Julia Kristeva, illuminismo e contraddizioni moderne

Julia Kristeva, intervistata ieri da Franco Marcoaldi, ha ricordato che la radice dalla quale sono germinate negli ultimi due secoli sta nell’Illuminismo e nel suo confronto con la cultura dell’assoluto, il potere assoluto, la verità assoluta, cui l’Illuminismo oppone il soggetto individuale, la verità soggettiva e quindi relativa.

Di qui nascono le contraddizioni moderne, la prima delle quali, che ha dominato l’attualità dei giorni scorsi e di quelli che verranno, sta nel dramma siriano e nei due contrastanti modi di risolverlo

“chi è?” “sono Tu” … di Helen Cixous, da Guerritore, Fallaci, “mi chiedete di parlare” Festival di Spoleto/fondazione Rizzoli – Corriere della Sera/Compagnia Mauri Sturno

“chi è?”

“sono Tu”

Allora subisco quello che accade a Te,

l’Altro è tanto forte che mi annienta.

Ma quando la scena è recitata davanti a me dagli attori

Io non sono più Te, sono di nuovo Io

Sono loro che soffrono

e sono io che piango

Helen Cixous

tratto da:

Guerritore, Fallaci, “mi chiedete di parlare”

Festival di Spoleto/fondazione Rizzoli – Corriere della Sera/Compagnia Mauri Sturno

Epitteto: Delle cose che esistono alcune sono in nostro potere, altre no …

Delle cose che esistono alcune sono in nostro potere, altre no.

In nostro potere sono l’opinione, il desiderio, l’avversione e, in una parola, tutte le nostre azioni.

Non sono invece in nostro potere il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche pubbliche e, in una parola, tutte le azioni che non sono nostre.

Epitteto

Emanuele Severino: … di tutte le cose è necessario dire che è impossibile che non siano, cioè è necessario affermare che tutte sono eterne | da Coatesa sul Lario e dintorni. Con commento di Grazia Apisa

… la follia essenziale si esprime nella persuasione che le cose escono e ritornano nel niente. Il mortale è appunto questa volontà che le cose siano un oscillare tra l’essere e il niente.

Al di fuori della follia essenziale, di tutte le cose è necessario dire che è impossibile che non sianocioè è necessario affermare che tutte – dalle più umili e umbratili alle più nobili e grandi – tutte  sono eterne

Tutte, e non solo un dio, privilegiato rispetto ad esse.

se il divenire non appare come annientamento, ma come l’entrare e l’uscire delle cose dal cerchio dell’apparire, allora l’affermazione dell’eternità del tutto stabilisce la sorte di ciò che scompare: esso continua a esistere, eterno, come un sole dopo il tramonto.

Non solo la legna fiammeggiante, le braci, la cenere, il vento che le disperde sono eterni astri dell’essere che si succedono nel cerchio dell’apparire, ma anche tutte le fasi dell’albero che

nella valle ove fresca era la fonte/e il giovane verde dei cespugli/giocava al fianco delle calme rocce/e l’etere tra i rami traluceva/e quando intorno i fiori traboccavano (Holderlin),

hanno preceduto la legna tagliata per il fuoco.

Quando gli astri dell’essere escono dal cerchio dell’apparire, il destino della verità li ha già raggiunti e impedisce loro di diventare niente.

Appunto per questo essi – tuttipossono ritornare

Emanuele Severino

in La strada. La follia e la gioia (1983), Rizzoli Bur, 2008, p.  103-104

Massimo Cacciari: tre cose sono “impossibili”: insegnare, guarire, governare

“Freud diceva che tre cose sono impossibili: insegnare, guarire, governare.

Occorre una certa vocazione per affrontare questo compito ‘impossibile’. Ma occorre anche disporre di ‘arti’ o ‘tecniche’ per farlo in modo responsabile. Far politica, che significa voler governare, diviene puro dilettantismo allorché non si fondi sulla conoscenza della realtà in cui viviamo. E che intendiamo a nostra volta trasformare”
Massimo Cacciari

Gabriele De Ritis, MOMENTI D’ESSERE (2): Il respiro dell’Angelo

Audio

Domenica, 27 febbraio 2011

“Gli angeli non conoscono l’ansia” EUGENIO BORGNA

La condizione angelica evoca stati di coscienza e posture analoghe nell’uomo. Essa rimanda ad aspirazioni e tensioni eroiche, tipiche di quell’eroismo morale che ci spinge a sostare per un tempo indefinito alle soglie dell’inferno, ad attraversare la soglia, a dare un nome all’inferno, a riemergerne con la creatura che eravamo andati ad affiancare nel suo cammino all’indietro.

Bisogna scendere, per poter salire.Descensus ad Inferos, discesa agli Inferi è stato chiamato il viaggio da compiere nell’Oltretomba in cerca delle proprie ragioni, presso le anime dei propri numi tutelari. Allo stesso modo io chiamo il cammino accanto all’Ombra dell’‘esistenza spezzata’, cioè la condizione tossicomanica, quella paralisi dell’esistenza che ‘esce’ dal tempo mondano, rinunciando a protendersi verso il futuro.

La contrazione del tempo non è certo il risultato di una scelta! Piuttosto, si tratta di una malattia del tempo vissuto. La riduzione della vita della coscienza a un eterno ‘presente’, al vivere nello spazio di una giornata tutte le opportunità a disposizione, senza nulla chiedere per poter durare oltre l’orizzonte della sera, induce chi affianca la persona a sentirsi angelo, come se ci fosse da sostare di fronte all’Altissimo per un’eternità, aspettando il proprio turno per poter cantare una sola volta: è, ugualmente, attesa l’indugio e il rinvio ripetuti infinite volte.

Prendere la parola, allora, non è un vero parlare: manca un vero interlocutore. Al di là della parete di vetro che ci separa dall’altro arriverà un bisbiglio soltanto. Frammenti di senso saranno sparsi nel tempo, posati delicatamente sull’anima, perché si facciano eco di altre voci. L’inaudito del quotidiano è messaggio e farmaco. La voce dell’angelo ha un suo respiro. E’ il ritmo consueto della vita, che viene riproposto semplicemente indicando le proprie necessità quotidiane, perché nasca nell’altro la nostalgia del tempo perduto. Da questa sponda è importante che parta l’alito sommesso del vento ristoratore: vicinanza e ascolto toccano l’anima. Qualunque cosa accada dall’altra parte, è anche merito del ritmo di questa voce.

*

Leggere EUGÈNE MINKOWSKI, Il tempo vissuto, EINAUDI e, in particolare, le pagine 90-93 sull’attesa – la scheda di ALBERTO BIUSO

da: MOMENTI D’ESSERE (2): Il respiro dell’Angelo : Ai confini dello sguardo.

Gabriele De Ritis: Momenti d’essere 1, la sala del commiato

Domenica, 27 febbraio 2011

La prima idea mi è venuta ieri, all’ingresso della Camera mortuaria del Policlinico di TorVergata, dove Paolo attendeva di essere trasferito a Sora, per i funerali di rito. A sinistra del corridoio che conduce agli spazi in cui vengono sistemate le bare, una stanza con un divano e basta. A destra della porta, una piccola insegna, poco appariscente, con la scritta: Sala del commiato. E sotto quella scritta, altre parole: un invito ad accogliere e confortare parenti e amici.

Sarà stata la parola ‘commiato’ a turbarmi. La vista di Paolo, immobile con jeans e casacca sportiva sopra una camicia a righe sbottonata, non mi ha sconvolto, per quanto lo amassi, come tutti i nostri ragazzi. L’abbraccio alla madre e al padre, la lunga sosta accanto a lui, le carezze al viso, la stretta alle mani. Il gelo della sua pelle contrastava con la dolcezza della sua espressione. Il viso non era contratto. Sembrava che dormisse. Di questo abbiamo parlato a lungo. La madre ha raccontato gli ultimi mesi trascorsi con lui. C’era stato un riavvicinamento, dopo quindici anni di contrasti e incomprensioni. Lei non faceva che dire questo: in questi ultimi tempi Paolo è stato solo mio. E di questo strazio ci sarà da dire ancora. Oggi la ferita sanguina troppo.

Prima di andar via, sono tornato a considerare l’esistenza di quella sala di commiato. Forse, era la parola ‘sala’, che fa pensare a un ambiente grande, spazioso. Si trattava di un’angusta stanzetta senza arredo. Un piccolo divano a destra faceva pensare che fosse dedicata solo a due o tre persone. Ma di più mi aveva colpito la parola ‘commiato’. Saluto. Congedo. Un modo per consentire l’incontro con persone di riguardo? Perché appartarsi, poi? Era opera di una sorta di Associazione, che compariva sotto la piccola insegna, a ricordare di chi era stata l’idea. Inizialmente, mi sono detto: buona idea! Ma poi, di fronte a tutta la gente, che era tanta, e che stava tutta nel corridoio o fuori a fumare, mi è rimasto il dubbio o meglio l’interrogativo: a cosa servirà questa Sala? A realizzare un luogo più intimo in cui raccogliersi a raccontare, a confortare? Ancora adesso, mi infastidisce il pensiero che io non riesca a spiegarmi bene la funzione di quella Sala, in un luogo sempre molto affollato. Ho il sospetto che mai nessuno si fermerà su quel divano a ‘raccogliere’ il dolore in una più calda intimità. Il gelo della morte potrà mai essere riscaldato da una simile Sala? Si desidera forse un po’ di ‘calore’ in quei momenti? Ne dubito. Di fronte all’immane e all’irreparabile si accetta anche di stare in uno squallido corridoio, con le pareti di pietra, e con due sole sedie nel cubicolo senza porta in cui serialmente viene sistemata la bara che ci sta a cuore. Si sente distintamente il grido di dolore proveniente dal cubicolo confinante. Sarà per questo che qualcuno ha pensato di concedere a due dei tanti la possibilità di appartarsi un po’, per dare una voce più pacata al proprio dolore e magari per raccontare più sommessamente come andarono le cose, a dispetto del Destino, nell’esistenza di una persona che per esigenze burocratiche è momentaneamente sistemata nel cubicolo n.3?

da: http://www.gabrielederitis.it/wordpress/?p=9608

Progettino intersoggettivo “Citazioni sonore”

cara e caro abitatore del tempo
ti dico un nuovo progettino che ho in mente:
raccogliere delle “citazioni sonore”, esattamente come quella sulla “verità che ci abita” di emanuele severino:
la durata massima di ogni citazione, per farla risuonare con ancora più forza, dovrebbe essere breve:  3 o 4 minuti al massimo. 2 minuti e mezzo è l’ottimo
se vorrai, potresti registrare un tuo pensiero ed inviarmelo in formato Mp3 (meraviglioso e connettivo formato che, se corto,  può essere messo in allegato ad una email) e così andranno a comporre un mosaico di citazioni parlanti sul blog  tempo che resta
faccio qualche esempio relativo a concetti/forza che fanno parte della vostra personalità e del vostro personalissimo “stare nel mondo”, almeno per come io li conosco:
– il pensiero del cuore
– l’intersoggettività
– imparare dalla esperienza
– relazione educativa
– lo schema problema/risposta
– feedback e comunicazione
– narrazione autobiografica
– il “familiare”
– donare il tempo
– il padre che legge il corriere della sera
– arte ed abitare
– la forza dei legami deboli
– cosa comunica un haiku
– il web e il silenzio
– cosa dice un pezzo jazz
– meditazione per la morte di un amico
– questa notte ho fatto un sogno
– ….
certo in due o tre minuti non si salva un pensiero argomentativo che richiede lungo tempo e passaggi ragionati, anche se colorati dalla emotività.
tuttavia se ascolti quella fine della lezione che emanuele severino ha tenuto a monza, forse potrai condividere che quella voce andava salvata e condivisa. e che quel pezzettino funziona, per chi è in sintonia, in modo a se stante.
In chiave sincronica mi ha colpito che in questi mesi anche un formatore come gian piero quaglino va in questa direzione della valorizzazione del frammento: http://www.vivenzia.it/
sperando in qualche tua traccia sonora
grazie ancora e buoni giorni nel tempo
un caro saluto
paolo