Emanuele Severino: “si E’ a casa”

Tracce e Sentieri

Un altro amico, e fraterno, se ne è andato.

Dove?

Ognuno di noi abita una «casa» , chiamiamola così. Attorno, a perdita d’occhio, la brughiera. Il fuoco è acceso, la tavola imbandita. Ma capita, guardando verso la finestra, che il vento ci faccia credere di trovarci là fuori — e ci si dimentichi di dove siamo davvero.

Si è «a casa».

Sin da prima dell’inizio dei tempi. Ci rimarremo in eterno; la casa sarà sempre più accogliente. E invece crediamo di vivere nella terra inospitale che ci ha ghermito col vento. 

Stando là fuori diciamo: «Ecco il mondo; questa è la vita che ci è toccata». Ci crediamo mortali. Ma quando si muore non si va da qualche parte. Ci si risveglia accanto al fuoco. Non più ingannati dal vento. Né intimoriti delle ombre e dal gelo della brughiera.

Una povera favola? Non direi; ma una metafora sì: dello…

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EMANUELE SEVERINO, Storia, Gioia, Adelphi, 2016, p. 250

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scrive VASCO URSINI in https://www.facebook.com/vasco.ursini?fref=nf

In molti suoi scritti, e ancora più direttamente in questo suo fresco di stampa “Storia, Gioia”, Emanuele Severino delinea un senso della “storia” abissalmente diverso da quello rappresentato dalla varie forme di cultura: la storia è l’infinito e sempre più ampio apparire degli “eterni” in ciascuno dei cerchi dell’apparire del destino della verità, Ciascun cerchio è l’essenza di ciò che chiamiamo “uomo”. Conseguentemente gli “eterni” non sono “res gestae”. La “follia estrema” consiste appunto nel credere che esistano “res gestae”, cioè cose che sono fatte esistere e che poi escono dall’esistenza. Per Severino, dunque, solo gli “eterni” hanno storia. Solo essi possono “morire” e rimanere “eterni”. La loro Storia prosegue all’infinito anche dopo la loro morte. “La totalità infinita degli eterni è la Gioia, la Pianura che dà spazio all’infinito, e sempre pi ampio, apparire degli eterni nella “costellazione” dei cerchi”.

La celebre affermazione di ERACLITO (Efeso, 550 a.C. ca. – 480 a.C. ca.) secondo la quale il fuoco è un`entità che mutando resta simile, diviene oggetto di analisi in un’intervista a Remo Bodei – in Rai Filosofia

La celebre affermazione di Eraclito (Efeso, 550 a.C. ca. – 480 a.C. ca.) secondo la quale il fuoco è un`entità che mutando resta simile, diviene oggetto di analisi in un’intervista a Remo Bodei. Docente di storia della filosofia all`Università di Pisa, Bodei muove delle obiezioni alla contrapposizione che i più stabiliscono tra Eraclito e Parmenide (Elea, Magna Grecia, 510 a.C. ca. – 450 a.C.).
Di Eraclito ci parla anche il fondatore dell’ermeneutica contemporanea Hans Georg Gadamer (Marburgo, 1900 – Heidelberg, 2002), il quale spiega perché i grandi metafisici, come Hegel, sono così attratti da Eraclito e dal mistero dell`unità del molteplice.
L’unità audiovisiva comprende inoltre la lettura di alcuni frammenti di Eraclito

Sorgente: Eraclito: la metafora del fuoco – Rai Filosofia

Emanuele Severino, lectio magistralis dal titolo “La fantasia e la terra”, in Rai Teche, 2009

Festival della Filosofia di Modena il filosofo Emanuele Severino tiene una lectio magistralis dal titolo “La fantasia e la terra”.

Sorgente: Lectio magistralis di Emanuele Severino a Fahrenheit – Rai Teche

Emanuele Severino sul tramonto della tradizione filosofica – in Rai Teche

Il filosofo Emanuele Severino conversa con Barbara Palombelli e presenta il suo saggio “ll muro di pietra. Sul tramonto della tradizione filosofica”.

Sorgente: Emanuele Severino sul tramonto della tradizione filosofica – Rai Teche

EMANUELE SEVERINO, Il parricidio mancato, Adelphi Edizioni, 1985. Presentazione su Rai Teche

Emanuele Severino

Il parricidio mancato

Sorgente: Il parricidio mancato | Emanuele Severino – Adelphi Edizioni

Presentazione su Rai Teche:

http://www.teche.rai.it/2015/01/il-parricidio-interpretato-da-emanuele-severino/


EUGENIO CAU, Il libro è morto ma è risorto: perchè gli ebook non riescono ancora a soppiantare i volumi di carta? Una questione di tecnologia – articolo a partire dal libro THE BOOK di Keith Houston,  in Il Foglio 31 ottobre 2016

per capire l’apparente invincibilità del libro cartaceo in questa guerra con il digitale, la cosa più utile è iniziare a considerare il dato più materiale del libro, il suo essere un pezzo di tecnologia prima ancora che un vettore di cultura. Il libro, infatti, è uno dei più antichi oggetti tecnologici ancora in uso, se non il più antico di tutti, e la sua permanenza millenaria, sebbene in forme differenti, è il frutto di un’evoluzione lunghissima che lo ha reso un pezzo di tecnologia sorprendentemente raffinato.

Qui entra in gioco Keith Houston, citato all’inizio di questo articolo. Houston è l’autore di “The Book”,

In “The Book”, Houston racconta la storia dell’oggetto-libro trattando una a una le parti che lo compongono: la pagina, il testo, le illustrazioni, la forma. Ciascuna di esse è il frutto di millenni di evoluzione e di invenzioni perfezionate nei secoli, di trovate geniali misconosciute e riscoperte, e soprattutto di un lavoro portato avanti in parallelo da grandi civiltà in tutti gli angoli del globo, dalla Cina imperiale al mondo ellenistico, dai regni mesoamericani all’Inghilterra della rivoluzione industriale. L’impressione che ne deriva è che non solo il libro è forse la più antica tecnologia ancora in uso, ma che nessun’altra tecnologia abbia mai ricevuto l’attenzione e lo studio continuato di uomini d’ingegno per un periodo di tempo altrettanto lungo (millenni). Al confronto, la tecnologia ancora incerta degli ebook non regge.

Sorgente: Il libro è morto ma è risorto – Il Foglio

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THE BOOK by Keith Houston | Kirkus Reviews

“Chiunque abbia mai letto un libro beneficerà il modo in cui Keith Houston esplora la più potente oggetto del nostro tempo. E tutti coloro che hanno letto sarà d’accordo che i rapporti della morte del libro sono stati enormemente esagerati. “- Erik Spiekermann, tipografo Possiamo amare i libri, ma sappiamo cosa c’è dietro di loro?

Nel libro, Keith Houston rivela che la carta, l’inchiostro, filo, colla e bordo da cui si ricava un libro raccontano come ricco di storia come le parole sulle sue pagine-di civiltà, imperi, l’ingegno umano, e la follia. In una storia invitante tattile di questo 2000 anni di media, Houston segue lo sviluppo della scrittura, la stampa, l’arte di illustrazioni, e vincolante per mostrare come siamo passati da tavolette cuneiformi e rotoli di papiro alle rigide e tascabili di oggi. Certo per deliziare gli amanti dei libri di tutte le bande con le sue lussureggianti, illustrazioni a colori, il libro ci dà la storia importante e sorprendente dietro la tecnologia più importante e universale-informazione dell’umanità.

Sorgente: THE BOOK by Keith Houston | Kirkus Reviews

EMANUELE SEVERINO, “l’uomo non è soltanto vita, cioè fede, ma è, originariamente, l’apparire della verità non smentibile”, citazione estratta da Vasco Ursini in Amici a cui piace Emanuele Severino

Per vivere è necessario credere (nel senso più ampio). Vivere è credere – credere di esistere e di agire, innanzitutto. E credere è stare al di fuori della verità non smentibile. Credere è errare. Ma se l’uomo fosse soltanto un vivere, cioè un credere, sarebbe soltanto un credere anche l’affermazione che vivere è credere – affermazione condivisa peraltro da gran parte della cultura non solo filosofica del nostro tempo. E invece questa affermazione non è un credere, ma è una verità non smentibile. Ciò significa che l’uomo non è soltanto vita, cioè fede, ma è, originariamente, l’apparire della verità non smentibile. All’interno della verità appare la vita, cioè la fede. La verità a cui si è rivolta l’intera storia dell’Occidente non è riuscita ad essere la verità non smentibile – la verità che d’altra parte s’illumina nel fondo più nascosto di ogni uomo. A volte il linguaggio la indica; la chiama “destino della verità”. Ma che questo linguaggio sia l’agire di qualcuno, che qualcuno ne sia l’autore, questo è daccapo uno dei contenuti in cui la vita potrebbe giungere a credere (come crede che l’uomo esista ed agisca nel mondo e che sia l'”autore” dei linguaggi che parlano del mondo).

(Emanuele Severino, Prefazione al libro di Nicoletta Cusano, ‘Emanuele Severino – Oltre il nichilismo, Morcelliana, Brescia 2011, p. 5).

Sorgente: (2) Amici a cui piace Emanuele Severino

PETER HANDKE, Elogio dell’infanzia, la splendida poesia con cui inizia Il cielo sopra Berlino di WIM WENDERS – da Berlino Magazine

Peter Handke, Elogio dell’infanzia

Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.

Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare.

Peter Handke, Lied Vom Kindsein

Als das Kind Kind war,
ging es mit hängenden Armen,
wollte der Bach sei ein Fluß,
der Fluß sei ein Strom,
und diese Pfütze das Meer.

Als das Kind Kind war,
wußte es nicht, daß es Kind war,
alles war ihm beseelt,
und alle Seelen waren eins.

Als das Kind Kind war,
hatte es von nichts eine Meinung,
hatte keine Gewohnheit,
saß oft im Schneidersitz,
lief aus dem Stand,
hatte einen Wirbel im Haar
und machte kein Gesicht beim fotografieren.

Als das Kind Kind war,
war es die Zeit der folgenden Fragen:
Warum bin ich ich und warum nicht du?
Warum bin ich hier und warum nicht dort?
Wann begann die Zeit und wo endet der Raum?
Ist das Leben unter der Sonne nicht bloß ein Traum?
Ist was ich sehe und höre und rieche
nicht bloß der Schein einer Welt vor der Welt?
Gibt es tatsächlich das Böse und Leute,
die wirklich die Bösen sind?
Wie kann es sein, daß ich, der ich bin,
bevor ich wurde, nicht war,
und daß einmal ich, der ich bin,
nicht mehr der ich bin, sein werde?

Als das Kind Kind war,
würgte es am Spinat, an den Erbsen, am Milchreis,
und am gedünsteten Blumenkohl.
und ißt jetzt das alles und nicht nur zur Not.

Als das Kind Kind war,
erwachte es einmal in einem fremden Bett
und jetzt immer wieder,
erschienen ihm viele Menschen schön
und jetzt nur noch im Glücksfall,
stellte es sich klar ein Paradies vor
und kann es jetzt höchstens ahnen,
konnte es sich Nichts nicht denken

und schaudert heute davor.

Als das Kind Kind war,
spielte es mit Begeisterung
und jetzt, so ganz bei der Sache wie damals, nur noch,
wenn diese Sache seine Arbeit ist.

Als das Kind Kind war,
genügten ihm als Nahrung Apfel, Brot,
und so ist es immer noch.

Als das Kind Kind war,
fielen ihm die Beeren wie nur Beeren in die Hand
und jetzt immer noch,
machten ihm die frischen Walnüsse eine rauhe Zunge
und jetzt immer noch,
hatte es auf jedem Berg
die Sehnsucht nach dem immer höheren Berg,
und in jeder Stadt
die Sehnsucht nach der noch größeren Stadt,
und das ist immer noch so,
griff im Wipfel eines Baums nach dem Kirschen in einemHochgefühl
wie auch heute noch,
eine Scheu vor jedem Fremden
und hat sie immer noch,
wartete es auf den ersten Schnee,
und wartet so immer noch.

Als das Kind Kind war,
warf es einen Stock als Lanze gegen den Baum,
und sie zittert da heute noch.

Sorgente: L’Elogio dell’infanzia, la splendida poesia di Handke con cui inizia Il cielo sopra Berlino – Berlino Magazine

SENECA in edicola, con il quotidiano Corriere della Sera, il volume che raccoglie «La brevità della vita» e «La provvidenza» – Corriere.it

Riappropriarci di ciò che siamo: non è facile restare noi stessi quando intorno tutto cambia vorticosamente, eliminando punti di riferimento o appigli. Viene quasi da pensare che non esista qualcosa di autenticamente nostro, che possiamo chiamare legittimamente «io», perché siamo il prodotto delle interazioni sociali, il risultato della combinazione casuale degli eventi fortuiti che ci capitano. Nel mondo antico lo stoicismo è il movimento che più decisamente si è opposto a queste idee: possiamo decidere di non ascoltarla, ma dentro ciascuno c’è una coscienza morale, che parla. Siamo noi.

Sorgente: In edicola la nuova collana del “Corriere”: in viaggio con i classici greci e latini – Corriere.it

il concetto di INTERSOGGETTIVITA’ in SILVIA MONTEFOSCHI, anche alla luce di PAOLO CONTE in Bella di giorno (da Psiche), 5 novembre 2008

Il testo letto nel video è questo:

“Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la feli­ce condizione dell’esistere con l’altro senza bisogni.

Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l’altro ci sia, in quanto è grazie all’esserci dell’altro che io mi mani­festo come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l’esistere dell’altro mi rivela a me stessa.

In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell’altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell’esistere dell’uomo come soggetto?

Devo procedere nell’analisi di queste caratteristiche: la relazione e la libertà.

Il primo bisogno del soggetto per essere tale è l’esistenza di un altro da sé.Molte sono le forme sotto le quali questo altro si fa presenza agli occhi dell’uomo: può essere, di volta in volta, il mondo esterno, ovvero il mondo delle cose e dei valori sociali, o il mondo interno, ovvero il mondo dei pensieri e degli affetti; può essere il Tu umano, l’altro dell’incontro, o il Tu interiore, l’altro cui l’uomo si riferisce quando è con se stesso; può essere la corporeità dell’uomo o i suoi comporta­menti o i suoi modi di rapportarsi al mondo, nel momento in cui egli se ne distacca per riconoscerli e riferirli a sé; può essere infine l’uomo nella sua globalità, quando l’uomo stesso prende da se medesimo la distanza necessaria per definirsi in una identità.”

in Silvia MontefoschiL’Uno e l’Altro: interdipendenza e intersoggettività, Feltrinelli, 1977, ora in Silvia Montefoschi, L’evoluzionedella coscienza, Opere, Volume Secondo – Tomo 1, Zephyro Edizioni, Milano 2008, p. 74-75.

  1. Lo scritto del 2004, citato nell’audio-video è qui:

Intervista a Montefoschi sul concetto di “intersoggettività” (2004) di Tullio Tommasi

  1. La canzone è :

Paolo Conte, Bella di giorno, in Psiche, 2008

Io so chi tu sei
so neanche chi sei
ma so che tu sei
si so che tu sei tanto amata
amata e desiderata

l’istinto ti sa
trattare ti sa
guidare ti sa
con poche parole precise
poche parole decise
e uno sguardo d’intesa
un’elegantissima scusa
come una bella di giorno
tu sei il mondo che hai intorno

sei bella senza ritegno
nell’acqua fresca di un bagno
io so che tu sei
so neanche chi sei
ma so che tu sei
si so che tu sei tanto amata
amata e desiderata
e sola

Silvia Montefoschi, L’ Uno e l’Altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico,

Feltrinelli, 1977, p. 32-44

Silvia Montefoschi, L’ Uno e l’Altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico,

Feltrinelli, 1977, p. 32-44

Sorgente: il concetto di INTERSOGGETTIVITA’ in SILVIA MONTEFOSCHI, anche alla luce di PAOLO CONTE in Bella di giorno (da Psiche), 5 novembre 2008 | Tracce e Sentieri.

Vasco Ursini seleziona un testo: Ecco le parole che aprono in “Essenza del nichilismo” il saggio “Ritornare a Parmenide” di EMANUELE SEVERINO

Ecco le parole che aprono in “Essenza del nichilismo” il saggio “Ritornare a Parmenide”, parole inaudite e per molti versi sconcertanti, che però ben si inquadrano nel destino della verità:

“La storia della filosofia occidentale è la vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’essere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei Greci. E in questa vicenda la storia della metafisica è il luogo ove l’alterazione e la dimenticanza si fanno più difficili a scoprirsi: proprio perché la metafisica si propone esplicitamente di svelare l’autentico senso dell’essere, e quindi richiama ed esaurisce l’attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si impone. La storia della filosofia non è per questo un seguito di insuccessi: si deve dire piuttosto che gli sviluppi e le conquiste più preziose del filosofare si muovono all’interno di una comprensione inautentica dell’essere”.

Non sfuggì allo sconcerto nemmeno Gustavo Bontadini, maestro di Emanuele Severino. Quando lesse queste parole. gli scrisse una lettera nella quale tra l’altro affermò quanto segue:

“Confesso che, quando lessi la prima volta le Tue pagine, non volli credere ai miei occhi, tanto che me li sfregai energicamente a più riprese, poi toccai gli oggetti solidi intorno a me, tanto temevo di sognare, finalmente cercai di comporre nella mia fantasia l’immagine di una dattilografa burlona, che avesse cambiato i caratteri sulla carta. Niente, Non mi rimase che arrendermi, non riuscendo a trovare altra lettura”.

Sorgente: (10) Amici a cui piace Emanuele Severino

EMANUELE SEVERINO: “La civiltà occidentale, che pure ha orrore del niente, pensa nel proprio inconscio che le cose sono niente”, citazione estratta da Vasco Ursini, in Incontri con Emanuele Severino

Sostengo da molto tempo che la storia dell’Occidente – e ormai di tutta la terra – è la storia del nichilismo. La civiltà occidentale, che pure ha orrore del niente, pensa nel proprio inconscio che le cose sono niente. Pensa questo, nel proprio inconscio, perché, alla superficie, pensa che le cose sorgono dal niente e vi ritornano.

(Emanuele Severino)

Sorgente: (4) Incontri con Emanuele Severino

L’INCONSCIO SECONDO EMANUELE SEVERINO, estratto  a cura di Vasco Ursini, in Amici a cui piace Emanuele Severino

L’INCONSCIO SECONDO EMANUELE SEVERINO

Come abbiamo visto, Severino ritiene che il nichilismo si basi sulla persuasione inconscia che le cose siano nulla.
In AAHOEIA egli non si pone il problema se il pensiero che supera il nichilismo, affermando l’eternità di tutte le cose, possa sussistere esplicitamente, in una forma consapevole di sé, o se implichi anch’esso un inconscio, o addirittura se sia di per sé inconscio. Il suo discorso è orientato esclusivamente a evidenziare come la persuasione nichilista che le cose siano nel tempo implichi un inconscio.
In “Destino della Necessità”, invece, se da una parte il concetto di inconscio appare negli stessi termini in cui due anni dopo ritorna in AAHOEIA, dall’altra si presenta in un’accezione e una valenza completamente diverse.
Come abbiamo visto, secondo Severino, l’uomo occidentale non si rende conto di come al di sotto della persuasione che le cose siano temporali soggiace la persuasione che le cose siano nulla. Ma, naturalmente, secondo Severino, l’uomo occidentale non si rende conto neanche dell’eternità di tutte le cose. L’eternità di tutte le cose è ciò che primariamente ed essenzialmente gli sfugge. Anche questo, dunque, è il suo inconscio. E Severino, appunto, lo rileva: “Nell’autocoscienza dell’Occidente e del mortale non appare ciò che l’Occidente e il mortale sono nello sguardo del destino della verità. Ciò che essi in verità sono è il loro inconscio. Il loro inconscio si mostra nello sguardo del destino. L’inconscio, qui, è ciò che non appare all’interno dell’apparire in cui l’Occidente, come interpretazione dominante, consiste” (Destino della necessità, p. 432). Nell’autocoscienza dell’Occidente non appare la verità, che sappiamo essere l’eternità di tutte le cose, dunque ciò che anche l’Occidente è. Ciò vale anche per il mortale, cioè per chi considera le cose, e dunque anche se stesso, temporali: “anche l’esser mortale è eterno” (ivi, p, 422). Questo essere eterni anche dell’Occidente e del mortale stessi, dunque questa verità che l’Occidente e il mortale stessi sono, al di là della loro tendenza a negarla, è “il loro inconscio”.
In questo caso, dunque, l’inconscio non è qualcosa che partecipa alla negazione della verità. Al contrario è qualcosa che racchiude la verità in sé, che la custodisce. Più ancora: è esso stesso la verità negata dall’Occidente, inteso come “interpretazione dominante”, poiché è esso stesso l’affermazione dell’eternità di tutte le cose.
In un capitolo successivo, Severino afferma: “L’inconscio più profondo e più nascosto è la chiarità estrema dell’illuminarsi del tutto” (ivi, p. 392). Abbiamo già visto come Severino rilevi che la parte risplende in virtù del suoi legame con il tutto, in quanto avvolta dal tutto. In questo caso è il tutto stesso a risplendere.
Ciò non esclude il risplendere della parte, ma ne costituisce l’espressione più compiuta. Non soltanto, infatti, la parte risplende in quanto “attraversata” e “avvolta dal tutto” (Essenza del nichilismo, p. 23) ma in quanto la “parte ‘è’ il Tutto, nel senso che il Tutto è l’esser veramente sé della parte” (ivi, p. 390).
[ … ]
Secondo Severino, dunque, per un verso l’inconscio è proprio della ragione alienata del nichilismo e interpreta le cose come nulla, per un altro verso racchiude il superamento di tale alienazione e interpreta le cose completamente libere dal nulla, dunque come assoluto essere: da una parte è oscuramento, dall’altra è “chiarità estrema”.
Del resto, il concetto di inconscio corrisponde all’idea di un accecamento, e l’accecamento può derivare dall’assenza di luce. Severino riconduce appunto l’inconscio a queste due possibili matrici.
Nella sua opera, cioè, il concetto di inconscio si presenta in due accezioni opposte, con due determinazioni opposte. Un passo del libro del 1983 ‘La strada’ fa esplicito riferimento a tale duplicità: “se il nichilismo è l’inconscio dell’Occidente, non si dovrà dire forse che il paese che sta oltre i confini dell’Occidente e dal quale proviene il linguaggio che indica l’inconscio dell’Occidente, è “l’inconscio dell’inconscio dell’Occidente?”

( Lo scritto è tratto da: Gabriele Pulli, Freud e Severino, Moretti e Vitali Editori, Bergamo 2000, pp. 63-66).

EMANUELE SEVERINO, Aristotele dice che la filosofia nasce dal ‘thauma’. Comunemente si traduce questa antica parola greca con “meraviglia”. E si va completamente fuori strada, perché ‘thauma’, nel suo significato originario significa “terrore”, “angosciante stupore”, citazione selezionata da Vasco Ursini, da E. Severino, Scuola e tecnica, Università degli Studi di Parma, Facoltà di Architettura, 2005, pp. 30-32

ARISTOTELE: “THAUMA”.

Aristotele dice che la filosofia nasce dal ‘thauma’. Comunemente si traduce questa antica parola greca con “meraviglia”. E si va completamente fuori strada, perché ‘thauma’, nel suo significato originario significa “terrore”, “angosciante stupore”. Per che cosa? Per questa nostra esistenza, per la vita in cui ci troviamo e la cui durezza raggiunge tutti e tutti fa soffrire e tutti angoscia. Poi, sì, ci potrà essere anche quella forma di ‘Thauma’ che è il fenomeno derivato per il quale il filosofo, magari protetto da una fittizia tranquillità, “si meraviglia” di ciò che per l’uomo comune è qualcosa di ovvio. (E non diremo certo che questa “meraviglia” sia qualcosa di superfluo). Quando Nietzsche afferma che la scienza nasce dalla paura non fa che ripetere Platone e Aristotele. E per secoli la scienza moderna concepisce la “verità” delle proprie leggi secondo il senso che alla verità è stato assegnato dalla tradizione filosofica.
La filosofia nasce perché il modo in cui il mito tenta di proteggere l’uomo fallisce. Tenta di proteggerlo dicendogli che nonostante il dolore e la morte egli vive all’interno di un senso unitario e divino – e dunque protettivo, se ci si pone nel giusto rapporto con esso. Ma ad un certo momento il mito non basta più. C’è di mezzo quel che più preme, Che cosa ci preme di più di noi stessi, della nostra esistenza sofferente, inevitabilmente sofferente? E allora, poiché della nostra esistenza si tratta, ecco che il dio del mito non basta più: occorre un ‘vero’ dio, un dio che la verità mostra alla ragione dell’uomo, il dio della filosofia, che nonostante tutto sta più avanti e non più indietro di quel dio di Abramo, Isacco, Giacobbe che si è voluto contrapporre al dio dei filosofi ma che è pur sempre un dio del mito, cioè un dio inaffidabile.
Ma questo grande passato dell’Occidente – questo senso grandioso dell’esistenza, dove la verità del dio protegge l’uomo dominando e unificando tutte le cose, producendole e raccogliendole in sé – è tramontato, o se ne vedono soltanto le ultime luci. Gli ultimi duecento anni dell’Occidente sono il dispiegarsi del tramonto. [ … ] Il grande passato dell’Occidente tramonta ad opera, innanzitutto, della punta di diamante della ragione moderna: è la stessa filosofia del nostro tempo a mostrare l’impossibilità di un “vero” dio – e dunque l’impossibilità di quel dio cristiano che è stato innestato sul dio della filosofia.

(E. Severino, Scuola e tecnica, Università degli Studi di Parma, Facoltà di Architettura, 2005, pp. 30-32).

Sorgente: (16) Amici a cui piace Emanuele Severino

SPIEGARE IL PENSIERO DI EMANUELE SEVERINO, citazione raccolta da Vasco Ursini, da Luigi Vero Tara, La rete e il mare, sta in R. Panikkar- E. Severino, Parliamo della stessa realtà?, Jaca Book, Milano 2014, pp. 47-49

SPIEGARE IL PENSIERO DI EMANUELE SEVERINO

La filosofia di Emanuele Severino costituisce la testimonianza della verità assolutamente innegabile, quella verità – così l’ho sentito spesso esprimersi nel corso delle sue lezioni – che “né dèi né uomini possono negare”. Tale verità viene testimoniata dal discorso filosofico che possiede la struttura tradizionalmente chiamata “elenctica”, quella cioè che fornisce la fondazione ultima del valore di un discorso. Il procedimento detto elenctico, infatti, mostra l’assoluta, incontrovertibile verità di ciò la cui negazione è autonegazione, quindi contraddizione. Per esempio – per richiamarci al fondamentale scritto ‘Ritornare a Parmenide’ – l’affermazione (p) “Il positivo si oppone al negativo” è innegabile perché chi intendesse negarla – dicendo per esempio “Non è vero che il positivo si oppone al negativo” (non-p) – con ciò stesso sarebbe costretto ad affermare che quel positivo in cui consiste la sua affermazione (non-p) si oppone al proprio negativo, ovvero a (p); ma in tal modo egli stesso sarebbe costretto ad affermare proprio ciò che a parole intende negare, e sarebbe quindi costretto a negare il contenuto dell’affermazione che pronuncia. Naturalmente la questione, guardata da vicino, risulta più complessa – e per certi versi anche molto, molto più complessa – di quanto questa sintetica formulazione potrebbe lasciare intendere;
e tuttavia tale presentazione è sufficiente a farci cogliere il senso di questo fondamentale tratto dell’impostazione severiniana.
Del resto tale aspetto (cioè la fondazione che abbiamo chiamata elenctica) costituisce solo un primo, sia pur decisivo, momento della filosofia di Severino. Il secondo aspetto – altrettanto decisivo – consiste nel rilevare che, se si tiene fermo ‘in generale’ che il positivo si oppone al negativo, ovvero che “l’essere non è non essere”, allora da ciò segue immediatamente che tutto l’essere è eterno; proprio nel senso che ogni sia pur minimo aspetto dell’essere – ovvero qualsiasi ente, anche il più infimo – è eterno. Infatti negarne l’eternità equivarrebbe ad affermare che vi può essere un momento del tempo in cui esso (che in quanto è qualcosa è essere e non niente) non è, e quindi è non essere, è niente. Sempre da questo segue inesorabilmente che non vi è divenire, se con questo termine si intende il passaggio dall’essere al nulla o, viceversa, dal nulla all’essere. Ma se non vi è il divenire, allora non vi può essere nemmeno qualcosa come una trasformazione degli enti: nulla può trasformarsi in qualcosa d’altro da ciò che è (da ciò che eternamente è), perché altrimenti si realizzerebbe l’annullamento almeno di quegli aspetti il cui venir meno costituisce appunto la condizione della possibilità della trasformazione.
Questa verità consente di gettare uno sguardo nuovo e sorprendente sulla vicenda umana e la sua storia: Per esempio consente di comprendere come, all’interno della fede nichilistica che le cose possono trasformarsi e quindi in ultima istanza annullarsi, l’ultima parola spetti alla Tecnica (dal momento che questa è la rigorizzazione massima dell’illusoria persuasione di poter trasformare le cose); ma poi anche come la Tecnica stessa, costituendo una dimenticanza radicale del senso autentico dell’essere (cioè la sua eternità), sia destinata a tramontare nello sguardo della verità. La fede in cui consiste le Tecnica è – dal punto di vista della verità severiniana – una follia, appunto perché è convinta che l’agire umano possa trasformare la realtà facendola diventare altro da ciò che essa è. Attenzione, però: bisogna guardarsi dall’idea che allora il pensiero di Severino costituisca un invito a operare in modo da superare l’agire tecnico, perché invece, dal suo punto di vista, qualsia “fare” è espressione della volontà di trasformare la realtà, e quindi è espressione della follia nichilistica. In altri termini, nello sguardo della verità qualsiasi agire costituisce il problema piuttosto che la soluzione: il tramonto della Tecnica e sì destinato ad accadere, ma non come risultato di una volontà e di un conseguente agire da parte degli umani.

(Luigi Vero Tara, La rete e il mare, sta in R. Panikkar- E. Severino, Parliamo della stessa realtà?, Jaca Book, Milano 2014, pp. 47-49).

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino

Emilio Pasquini, Il viaggio di Dante, Carocci editore

Seguendo il filo offerto dalle straordinarie miniature dei manoscritti più antichi e lasciando in primo piano il ritmo narrativo degli eventi, uno dei maggiori studiosi di Dante racconta la Commedia al pubblico non accademico, senza presupporre particolari conoscenze né rinviare a letture erudite o bibliografie accessorie. Grazie al risalto dato agli aspetti più concreti e stimolanti dell’opera, gli incontri con i personaggi e le atmosfere del poema invogliano di canto in canto ad attingere direttamente dal testo originale le emozioni e le conoscenze di cui il capolavoro dantesco si rivela, ancora e di nuovo, fonte inesauribile.

Sorgente: Carocci editore – Il viaggio di Dante

Alberto Beretta Anguissola, Il lettore innamorato, Carocci editore

Leggendo alcuni grandi capolavori della letteratura, può capitare di chiedersi: “Perché queste pagine mi piacciono tanto? Perché non riesco a staccarmene e resto a leggere fino a notte fonda? Perché mi sono così affezionato a questo personaggio? Quali sono i trucchi usati dall’autore per ottenere questi risultati?”. Non è facile rispondere. Possiamo comunque constatare che, per “sedurre” il lettore, anche i più grandi scrittori hanno spesso fatto ricorso agli espedienti che utilizzano i  professionisti della pubblicità quando inseriscono nelle réclame signorine alquanto svestite o robusti toraci di giovanotti palestrati. Come quei bravi “pubblicitari”, dall’antichità al primo Novecento, essi hanno fatto ricorso alla bellezza dei personaggi per farci innamorare delle loro opere.

Sorgente: Carocci editore – Il lettore innamorato

MAURO BONAZZI, Con gli occhi dei Greci, Carocci editore

Dalla felicità all’amore e alla morte, dalla giustizia alla forza, all’amicizia e alla nostalgia: non c’è argomento di cui i Greci antichi non si siano occupati con una libertà e una spregiudicatezza che ancora oggi lasciano ammirati. Senza paura di mescolare temi alti e bassi (quali sarebbero poi?), ben deciso a non lasciarsi irretire in un classicismo di maniera, questo libro mostra che è proprio volgendo lo sguardo verso quelle distanze remote che potremo trovare una valida guida per orientarci nei complessi problemi dei nostri giorni. Tanti agili saggi che, unendo profondità e leggerezza, ci accompagnano nel più difficile e nel più attuale dei mestieri: quello di vivere.

Sorgente: Carocci editore – Con gli occhi dei Greci

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