organi questi che non hanno parametri maschili come la clitoride che da Freud viene presa in considerazione come […]

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UMBERTO GALIMBERTI, Per una filosofia attenta all’altro

– “La via dell’amore”, il nuovo saggio di Luce Irigaray PER UNA FILOSOFIA ATTENTA ALL’ALTRO di Umberto Galimberti * E se “filo-sofia” non volesse dire ” amore della saggezza” ma “saggezza dell’amore”, così come “teo-logia” vuol dire discorso su Dio e non parola di Dio, o come “metro-logia” vuol dire scienza delle misure e non misura della scienza? Perchè per “filo-sofia” questa inversione nella successione delle parole? Perchè in Occidente la filosofia si è strutturata come una logica che formalizza il reale, sottraendosi al mondo della vita, per rinchiudersi nelle università dove, tra iniziati, si trasmette da maestro a discepolo un sapere che non ha alcun impatto sull’esistenza e sul modo di condurla? Sarà per questo che da Platone, che indica come condotta filosofica “l’esercizio di morte”, ad Heidegger, che tanto insiste sull’essere-per-la morte, i fillosofi si sono innamorati più del saper morire che del saper vivere? Questa è la provocazione di Luce Irigaray che, nel suo ultimo libro: La via dell’amore, denuncia l’atteggiamento tipico e totalmente irriflesso del filosofo che, nella cura della purezza del logos, trascura il dia-logo con uno o più soggetti differenti, come le donne, per esempio, onde evitare i delicati problemi relazionali che nascono dal confronto con l’altro. E’ saggio tutto questo? O è semplicemente il sintomo di una paura o di una incapacità di entrare in relazione con l’altro? Con questa provocazione Irigaray non intende distruggere l’edificio concettuale che la filosofia ha costruito in […]

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Una sfaccettatura della sincronicità: Il colpo d’occhio o sguardo sincronico

–Dall’autobiografia di Teresa di Gesù Bambino«Ero un carattere gaio ma non sapevo lanciarmi nei giochi dell’età mia; spesso durante la ricreazione mi appoggiavo ad un albero e da là contemplavo il colpo d’occhio, abbandonandomi a riflessioni serie!» (Manoscritto A, 115).Questo brano è una splendida immagine della dote manifestata da Maria al banchetto di Cana.Nel racconto evangelico, tutti hanno qualcosa da fare: chi nella cucina, chi al servizio, chi agli strumenti musicali. Soltanto Maria vede l’insieme, ha il colpo d’occhio e capisce che cosa di essenziale sta succedendo e che cosa di essenziale sta mancando: “Non hanno più vino”. Cardinale Carlo Maria MartiniPiù di una volta mi sono trovata a leggere:”La sinossi dei Vangeli è uno sguardo d’insieme o parallelo dei vangeli. Da sùnopsis, “colpo d’occhio” cioè avere la possibilità di guardare la corrispondenza dei passi in uno stesso tempo. Qualora si mettessero i primi tre vangeli in parallelo, con un solo colpo d’occhio, si noterebbe che hanno delle grandi affinità. La sinossi, quindi, è uno sguardo contemporaneo, sincronico, del materiale evangelico.”Tra i sentieri della sincronicità, allora, da anni ne intuisco uno che mi rimanda ad un atteggiamento di fronte alla vita di “sincronizzazione” con il mondo.La sincronizzazione ha il suo proprio ritmo. In ciascuna vita c’è un tempo per ogni cosa. Il processo di sincronizzazione non può essere forzato: esso deve essere colto con fluida grazia, un passo alla volta. Questo è l’inizio della saggezza.Dice Carl Gustav Jung che “La […]

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Emmanuel Lèvinas – Il volto dell’Altro come alterità etica e traccia dell’infinito.

– La filosofia di Lèvinas origina da un pensiero personale nato dallo stupore del silenzio di Dio verso le tragedie, pensiero nel quale confluiscono diverse tradizioni e culture – l’ebraismo lituano, intellettualista e non mistico; la letteratura russa; la filosofia francese, in particolare quella di Bergson; la fenomenologia di Husserl e Heidegger – che si integrano tra loro in una unità elaborata grazie alla sua riflessione e alla sua personale esperienza di vita, molto segnata dalla Seconda Guerra Mondiale e dai campi di concentramento. “Configurandosi come fagocitazione dell’altro, l’ontologia fino ad Heidegger si delinea, secondo Lèvinas, come una filosofia della potenza che porta al dominio ed alla sopraffazione del prossimo. Alla violenza teorica dell’approccio ontologico, corrisponde, sul piano pratico, l’annientamento della dignità e della libertà dell’uomo e l’intolleranza verso il diverso, tanto che lo stesso Heidegger nel 1933 aderirà al nazismo; scelta quest’ultima che determinerà il radicale distacco di Lèvinas dal filosofo tedesco. Dolcezza, accoglienza, ospitalità, dimora, passività della ragione in quanto accoglimento dell’idea d’infinito, vulverabilità, verginità ossia l’inviolabilità dell’infinito che resta, e deve restare, desiderato e mai posseduto, alterità, questi tratti femminili per eccellenza, secondo la tradizione, sono aspetti caratterizzanti del pensiero di Lèvinas, il quale nel suo percorso filosofico cerca di ridefinire l’identità del soggetto mettendo in questione il Logos greco, razionalità arida ed avvilente. Il primato dell’ontologia è il paradigma dell’Occidente: Da Parmenide ad Heidegger non c’è mai stata la possibilità della singolarità. In Totalità e infinito […]

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ALFRED A. TOMATIS: l’orecchio, l’ascolto e l’anima

– Alfred A. Tomatis nasce prematuro di sei mesi il 1 Gennaio 1920 a Nizza (Francia) da genitori italiani. Racconta lui stesso che la sua levatrice, pensando che fosse morto, l’aveva preso per un orecchio e gettato nel cestino dei rifiuti. Fortunatamente alla scena assiste la nonna paterna che lo raccoglie e lo rianima. Diventerà il più grande “professore dell’orecchio” nella storia dell’uomo. Muore a Carcassonne (Francia) il giorno di natale del 2001. Figlio di un famoso cantante d’opera, Alfred cresce in un mondo di suoni, di musica e canto, appassionandosi fin da piccolo alla misteriosa relazione esistente tra l’orecchio e la voce, che lo invierà agli studi di medicina e alla specializzazione in Otorinolaringoiatria. Le sue prime esperienze cliniche furono nel campo dell’inquinamento acustico e delle sordità professionali, a partire dal trattamento dei cantanti (amici del padre) che presentavano problemi di voce. Approfondendo la sua indagine e la sua ricerca, Tomatis si rende subito conto che la relazione tra l’orecchio e la voce coincide con quella tra l’ascolto e la comunicazione, che occupa un ruolo veramente centrale nella problematica dell’espressività umana a tutti i livelli. Secondo il nostro autore, nei nove mesi della gestazione, il feto costruisce la propria capacità di attenzione a partire dall’ascolto della voce materna e dagli stimoli uditivi che riceve filtrati dentro il corpo della madre. Il futuro sviluppo del nascituro è quindi legato a quel periodo della gravidanza che può essere sereno, o al […]

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Angelo-Daimon

–– –A proposito del rapporto angelo-daimon su cui Baldo Lami invita a riflettere, debbo dire che mi si è presentato tempo fa, precisamente nel 1998, durante la stesura de Il brusio degli angeli. Saggio etico-politico sui fondamenti del lavoro di volontariato [scarica in formato doc]. In quella che chiamavo Seconda di copertina scrivevo: Il titolo del saggio è ripreso dall’opera […]

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L’angelo il daimon e l’amore

Sarebbe interessante mettere in rapporto l’angelo col daimon, che la psicoanalisi, incorporandoli in un solo concetto, ha di volta in volta identificato con i concetti di “anima”, “animus”, “ombra”, “alter-ego”, “doppio” o “sé”. Massimo Cacciari in L’angelo necessario distingue però nettamente l’angelo dal daimon: quest’ultimo chiama dall’idea alla forma, per questo è perentorio; l’angelo chiama invece dalla forma all’idea, per questo è leggiadro. Da buon filosofo, Cacciari vede l’oltre solo nell’angelo, mentre dal punto di vista, diciamo, “psicospirituale” sono entrambe figure-ponte tra il visibile e l’invisibile, due aspetti di una medesima realtà dello spirito in rapporto all’anima, sia pure polarizzati in senso opposto. Ma non esiste l’uno senza l’altro, fermo restando che è comunque il daimon che spinge all’individuazione (il compimento, secondo Jung, del proprio compito nel mondo).A questo proposito, sarebbe molto stimolante e educativo per tutti noi poter rileggere la storia di Gesù come la storia archetipica del soggetto umano in grado di trascendere la sua finitudine grazie alla doppia interlocuzione con l’angelo-daimon.Potrebbe sembrare una cosa riservata solo a pochi “eletti”, ma l’esperienza dell’angelo-daimon è veramente molto più comune di quel che si crede, basti pensare che Eros nel mondo antico (vedi Platone nel Simposio) era considerato più un daimon (intermediario tra l’umano e il divino) che un dio come gli altri. E dell’amore prima o poi facciamo esperienza tutti, solo che viene poi confinato e riferito soltanto a quello specifico vissuto, oltretutto molto episodico, dell’innamoramento, anziché considerarlo un […]

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Carlo Tullio – Altan, Modelli concettuali antropologici per un discorso interdisciplinare tra psichiatria e scienze sociali

Introduzione Carlo Tullio Altan (1916-2005) è stato uno dei fondatori della antropologia culturale in Italia. Nella sua biografia intellettuale dice di sé: “Nel ripren­dere in mano i testi che scrissi e pubblicai a partire dal 1943, e nel leggervi le riflessioni che vi erano riportate, tratte an­che da quaderni di appunti andati perduti, constatai un fat­to che mi sorprese alquanto. Si tratta di scritti che da oltre quarant’anni non avevo più ripreso in esame, e di cui avevo quasi del tutto scordato il preciso contenuto. Riletti a tanta distanza di tempo, questi scritti mi rivelarono che molte del­le idee e degli argomenti che mi avrebbero impegnato, con l’apparenza della novità, alcuni decenni dopo, avevano già assunto una prima consapevolezza di se’ in quegli originari e spontanei tentativi di metterli a fuoco. E questo mi ha fat­to tornare alla mente un passo di Ortega y Gasset, che avevo letto allora e che mi era rimasto nella memoria, in cui il filosofo spagnolo sosteneva che le idee prendono possesso di un uomo fra i venticinque e i trentanni, e non lo lasciano più per il resto della sua vita. E penso proprio che, almeno per quanto mi riguarda, questo sia in buona parte accaduto.“ In Carlo Tullio – Altan, Un processo di pensiero, Lanfranchi Editore, Milano 1992, p. 15 I suoi studi e riflessioni hanno avuto per oggetto le religioni ed i simboli ( Lo spirito religioso del mondo primitivo, Il Saggiatore, […]

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Intervento di Giovanni: Emanuele Severino e Massimo Cacciari

Caro Paolo,se capisco bene, posso fare qui l’indicazione richiesta e penserai tu a metterla sull’antologia.Scrivo qualcosa su Severino. Al più presto scriverò anche qualcosa su Cacciari.Gli autori cui in questi anni sento di dovere molto sono più direttamente E.Severino, soprattutto per Essenza del nichilismo, Adelphi 1995 (prima ed. 1970) e Destino della necessità, Adelphi 1980, e M. Cacciari, per Dell’Inizio, Adelphi 1990 e Della Cosa Ultima, Adelphi 2003.Due autori che, proprio per il fatto che rappresentano, almeno all’apparenza, due vie opposte, è vantaggioso leggere insieme.L’uno, Severino, pone il pensiero dell’essere immutabile ed eterno del Tutto e, in esso, di tutto, di ogni cosa o momento e smaschera la follia del pensiero del non essere, del pensiero che quel che è stato o è o verrà non sia, che le cose vengano dal nulla e tornino al nulla: il pensiero del nulla è la follia in cui si dibatte l’Occidente sin dall’origine. La necessità è la verità eterna di ogni cosa ed è questa verità che va contemplata, poiché nulla viene e va, tutto è immutabile e non vi è divenire alcuno. Quel che viene e passa è, piuttosto, l’apparire di quello che a mano a mano appare, l’essere immutable, appunto, che, infinito, attraversa il cono finito dell’apparire… Il fascino di questo pensiero è veramente insuperabile. La durezza inflessibile del procedere razionale di Severino apre scenari di una lontananza abissale.. eppure quella lontananza è questo luogo in cui noi siamo…non vi […]

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AGGIORNAMENTI SIGNIFICATIVI

–Torna a Filosofia e tragedia Lunedì 2 marzo: alla fine del sesto capoverso ho aggiuntoA questo riguardo, Cacciari, ad esempio, parla di arrischio della relazione.– Martedì 3 marzo: all’interno del capoverso che segue ho aggiunto due link che rinviano a MASSIMO CACCIARI sull’angelo che conduce poi a WALLACE STEVENS, L’angelo necessario, utilizzato da Cacciari per dare il titolo alla sua opera omonima. Vorrei ‘chiarire’ quanto precede alla luce dell’esperienza, illuminando i più importanti paradossi dell’esperienza – il mistero della bellezza, l’amore come forza che divide, il rapporto originario tra libertà e nulla, tra silenzio e parola, tra visibile e invisibile… – con l’aiuto della teoria. –Mercoledì 4 marzo: in fondo al sesto paragrafo ho inserito il link a MASSIMO CACCIARI, Sul concetto di relazione: ritrovare la prossimità nella distanza. Il carattere di questo perdersi può essere ‘tradotto’ così: come l’eroe deve deporre le insegne regali per andare incontro al proprio destino, così noi dobbiamo affrontare la nuda vita per scegliere ogni volta di nuovo da che parte stare. A questo riguardo, Cacciari, ad esempio, parla di arrischio della relazione.–Martedì 10 marzo: all’interno dell’ottavo paragrafo ho inserito in link a SALVATORE NATOLI, Costituirsi come soggetti morali.Comunque, solo imparando tutti a consistere come soggetti morali – non potendo forse più farci partigiani di un’idea per la quale valga la pena di morire -, ritroveremo la forza indispensabile per dare fiato alla timida ala della speranza.–e all’interno dell’undicesimo paragrafo ho inserito il link […]

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Iconostasi

Torna a Angelo-Daimon — Un’idea dell’accesso all’invisibile è contenuta nel saggio di PAVEL FLORENSKIJ, Le porte regali. Saggio sull’icona, che risale al 1922. La prima edizione italiana è del 1977. L’editore è Adelphi. Florenskij ci introduce a una interpretazione delle icone che rimarrebbero del tutto incomprensibile se venissero avvicinate con gli strumenti consueti della critica d’arte. L’icona presuppone una metafisica dell’immagine e della luce. Accompagnati da Florenskij, possiamo varcare le porte regali dell’iconostasi. Esse sono l’adito centrale dell’iconostasi, “confine tra il mondo visibile e il mondo invisibile”. L’iconostasi consente l’accesso al mundus imaginalis. –

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WALLACE STEVENS, L’angelo necessario

– Torna a Massimo Cacciari, sull’angelo – L’ANGELO NECESSARIO Io sono l’Angelo della realtà,intravisto un istante sulla soglia.Non ho ala di cenere, né di oro stinto,né tepore d’aureola mi riscalda.Non mi seguono stelle in corteo,in me racchiudo l’essere e il conoscere.Sono uno come voi, e ciò che sono e soper me come per voi è la stessa cosa.Eppure, io sono l’Angelo necessario della terra,poiché chi vede me vede di nuovola terra, libera dai ceppi della mente, dura,caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il cantomonotono levarsi in liquide lentezze e affiorarein sillabe d’acqua; come un significatoche si cerchi per ripetizioni, approssimando.O forse io sono soltanto una figura a metà,intravista un istante, un’invenzione della mente,un’apparizione tanto lieve all’apparenzache basta ch’io volga le spalle,ed eccomi presto, troppo presto, scomparso? WALLACE STEVENS–

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Filosofia e tragedia – Letture

Torna a Filosofia e tragedia Letture: Sergio Givone, Oltre il cristianesimo secolarizzato, pp.109-121 di Filosofia ’86 (a cura di Gianni Vattimo), Laterza 1987 – sul rapporto tra cristianesimo e tragedia. Sergio Givone, Il pensiero tragico (1996) Sergio Givone, Tragedia e modernità (1999) Pier Aldo Rovatti, L’esistenza tragica (2000) Dario Del Corno, La tragedia greca (2000) Dario Del Corno, Mito e teatro nel rito tragico (1999) Carlo Galli, Legge e coscienza morale (1999) Carlo Galli, Il principio di responsabilità (2000) Fausto Petrella, Capaci di intendere e di volere (2000) Sergio Givone, Il libero arbitrio (2000) Sergio Givone, Le forme del male (1998) Sergio Givone, Che cos’è il male? (1998)   Hannah Arendt, La responsabilità personale sotto la dittatura (a questo indirizzo trovate alcune  pagine del saggio, pubblicato da MicroMega nel 1991, in formato pdf) “La responsabilità personale sotto la dittatura” di Hannah Arendt indica chiaramente il più grande “no” che occorre pronunciare. Le nazioni non ne sono capaci. Per questo, abbiamo avuto le tragedie dei totalitarismi di destra e di sinistra. E’ tragedia il consenso dato senza che nemmeno venisse richiesto. Un tempo credevo che solo i popoli sono morali, gli individui mai. Ora penso che c’è salvezza solo se i singoli dicono tanti “no”. – –

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SALVATORE NATOLI, Costituirsi come soggetti morali

– «… La condotta di un individuo può essere giudicata morale a seconda della conformità o meno alle regole o ai valori vigenti e proposti. Eppure non basta. L’individuo diviene davvero soggetto morale se si rende responsabile della sua condotta, sia essa conforme alle regole e alle abitudini o difforme da esse. Nessun individuo può divenire da solo soggetto morale, ma non vi è morale se non vi è assunzione di responsabilità. Allo stesso modo non vi è né vi potrebbe mai essere credenza se l’individuo non divenisse interprete – più o meno originale – dell’universo simbolico a cui appartiene ed entro cui opera. Ha ragione Foucault: “Se è vero che ogni azione morale implica un rapporto con il reale in cui si compie e un rapporto con il codice cui si riferisce, è vero altresì che essa implica un rapporto con se stessi, e questo rapporto non è semplicemente ‘coscienza di sé’, bensì costituzione di sé come soggetto morale”. Bisogna dunque costituirsi come “soggetti morali”. Questo è più che mai urgente nel mondo contemporaneo. La complessificazione della società ha disarticolato i vecchi riferimenti: in essa si vengono sempre di più differenziando le prestazioni e i codici di condotta. Viviamo in una crescente asimmetria sociale che non è da concepire solo in termini di dispersione, ma anche di arricchimento. La dinamica della complessità ha dilatato gli spazi di libertà, ha implementato le nostre possibilità di scegliere e soprattutto di sceglierci, […]

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L’idea di una antologia del tempo che resta

“La conversazione è un edificio al quale si lavora in comune. Gli interlocutori devono sistemare le loro frasi pensando all’effetto d’insieme, come fanno i muratori con le pietre” André Maurois (1885-1967) L’idea di una antologia del tempo che resta nasce da un dialogo fra due persone: Uno dice: “ah, quante cose mi piacerebbe leggere … ma il tempo è così poco …” Altro risponde: “Ci vorrebbe una antologia, come quella degli adolescenti. Se a quella età abbiamo imparato la letteratura e la filosofia, forse ora, da adulti, possiamo imparare ancora comunicandoci le pagine che ci sembrano importanti per il cammino …” Da qui l’idea della antologia e di questo blog a più teste, cuori e mani. Uno spazio senza coordinatori: una pagina bianca a disposizione di chi sente questo desiderio. Uno presenta uno scritto di un autore e poi gli dà la parola. Altro legge e, a sua volta, presenta uno scritto di un autore e poi gli dà la parola. Uno legge e … … … …

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Paolo Conte in “Bella di giorno” (dal Cd Psiche) e il PRINCIPIO DELLA INTERSOGGETTIVITA’ nel pensiero psicanalitico di SILVIA MONTEFOSCHI

  1. Il testo letto nel video è questo: “Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la feli­ce condizione dell’esistere con l’altro senza bisogni. Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l’altro ci sia, in quanto è grazie all’esserci dell’altro che io mi mani­festo come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l’esistere dell’altro mi rivela a me stessa. In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell’altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell’esistere dell’uomo come soggetto? … Devo procedere nell’analisi di queste caratteristiche: la relazione e la libertà. Il primo bisogno del soggetto per essere tale è l’esistenza di un altro da sé. Molte sono le forme sotto le quali questo altro si fa presenza agli occhi dell’uomo: può essere, di volta in volta, il mondo esterno, ovvero il mondo delle cose e dei valori sociali, o il mondo interno, ovvero il mondo dei pensieri e degli affetti; può essere il Tu umano, l’altro dell’incontro, o il Tu interiore, l’altro cui l’uomo si riferisce quando è con se stesso; può essere la corporeità dell’uomo o i suoi comporta­menti o i suoi modi di rapportarsi al […]

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PIETRO CITATI, PERCHÉ AMO LA TV DEL TENENTE COLOMBO, da LA REPUBBLICA, 9 gennaio 2008

  PERCHÉ AMO LA TV DEL TENENTE COLOMBO    di PIETRO CITATI  L´estate scorsa, la televisione italiana ci ha offerto un dono inconsueto. Nelle sere di sabato e di domenica, alle 19.35, cominciava la proiezione di un film della serie del Tenente Colombo, che accompagna da molti anni la nostra vita. Confesso di avere una passione infantile per le vicende del piccolo tenente spiegazzato: passione che Federico Fellini condivideva. Qualsiasi cosa accadesse, qualsiasi invito allettante mi venisse rivolto, non abbandonavo la poltrona o la seggiola davanti alla televisione, sebbene avessi visto dieci volte quel film e mi ricordassi quasi a memoria ogni particolare. Non so quale sia il motivo della mia passione indomabile. Solo Miss Marple – con i suoi cappellini fioriti, i suoi tè, le sue conversazioni, i lampi improvvisi di intelligenza criminale – mi affascina fino a questo punto. Tutti conoscono la trovata fondamentale dell´intera serie. Gli sceneggiatori del Tenente Colombo, tra i quali si nasconde una mente sottilissima, hanno capovolto la struttura del giallo tradizionale. Se in un testo di Conan Doyle o di Agata Christie o su Nero Wolfe la scoperta del colpevole avviene puntualmente alla fine del libro, qui, pochi minuti dopo l´inizio, il mistero è già rivelato: sappiamo chi è la vittima e chi il colpevole, e per quali ragioni e in quali circostanze la vittima è stata uccisa. Suppongo che, nei primi tempi, questo capovolgimento abbia turbato il mondo degli appassionati. Se il […]

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