“Emanuele Severino si rivolge al significato «ente» con il rigore e la radicalità della filosofia teoretica, che non accetta presupposti ingiustificati, e ne mette in luce il tratto fondamentale: essere ente significa essere un certo «esser-sé» “, citazione da Emanuele Severino. La lezione infinita, articolo di Nicoletta Cusano, in Corriere della Sera, 17 febbraio 2020

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Cosa ha scoperto Severino? Un significato rivoluzionario di «ente». E in cosa consisterebbe questa rivoluzionarietà?

Severino si rivolge al significato «ente» con il rigore e la radicalità della filosofia teoretica, che non accetta presupposti ingiustificati, e ne mette in luce il tratto fondamentale:

essere ente significa essere un certo «esser-sé»: la penna è penna, la carta è carta, eccetera.

Ma cos’è e cosa significa «esser sé»? — chiede Severino.

Con le sue parole: «Esser sé è insieme il proprio non essere altro».

Esempio: penna è penna in quanto è insieme non foglio, non tavolo, non cielo e non-niente. Se non si tenesse fermo questo, non vi sarebbe alcuna penna. Non la si potrebbe nemmeno pensare e dire.

Severino non sta dicendo nulla che la filosofia non sappia; sta solo richiamando l’attenzione su un tratto essenziale dell’ente.

Quando si dice «carta» non si dice cenere ovvero si dice già non-cenere. Ecco il rilievo di Severino: cosa succede quando si dice che la carta (bruciata) è (diventata) cenere? Si dice che la non-cenere è cenere.

Il dire (il pensare) entra immediatamente in contraddizione con sé stesso:crede di dire qualcosa, ma non dice niente .

Perché?

Perché rende impossibile il soggetto e il predicato dell’affermazione.

Toglie loro senso. Come se chi parla dicesse: Garibaldi, che è Pinocchio, è Napoleone.

Da qui l’affermazione di Severino che la storia della filosofia è stata «storia della follia». Volontà dell’impossibile. Certo, anche la volontà dell’impossibile esiste, non è niente; ma non è quello che crede di essere.

 

Il nucleo del pensiero severiniano è dunque semplicemente questo:

appare immediatamente che l’esser sé è insieme il proprio non essere altro.

Da ciò si deduce l’impossibilità che una qualsiasi cosa possa diventare altro da sé (trasformarsi, nascere e morire) e che dunque ogni cosa sia eterna.

in

Emanuele Severino. La lezione infinita, articolo di Nicoletta Cusano, in Corriere della Sera, 17 febbraio 2020

“Sulla scacchiera logica vi sono tre possibili alternative: 1. esistono enti eterni e divenienti; 2. esistono solo enti divenienti; 3. esistono solo enti eterni. La mossa filosofica di Severino è l’ultima “, citazione da Emanuele Severino. La lezione infinita, citazione da un articolo di Nicoletta Cusano, in Corriere della Sera, 17 febbraio 2020

Se considerata sotto il profilo storico, la riflessione di Severino è affermazione della via logicamente mancante al cammino della filosofia.

Sulla scacchiera logica vi sono infatti tre possibili alternative:

1. esistono enti eterni e divenienti;

2. esistono solo enti divenienti;

3. esistono solo enti eterni.

La mossa filosofica di Severino è l’ultima. Qui l’eterno ha un senso completamente nuovo, perché non coesiste con il diveniente: è affermato sulla base dell’impossibilità del diveniente.

da

Emanuele Severino. La lezione infinita, articolo di Nicoletta Cusano, in Corriere della Sera, 17 febbraio 2020

PARMENIDE alle origini della ONTOLOGIA

ONTO1981

IN La grande storia, L’antichità: Vicino Oriente, Grecia, Roma. Temi trasversali, Corriere della Sera 2011

Sul “cerchio dell’apparire”. Dove siamo? Chi siamo?. L’immagine della sfera di cristallo che contiene la casa , dal film Citizen Kane di Orson Welles

EMANUELE SEVERINO, IL TRAMONTO DEL SENSO DELL’ESSERE, estratto a cura di Vasco Ursini in Amici a cui piace Emanuele Severino

IL TRAMONTO DEL SENSO DELL’ESSERE

La storia della filosofia occidentale è la vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’essere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei Greci. E in questa vicenda la storia della metafisica è il luogo ove l’alterazione e la dimenticanza si fanno più difficili a scoprirsi: proprio perchè la metafisica si propone esplicitamente di svelare l’autentico senso dell’essere, e quindi richiama ed esaurisce l’attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si impone. La storia della filosofia non è per questo un seguito di insuccessi: si deve dire piuttosto che gli sviluppi e le conquiste più preziose del filosofare si muovono all’interno di una comprensione inautentica dell’essere.
Ma queste espressioni alludono a qualcosa di radicalmente diverso dall’interpretazione heideggeriana della storia della filosofia occidentale. La diversità è radicale, perché anche il pensiero dello Heidegger è una sorta di alterazione, e non meno grave, del senso dell’essere. Per lui, la più antica filososofia greca intravvede l’essere come ‘presenza’, ossia come l’apertura o l’orizzonte entro cui può giungere a manifestazione ogni determinatezza dell’ente. Resta così invertita la direzione della storiografia idealistica, che vede invece nell’orizzonte – l’attualista direbbe: nel pensiero in atto – l’ultimo risultato dello sviluppo del sapere filosofico. Ciò che per l’idealista è il risultato, per lo Heidegger è al contrario l’inizio; lo sfolgorante inizio che ben presto impallidisce e lascia il campo alla mistificazione metafisico-teologica dell’essere, nella quale l’orizzonte di ogni apparizione dell’ente diventa un ente, sia pure l’ ‘Ens supremum das Seiendste’.
L’arbitrarietà dell’interpretazione heideggeriana è ormai fuori discussione: non già perché si debba tener fermo quell’altro dogmatismo, per il quale la filosofia greca sarebbe rimasta al di sotto della consapevolezza dell’orizzonte della presenza ( e cioè sarebbe rimasta in quella situazione in cui il pensiero vede l’essere, ma non vede se medesimo), ma perché è storicamente aberrante il tentativo di ravvisare nel primissimo pensiero greco l’identificazione del significato dell’ ‘essere’ e del significato della ‘presenza’. L’intreccio tra i due c’è indubbiamente, ma appunto per questo c’è insieme la differenza. Eppure è proprio nei pochi versi del poema di Parmenide che si nasconde la parola più essenziale e più dimenticata di tutto il nostro sapere. Per rintracciarla non si richiede quel sommovimento delle discipline filologiche, che la lettura heideggeriana pretende, ma un sommovimento ben più profondo e più arduo, quelo cioè che porta alla comprensione della forza invincibile di un discorso che da millenni è saputo e pronunciato, ma che, appunto non è più stato capito. Non si tratta allora di dare significati nuovi alle parole (quasi che riportando l’essere alla presenza ci si trovasse di fronte a qualcosa di più evedente dell’essere), ma di pensare quelli vecchi, ridestarli, e in questo senso, certamente, rinnovarli sino alle ultime sorgenti.
Le parole sono pur sempre queste, che in varie guise ritornano insistenti nel poema. Il gran segreto sta pur sempre in questa povera affermazione che “L’essere è, mentre il nulla non è”, nella quale non si indica semplicemente una proprietà, sia pure quella fondamentale, dell’essere, ma se ne indica il senso stesso: l’essere è appunto ciò che si oppone al nulla, è appunto questo opporsi. L’opposizione del positivo e del negativo è il grande tema della metafisica, ma esso vive in Parmenide con quella sconfinta pregnanza che il pensiero metafisico non saprà più penetrare.
(Emanuele Severino, Essenza del nichlismo, gli Adelphi , Milano 1995, pp. 19-20)

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino

VASCO URSINI, interviste sul libro IL DILEMMA: VERITA’ DELL’ESSERE o NICHILISMO?, BookSprint Edizioni

Intervento di EMANUELE SEVERINO alla tavola rotonda: Salvezza tra finitudine e eternità 25 September 2014 – Padova Centro Culturale San Gaetano, da endlife.psy.unipd.it

Intervento di EMANUELE SEVERINO alla tavola rotonda Tavola Rotonda: Salvezza tra finitudine e eternità 25 September 2014 – Padova Centro Culturale San Gaetano, da endlife.psy.unipd.it

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International Conference Seeing beyond in facing death. Spirituality from sick body to salvation – Contents, care and relationships in different cultures VEDERE OLTRE. LA SPIRITUALITA’ DINANZI AL MORIRE: DAL CORPO MALATO ALLA SALVEZZA – CONTENUTI, CURA E ASPETTI RELAZIONALI NELLE DIVERSE CULTURA, Tavola Rotonda: Salvezza tra finitudine e eternità 25 September 2014 – Padova Centro Culturale San Gaetano; Via Altinate, 71, da endlife.psy.unipd.it

 

risposta ai “critici” di Emanuele Severino: dissertatazione su Spinoza, di alexandro23

In genere sembrerebbe esserci una certa unanimità nel giudicare della grandezza di Severino, ma si è tentati di dire che – nonostante alcune eccezioni – le cose non stiano esattamente così.

La sua filosofia è ritenuta una sorta di monolite impenetrabile, imponente, certamente affascinante, ma sostanzialmente “inutile” ai fini della vita : le sue difficoltà, le sue incongruenze, la sua liquidità. Prendiamo Galimberti: numerosissime le citazioni dell’opera di Severino che compaiono sui suoi libri – specie in relazione all’argomento Tecnica -, ma totalmente assenti, o quasi, i riferimenti all’ontologia severiniana. Troppo rischiosa per la sua “filosofia del viandante”…

L’ontologia severiniana è radicalmente alternativa nella storia della filosofia occidentale, e in considerazione di questo fatto è curioso notare alcuni degli atteggiamenti più ricorrenti coi quali ci si accosta al suo pensiero – apparentemente diversi, ma in realtà tutti accomunati dallo stesso intento.

Generalmente la si semplifica, la si fraintende, la si ignora oppure non le si riconosce alcuna originalità: “Non è la prima volta nella storia del pensiero filosofico che si affermano determinate cose” , dicono alcuni…sic. Ed allora ci si pone alla ricerca di altri sistemi filosofici nei quali sono rintracciabili elementi che consentano di accostarsi alla sua filosofia (accostamenti che, il più delle volte, evitano di soffermarsi sui fondamenti in base ai quali tesi apparenti simili vengono sostenute). Il tentativo è chiaro: depotenziare la carica rivoluzionaria dell’ontologia severiniana e ricondurla al già noto, al familiare. L’ennesimo riferimento alla filosofia di Spinoza soggiace a questa logica.Sono realmente ridicoli i continui ritorni da parte di critici (o pseudo-critici) e intervistatori vari sui medesimi temi – quasi che non fossero state già sufficientemente esaustivi i numerosi scritti, le spiegazioni e delucidazioni che il filosofo bresciano ha espresso più volte in tutte le salse.
Ed allora, ecco per l’ennesima volta l’accostamento a Spinoza…
La domanda mi sorge spontanea: questa gente li legge i suoi libri?
Vi pare che si parli di Divenire? Della contraddizione insita nel concetto di divenir altro? Vi pare che si formulino reali obiezioni al suo pensiero capaci di scardinarne le basi? Si dice: “All’interno del suo sistema tutto pare tornare…” Ma si è totalmente incapaci di colpire realmente il suo sistema esponendo qualcosa di alternativo, anche perchè si parte da un presupposto che non ci si sogna neppure di mettere in questione: il divenire delle cose. Si parte da una fede, e partendo da quella fede indiscussa non si è comunque capaci di argomentare razionalmente alle stoccate del pensiero severiniano. Allora ci si rifugia nell’inconscio, nel metarazionale (altro gigantesco pregiudizio), nell’Altro… Inoltre vi pare che la filosofia di Severino proceda disinteressandosi di ciò che è finora apparso lungo la storia del pensiero filosofico occidentale? La sua è sempre stata una filosofia in continuo dialogo con i grandi della Storia, non un sistema chiuso in se che eviti sistematicamente ogni confronto. Semmai è vero il contrario!

Diamo una rapida occhiata ad alcuni passaggi dell’Etica di Spinoza:

Etica, De Deo, 1° Definizione del Dio-Sostanza: Per causa di sé intendo ciò la cui essenza implica l’esistenza, ossia ciò la cui natura non può essere concepita se non come esistente. (Come in Tommaso, ad esempio)

PROPOSIZIONE XXIV: L’essenza delle cose PRODOTTE da Dio NON IMPLICA l’esistenza.
Corollario.
Da ciò deriva che Dio non solo è CAUSA per cui le cose COMINCIANO A ESISTERE, ma anche per cui continuano ad esistere, cioè (per usare un termine scolastico) E’ CAUSA ESSENDI DELLE COSE. Infatti SIA CHE LE COSE ESISTANO, SIA CHE NON ESISTANO, ogni volta che consideriamo la loro ESSENZA, troviamo che essa NON IMPLICA NE’ L’ ESISTENZA NE’ LA DURATA.

Spinoza contraddittoriamente per un verso fa derivare tutto dalla Sostanza:
PROPOSIZIONE XVIII.
Dio è causa immanente, e non transitiva, di tutte le cose.

ma poi sostiene che l’Infinito (Sostanza, Attributi e Modi) genera l’infinito e il Finito genera il Finito
creando un insostenibile dualismo all’interno del suo monismo metafisico:

PROPOSIZIONE XXIII.
Ogni modo che esiste necessariamente ed è infinito deve per forza essere derivato o dall’assoluta natura di un attributo di Dio, o da un attributo modificato da una modificazione che esiste necessariamente ed è infinita.

PROPOSIZIONE XXVIII.
Una qualunque cosa singola, cioè qualsiasi cosa finita che abbia una esistenza determinata, non può esistere né essere determinata a operare se non è determinata ad esistere e a operare da un’altra causa anch’essa finita e dotata di un’esistenza determinata: a sua volta questa causa non può esistere né essere determinata a operare se non è determinata ad esistere e a operare da un’altra causa, anch’essa finita e dotata di una esistenza determinata, e così via all’infinito.

Un sistema dal quale il Finito non è sostanzialmente deducibile: da una parte “l’Ente sempre salvo dal nulla” e dall’altra gli enti contingenti. Sennonché si deve pur render conto di questi, non foss’altro che ci sono, appaiono. Ed allora cominciano le ambiguità da parte di Spinoza:

PROPOSIZIONE XXIX.
NELLA NATURA NON VI E’ NULLA DI CONTINGENTE, ma tutte le cose sono determinate dalla necessità della divina natura ad esistere e a operare.

Come conciliare l’affermazione secondo la quale tutto procede sotto il segno della necessità, ma allo stesso tempo ritenere che vi sono degli enti (i modi finiti) per i quali l’essenza non implica l’esistenza? (Degli enti originati dal nulla e destinati a ritornare nel nulla).
Se la necessità implica l’eternità: se è necessità che un ente esista, è assolutamente contraddittorio affermarne la contingenza; ossia la possibilità della sua non esistenza. Se è necessario che esista, è necessario riconoscerne l’eternità.

Se la relazione tra Infinito e Finito è necessaria, è anche eterna – non può sopraggiungere a un dato momento costituendosi come necessaria considerando che il legame scaturirebbe dal nulla.

Fondandosi sul presupposto incondizionatamente accettato fin dagli albori della filosofia,
che interpreta gli enti mondani come contingenti e provenienti da nulla, anche Spinoza è incapace di giustificare l’esistenza dei “modi finiti” all’interno di un sistema che, all’insegna del più radicale monismo, intende far derivare dal Dio-Sostanza la totalità dell’esistente attraverso la costituzione di nessi necessari.
Ancora una volta il tentativo di conciliare Ragione ed Esperienza, Mondo e Dio fallisce ed è destinato a fallire perché si fonda sul medesimo terreno che accomuna tutta la filosofia occidentale: l’evidenza del divenir altro degli enti.
Il tentativo spinoziano di tenere insieme il divenire degli enti e la necessità di tale accadimento è l’impossibile tentativo di conciliare Divenire e Determinismo.
Ciò chiama in causa anche il concetto essenzialmente autocontraddittorio di creazione: esplicitamente è l’espressione di un legame tra Creatore e Creatura, ma che implicitamente viene ad essere esclusa. Perché? Ma perché è una relazione tra due termini assolutamente irrelati: il Nulla e L’Essere.
Il concetto di creazione/produzione implica una relazione tra due elementi laddove ne è presente uno solo, perché l’altro è nulla. Creazione significa legame, risultato di una relazione tra due elementi che vengono pensati come originariamente irrelati. Se la creatura preesiste nell’Archè (relazione originaria), allora l’ente è già presente e non si genera; ma se è nulla (e se si genera lo deve pur essere), allora la separazione tra l’Originante e l’Originato è assoluta e non può stabilirsi alcun legame tra essi. Impossibilità della creazione.

Ed infatti, lo stesso Spinoza, sembra rendersi implicitamente conto di ciò quando afferma:
De Deo, DEFINIZIONI V
Le cose che non hanno niente in comune fra loro non possono essere comprese l’una per mezzo dell’altra, ossia il concetto dell’una non implica il concetto dell’altra.

Non ci resta che attendere l’ennesimo accostamento tra la filosofia di Spinoza e il monolitico e, tutto sommato, non originale Severino…

Potremmo dire la stessa cosa in riferimento al fenomenale lavoro effettuato da Severino sul pensiero di Nietzsche: in un colpo solo ha spazzato via quelle ridicole interpretazioni psicologistiche, incongruenti o addomesticate che del pensiero del grande Nietzsche erano apparse fino al suo Anello del ritorno…Vi pare sia servito a qualcosa? Testardamente si ripropongono le solite riserve relative alla lettura severiniana di Nietzsche, senza tuttavia che si sia capaci di fornire una visione alternativa e altrettanto valida.
Qui si tira in ballo perfino l’inconscio di Nietzsche…sic.

E’ errato considerare il superuomo come un individuo. Il superuomo ha un carattere trascendentale, nonostante sia lo stesso Nietzsche in alcuni punti della sua opera ad attardarsi implicitamente e incoerentemente su delle forme di realismo naturalistico.

“Questo mondo è un mostro di forza, senza principio, senza fine, una quantità di energia fissa e bronzea, (…) che non si consuma, ma solo si trasforma…
Questo mondo è la volontà di potenza – e nient’altro! E anche VOI siete QUESTA volontà di potenza – e nient’altro” (Volontà di potenza. 1067)

“Il carattere complessivo del mondo è invece caos per tutta l’eternità”(Gaia scienza – 109)
“Noi siamo soltanto incarnazione, soltanto strumento sonoro, soltanto medium di poteri che ci sovrastano.”(Ecce homo)
Relativamente al superuomo, scrive Nietzsche: “Concepisce la realtà come essa è..”. Ed ancora: “Non è estraniato da essa, non è separato da essa, contiene in sé tutto ciò che è problematico…”.
“La verità è in me” = identità di superuomo e verità.
Il superuomo è il Tutto, la Verità, Dio:”L’unica possibilità di conservare un senso al concetto di “Dio” sarebbe questa: intenderlo non come forza propulsiva, ma come STATO MASSIMO, come UN’EPOCA – un punto nello sviluppo della volontà di potenza…” (Volontà di potenza 639).
Lo stato massimo rappresenta il suo esser giunta alla piena consapevolezza di sé da parte della verità del divenire in quanto volontà di potenza. Non è un discorso che riguardi le sole élites come si continua a sostenere. Zarathustra non rappresenta quel compimento trattandosi di un singolo individuo; e neppure lo sono quei pochi isolati apostoli:”i più nascosti”, gli “uomini della mezzanotte”. Dioniso è il manifestarsi di un Epoca, nella quale sarà l’umanità intera, oltrepassandosi, a rivelarsi superumanità.” Chi è colui che un giorno non potrà non venire?”, si chiede Zarathustra riferendosi al destinale avvento di Dioniso: ” Spirito che regge il mondo, un destino” (Ecce homo). Volontà di potenza, Dioniso, Caos, Superuomo sono dei sinonomi per indicare l’orizzonte trascendentale ed eterno della totalità dell’essere.
Dioniso è infatti “l’Uno primigenio” (Nascita della tragedia), l’orizzonte trascendentale proprio perché “si frantuma nella singolarità” (La visione dionisiaca del mondo). E’ inoltre chiaro che l’affermazione: “Ma ciò che è reale, ciò che è vero, non è né unitario, né riducibile all’unità” (Volontà di potenza 536), non la si deve intendere trascendentalmente, ma relativamente alla verità della tradizione. (Diversamente si ridurrebbe il pensiero di Nietzsche ad una forma di banale scetticismo relativistico). “E’ mia intenzione mostrare l’assoluta omogeneità in tutto ciò che avviene…” (VdP 272). “Se la natura intima dell’essere è volontà di potenza (…) la creatura ha bisogno di contrasti, di resistenze, quindi, correlativamente, di unità che l’aggrediscano..”(VP 693). “La volontà di potenza può manifestarsi solo quando incontra resistenze” VP 656). Se la volontà di potenza è l’essenza del Tutto (fuori della quale non vi è nulla), la ricerca di sè da parte della Volontà non ha un carattere empirico da cercarsi in una realtà altra, ma è lo stesso venire a sè della Verità delle cose – questo attraverso l’oltrepassamento delle forme incoerenti degli eterni manifestatisi lungo la storia dell’Occidente: Dio, le Idee di Platone, ecc. “…la stessa moralità è una forma dell’immoralità. Le cose sono liberate dalla contraddizione, è salvata l’OMOGENEITA’ di tutto ciò che accade” (VP 308).

 

(tratto da un commento a questo post:

https://antemp.com/2014/08/01/colloquio-con-emanuele-severino-di-saverio-mariani-e-andrea-cimarelli-da-ritiri-filosofici/)

Gustavo Bontadini e EMANUELE SEVERINO su San Tommaso, in San Tommaso, a cura di Carlo Chiurco, edizioni Corriere della sera, 2014, pp. 141/142

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MORO ANDREA, Breve storia del verbo essere. Viaggio al centro della frase, Adelphi, 2010

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