Giuseppe Pontiggia, “La mia blbliofilia è la brama di inghiottire l’universo”

Giuseppe Pontiggia,

“La mia blbliofilia è la brama di inghiottire l’universo

VENTOTTOMILA volumi su metri e metri di librerie.
Nessun computer, libri schierati secondo collane, editori, argomenti e, per risparmiare spazio, anche secondo le dimensioni. Il metodo per ritrovarli? Guardarli, consultarli spesso.
E’ così che Giuseppe Pontiggia ha organizzato la sua biblioteca:

«Sono pochi i libri che elimino. Quando questo avviene non lo faccio mai con dolore. Infatti il mio criterio è di scegliere opere che avrei voglia di cominciare a leggere la stessa sera in cui le ho acquistate. Quelli che dò via non li considero necessari. Non sono un collezionista che ama i libri intonsi, solo per il piacere di averli».

Ma come fa a trovare il tempo per leggere tutto quello che le interessa o che semplicementelo incuriosisce?

«Leggo più libri insieme. In questo campo sono a favore dell’infedeltà e della poligamia. La lettura è una ricerca senza fine. Dante, è un esempio, l’ho cominciato a capire solo dopo averlo letto più volte. Però anche una rapida incursione può essere importante. E’ come vedere un paesaggio per scorci. Una biblioteca vasta può favorire questi veloci attraversamenti».
Cosa si nasconde dietro la sua passione di bibliofilo?

«Una biblioteca come la mia rappresenta sicuramente qualcosa di irresponsabile. Rappresenta un’attrazione visionaria, una spinta verso la ricerca senza confini né limiti.

E’ come una brama malinconica di poter inghiottire l’universo intero attraverso i libri».

DA www.segnalo.it – ricerche bilbiografiche.

Jean Amery sul “concetto” di HEIMAT

La “Heimat” è il paese della infanzia e della giovinezza.

Chi l’ha smarrita resta spaesato, per quanto all’estero possa avere appreso a non barcollare come un ubriaco e ad appoggiare il piede in terra senza timori

da

DI QUANTA PATRIA HA BISOGNO L’UOMO? (da  amery  AMERY)

Seguendo i sentieri dei contrabbandieri attraversavamo la Eifel notturna e invernale, in direzione di un paese, il Belgio, i cui doganieri e gendarmi non ci avrebbero consentito di passare il confine legalmente: eravamo privi di passaporto e visto, privi di un’identità civile giuridicamente valida, eravamo profughi. Fu un lungo cammino nella notte. Affondavamo nella neve sino al ginocchio; gli abeti scuri non erano diversi dai loro fratelli in patria, eppure erano già abeti belgi, e noi sapevamo che non ci volevano. Un vecchio ebreo, che perdeva ogni momento le calosce, si aggrappò alla cintura del mio cappotto e gemendo mi promise tutte le ricchezze del mondo se solo gli avessi permesso di sostenersi a me: ad Anversa suo fratello era un uomo grande e potente. Da qualche parte, forse nei pressi della città di Eupen, un camion ci raccolse e ci portò all’interno del paese. La mattina successiva la mia giovane moglie e io ci recammo all’ufficio postale di Anversa da dove in cattivo francese scolastico telegrafammo di essere bene arrivati. “Heureusement arrivé”: erano i primi di gennaio del 1939. Da allora ho passato clandestinamente tanti di quei confini che ancora adesso è fonte di stupore e meraviglia passare una dogana in macchina, ben equipaggiato con tutti i documenti necessari: ogni volta il cuore mi batte più forte, rispondendo a un riflesso pavloviano.
Felicemente giunti ad Anversa e confermato il nostro arrivo con un cablogramma ai parenti rimasti a casa, cambiammo il denaro in nostro possesso, complessivamente quindici marchi e cinquanta pfennig, se ben ricordo. Questo era il patrimonio con il quale dovevamo iniziare, come si dice, una nuova vita. La vecchia ci aveva abbandonati. Per sempre? Per sempre. Ma l’ho capito solo adesso, dopo quasi ventisette anni. Con qualche banconota e qualche moneta straniera affrontavamo l’esilio: che desolazione! Chi non lo sapeva, apprese nella sua vita quotidiana di profugo che l’esilio trova la migliore definizione proprio nella parola “Elend” [desolazione] che etimologicamente ha in sé il concetto di messa al bando.
Chi ha conosciuto l’esilio ha trovato risposta a non poche questioni vitali e si è posto un numero ancora maggiore di interrogativi. Fra le risposte la coscienza, a prima vista banale, che non vi è ritorno, poiché ritrovare uno spazio non significa mai riconquistare anche il tempo perduto. Fra gli interrogativi invece che sin dal primo giorno si mettono per così dire alle costole dell’esiliato per non abbandonarlo più, ve n’è in particolare uno che tenterò di chiarire – in modo vano, lo so prima ancora di avere veramente iniziato – in queste considerazioni: di quanta “Heimat” [patria, terra natia] ha bisogno l’uomo? L’esito delle mie riflessioni avrà scarsa validità generale poiché prendo lo spunto dalla situazione molto specifica dell’esule dal Terzo Reich, di colui che abbandonò il suo paese perché, viste le circostanze, lo avrebbe voluto lasciare in ogni caso, ma che in più andò in esilio perché “costrettovi”. Le mie riflessioni per vari motivi si differenzieranno dunque notevolmente da quelle che potrebbero fare ad esempio i tedeschi che sono stati cacciati dai loro luoghi d’origine nell’Europa orientale. Essi sono stati allontanati dagli affari, privati delle loro proprietà, delle loro case, del loro patrimonio – o anche solo del loro modesto impiego – e inoltre della loro terra, dei prati, delle colline, di un bosco, del profilo di una città, della chiesa in cui avevano fatto la cresima. Anche noi perdemmo tutto ciò e in aggiunta perdemmo gli esseri umani: il compagno di banco, il vicino, l’insegnante. Si erano trasformati in delatori o picchiatori, nel migliore dei casi si conformavano a un imbarazzato attendismo. E perdemmo la lingua. Ma su questo torneremo in seguito.
Il nostro esilio non era paragonabile nemmeno a quello volontario degli esuli che abbandonarono il Terzo Reich esclusivamente a causa delle loro convinzioni. Per loro era possibile trovare un accordo con il Reich, tornare, magari ravveduti, oppure osservando un leale silenzio: alcuni di loro infatti lo fecero, come il romanziere tedesco Ernst Glaeser. Per noi, ai quali allora il ritorno era precluso e che quindi non sono in grado di tornare nemmeno oggi, il problema si pone in termini più gravi e angosciosi. Esiste a questo proposito un aneddoto, che vogliamo citare non tanto per la sua carica umoristica, quanto per il valore illustrativo. Si narra che lo scrittore Erich Maria Remarque, dopo il 1933, nella sua casa nel Canton Ticino sia stato più volte contattato da emissari del ministero di Goebbels: si intendeva convincere gli scrittori emigrati «ariani», e quindi mai completamente soggiogati dal Male, a tornare a casa, a convertirsi. Accorgendosi infine che Remarque non cedeva, l’inviato del Reich gli chiese: ma insomma, in nome di Dio, non ha nostalgia di casa? Nostalgia di casa? e perché mai, pare gli abbia risposto Remarque, sono forse ebreo?
Quanto a me, ero invece proprio un ebreo, come mi resi conto nel 1935, allorquando furono annunciate le leggi di Norimberga, e per questo motivo soffrivo, e tuttora soffro, di nostalgia di casa, una nostalgia dolorosa, struggente, lontana dall’intimità della canzone popolare, non consacrata da convenzioni sentimentali, una nostalgia della quale non si può parlare nei toni cari a Eichendorff. Per la prima volta l’avvertii in maniera acuta quando, con in tasca quindici marchi e cinquanta pfennig, mi ritrovai ad Anversa davanti allo sportello dei cambi; da allora non mi ha più lasciato, come non mi ha lasciato il ricordo di Auschwitz o della tortura o del ritorno dal campo di concentramento, quando mi ritrovai collocato nel mondo con quarantacinque chili di peso vivo e con indosso un vestito a righe, tornato ancora una volta a sentirmi più leggero dopo la morte dell’unica persona per la quale avevo tenute deste per due anni le mie forze vitali.
Che cos’era, cos’è la nostalgia di casa provata da coloro che dal Terzo Reich erano stati cacciati allo stesso tempo a causa delle loro opinioni e del loro albero genealogico? Impiego malvolentieri in questo contesto un termine oggi non più di moda, ma forse non ne esiste uno più adatto: la mia, la nostra nostalgia di casa era una forma di autoestraniazione. Il passato era di colpo sepolto, e non si sapeva più chi si era. All’epoca non avevo ancora il “nom de plume” di origine francese con il quale oggi firmo i miei lavori. La mia identità era legata a un nome sinceramente tedesco e al dialetto della mia regione. Il dialetto, tuttavia, non mi sono più concesso di usarlo dal giorno in cui una disposizione ufficiale mi vietò di indossare il costume tradizionale che, sin da piccolo avevo quasi sempre portato. A quel punto aveva poco senso anche il nome che gli amici avevano sempre usato con un’inflessione dialettale. Servì giusto per iscriversi nel registro degli stranieri non graditi del municipio di Anversa, dove i funzionari fiamminghi lo pronunciarono in modo tanto strano, che quasi non lo intesi. Ed erano cancellati anche gli amici, con i quali avevo parlato il dialetto di casa. Solo loro? Ma no, tutto ciò che aveva contribuito a formare la mia coscienza, dalla storia del mio paese – che non era più mio – sino ai paesaggi il cui ricordo reprimevo: tutto mi era divenuto insopportabile da quella mattina del 12 marzo 1938, quando anche in sperduti poderi avevano esposto il drappo rosso sangue con il ragno nero in campo bianco. Ero un uomo che non poteva più dire «noi» e che quindi solo per abitudine, ma senza avere la sensazione di possedere appieno sé stesso, diceva «io». Talvolta discorrendo con i miei ospiti di Anversa, più o meno ben disposti nei miei confronti, mi veniva fatto di dire: da noi è diverso. «Bij ons», per i miei interlocutori era la cosa più naturale del mondo. Io invece arrossivo, sapendo che si trattava di una pretesa. Io non ero più un Io e non vivevo in un Noi. Non avevo né passaporto né passato, non avevo né denaro né storia. C’era solo un albero genealogico composto da tristi cavalieri Senzaterra, colpiti da anatema. Erano stati a posteriori privati del loro diritto alla patria e io dovevo portare le ombre con me in esilio.
«V’n wie kimmt Ihr?» – da dove venite – mi chiese una volta in yiddish un ebreo polacco, per il quale l’errare e l’essere profughi erano parte della storia familiare, quanto per me lo erano una ormai insensata stabilità di dimora. Gli avessi risposto che ero originario di Hohenems, non avrebbe naturalmente potuto sapere dove si trova. E la mia provenienza non era forse del tutto indifferente? I suoi antenati si erano trascinati con il loro fagotto da un villaggio all’altro nella zona di Lwow, i miei, col caffettano, tra Feldkirch e Bregenz. Non c’era più alcuna differenza. Quelli delle S.A. e delle S.S. erano un po’ meno buoni dei cosacchi. E l’uomo che nel mio paese chiamavano FŸhrer, era molto peggio dello zar. L’ebreo errante aveva più Heimat di me.
Se mi è consentito dare a questo punto una prima, provvisoria risposta al nostro quesito iniziale, direi che l’uomo ha tanto più bisogno di Heimat quanto meno può portarne via con sé. Esiste infatti qualcosa come una Heimat mobile o quanto meno un surrogato della Heimat. Può essere la religione, come quella ebraica. «L’anno prossimo a Gerusalemme», si promettono sin dai tempi antichi gli ebrei durante il rito pasquale, ma non era importante raggiungere veramente la Terra Santa, era sufficiente che si pronunciasse insieme la formula e ci si sapesse uniti nella magica cerchia patria di Yahweh, il Dio della stirpe.
Surrogato della Heimat può essere anche il denaro. Vedo ancora quell’ebreo di Anversa costretto nel 1940 a fuggire di fronte ai tedeschi: seduto in un prato delle Fiandre, estrasse dalle scarpe i suoi dollari e si mise a contarli con severo contegno. Che fortuna per lei, avere con sé tanto denaro! gli disse pieno d’invidia un altro. Al che il primo nel suo fiammingo mescolato a yiddish dignitosamente rispose: «In dezen tijd behoord de mens bij zijn geld», in tempi come questi l’uomo deve essere dove sono i suoi soldi. Portava con sé la Heimat in buona valuta americana: “ubi dollar ibi patria”.
Anche fama e stima possono temporaneamente sostituirsi alla Heimat. Nel suo libro di memorie “Ein Zeitalter wird besichtigt” Heinrich Mann scrive: «Al sindaco di Parigi era stato fatto il mio nome. A braccia aperte mi venne incontro: c’est vous, l’auteur de L’Ange Bleu! Questo è stato per me l’apice della fama.» Il grande scrittore intendeva essere ironico, poiché era evidentemente offeso dal fatto che una personalità francese di lui sapesse solo che era l’autore del romanzo da cui era stato tratto il film “L’angelo azzurro”. Quanto sanno essere ingrati i grandi scrittori! Heinrich Mann era al sicuro nella Heimat della fama, per quanto questa facesse spassosamente capolino dietro le gambe della Dietrich.
Quanto a me, ero – sperso fra gli esuli in fila davanti alla sede del Comitato di soccorso ebraico di Anversa per ottenere il sussidio settimanale – privo di qualunque riparo. Gli scrittori di lingua tedesca emigrati allora famosi o anche solo relativamente noti – i cui documenti dell’esilio sono oggi raccolti nel volume “Verbannung” edito da Wegner-Verlag – si incontravano a Parigi, Amsterdam, Zurigo, Sanary-sur-mer, New York. Anch’essi avevano delle preoccupazioni, parlavano dei visti, dei permessi di soggiorno, dei conti degli alberghi. Ma fra loro discutevano anche dei libri di più recente pubblicazione, della riunione dell’Associazione scrittori, di un congresso antifascista internazionale. Vivevano inoltre nell’illusione di essere la voce della «Germania autentica» che all’estero poteva alzarsi alta a favore di quella Heimat che il nazionalsocialismo aveva reso schiava. Nulla di tutto ciò per noi anonimi. Non potevano distrarci con l’immaginaria Germania autentica che avremmo portato con noi, non possedevamo nessun rituale formale di una cultura tedesca conservata nell’esilio in attesa di giorni migliori. I profughi senza nome vivevano un’esistenza sociale più conforme alla realtà tedesca e internazionale: la coscienza determinata da questa esistenza consentiva, esigeva, pretendeva una più approfondita conoscenza della realtà. Essi sapevano di essere degli esuli e non i conservatori di un invisibile museo della storia spirituale tedesca. Comprendevano meglio di essere stati privati della Heimat e potevano, non disponendo di alcun surrogato mobile della stessa, riconoscere con maggior precisione quanto fosse profondo il bisogno di Heimat di un essere umano.
Certo, non è gradevole essere considerato l’ultima retroguardia dell’esercito del «sangue e suolo», e voglio quindi chiarire che mi rendo perfettamente conto dell’arricchimento e delle occasioni che l’essere senza Heimat ci offrì. So ben valutare cosa significò per me l’apertura verso il mondo offertaci dall’emigrazione. Quando andai all’estero, di Paul Eluard conoscevo a malapena il nome, mentre ritenevo fosse una importante figura letteraria uno scrittore di nome Karl Heinrich Waggerl. Ho alle spalle ventisette anni di esilio e i miei connazionali spirituali sono Proust, Sartre, Beckett. Sono però tuttora convinto che sia necessario avere connazionali nelle strade dei villaggi e delle città, se si vuole apprezzare sino in fondo i connazionali spirituali, e che un internazionalismo culturale cresce bene solo nell’humus della sicurezza nazionale. Thomas Mann viveva e discuteva nell’atmosfera internazionale anglosassone della California e scrisse con le forze dell’autoconsapevolezza nazionale il “Faustus”, un romanzo esemplarmente tedesco. Si legga “Le parole” di Sartre e si raffronti questo libro con “Il traditore”, l’autobiografia del suo allievo, l’esule André Gorz: in Sartre, francese purosangue, il superamento e l’assimilazione dialettica del retaggio spirituale dei Sartre e degli Schweitzer, danno valore e peso al suo internazionalismo; in Gorz, l’emigrante austriaco mezzo ebreo, l’affannosa ricerca di un’identità, dietro la quale si cela il bisogno di trovare quel radicamento nella terra natale, dal quale l’altro orgogliosamente e virilmente si affranca. Bisogna avere una Heimat per potervi rinunciare, per non averne bisogno, così come nel pensiero bisogna essere in possesso della logica formale per potere procedere oltre, verso più fertili sfere dello spirito.
E’ giunto il momento di spiegare quale significato attribuisca a questa entità imprescindibile che è la Heimat. Dapprima è però necessario liberarci da concezioni tramandate, da cliché romantici che tuttavia noi – modificati – ritroveremo a loro volta modificate – a un livello più alto di riflessione. «Heimat» significa, limitandoci al contenuto psicologico positivo del termine, “sicurezza”. Ripensando ai primi giorni di esilio ad Anversa, ricordo in particolare il mio barcollare su un terreno instabile. Il solo fatto che non si potessero decifrare i volti della gente già incuteva terrore. In una birreria al tavolo con me c’era un uomo grande e grosso, con la testa quadrata: poteva essere un solido borghese fiammingo, forse addirittura un patrizio, ma non era da escludere che fosse un portuale sospetto, pronto a spaccarmi la faccia per prendersi mia moglie. Volti, gesti, abiti, case, parole (anche quando più e meno le capivo) erano realtà sensoria, ma non segni decifrabili. Quel mondo per me era privo di ordine. Il sorriso del poliziotto che controllava i nostri documenti era benevolo, indifferente o sarcastico? La sua voce profonda tradiva astio o esprimeva benevolenza? Non lo sapevo. Il vecchio ebreo con la barba, i cui suoni gorgoglianti io interpretai come frasi, nei nostri confronti era ben disposto o invece ci odiava perché con la nostra sola presenza in città gli aizzavamo contro una popolazione locale già stanca degli stranieri, tormentata dalle difficoltà economiche e di conseguenza incline all’antisemitismo? Barcollavo attraverso questo mondo i cui segni erano per me indecifrabili quanto i caratteri etruschi. A differenza tuttavia del turista per il quale una simile condizione può rappresentare un eccitante momento di straniamento, io dipendevo da questo mondo pieno di enigmi. L’uomo con la testa quadrata, l’agente di polizia dalla voce astiosa, l’ebreo gorgogliante, erano i miei signori e padroni. In certi momenti nei loro confronti mi sentivo più vulnerabile di quanto non accadesse a casa al cospetto di una S.S., perché di lei almeno sapevo con certezza che era stupida e crudele e che intendeva farmi fuori.
La Heimat è sicurezza, dicevo. Nella Heimat dominiamo perfettamente la dialettica tra conoscere e riconoscere, fra attesa fiduciosa e fiducia assoluta: poiché la conosciamo, la riconosciamo, e ci fidiamo a parlare e ad agire, perché possiamo avere ragionevolmente fiducia nella nostra capacità di conoscenza-riconoscimento. Il campo semantico dei termini affini, fedele, fidarsi, fiducia, affidare, confidenziale e fiducioso, si riallaccia alla sfera psicologica del «sentirsi sicuri». E sicuri ci si sente dove non incombe la casualità, dove non si deve temere qualcosa di totalmente estraneo. Vivere nella Heimat significa che quanto è a noi noto torna a riproporsi con varianti minime. E’ una condizione che, se si conosce solo il proprio luogo d’origine, può condurre all’imbarbarimento, all’avvizzimento nel provincialismo. Ma se non si ha una Heimat si è vittime della mancanza di ordine, di turbamenti, della dispersione.
Si potrebbe al più obiettare che l’esilio non è forse un male incurabile poiché è possibile, soggiornando e vivendo all’estero per molto tempo, trasformare l’estero in Heimat; non a caso si dice: trovare una nuova patria. Ed è vero nel senso che con molta lentezza s’impara a decifrare i segni. In certi casi nel paese straniero ci si può sentire a tal punto «a casa» che si acquista la facoltà di collocare socialmente e intellettualmente gli uomini in base alla lingua, ai tratti del volto, agli abiti, che si riconosce al primo sguardo l’età, la funzione, il valore economico di un edificio, che si ricollegano senza fatica i nuovi concittadini alla loro storia e al loro folclore. Anche in questo caso favorevole, tuttavia, per l’esule che sia giunto nel nuovo paese da adulto, la decifrazione dei segni non sarà spontanea, ma un atto intellettuale che richiede un certo sforzo spirituale. Solo i segnali che abbiamo recepito molto presto, che abbiamo imparato a interpretare mentre prendevamo possesso del mondo esterno, divengono elementi costitutivi e costanti della nostra personalità: come si apprende la lingua madre senza conoscerne la grammatica, così si sperimenta l’ambiente patrio. Lingua madre e ambiente patrio crescono insieme a noi, crescono in noi e si trasformano così in quella confidenza che ci garantisce sicurezza.
E a questo punto torniamo a imbatterci in quella concezione tradizionale di Heimat, mediata dalle canzoni popolari e dalla semplice saggezza dei proverbi, che ho sin qui evitato di affrontare. Quante indesiderate reminiscenze porta con sé! Le fiabe narrate dalla vecchia bambinaia, il volto della mamma prima di prendere sonno, il profumo di lillà del giardino dei vicini. E magari anche la stanza per filare e, sotto il tiglio del paese, il tradizionale canto alternato, che noi del resto conosciamo solo a livello letterario. Ben volentieri si scaccerebbero i toni imbarazzanti eppure gradevoli che si collegano alla parola Heimat e che fanno riemergere associazioni assai negative: pensiamo alla “Heimatkunst” [arte regionale], alla “Heimatdichtung” [poesia regionale], a sciocchezze regionali d’ogni sorta. Ma sono tenaci, non ci mollano, ribadiscono la loro validità. Lungi da me del resto associare alla parola Heimat necessariamente un’inferiorità intellettuale. Carossa resta lo scrittore mediocre che è sempre stato. Ma cosa sarebbero Joyce senza Dublino, Joseph Roth senza Vienna, Proust senza Illiers? Anche le vicende della domestica Franoise e di zia Léonie nella “Recherche” sono Heimatdichtung. Il fatto che il concetto di Heimat nel suo complesso sia appannaggio di una retrograda inerzia, non significa che non dobbiamo tenerne conto. Ripeto quindi con estrema chiarezza: una «nuova patria» non esiste. La Heimat è il paese dell’infanzia e della giovinezza. Chi l’ha smarrita, resta spaesato, per quanto all’estero possa avere appreso a non barcollare come un ubriaco e ad appoggiare il piede in terra senza troppi timori.
In questa sede mi preme determinare l’entità e le conseguenze della perdita della Heimat per noi esuli dal Terzo Reich. Ritengo dunque necessario approfondire quei temi ai quali sin qui ho solo accennato. Compresi veramente tutte le implicazioni di questa perdita solo quando, nel 1940, la Heimat ci seguì sotto forma di truppe di occupazione. Ricordo un episodio particolarmente inquietante nel quale fui coinvolto nel 1943, poco prima del mio arresto. Il nostro gruppo aveva allora una base nell’appartamento di una ragazza; qui avevamo collocato il ciclostile con il quale stampavamo i nostri volantini illegali. La giovane e sin troppo impavida ragazza, che in seguito pagò infatti con la vita, aveva di sfuggita accennato al fatto che nella stessa casa abitavano anche dei «soldati tedeschi»: riguardo alla sicurezza dell’appartamento, si trattava di una circostanza che tutto sommato ci era parsa favorevole. Un giorno un tedesco – il cui appartamento era sotto il nostro rifugio – si sentì disturbato nel suo riposino pomeridiano dal nostro parlare e armeggiare. Salì le scale, bussò rumorosamente alla porta e fragorosamente oltrepassò la soglia: era una S.S., con i risvolti neri e il distintivo del Servizio di sicurezza! Ci spaventammo a morte perché nella stanza attigua avevamo gli attrezzi di quel nostro lavoro propagandistico che, ahimè, così poco turbava l’esistenza del Reich. Quel tale tuttavia – la giacca dell’uniforme sbottonata, i capelli arruffati, gli occhi pieni di sonno, – non intendeva in alcun modo svolgere il proprio mestiere di segugio e, urlando, pretese soltanto un po’ di silenzio per sé e per il suo camerata, entrambi stanchi dal servizio notturno. La sua protesta – e per me fu questo il lato realmente spaventoso della vicenda – avvenne nel dialetto della mia regione. Da molto tempo non avevo più udito quella cadenza e questo suscitò in me il folle desiderio di rispondergli nel suo stesso dialetto. Mi trovavo in una disposizione paradossale, quasi perversa, fatta di enorme paura e al contempo di improvvisa, familiare cordialità, perché quel tizio, che in quel preciso istante non mirava alla mia vita, ma il cui compito, gioiosamente svolto, era quello di avviare quelli come me in folta schiera ai Lager della morte, mi apparve d’un tratto come un potenziale compagno. Non sarebbe stato sufficiente apostrofarlo nella sua, nella mia lingua, per poi celebrare tra compatrioti, con una bottiglia di buon vino, una festa di riconciliazione?
Fortunatamente, paura e controllo razionale furono abbastanza forti da impedirmi quel gesto assurdo. Borbottai qualche scusa in francese che parve calmarlo. Sbattendo la porta abbandonò sia il luogo della sovversione sia il sottoscritto, vittima designata del suo dovere di soldato e della sua passione per la caccia. In quell’istante compresi “sino in fondo” e definitivamente che la Heimat era terra nemica e che il buon compagno era stato inviato dalla patria-nemica per eliminarmi.
Fu un’esperienza in fin dei conti banale. Ma non sarebbe mai potuta accadere né a un profugo dai territori orientali della Germania, né a un esule dal Terzo Reich che a New York o in California fosse intento a fantasticare sulla cultura tedesca. Il profugo dagli ex territori orientali della Germania sa che una potenza straniera lo ha privato del suo paese. Nel suo rifugio sicuro l’esule esponente della cultura credeva di continuare a tessere i destini di una nazione tedesca solo provvisoriamente soggiogata dal nazionalsocialismo, un potere anch’esso estraneo. Noi invece non avevamo perso il paese: dovevamo riconoscere di non averlo mai posseduto. Ciò che riguardava questo paese e la sua gente rappresentava per noi l’equivoco di un’intera esistenza. Quello che ciascuno di noi pensava fosse stato il suo primo amore era, come dicevano laggiù, “Rassenschande” (contaminazione razziale). Era dunque solo mimetismo ciò che ritenevamo avesse determinato il nostro essere? Nessuno di noi che durante la guerra viveva sotto l’occupazione della patria-nemica, poteva, conservando un minimo di rettitudine spirituale, ritenerla soggiogata da un potere estraneo: troppo di buon umore erano i compatrioti che noi, celati dietro le lingue del Belgio, mimetizzati in abiti di foggia e gusto belgi, casualmente incontravamo per le strade o nelle taverne. Troppo unanimemente essi si schieravano accanto al loro FŸhrer e alle sue imprese, quando noi, in un tedesco volutamente stentato, attaccavamo discorso. Cantavano, con le forti voci di una gioventù fiduciosa, di voler muovere contro il paese degli angli. E durante le marce sovente intonavano anche una canzone piuttosto cretina in cui si diceva che gli ebrei, vagando di qua e di là, attraversavano il Mar Rosso, finché i flutti non si chiudevano su di loro e il mondo trovava finalmente pace; e trasparivano nuovamente l’energia del ritmo e l’assenso. La Heimat ci aveva raggiunti sotto queste sembianze, e in questo modo la campana della lingua madre risonava alle nostre orecchie.
Si comprenderà meglio adesso cosa intendessi con qualità del tutto inedita della nostra nostalgia di casa, non determinata dalle convenzioni letterarie del sentimento. La nostalgia di casa tradizionale: beh, noi l’avevamo avuta così, in sovrappiù. La facevamo emergere noi sotto forma di pretenziosa mestizia – perché in fondo non ne avevamo il diritto – quando durante l’esilio parlavamo di casa nostra con gli abitanti del paese ospite. Allora compariva e faceva valere i suoi diritti, nella beatitudine delle lacrime, perché nei confronti dei belgi dovevamo bene o male presentarci come tedeschi o come austriaci, o meglio, in quei momenti eravamo tedeschi, perché i nostri interlocutori ci imponevano la patria e prescrivevano il ruolo da recitare. La nostalgia di casa tradizionale per noi era – ed è per tutti coloro che mestamente vi si crogiuolano – una forma di consolatoria autocommiserazione, sempre minata tuttavia dalla consapevolezza che si trattava di un’appropriazione indebita. Accadeva talvolta che, sotto l’influsso dell’alcool, agli anversesi cantassimo in dialetto le nostre canzoni popolari, che raccontassimo loro dei monti e dei fiumi di casa, asciugandoci furtivamente le lacrime. Che inganni dell’anima! Erano viaggi a casa fatti con documenti falsi e tavole genealogiche rubate. Dovevamo far finta di essere ciò che effettivamente eravamo, ma che non avevamo il diritto di essere: che impresa folle, da commedianti!
La nostalgia di casa autentica, la «nostalgia primaria», se mi è consentito attingere rispettosamente a Thomas Mann, era di altro tipo e ci coglieva quando eravamo soli con noi stessi. Allora non c’entravano più le canzoni, l’evocazione entusiasta di paesaggi perduti, allora cessavano le lacrime e l’occhio non vagava più in cerca di complicità. La nostalgia di casa autentica non era autocommiserazione ma autodistruzione. Era il progressivo smantellamento del nostro passato, il che non poteva avvenire senza disprezzo verso sé stessi e odio per l’Io perduto. Distruggevamo la patria nemica e al contempo cancellavamo quel pezzo di nostra vita che ad essa si collegava. L’odio per sé stessi abbinato all’odio per la Heimat faceva male, e il dolore diveniva insopportabile se nel bel mezzo del faticoso lavoro di autoannientamento, reclamando la sua parte anche la nostalgia di casa tradizionale di tanto in tanto si faceva largo. Ciò che era nostro urgente desiderio e nostro dovere sociale odiare, improvvisamente si parava di fronte a noi, chiedendo di essere vagheggiato: una condizione insostenibile, nevrotica, contro la quale anche la psicoanalisi è impotente. L’unica terapia avrebbe potuto essere la prassi storica, ossia la rivoluzione tedesca, e con essa il forte desiderio da parte della patria di vederci tornare. Ma la rivoluzione non ci fu e quando infine il potere nazionalsocialista venne spezzato dall’esterno, il nostro ritorno per la Heimat fu solo fonte d’imbarazzo.
Affine al rapporto con la Heimat negli anni dell’esilio fu quello con la lingua madre. In un senso ben preciso abbiamo perduto anche lei, senza poter avviare un procedimento di restituzione. Nel già citato volume “Verbannung” – una raccolta di documenti di scrittori tedeschi sul tema dell’esilio – leggo la seguente osservazione del filosofo GŸnther Anders:

“Nessuno può muoversi per anni esclusivamente in ambiti linguistici che non conosce e i cui idiomi nella migliore nelle ipotesi ripete pappagallescamente, senza divenire vittima della sua minore capacità comunicativa… Non avevamo ancora imparato l’inglese, il francese, lo spagnolo, e già il nostro tedesco iniziava a sgretolarsi pezzo dopo pezzo, il più delle volte in maniera tanto furtiva e graduale che non ci accorgevamo della perdita”.

Il problema della lingua dell’esule non si esaurisce tuttavia qui. Piuttosto che di uno «sgretolarsi» della lingua madre preferirei parlare di un suo ridursi. Non ci muovevamo infatti solo nella lingua straniera, ma anche – quando usavamo il tedesco – nello spazio vieppiù limitato di un lessico costantemente ripetuto. Per forza di cose i discorsi con i compagni di sventura vertevano su argomenti sempre uguali: in una prima fase sulle questioni del sostentamento, sui documenti di soggiorno e di viaggio, successivamente, con l’occupazione tedesca, sul puro e semplice pericolo di morte. I nostri interlocutori non fornivano nuova linfa alla lingua, la loro non era che l’immagine speculare della nostra. Giravamo intorno agli stessi argomenti, alle stesse parole, alle stesse frasi fatte e al massimo arricchivamo i nostri discorsi attingendo incuranti e nel modo più orrendo alle formulazioni della lingua del paese ospitante.
Laggiù, nella patria-nemica, i fatti linguistici seguivano il loro corso. Quella che vi nasceva non era una lingua bella, questo no. Ma era – compresi i “Feindbomber” [bombardieri nemici], la “Kriegseinwirkung” [effetti della guerra], la “Frontleitstelle” [ufficio al fronte], e comprese anche tutte le espressioni dello slang dei nazisti in senso stretto – una lingua della “realtà”. Ogni discorso evoluto è discorso allegorico, che esso ci narri dell’albero che ostinatamente protende verso il cielo un ramo spoglio, o dell’ebreo che instilla veleno asiatico nel popolo tedesco. Il materiale per l’allegoria è fornito sempre dalla realtà percettibile. Noi eravamo esclusi dalla realtà tedesca e quindi anche dalla lingua tedesca. La maggioranza degli esuli rifiutava comunque quei brandelli di lingua che dalla Germania giungevano nei paesi occupati, adducendo l’argomento, corretto in linea di principio e tuttavia solo parzialmente utilizzabile nella pratica, secondo cui in Germania si stava corrompendo il tedesco, mentre era loro compito conservarlo «puro». In realtà questi compagni parlavano da un lato il loro maccheronico da emigranti, e dall’altro una lingua d’arte che vedevamo progressivamente invecchiare e deteriorarsi; non si rendevano inoltre conto di quanta parte del patrimonio linguistico, o, se si vuole, della perversione linguistica di quest’epoca si sarebbe conservato in Germania, ben oltre il crollo di Hitler, e fosse destinato a sua volta a entrare a far parte della lingua letteraria.
Altri, io fra loro, fecero il disperato tentativo di seguire l’evoluzione della lingua tedesca. Nonostante una profonda ripugnanza, leggevo quotidianamente la «BrŸsseler Zeitung», l’organo delle forze d’occupazione sul fronte occidentale. Il mio patrimonio linguistico non ne risentì, tuttavia nemmeno se ne avvantaggiò, perché ero escluso dal destino della comunità tedesca e quindi anche dalla lingua. “Feindbomber”, d’accordo, ma per me erano gli aerei tedeschi, che radevano al suolo le città inglesi, e non le fortezze volanti degli americani che in Germania facevano altrettanto. Per noi si modificò il contenuto di fondo di ogni parola tedesca, e infine la lingua madre divenne, che lo volessimo o meno, altrettanto ostile quanto coloro che intorno a noi la parlavano. Anche in questo senso il nostro destino era molto diverso da quello degli esuli che si trovavano al sicuro negli Stati Uniti, in Svizzera, in Svezia. Le parole erano gravide di una realtà concreta che si chiamava minaccia di morte. “FŸllest wieder Busch und Tal” [Ancora riempi bosco e valle] (1): non vi era una sola parola che non avrebbe potuto pronunciare anche il nostro potenziale assassino. Nel bosco e nella valle magari cercavamo di nasconderci. Ma nel nimbo di luce venivamo scoperti. E’ necessario aggiungere come il pesante contenuto di verità della lingua madre – tanto opprimente nel paese d’esilio occupato – sia stato spaventosamente duraturo e a tutt’oggi per noi gravi sulla lingua?
Il fatto che la lingua madre si mostrasse ostile, non implicò che quella straniera, in compenso, ci divenisse autenticamente amica. Essa si mostrava e si mostra riservata, e ci riceve solo per brevi visite di cortesia. Si passa a trovarla, “comme on visite des amis”, il che suona diverso dal dire che si va a trovare degli amici. “La table” non sarà mai “der Tisch”, nella migliore delle ipotesi la sua funzione è legata al cibo. Persino singole vocali, per quanto potessero seguire le stesse regole fisiche delle vocali tedesche, erano, e tuttora restano, estranee. Ricordo che nei primi giorni dell’esilio, ad Anversa sentii un ragazzino che consegnava il latte a domicilio, pronunciare in un olandese con forte cadenza dialettale fiamminga, un «Ja» che presentava la stessa a chiusa, affine alla o, usata in quella stessa parola anche nel dialetto della mia regione. Lo Ja era allo stesso tempo noto ed estraneo, e in quel momento compresi che nell’altra lingua sarei sempre stato un ospite appena tollerato. La posizione della bocca del ragazzo nel dire Ja non era quella che conoscevo. La porta davanti alla quale parlava era diversa dai portoni tipici della mia terra. Il cielo sopra di noi era un cielo fiammingo. Ogni lingua è parte di una realtà complessiva nei confronti della quale, se si vuole accedere alla sfera linguistica con la coscienza tranquilla e a passo sicuro, è necessario avere un ben fondato diritto di proprietà.
Ho cercato di ricostruire e di capire cosa abbia significato per noi, esuli dal Terzo Reich, la perdita della Heimat e della lingua madre. S’impone tuttavia l’interrogativo – e il titolo delle mie riflessioni esige una risposta – quale significato abbia in generale, indipendentemente dal destino individuale, la Heimat per l’uomo contemporaneo. E’ evidente che lo spirito dell’epoca non è favorevole al concetto di Heimat: viene subito fatto di pensare a un angusto nazionalismo, alle rivendicazioni territoriali delle associazioni di rifugiati, a nostalgie del passato. Heimat: non è forse un valore sbiadito, un concetto che ancora conserva una certa carica emotiva ma che va progressivamente svuotandosi di significato, un rimasuglio del passato, privo di riferimenti reali nella moderna società industriale? Torneremo su questo problema. Dapprima tuttavia è necessario chiarire in modo dovutamente sintetico il rapporto esistente fra “Heimat” e “Vaterland” [patria, nazione], poiché secondo una interpretazione assai diffusa si ritiene di poter ancora salvare almeno in quanto valore pittoresco, il concetto di Heimat nella sua limitatezza regionale, folcloristica, mentre appare profondamente sospetto quello di Vaterland, parola d’ordine demagogica ed espressione di ostinatezza reazionaria. “L’Europe des patries”: suona male, è solo l’ossessione di un vecchio generale che in un prossimo futuro sarà spazzato dal vento della storia.
Io non sono un vecchio generale. Non ho sogni di grandezza nazionale, il mio album di famiglia non comprende militari e alti funzionari dello Stato. Provo inoltre profonda avversione per le “SchŸtzenfeste” [feste dei tiratori], per manifestazioni canore o in costume; in genere sono proprio ciò che non molto tempo addietro in Germania era definito una “Intelligenzbestie” [mostro di sapienza], e so di non essere privo di tendenze distruttive. Ma dato che sono un esperto senza-patria, oso schierarmi a favore del valore Heimat, respingo la sottile distinzione fra Heimat e Vaterland e ritengo infine che la mia generazione difficilmente possa rinunciare alle due cose, che sono poi una sola. Chi non ha un Vaterland, ossia chi non ha un rifugio in un organismo sociale indipendente e costituente un’unità statale autonoma, non ha, io credo, nemmeno una Heimat. “Kde domow muj” – dov’è la mia patria – cantavano i cechi ai tempi in cui nello Stato plurinazionale della monarchia austro-ungarica non riuscivano a individuare e a sentire la loro terra ceca – che non era uno Stato autonomo – né in quanto Heimat né in quanto Vaterland. Cantavano queste parole perché intendevano conquistare un Vaterland e così realizzare la loro Heimat. Qualcuno potrebbe obiettare che si trattava della reazione di un popolo culturalmente ed economicamente oppresso, «colonizzato» dalla maggioranza etnica tedesca esistente in Austria. Quando invece nazioni con uguali diritti, per libera scelta si uniscono in una più vasta comunità, esse possono conservare la loro Heimat, nella salvaguardia di un particolarismo regionale e linguistico, senza avere più bisogno del «Vaterland» sotto forma di Stato. Il loro Vaterland sarà più vasto: una piccola Europa domani, una grande Europa dopodomani, il mondo in un futuro non ancora riconoscibile ma che s’avvicina a grandi passi.
Ho i miei dubbi. Da un lato credo di avere sperimentato con sufficiente chiarezza, come la Heimat cessi di essere tale quando non è al contempo anche Vaterland. Il mio paese mi divenne totalmente estraneo quando il 12 marzo 1938 fu privato della sua autonomia statale e annesso al Reich tedesco. Le uniformi dei poliziotti, le cassette della posta sui muri delle case, gli stemmi negli uffici pubblici, molte insegne dei negozi avevano un aspetto nuovo e persino i menu nei ristoranti presentavano piatti nuovi, a me sconosciuti. D’altro canto il Vaterland più vasto perde la sua qualità di Vaterland quando s’ingrandisce troppo oltre una dimensione ancora sperimentabile come Heimat. Allora diviene un impero che, come l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, comunica ai suoi abitanti una coscienza e un esasperato nazionalismo imperiali. Se un domani i nordamericani dovessero conquistare tutto il continente, compresi gli stati latinoamericani, la loro coscienza imperiale rimarrebbe la stessa di oggi. Come oggi si trasferiscono dal New England nello Iowa o in California, così domani si trasferirebbero con le loro famiglie da New York a La Paz, entusiasti del fatto che tutto questo sterminato paese appartenga a loro e sia soggetto alla Casa Bianca. Allora non avrebbero una quantità maggiore di Vaterland e di Heimat di quanta non ne posseggano attualmente, quando tra il Texas e il New Jersey il loro impero, in quanto organismo sociale complesso e avvolgente, si palesa più attraverso i beni di consumo standardizzati prodotti dai colossi industriali che non attraverso la lingua. Dov’è la General Motors, là sono il loro pseudoVaterland e la loro pseudoHeimat.
E se anche fosse, penserà qualcuno? Non è una tragedia per un essere umano perdere Heimat e Vaterland. Al contrario. L’uomo cresce con lo spazio che naturalmente considera il suo. Per tedeschi, francesi, italiani, belgi, olandesi, lussemburghesi, la nascente piccola Europa, che in senso tradizionale non è né Vaterland né Heimat, non rappresenta già oggi un patrimonio toccato loro in sorte? Affermano di muoversi con la stessa sicurezza a Karlsruhe come a Napoli, a Brest come a Rotterdam. Ritengono di essere nella condizione dell’uomo che essendo ricco, è libero di muoversi e di decidere, al quale già appartiene il “mondo”: i jet in effetti lo portano più in fretta da Parigi a Tokio, da New York a Toronto, di quanto, una quarantina d’anni or sono, un trenino potesse portarmi da Vienna in un villaggio del Tirolo. L’uomo moderno baratta la Heimat con il mondo. Un ottimo affare!
“La belle affaire!” Non è necessario essere un oscurantista ottuso e stanziale, per diffidare anche di questa soluzione. Non pochi infatti cedono, barattando ciò che ieri si chiamava Heimat con un cosmopolitismo di second’ordine, i passerotti che tengono in mano per i colibrì ancora sul tetto. C’è chi crede sia sufficiente andare da Furth alla Costa Azzurra con la propria piccola utilitaria e sorseggiare “deux Martinis” sul lungomare, per sentirsi un cosmopolita della seconda metà del secolo e ritenere di avere già incassato gli utili del baratto Heimat-mondo. Ma se si ammala e il “médecin” gli prescrive un medicinale locale, allora diviene preda di cupi pensieri circa la farmacologia francese e rimpiange la Bayer e lo “Herr Doktor”. Le conoscenze mondane e linguistiche superficiali, acquisite grazie al turismo e ai viaggi d’affari non compensano la Heimat. Il baratto non sempre si rivela vantaggioso.
Con questo non si vuole dire che le future generazioni non potranno, o dovranno fare a meno della Heimat. Quella che il sociologo francese Pierre Bertaux definisce la mutazione dell’uomo, ossia la sua assimilazione a livello psichico della rivoluzione tecnico-scientifica, è inevitabile. Il nuovo mondo sarà molto più radicalmente “uno” di quanto il più ardito sogno di una grande Europa attualmente possa vagheggiare. Gli oggetti di uso quotidiano, che noi oggi ancora carichiamo di valori emozionali, diverranno globalmente rimpiazzabili. Gli urbanisti americani pensano ad esempio di trasformare in futuro la casa in un bene di consumo. A intervalli di venti, venticinque anni – ci viene detto – interi quartieri verranno rasi al suolo e ricostruiti, poiché le riparazioni di una casa allora non saranno più convenienti, così come già oggi accade in certi casi per le automobili.
Come potrebbe in un mondo siffatto formarsi ancora il concetto di Heimat? Città, autostrade, stazioni di servizio, piatti e cucchiai saranno uguali ovunque. E’ pensabile che anche la lingua del futuro sarà quel mezzo di comunicazione puramente funzionale che oggi già è per gli scienziati: i fisici comunicheranno nel linguaggio della matematica, e per un cocktail-party, basterà un po’ di basic english. Il nascente mondo del domani proscriverà certamente la Heimat e forse la lingua madre, lasciandole sussistere marginalmente, come oggetto di dotte analisi storiche.
Ma ci vorrà del tempo. Molto tempo. Per ora ciò che chiamiamo Heimat ci permette di accedere a una realtà che per noi consiste nella percezione sensoria. A differenza del fisico che non riconosce la realtà nell’ampiezza delle oscillazioni del pendolo bensì nella formula matematica, noi dipendiamo dalla vista, dall’udito, dal tatto. Noi – e forse non parlo solo a nome della generazione ormai in fase declinante, di coloro che come me sono intorno alla cinquantina – abbiamo bisogno di vivere in mezzo a cose che ci narrano storie. Abbiamo bisogno di una casa della quale sapere chi l’ha abitata in passato, di un mobile, nelle cui piccole irregolarità riconosciamo l’artigiano che vi mise mano. Abbiamo bisogno di una silhouette nella città che, sia pure vagamente, richiami alla memoria l’incisione vista in un museo. Per gli urbanisti del domani, ma anche per gli abitanti che solo provvisoriamente si stabiliranno in determinati punti topografici, la realtà di una città consisterà nelle tabelle statistiche che anticipano l’evoluzione demografica, nei piani urbanistici e nei progetti di nuove strade. La nostra coscienza invece nella sua globalità percepisce la realtà urbana ancora attraverso l’occhio – la cara fenestrella del vecchio Gottfried Keller! – e la rielabora in un processo mentale che chiamiamo “ricordare”.
Ricordare. E’ questo il punto decisivo; le nostre riflessioni tornano al loro oggetto principale: la perdita della Heimat da parte dell’esule dal Terzo Reich. E’ invecchiato, e in un lasso di tempo che ormai si conta in decenni, ha dovuto rendersi conto che non gli è stata inferta una ferita che si rimargina col passare degli anni: la sua è una malattia subdola che con l’andare del tempo peggiora.
La vecchiaia, infatti, ci rende in misura crescente dipendenti dal ricordare. Se ripenso ai primi anni dell’esilio, mi rendo conto che già allora sentivo nostalgia di casa e del passato, ma ricordo anche che la nostalgia era in una certa misura annullata dalla speranza. Chi è giovane concede a sé stesso quel credito illimitato che di norma gli è concesso anche dall’ambiente. Egli non è solo quello che è, ma anche quello che sarà. Mi rivedo con in tasca quindici marchi e cinquanta pfennig, smarrito nella fila degli aspiranti al sussidio, accovacciato nel vagone della tradotta, mi rivedo mentre scucchiaio la zuppa da una lattina. Non ero in grado di definirmi con precisione, perché mi erano stati confiscati passato e origine, perché non vivevo in una casa ma nella baracca numero tal dei tali, perché avevo anche un secondo nome, Israel, un nome che non mi avevano dato i miei genitori ma un tale di nome Globke. Non era una buona cosa. Ma non era nemmeno esiziale. Perché io ero, se non un passato e un presente decifrabili, in ogni caso un futuro: magari un uomo che uccide un luogotenente generale, magari un operaio a New York? un colono in Australia, uno scrittore di lingua francese a Parigi, un “clochard” che sul lungosenna se la spassa con una bottiglia di acquavite.
Chi invece invecchia esaurisce il proprio credito Il suo orizzonte si avvicina, i suoi domani e dopodomani non posseggono più né forza né certezza. E’ solo ciò che è. L’avvenire non lo circonda più e quindi non è più nemmeno in lui. Non può richiamarsi a un divenire. Al mondo mostra un nudo Essere. Tuttavia egli può sussistere se, equilibrato in questo Essere, esiste un Essere stato. Vede, dice l’anziano il cui Essere privo di futuro ha in sé un Essere stato non sconfessato socialmente, vede, Lei magari scorge solo il piccolo contabile, il pittore mediocre, l’asmatico che arranca su per le scale. Lei scorge solo ciò che sono, non ciò che sono stato. Ma anche ciò che “sono stato” determina il mio Io, e Le posso quindi giurare sul mio onore che il mio professore di matematica riponeva grandi speranze in me, che la mia prima mostra riscosse critiche eccellenti, che ero un buono sciatore. La pregherei di aggiungere anche questo all’immagine che si fa di me. Accetti la dimensione del mio passato, altrimenti sarei fortemente incompleto. Non è vero, o non è del tutto vero, che l’uomo è solo ciò che ha realizzato. Non è del tutto esatto ciò che ha detto Sartre, ossia che per una vita che volga al termine, la fine sia la verità dell’inizio. E’ stata un’esistenza meschina? Forse. Ma non lo fu in tutte le sue tappe. Le mie potenzialità di allora sono parte di me quanto il mio successivo fallimento o insufficiente riuscire. Mi sono ritirato nel passato, in lui ho trovato un rifugio, vivo in pace; grazie, non me la passo male. Queste all’incirca le parole di chi ha diritto al proprio passato.
L’esule dal Terzo Reich non potrà mai pronunciarle, nemmeno pensarle. Volge indietro lo sguardo essendo il futuro qualcosa cui vanno incontro solo i giovani e che quindi spetta solo a loro – e non riesce a scorgersi in nessun luogo. Giace irriconoscibile fra le rovine degli anni che vanno dal 1933 al 1945 . E non da oggi. Ricordo assai bene quei commercianti ebrei dall’animo semplice che all’inizio dell’esilio, quando popolavano le sale d’attesa di consolati esotici, facevano appello alla posizione sociale che avevano da poco perduto in Germania. Uno era stato proprietario di una grande ditta di confezioni a Dortmund, l’altro di un rinomato negozio di porcellane a Bonn, il terzo aveva addirittura avuto la nomina a Consigliere di commercio ed era membro del Tribunale commerciale. Lasciarono da parte in fretta le loro spacconate e abbassarono la testa come gli altri che mai avevano tenuto in mano una banconota da mille marchi. Capirono con sorprendente velocità che i clienti di Dortmund o di Bonn nel 1933 avevano annullato tutti gli ordini. Il loro passato inteso come fenomeno sociale era stato revocato dalla società; in queste condizioni era impossibile conservarlo ancora come proprietà psicologica soggettiva. E tanto più invecchiavano, tanto più grave diveniva per loro la perdita, anche se a New York o a Tel Aviv erano tornati a commerciare con successo in abiti o stoviglie, il che, sia detto per inciso, riuscì solo a un numero relativamente limitato fra loro.
Per altri invece non si trattava di merci, ma dell’effimero patrimonio spirituale e in questo caso la perdita di ciò che era stato portava con sé l’imbarbarimento totale del mondo. Un fatto, questo, che solo chi al momento della emigrazione era già anziano non riconobbe esattamente. Nel campo di Gurs nella Francia meridionale, dove nel 1941 mi trovai per qualche mese, era internato, quasi settantenne, il poeta Alfred Mombert, di Karlsruhe, all’epoca assai noto, che a un amico scrisse:

“Tutto scivola via da me, come una forte pioggia… Ho dovuto abbandonare tutto, proprio tutto. L’appartamento, sigillato dalla Gestapo. Consentito portare con sé cento, dicasi cento, marchi. Nel giro di qualche ora alla stazione, con mia sorella settantaduenne e con tutta la popolazione ebraica del Baden e del Palatinato, compreso il lattante e il più anziano vegliardo, e poi il trasporto, via Marsiglia, Tolosa verso i Bassi Pirenei in un grande campo d’internamento… Chissà se a un altro poeta tedesco è mai successo qualcosa di simile?”

Di queste frasi quasi insopportabili a noi interessano solo la prima e l’ultima: fra le due affermazioni c’è una contraddizione che ha in sé tutta la problematicità del nostro esilio e la cui soluzione non poteva certo venire da un uomo anziano, morto in Svizzera un anno dopo avere scritto la lettera. Tutto scivolava via come una forte pioggia, non lo si può negare. Il passato del poeta neoromantico Alfred Mombert, autore del volume “Der himmlische Zecher”, defluì dal mondo il giorno in cui il settantenne di nome Alfred Israel Mombert venne deportato da Karlsruhe, e nessuna mano si levò in sua difesa. E tuttavia, quando l’irreparabile era ormai avvenuto, egli si definì un «poeta tedesco». Nella baracca di Gurs, affamato, tormentato dai parassiti, forse angariato da un ignaro gendarme del regime di Vichy, non avrebbe in nessun caso potuto riconoscere quanto molti di noi poterono comprendere solo in anni di intense riflessioni e indagini: e cioè che poeta tedesco può essere solo colui che non solo compone “in tedesco”, ma “per” i tedeschi, per loro esplicito desiderio; che quando tutto scivola via, scompaiono anche le ultime tracce del passato. A ripudiare questo uomo anziano fu la mano che non si levò in sua difesa. I lettori di un tempo che non protestarono contro la sua deportazione, annullarono i suoi versi. Nel momento in cui scriveva la tragica lettera, Mombert non era più un poeta tedesco, così come il Consigliere di commercio non era più tale quando andava al Comitato di soccorso a prendersi un vecchio cappotto. Per essere l’uno o l’altro necessitiamo del consenso della società. Ma se la società smentisce che lo siamo mai stati, allora non lo siamo mai stati. Nella baracca di Gurs, Mombert non era un poeta tedesco: questo aveva deciso la mano che non si mosse quando lo portarono via. E’ morto senza un passato: e noi possiamo solo sperare che egli, non sapendolo, sia morto in pace.
Che tutto scivolava via come una forte pioggia lo sperimentarono più a fondo coloro che sopravvissero al Terzo Reich ed ebbero tempo di vedere chiaro in sé stessi. Al più tardi lo compresero il giorno in cui per la prima volta si accorsero di invecchiare. Si invecchia male in esilio. Perché l’uomo ha bisogno di Heimat. Di quanta? Era una domanda fasulla, s’intende, utile solamente per intitolare un capitolo e forse nemmeno la più indovinata. Il bisogno di Heimat dell’uomo non è quantificabile. Eppure, proprio in questi giorni in cui la Heimat perde molto della propria reputazione, si è tentati di fornire una risposta a questa domanda puramente retorica e di dire: ha bisogno di molta Heimat, e in ogni caso più di quanto possa immaginare un mondo composto da persone che posseggono una Heimat, il cui orgoglio maggiore è però una vacanza all’insegna del cosmopolitismo. E’ necessario difendersi da una inammissibile esasperazione passionale che condurrebbe fuori della sfera riflessiva nel sentimentale. Pensiamo a Nietzsche, alle sue cornacchie che gridano e tra un frullo d’ali a stormo volano alla città, e alla neve invernale che minaccia il solitario. “Weh dem, der keine Heimat hat!” [misero chi non ha un focolare], dice la poesia. Non si vuole apparire troppo esaltati, e si rimuovono le reminiscenze liriche. Resta la più banale delle constatazioni: non è bene non avere una Heimat.

il mio sogno estivo: una conversazioni tra amici lungo i corridoi di un giardino che si affaccia sul lago. Audio Lettura da: Pietro Citati, L’ARTE DELLA CONVERSAZIONE, in L’ARMONIA DEL MONDO, RCS libri, 1998

Questo è il mio sogno estivo: una conversazione tra amici lungo i corridoi di un giardino che si affaccia sul lago.

Ne ho tratto ispirazione da alcune pagine del saggio L’ARTE DELLA CONVERSAZIONE, scritto da Pietro Citati in: L’ARMONIA DEL MONDO, RCS libri, 1998, pagg. 44-46, 50

Emanuele Severino su Etica e Capitalismo (1)

Il titolo della mia relazione e’ “Etica ed Economia”, e vorrei iniziare con il chiarire il senso di queste due parole, che sono due parole greche. “Etzos”, da cui derivano tutte le parole italiane, parole moderne che indicano l’etica, che nel suo significato iniziale indica “l’abitare”, il trattenersi in un luogo, il mantenersi in una sorta di stabilita’ protetta. Anche la parola “economia”, che sembra indicare qualcosa di cosi’ lontano dall’etica, indica in greco qualche cosa di simile alla parola “etica”, perche’ la parola “economia” viene da “oikos”, che indica la casa, l’abitazione, l’abitare, il luogo in cui si abita.

Dunque, certamente le due parole sembrano indicare universi molto lontani, pero’ hanno anche aspetti di rilevante vicinanza, questo dell’abitare in un luogo sicuro, protetto, che non e’ una questione strana, ma e’ la condizione degli uomini… noi, uomini, intendiamo mantenerci all’interno di un luogo protetto, che a volte chiamiamo “etzos”, altre volte chiamiamo “oikos”, “casa”, e affinche’ l’abitazione, l’abitare, sia sicuro, l’uomo ha sempre pensato di allearsi a quella che egli ritiene la potenza massima esistente nella realta’. Si vuole vivere al sicuro, e per vivere al sicuro, si allea alla Potenza massima che dapprima e’ la Potenza Divina, e’ il Dio o gli Dei, cosicche’ da questo punto di vista “etica” significa “abitare in modo sicuro” dove la sicurezza e’ determinata dall’alleanza con quella potenza divina che viene considerata come la potenza massima.

intera trascrizione della relazione qui:

Baldo Lami, Elena Briante, Paolo Ferrario, Claudia Reghenzi parlano di ANGELICAMENTE, Zephyro edizioni 28 novembre 2010


 

ANGELICAMENTE. IL SENSO DELL’ANGELO NEL NOSTRO TEMPO

Presentazione di Baldo Lami

Questo libro è nato da una doppia esigenza: in generale quella di comprendere il senso dell’angelo come figura elettiva dell’immaginario spirituale dell’uomo alla luce della sensibilità moderna; e nello specifico quella di liberarlo dal recinto del folclore del sentimento religioso o della metafora solo poetica-letteraria, in cui è stato relegato, per restituirlo alla sua vera realtà vivente.

Per fare questo ho ritenuto necessario richiamarmi a esperienze e a saperi diversi anche rispetto a quelli conosciuti. Anche perché la verità dell’angelo si presenta in discontinuità rispetto all’ordine valoriale stabilito, rispetto alla doxa del momento, cioè dell’opinione corrente. Infatti oltre a infrangere la barriera spaziotemporale, l’angelo infrange anche il sistema di conoscenza vigente.

In questo contesto mi limito a riassumere in due parole il contenuto di ciascun articolo secondo la scansione presentata nel libro stesso.

  • Il primo articolo s’intitola: “L’angelo come metafora della presenza dell’infinito e dell’oltre”, di Grazia Apisa, poetessa e psicoanalista abitante e operante a Genova. Non poteva esserci miglior incipit di questo. Secondo l’autrice, quando l’infinito si è presentificato l’angelo scompare perché ha esaurito il suo compito e non c’è più bisogno di lui.
  • Segue l’articolo: “Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma”, di Eliana Briante, pastora della chiesa evangelica metodista di Via Porro Lambertenghi a Milano, che è una comunità multietnica che dirige con molta sensibilità e saggezza. Nel protestantesimo si preferisce fare appello alla mediazione di Cristo, cioè all’umanità dell’uomo, anziché a quella dell’angelo.
  • L’articolo successivo è quello di Gabriele De Ritis, di Sora (FR), ex docente di lettere e da venti anni educatore in un centro di ascolto per ragazzi tossicodipendenti della comunità di Exodus. Il titolo è eloquente di per sé: “Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairòs nella relazione di aiuto”. Empatia e kairòs sono due sensi “angelici” presenti potenzialmente in tutti.
  • Segue l’articolo: “Il Genius Loci come angelo del luogo” di Paolo Ferrario, sociologo e docente all’università di Milano Bicocca. Il genius loci fa pensare più a un’angelicità orizzontale pertinente alla terra e alla gens della polis anziché a quella verticale divina. Ma questo è proprio ciò che dovrebbe maggiormente responsabilizzare l’uomo alla cura del luogo che abita.
  • Succede l’articolo: “La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu” di Pietro Gentili, artista eccelso, pittore e astrologo, amico di vecchia data recentemente scomparso a cui devo il principale motivo ispiratore di questo libro e anche (così mi piace pensare) la guida dall’alto. Questa ala di angelo in copertina è un particolare di una sua opera.
  • Dopo è la volta di Claudio Gregorat, musicista compositore e commentatore della sterminata opera di Rudolf Steiner, apostolo dell’esoterismo cristiano, con l’articolo dal titolo anch’esso eloquente: “L’influenza dell’angelo nell’anima umana”, cioè cosa fa e come opera l’angelo nella nostra psiche, con quale finalità. È praticamente il riassunto di un importante saggio di Steiner.
  • Poi ci sono io, Baldo Lami, poeta, psicologo analista, curatore dell’opera e autore con: “La missione disconosciuta degli angeli emotigeni”, cioè suscitatori di emozioni, che hanno un indubbio connotato angelico in quanto sono motivate e motivanti, messaggere e intermediarie tra un mondo e l’altro, tra materia e spirito, tra mente e corpo, tra pensieri e sentimenti.
  • Segue Massimo Marasco, specialista informatico, scrivano e coautore con Silvia Montefoschi di alcuni saggi, con l’articolo dal titolo: “Angeli e custodi”, in cui racconta della “funzione custode” dell’angelo incarnata dalle figure reali che nella sua vita si sono poste come protettrici del suo progetto esistenziale, essendo proprio questo l’oggetto specifico della custodia angelica.

Seguono adesso tre articoli, quasi consecutivi, che pongono al centro dell’immaginazione o della riflessione la speciale supremazia letta in chiave simbolica di uno o più angeli biblici conosciuti.

  • Il primo s’intitola: “L’angelo dell’annunciazione”, di Paola Marzoli, pittrice e psicoanalista che ha svolto una sua personale ricerca sull’angelo che ha annunciato a Maria la nascita di Gesù, cioè l’avvento di un nuovo piano di coscienza. Per questa autrice è quindi questo l’angelo più importante di tutti perché segna l’inizio di un percorso assolutamente nuovo, inedito.
  • Il secondo è: “Michele e Lucifero: cosa avranno ancora quei due da dirsi?” di Maria Luisa Mastrantoni, editore Zephyro, che racconta il dialogo di una coppia angelica di prim’ordine: Michele (il custode dell’ordinamento divino) e Lucifero (il sovvertitore di questo stesso ordinamento) che periodicamente s’incontrano per decidere le sorti del mondo e dell’umanità.

  • S’intercala a questo punto l’articolo: “Angeli dell’Europa” di Francesco Pazienza, psicanalista milanese, ex docente steineriano di religione e attualmente anche insegnante di biografia e pedagogia steineriana. Anche Pazienza prende le mosse dal citato saggio di Steiner ma per inclinare subito sull’Europa al cui destino è legato anche il nostro.

  • Il terzo dei tre articoli anzidetti è: “Lucifero dinamica divina”, composto dalla coppiaBianca PietriniFabrizio Raggi, abitanti e operanti a La Spezia, Fabrizio anche in qualità di medico e psichiatra. Al centro di questa disamina troneggia Lucifero, che nel pensiero di Silvia Montefoschi, cui gli autori si riferiscono, è il motore di tutta la dinamica evolutiva dell’essere.

  • Segue: “Lontananze che disegnano orizzonti”, di Massimo Pittella, ingegnere informatico. Alla mia proposta di scrivere qualcosa sull’angelo, Massimo mi ha risposto dicendomi che dovevo avere sbagliato persona, perché nella sua esperienza non è la presenza dell’angelo a risultare salvifica e creativa ma la sua assenza. Sarà questo “paradosso angelico” allora a essere spiegato.

  • Si arriva così all’articolo: “La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno” di Claudia Reghenzi, laureata in sociologia ma ora scrittrice che ha già in cantiere il suo terzo romanzo. La sincronicità è un evento veramente misterioso, un piccolo miracolo del vivente, e chi la scopre una volta nella propria vita non la dimentica mai.
  • Penultimo: “Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?” di Stefania Valanzano, psicoterapeuta che si occupa dell’impatto traumatico della violenza sulle donne. Rigoroso sul piano scientifico e senza alcun riferimento all’angelo, il suo scritto apre a una lettura diversa da quella, datami all’inizio, dell’impossibilità della presenza angelica sulla scena del “delitto”.
  • L’ultimo articolo s’intitola: “L’angelo nel cinema: da La vita è meravigliosa alla vita dei nostri giorni!”, composto a più mani dal Gruppo lettura film secondo una lettura d’anima centrata sull’amore, che ha cercato di delineare i tratti salienti dell’angelo di celluloide per capirlo meglio all’interno delle “proiezioni” sulla sua figura che il cinema così angelicamente ci restituisce.

Concludo questa presentazione del libro con l’ultima frase contenuta nella descrizione della quarta di copertina: “Ne esce un quadro molto eterogeneo e policromo ricco di suggestioni, per un viaggio memorabile nel tempo caduco dell’uomo odierno, ma condotto sulle ali senza tempo dell’angelo.

 

La sindrome di Anghiari di Duccio Demetrio

Quando una comunità si occupa di sentimenti “anomali”

…ricordò i suoi sogni confusi e con un indulgente sorriso,
col senso di superiorità dell’uomo che si fa la barba alla luce diurna della ragionevolezza,
scosse la testa a tutte quelle sciocchezze.
Non che si sentisse molto riposato, ma era fresco come il nuovo giorno..
Thomas Mann
Da “La montagna incantata”

Un preambolo: se appare quel, solo nostro, settimo giorno

“Anomali” (inusuali, imprevedibili od anche ricorsivi) sono taluni nostri sentimenti taciuti. Li proviamo, però non ce li comunichiamo reciprocamente. Eppure sarebbero fecondi se in palio, oltre alle carriere di ogni tipo, mettessimo il nostro diventare donne e uomini dotati di un raziocinio più sincero. Sono anomali, poi, perché la vocazione naturale del sentire dovrebbe trovare luoghi di parola, di scrittura, di espressione appropriati. Questi luoghi non sono certo le organizzazioni o le modalità di convivenza usuali nelle quali lavoriamo, insegniamo, produciamo, ci impegniamo, ci riproduciamo o trasgrediamo.
Sono emozioni e riflessioni, queste, che impariamo a contenere e che, a lungo andare, autoconvincendoci di ciò, possono anche scomparire venendoci soltanto a trovare in forma di sogno o mediante disturbi fastidiosi dal latente significato.
Rabbia, disprezzo, indignazione, insofferenza, rancore, invidia, livore, sadismo ma nondimeno la malinconia, la nostalgia, la tristezza, la consolazione, il cordoglio, la compassione la tenerezza… non possono, o sanno, abitare le nostre parole normali e le nostre giornate uguali, nei diversi stati di veglia che potrebbero esaminarle.
Le terapie sono state inventate anche per loro, è cosa risaputa, ma poi vengono ricondotte a questo o a quel modello clinico. Per cui ci resta la delusione e il senso di colpa di averle narrate invano: anche perché di alcune non vorremmo proprio liberarci, anzi, vorremmo ancor più comprenderne, oltre che il senso, la “bellezza”: dolce o tremenda. L’anomalia nostra è attribuibile al percepirne tutta la presenza, pur trovandoci nella impossibilità e nell’impotenza (consapevole) di non riuscire a palesarle nella vita ordinaria o nella delusione che qualcuno le usi come mezzo per farci sentire impotenti e incapaci di spiegarne le origini. Sono sentimenti perciò ammutoliti, negati, in cerca di qualcuno che li ascolti e raccolga. A lungo andare, tale silenzio incide sugli stessi nostri modi d’essere e persino su di essi. Li sprechiamo, e così viene a mancarci più di una versione poetica, umana, filosofica disinteressata della vita.
Sono anomali, allora, quei sentimenti che ci inducono a cercare la stanza dell’analisi, uno spazio intimo amoroso (al rischio di distruggerlo per eccessiva facondia), un confessore, una seduta di psicosocioanalisi, un gruppo di psicodramma.
In altri casi, e possono farsi feconda sindrome alla luce del sole, siamo persino in grado di creare momenti paralleli, se non alternativi, di condivisione relazionale (compensativa, se vogliamo ancora avvalerci di questa frusta categoria), in un onirismo della ragione, che ci mancano nel regime diurno. Affinché le anomalie del sentire possano diventare le “malie” di un altro viversi, in altre forme: ugualmente, anzi più intensamente, pubbliche, proclamabili e persino declamabili. Senza platee e schermi che non siano il luogo degli affetti che, allora, finalmente ci ospiterà volentieri perché siamo diventati noi per primi più ospitali verso uguali sentire. E forse muovendo alla ricerca di un sentire disvelato e rivelato soprattutto a se stessi potremmo evitare che tanto il passato quanto il presente” ci sfuggano di mano”. Quando, come oggi, ci rammentano Dario Forti e Pino Varchetta “Le donne e gli uomini che operano sentono che qualcosa – un insieme spesso indefinibile di variabili diverse – ha tolto loro le e diluito i vissuti di un significato personale, cui ricondurre le loro ore di lavoro”(1) Anche il non ammettere di essere affetti da “asfissia da tempo”, ci riporta a uno dei sentimenti anomali che ci limitiamo a ricacciare indietro in un’allegria da soffocamento sistematicamente perseguito.
Questo scritto è la cronaca breve di un disagio personale che inizia dalla fine; dalla presentazione di una comunità da me inventata per oltrepassare l’anomalia (normalissima e doverosa nella quotidianità professionale e nelle relazioni di vita) delle finzioni e degli occultamenti necessari, che pur tuttavia ci tocca agire e accettare con dolore e disagio. Quando tentiamo di alzare e diradare la nebbia su tutto ciò, scopriamo di iniziare ad ammalarci, invece di guarire. La sindrome, all’inizio oscura, non può essere confusa con la ricerca della verità, dell’assoluta trasparenza reciproca. Bensì può essere isolata nei sintomi del tenace perseguimento di un luogo informale (non un setting, né una seduta di gruppo di autocoscienza) in cui tali anomalie possano essere esaminate, narrate, descritte in aperta confidenza e iniziale anonimato. Lontani da occhi e orecchie indiscrete. Un luogo diverso dagli ordinari luoghi va cercando chi, poiché questi non trova, non si sente bene e si distanzia sempre più dai comportamenti di coloro che ritengono infermo, invece, chi ne sente la mancanza. E vorrebbe parlarne, scriverne, leggerne. Cinema e romanzi e teatro, è risaputo, anche per aiutare a guarire costoro sono stati da tempo inventati.
Lo strano morbo compare dunque tutte le volte che vogliamo sfidare le normalità del nascondere, del fingere, del tacere, dell’ignorare: per meglio apparire e appartenere, per meglio assolvere funzioni e compiti quale sia l’ordine organizzativo frequentato. Io ci ho provato e mi sono ammalato.
Definisco perciò Sindrome di Anghiari, il tormento gratificante che mi affligge da alcuni anni e che turba, in una gioia pensosa (quasi in letitia francescana), anche tutti coloro che la sopportano come me, non potendone più di non poter normalizzare quel che nelle organizzazioni (le più micro o le più macro di appartenenza od infausta creazione) è vietato coltivare e confidare. Non (sempre) per colpa perversa o istituzionalizzata, di questo o quel tiranno (capo ufficio, preside, manager, oppure coniuge o figlio o allievo impertinente, amante, ecc); perché, ribadisco, così van le cose: quando il potere, i doveri, i dispetti reciproci, le ambizioni, il sussiego, la prudenza, la buona educazione, la paura, ci impediscono di soffermarci su questi sempre inabilitati e resi occulti sentire.
Per quanto concerne dunque la mia malattia (non assumendomi responsabilità in vece d’altri), che prende nome da un luogo reale, non si tratta dell’amore spaesante per uno dei borghi medioevali toscani più belli d’Italia; una versione aggiornata, per intenderci, della ben nota sindrome di Stendhal. Tale esperienza affettiva (che colà mi conduce spesso) non è paragonabile ad un deliquio o ad un obnubilamento dei sensi. Anzi, me li acutizza e risveglia. Piuttosto, mi riconcilia ogni volta con il piacere ben consapevole e razionale di ritrovarmi in una comunità in cui il “sentimento di appartenenza” -di cui vi decifrerò il significato- è la dimensione prevalente che, per mie indubbi limiti e incapacità, non sono riuscito a scoprire e a costruire altrove. Non a mia personale misura (per essere sinceri, per lo meno non del tutto); a misura di una piccola aggregazione umana in transito, contingente e sempre diversa, resa possibile grazie, invece, al valore e all’amore universale, sempiterno poiché qualcuno prima o poi lo raccoglie, per la scrittura. Ecco, il problema è trovare una casa -un’appartenenza camminante-dove si possa andare e venire a proprio piacimento e da lasciare, quando, dopo tanta scrittura, potrai tornare ad appartenere alle altre appartenenze più sicuro del tuo sentire anche se dovrai continuare a tenere per te certe emozioni. Con un notes, una penna, un diario per amici fidati. Da Anghiari, si torna sempre con più di uno nelle tasche: la scrittura ti sdoppia e accentua l’abitudine al dialogo interiore. Sai che, al rientro, i fogli potranno raccogliere i sentimenti che provi nella sicurezza che queste pagine non ti tradiranno mai; nell’orgoglio di imparare a raccontare a se stessi quelle anomalie del sentire.
Ma è in una vita temporanea messa in comune (nell’intreccio di un tempo e di uno spazio apicali, memorabili) che tutto questo prende forma e si sviluppa.
Anghiari non è una ridicola e presuntuosa “piccola Atene” della scrittura, semmai, una polis della memoria autobiografica: personale e collettiva. Dove sostare e lavorare insieme non per produrre alcunché che non siano parole in libertà (retrospettive e introspettive); per pensare e ripensarsi; per riflettere sulla propria vita al passato e al presente; per occuparsi delle biografie degli altri: salvando storie, raccogliendo ricordi altrimenti perduti, “intossicandosi” della mania di tenere un diario, di scrivere appunti, di leggere quel che l’altro in amicizia, trovando qui un’opportunità di raccoglimento e spunti meditativi, va scrivendo di sé o di te, ascoltandoti. Qui ci si cura, in sostanza, imparando una mania o a non considerarla più nociva; confermandola, sviluppandola aspirando a contagiare altri. Non è una comunità similmonastica di spiritualità laica, ma di “monatti” e di untori grafomaniaci. E’ un habitat di ossessioni innocue che ti dà energia, togliendotela quando, alla fine di una giornata, hai narrato l’inenarrabile. E’ un luogo partecipativo che ti fa ricordare di più per dimenticare, in modo buono (cioè libero e profondo) e fertile; che ti chiede di riscoprire il piacere della solitudine, stando diversamente con gli altri.
Più avanti, spiegherò meglio perché abbia avuto bisogno di trovare questo spazio tra le mura di ricerca e di soggiorno, frequentato -or sono sette anni- da centinaia di persone che vi ritornano ad intervalli. E che se anche non lo faranno più, comunque, si saranno sperimentate con la penna, per riprenderla in tempi migliori e propizi. Per intraprendere altre forme di ripensamento, talvolta meno dure di quelle cui una pagina bianca e un po’ di inchiostro ti impongono di scoprire. Anghiari è la sindrome che cercavo: per vivere diversamente un modo di stare tra adulti di varia cultura, provenienza e genere, non soltanto italiani, che non si conoscono affatto e che qui possono conoscersi (non con giochi psicologici, tantrici e vivaddio nemmeno per cercarvi la felicità) come mai è avvenuto accadesse loro.
Qui si riflette “nello specchio del proprio inchiostro” (l’espressione è di Michel Leiris) e, se si vuole, ci si scambia quel che si scrive per comunicare emozioni. Per scoprire che “scrivendo, scrivendo e scrivendo”, disse Elias Canetti, puoi fingere persino di dimenticarti della tua infelicità. Qualche volta. E’ un esperimento continuo di nuova convivenza e tolleranza reciproca: in presenza fisica, o nella distanza, di carattere epistolare.
Tale metodo, spontaneamente delineatosi a partire da un desiderio, ha comunque contaminato non pochi.
Si diventa i pazienti-impazienti dell’arte della scrittura autobiografica: la cui sintomatologia si esplica nel modo più aggressivo, quando non te ne importa affatto di scrivere in funzione di qualcos’altro. Allorché non ti interessa più nemmeno scrivere per lasciare a qualcuno la tua storia. Ne avvertono la visibile ossessione tutti coloro che cercavano forse come me -nel tempo della maturità- un sito dove l’unico motivo di incontro potesse essere il far lavorare il pensiero ammalandosi soprattutto del piacere di iniziarsi al filosofare. Una filosofia che prende le mosse dalle piccole cose, dagli interstizi trascurati di un’esistenza, da quella filosofia da “camera” e non altamente sinfonica che, per distrazione o presunzione, non facciamo nascere dalle parole più banali della nostra quotidianità.
Alcuni la considerano una “clinica”, fra l’altro a buon prezzo, dove accade però di infettarsi ancor più di penna, e tale è poiché ti reclini su di te ad ascoltarti con lo stetoscopio del lapis. Altri, ed io fra questi, essendone l’inventore con un caro amico, trovano qui quel che, vanamente, hanno cercato, migranti o stanziali delle organizzazioni più disparate. Delusi, non disperanti, dalla vita d’ufficio, del lavoro amministrativo o politico, della scuola o della formazione scoprono in questa comunità (a basso tasso e costo organizzativo e ad alta tensione umanistica) quel che cercavano e continuano a cercare nei diversi posti di lavoro. Ammesso e non concesso, ovviamente, che di questo sentano il richiamo oscuro. In altri termini, un modo meno asettico, formale, funzionalistico di stare insieme, in una oziosità operosa che non possiamo permetterci quando in palio sono interessi economici, di carriera, di sopravvivenza, di impegno. Anghiari non è una opportunità regressiva per anime perse e fallite: lo è soltanto per chi forse aveva qualche conto in sospeso per i tanti -troppi- appuntamenti rinviati con la coscienza, con l’autocritica, con la voglia di cambiare: questo sì.
Qui produci qualcosa, a differenza della coltivazione di altri loisir alla moda, che non serve a niente. Che non aspira a vincere un concorso letterario, un premio di poesia, a pubblicare: tutt’al più, l’unica ricaduta potrà riguardare il trasferimento di quanto scrivendo si è sperimentato su di sé in altri luoghi in cui disseminare l’arte e la cura della scrittura. La bacchetta da rabdomanti che ti consente di rintracciare quanto ancor di sorgivo giace nella tua mente e nella tua vita. Qui puoi disperdere al vento del primo finestrino quanto hai scritto per giorni e giorni. Poi un dubbio ti ferma, di solito, poiché quelle righe sono il tuo alter ego, il personaggio che sei stato e quello nuovo che sta stagliandosi in una nuova gestazione, soltanto affidata a te, alla tua caparbietà scrivana. E’ l’anomalo sentire che sta uscendo dalla sua imposta cattività e che ti chiede cura e rispetto.
La sindrome di Anghiari (più esattamente per la Libera Università dell’Autobiografia, che è l’opificio di tutto questo scrivere: diaristico, autobiografico, epistolare e autoanalitico(2)) ha rappresentato la “difesa immunitaria” di cui avevo bisogno, per sopportare i corridoi e i tavoli dove ho dato e do il mio contributo professionale e organizzativo. In una quotidianità usuale e mutilante purtroppo. Anghiari serve per disintossicarmi dalle impercettibili o vistose manifestazioni di disumanità che, senza accorgermene, o pervicacemente lucido, accumulo; lavorando nelle stanze usuali (nelle mie elettive, o in altre velocemente sostandovi) dalla mattina alla sera.
Lo scrivere molto, tantissimo, in continuazione, in uno spazio e in flussi di coscienza “disinteressati” può dimostrarsi una medicina che riesce a penetrare negli intervalli lavorativi consueti. Se essa ti rende, da un lato, meno ingrata la giornata più tesa, quando ti ritagli metodicamente spazi di scrittura tra una riunione e l’altra, in aereo, ad un caffè (in questo, Pino Varchetta o Cristiano Cassani fanno scuola con la loro macchina fotografica, del resto), rivelandosi essa il tuo non-luogo interiore; dall’altro, i suoi effetti calmanti e auto-lenitivi dovuti all’esercizio di una creatività umile, minima, ludica eppur salvifica, generano qualche risonanza, qualche interesse imitativo, proprio là dove devi essere ogni giorno.
La scrittura delle cose che ci riguardano più intimamente (segrete e tali da secretarsi ancor più in linguaggi ermetici, simbolici e metaforici inventati all’uopo) è il nostro settimo giorno, perché praticata in tali forme e per tali scopi non è un lavoro, è una sorta di orazione, di rendiconto, se non a Dio, all’io che più di tanto non frequentiamo. Per cui, il sapere e il riuscire a far sapere ad altri quali siano i vantaggi dello scrivere di sé-per-sé con altri–da-sé, non può che generare gruppo, aggregazione minuscola e temporanea. I legami che si moltiplicano tra non più ignoti gli uni agli altri, oltre il genius loci che ora abita nel borgo, sono l’aspetto saliente di una generatività comunitaria che produce quasi sempre fitti epistolari on line, blog, interazioni poetiche via sms.

Dove il sentimento di poter condividere le proprie scoperte e grafomanie nell’assoluta disutilità dello scrivere, lo ribadisco, per solo diletto, è già una pozione catartica che non evapora lì, nello stare empaticamente in presenza soltanto in situ, qualche fine settimana, per poi svanire; quanto, semmai, una radura di ricerca, anche molto ingrata e faticosa come ogni cimento del genere, per se stessi, dove impari – grazie allo scrivere – a fare a meno di te stesso. A dimenticarti di te. O, per lo meno, di quelle parti di te che, col passare degli anni, diventeranno sempre meno importanti allo spegnersi dei riflettori. Quando altre lampade, nella penombra incalzante, a luce diretta sui tuoi pensieri e fogli vanno accese.

tratta da: http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=view&id=394&Itemid=104

Nel “monastero” di Google nuova biblioteca di Babele

Il catalogo incomincia dalla Bibbia di Gutenberg del 1455

“Vogliamo riempire i buchi e i vuoti della nostra storia”
di VITTORIO ZUCCONI

MOUNTAINVIEW (California) – Il villaggio della memoria totale con quel buffo nome da cartone animato, Google, è tutto di palazzetti bianchi, sparpagliati tra le ultime marcite della baia dove l’Oceano Pacifico muore. Così candido sullo sfondo della Sierra Nevada, nel suo color calce, ricorda quei paesi medioevali del nostro Mediterraneo che John Steinbeck immaginò trovandosi davanti a San Francisco e non solo nell’aspetto. Un dubbio di Medioevo venturo lo percorre davvero, nel silenzio da chiostro che lo avvolge, nella laboriosa e maniacale operosità dei tecno frati e delle cyber suore che lo popolano, ma soprattutto nell’impresa nella quale si sono buttati.

Niente altro che catalogare, ricomporre, riprodurre e salvare l’intera memoria dell’umanità contenuta in tutti i libri del mondo. I tecno monaci del nuovo ordine di San Google stanno in pratica tentando di ricomporre e ricostruire la Torre di Babele, sotto lo sguardo dello stesso Dio geloso che sbriciolò la prima.

Il villaggio si chiama ufficialmente “Googleplex”, come lo hanno battezzato i nuovi “servi a manu”, i nuovi amanuensi che aborriscono espressioni burocratico aziendali come sede centrale o quartier generale. Ma questo, qualunque sia il nome che si vuol dare alla rosa, è il quartier generale di quella società che uno studente americano e un immigrato russo crearono insieme sette anni orsono per rendere più razionale e facile con le loro formule alchemiche l’esplorazione di quella Babele, appunto, di quel caos primordiale chiamato Internet.

Qualche mese addietro, quando la sortita in Borsa della Google ha rovesciato un’inondazione di dollari, 60 miliardi, nella casse della società e nelle tasche dei fondatori e dei primi azionisti oltre i sogni più rosei, anziché correre a comperarsi Ferrari e Rolls, quadri impressionisti e ville in Sardegna, i nuovi ricchi con la vocazione (anche loro) del Bene hanno semplicemente deciso di investire miliardi, intelligenze, forze e tempo per catalogare e mettere a disposizione di tutti, ovunque, ogni pagina di ogni libro di ogni nazione di ogni lingua pubblicato da ogni editore in ogni tempo e in ogni luogo dal 1455, l’anno in cui Johann Gutenberg si cimentò con la Bibbia.

Nessun libro mai scritto e stampato, per quanto piccolo, insignificante, stupido, brutto, deve andare più perduto, perché ogni pagina è stata, e quindi è, una molecola del cervello collettivo dell’umanità.
Occorre essere molto giovani, molto ricchi, molto ambiziosi, molto Google, soltanto per concepire, non si dice realizzare, una impresa del genere.

“Effettivamente, neanche noi sappiamo quanto tempo occorrerà, forse anni, forse decenni, forse non lo finiremo mai, forse è addirittura impossibile. Che ne sappiamo, ci proviamo”, civetta agitando le mani e sorridendo con i suoi begli occhi color grigio azzurro baltico Marissa, sangue finlandese-americano, una delle due badesse del progetto “biblioteca del mondo”, due donne.

È probabile che menta, Marissa Mayer, perché anche lei, come tutti i giovanotti e le ragazze che si muovono in silenzio dentro il monastero di San Google, non sanno che cosa significhi fallire, non hanno mai battuto la testa contro il soffitto del cielo né subito la collera di questi dei dispettosi che hanno spazzato via con un gesto altri progetti e forato le infinite bolle della superbia umana, da Babele al Nasdaq.

Giovani certamente sono, con una scandalosa età media di 31 anni per i tremila impiegati. Sono carichi di lauree in “computer sciences”, come Marissa, ottenuti nelle migliori università del pianeta, a cominciare da quella vicinissima Stanford, dove il russo Sergey Brin e l’americano Larry Page studiarono e si conobbero. Sono sfacciatamente e meritatamente ricchi, ora che la loro impresa fecondata inizialmente da una donazione di 10 mila dollari che i due non sapevano neppure dove depositare perché non avevano conti correnti bancari, è andata in Borsa dall’autunno 2004 e ha raggiunto un valore di capitale circolante superiore alla General Motors e la Ford. Messe insieme.

E Google, il nome creato giocando sul lemma “googol”, una parola inesistente che il nipotino di un grande matematico americano, Edward Kasner, inventò quando il nonno gli chiese di battezzare il numero 10 alla 100esima potenza (“Uno” seguito da 100 zeri) ha la faccia e l’anima di tutto del mondo, indiani, pachistani, cinesi, arabi, europei biondi e bruni, russi, africani, bianchi, che vedo curvi a compitare stringhe di caratteri sulle loro tastiere mute davanti agli schermi, in uno stato di volontaria e autosufficiente clausura.

Nel parcheggio, tra le solite Volvo scalcagnate, le Toyota usate (ma anche fresche Bmw e Mercedes e Lexus) che segnano tutti i campus della California, sosta uno studio odontoiatrico ambulante, perché neppure carie e nevralgie distolgano tempo dalla missione, mentre terziari laici provvedono a lavare le macchine e una signora turca, proprio turca “native” specifica il manifesto, offre al personale femminile con qualche prurito “lezioni di danza del ventre”.

Un mondo autosufficiente, appunto come un convento cistercense. Ora et labora. Et gioca, come vedo, salutandolo da lontano attraverso i vetri del suo piccolissimo e quindi snobissimo ufficio, proprio Sergey Brin, il fondatore. Telefona da una scrivania assediata da un numero assurdo di automobiline radiocomandate sparse sul pavimento in vari stadi di montaggio e smontaggio, con le loro budelline elettroniche sventrate. Il riposo dell’ingegnere.

Il grande progetto
Non sono stati i primi, né gli unici, ad avere avuto l’idea di riversare nei server, negli armadi elettronici, i libri nel progetto Google Print, come si chiama ufficialmente. Lo fanno già grandi biblioteche universitarie e lo fa la British Library, che ha messo proprio la Bibbia di Gutenberg, conservata nelle proprie teche, in Internet. Lo fanno siti commerciali come la libreria on line amazon. com, che permette la consultazione via computer di estratti dei libri che vende e lo fanno i napoletani dell’associazione Liber Liber che nel loro Progetto Manuzio, il grande tipografo di Velletri contemporaneo di Gutenberg, hanno in rete già centinaia di capolavori della pagina stampata, a disposizione gratuita di tutti.

Non sta dunque nell’idea di portare in Internet il sogno perduto della biblioteca di Alessandria, della biblioteca Marciana di Venezia, della mitica biblioteca di San Giovanni il Teologo a Patmos, del Beato Renano in Alsazia o delle università arabe dove Ibn Sina e Ibn Rushd, Avicenna e Averroè, studiavano e scrivevano, la mirabile insensatezza dei benedettini googoliani.

È nella scala del progetto, in quella presunzione di assoluto contenuta nella promessa di portare ogni libro mai stampato a portata di qualsiasi computer portatile con un collegamento alla rete. Hybris, superbia da Prometei, mi azzardo a dire e lo sguardo baltico di Marissa si ghiaccia: “Noi preferiamo chiamarlo il nostro progetto Luna, il nostro Moonshot, quello che John Kennedy propose nel 1961, senza avere i mezzi, i soldi, la tecnologia per realizzarlo. Si ricorda?”. Mi ricordo, io ero già grande “Otto anni dopo, il 20 luglio del 1969, Armstrong mise il piede sulla Luna. Era hybris, superbia, anche quella di Kennedy?”.

Ma la luna era un passetto da bebè rispetto a questo balzo. “Soltanto nella Bibioteca del Congresso a Washington ci sono 12 terabytes da registrare”, 12 mila miliardi di caratteri in 28 milioni di libri. E pochi di meno a Manhattan, nella Public Library di New York, nella Harvard di Cambridge, Massachussets, a Oxford, nelle cinque grandi biblioteche già convertite al progetto Babele, un’enormità di pagine stampate che, dagli ideogrammi cinesi a Bejing ai kanji Giapponesi, al cirillico, all’arabo nessuno può neppure cominciare a quantificare.

I rivali, che hanno visto in neppure sette anni, dal 1998 quando la Google Inc fu creata, risucchiare l’80% di tutte le queries, le ricerche, provenienti dal mondo intero, dicono che questa volta Brin, Page, i loro piccoli wizards, i loro Henry Potter, si romperanno il nasino. Che non ce la faranno a completare questo stunt, questo numero e può darsi che gli invidiosi abbiano ragione e il progetto di ricomporre l’albero della conoscenza, sia la loro fine.

Ma la metafora della Luna li sorregge più di quanto le rovine della Torre o la cacciata dall’Eden li inquietino. È toccante scoprire che giovanotti neppure nati quando Eagle allunò nel mare della Tranquillità, ancora sentano il richiamo di quella chiamata alle armi senza guerre. Ma come farete a spremere e infiascare nei vostri server tutti i libri del mondo?

“Prima di tutto dobbiamo risolvere il problema del copyright, dei diritti degli autori e degli editori. Stiamo assumendo più avvocati che specialisti di informatica, per negoziare con le case editrici in tutto il mondo, dal Giappone agli Stati Uniti. Poi dobbiamo affrontare la difficoltà maggiore, quella di sfogliare le pagine, una per una”. Mi racconta che lei e Sergey Brin, uno dei due cofondatori che potrebbe, a 30 anni, incassare il suo primo miliardo di dollari (la domanda pubblica di vendita di azioni è già stata fatta alla Commissione di Borsa, come vuole la legge americana quando sono i grandi azionisti dirigenti a liquidare) e vivere in eterno senza riuscire a spenderli, dopo avere partorito insieme l’idea provarono a riversare un libro qualsiasi, comperato in libreria, di 300 pagine nel computer. “Facendo una pagina a testa, a mano, dalla copertina alla quarta di copertina, impiegammo quasi un’ora”.

Dunque, calcolando a braccio, soltanto per smazzare i 28 milioni di libri raccolti alla Library of Congress di Washington, i due impiegherebbero almeno 28 milioni di ore, un milione e 166 mila giorni, tre millenni, secolo più secolo meno. No, così non poteva funzionare, a meno di impiegare milioni di amanuensi e poi nemmeno, perché errare è umano “e alla fine ci accorgemmo che nella scannerizzazione delle pagine, cioè nella trasposizione delle parole stampate in caratteri alfanumerici, c’era stato il 3% di errore, circa 10 pagine su 300 sbagliate. Inaccettabile”.

Ci hanno provato coi robot. Si sono rivolti all’Università americana più avanzata nella ricerca robotica, la Carnegie-Mellon di Pittsburgh, perché gli progettassero un automa amanuense. Mi fanno vedere una specie di benedettino meccanico, un ragno capace di sfogliare le pagine, di leggerle e di pomparle poi dentro la memoria dei computer. “Non ci siamo ancora”, ride Marissa “i robot usano ventose per girare le pagine, ma qualche volta la strappavano, non le voltavano per bene, lasciavano pieghe che interferivano con la lettura ottica. Non possiamo correre il rischio di strappare una pagina della Bibbia del 1455 e poi dire, ooops, sorry, adesso la incolliamo con lo scotch tape”. No, effettivamente, alla British ci resterebbero male.

“Per i libri nuovi, in commercio, la soluzione è quella di strappare le pagine una per una, e passarle su un lettore piatto, tipo fotocopiatrice o fax, ma con i libri fuori stampa o addirittura antichi, non se ne parla. Anche se potessimo farlo, il costo di rimettere poi insieme le pagine e rilegare di nuovo il libro sarebbe proibitivo”. Esattamente come nel 1961, quando Kennedy si buttò sulla Luna, c’è l’idea, ci sono i soldi, ma la tecnologia per realizzarla è ancora da inventare.

Forse per questo, tutto è ancora rigorosamente segreto. Marissa mi dice soltanto che “alcune nostre squadre stanno già lavorando in questo momento con biblioteche e bibliotecari, mentre gli avvocati trattano con gli editori per i diritti”, una piaga, questa dei legali, che almeno agli architetti della Torre fu risparmiata. Ma non mi vuol dire esattamente dove.

Come tutti i grandi ordini religiosi, i grandi monasteri e Disneyworld, dove tutto sembra dolce e soffice in superficie, ma sotto il saio e sotto il pelouche ci sono segreti e sancta sanctorum, anche Google è un’armata soft, ma un’armata non di meno. Sa di essere impegnata in una guerra buona (“Non fate mai il Male” è il motto ultrabuonista dei fondatori, che precede persino George Bush) ma una guerra, contro avversari che ogni secondo di ogni giorno lavorano per portarle via i segreti del successo.

L’arma di dominio di massa è il numero delle richieste che 200 milioni di utenti di Internet presentano ogni giorno al sito di Google, con queries, domande che coprono l’universo delle curiosità lecite e illecite e, secondo i rating di NetMetrix, rappresentano il 70% del traffico mondiale. Avere nei propri cervelli elettronici l’intera memoria bibliografica del mondo promette nuovi e ancora più grandi maree di contatti, oltre a quelli che vedo scorrere incessantemente sui grandi monitor al plasma accesi ovunque dentro le palazzine bianche.

Depurate delle richieste oscene o delle domande di accesso alla galassia del porno Internet, passano sugli schermi richieste in ogni lingua, in cinese e in hindi, in russo, in spagnolo, in italiano. Dall’Italia, sanno tempestando Google con domande sulla storia, le dimensioni e le immagini del Partenone. C’è qualche scolaro disperato, o qualche genitore premuroso a Varese o a Messina, a Venezia o a Imperia, che sta sudando sangue su una ricerca.

Le domande del mondo
E proprio in quelle domande che corrono a cascata sugli schermi al plasma e divengono raggi luminosi che si sprigionano dal mappamondo virtuale che ruota su un altro monitor per indicare graficamente da dove vengano, e quante siano le queries, c’è la dolcezza di questa superbia. Spogliata di tutta la retorica spesso imbonitoria della New Economy, l’impresa dei trentenni di Google è il tributo finale del futuro al passato, la pace tra la memoria e la fantascienza.

Carta e silicio, rilegatori e programmatori, si riconciliano nella fatica di questa sfida. “Le racconterò come mi è venuta l’idea”, si scioglie alla fine la signora del Baltico trapiantata sulla Baia di San Francisco. Un giorno, frugando nella classica soffitta, trovai un sussidiario di quinta elementare appartenuto a mio nonno, quando era bambino a Helsinki. Cominciai a leggerlo e poi a cercare gli altri volumi, dalla prima alla quarta, e non c’erano più, erano andati persi, o buttati via. Pensai a quanti bambini finlandesi erano cresciuti e si erano formati su quei sillabari e sussidiari, che erano entrati a far parte della loro memoria collettiva e quindi della storia di una nazione, di una cultura, del mondo e che erano andati perduti per sempre. C’era un buco, un vuoto, nella nostra storia. Ne parlai con Sergey Brin, uno degli inventori e fondatori – e anche lui, che era andato via dall’Unione Sovietica con la sua famiglia quando era ancora alle elementari aveva pensato le stesse cose”.

Dunque ricordare tutto, per non ripetere niente, per non farsi ingannare da chi riempie le fosse delle amnesie con le nuove bugie. Già oggi, Google è diventato un verbo, “to google”. Se qualcuno vi racconta qualcosa di sospetto, se un politico proclama qualche verità trombonesca, sulle tasse, sulla guerra, sulla storia, “google it”, andate a verificare. In fondo, dietro le magie dei bit e dei byte, si sente una inespressa e inconfessabile intenzione politica, nel senso più alto della parola. La verità della memoria, che è l’antitesi di ogni ideologia. L’antidoto definitivo a ogni possibile censura, a ogni falò di libri, a ogni indice.

Nel Mein Kampf, Adolf Hitler scrive che “la capacità della masse di comprendere è molto limitata, ma la loro capacità di dimenticare è infinita”. Se la pazzia di questi nuovi scalatori della Luna nel loro convento modernista alla fine dell’Oceano riuscirà, nessuno potrà più dire che “non sapeva”.

Nella raccolta di ogni parola mai scritta, di ogni pensiero mai formulato, c’è la Bibbia dell’uomo, il nuovo peccato imperdonabile della libertà di conoscere. Potrà il Dio geloso di Babele permetterlo?

(23 gennaio 2005)