Dionigi Ivano, Benedetta parola. La rivincita del tempo, Il Mulino, 2022

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https://www.mulino.it/isbn/9788815298355

La parola tende il filo ininterrotto del tempo che tiene insieme la memoria dei padri e il destino dei figli.

Creatura e creatrice, la parola custodisce e rivela l’assoluto che siamo.

Stupenda e tremenda, potente e fragile, gloriosa e infame, benedetta e maledetta, simbolica e diabolica, la parola è pharmakon, «medicina» e «veleno»: comunica e isola, consola e affanna, salva e uccide; edifica e distrugge le città, fa cessare e scoppiare le guerre, assolve e condanna innocenti e colpevoli. Per i classici è icona dell’anima, sede del pensiero, segno distintivo dell’uomo; per la sapienza biblica inaugura la creazione e fonda lo «scandalo» cristiano dell’incarnazione. Che ne è oggi della parola? Ridotta a chiacchiera, barattata come merce qualunque, preda dell’ignoranza e dell’ipocrisia, essa ci chiede di abbassare il volume, imboccare la strada del rigore, ricongiungersi alla cosa. Agostino direbbe che «noi blateriamo ma siamo muti». Costruttori di una quotidiana Babele e sempre più votati all’incomprensione reciproca, avvertiamo il bisogno di un’ecologia linguistica che restituisca alla parola il potere di svelare la verità. A noi il duplice compito: richiamare dall’esilio le parole dei padri e creare parole per nominare il novum del nostro tempo.

Ivano Dionigi è professore emerito di Lingua e Letteratura Latina dell’Università di Bologna, di cui è stato rettore dal 2009 al 2015. È presidente della Pontificia Accademia di Latinità e del Consorzio Interuniversitario Alma Laurea, e direttore del Centro Studi «La permanenza del classico». Tra i suoi libri: «Quando la vita ti viene a trovare. Lucrezio, Seneca e noi» (Laterza, 2018), «Osa sapere. Contro la paura e l’ignoranza» (Solferino, 2019), «Parole che allungano la vita. Pensieri per il nostro tempo» (Raffaello Cortina, 2020), «Segui il tuo demone. Quattro precetti più uno» (Laterza, 2020).

I. Il palazzo della memoria
Un’icona agostiniana.
Memoria e oblio.
Oralità e scrittura.
E ora?
II. La biblioteca
Luogo della memoria.
Tradizione.
Traduzione.
Un unicum.
Sapere e potere.
III. Il libro
Sopravvivenza.
Malasorte.
Libertà.
Vitalità.
Simbolo.
Salvezza.
Esibizionismo.
IV. La parola
Potere.
Tempo.
Politica.
Verità.
V. Contro il presente
Un lessico fondamentale.
Contestazione, fratello, Pentecoste.
Intelligere, interrogare, invenire.
Lentius, profundius, suavius.

Lettura e memoria: ecco 9 trucchi pratici per ricordare ciò che si legge – ilLibraio.it

Spesso capita di leggere un libro, un testo o un brano e rendersi conto di non ricordare nulla (o quasi) di ciò che vi era scritto. Ecco quindi i “trucchi” per memorizzare meglio ciò che ci passa sotto gli occhi…

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Lettura e memoria: ecco 9 trucchi pratici per ricordare ciò che si legge – ilLibraio.it

TartaRugosa ha letto e scritto di: Duccio Demetrio (2021), All’antica. Una maniera di esistere, Raffaello Cortina, Milano

TARTARUGOSA

Da questo libro è bene si astengano coloro che fanno della velocità il loro mito, che ritengono il passato qualcosa di cui è meglio liberarsi, che sono assaliti dal desiderio di sbarazzarsi dalle cianfrusaglie collezionate negli anni della vita, che considerano Gozzano leader indiscusso delle cose di pessimo gusto, che leggono nel carpe diem unicamente la voluttà edonistica e il bel vivere, che dileggiano e deridono una modalità di esistere all’antica, come il titolo cita.

Perché in queste pagine, nell’antico, si vagola carezzando autobiografia, sociologia, etnografia, filosofia, poesia, iconografia, tutto ciò che “ci spinge ad amare e cercare il volto poetico delle cose, delle persone, dei paesi, delle ore e degli stati di grazia che la memoria, a nostra insaputa, ha saputo invece difendere per noi. Per fortuna senza chiederci il permesso”.

E poiché il rievocare trova sì supporto incoraggiante nelle parole, ma anche nelle immagini, ecco che…

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La MEMORIA è elaborazione del RICORDO, Lia Levi alla trasmissione Radio1/Vittoria, 23 gen 22

Salvador Dalì, La PERSISTENZA della MEMORIA

i DISCHI DI VINILE, in Massimo Mantellini, Dieci splendidi oggetti morti, Einaudi , 2020, pagine 84/85

Umberto ECO, La vertigine della LISTA, Bompiani editore, 2009. Indice del libro

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ala radice delle parole: MEMORIA, da Guarracinismi tra antico e odierno | LimesLettere

Memoria – [Vc dotta, lat. memoria(m), dalla radice mens (“principio pensante, spirito, intelligenza”), memini (“mi ricordo, faccio menzione”), imparentata col greco μνήμη, dalla base semitica manu, “conoscere, sapere”]

– implica molte cose: non solo capacità di ricordare, ma anche di capire, di scoprire dentro di sé, di riconoscere negli eventi ciò che si teme o si desidera: qualcosa insomma che va oltre l’ambito strettamente personale per estendersi ad una durata, ad un sapere vitale che implica, oltre il calcolo puramente personale (manu, è molto vicino a mensura, “misura”), anche decisione, slancio, capacità di tradurre in azioni concrete ciò che abita il pensiero.

da Guarracinismi tra antico e odierno | LimesLettere

Video intervista di Maria Giovanna Farina a Edoardo Boncinelli, da http://www.siamodonne.it/siamodonne/2013/09/video-intervista-a-edoardo-boncinelli/

 

In memoria di Joseph Brodskij – Mark Strand

Si potrebbe dire, anche qui, che ciò che rimane dell’io si srotola in una luce che si perde e si assottiglia come polvere e si dirigeverso un luogo dove conoscenza e nulla trasmutano uno nell’altro e si attraversano;che si muove, srotolandosi ancora , oltre la volta della fulgida intelligenza conclusa, e continua verso un luogo che può non essere mai trovato, dove l’indicibile, infine, ancora una volta è proferito, ma piano,in fretta come uno scroscio di pioggia che scorre nel sonno, che uno immagina scorra nel sonno. Ciò che rimane dell’io si srotola e si srotola, perché nessuno dei confini tiene – né quello confuso fra noi, né quello che cade fra il tuo corpo e la tua voce, Joseph,caro Joseph, quegli improvvisi richiami del tuo essere stato – i luoghie i momenti la cui vita più piena è stata quella che tu hai donato loro- ora sembranocome spettri al tuo seguito . Ciò che rimane dell’io si srotolaal di là di noi, per i quali il tempo è solo una misura del frattantoe il futuro non più di un eccetera, eccetera …..ma rapido e per sempre.

In Memory of Joseph BrodskyIt could be said, even here, that what remains of the self Unwinds into a vanishing light, and thins like dust, and headsTo a place where knowing and nothing pass into each other, and through;That it moves, unwinding still, beyond the vault of brightness ended,And continues to a place which may never be found, where the unsayable,Finally, once more is uttered, but lightly, quickly, like random rainThat passes in sleep, that one imagines passes in sleep.What remains of the self unwinds and unwinds, for noneOf the boundaries holds – neither the shapeless one between us,Nor the one that falls between your body and your voice. Joseph,Dear Joseph, those sudden reminders of your having been – the placesAnd times whose greatest life was the one you gave them – now appearLike ghosts in your wake. What remains of the self unwindsBeyond us, for whom time is only a measure of meanwhileAnd the future no more than et cetera et cetera … but fast and forever

 

da   http://www.scribd.com/doc/110578008/In-Memoria-Di-Joseph-Brodskij-Mark-Strand-b

Oriana Fallaci, dal Prologo di UN CAPPELLO PIENO DI CILIEGE

dal Prologo di UN CAPPELLO PIENO DI CILIEGE:

Ora che il futuro s’era fatto corto e mi sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra, mi capitava spesso di pensare al passato della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire. Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituiva il mio Io. Naturalmente sapevo bene che la domanda perché-sono-nato se l’eran già posta miliardi di esseri umani ed invano, che la sua risposta apparteneva all’enigma chiamato Vita, che per fingere di trovarla avrei dovuto ricorrere all’idea di Dio. Espediente mai capito e mai accettato. Però non meno bene sapevo che le altre si nascondevano nella memoria di quel passato, negli eventi e nelle creature che avevano accompagnato il ciclo della formazione, e in un ossessivo viaggio all’indietro lo disotterravo: riesumavo i suoni e le immagini della mia prima adolescenza, della mia infanzia, del mio ingresso nel mondo. Una prima adolescenza di cui ricordavo tutto: la guerra, la paura, la fame, lo strazio, l’orgoglio di combattere il nemico a fianco degli adulti, e le ferite inguaribili che n’erano derivate. Un’infanzia di cui ricordavo molto: i silenzi, gli eccessi di disciplina, le privazioni, le peripezie d’una famiglia indomabile e impegnata nella lotta al tiranno, quindi l’assenza d’allegria e la mancanza di spensieratezza. Un ingresso nel mondo del quale mi sembrava di ricordare ogni dettaglio: la luce abbagliante che di colpo si sostituiva al buio, la fatica di respirare nell’aria, la sorpresa di non star più sola nel mio sacco d’acqua e condivider lo spazio con una folla sconosciuta. Nonché la significativa avventura di venir battezzata ai piedi d’un affresco dove, con uno spasmo di dolore sul volto e una foglia di fico sul ventre, un uomo nudo e una donna nuda lasciavano un bel giardino pieno di mele: la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, dipinta da Masaccio per la Chiesa del Carmine a Firenze. Riesumavo in ugual modo i suoni e le immagini dei miei genitori, da anni sepolti sotto un’aiola profumata di rose. Li incontravo ovunque. Non da vecchi cioè quando li consideravo più figli che genitori, sicché a sollevare mio padre per posarlo su una poltrona e a sentirlo così lieve e rimpicciolito e indifeso, a guardarne la testolina tenera e calva che si appoggiava fiduciosamente al mio collo, mi pareva di tenere in braccio il mio bambino ottuagenario. Da giovani. Quando eran loro a sollevarmi e a tenermi in braccio. Forti, belli, spavaldi. E per qualche tempo credetti d’avere in pugno una chiave che apriva qualsiasi porta. Ma poi m’accorsi che ne apriva alcune e basta: né il ricordo della prima adolescenza e dell’infanzia e dell’ingresso nel mondo né gli incontri coi due giovani forti e belli e spavaldi potevan fornire tutte le risposte di cui avevo bisogno. Superando i confini di quel passato andai in cerca degli eventi e delle creature che lo avevano preceduto, e fu come scoperchiare una scatola che contiene un’altra scatola che ne contiene un’altra ancora all’infinito. E il viaggio all’indietro perse ogni freno.
Un viaggio difficile in quanto era troppo tardi per interrogare chi non avevo mai interrogato. Non c’era più nessuno. Restava solo una zia novantaquattrenne che alla preghiera dimmi-zia-dimmi mosse appena le pupille annebbiate e mormorò: «Sei il postino?». Con la zia ormai inutile, il rimpianto d’una cassapanca cinquecentesca che per quasi due secoli aveva custodito la testimonianza di cinque generazioni: antichi libri tra cui un abbaco e un abbecedario del Settecento, rarissimi fogli tra cui la lettera d’un prozio arruolato da Napoleone e sacrificato in Russia, preziosi cimeli tra cui una federa gloriosamente macchiata da una frase indimenticabile, un paio d’occhiali e una copia del Beccaria con la dedica di Filippo Mazzei. Cose che ero riuscita a vedere prima che finissero in cenere, una terribile notte del 1944. Con la cassapanca perduta, qualche oggetto salvato per caso: un liuto privo di corde, una pipa d’argilla, una moneta da quattro soldi emessa dallo Stato Pontificio, un vetusto orologio che stava nella mia casa di campagna e che ogni quarto d’ora suonava i rintocchi della campana di Westminster. Infine, due voci. La voce di mio padre e la voce di mia madre che narravano le storie dei rispettivi antenati. Divertita ed ironica quella di lui, sempre pronto a ridere anche sulla tragedia. Appassionata e pietosa quella di lei, sempre pronta a commuoversi anche sulla commedia. Ed entrambe talmente remote nella memoria che la loro consistenza appariva più tenue d’una ragnatela. A evocarle di continuo, però, e a connetterle col rimpianto della cassapanca o coi pochi oggetti salvati, la ragnatela si irrobustì. Si infittì, si fece un solido tessuto, e le storie crebbero con tanto vigore che a un certo punto mi divenne impossibile stabilire se appartenessero ancora alle due voci oppure se si fossero trasformate in un frutto della mia fantasia. Era esistita davvero la leggendaria arcavola senese che aveva avuto il coraggio di aggredire Napoleone, era esistita davvero la misteriosa arcavola spagnola che s’era sposata esibendo un veliero alto quaranta centimetri e lungo trenta sulla parrucca? Era esistito davvero il dolce arcavolo contadino che spingeva il fervore religioso fino a flagellarsi, era esistito davvero il rude arcavolo marinaio che apriva bocca solo per bestemmiare? Erano esistiti davvero i bisnonni maledetti cioè la repubblicana Anastasìa il cui nome portavo come secondo nome e l’aristocraticissimo signore di Torino il cui nome, troppo illustre e troppo potente, non si doveva nemmen pronunciare per ordine della nonna? E l’avevano davvero abbandonata in un ospizio di orfanelli questa povera nonna concepita dalla loro furibonda passione? Non lo sapevo più. Ma nel medesimo tempo sapevo che quei personaggi non potevano essere un frutto della mia fantasia perché li sentivo dentro di me, condensati nel mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituivano il mio Io, e portati dai cromosomi che avevo ricevuto dai due giovani forti e belli e spavaldi. Le particelle d’un seme non sono forse identiche alle particelle del seme precedente? Non ricorrono forse di generazione in generazione, perpetuandosi? Nascere non è forse un eterno ricominciamento e ciascuno di noi il prodotto d’un programma fissato prima che incominciassimo, il figlio d’una miriade di genitori?

DA: Un cappello pieno di ciliege – Libro – Oriana Fallaci.

PASSATO, di Vincenzo Cardarelli

I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m’appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapido!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.

Gabriele De Ritis: Momenti d’essere 1, la sala del commiato

Domenica, 27 febbraio 2011

La prima idea mi è venuta ieri, all’ingresso della Camera mortuaria del Policlinico di TorVergata, dove Paolo attendeva di essere trasferito a Sora, per i funerali di rito. A sinistra del corridoio che conduce agli spazi in cui vengono sistemate le bare, una stanza con un divano e basta. A destra della porta, una piccola insegna, poco appariscente, con la scritta: Sala del commiato. E sotto quella scritta, altre parole: un invito ad accogliere e confortare parenti e amici.

Sarà stata la parola ‘commiato’ a turbarmi. La vista di Paolo, immobile con jeans e casacca sportiva sopra una camicia a righe sbottonata, non mi ha sconvolto, per quanto lo amassi, come tutti i nostri ragazzi. L’abbraccio alla madre e al padre, la lunga sosta accanto a lui, le carezze al viso, la stretta alle mani. Il gelo della sua pelle contrastava con la dolcezza della sua espressione. Il viso non era contratto. Sembrava che dormisse. Di questo abbiamo parlato a lungo. La madre ha raccontato gli ultimi mesi trascorsi con lui. C’era stato un riavvicinamento, dopo quindici anni di contrasti e incomprensioni. Lei non faceva che dire questo: in questi ultimi tempi Paolo è stato solo mio. E di questo strazio ci sarà da dire ancora. Oggi la ferita sanguina troppo.

Prima di andar via, sono tornato a considerare l’esistenza di quella sala di commiato. Forse, era la parola ‘sala’, che fa pensare a un ambiente grande, spazioso. Si trattava di un’angusta stanzetta senza arredo. Un piccolo divano a destra faceva pensare che fosse dedicata solo a due o tre persone. Ma di più mi aveva colpito la parola ‘commiato’. Saluto. Congedo. Un modo per consentire l’incontro con persone di riguardo? Perché appartarsi, poi? Era opera di una sorta di Associazione, che compariva sotto la piccola insegna, a ricordare di chi era stata l’idea. Inizialmente, mi sono detto: buona idea! Ma poi, di fronte a tutta la gente, che era tanta, e che stava tutta nel corridoio o fuori a fumare, mi è rimasto il dubbio o meglio l’interrogativo: a cosa servirà questa Sala? A realizzare un luogo più intimo in cui raccogliersi a raccontare, a confortare? Ancora adesso, mi infastidisce il pensiero che io non riesca a spiegarmi bene la funzione di quella Sala, in un luogo sempre molto affollato. Ho il sospetto che mai nessuno si fermerà su quel divano a ‘raccogliere’ il dolore in una più calda intimità. Il gelo della morte potrà mai essere riscaldato da una simile Sala? Si desidera forse un po’ di ‘calore’ in quei momenti? Ne dubito. Di fronte all’immane e all’irreparabile si accetta anche di stare in uno squallido corridoio, con le pareti di pietra, e con due sole sedie nel cubicolo senza porta in cui serialmente viene sistemata la bara che ci sta a cuore. Si sente distintamente il grido di dolore proveniente dal cubicolo confinante. Sarà per questo che qualcuno ha pensato di concedere a due dei tanti la possibilità di appartarsi un po’, per dare una voce più pacata al proprio dolore e magari per raccontare più sommessamente come andarono le cose, a dispetto del Destino, nell’esistenza di una persona che per esigenze burocratiche è momentaneamente sistemata nel cubicolo n.3?

da: http://www.gabrielederitis.it/wordpress/?p=9608

Jacques Bonnet: I fantasmi delle biblioteche

…. L’altra grande categoria di bibliomani è quella dei lettori insaziabili. Non che i primi non leggano, ma il loro interesse principale è rivolto altrove. Non che i secondi non finiscano per avere molti libri, ma quello non è il loro vero scopo; semmai è una conseguenza della loro mania. All’inizio c’è in loro una gran voglia di leggere, una curiosità onnivora, ma questo non implica inevitabilmente un accumulo: i libri possono anche essere consultati in biblioteca o presi in prestito e, nel caso che li si sia comprati, si possono rivendere. Ma il bibliomane lettore vuole tenere l’oggetto per sé, averlo a disposizione. Il narratore di Carlos Maria Domínguez descrive il fenomeno in modo convincente: il lettore sviluppa un attaccamento non solo per la lettura, ma per l’oggetto che l’ha resa possibile: Mi sono spesso domandato perché tengo dei libri che potranno servirmi solo in un lontano futuro, dei titoli estranei ai miei percorsi consueti, delle opere che ho letto una volta sola e che riaprirò solo fra molto tempo, forse mai più. Ma come eliminare Il richiamo della foresta senza distruggere uno dei rari elementi intorno ai quali si è costruita là mia infanzia? Come disfarmi di Zorba il greco che ha suggellato la mia adolescenza tra le lacrime o di La venticinquesima ora? Come rinunciare ai tanti libri confinati da anni sugli scaffali più alti, quei libri muti ma intatti ai quali ci lega una solenne promessa di fedeltà? (La casa de papel) 

….

via TecaLibri: Jacques Bonnet: I fantasmi delle biblioteche.

Memoria

Fulvio Papi. Cinque scherzi filosofici (per tutti), Christian Marinotti editore, 2001

p. 161-201

Maurizio Ferraris – Socrate, la memoria, l’ iPod [Il Caffè Filosofico, Vol. 2]

Maurizio Ferraris – Socrate, la memoria, l’ iPod [Il Caffè Filosofico, Vol. 2]

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Memoria sensoriale

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 331-333

Memoria semantica

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 330-331

Memoria prospettica

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 329-330

Memoria procedurale

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 328-329

Memoria episodica

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 323-324

Memoria iconica

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 325-326

Memoria dichiarativa

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 321-322

Memoria di lavoro

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 319-321

Memoria collettiva

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 314-315

Memoria culturale

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 316-317

Memoria autobiografica

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 312-314

Memoria a lungo termine

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 311-312

Memento Mori

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 307-308

Identità

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 243-247

Fotografia

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 212-214

Film

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 198-200

Cultura

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 129-130

Cimitero

Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria, Bruno Mondadori, 2002
p. 86-87

Memoria

GRAYLING A.C., Il significato delle cose, Il Sole 24 Ore, 2007
p. 222-227

Memoria

Umberto Galimberti, Parole nomadi, Feltrinelli, 1994
p. 107-109

Tempo

PAUL RICOEUR, Ricordare, dimenticare, perdonare, IL MULINO 2004

Tempo

PAUL RICOEUR, La memoria, la storia, l’oblio, RAFFAELLO CORTINA EDITORE 2003

Titolo originale: La mémoire, l’histoire, l’oubli, EDITIONS DU SEUIL 2000

Tempo

EVIATAR ZERUBAVEL, Mappe del tempo. Memoria collettiva e costruzione sociale del passato, IL MULINO 2005

L’idea di una antologia del tempo che resta

“La conversazione è un edificio al quale si lavora in comune.
Gli interlocutori devono sistemare le loro frasi
pensando all’effetto d’insieme,
come fanno i muratori con le pietre”

André Maurois (1885-1967)

L’idea di una antologia del tempo che resta nasce da un dialogo fra due persone:

Uno dice: “ah, quante cose mi piacerebbe leggere … ma il tempo è così poco …”

Altro risponde: “Ci vorrebbe una antologia, come quella degli adolescenti.
Se a quella età abbiamo imparato la letteratura e la filosofia, forse ora, da adulti, possiamo imparare ancora comunicandoci le pagine che ci sembrano importanti per il cammino …

Da qui l’idea della antologia e di questo blog a più teste, cuori e mani.
Uno spazio senza coordinatori: una pagina bianca a disposizione di chi sente questo desiderio.

Uno presenta uno scritto di un autore e poi gli dà la parola.

Altro legge e, a sua volta, presenta uno scritto di un autore e poi gli dà la parola.

Uno legge e …


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