CHIODI BATTUTI di Akano Yotsuba
È stato giustamente detto che i lettori di haiku non devono freneticamente divorare i testi uno dopo l’altro, con l’unico intento di giungere alla fine. L’haiku è un atto d’amore e basta. Ogni verso, concentrato nelle sue pause, chiede solo di offrirsi allo sguardo, a un attraversamento attento e disponibile a una rivelazione. Ed è lì che il lettore si deve fermare: all’attimo che si inscrive tra passo e lettura come al suo invisibile, eppure essenziale, elemento strutturale, laddove, nel lungo silenzio, denso di significato, il lettore permette al poema di sciogliersi e parlare. L’invito, insomma, ad uno “stile”, ad una modalità di approccio differente, che richiede concentrazione e attenzione ad a un’”illuminazione”, che è attitudine tipicamente orientale a cogliere e percepire l’attimo del sé.
Questo vale, ovviamente, per l’haiku, ma anche per le cosiddette “scritture brevi”, più nostre, proverbi, epigrammi, aforismi, massime, sentenze che siano, forme ed espressioni tutte di sapienza antica e consolidata, tutte al limite tra letteratura e filosofia.
Viene in mente una considerazione che in altro ambito si ricava da un’opera dal titolo emblematico, ossia Il tutto nel frammento, di un grande pensatore, il teologo H.U. von Balthasar (1905-1988), che invita a guardare oltre, alla “totalità”: “Ogni frammento di un pezzo di ceramica suggerisce la totalità del vaso, ogni “torso” di marmo viene visto nella luce dell’intera statua”.
Il tutto nel frammento, nel dettaglio. Come suggerisce anche il poeta Kahlil Gibran quando dice: “Ho scoperto il segreto del mare / meditando su una goccia di rugiada”, aiutandoci a capire ciò che altrimenti è incomprensibile, ossia come cogliere di un intero, reale o supposto, una minima parte, scorgendo in essa l’immagine di una totalità, la verità assoluta riassunta in un suo brandello: vedendo in una “goccia” il mare stesso, la sua energia concentrata, non diversamente dalla capacità di certi santoni buddisti che a forza di ascesi pretendono di scorgere un intero paesaggio in un baccello di fava.
Tutto questo nelle “scritture brevi”, nella loro icasticità fatta di spezzature, tutte ellissi di sostantivi e predicati, in un sistema di allusioni luminose oltre la loro apparente e scontrosa indecifrabilità.
Come avviene nell’haiku, appunto, la cui essenzialità e spesso puntuta, acuminata brevità è già di per sé indizio di un qualcosa, che chi scrive insegue e “indica”, invitando a non fermarsi al dettaglio, ad andare “oltre”.
“La forma poetica più bella dopo il silenzio”, insomma, come ha detto il poeta Akano Yotsuba, l’autore della scelta antologica “Chiodi battuti”, uscita a cura di Diego Martina presso le Edizioni dei I Quaderni del Bardo di Sannicola di Lecce, a dimostrazione che “ogni haiku è un universo compiuto in una percezione istantanea di tempo e di luoghi definiti”. Un lampo, un’”illuminazione”.
Senza entrare nel merito della loro più o meno fedeltà strutturale a un genere ben codificato dalla tradizione (la metrica, insomma, del 5-7-5), quel che preme qui è soprattutto sottolineare è, oltre la canonica delicatezza della voce del poeta, ciò che suggerisce “Chiodi battuti” che trae il titolo da un haiku della terza delle tre raccolte, ossia “Macellare” del 2021 (“Il calore / dei chiodi battuti / dentro la roccia”): in una scena che sembra essere sospesa tra equilibrio tra crudeltà e meraviglia, la natura contrariamente all’assunto del genere (il kigo, ossia il riferimento a un fenomeno legato a una delle stagioni dell’anno, come baricentro di un componimento) viene trascurata per “additare” un perno concettuale più aderente all’ethos del poeta, che non a caso con “Macellare”, lascia intravedere una precisa connotazione delle sue modalità di approccio al reale. Una “dissonanza” che, come sottolinea il curatore della silloge Diego Martina, vale a testimoniare l’originalità di un autore che al genere sa dare una propria riconoscibile impronta anche sociale.
VINCENZO GUARRACINO
Akano Yotsuba, CHIODI BATTUTI, A cura di Diego Martina, I Quaderni del Bardo Edizioni, Sannicola (LE)
pp.91, s.i.p.
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