“L’universo speculativo di Severino mi ha sempre evocato una biforcazione visionaria alle origini della cultura occidentale …, in Giuseppe Pontiggia, L’isola volante, Mondadori, 1996, pag. 231

L’universo speculativo di Severino mi ha sempre evocato una biforcazione visionaria alle origini della cultura occidentale: da un lato la direzione della nostra storia, dominata dalla follia del nichilismo, che identifica l’essere con il divenire, e asservita al trionfo della tecnica, che si esprime come volontà di potenza sul mondo; dall’altro una direzione ipotetica, percorribile solo attraverso il ripudio della tradizione e il ritorno a Parmenide che affermava l’immutabilità eterna dell’essere e l’apparenza del divenire.

In Giuseppe Pontiggia, L’isola volante, Mondadori, 1996, pag. 231

Emanuele Severino su alcuni concetti per i quali ha elaborato l’immagine della LEGNA E LA CENERE, 1972, 1983, 1989, 1995, 1999, 2001. Scheda di studio a cura di Paolo Ferrario, 29 luglio 2014

Qui la scheda in formato pdf

PREMESSE (per punti chiave e per tentativo di comprensione):

  • Essenza del nichilismo (1972)
    • La storia della filosofia occidentale è la vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’essere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei greci [Parmenide].
    • Parmenide 1. L’essere è uno; 2. L’essere è eterno; 3. L’essere è continuo; 4. L’essere è indivisibile e non composto di parti; 5. L’essere è immobile; 6. L’essere non è soggetto a nascita o corruzione.
    • E in questa vicenda la storia della metafisica è il luogo ove l’alterazione e la dimenticanza si fanno più difficili a scoprirsi: proprio perché la metafisica si propone esplicitamente di svelare l’autentico senso dell’essere, e quindi richiama ed esaurisce l’attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si impone.

 

  •  La strada (1983)
    • la follia estrema è la persuasione che le cose – cioè gli enti, i non-niente- siano niente
    • “Ente” (“essente”) significa “ciò che è”
    • il destino sta
    • Eterno non significa “immortale”
    • Nessuna cosa è “creatura” e nessuna è un “creatore”
    • Noi siamo la Gioia. Noi, i mortali.  I mortali sono la Gioia del Tutto, ma credono di essere mortali
    • per conoscere la sorte del sole dopo il tramonto occorrono delle teorie. di queste teorie è dominante quella che afferma che, incenerendosi, la legna è diventata niente

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  • La filosofia futura (1989)
    • Tutto è eterno significa che ogni momento della realtà è.  ossia non esce e non ritorna nel nulla; significa che anche alle cose e alle vicende più umili e impalpabili compete il trionfo che si è soliti riservare a Dio.
    • Eterno ogni nostro sentimento e pensiero, ogni forma e sfumatura del mondo, ogni gesto degli uomini.
    • E anche tutto ciò che appare in ogni giorno e in ogni istante: il primo fuoco acceso dall’uomo, il pianto di Gesù appena nato, l’oscillare della lampada davanti agli occhi di Galileo, Hiroshima viva ed il suo cadavere.
    • Eterni ogni speranza ed ogni istante del mondo, con tutti i contenuti che stanno nell’istante, eterna la coscienza che vede le cose e la loro eternità e vede la follia della persuasione che le cose escano dal niente e vi ritornino – la follia che domina il mondo.
    • Eterna anche questa follia; e il suo esser già da sempre oltrepassata nella verità e nella gioia”
    • Eterno è ogni essente, eterno è l’apaprire di ogni essente, eterno è ogni legame, ogni relazione, ogni istante, ogni sopraggiungere, ogni dileguare
    • è impossibile che uno creda, ad un tempo, che la stessa cosa sia e non sia

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  •  Tautotes (1995)
    • l’incominciare ad essere della venere è qualcosa di diverso dal diventare cenere da parte della legna
    • per la scienza la combustione della legna è trasformazione di una certa quantità di energia. nel modo di pensare della scienza non si può dire che la legna è diventata cenere. Ma si deve dire che la legna è diventata un insieme di nuove forme di energia
    • la legna non diventa cenere: non c’è l’identità dei diversi. A non può essere Non A, cioè B
    • è sempre il qualcosa, e non il nulla, a diventare altro
    • per pensare che la legna è diventata cenere è necessario pensare la relazione tra legna e cenere. Ogni essente è legato ad ogni altro essente da un nesso necessario
    • inteso come divenir altro , il divenire è impossibile. E’ nulla
    • l’esser sè dell’essente (identità dell’essente) è l’esser sè di ogni essente
    • E’ impossibile che l’essente sia nulla e quindi esca e ritorni nel nulla: ogni essente è eterno
    • necessario ed eterno è il nesso tra ogni essente e il suo non essere tutto ciò che è altro da esso
    • il non isolamento del qualcosa (A, “soggetto”) dal qualcosa (A,B; “predicato”) che esso è implica il loro nesso necessario e l’eternità del loro nesso
    • Necessario ed eterno è il nesso tra ogni essente e il suo non essere tutto ciò che altro è da esso
    • la totalità dell’apparire è l’apparire del divenire, in quanto comparire dell’eterno
    • quando un essente incomincia ad apparire, incomincia ad apparire quell’eterno che è questo stesso incominciante

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  • La legna e la cenere (1999)
    • il nichilismo, nella sua essenza è credere che gli essenti escano dal niente e vi ritornino. Questa persuasione è la persuasione che gli essenti sono niente
    • il “destino” è lo stare che, a differenza dell’epistéme, riesce a non essere tolto dalla negazione di esso
    • l’eternità dell’essente, che appare nello sguardo del destino, non è una fede: essa è proprio la non fede, lo stare dell’innegabilità del destino
    • legna e cenere, lampada: il prima continua ad apparire anche quando appare il poi: appunto perchè, altrimenti, il poi non potrebbe apparire come poi – visto che appare come poi in relazione al prima
    • la “Gioia” è l’inconscio della struttura originaria del destino. Cioè “noi” (ossia l’essenza del nostro esser-uomo) siamo la Gioia (siamo la struttura totale del destino)
    • è impossibile che l’essente sia niente (o che l’essente sia altro da sè)
    • il progressivo apparire è il permanere della identità: il suo permanere nell’apparire

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  • Il mio ricordo degli eterni (2011)
    • Si cerca un riparo, quando si crede di essere un luogo in cui le cose si intrattengono un poco e subito diventano altro, si trasformano e la trasformazione è l’andarsene via delle vecchie cose che, appunto, se ne vanno via e non tornano più, per lasciare il posto alle nuove, che a loro volta subiranno la stessa sorte.
    • È inevitabile che, da che nasce, l’uomo avverta come prioritario l’andare alla ricerca di un Rimedio, di un Riparo che gli consenta di sopportare o addirittura di vincere l’angoscia, la sofferenza, la morte.
    • Lo scopo essenziale, fondamentale di ogni forma di civiltà e di cultura è il continuo potenziamento del Riparo.
    • Siamo destinati a una Gioia infinitamente più intensa di quella che le religioni e le sapienze di questo mondo promettono. E’ necessario che quella luce risplenda e illumini qualcosa di infinitamente più alto di Dio. Non è chiesta: è il nostro destino. E non riposeremo «in pace». In pace riposano i cadaveri. Lasciandosi alle spalle il dolore e la morte, quella luce mostrerà all’infinito una Gioia sempre più infinita.
    • Non c’è nessuno che non sia più. Tutto è eterno. È vero che ricordare è sognare; ma anche i sogni e ciò che essi mostrano sono eterni. Anche l’errare, la contraddizione, la stessa follia del nichilismo sono eterni. Eterno è tutto il contenuto dei nostri ricordi, anche se grigio, dis-
    • L’essenza del nichilismo è pensare che le cose vengono dal nulla e vi ritornano. Questo pensiero implica che si creda che gli esseri (ossia ciò che non è nulla) siano nulla. E questa è l’impossibilità estrema. Appunto per questo i nostri morti ci attendono, come le stelle del cielo attendono che passino la notte e la nostra incapacità di vederle se non al buio.
    • Ciò che se ne va scompare per un poco. I morti che se ne vanno scompaiono per un tempo maggiore. Ma poi, tutto ciò che è scomparso riappare. Ogni cosa può dire: «Ancora un poco e non mi vedrete; e un poco ancora e tornerete a vedermi, perché vado al Padre»; «E nessuno toglierà via da voi la vostra gioia».
    • L’«uomo», in quanto «uomo», è un aver fede. O anche volontà, e la volontà è fede; non è una causa che, facendo diventar altro le cose, riesca a ottenere che qualcosa divenga e quindi sia altro da sé.
    • Noi non siamo soltanto un esser «uomo»: già da sempre siamo oltre l’uomo – in un senso abissalmente diverso dal «superuomo» di Nietzsche, che incarna la forma suprema della volontà, cioè della fede, cioè della Follia.
    • Ognuno di Noi è l’eterno apparire del destino. Ciò in cui credo è dunque il mio esser «uomo» a crederlo e a ricordare i vari modi in cui sono stato credente e lo sono tuttora.
    • La grande veglia è ciò che chiamo «destino della necessità» o «destino della verità», o, semplicemente, «destino». La parola destino indica lo stare: lo stare assolutamente incondizionato.
    • Il destino è l’apparire di ciò che non può essere in alcun modo negato, rimosso, abbattuto, ossia è l’apparire della verità incontrovertibile; e questo stesso apparire appartiene alla dimensione dell’incontrovertibile. Al di là di ciò che crede di essere, l’uomo è l’apparire del destino.
    • Al centro di ciò che non può essere in alcun modo negato sta l’impossibilità che un qualsiasi essente sia stato un nulla e torni ad esserlo. Questa impossibilità è la necessità che ogni essente sia eterno.
    • Nella sua essenza, ogni uomo è l’eterno apparire del destino; e nel cerchio del destino, in cui l’essenza dell’uomo consiste, va via via apparendo la manifestazione del mondo, cioè il grande sogno che include anche questo esser uomo che sono io e che sta scrivendo intorno ai propri ricordi.
    • Come ogni altra, anche questa autobiografia appartiene a quel sogno. L’io del sogno è il narrante. L’Io del destino guarda il narrante e la narrazione. Poi ci sarà il risveglio

 

Emanuele Severino sul libro: Biagio de Giovanni: Disputa sul divenire. Gentile e Severino, Editoriale Scientifica, 2013

Biagio de Giovanni: Disputa sul divenire. Gentile e Severino, Editoriale Scientifica, 2013

È Gentile il profeta della civiltà tecnica
Ne rende possibile il dominio planetario. Eppure la legge del divenire è eterna 
Emanuele Severino, Corriere, Lunedì 6 Gennaio, 2014
Giovanni Gentile fu assassinato perché era la voce più autorevole e convincente del fascismo. Eppure la sua filosofia è la negazione più radicale di ciò che il fascismo ha inteso essere. Non solo. Essa è tra le forme più potenti — non è esagerato dire la più potente — del pensiero del nostro tempo. Di tale potenza lo stesso Lenin si era accorto — forse gli assassini di Gentile non lo sapevano neppure. Tanto meno lo sa la cultura filosofica oggi dominante, che mai riconoscerebbe a un italiano un così alto rilievo. Non solo. Contrariamente agli stereotipi che vedono in Gentile un avversario della scienza, l’attualismo gentiliano è l’autentica filosofia della civiltà della tecnica: rende possibile il dominio planetario della tecno-scienza, ancora frenato dai valori della tradizione. Altrove ho mostrato il fondamento di queste affermazioni. Il recente libro di Biagio de Giovanni Disputa sul divenire. Gentile e Severino (Editoriale Scientifica, 2013) è un grande e suggestivo contributo al loro approfondimento — come d’altronde c’era da attendersi dalla statura culturale e sociale dell’autore.
Va facendosi largo nel mondo la convinzione che l’uomo non possa mai raggiungere una verità assolutamente innegabile; che, prima o poi, ogni verità siffatta resti travolta da altri modi di pensare, da altri costumi, cioè si trasformi, muoia: divenga . Travolta, anche la certezza che esistano le cose che ci stanno attorno; essa è innegabile solo fino a che esse non vanno distrutte: era innegabile solo provvisoriamente. Esser convinti dell’inesistenza di ogni verità assoluta è quindi, insieme, esser convinti dell’inesistenza di ogni Essere immutabile ed eterno. «Dio è morto», si dice.
La negazione di ogni verità assoluta e innegabile non investe dunque l’esistenza del divenire del mondo. Anzi, proprio perché si fa largo la convinzione che il divenire di ogni cosa e di ogni stato sia assolutamente innegabile (ed eterno), proprio per questo è inevitabile che ci si convinca dell’impossibilità di ogni altro innegabile e di ogni altro eterno. Gentile lo mostra nel modo più rigoroso (mentre il fascismo, come ogni assolutismo politico, intendeva essere la configurazione inamovibile dello Stato).
Ma è appunto per quell’estremo rigore che de Giovanni rileva, a ragione, l’incolmabile contrasto tra il pensiero di Gentile e il tema centrale dei miei scritti, l’affermazione cioè che la verità assolutamente innegabile esiste e che tutto ciò che esiste (nel presente, nel passato, nel futuro) è eterno , ossia non esiste alcunché che esca dal proprio esser stato nulla e che sia travolto nel nulla. Certo, la più sconcertante delle affermazioni. Che però de Giovanni considera fondata con altrettanto rigore. Infatti, mi sembra, egli è interessato al contrasto Gentile-Severino perché vede in ogni forma di contrasto una conferma della propria prospettiva di fondo, per la quale l’esistenza umana è, da ultimo, un contrasto insanabile tra il desiderio dell’uomo, finito, di esser salvato dall’Infinito e la problematicità del rapporto finito-Infinito. Quindi, a suo avviso, per quanto rigorose possano essere la posizione filosofica di Gentile e la mia, ci dev’essere in entrambe un vizio o più vizi di fondo che non possono venir estirpati. Attraverso una finissima procedura interpretativa de Giovanni lo fa capire rivolgendo domande, obiezioni sotto forma di domande. Soprattutto a me. Provo a rispondere ad una soltanto. In modo adeguato risponderò in altra sede.
Ma prima rivolgo anch’io una domanda a de Giovanni. La sua prospettiva — qui sopra richiamata in modo molto sommario — intende essere una verità assolutamente innegabile o una proposta dove non si esclude che la verità innegabile esista da qualche parte? Propendo per la prima alternativa. Mi sembra infatti che anche per de Giovanni l’unica verità indiscutibile sia la «storicità» del reale, cioè il divenire che travolge ogni altra presunta verità. La sua distanza da Gentile tende così a vanificarsi nonostante le obiezioni, che a questo punto hanno un carattere subordinato.
E infatti de Giovanni mi chiede se non ci sia «qualcosa di ineluttabile» «nella condizione mortale dell’uomo», se la morte non sia «la prova inconfutabile», l’«irrefutabile cogenza» che «l’ente uomo nasce dal nulla e va nel nulla» — e anzi, lasciando da parte il domandare, afferma che il mio discorso «si scontra con il fatto che l’uomo muore» (pp. 83-84, corsivo mio). Il contesto in cui de Giovanni avanza queste domande-affermazioni è incommensurabilmente lontano dall’ingenuità con cui a volte queste domande mi vengono rivolte. Ma in questa sede può essere opportuno richiamare — ancora una volta — che i miei scritti, ovviamente, non hanno mai negato che l’uomo muoia e come muoia e resti il suo cadavere, ma hanno sempre negato che la nascita dell’uomo e delle cose sia un venire dal nulla e che la morte sia un andare nel nulla; e lo negano perché mostrano che questo andirivieni non è un «fatto». Provo a chiarire.
Che il dolore, l’agonia, la morte dell’uomo (e il perire dei viventi e delle cose) sia un «fatto» significa che se ne fa esperienza . Certo: si fa esperienza dell’orrore della morte — che è sempre la morte altrui. Ma chi crede che la morte sia un andare nel nulla non crede (è impossibile che creda) che l’uomo vada nel nulla ma , insieme, continui ad essere un «fatto» che appartiene al contenuto dell’esperienza: gli appartenga nello stesso modo in cui gli apparteneva prima di annientarsi. Nell’esperienza rimane il ricordo di coloro che sono andati nel nulla, e il ricordo è un «fatto»; ma non rimane il fatto in cui consisteva il loro esser vivi, non si fa più esperienza del loro esser stati vivi. Chi, dunque, crede che la morte sia annientamento crede che — pur avendo avuto esperienza dell’agonia e del cadavere — ciò che è diventato niente sia diventato anche qualcosa che non appartiene più all’esperienza, che non è un fatto. 
Ma allora è impossibile che l’esperienza mostri che sorte abbia avuto ciò che è uscito dall’esperienza, e quindi mostri che esso è diventato niente . Di questa sorte l’esperienza non può che tacere. Cioè l’annientamento non può essere un «fatto». (E se il cadavere viene bruciato e, come si dice, «diventa cenere»; allora anch’esso, come tutta la vita passata di chi è morto , esce dall’esperienza — anche se ne rimane il ricordo. Daccapo: che esso, diventando cenere, sia diventato niente non può essere l’esperienza ad attestarlo).
Ci si convince dunque che la morte è annientamento non sulla base dell’esperienza, ma sulla base di teorie più o meno consistenti. All’inizio i vivi si fermano atterriti di fronte alle configurazioni orrende della morte dei loro simili e restano colpiti dalla loro assenza; i morti non ritornano, vivi, come invece il sole torna a risplendere al mattino. Anche su questa base, quando si fa avanti la riflessione filosofica sul nulla, si pensa che ciò che non ritorna sia diventato niente e si crede di sperimentarne l’annientamento. Gentile sta al culmine di tale fede e, con la propria «teoria generale dello spirito», dimostra nel modo più radicale l’impossibilità di ogni realtà esterna all’esperienza, sì che l’uscire dall’esperienza è per ciò stesso l’andare nel niente. Ma, appunto, si tratta di una dimostrazione, di una «teoria», non della constatazione di un fatto.
Dunque , la sconcertante affermazione, al centro dei miei scritti, che tutto ciò che esiste è eterno, non è un «paradosso» che «si scontra» con l’esperienza, cioè «con il fatto che l’uomo muore». All’opposto, a scontrasi con l’esperienza sono coloro che — affermando la sua capacità di attestare l’annientamento degli uomini e delle cose — vedono in essa ciò che in essa non c’è e non può esserci. Sono molti, moltissimi? Non importa. Anche quando qualcuno ebbe a mostrare che è la Terra a girare attorno al sole e non viceversa, tutti gli altri lo negavano, sconcertati.
A questo punto de Giovanni deve mostrare perché (una volta escluso lo «scontro con il fatto») non accetta la fondazione che di quella sconcertante affermazione ho indicato nei miei scritti. Attendo. Ma anche tutte le altre sue domande attendono la mia risposta.

Emanuele Severino, APPARENZA, REALTA’ E L’ISOLAMENTO DELLA TERRA, rassegna “Abitatori del Tempo”, Monza, 8 febbraio 2013. Audio e Video della lezione

E’ affidata ad Emanuele Severino – filosofo tra i più noti in Italia ed intellettuale pubblico – l’apertura della nona edizione della rassegna “Abitatori del Tempo“, il ciclo itinerante di incontri con i più grandi filosofi e pensatori contemporanei, tutti dedicati alla riflessione sull’oggi, per offrire “una maggiore consapevolezza del tempo che abitiamo”

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Intitolata quest’anno al tema “Apparenza e Realtà” la rassegna

si aprirà venerdì 8 febbraio 2013 al teatro Manzoni di Monza – ore 21, ingresso gratuito –

con l’ intervento del prof. Emanuele Severino dal titolo “L’isolamento della terra” 

da   Monza e Brianza


  • Audio della presentazione:

  • Audio della Lezione magistrale di Emanuele Severino:

  • Audio della risposta su Parmenide


Lezione magistrale, prima ora:

gli ultimi 20 minuti della lezione:


Associo ai contenuti della lezione questa pagina tratta da Emanuele Severino, LA MORTE E LA TERRA, Adelphi, 2011, pag. 188- 189

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Un ricordo della serata in fotografia:

il professor Fabio Botto, l’amico dottore in scienze pedagogiche Maurizio Fratea e il professor Emanuele Severino

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caro maurizio
anche per me ieri sera è stato un grande piacere incontrarti
questa fotografia è BELLISSIMA !!!mi spiace di essere andato via alle 11 e 10, ma avevo un treno alle 11 e 25. comunque è stato un ritorno pieno di pensieri legati alla lezione (realtà , apparenza, terra, verità, uomo, pensiero arcaico, miti, presente,  passato, scienza ….)
ho perso l’occasione di essere immortalato in una fotografia con emanuele severino!
tuttavia questa vostra fotografia “fa memoria” ancora di più. ci sei tu, con il tuo coraggio e la tua forza di “essente”, c’è il tuo amico che fa con tanta passione il suo lavoro culturale  e c’è questo straordinario interprete filosofico della nostra appartenenza alla “terra isolata dal destino”.
oggi metto sul mio blog filosofico video e audio della lezione di ieri sera e ti darò qualche suggerimento su come accostare la architettura del pensiero severiniano
mi autorizzi a pubblicare anche questa “eterna” fotografia?
un caro saluto
e a rileggerci

Paolo


PROGRAMMA degli incontri

EMANUELE SEVERINO – L’ISOLAMENTO DELLA TERRA

Venerdì 8 febbraio 2013
Monza – Teatro Manzoni
Via Manzoni, 23

Filosofo tra i più noti in Italia, intellettuale pubblico, a partire dai saggi giovanili è venuto articolando un organico sistema filosofico che muovendo dalla riflessione su temi come l’essere, il divenire e il nulla, fornisce un’analisi di fenomeni quali la natura della tecnica, il nichilismo, la fede religiosa.

MICHELE LENOCI – REALTÀ, APPARIRE, APPARENZA, PARVENZA: IL MONDO È FORSE UN SOGNO COERENTE?

Giovedì 14 febbraio 2013
Cesano Maderno – Teatro Excelsior
Via San Carlo, 20

Professore ordinario di Storia della filosofia presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna Ontologia e metafisica e Storia della filosofia contemporanea. Sue pubblicazioni più recenti: “Le filosofie cristiane”, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani 2012, “Il materiale e il formale nell’etica: Scheler vs. Kant”, Guida 2011, “Si può amare la verità?”, Mimesis 2011.

MASSIMO CACCIARI – LA REALTÀ E I NOMI DEI MORTALI

Lunedì 25 febbraio 2013
Monza – Teatro Manzoni
Via Manzoni, 23

Filosofo, uomo politico, intellettuale pubblico, ha sviluppato, a partire da figure di riferimento quali Nietzsche e Heidegger, un percorso filosofico che ha tra i suoi motivi principali i temi del pensiero negativo e del tragico.

GIULIO GIORELLO – FILOSOFI E FANTASMI

Lunedì 4 marzo 2013
Lissone – Palazzo Terragni
Piazza Libertà

Filosofo, matematico, intellettuale pubblico, la sua riflessione ha al suo centro l&rsquointreccio tra impresa scientifica e pensiero libertario.

FRANCESCO BOTTURI – FILOSOFIA DELL’AMORE APPARENTE

Venerdì 8 marzo 2013
Giussano – Sala Consiliare
Piazzale Aldo Moro, 1

Professore ordinario di Filosofia morale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna Etica e Filosofia morale. Sue pubblicazioni più recenti: “Experience: Reason and Faith”, Peter Lang 2012, “Affettività e generatività”, il Mulino 2011, “La generazione del bene. Gratuità ed esperienza morale”, Vita e Pensiero 2009.

CLOTILDE CALABI – CHE COSA È UN’ILLUSIONE PERCETTIVA?

Venerdì 15 marzo 2013
Vimercate – Centro Omnicomprensivo
Via Adda, 6

Professore associato di Filosofia e teoria dei linguaggi presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell&rsquoUniversità degli Studi di Milano, dove insegna Teorie del linguaggio e della mente. Suoi campi di ricerca: filosofia della percezione, teorie dell’intenzionalità, filosofia dell’azione. E’ autrice di numerosi articoli su riviste internazionali; tra le sue pubblicazioni: con A. Voltolini, “I problemi dell’intenzionalità”, Einaudi 2009 e “Filosofia della percezione”, Laterza 2009.

ELIO FRANZINI – ARTE TRA APPARENZA E REALTÀ?

Venerdì 5 aprile 2013
Arcore – Teatro Nuovo
Via S. Gregorio, 25

Studioso di estetica, ha condotto le sue ricerche ispirandosi alla tradizione della fenomenologia e concentrando la sua attenzione soprattutto sul ruolo dell’immaginazione e del sentimento nell’esperienza dell’arte.

ANDREA MORO – L’EFFETTO “BABELE”. CERVELLI E GRAMMATICHE

Venerdì 12 aprile 2013
Villasanta – Teatro Astrolabio
Via Mameli, 8

Professore ordinario di Linguistica generale presso la Scuola Superiore Universitaria ad Ordinamento Speciale IUSS di Pavia dove dirige il NeTS, centro di ricerca per la Neurosintassi e la linguistica teorica e il dottorato in Neuroscienze cognitive e filosofia della mente. Oltre a molti importanti studi internazionali, è autore di: “Parlo dunque sono”, Adelphi 2012, “Breve storia del verbo essere”, Adelphi 2010, “I confini di Babele”, Longanesi 2006.

ROBERTO MORDACCI – LA LIBERTÀ NON APPARE

Lunedì 15 aprile 2013
Desio – Auditorium Liceo Scientifico E. Majorana
Via Agnesi, 20

Filosofo morale, si è occupato di questioni di bioetica e dei fondamenti della filosofia pratica, in particolare attraverso i due temi delle ragioni morali e dell&rsquoidentità personale.


Conduce gli incontri
FABIO BOTTO
Insegna scienze umane al Liceo “Legnani” di Saronno. È dottorando in Scienze dell’Educazione presso l’Università di Milano-Bicocca. Si occupa del rapporto tra nichilismo e rimozione del pensiero simbolico. Tra le sue pubblicazioni: Da Yahwèh ai Fantastici Quattro, Atì, 2008; Madre della filosofia, vol. I, Nichilismo e immaginazione, Mimesis, 2005.

 

Emanuele Severino, Perché il divenire è un eterno errore – Corriere.it 18 dicembre 2012

 Chiedo a de Giovanni di indicarmi, per uscire dalla supposta monocromia, da un lato un solo punto, nella storia dell’uomo, dove non si creda nell’esistenza della trasformazione delle cose – almeno di quelle mondane, e dall’altro lato un solo errore che non presupponga questa fede. Poi, se vorrà, potremo discutere il punto decisivo, ossia i motivi per i quali affermo che tale fede, nonostante la sua apparente plausibilità ed «evidenza» è l’Errore più profondo a cui l’uomo è stato destinato (ma dal quale l’Inconscio più profondo dell’uomo è già da sempre libero).

tutto l’articolo qui   Perché il divenire è un eterno errore – Corriere.it.

Emanuele Severino parla di EDUCARE AL PENSIERO, a cura di Sara Bignotti, Editrice La Scuola, 2012, intervista di Maria Giovanna Farina

Maria Giovanna Farina scrive su http://www.laccentodisocrate.it/

Qui la scheda del libro edito dalla editrice La Scuola e curato da Sara Bignotti: http://www.lascuola.it/index.php?i_tree_id=26&plugin=news&i_category_id=5&i_news_id=363

 

Emanuele Severino, LA PAROLA “COSA” (poi intitolato: le”Cose” e la tecnica), Festival Filosofia 2012, Modena 15 settembre – lezioni magistrali

lezioni magistrali

Le “cose” e la tecnica

Piazza Grande

da  Festival Filosofia – lezioni magistrali

 

Registrazioni Audio della lezione e delle domande/risposte:

 

La Lezione è riportata anche in questo video Youtube:

 

«La parola cosa ha un carattere architettonico ed archetipico: ci sono dei significati che dominano tutti gli altri. Noi agiamo in relazione ad un certo modo in cui il mondo ci sta dinanzi come significante – e, in particolare, nel modo in cui ci sta dinanzi quella cosa lì che è l’ombrellone con il quale ci difendiamo dal sole. Certi movimenti che potremmo fare per difenderci dal sole sono determinati dal significato “ombrellone”
Il significato guida, cioè, un insieme di azioni. L’antica saggezza diceva “nulla è voluto che non sia precedentemente conosciuto”. Mi rapporto a questo tavolo solo in quanto sta dinanzi come tavolo ed in relazione ad esso faccio delle operazioni che non farei rispetto alla bottiglietta d’acqua, che sta qui, alla mia sinistra.

I significati guidano gruppi di azioni.
Una prima conseguenza non banale è che il significato “cosa”, che noi diciamo di tutti gli eventi che ci stanno attorno ai quali possiamo riferirci, è in grado di guidare uno sterminato gruppo di azioni – appunto perché qualsiasi evento a cui un popolo si riferisce è una “cosa”, e dunque a seconda del modo in cui si concepisce l’esser cosa agiamo conseguentemente.
Le parole che indicano ciò noi indichiamo con la parola “cosa” nei linguaggi mondiali sono svariatissime. […] Molte le parole che indicano la cosa; diverse, con diversità anche rilevanti, ma con un fondo comune: mi riferisco innanzitutto alle parole indoeuropee. L’indoeuropeo è la lingua che accomuna il sanscrito, l’indiano moderno, il greco antico, il tedesco, l’inglese, lo slavo… Però, se fermiamo l’attenzione sulle parole greche, abbiamo il vantaggio di esplorare qualcosa di quel territorio, che poi è diventato in qualche modo la matrice dell’intera non dico semplicemente cultura, ma dell’intera civiltà occidentale.

Il greco, per indicare la cosa, dice “pragma”, dice “crema”, dice anche “on”. Pragma è la cosa concepita come il fatto, ciò che è fatto. Ma insieme indica la ricchezza, la sostanza. Anche la parola Crema, in greco, indica la sostanza. È curioso che anche il latino, che per dire cosa dice “res”, si rifaccia a quel “raia” del sanscrito che significa, appunto, ricchezza. E c’è un uso della parola “on” che indica, daccapo, la ricchezza – anche se l’uso prevalente nel greco antico della parola “on” è diverso: Omero parla degli oi ontes, ed oi ontes vuol dire “i viventi”. Oi uk ontes vuol dire “i non viventi”. E però già qui dobbiamo non accostarci alle antiche parole sulla base del senso che ha per noi la realtà: per le popolazioni arcaiche, e anche per questo greco antichissimo, i viventi non soltanto quelli che noi chiamiamo “i viventi”: i viventi sono anche i minerali. I minerali, nel seno della terra, crescono e maturano così come crescono i vegetali sulla superficie della terra. Quando i greci dicono oi ontes, indicano anche l’intero mondo minerale. E viventi sono persino i morti: l’abbondanza di depositi di ossa umane dell’uomo arcaico attesta questa convinzione – che, come i vegetali sono nutriti dalla terra e fioriscono, così ciò che rimane del cadavere, le ossa, è una sorta di pianta che attende di rigermogliare con la carne che si riforma attorno alle ossa del cosiddetto “morto”.
Lo scopo di questi cenni linguistici […] è rilevare che le parole che indicano le cose alludono alle sostanza, alla roba; il fatto che la parola cosa, indicando le sostanze, gli averi, indicano la situazione dove le comunità arcaiche si riunivano per discutere la distribuzione degli averi (assemblee degli antichi popoli germanici, i tribunali latini). Si discute su come le sostanze debbano essere distribuite tra i partecipanti. Ma discussione significa conflittualità, tensione. Ebbene: questa conflittualità, indicata dall’uso tranquillo della parola “cosa”, che si istituisce rispetto al senso di fondo per cui la “cosa” è “le sostanze”, questo significato allude a qualcosa di ben più originario e fondamentale. […]
Il senso pacifico, tranquillo della cosa, come tensione per la distribuzione delle sostanze, si riferisce ad un conflitto ben più originario e radicale (ad un polemos, la guerra originaria e radicale).

Abbiamo a disposizione una moltitudine di miti che raccontano questo: che il mondo nasce in seguito a uno smembramento del Dio. C’è mondo perché c’è un dio smembrato. Questo è prezioso per cercare di saggiare il senso originario dell’esser cosa. C’è un dio smembrato. ([Atea, miti del Pacifico], Osiride, Dioniso, Krono, il Cristo). […] Possiamo riflettere su ciò che significa la parola “Volontà”. Tutto quanto detto fino ad ora allude ad una volontà di impossessarsi dei beni: solo perché c’è questa volontà c’è tensione e conflittualità. Noi, come individui, iniziamo a vivere quando iniziamo a spingere indietro, a far recedere il muro che inizialmente ci si presenta da quando riusciamo a percepire qualcosa: dobbiamo riuscire a succhiare il latte materno; dobbiamo riuscire a sfondare la barriera che separa il neonato dal seno materno. Se andiamo alla dimensione filogenetica (quello che capita ai popoli): la volontà riesce a vivere solo se trasforma il mondo. Se il mondo è una parete che schiaccia la volontà fino a non lasciarle spazio, l’uomo non può né volere qualcosa, né respirare, né vivere: è necessario un agio, uno spazio, perché la volontà riesca ad ottenere.

La volontà vive solo in quanto ottiene; ma ottiene solo in quanto non ottiene immediatamente ciò che vuole. Nemmeno noi, quando incominciamo a volere, otteniamo tutto ciò che vogliamo: vogliamo “un po’ alla volta”. Il senso originario della cosa è la resistenza che ciò che ho chiamato barriera oppone alla volontà. La cosa è il resistente. Anche il tedesco dice Wiederstand (che riesce a stare). C’è cosa solo in quanto c’è resistenza. Ma è una resistenza che la volontà deve infrangere o spezzare, è una resistenza che va progressivamente cedendo, una resistenza progressivamente vinta. La resistenza originaria, nella misura in cui si presenta come inflessibile, risponde a quella designazione di quel personaggio, Rudolf Otto, per il quale il sacro è innanzitutto il “Tremendum”: e, in effetti, la barriera contro cui la volontà sbatte la testa è il “tremendum” – che però è visto innanzitutto come l’assoluta potenza, e la parola “sacro”, come la parola “dio”, allude innanzitutto all’assoluta potenza con la quale la volontà dell’uomo deve fare i conti. Ma, proprio perché l’uomo riesce a vivere e la volontà riesce a respirare; proprio perché l’uomo riesce a vivere solo in quanto infrange la barriera; è proprio per questo, in ciò che innanzitutto si presenta come inflessibile, c’è il segreto della vita: il materiale della vita è ottenuto dalla frantumazione della barriera. Il materiale della vita, in relazione alla barriera frantumantesi, è dunque “Fascinans”. È da questo immutabile e inflessibile che si ottengono le parti del mondo che riescono a fare vivere l’uomo. Insistendo ancora sul concetto di volontà: dovrebbe diventare chiaro che noi riusciamo a volere solo se stiamo dinanzi a parti frantumate e spezzate del mondo: perché posso afferrare la bottiglietta d’acqua, perché posso decidere questo? Solo se la ritengo staccata, non necessariamente legata al resto. Decido di agire solo se ciò verso cui rivolgo il mio agire lo considero come isolato, staccato, membro di uno smembramento, rispetto al solido globale – che inizialmente mi si presentava quando ancora non pensavo di servirmi del mondo.
Questo ci ha portato a dire che dunque la cosa è la resistenza che progressivamente cede, e la resistenza è il sacro che, cedendo, lascia essere il mondo e che quindi è “fascinans”. Terribile e affascinante».

 

(trascrizione della prima mezz’ora a cura di Simone Picenni, che ringrazio)

EMANUELE SEVERINO, sul “Volere qualcosa” e il diventare Altro (a vuole b) – a cura di Diotima

Emanuele Severino parla della sua filosofia, dialogo con Armando Torno, Mendrisio (Svizzera), 25 gennaio 2012, incontro organizzato dalla Associazione Mendrisio MARIO LUZI poesia del mondo, AUDIO di 98 minuti


fonte: Associazione Mendrisio Mario Luzi Poesia del Mondo

Mercoledì 25 gennaio 2012, ospite dell’Associazione Mendrisio Mario Luzi Poesia del Mondo, Emanuele Severino ha regalato perle del suo pensiero filosofico ai numerosi ospiti accorsi per l’occasione presso la sala del Museo d’Arte di Mendrisio. L’incontro, che si è svolto dalle ore 18:00 alle 20:00 circa, ha coinvolto anche i presenti in sala, alcuni dei quali hanno avuto il privilegio di potersi rivolgere direttamente all’illustre filosofo di Brescia.

Emanuele Severino, sul volere

Emanuele Severino: il diventar altro e il lampo e il tuono

‪Emanuele Severino: A vuole B. Si può voler qualcosa solo in quanto il senso del qualcosa che è voluto ci appare davanti ‬‏

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Diotima423  così riassume  il ragionamento condotto da Severino:
1) La manifestazione dei significati (di ciò che ci appare) determina l’ambito in cui si creano le azioni umane destinate a perseguire quel risultato. Quel certo significato determina, guida, configura l’ambito in cui si agisce e dà senso a tutte le azioni umane prodotte in relazione a quel significato. Per es., il falegname per trattare il legno deve sapere che tratta il legno e non il ferro, e tiene anche conto di che tipo di legno sta trattando, compirà dunque azioni pertinenti al risultato CON quel tipo di legno. L’apparire del senso determina l’ambito dell’azione.
2) Quanto più ampio è il senso tanto più ampio è il campo dell’agire che è determinato da quel senso.
3) Qual è dunque il significato più ampio? Rispetto a cui tutti gli altri significati sono sotto insiemi, quello il cui significato guida OGNI azione, ogni agire immaginabile? Quello in base al quale SIAMO ed AGIAMO? Il senso dell’esser COSA. Il tavolo, la sedia, ma anche Dio. Una qualsiasi COSA. Un CHE, una parola ha significati diversi a seconda delle lingue in cui si esprime a seconda del periodo storico.
4) I greci portano alla luce un senso dell’esser cosa in cui la cosa è qualcosa che provvisoriamente si salva dal nulla

Intervista a Emanuele Severino. 
L’ossimoro del capitalismo ecologista, Il manifesto, 3 luglio 2011



«Simone Weil diceva che nel socialismo gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologica. Si tratta di capire perché è un’illusione» Emanuele Severino: «Tecnologia e ideologie all’ultimo round di uno sviluppo insostenibile»Con il professor Emanuele Severino affrontiamo l’analisi sulla crescita produttiva, l’obiettivo più tenacemente auspicato e perseguito da economisti, imprenditori, governi, politici di ogni colore, e di conseguenza da tutti invocato anche nel discorrere più feriale.

«Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in buona parte dovuto all’ignoranza. Sono decenni che si va intravvedendo l’equazione tra crescita economica e distruzione della terra. Comunque, è tutt’altro che condivisibile l’auspicio di una crescita indefinita.»

Professore, sta dicendo che l’economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita?

«Ha incominciato a diventarne consapevole: l’auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell’intrapresa capitalistica – la forma ormai pressocchè planetaria di produzione della ricchezza – ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata; (anche se poi si fa ben poco per controllarla). Vent’anni fa, quando lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell’ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più cauti e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent’anni.»

Però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi.

«In periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità della crescita. Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica.»

E intanto si verificano tremendi disastri. Dal Golfo del Messico a Fukushima.

«Certo. Ma vorrei precisare che prendere atto della gravità di fenomeni come questi significa capire che essi non sono dovuti alla tecnica in quanto tale, non sono disfatte della tecno-scienza, ma dell’organizzazione ideologica della scienza e della tecnica. Sono disfatte, cioè, del capitalismo (fermo restando che l’economia pianificata di tipo sovietico era ancora più dannosa per l’ambiente).»

La mia impressione però è che quanti insistono a invocare crescita, continuino a ignorare che tutto quanto vediamo, tocchiamo, usiamo, è «fatto» di natura; e che dunque disponiamo di materia prima in quantità date, e non dilatabili a richiesta. I grandi industriali che si confrontano a Davos, Cernobbio, spesso neanche citano il problema.

«Ma è un atteggiamento normale dell’uomo quello di preoccuparsi soprattutto dei problemi immediati, lasciando sullo sfondo quelli che non sembrano urgenti, ma che spesso sono quelli decisivi. Quando la barca fa acqua la prima preoccupazione è tappare la falla, poi si pensa a dove approdare. Certo, ci sono quelli che stando nella barca non pensano mai a trovare il porto, e quindi, nel complesso diventa inutile tappare le falle. »

Il problema esiste da decenni… Il deperimento dell’equilibrio ecologico è stato clamorosamente denunciato dagli anni ’50, ma nelle scelte politiche è stato completamente ignorato.

«Ecco, forse su quel “completamente” si può non essere d’accordo. Penso ad esempio a Clinton, consigliato da Al Gore: nel suo primo discorso da presidente ha parlato agli Americani della necessità e convenienza di una crescita economica sostenibile… Una dichiarazione di intenti che in qualche modo anche Obama ha fatto propria.»

Anche celebri economisti (Stiglitz, Krugman, Fitoussi…) riconoscono la gravità della situazione ambientale, ma non accennano a soluzioni che mettano in discussione il capitalismo

«È proprio questa la situazione. Ma occorre anche dire che oggi, in un mondo conflittuale, dove nessuno intende rinunciare al potere, una politica economica meno «produttivistica» significherebbe mettersi dalla parte dei perdenti, indebolirsi anche sul piano militare, essere condizionati da Paesi come l’Iran o la Cina. E sembra difficile anche rinunciare alla base economica richiesta dall’armamento nucleare. Oggi infatti, a differenza di quanto spesso si continua a credere, la potenza nucleare appare decisiva anche nella lotta contro il terrorismo. È un problema enorme, che si tende a non affrontare nemmeno là dove si è consapevoli che la crescita incontrollata distrugge la terra. Per arrivare a un impegno adeguato per la soluzione di tale problema dovranno accadere disastri giganteschi.»

Mi domando però fino a quando questa realtà potrà reggere, di fronte a una natura devastata da un agire economico fondato su una crescita produttiva che non prevede limiti.

«È da guardare con diffidenza – ma non voglio sembrare cinico – l’intellettuale che dice alle grandi potenze mondiali: «Dovreste mettervi in discussione». Le grandi potenze non cambiano le loro scelte perché gli intellettuali dicono qualcosa che va contro i loro interessi. Ce la vede lei una Cina che rinuncia a una politica economica vincente, e al proprio tete-à-tete attuale con Stati Uniti, Russia, Europa, per rispetto dell’ambiente? E ormai anche in Europa la vita va avanti alimentata dalle centrali nucleari. E continueranno ad andare avanti così. Non basta quello che sta succedendo: solo un disastro di proporzioni senza precedenti, dicevo, potrebbe convincere l’ordinamento capitalistico a cambiar strada in modo radicale.»

Inevitabilmente? In base alla natura umana? Alla storia?

«In base alla priorità che per lo più vien data ai problemi immediati. Ma c’è un’altra inevitabilità, ancora più perentoria: quella del tramonto del capitalismo. Diciamolo in quattro parole. Un’azione è definita dal proprio scopo. Anche l’agire capitalistico è quindi definito dal suo scopo, cioè dall’incremento indefinito del profitto privato. Quando il capitalismo, di fronte a grandi disastri planetari dovuti al suo agire, assumerà come scopo non più l’incremento del profitto ma la salvaguardia della terra, allora non sarà più capitalismo. Inevitabilmente: o il capitalismo volendo avere come scopo il profitto distrugge la terra, la propria “base naturale”, e quindi sé stesso, oppure assume come scopo la salvaguardia della terra, e allora anche in questo caso distrugge egualmente sé stesso. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»

Lei è uno dei pochissimi che fanno previsioni del genere. Le stesse sinistre – quel poco che ne rimane – sembrano aver definitivamente rinunciato all’idea di superare il capitalismo. In fatto di ambiente non hanno alcuna politica propria, anche se gli spetterebbe, perché in fondo a pagare le conseguenze dello sconquasso ecologico sono soprattutto le classi più deboli.

«Quando parlo di declino del capitalismo, parlo infatti di qualcosa che presuppone anche il declino del marxismo, dell’umanesimo marxista, dell’umanesimo di sinistra. Non è che la sinistra sia in una posizione avvantaggiata rispetto al capitalismo. Ma il discorso va completato. Sia il capitalismo, sia il marxismo e le sinistre mondiali – ma anche i totalitarismi e le teocrazie, e la democrazia, e anche le religioni e ogni “visione del mondo” e “ideologia” – si sono illusi e si illudono tutt’ora di servirsi della tecnica. Ma che cosa vuol dire questo? Che la tecnica è il mezzo con cui tutte quelle forze intendono realizzare i propri scopi (per esempio la società giusta, senza classi, oppure l’incremento del profitto privato, oppure l’eguaglianza democratica). Anche la sinistra è cioè sullo stesso piano del capitalismo per quanto riguarda il rapporto con la forza emergente della modernità, cioè la tecno-scienza. Simon Weil diceva che il socialismo è quel reggimento politico in cui gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologico-statale-militare-burocratico-finanziaria: l’«individuo» – come il «capitalista» – si illude di poter controllare l’apparato tecnologico. Si tratta di capire perché è un’illusione. »

Una prospettiva che dovrebbe poter contenere tutti i possibili…

«Invece andiamo verso un tempo in cui il mezzo tecnico, essendo diventato la condizione della sopravvivenza dell’uomo – ed essendo anche la condizione perché la Terra possa esser salvata dagli effetti distruttivi della gestione economica della produzione – è destinato a diventare la dimensione che va sommamente e primariamente tutelata; e tutelata nei confronti di tutte le forze che vogliono servirsene. Sommamente tutelata, non usata per realizzare i diversi scopi «ideologici», per quanto grandi e importanti siano per chi li persegue. Ciò significa che la tecnica è destinata a diventare, da mezzo, scopo. Quando questo avviene, capitalismo, sinistra mondiale, democrazia, religione, ogni «ideologia» e «visione del mondo», ogni movimento e processo sociale, diventano qualcosa di subordinato; diventano essi un mezzo per realizzare quella somma tutela della potenza tecnica, che è insieme l’incremento indefinito di tale potenza.. Perciò spesso dico che la politica vincente, la «grande politica», sarà delle forze che capiranno che non ci si può più servire della tecnica. La grande politica è la crisi della politica che vuole servirsi della tecnica. Non si tratta di un processo di «deumanizzazione», o «alienazione», come invece spesso si ripete, dove l’uomo diventerebbe uno «schiavo» della tecnica; perché in tutta la cultura – anche in quella che alimenta ogni più convinto umanesimo – l’uomo è sempre stato inteso come essere tecnico. Le sto descrivendo il futuro: non prossimo, ma neanche remoto. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»

Mi permetta un’obiezione. Già oggi la tecnica sembra imporsi come scopo. Dando prove quanto meno discutibili.

«No, perché come dicevo prima, ciò che dà cattiva prova di sé è la gestione ideologica della tecnica è il modo, ad esempio, in cui in Giappone sono state organizzate le centrali nucleari. E lì non c’entra la tecnoscienza, ma la gestione capitalistica di essa, che per il profitto ha sottovalutato la pericolosità di quel tipo di centrali. Debbo però aggiungere che la tecnica destinata al dominio non è la tecnica tecnicisticamente o scientisticamente intesa, ma quella che riesce a sentire la forza della voce essenziale della filosofia del nostro tempo, la quale dice che non possono esistere limiti assoluti all’agire dell’uomo).
E resta il fatto che molti istituti scientifici, anche di largo prestigio, vivono in quanto finanziati da grandi potentati economici… E questo in qualche misura significa condizionarli…»

«Certo, questa è la situazione attuale. Ma la tendenza globale è un’altra. Condizionarli significa indebolirli. È quindi inevitabile che, a un certo momento, chi condiziona si renda conto di non poter più continuare a farlo, perché, alla fine, condizionare (e quindi subordinare e pertanto indebolire) la tecnica per promuovere sé stessi significa indebolire se stessi…»

Si diceva che le sinistre – a parte l’impegno per la difesa del lavoro – non dicono, né propongono cose gran che diverse dalla destra. Il marxismo un tempo aveva uno sguardo ben più ampio. Dopotutto non a caso l’inno dei lavoratori era l’Internazionale. Tentare di guardare un po’ più lontano, cercare di allargare lo stesso discorso sul lavoro, non potrebbe portare a una proposta alternativa?

«Questo allargamento va imponendosi da solo. Infatti non si può separare il lavoro dalla tecnica (ma dal capitalismo sì, come dal marxismo). Un po’ da tutte le parti politiche oggi si sente dire a proposito dei problemi più importanti: “Non è questione né di destra né di sinistra, è una questione tecnica”. È un piccolo indizio del processo in cui le soluzioni tecniche prevalgono su quelle politiche e “ideologiche”».

Mi riesce difficile seguirla, la tecnica viene solitamente vista come uno strumento usato dal capitalismo.

«Questo è lo stato attuale che il mondo capitalistico vorrebbe perpetuare. Ma la tecnica non è il capitalismo. Il servo non è il padrone. Ed è già accaduto che i servi si liberassero dei padroni. La liberazione decisiva, rispetto alla quale si è ancora ciechi, è la liberazione della tecnica dal capitale.»

In definitiva Lei vede il capitalismo sopraffatto dalla tecnica…

«Sì. O meglio: è la logica del discorso a vederla.»

È insomma l’intero sistema produttivo che di fatto agisce contro la salvezza dell’umanità… Non crede che in tutto ciò esista qualche responsabilità anche da parte delle sinistre? Dopotutto erano nate per combattere il capitale, no?

«Ma il discorso che vado facendo da molto tempo indica qualcosa che sta al di sopra delle esortazioni, delle mobilitazioni, dei progetti, della volontà politica. Riguarda un movimento che procede per conto proprio, guidando e animando la volontà, così come, si sa, la struttura del capitale domina e anima la volontà dei singoli capitalisti. Marx diceva appunto che i capitalisti sono le prime vittime del capitale. Ecco, si tratta di capire il modo in cui la tecnica prende il posto del capitale.»

Lei si riferisce a un movimento, o una tendenza, in qualche modo, come dire…, operante e avvertibile? Oppure si tratta per ora soltanto di un’ipotesi filosofica?

«È una tendenza che è operante e avvertibile proprio nel modo adeguato (e dunque non «soltanto» ipotetico) di fare filosofia. Per essenza la filosofia si riferisce all’autenticamente operante e avvertibile.»

Sono tante ormai le persone che si preoccupano per il futuro di un mondo per mille versi sempre più problematico e rischioso… Per lo più si tratta di giovani, consapevoli e impegnati… A tutti costoro che cosa si sentirebbe di consigliare?

«Per ora siamo gettati nell’errore; ma proprio per questo c’è molto da fare. C’è da favorire il processo che porta l’errore a maturazione. Per questo parlavo prima della “grande politica”. Per praticarla è necessario incominciare a guardare in faccia il senso essenziale della storia dell’Occidente, il senso cioè della volontà di potenza: il senso del fare».

Emanuele Severino sul “far diventar altro”

Emanuele Severino: … le grandi forme di cultura occidentale sono violente, perché si propongono di trasformare il mondo in una qualche direzione …

«Non è solo la tecnica a essere violenta,  ma ogni forma dell’agire.

Ogni violenza presuppone la possibilità che il mondo diventi diverso da quello che è.

Ecco allora che tutte le grandi forme di cultura occidentale sono violente, perché si propongono di trasformare il mondo in una qualche direzione. Il punto è che la tecnica è una violenza vincente rispetto alle violenze perdenti della tradizione occidentale».

da: Il Caffè filosofico diventa – Quel Giano bifronte di Parmenide, primo – Il Sole 24 ORE.

EMANUELE SEVERINO sulla struttura e l’identità dell’ OCCIDENTE, lezione magistrale, Pistoia, 28 maggio 2010. Audio e Video

Severino parla del mito come rimedio contro la morte e il dolore, e della nascita dell’Occidente.

Questa sua lezione è “fondante” perchè fa luce su tutto il nostro tempo storico.

E’ uno sguardo oltre il senso occidentale e planetario dell’identità, una riflessione sull’esser “cosa” e sull’identità dell’Occidente

Rimando anche ad una mia riflessione sul pensiero di Emanuele Severino: https://antemp.com/2012/05/17/conversare-attraverso-la-voce-di-emanuele-severino-incontro-con-paolo-ferrario-como-15-maggio-2012-ore-21/


AUDIO DELLA LEZIONE DI PISTOIA

 


qui l’Audio in formato Mp3:

 Emanuele Severino, Identità occidentale. Mp3


 

VIDEO (sul  sito di Pistoia)


 

VIDEO DELLA LEZIONE DI PISTOIA su youtube


TRASCRIZIONE DELLA LEZIONE (in fase di correzione formale

Il titolo che vedete è l’identità occidentale, mentre avevamo concordato l’identità dell’occidente. E’ la stessa cosa.

Vorrei incominciare con un’osservazione di fondo relativa al  modo in cui questi festival vengono organizzati. L’impostazione di questi incontri è di carattere antropologico e infatti sono molti gli antropologi presenti nel programma. L’antropologia è una delle scienze specializzate. Accanto all’antropologia vi sono altre scienze specializzate intorno all’uomo. Scienze storiche, etnologiche e giuridiche, economiche.

Il pericolo di questa inevitabile situazione, e cioè il pericolo dell’approccio interdisciplinare, è che si lascia all’ascoltatore da solo a fare sintesi e capire. E’ più facile che lo specialista dica quelle che pensa e più difficile per chi ascolta sintetizzare la molteplicità dei punti di vista.

Esiste però da gran tempo un tipo di riflessione che da quando è nata si è assunta il compito di mettere in relazione i diversi punti di vista. Esiste da quando è nata e per l’inflazione del suo nome scorre via abbastanza indifferente rispetto a chi ascolta. Il nome è filosofia, che è un nome molto più denso di quanto non sembri a prima vista. Ma prescindendo dal nome, vorrei sottolineare che allora l’ascoltatore non è abbandonato a se stesso se ascolta la parola della filosofia, cioè se ascolta la parola del tentativo fatto da millenni di unificare i diversi punti di vista.

Immaginino l’uomo arcaico che si interessa di quello che ha vicino e invece quello  che chiamiamo filosofia porta all’attenzione più in là, ancora più in là fino alla totalità di ciò che è

E certamente più noi ci allontaniamo da quanto ci è vicino, tanto più restiamo delusi, perché a noi interessa quello che ci è più vicino e loro sanno che il più vicino a noi stessi siamo noi.

A me piace ricordare che la parola Io è una derivazione della parola, in latino, hic: “questo”. Il più questo dei questi sono io.

Siamo quindi interessati a noi stessi, allontanandoci da noi stessi seguendo il gesto della filosofia restiamo delusi perché ci portiamo al di là di ciò che immediatamente ci interessa. Allo struzzo interessa il buco che fa nella sabbia, dopo di che ci rimette le penne perché non vede il nemico che si avvicina e quindi è tolto di mezzo. La pericolosità dell’interesse per l’interesse per ciò che più è vicino.

Il nome filosofia è molto più denso di quanto immediatamente non dica la parola, che viene tradotta male: amore della sapienza. No. Tanto chilo in greco vuol dire qualcosa di più ampio e profondo che non amore, vuol dire cura, attenzione, per sopra è una parola che è costruita cu sa face e nell’antico greco saphes vuol dire chiaro, luminoso, non in ombra. Per capire la forza di questo non essere in ombra si pensi alla definizione che dà l’apostolo Paolo a proposito della fede: dice nella fede che è argomento non apparentium, e l’argomento delle cose che non appaiono e che la fede dice Dio si è fatto uomo. Ora che dio si sia fatto uomo, è qualcosa che non è di per sé visibile ed evidente. E la fede è l’argomento che trasforma in certezza ciò che di per sé è dubbio e la fede, cioè, si muove in una direzione opposta a quella in cui si muove la filosofia la quale invece è cura per ciò che è chiaro, ciò che è  in luce. Ci serviranno queste annotazioni preliminari per quanto dirò a proposito dell’identità dell’Occidente. Anche qui identità dell’occidente vuol dire la struttura che è in grado di dirci che cosa noi occidentali siamo ed è in grado dircelo raccogliendo una massa sterminata di dati di notizie, di eventi , di situazioni . ciò che noi siamo, che noi occidentali siamo. Si tratterà di capire in che senso l’occidente rafforzi al massimo la preistoria dell’occidente e nello stesso tempo se ne distacchi radicalmente. Nulla di difficile per un pubblico variegato, nulla di straordinario perché mi sto riferendo a ciò che più ci interessa e dicevo prima siamo noi, ma non noi in astratto, ma il nostro patire , il nostro soffrire, il nostro essere il luogo del patimento e della morte possibile, questo ciò è che innanzi tutto ci interessa se no perché Gesù avrebbe detto ama il tuo prossimo tuo come te stesso, perché anche lui sa che il nostro amore primario è per noi stessi. E’ amore per volontà di uscire dal patimento . tutti noi il dolore, il patimento, l’angoscia, lo conosciamo. I giovani sono in una situazione particolare perché imparano a patire. Per introdurre la parola filosofia: è come appunto amore della sapienza. Prima abbiamo detto cura per ciò che è chiaro. Straordinaria sapienza del linguaggio anche in questo caso perché mostra la densità delle parole che è sbiadita nelle traduzioni correnti: cura per ciò che è chiaro. C’è un altro decadimento quando si interpreta la parola filosofia come ciò che nasce dalla meraviglia. E’ un orribile traduzione della parola filosofia perché quando Platone, Aristotele usano ciò che noi traduciamo con la parola meraviglia, usano nella loro lingua, la greca, …. Thauma Che primariamente non vuol dire meraviglia, bensì l’angosciato terrore per la vita.. La filosofia nasce dal terrore per la vita e cos’è la vita: è il luogo del patimento, del dolore, della morte e non per la meraviglia che si può provare se si seguono certi testi aristotelici la diagonale non è commensurabile al lato si meraviglia.

Ci mancherebbe che fosse questo stupore di un intellettuale tranquillo nel suo laboratorio culturale.

Qualche filo… vuol dire amante del mito, anche il filo.. è in qualche modo filosofo e lo dice quando chiarisce Thauma  e allora non possiamo pensare che colui che ha cura per il mito abbia cura per il mito perché si meravigli, secondo quella atmosfera rarefatta della quiete intellettuale dove la diagonale non è commensura al lato. L’uomo del lutto  è quello che impara per la prima volta cosa vuol dire morire, soffrire, cosa vuol dire il calare del sole. Se lo immaginano l’uomo primitivo che per la prima volta quando apre gli occhi verso il cielo  vede che a  notte sparisce tutto. E’ una morte più terribile di quella che oggi siamo imparati a conoscere quando ci raccontiamo la morte di qualche conoscente che sia lontano dai ns affetti immediati. L’uomo primitivo che per la prima volta vede vicino a sé un corpo che si ferma, che non parla più, che imputridisce? Sono esperienze radicali che segnano il modo in cui uno vive e il modo in cui uno pensa. Siamo entrati nell’argomento che ci interessa perché identità dell’occidente vuol dire da un lato il differenziarsi massimo rispetto a ciò che avevo chiamato re occidente e che ora chiamiamo esistenza mitica, il mito. Dall’altro un’accentuazione estrema di questa stessa esistenza. Provo a farmi capire: l’uomo ha fdi fronte il pericolo e rispetto al pericolo cerca di difendersi. Il pericolo è appunto il dolore, la morte. E come cerca di difendersi l’uomo mitico, quindi non ancora l’uomo occidentale? O impadronendosi della potenza oppure alleandosi alla potenza Che cos’è la potenza? E ‘ quella che appare tale di fronte alle convinzioni dell’uomo arcaico, che vede le potenze negli animali, negli antenati morti, nel demonico, nel divino. Vede la potenza nel Dio e allora ci sono due atteggiamenti : uno ripeto è quello di impadronirsi della potenza che sta dinanzi a lui, all’uomo. L’altro, ripeto, è quello di allearsi con essa e se loro tengono presente il racconto del Genesi e lo collegano col nuovo testamento vedono la successione, la scansione di questi 2 atteggiamenti: Primo impadronirsi, secondo allearsi alla potenza. Dice il serpente ad Adamo  Eritis sicut dii … sarete come Dio. Se mangerete il frutto della conoscenza del bene e del male diventerete come Dio. Essere come Dio vuol dire detronizzare Dio. Mangiando questo frutto io diventerò Dio, mangiando vuol dire togliere Dio dal suo trono e mettermici io. Ma poi vuol dire anche che mangiare del frutto proibito è mangiare Dio, e la connessione è lampante: se mangiando il frutto sono come Dio è perché nel frutto c’è la potenza che inizialmente e originariamente è rinchiusa nel divino . e Adamo tenta appunto di fare questo: mangiare e distruggere Dio e questo atteggiamento dell’uccidere Dio si rispecchia in altri atteggiamenti. Mangiare , uccidere, ma anche l’accoppiamento sessuale. L’accoppiamento è un modo di togliere le distanze tra l’amante e l’amato in modo da poter realizzare una maggior potenza in entrambi. Questi gesti fondamentali: mangiare, uccidere, ricordiamo l’importanza dell’uccisione dell’animale, del nemico nell’esistenza non solo arcaica, purtroppo, anche dei nostri tempi. Qualcuno sopravvive solo perché uccide. In questi gesti fondamentali si cela il segreto che svela il tratto comune tra la preistoria dell’occidente e l’occidente. Che cosa vuol dire diventare Dio e quindi detronizzarlo, mangiarlo, identificarsi a lui? Userò una formula astratta che appartiene al novero di quelle cose che immediatamente non ci interessano e che quindi lasciano delusi, ma sono quelle cose che come dicevo prima intervengono da ultimo in chi  (bambini) in questi gesti  terribilmente familiari uccidere, mangiare unione sessuale, c’è un tratto comune che è astratto, ma che poi si rivela concretissimo e pensino a come è astratta la matematica. Ma se un’azienda volesse funzionare prescindendo dalle regole della matematica fallirebbe nel giro di qualche ora. Il massimamente astratto bisogna imparare a vederlo come il più potente e anche perché essendo astratto raccoglie sotto di sé una infinità di casi concreti E’ in grado di indicare tutti. Lo nomino: è l’uomo che uccide Dio per diventare eredis sit … sarete come Dio. L’uomo che tenta di uccidere Dio che cosa fa. Vuole diventare Dio, cioè ecco la formula astratta, vuole diventare altro: Lui vuole diventare Altro. Questo accade nel mangiare, nell’unione sessuale, ma accade in ogni istante della nostra vita, perché se faccio così, se la luce è eccessiva se metto la mano davanti al viso sono diventato altro da quello che ero quando non mi proponevo di ripararmi dalla luce eccessiva. Diventare Altro. Il diventare Altro è il modo in cui l’uomo si difende rispetto a quel diventare Altro che la morte , che il dolore come avvisaglia della morte, che poi è la morte. Allora si difende dalla morte diventando Altro. Noi usiamo qs espressione nel modo più tranquillo, ma arriveranno i tempi in cui le espressioni più tranquille e pacifiche, più apparentemente evidenti si mostreranno come enormi covi di vipere. Siamo abituati a pensare diventare Altro come ovvietà, chi è costui che ci parla di qs ovvietà, eppure è in qs dati astratti che viene raccolto  e resa reale tutta quell’infinità di situazioni concrete che noi crediamo essere il veramente interessante. SE tiriamo via il diventare altro che cosa diventa ogni momento della ns vita quotidiana interessante. Non c’è più perché ripeto basta spostare il braccio per ottenere un qualcosa, basta operare qs spostamento perché noi siamo voluti diventare altro da ciò che eravamo. Pacifico il concetto, così tranquillo o non c’è piuttosto da pensare in qs concetto l’idea di uno squartamento per cui noi siamo strappati da noi stessi per diventare altro. Cioè scissione da noi stessi, ma lo squartamento e il separarsi da noi stessi non è forse la caratteristica della morte. E allora stiamo cominciando a ire, l’uomo del mito vuole difendersi dalla morte, ciò dalla forma che per lui era più radicale del diventare altro, diventando altro nella prima delle 2 maniere che avevo nominato, cioè quella dell’impadronirsi della potenza divina, demonica degli antenati ecc

Restando al vecchio testamento il tentativo di Adamo fallisce e allora c’è una seconda fase dell’uomo se vogliamo utilizzare Q8 grande mito che ha dei corrispettivi in tutte le grandi religioni del mondo. C’è un secondo atteggiamento n cui l’uomo rendendosi conto della follia di lui fallito, e mortale di diventare Dio allora pensa di potersi difendere dalla morte e dal dolore alleandosi alla potenza, non volendo impadronirsene, ma alleandosi, L’alleanza con Dio è una delle parole fondamentali di tutta la religiosità. Avevo iniziato a  dire che l’occidente da un lato rafforza all’estremo l’atteggiamento mitico, dall’altro lato ne prende le distanze estreme. Lo conferma in modo radicale e lo smentisce in modo altrettanto radicale, perché? Il mito ci rassicura perché è il rimedio contro il dolore, Nel momento in cui Adamo si illude di poter essere con dio e  diventare Dio… questo è il momento transeunte del tentativo di Adamo di vincere la morte. Ma anche il momento dell’alleanza è il momento in cui Adamo pensa di vincere la morte solo che la morte è troppo importante perché sia affidata al mito. Il mito rassicura, ma gli dei, gli antenati, il demonico, il mondo col quale l’uomo si  rapporta o ostilmente o positivamente questo  modo che consistenza ha, questo  rimedio contro la morte che consistenza ha? Come resistere al dubbio che va sempre più montando che il rimedio sia fallace e non credo di esagerare dicendo che rispetto a tutti i problemi economici e politici che oggi abbiamo davanti quello del rimedio contro la morte è il più importante, anche per il modo in cui oggi la morte si presenta come scelta del terrorista, rispetto al quale i modi di dissuasione dell’uomo occidentale falliscono. La morte è assolutamente imprevedibile ed è il massimo dei mali. Quindi troppo debole il rimedio perché possa tranquillizzare l’uomo, troppo alta la posta perché il rimedio mitico possa soddisfare. Nasce a questo  punto il dubbio interno al mito e nasce  a questo punto l’occidente. Nasce il dubbio non intorno a qualche dimensione culturale ma nasce il dubbio intorno a quello in cui  per millenni e millenni l’uomo è vissuto. Dire che nasce il dubbio intorno al mito non vuol dire citare un capitolo della storia della cultura vuol dire citare la radice dell’intera civiltà occidentale, la radice della cultura, delle opere, delle situazioni, dell’ impero romano, della chiesa dello stato moderno, il dubbio intorno al mito, la volontà di vederci chiaro, la cura per ciò che è chiaro, la filo-sofia la cura per il saphes, e questo allora non è un discorso della filosofia, di storia della cultura, è il discorso che vede la radice di tutta la concretezza della storia dell’occidente. Il dubbio, può essere esercitato soltanto se non si è nel dubbio. Noi siamo abituati  a sentire in questa espressione: l’Europa nasce dallo spirito critico e lo spirito critico scandisce tutta una serie di epoche in cui lo spirito critico va via via modellandosi.  I greci pensando per la prima volta il dubbio, ma dunque rapportandosi allo thauma, al terrore della vita, e volendosi salvarsi veramente da questo terrore  , ecco ho usato l’avverbio cruciale e non possono che pensare che alla verità che il rimedio è un rimedio che non sia vero. Dio, gli dei, l’amore, la ricchezza, tutto possiamo accumulare qui davanti per cercare di erigere il monumento del rimedio, ma se tutto quanto usiamo non è vero, cioè è instabile, caduco, dubitabile, mito, invenzione, fantasia, e allora il rimedio con la morte è vacillante, non può restare l’uomo che appena guarda, appena spara gli occhi davanti al mondo, non può restare nel mito. Nasce la volontà di verità e quindi voltando radicalmente le spalle al mito. Ma insieme stiamo dicendo, confermando  nel modo più  radicale il mito. Che cosa vuol dire Q8 seconda affermazione? La filosofia, perché della filosofia si tratta quando s parla di questa volontà di verità, che poi diventerà volontà di verità, politica, economica, religiosa, giuridica. Che cosa accade con Q8 volontà di verità? E che cosa accade se questa volontà è conferma insieme del mito? All’inizio dell’occidente si inizia a pensare anche se parole erano già disponibili, si inizia a pensare il senso del nulla e anche questa è una parola che noi pronunciamo continuamente. Sono quelle parole terribili quanto più ci prestiamo attenzione e quando le usiamo con la convinzione di non imbatterci in qualcosa di pericoloso, e invece la parola non essere nel repente nelle lingue pre filosofiche da  sempre, ma è con la filosofia che si inizia a pensare a quel nulla radicale che è entrato nel nostro comune modo di pensare ma che in un certo momento nella storia dell’uomo si è fatto avanti sì quando esistevano le parole essere e nulla, ma non esisteva il loro senso radicale. Si …. A morire davanti al nulla. Q8 è ciò che accade quando la filosofia nasce. Oggi se facessimo una statistica soprattutto nei paesi occidentali, meno in America, ma nella sapiente Europa vedremmo che la maggior parte dei nomi o restano in dubbio o si dichiarano convinti che con la morte non c’è più nulla. Nulla vuol dire non un luogo da cui si fa ritorno come si pensa invece nell’esistenza mitica, quando il mito dice gli uomini muoiono e vanno in un luogo che può essere raggiunto e da cui possono ritornare. I riti di propiziazione dei popoli arcaici rispetto ai defunti. I defunti non sono gli annullati: sono trattati adeguatamente, sono i pericolosi, i temibili, bisogna offrire sacrifici per rabbonirli. E’ un’altra forma di alleanza con la potenza. Si comincia a morire davanti al nulla, è un modo nuovo di morire. Prima non si muore, prima del pensiero greco e poi anche per coloro che circondavano i primi pensatori del nulla, non morivano in questo modo. Si muore e si soffre in relazione a ciò che si credi di essere. Se si crede di essere degli annullabili si muore diversamente da come si muore come quando questo pensiero del nulla non è apparso all’orizzonte. L’occidente ha sviluppato nel modo più radicale Q8 pensiero del nulla, ma se è appunto così radicale e prima non pensato, non è forse insieme la radicalizzazione di quel modo di morire che prima avevamo definito come il diventar Altro? Ma certamente si diventa così Altro che da essenti, da esistenti, si diventa l’assolutamente non esistente, si diventa Nulla. Ecco perché dico che c’è un trait-d’union tra l’esistenza mitica che c’entra la propria sopravvivenza sulla convinzione di diventar altro delle cose e dell’uomo stesso, col paradosso per cui si vuole vincere il diventar altro della morte col diventar altro dell’impadronirsi e dell’allearsi con la potenza suprema, ecco perché dico che c’è un trait d’union tra il senso mitico del diventar altro e il senso nuovo , occidentale, greco e ormai planetario del diventar altro in cui l’altro è il nulla. Non abbiam imparato sin da bambini al catechismo che dio crea l’uomo e il mondo dal nulla? Ma se ci pensiamo bene per molti degli uomini che oggi vivono in occidente le cose più alte le hanno imparato da bambini al catechismo, hanno pensato al mondo , alla creazione e poi vanno finire in buona parte al montaggio dove il pensiero che li guida è di ripetere all’infinito lo stesso gesto che mantiene in vita il lavoro, ma che potenze interpretative  rispetto al mondo è ben poca cosa rispetto a quello che hanno imparato a catechismo di tutto il mondo creata da dio dal mondo. Dove pensiamo che il cristianesimo abbia pescato la parola nulla e il suo senso se non dal pensiero greco? E’ il pensiero greco che per primo ha portato alla luce il nulla e ciò che non è nulla. Le cose del mondo per un po’ di tempo si mantengono nell’esistenza e poi tramontano nel nulla , Il rimedio rispetto a questo pericolo estremo, il nuovo rimedio è la verità evocata dal pensiero filosofico che permane fino al secolo scorso, fino a Questi due grandi nomi Hegel, … prima e Einstein dopo.  Anche per questo  dato si pensa Dio da un lato in modo del tutto diverso da come prima Dio era pensato e perché non si vuol più un Dio evocato miticamente, ma si vuole un Dio vero. Dall’altro lato si conferma il rapporto con l’alleanza e possibilmente con la distruzione della potenza divina, soltanto che da ora in poi il processo sarà inverso. Dapprima ci si alleerà al divino e poi e arriviamo ai ns giorni si distruggerà il divino. Intanto dedichiamo qualche battuta alla tradizione dell’occidente e cioè al tentativo di vincere la morte evocando la verità ed evocando il Dio vero di cui molti di loro avranno fatto l’esperienza quando l’uomo cristiano qualsiasi cosa mi capiti sono nelle mani di dio, queste  parole semplici hanno una profonda saggezza. Essere nelle mani di dio non è un pensiero propriamente cristiano, è innanzitutto un pensiero filosofico essere cioè all’interno di un ordine universale , guidato da una potenza non smentibile e sperata da un sapere non smentibile. Io credo che si faranno pochi passi per ciò che riguarda i problemi del mondo fintanto che non si saprà che cos’è la verità       questa  distruzione    .. ma intanto tentiamo di capire che la morte può essere vinta respingendo il mito e soltanto se la potenza è posta con un sapere che non possa essere smentita. Cioè con un sapere vero, incontrovertibile, spesso si pensa alla filosofia come qualcosa di superfetazione al pensiero scientifico. La scienza fa i passi concreti e poi arriva la filosofia che tira le somme, ma fa cose inutili. Se filosofia fosse questo  sarebbe da lasciare da parte , invece il pensiero filosofico io posso vincere la morte se ciò che so di me e del mondo non è un’opinione, un racconto mitico, poesia, non è qualcosa prodotto dalla mia fantasia ma è un qualcosa che si riesca a raggiungere in modo innegabile. Qui sta tutta la densità e difficoltà del sapere filosofico il quale rispetto al sapere scientifico non è una superfetazione, è più radicale. Oggi la scienza, e concluderò, riconosce la propria controvertibilità ma direi che si perde il senso fondamentale dell’intera tradizione occidentale se non si guarda al senso dell’incontrovertibile. C’è una parola greca che questo senso lo restituisce con potenza: noi oggi parliamo di epistemologia, vuol dire riflessione sulla scienza, ma in questa parola sentiamo la parola episteme, che è una parola greca  e viene tradotta male quando in vocabolario vediamo episteme uguale a scienza. No. Anche qui il linguaggio è molto più potente di quanto non possa sembrare. Episteme : è ciò che sta ciò che non si smuove, ciò che non è abbattibile, non può essere divelto o messo in questione. Episteme sostantivizzazione del verbo stare che in greco è … = sto. Episteme è ciò che sta, che riesce a stare.  Che cosa è ciò che sta? Ci basti in questa sede richiamare la volontà di verità del pensiero filosofico, ma non un’astratta volontà culturale di verità, ma una volontà di verità per vincere la morte, per supportare la morte, per vincerla nel senso di sopportarla. Quando il cristianesimo dice che la fede è argomento delle cose non visibili, il cristianesimo 46,23

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