GIACOMO LEOPARDI, LA GINESTRA (1836). Lettura di Carmelo Bene e un commento (purtroppo breve e troppo spezzettato) di Emanuele Severino (2010)

Carmelo Bene recita LA GINESTRA: 
Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς
E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.
Giovanni,  III, 19

Qui su l’arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro allegra arbor nè fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti. Anco ti vidi
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
che cingon la cittade
la qual fu donna de’ mortali un tempo,
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante,
e d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell’impietrata lava,
che sotto i passi al peregrin risona;
dove s’annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fur liete ville e colti,
e biondeggiàr di spiche, e risonaro
di muggito d’armenti;
fur giardini e palagi,
agli ozi de’ potenti
gradito ospizio; e fur città famose
che coi torrenti suoi l’altero monte
dall’ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
una ruina involve,
dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola. A queste piagge
venga colui che d’esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in cura
all’amante natura. E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrà dell’uman seme,
cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
son dell’umana gente
le magnifiche sorti e progressive.

Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e volti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e proceder il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
di cui lor sorte rea padre ti fece,
vanno adulando, ancora
ch’a ludibrio talora
t’abbian fra se. Non io
con tal vergogna scenderò sotterra;
ma il disprezzo piuttosto che si serra
di te nel petto mio,
mostrato avrò quanto si possa aperto:
ben ch’io sappia che obblio
preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
vuoi di novo il pensiero,
sol per cui risorgemmo
della barbarie in parte, e per cui solo
si cresce in civiltà, che sola in meglio
guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci diè. Per questo il tergo
vigliaccamente rivolgesti al lume
che il fe palese: e, fuggitivo, appelli
vil chi lui segue, e solo
magnanimo colui
che se schernendo o gli altri, astuto o folle,
fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme
che sia dell’alma generoso ed alto,
non chiama se nè stima
ricco d’or nè gagliardo,
e di splendida vita o di valente
persona infra la gente
non fa risibil mostra;
ma se di forza e di tesor mendico
lascia parer senza vergogna, e noma
parlando, apertamente, e di sue cose
fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
non credo io già, ma stolto,
quel che nato a perir, nutrito in pene,
dice, a goder son fatto,
e di fetido orgoglio
empie le carte, eccelsi fati e nove
felicità, quali il ciel tutto ignora,
non pur quest’orbe, promettendo in terra
a popoli che un’onda
di mar commosso, un fiato
d’aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge sì, che avanza
a gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
che a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire
fraterne, ancor più gravi
d’ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l’uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
che veramente è rea, che de’ mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in pria
l’umana compagnia,
tutti fra se confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune. Ed alle offese
dell’uomo armar la destra, e laccio porre
al vicino ed inciampo,
stolto crede così, qual fora in campo
cinto d’oste contraria, in sul più vivo
incalzar degli assalti,
gl’inimici obbliando, acerbe gare
imprender con gli amici,
e sparger fuga e fulminar col brando
infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
quando fien, come fur, palesi al volgo,
e quell’orror che primo
contra l’empia natura
strinse i mortali in social catena,
fia ricondotto in parte
da verace saper, l’onesto e il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade, altra radice
avranno allor che non superbe fole,
ove fondata probità del volgo
così star suole in piede
quale star può quel ch’ha in error la sede.

Sovente in queste rive,
che, desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
seggo la notte; e sulla mesta landa
in purissimo azzurro
veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vòto Seren brillar il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch’a lor sembrano un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare
veracemente; a cui
l’uomo non pur, ma questo
globo ove l’uomo è nulla,
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor più senz’alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o così paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa; al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell’uomo? E rimembrando
il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
che te signora e fine
credi tu data al Tutto, e quante volte
favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
per tua cagion, dell’universe cose
scender gli autori, e conversar sovente
co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
sogni rinnovellando, ai saggi insulta
fin la presente età, che in conoscenza
ed in civil costume
sembra tutte avanzar; qual moto allora,
mortal prole infelice, o qual pensiero
verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
cui là nel tardo autunno
maturità senz’altra forza atterra,
d’un popol di formiche i dolci alberghi,
cavati in molle gleba
con gran lavoro, e l’opre
e le ricchezze che adunate a prova
con lungo affaticar l’assidua gente
avea provvidamente al tempo estivo,
schiaccia, diserta e copre
in un punto; così d’alto piombando,
dall’utero tonante
scagliata al ciel, profondo
di ceneri e di pomici e di sassi
notte e ruina, infusa
di bollenti ruscelli,
o pel montano fianco
furiosa tra l’erba
di liquefatti massi
e di metalli e d’infocata arena
scendendo immensa piena,
le cittadi che il mar là su l’estremo
lido aspergea, confuse
e infranse e ricoperse
in pochi istanti: onde su quelle or pasce
la capra, e città nove
sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
son le sepolte, e le prostrate mura
l’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
dell’uom più stima o cura
che alla formica: e se più rara in quello
che nell’altra è la strage,
non avvien ciò d’altronde
fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento
anni varcàr poi che spariro, oppressi
dall’ignea forza, i popolati seggi,
e il villanello intento
ai vigneti, che a stento in questi campi
nutre la morta zolla e incenerita,
ancor leva lo sguardo
sospettoso alla vetta
fatal, che nulla mai fatta più mite
ancor siede tremenda, ancor minaccia
a lui strage ed ai figli ed agli averi
lor poverelli. E spesso
il meschino in sul tetto
dell’ostel villereccio, alla vagante
aura giacendo tutta notte insonne,
e balzando più volte, esplora il corso
del temuto bollor, che si riversa
dall’inesausto grembo
sull’arenoso dorso, a cui riluce
di Capri la marina
e di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
del domestico pozzo ode mai l’acqua
fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
desta la moglie in fretta, e via, con quanto
di lor cose rapir posson, fuggendo,
vede lontano l’usato
suo nido, e il picciol campo,
che gli fu dalla fame unico schermo,
preda al flutto rovente
che crepitando giunge, e inesorato
durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
dopo l’antica obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
scheletro, cui di terra
avarizia o pietà rende all’aperto;
e dal deserto foro
diritto infra le file
dei mozzi colonnati il peregrino
lunge contempla il bipartito giogo
e la cresta fumante,
ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
per li vacui teatri, per li templi
deformi e per le rotte
case, ove i parti il pipistrello asconde,
come sinistra face
che per voti palagi atra s’aggiri,
corre il baglior della funerea lava,
che di lontan per l’ombre
rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
dopo gli avi i nepoti,
sta natura ognor verde, anzi procede
per sì lungo cammino,
che sembra star. Caggiono i regni intanto,
passan genti e linguaggi: ella nol vede:
e l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,
che di selve odorate
queste campagne dispogliate adorni,
anche tu presto alla crudel possanza
soccomberai del sotterraneo foco,
che ritornando al loco
già noto, stenderà l’avaro lembo
su tue molli foreste. E piegherai
sotto il fascio mortal non renitente
il tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
al futuro oppressor; ma non eretto
con forsennato orgoglio inver le stelle,
nè sul deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti;
ma più saggia, ma tanto
meno inferma dell’uom, quanto le frali
tue stirpi non credesti
o dal fato o da te fatte immortali.

Emanuele Severino commenta LA GINESTRA DI LEOPARDI:

 


Emanuele Severino, Le ‘Opere di Genio’: Leopardi

intervista di Renato Parascandolo rilasciata a Napoli Nella sede Vivarium il 4 giugno 1993

Professor Severino, in che modo è stata considerata e si considera oggi, dal punto di vista filosofico, l’opera di Leopardi?

Che Leopardi fosse un genio e che la sua opera avesse una rilevanza filosofica, apparì subito chiaro a Nietzsche, a Schopenhauer, a Wagner, e, per quanto riguarda la cultura italiana, a De Sanctis. Nonostante che negli ultimi tempi il pensiero filosofico di Leopardi sia andato incontro ad una consistente rivalutazione, rimaniamo tuttavia ancora ben lontani dal comprendere la sua eccezionale potenza e radicalità. Personalmente, sostengo che si tratti del maggior pensatore della filosofia contemporanea. Leopardi ha infatti posto anticipatamente le basi di quella distruzione della tradizione occidentale che sarà poi continuata e sviluppata – ma non resa più radicale – dai grandi pensatori del nostro tempo, da Nietzsche, da Wittgenstein e da Heidegger.

Purtroppo, si deve riconoscere – pur non volendo ora sottovalutare i meriti di questa attività culturale – che la critica letteraria ha contribuito a mettere in ombra l’importanza filosofica di Leopardi. Il critico letterario si è mosso nelle pagine di Leopardi senza rendersi conto che il loro autore è in un grande colloquio con il pensiero greco, ovvero con la grande tradizione filosofica dell’Occidente.

 

Ma non vi sono stati studiosi che hanno considerato anche questo aspetto del genio di Leopardi ?

Certo, proprio in Italia, il pensiero di Leopardi è stato oggetto dell’attenzione di De Sanctis, che lo riconduceva a Schopenhauer, e, in ambito marxista, di Luporini, che invece scorgeva in lui un precursore di Marx. Credo, però, che queste letture, nonostante il loro indubbio merito, abbiano offuscato più che messo in rilievo, il peso filosofico di Leopardi, e che vada rovesciata l’impostazione loro sottesa. Se, infatti, si studia l’interpretazione di Luporini, ci si accorge facilmente che, nella sua prospettiva, Leopardi, pur avendolo potentemente anticipato, rimane comunque un semplice antesignano di Marx. Questa rapporto va invertito: se Marx o Nietzsche possono dire qualcosa, ciò accade perché essi si pongono sulla strada che solo Leopardi ha aperto loro.

Si potrebbe obiettare che, nella cultura contemporanea, la fortuna di Leopardi non è minimamente equiparabile a quella di Nietzsche, perché questi è stato percepito nella sua importanza storica mentre quello è stato, per così dire, un “emarginato”. Si osservi, però, che Nietzsche conosceva Leopardi. Si potrebbe dire che Leopardi, anche se emarginato, ha fatto sentire la propria voce in tutto il pensiero contemporaneo attraverso Nietzsche. Questi parlava di Leopardi come del maggior prosatore del secolo non rendendosi conto di occultarne, così affermando, l’importanza filosofica. Ciò nonostante, attraverso Nietzsche, Leopardi ha parlato al nostro tempo, nel senso che ha contribuito a stabilire le condizioni fondamentali perché noi operassimo quel rifiuto radicale della tradizione filosofica, che è oggi il terreno normale su cui ci manteniamo in ambito scientifico-filosofico.

 

Professor Severino, che cosa unisce Leopardi a Nietzsche e, più in generale, al pensiero occidentale?

Avendo Nietzsche ereditato il centro del pensiero di Leopardi, si può dire che questi anticipa la sostanza del discorso nietzschiano. Come noto, il motivo fondamentale dell’opera di Nietzsche è costituito dall’idea secondo cui la poesia è menzogna, ma è anche l’illusione senza la quale la vita è impossibile. Si tratta, in realtà, di un tema essenziale del pensiero di Leopardi. Mentre Platone era convinto che “i poeti mentono molto”, e ciò costituiva, per lui, motivo per scacciarli dalla città, Leopardi, pur nutrendo la stessa convinzione platonica, è anche persuaso che non ci può essere vita senza poesia. Essendo la poesia l’erede della festa arcaica, cioè del momento in cui l’uomo respira al di sopra dell’oppressione del dolore della vita, Leopardi, pur riconoscendo che “i poeti mentono molto”, sa che non può esservi vita senza l’illusione della poesia. E’, questo, il momento della festa in cui l’uomo si raccoglie, raggiungendo, così, uno stato paradisiaco. E’ dall’anima della festa, dalla danza, dal canto primordiale, che nasce la poesia. La festa è dunque pensata, in questa prospettiva, come rimedio originario, da cui, successivamente, prendono origine la filosofia, la scienza e la tecnica. Per Leopardi, alla fine dell’età della tecnica, la poesia ha ancora un’ultima parola da dire prima dell’annientamento definitivo dell’uomo.

Leopardi è stato il primo nella cultura occidentale a mostrare che la verità, come visione autentica delle cose, mette in luce il loro uscire dal nulla e il loro ritornare nel nulla. Si tratta, a ben vedere, dei grandi temi dell’ontologia greco-moderna. Se l’uomo appartiene al movimento dell’uscire dal nulla e del ritornare nel nulla, allora la contemplazione di questo movimento – come dice Leopardi in uno dei suoi Pensieri – “è verissima pazzia”. “Pazzia”, perché chi guarda la nullità, propria di sé e delle cose, non può che essere isterilito in ogni volontà di sopravvivere. La “pazzia”, inoltre, è “verissima” perché mostra come stanno effettivamente le cose.

 

Professor Severino, nella Sua interpretazione di Leopardi, acquistano particolare rilievo quelle che, nei Pensieri, vengono chiamate le “opere di genio”. Può chiarire il significato di questa espressione collocandola nel quadro complessivo del pensiero leopardiano?

L’espressione “opere di genio”, sulla quale ho tentato di richiamare l’attenzione, si trova in quell’opera che io, seguendo Carducci, preferisco chiamare Pensieri e che, invece, è normalmente intitolata lo Zibaldone.
Per giungere a chiarire l’espressione “opere di genio”, sarà meglio tener presente anche un celeberrimo e grande – forse il più grande – canto di Leopardi, “La ginestra”. Ricordo innanzitutto che questa poesia è stata scritta nei primi anni della stesura dei Pensieri. Avverto, però, che non è mia intenzione ricavare a forza, a partire dalla prosa filosofica di Leopardi, il significato del canto. Mi propongo soltanto di mostrare che quanto “La ginestra” dice a suo modo è anticipato nella prosa filosofica di Leopardi e, più precisamente, in quel giro di frase dei Pensieri che contiene l’espressione “opere di genio”. A mio avviso, questo passo, insieme ad altri paralleli, è la chiave per comprendere l’importanza che ha il “genio” quale rimedio al dolore.

Leggiamo il testo 259/61 dei Pensieri, scritto nell’ottobre del 1820:
“Hanno questo di proprio le opere di genio, cioè le opere del genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia, ad un animo grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, servono sempre di consolazione”.

L’opera è del genio perché essa – come il poeta canta nel “La ginestra” – pur mostrando il carattere devastante del fuoco, consola con la forza con cui vede questa devastazione. La forza della visione, non lasciandosi risucchiare dalla devastazione, è capace di consolazione. Essa è quindi come il profumo del fiore del deserto di cui parla il canto, che si solleva al di sopra della nullità prodotta dal fuoco devastante.
Il cielo verso cui porta il profumo non è un cielo abitato da divinità alle quali ci si possa rivolgere con una supplica. Il canto chiude, infatti, dicendo che la ginestra non supplica, ma è un profumo che consola il deserto. Analogamente, l’opera del genio consola l’animo grande che avverte la nullità e si trova “in uno stato di estremo abbattimento” e disinganno. Tra il testo dei Pensieri e “La ginestra” c’è addirittura identità di termini: così come il fiore del deserto “consola” anche l’opera del genio è “di consolazione”.

 

Infine, Professor Severino, vorrei chiederle cosa, per Lei, ha ancora da dire l’opera leopardiana alla cultura occidentale?

Se vuole rimanere coerente con se stessa, la cultura dell’Occidente non può che consentire con quanto dice Leopardi. Leopardi non è una stravaganza all’interno della nostra cultura. Egli è pessimista come lo sono i Padri della Chiesa, Hegel, Aristotele, ma lo è in modo più radicale di loro. Alla radice della cultura occidentale sta ormai la persuasione che le cose reali con cui abbiamo a che fare sono effimere. Possiamo anche tentare di accaparrarne e trattenerne presso di noi il maggior numero possibile, ma rimane comunque incontestato il fatto che non ci sono più i grandi dèi immutabili che costituiscono il senso stabile del mondo.
Il messaggio che la nostra cultura trasmette all’uomo contemporaneo, è che tutto è nulla, nel senso che tutto esce dal nulla e va nel nulla. Mi chiedo, allora, se coloro che assumono atteggiamenti psicologicamente devianti, i pazzi, i depressi, coloro che non diciamo normali, non siano, in realtà, lungimiranti. Lungimiranti perché, con il loro comportamento, traggono la conseguenza inevitabile che si deve trarre dalla visione della nullità delle cose. A ben vedere, infatti, l’incitamento a vivere per quel tanto che ci è concesso, a organizzarci il più possibile, a resistere, a darci da fare, a costruire mondi, ad attraversare le galassie, è operato sulla base di una verità di fondo per la quale tutte le cose sono nulle. Questa verità non si esprime solo attraverso la consapevolezza che non ci sono più dèi eterni, ma anche nella tesi della cosmologia astronomica secondo cui all’origine c’è un nulla iniziale e tutte le cose sono soggette ad un processo entropico di distruzione. Il messaggio inviatoci dalla nostra cultura produce ciò che Leopardi chiama la “verissima pazzia”. Tutto il resto è soltanto un tentativo di mascherare l’orrenda verità delle cose con alternative provvisoriamente devianti che non riescono a togliere dall’orizzonte dell’uomo la minaccia radicale della nullificazione che investe ormai tutto.
Leopardi è un grande maestro del nichilismo. Prendere in considerazione Leopardi è importante nella misura in cui è necessario vedere se esiste un’alternativa alla storia dell’Occidente. Se l’Occidente incomincia così come è incominciato, la filosofia dell’Occidente è quella di Leopardi. Ma la domanda decisiva, anche e soprattutto nei riguardi di questo errore puro in cui consiste Leopardi, è se non sia da mettere in questione la fede nel divenire, da cui muove l’intera civiltà occidentale e di cui Leopardi è il seguace più rigoroso.
Sulla base della fede costitutiva dell’Occidente – la fede nel divenire – è inevitabile la caduta di tutti i rimedi. L’esigenza stessa di un rimedio, sia esso rappresentato dalla filosofia, dalla religione, dalla tecnica, dalla poesia o dalla festa arcaica, è possibile solo a partire dalla fede nel divenire. Dobbiamo allora chiederci: si deve continuare a considerare la fede nel divenire come qualche cosa che sta assolutamente fuori discussione, fuori dell’ambito su cui si esercita il nostro spirito critico, oppure, essendo tale fede responsabile dell’intera storia dell’Occidente, occorre che ci si interroghi su di essa e sulla sua consistenza?

da http://www.emsf.rai.it/articoli/articoli.asp?d=36

 


Emanuele Severino

Giacomo Leopardi. “La ginestra”

da “Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche. L’universo della conoscenza”, intervista del giugno 1993
(trascrizione integrale della video-lezione).

tratta dal sito del professor Casanova: http://nonquidsedquomodo.altervista.org/italiano/programma-di-5/512-severino-la-ginestra-di-leopardi

 

Tutti avevano capito che Leopardi era un genio: lo sapeva molto bene Nietzsche, lo sapeva Schopenhauer, lo sapeva anche Wagner; e certamente, per quanto riguarda la cultura italiana, De Sanctis se n’era ampiamente accorto, e si era accorto anche dell’importanza filosofica di Leopardi. E la rivalutazione alla quale è andato incontro il pensiero filosofico di Leopardi negli ultimi tempi è consistente. Però siamo ancora lontani dal comprendere la potenza eccezionale di questo pensatore, tanto radicale da poter far sostenere legittimamente la tesi, che da parte mia da tempo sostengo, che si tratta del maggiore pensatore della filosofia contemporanea. Cioè di colui che in modo anticipato e radicale pone le basi della distruzione della tradizione occidentale, quella distruzione che poi sarà sviluppata, ma non resa più radicale, dai grandi pensatori del nostro tempo: da Nietzsche, a Wittgenstein, a Heidegger.

  1. La nullità di tutte le cose

Potremmo dire molto sinteticamente che, se Eschilo è il primo a pensare che il rimedio contro il dolore è la verità, cioè la conoscenza vera delle cose, non il mito, Leopardi è il primo a rilevare che la conoscenza della verità non può essere il rimedio del dolore, ma è la causa del dolore, perché ormai con Leopardi viene in prima luce che la verità è la nullità di tutte le cose.

Purtroppo il lavoro dei critici letterari è quanto mai meritorio, ma un poco è successo questo: che il critico letterario si è mosso nelle pagine di Leopardi senza rendersi conto che Leopardi è in un grande colloquio con i tratti essenziali del pensiero filosofico; e quindi il critico letterario, pur con i meriti che indubbiamente si devono ascrivere a questo tipo di attività culturale, ha contribuito a tenere nascosto questo grande colloquio che Leopardi ha col pensiero greco, con la grande tradizione filosofica dell’occidente. Può non essere inutile ricordare che Leopardi mostra di muoversi nel Sofista di Platone, uno dei testi più difficili del pensiero filosofico; conosce naturalmente i testi di Aristotele; sviluppa una delle critiche più radicali, pressoché ignota, del principio di non-contraddizione; sviluppa delle considerazioni, esse stesse pressoché ignote, formidabili, sul senso della matematica.

Leopardi – dicevo – per primo nella cultura occidentale mostra che la verità come visione autentica delle cose mette in luce il loro uscire dal nulla e il loro ritornare nel nulla: questi sono i grandi temi dell’ontologia greco-moderna. Se l’uomo è appartenente a questo movimento dell’uscire dal nulla e del ritornare nel nulla, allora la contemplazione di questo movimento – dice Leopardi in uno dei suoi Pensieri – è «verissima pazzia»: pazzia, perché chi guarda la propria nullità e la nullità di tutte le cose non può che essere isterilito in ogni volontà di sopravvivere, di continuare a vivere; ma è pazzia verissima, perché questa pazzia mostra come stanno effettivamente le cose.

  1. La ginestra o il fiore del deserto

Attraverso una poesia che è quanto mai nota di Leopardi, un grande canto, forse il più grande canto, che è La ginestra, mi propongo di far vedere che quanto il canto dice a suo modo (e La ginestra è scritto poco tempo prima della morte: sono gli ultimi tempi della vita di Leopardi), nei primi anni della stesura dello Zibaldone (mi riferisco al 1820) e quanto il canto fa e dice era anticipato nella prosa filosofica di Leopardi, precisamente in quella prosa che contiene l’espressione «opere di genio», e che è la chiave, a mio avviso, insieme ai passi paralleli, per comprendere l’importanza che ha il genio relativamente al rimedio contro il dolore.

Tutti sanno che il canto incomincia con l’avverbio «qui»: quando dico a qualcuno che è qui, vuol dire vicino a me, mi è vicino: il canto intende dire che la vicinanza è identità tra ciò che è qui e il cantore. Che cosa è qui? lo sappiamo tutti: il canto si rivolge al fiore del deserto, all’«odorata ginestra» (vv. 1-3),

Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,

«formidabil» vuol dire ciò che produce formido, terrore, e produce terrore perché sterminatore. E poco dopo il canto usa le parole decisive per dire che questa metafora della distruzione, che costituisce il luogo in cui noi viviamo, è la metafora di ciò che annulla: il canto dice «con lieve moto in un momento annulla» (v. 45);  e poi «con moti | Poco men lievi ancor subitamente | Annichilare in tutto» (vv. 46-48). Annichilare in tutto l’uomo: abbiamo qui le parole decisive dell’ontologia occidentale.

«Qui su l’arida schiena» non è semplicemente un’immagine poetica, ma qui nel luogo della distruzione, è in riferimento alla situazione dell’uomo: l’uomo di fronte alla fonte della distruzione, che incomincia ad essere il vulcano, l’elemento igneo del vulcano; elemento igneo che poi nel prosieguo del canto si estende fino a diventare il fuoco del cielo, e su questo fuoco del cielo vorrei poi richiamare l’attenzione.

Ma intanto: se è la ginestra che è «qui su l’arida schiena | del formidabil monte», e il testo dice una schiena «la qual null’altro allegra arbor né fiore» (v. 4), poco dopo il canto dice che è il cantore stesso a essere «qui sull’arida schiena | del formidabil monte», perché intorno al v. 160 il canto dice:

Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,           160
Seggo la notte; …

Il cantore siede là dove si trova la ginestra, siede nel luogo della ginestra, è la ginestra. Sarebbe interessante mostrare come c’è una fitta rete di riscontri in cui il canto si rivolge al cantore, e dunque il canto parla di se stesso. Si dice continuamente che quella di Hölderlin è una poesia che canta la poesia: certamente il discorso vale per Hölderlin, ma vale supremamente per questo canto, che dunque è un canto in cui il cantore si rivolge a se stesso.

È notevole come compaiano dei termini apparentemente difficili da interpretare: sempre nei primi versi del canto: «l’arida schiena | … la qual null’altro allegra arbor né fiore» (v. 4): il canto parla qui dell’assenza di ogni elemento rallegrante, là dove l’unico elemento rallegrante è il fiore del deserto, cioè il canto, cioè la poesia, se sta ferma la vicinanza-identità che abbiamo cominciato a indicare analizzando il senso della parola «qui».

Il fiore del deserto «allegra»; e poco dopo si dice che «l’odorata ginestra» è «contenta dei deserti» (vv. 6-7). Il deserto è il luogo abbandonato, il luogo della nullificazione: vuol forse dire Leopardi qualche cosa di simile a ciò che afferma Nietzsche, quando nel Crepuscolo degli idoli afferma che il super-uomo è il “sì alla vita”? Qui Leopardi non lo dice, ma non lo dice proprio perché, parlando mezzo secolo prima di Nietzsche, si pone dopo il pensiero nietzschiano e mostra l’inconsistenza su questo punto della metafisica idealistica in base alla quale Nietzsche può dire “sì alla vita”. In Nietzsche si dice “sì alla vita” (lo dice in Quel che devo agli antichi) “per essere noi stessi il piacere dell’annientamento”: ora questa frase è comprensibile, cioè che si provi piacere per l’annientamento, solo in quanto l’individuo, l’uomo si è spostato sul piano del divenire eterno, si sente identico al divenire eterno, e può guardare con piacere l’annientamento delle cose. Ma questa è appunto una metafisica super-idealistica, che Leopardi ante litteram ha tolto di mezzo: l’uomo non può identificarsi allo stesso divenire eterno, non può diventare il super-uomo che, essendo eterno come il divenire, si rallegra dell’annientamento delle cose. E quindi, quando il testo dellaGinestra dice che il fiore del deserto è «contenta dei deserti», questa affermazione vuol dire innanzitutto qualcosa di completamente diverso da quello che poi sentiamo dire a Nietzsche, ma positivamente accenna appunto al tema dal quale siamo partiti: accenna all’opera del genio.

Sono altre le espressioni apparentemente sconcertanti, perché lo scenario è terrificante, si è di fronte al nulla e alla fonte del nulla, e ci sono queste parole: «allegra», «contenta dei deserti»; e poi poco dopo si dice che essa è «di tristi | Lochi e dal mondo abbandonati amante | E d’afflitte fortune ognor compagna» (vv. 14-16); e potremmo proseguire in quei tre/quattro versi formidabili, dove sempre della ginestra si dice:

Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo            35
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola.

C’è il profumo, c’è la consolazione, c’è la commiserazione dei danni altrui.

Ecco: come prima dicevamo che e il fiore del deserto e il poeta, poiché sono lo stesso, sono entrambi di fronte al pericolo dell’annientamento, così anche qui questo amore della ginestra per i «lochi dal mondo abbandonati», questa consolazione della ginestra e questo profumo che essa emana, corrispondono all’atteggiamento che è proprio, come poi dice il canto, della nobile natura che è la nobile natura del cantore, il quale è preso da vero amore per i propri simili.

Se ci sono degli equivoci da abbandonare leggendo la Ginestra, sono proprio gli equivoci della lettura progressista di Leopardi: per un uomo, per un filosofo che sa che tutto è illusione, che non esiste alcuna verità definitiva, pensare che a questo livello di radicalità egli si lasci prendere dal mito del vero amore per i propri simili, o si vuole attribuire un’incoerenza eccessivamente vistosa a Leopardi, oppure non se n’è colto il senso.

Bisogna prepararsi a intendere il vero amore, non come fondato sull’etica, ma come fondato sulla poesia. Se si capisce questo, si comprende anche il senso dell’opera di genio: siamo ancora qualche passo indietro rispetto alla chiarificazione dell’espressione «opera di genio».

Ma vorrei richiamare l’attenzione su quel notturno che è nella Ginestra, che a chi vedeva in Leopardi il sommo lirico, ha fatto pensare che si fosse davanti a uno dei grandi squarci di poesia lirica nel discorso di Leopardi. È una lirica ambigua: se dovessimo usare delle metafore musicali, direi che questo notturno è multi-tonale (la multi-tonalità in musica vuol dire la presenza di ritmi sonori diversi, di consistenze sonore diverse, e quindi la multi-tonalità è essenzialmente ambigua). Dov’è l’ambiguità di questo, che ho chiamato il grande notturno della Ginestra? Leggendolo mi propongo di far vedere quell’amplificazione dell’elemento igneo, cioè quel distendersi del fuoco annientante, quell’oltrepassare il «bipartito giogo» del Vesuvio, e il collocarsi nella totalità del cielo, come sì luce, ma luce che è costituita da quello stesso fuoco che è la radice dell’annientamento di tutte le cose.

Certo che si può essere presi dalla potenza di quello che stiamo chiamando notturno, ma di che cosa parla questa potenza? parla della nullificazione. E d’altra parte, la nullificazione come è vista? è vista con potenza: questa visione potente della nullificazione è ciò che Leopardi chiama «opera del genio». La visione potente della nullità delle cose, la potenza con cui si vede la vanità di tutte le cose.

  1. Le opere di genio

Dice il canto:

Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,             160
Seggo la notte; e su la mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro                           165
Per lo vòto seren brillare il mondo.

Ecco: fiammeggiare, scintille, brillare, sono i termini che qualificano il fuoco. Poi prosegue ancora il canto:

E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare           170
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti                   175
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle                 180
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio …

Questo è il notturno.

Dunque è una notte riempita di luce, cioè riempita di fuoco. L’ambivalenza o la multi-tonalità di cui parlavo, è appunto – se posso ripetere – data dalla circostanza che da un lato l’animo del lettore di fronte alla potenza della descrizione della notte, se vogliamo usare un’espressione un po’ enfatica, si ingrandisce, si potenzia, si innalza; ma dall’altro lato questo innalzamento dell’ascolto, questo potenziamento dell’ascolto, è il potenziamento di un ascolto che ascolta la voce del fuoco, il potenziamento di una visione che vede la luce annientante del fuoco.

Forse abbiamo gli elementi per prendere in mano quel testo dove è contenuta l’espressione «opere del genio». È un testo del 4 ottobre 1820, che anticipa ciò che il canto fa o deve fare quando è canto autentico. Il genio – dice Leopardi – è unità di filosofia e di poesia, non più il semplice poeta che non vede il vero, perché dice la Ginestra che la nobile natura del genio non detrae nulla al vero («nulla al ver detraendo», v. 115), non è semplice filosoficità, e non è nemmeno semplice poesia; è unità di poesia e di filosofia; questo è il genio.

Tra l’altro Leopardi, che ogni parola che usava la usava consapevolmente, e cioè estremamente attento alla storia e alla potenza del linguaggio, quando pronuncia la parola genio ha in mente, sente la parola gigno: genero, produco, sono forte, cioè esplico quel tipo di forza che l’occidente oggi sente come civiltà della tecnica, come tecnica; il genio è diverso dal tecnico, ma ha la stessa natura del tecnico: è il portatore della potenza.

Ma dunque, in relazione all’ambivalenza, alla multi-tonalità del notturno, sentiamo dunque questo testo dello Zibaldone (pp. 259-261):

Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della vita, o nelle più acerbe e mortifere disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa); servono sempre di consolazione,

L’opera del genio è del genio in quanto, pur mostrando il carattere devastante del fuoco, consola con la forza con cui essa vede questa devastazione; la forza della visione si solleva al di sopra della devastazione, e questo sollevarsi, che non si lascia risucchiare dalla devastazione, ma in qualche modo dà forza e consolazione, è come un profumo che nel deserto si solleva al di sopra della nullità prodotta dal fuoco devastante. È appunto il profumo del fiore del deserto, che consola – come dice il canto – e che si porta verso il cielo, non nel senso che ci sia un cielo abitato da dèi verso i quali ci si possa rivolgere con una supplica (il canto conclude infatti dicendo che la ginestra non supplica), ma è un profumo che consola il deserto, così come appunto l’opera del genio serve sempre di consolazione. C’è un’identità anche di termini: il fiore del deserto consola; l’opera del genio è di consolazione.

E aggiunge il testo:

raccendono l’entusiasmo, e non trattando né rappresentando altro che la morte,

perché la morte è la verità delle cose, e se il genio vede la verità, non può che parlare della morte e della nullità delle cose,

le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta. […]

L’animo grande, guardando la nullità delle cose, perde la vita e appunto sprofonda verso quella «verissima pazzia» della noia, che è appunto verità, ma che insieme è disfacimento della mente, perché se la verità è il nulla, la vita è insopportabile. Il canto evita questo sprofondare nel niente, nel senso che la potenza della visione del niente rende almeno momentaneamente quella vita che aveva perduta.

Il testo ha ancora alcune espressioni che vale la pena di sentire, perché chiariscono questo concetto della potenza salvifica della forza con cui la visione del genio, la visione della nobile natura, coglie la nullità delle cose: la potenza della visione del nulla, una potenza che, in quanto tale, non si lascia risucchiare dal nulla, ma è positività, è essere, è un galleggiare provvisoriamente ancora per poco sul nulla. Dice il testo:

E lo stesso conoscere l’irreparabile vanità e falsità di ogni bello e di ogni grande è una certa bellezza e grandezza che riempie l’anima, quando questa conoscenza si trova nelle opere di genio.

Lo stare davanti al vulcano, non vedendo altro che la potenza devastante del vulcano; questo stare davanti al vulcano è lo stare del fiore-cantore: allora è profumo, è consolazione.

E lo stesso spettacolo della nullità, è una cosa in queste opere, che par che ingrandisca l’anima del lettore, la innalzi, e la soddisfaccia di se stessa e della propria disperazione. […] Ma se questo sentimento è vivo, come nel caso ch’io dico, la sua vivacità prevale nell’animo del lettore alla nullità della cosa che fa sentire,

Il lettore qui è colui che contempla l’opera del genio: può essere il genio che guarda se stesso. La vivacità del sentimento del nulla prevale sullo spettacolo che questo sentimento ha dinanzi:

e l’anima riceve vita (se non altro passeggiera) dalla stessa forza con cui sente la morte perpetua delle cose, e sua propria.

Direi che basterebbe questa pagina per fare di un pensatore un grande pensatore, anche perché un risvolto di questo tipo di considerazioni è quello che potremmo chiamare il rovesciamento dell’argomento contro lo scettico: lo scettico dice “non esiste verità”; si obietta allo scettico “dunque quello che tu dici: che non esiste verità, è la verità”. Dunque la negazione della verità è accompagnata dalla verità.

Leopardi mostra come la verità, quando è grandemente, autenticamente espressa, è inevitabilmente accompagnata dalla non-verità, e la non-verità è appunto la forza del canto, perché se tutto è illusione, se ogni positività è illusione, nel senso che si illude di permanere salva al di fuori del nulla, laddove è destinata a sprofondarsi daccapo nel nulla, se la verità è questa, e se lo sprofondare nel nulla è la verità, e allora se ogni positività è un’illusione, è illusione allora anche la forza del canto con cui il canto vede la nullità.

E quindi, se l’argomento contro lo scettico dice che la negazione della verità è necessariamente accompagnata dalla verità, cioè si presenta inevitabilmente come verità, Leopardi mostra come la verità sia necessariamente accompagnata dall’illusione. Cioè nel canto del genio la visione vera è espressa con quella forza, con quella positività, che d’altra parte, come tutte le positività, è illusione e non-verità; e d’altra parte è quella non verità da cui il genio non può separarsi, e la visione della verità non può separarsi.

Nella Ginestra, il monte sterminatore ha ai suoi piedi le città distrutte: Pompei è chiamata «scheletro», viene alla luce lo scheletro di Pompei. Quindi la situazione del fiore del deserto non è semplicemente quella dell’attualità in cui l’uomo si trova di fronte alla minaccia radicale del nulla, ma guarda al futuro, perché tutte le città, le grandi epoche, giacciono distrutte ai piedi del vulcano. È vero che il canto fa un accenno alle nuove città che si sono costituite, ma è un accenno in un contesto in cui si parla della natura «ognor verde», che vede passare le epoche, e quindi vedrà passare anche queste città attuali che sopravvivono alla grande distruzione. La metafora cioè si riferisce a un futuro in cui le possibilità della tecnica si sono già sviluppate, e hanno mostrato il loro fallimento.

Allora il fiore del deserto è la situazione in cui, dopo il fallimento del paradiso della tecnica, c’è questo, Leopardi lo chiama «quasi ultimo rifugio», che è il rifugio della poesia. Ma non è un rimedio stabile: consente all’uomo di cantare ancora per un poco, di stare ancora per un poco nella festa. La poesia si ricollega al senso originario della festa.

Ora tutto questo vale la pena di dirlo perché, se l’occidente, se la nostra cultura vuole essere coerente a se stessa, non può che dire quello che dice Leopardi; Leopardi non è una stravaganza all’interno della nostra cultura: Leopardi è pessimista tanto quanto lo sono i Padri della chiesa, Hegel, Aristotele. È pessimista come loro, ma più radicalmente di loro, perché alla base di tutta la nostra cultura sta questa persuasione: ormai le cose reali con cui noi abbiamo a che fare sono effimere; possiamo sì tentare di accaparrarle il più possibile, di trattenerle il più possibile presso di noi; per esempio maggiore, non ci sono più i grandi dèi che stanno eterni e che costituiscono il senso stabile del mondo, così come in Eschilo viene potentemente alla luce: tutti gli dèi della tradizione sono perenni.

Allora il messaggio che trasmette la nostra cultura all’uomo contemporaneo è che tutto è nulla, nel senso che tutto esce dal nulla e tutto va nel nulla. Da questo punto di vista, quando noi consideriamo quegli atteggiamenti su cui ama intrattenersi la psicopatologia, gli atteggiamenti psicologicamente devianti: i pazzi, i depressi, coloro che noi non diciamo normali, costoro sono devianti, o non dobbiamo dire piuttosto che sono lungimiranti? Lungimiranti perché traggono col loro comportamento la conseguenza inevitabile che si deve trarre dalla visione della nullità delle cose.

È chiaro che ci può essere l’incitamento a vivere, a vivere per quel tanto che ci è concesso, a organizzarci il più possibile, a resistere, a darci da fare, a costruir mondi, a attraversare le galassie. Ma questo incitamento è operato su una base in cui la verità di fondo è la nullità di tutte le cose: non ci sono più dèi eterni, quindi nelle cose reali – lo dice anche la cosmologia astronomica – c’è un nulla iniziale, poi c’è un processo entropico di distruzione delle cose.

Il messaggio che ci dà la nostra cultura è quello che produce ciò che Leopardi chiama la «verissima pazzia»; tutto il resto è il tentativo di mascherare la verità orrenda delle cose con veli, con alternative provvisoriamente devianti, che non riescono a togliere dall’orizzonte dell’uomo la minaccia radicale della nullificazione che ormai investe tutto.

4 pensieri riguardo “GIACOMO LEOPARDI, LA GINESTRA (1836). Lettura di Carmelo Bene e un commento (purtroppo breve e troppo spezzettato) di Emanuele Severino (2010)

  1. Hommage élégiaque au poète indicible du Genêt, Giacomo Leopardi

    Giacomo Leopardi
    Oh toi, Leopardi né à Recanati,
    tu portas sur la vie, le regard des «antiques»
    et même, les «lumières» semblaient pâles pour toi,
    du haut du belvédère de la pensée antique ;
    tu vivais en ton siècle comme un exilé,
    qui a connu l’âge d’or et se languit d’ennui.
    Recanati, pour toi, était comme un caveau
    dont tu ne t’échappais qu’au travers de tes livres.
    Ivre de grec et féru de latin,
    seule la bibliothèque était ta vraie amie.
    Latiniste à huit ans, Helléniste à quatorze,
    si ton corps t’enfermait, ton esprit t’élevait ;
    bien haut, dans les hauteurs où dominent les aigles.
    Très tôt dans la palette de tes talents immenses,
    tu sus choisir la muse comme cime des arts;
    et devint son Mozart, ciselant de ses mots,
    que tu allais cueillir dans les champs de diamant,
    dans la Grecque éternelle qui irrigue l’Esprit,
    tu souffrais en silence ton époque mesquine.

    Par ton hommage à Dante tu commenças d’écrire
    et souffrait tellement pour ta patrie meurtrie.
    Ainsi tu ravivas la mémoire, des légions enfouies
    sous les neiges et les glaces de la Russie glaciale,
    là ou, Napoléon, conduisit tes enfants
    où dans de vains combats ils moururent, si loin.
    Admirant la nature tu en perçus la grandeur,
    mais en compris aussi les minéralités froides
    dont l’éternel retour se rit de nos soucis,
    alors que nous goûtons des lieux apprivoisées
    son chaos naît et renaît en «Big Bang» convulsifs,
    et moins que des fourmis, elle se soucie de nous.
    Gravissant les volcans tu pouvais contempler
    le peu de cas fait, de cités, jadis si glorieuses.
    Tu pouvais mesurer l’immense solitude
    qui pétrifia Pascal et rend tout orgueil dérisoire,
    comme pure chimère dans les champs du Cosmos
    ou le temps ne suit pas, nos piètres horloges.
    Et, pourtant gravissant les pentes du Vésuve
    du Genêt si chétif, tu saisis la grandeur;
    celle même, des humains face à l’inexorable.
    Mieux encore tu en appelas à la fraternité humaine,
    et face aux cataclysmes toujours renouvelés
    tu conseillas de ne pas y rajouter nos propres maux.
    Toi que l’on désigna : “prince du pessimisme” ;
    “sombre amant de la Mort, pauvre Leopardi”,
    tu fus plus bien plus que d’autres, un sceptique attentif,
    aux peines de tes frères, et à leurs vains combats,
    Toi le savant chétif qui mourut à trente neuf ans,
    tu goûta la passion de cruelles qui repoussaient ta bosse.

    Paul Arrighi , Toulouse.

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  2. Silvio Trentin et les poètes Lauro de Bosis et Giacomo Leopardi.
    Par Paul Arrighi (Historien, Homme de Lettres et Poète)
    )
    C’est à la bibliothèque interuniversitaire alors que je me plongeais avec ferveur dans la lecture des ouvrages des fuorusciti commandés au prêt entre bibliothèques, que je découvris un opuscule de 118 pages, issue d’une conférence prononcée à Toulouse, le 13 janvier 1940 devant le “Cercle des intellectuels Républicains espagnols” par Silvio Trentin. Cette conférence a été prononcée avec la gorge nouée, devant un public d’intellectuels espagnols et catalans, la plupart exilés depuis 1939, et quelques-uns de leurs amis toulousains non mobilisés. L’intense gravité du moment ne les empêchait pas de partager une ferveur commune ce haut moment de culture la culture Européenne intitulée par Silvio Trentin : “D’un poète qui nous permettra de retrouver l’Italie Giacomo Leopardi” (1).
    L’émotion fut grande pour moi car cet ouvrage me parut comme le frêle esquif rescapé d’un temps de défaites, de souffrances, rendu perceptible par le crépitement des balles de mitrailleuses, des explosions d’ obus s’abattant sur des soldats républicains écrasés par la supériorité des armes et condamnés à la défaite par le mol et lâche abandon des diplomaties. Silvio Trentin avait gravé dans sa mémoire des images récentes qui n’avaient rien à envier aux tableaux grimaçants de nouveaux Goya. Il avait tant vu d’images d’avions larguant leurs bombes sur les populations terrifiées et embraser les charniers de Guernica. Il venait de voir passer les longues files de civils, toujours harassés, souvent blessés, emportant leurs rares biens ainsi que les soldats vaincus mais fiers de la “Retirada”. Il venait de visiter ces soldats dont parmi eux bon nombre de ses amis de combat, parqués sommairement dans des camps d’infortune. Ces catalans et espagnols, qui s’étaient battus jusqu’au bout des privations et des souffrances endurées, étaient comme écrasés par le sentiment d’avoir été laissés presque seuls à lutter contre les fascismes, unis et comme pétrifiés par un destin d’injustice et d’amertume.
    Mais ces premiers déchainements impunis d’injustices et de violences avaient comme ouverts la porte aux trois “furies” de la mythologie grecque et une semaine exactement après la conclusion du pacte de non-agression germano-soviétique, signé le 23 août 1939, par Molotov et Ribbentrop, les troupes allemandes se jetaient, dès le 1er septembre, sur la Pologne qu’elles écrasaient sous le nombre des stukas et des chars, par ce que le Général de Gaulle nomma ultérieurement “une force mécanique supérieure”. Une armée héroïque, mais bien moins puissante, était défaite. Et il ne nous en reste en guise de témoignage dérisoire que les images du cinéaste Wajda, nous montrant de jeunes cavaliers munis de lances se rendant au combat, à cheval, à la fin de cet été 1939, images d’une fallacieuse et vénéneuse beauté. Staline rendu avide par ce festin de peuples attaqua la Finlande, le 30 septembre 1940, après s’être partagé, avec l’Allemagne hitlérienne, une partie de la Pologne. Depuis lors la “drôle de guerre” semblait comme avoir suspendu les actes suivants de la tragédie européenne.
    Qu’est ce qui pouvait amener Silvio Trentin en ces jours de tragédie, à sacrifier à l’exercice d’une conférence donnée sur un poète italien né en 1798, plus d’un siècle avant ce nouvel embrasement de l’Europe qui mourut, si jeune, à trente-neuf ans ? Qu’est ce qui avait pu amener, dans ces temps de grave désordre international, et presqu’au point culminant de la montée des totalitarismes conquérants, Silvio Trentin, éminent professeur de droit démissionnaire, exilé politique, combattant révolutionnaire et libraire réputé, à se pencher sur l’œuvre d’un poète dont les bibliothèques et les travaux savants de philologie furent les principaux horizons et sa seule expression de l’être ? Comment se fait-il que le juriste antifasciste exilé et le libraire militant devenu toulousain d’adoption, plus habitué à porter son éloquence reconnue dans les meetings organisés à Toulouse en soutien au Front populaire et à la République espagnole, en vint à s’exprimer devant un cercle prestigieux de lettrés, comme pour magnifier la poésie même parmi ses sœurs et frères d’armes et de malheurs partagés ?

    Des trajectoires contradictoires
    Au premier abord rien de plus dissemblable que les personnalités, les filiations culturelles et les rapports à la vie et aux œuvres, de Giacomo Léopardi et Silvio Trentin.
    En effet, ces deux fils illustres de l’Italie sont nés à près d’un siècle de distance dans deux régions et deux milieux sociaux et culturels dissemblables.
    Giacomo Leopardi a vécu comme retranché du monde et a été perçu par Alfred de Musset comme le : “sombre amant de la mort, pauvre Leopardi”.
    A l’inverse, Silvio Trentin, juriste brillant, fut privé de son goût et bonheur d’éveiller les jeunes intelligences que lui donnait sa chaire de Droit par l’impératif morale et civique de se battre contre la captation de la démocratie par Mussolini et les hiérarques du parti fasciste.
    L’un est homme presqu’entièrement vouée à la fièvre de l’étude et comme retenu hors du monde et rivé à l’univers enchanté des textes anciens et des bibliothèques, l’autre est un intellectuel qui centra sa réflexion politico-juridique sur La crise du Droit et de l’Etat et jeta toute son énergie et sa culture dans un combat politique ardent pour le rétablissement d’une nouvelle et plus authentique démocratie dans son pays. Sa haute figure d’opposant politique irréductible donna une plume acérée aux contestations politiques et diplomatiques du régime fasciste et aux propositions de transformations constitutionnelles fondées sur l’idée d’autonomie prolongeant les intuitions d’un “fédéralisme interne” selon la définition du juriste Norberto Bobbio et renouant ainsi avec les intuitions libertaires du penseur bisontin Pierre-Joseph Proudhon.
    Giacomo Leopardi un surdoué retranché du monde
    Giacomo Leopardi, le poète est né à Recanati, le 29 juin 1798, dans les états des Marches, ville et province alors placées sous le pouvoir temporel des papes, dans une famille aristocratique cultivée mais réactionnaire et farouchement opposée aux idées des lumières. Il perçut lui-même l’intrusion des armées françaises en Italie comme un cataclysme amené en Italie par la Révolution Française et les armées de Bonaparte. La situation dans laquelle il vit plongée l’Italie, sa patrie idéale, qui avait fait vivre une civilisation prestigieuse sur les deux bords de la Méditerranée, le blessa. Mais cette blessure patriotique ne le conduisit pas à rejeter la pensée des lumières et les encyclopédistes français. Au-delà de ses réactions épidermiques devant l’envahissement, il nourrit son esprit et son style de l’intelligence scintillante des encyclopédistes. Nul mieux que lui ne sut entrechoquer comme deux silex dont il fit jaillir l’étincelle, la pensée aigue et comme toute emplie d’audace des Lumières avec les textes des anciens penseurs de l’antiquité grecque et romaine.
    Le jeune Giacomo Leopardi fut un surdoué à la santé pathétiquement délabrée. Silvio Trentin le définit comme un être : “blessé à mort, retranché de la vie”. Il nous est présenté par le poète allemand August Von Platen comme : “petit et bossu, son visage est pâle et souffreteux et il aggrave ses mauvaises conditions (de santé) par sa façon de vivre, car il fait du jour la nuit et vice versa. Sans pouvoir bouger et sans pouvoir s’appliquer à quelque chose, à cause de l’état de ses nerfs”. C’est aussi certainement le sentiment de son étrangeté au monde et aux autres, du fait de ses infirmités physiques, qui hissa son esprit au zénith de l’abstraction poétique et philosophique.
    Le jeune fils du Comte Monaldo Leopardi et de la marquise Adélaïde Antici s’est très tôt retranché du monde des jeux et des espiègleries des jeunes de son âge par une ascèse tendue vers une érudition forcenée. Avec la complicité ravie de son père, il s’enferma dans la bibliothèque familiale pour s’approprier, comme Prométhée le feu divin, l’essentiel des dix mille volumes. Il apprit seul dans les textes le grec dès l’âge de huit ans et se passionna, dès sa première jeunesse, pour la connaissance approfondie des textes antiques.
    Dès vingt ans il devient un savant reconnu, en dehors des Universités, dans le domaine de la philologie. Retranché du monde, à l’exception de l’amitié intense qui le relia comme une bouée de sauvetage à quelques amis chers tels Pietro Giordani puis Antonio Ranieri, Giacomo Leopardi, lettré de génie n’eut jamais l’emploi que sa science aurait pu lui faire acquérir en raison de son refus d’entrer dans les ordres et de son absence de d’entregent qui mit obstacle à son emploi comme bibliothécaire à Rome.
    Toute sa vie son autonomie financière lui fut mesurée chichement par une mère avare et obsédée par la volonté de rembourser les dettes faites par son mari. Son père, passionné lui-même de culture, désapprouvait sans nuance des choix philosophiques qui l’éloignaient d’une religion catholique et romaine alors aussi formaliste qu’opposée aux idées modernes.
    Les études considérables entreprises par le jeune homme surdoué dans la bibliothèque de son père eurent pour effet de : “délabrer une constitution exceptionnellement délicate” et se manifestèrent par des périodes douloureuses de mélancolie et des troubles oculaires graves. Son incroyable chef d’œuvre, fait d’un curieux mélange de notes personnelles, de considérations morales et de réflexions philosophiques, Le Zibaldone, compte plus de deux mille pages.
    Mais plus que son œuvre de philosophe moraliste c’est pour son aussi court que décisif recueil de poésies nommé Canti (Chants) (2) que Giacomo Leopardi est considéré comme le troisième grand poète italien après Dante et Pétrarque. De nos jours l’œuvre extraordinairement créatrice du jeune homme maladif de Recanati, mort à trente-neuf ans, passionne des groupes de poètes, de philosophes et de fins lettrés et nombre d’ esprits curieux, bien au-delà de l’Italie. Sa sensibilité est désormais bien plus à l’unisson de notre vision éclatée et même fragmentée de l’homme que nous impose la perception de notre époque désillusionnée, que des rêveries passéistes de ses contemporains romantiques.
    Silvio Trentin, un opposant brulant des feux de la Révolte et de la Liberté
    A l’inverse de son devancier, Silvio Trentin est né en 1885 dans une famille favorable au Risorgimento et plus largement acquise aux espoirs que les élites du Nord de l’Italie mettaient dans la création du récent Etat national italien. Il fut un enfant espiègle, jouant au bord du fleuve Piave et des eaux des canaux d’irrigation de la Vénétie rurale. Ayant fait de brillantes études de Droit à Pise, il obtint son doctorat en droit dés vingt quatre ans. Il fut un jeune et doué professeur d’Université dont l’éveil à la politique fut précipité par le choc sur les consciences causé par l’hécatombe de première guerre mondiale ou l’hégémonie, tout au moins spirituelle, de l’ Europe sombra. Elu député du parti de centre gauche, la démocratie sociale, en 1919, pour la circonscription de Venise, il se passionna pour l’amélioration des conditions de vie des paysans de la plaine du Pô et apporta sa science juridique pour la réalisation de la bonification des terres et le développement des coopératives agricoles, bientôt démantelées par les hommes de mains de parti fasciste, aux service des intérêts égoïstes des grands propriétaires terriens.
    Beaucoup plus tôt que nombre de consciences endormies ou trop accommodantes, il se rendit compte, dès 1921, des méthodes odieuses de violence pratiquées par les hommes de mains du parti fasciste dirigé par quelques “ras” et Mussolini. Il entama alors une bataille politique dans les pires conditions du reflux des mouvements socialistes et démocrates avant de devoir démissionner de sa chaire de Droit l’Université de Venise Cà Foscari. Il dut alors s’exiler, en février 1926, d’abord en Gascogne, puis à partir de 1935, à Toulouse ou il marqua les esprits de tous celles et ceux qui comptaient parmi les lettrés et le monde de la culture des années trente et quarante de la fière cité occitane pétrie de culture latine séculaire et berceau de la première langue littéraire et poétique néolatine. Dans un combat poursuivi sans relâche toute sa vie, Silvio Trentin écrivit dix-sept ouvrages quelques-uns de théorie philosophico-juridique et les plus nombreux qui furent des dénonciations politiques et diplomatiques aiguisées et percutantes du régime fasciste. Devenu, à partir de 1935, à Toulouse, un libraire flamboyant reconnu par tous le intellectuels du Languedoc, il joua un rôle éminent dans auprès de la direction politique du mouvement socialiste-libéral-révolutionnaire italien “Giustizia e Libertà”, fondé par les trois évadés prestigieux d’insolence et de révolte des îles Lipari, Carlo Rosselli, Emilio Lussu et Francesco Fausto Nitti. En même temps que sa librairie de la rue du Languedoc, devenait, à partir de juillet 1936, un centre d’impulsion pour tous les italiens passant par la belle cité Raymondine pour se battre aux côtés du Peuple espagnol, il se rendit à quatre reprises à Barcelone et connut les responsables successifs de la generalitat, dotés des plus hautes responsabilités. Cette période de sa vie fut vécue par cet intellectuel comme un engagement de tout son être, Ses choix douloureux visaient à frayer la voie d’une libération future de l’Italie, prémices d’une unification ultérieure de l’Europe Aux côtés de son ami le professeur de physiologie socialiste Camille Soula, il partagea intensément la souffrance de ses amis espagnols et catalans amenés à Toulouse par la “Retirada” et fit tout ce qu’il put, par sa parole, sa plume et l’expression de sa solidarité concrète, en hébergeant nombre de réfugiés. Il mit tout en œuvre pour alerter une opinion qui se détournait des vaincus et pour secourir les destins brisés de ces cruels exils dont il connaissait lui-même l’amère morsure.
    Silvio Trentin fit aussi, et c’est le caractère qui le différencie le plus de Giacomo Leopardi, œuvre de bâtisseur d’utopie sociétale. Il s’efforça de renouveler la philosophie du droit afin de préserver son concept clef d'”autonomie humaine” donnant une forme à l’aspiration permanente des êtres humains épris de liberté au “self gouvernement”. Nous retrouvons cet aiguillon libertaire à chacun des moments forts ou surgirent de nouveaux “printemps de la démocratie” lorsque culminent les plus hautes des aspirations humaines pour la prise en charge par les citoyens eux-mêmes de leur destin individuel et collectif. Cette aspiration souvent brisée, chaque fois renaissante, prit lors des années soixante à quatre vingt du XXe siècle, le visage et la désignation d’autogestion. Aujourd’hui elle chemine toujours sous d’autres vocables portée par l’imagination et la générosité des hommes libres qui ne sont pas prêts à se couler dans le moule étroit d’un confort matériel et d’un étroit consumérisme qui méconnaîtrait le meilleur de leur humanité et leur dignité de citoyen.
    Il prolongea en quelque sorte l’œuvre de Pierre-Joseph Proudhon en s’efforçant d’adapter son inspiration et son souffle libertaires aux intuitions économiques de Karl Marx et à l’évolution des sociétés européennes dont il souhaitait l’unification. Ses savantes réflexions s’efforcèrent de frayer la voie à une fédération de conseils et de collectivités alors même que les mouvements ouvriers et socialistes étaient enfermés et comme pris en tenaille par les conséquences funestes d’une révolution communiste fourvoyée pour avoir empruntée la voie non démocratique du parti unique et de la grise uniformité, broyeuses des hommes.
    Silvio Trentin, un juriste combattant fasciné par la geste poétique
    • La fascination pour le sacrifice romantique du poète Lauro de Bosis.
    Nous ne connaissons pas vraiment quelle fut, durant ses études au lycée puis à l’Université, l’imprégnation poétique du brillant juriste. Bien sur la culture italienne l’ait fait connaisseur de Dante Aligheri et de Pétrarque, Silvio Trentin, fait preuve dans les citations dont il émaille ses écrits multiples, d’une ouverture à d’ autres courants de la poésie européenne et d’une bonne connaissance des meilleurs critiques littéraire, parmi lesquels: Sainte-Beuve, Francisco de Sanctis, homme politique italien, auteur d’une histoire de la littérature italienne comparée et de son contemporain, le plus connu des critiques littéraires français de l’entre-deux guerres, Albert Thibaudet.
    Dans les écrits de l’exil gascon puis toulousain de Silvio Trentin apparaissent les citations de Byron, Carducci, Goethe, de son contemporain Gabriele d’Annunzio et plusieurs fois, ce qui est une indication sur ses goûts, le poète romantique anglais Percy Bysshe Shelley. Il y a lieu de noter que l’un de ses meilleurs collègues universitaires et amis de l’institut Ca Foscari de Venise, ou il donna ses cours de droit avant son exil, fut le professeur de littérature Ernesto Cesare Longobardi, angliciste et fin connaisseur du poète romantique anglais, Percy Bysshe Shelley. Nous n’avons pas de mal à imaginer entre les universitaires amis, les propos enthousiastes échangés sur ce poète ami de la liberté, dont les idées audacieuses choquèrent tant les “philistins” de son époque. De tels échanges littéraires leur permettaient aussi de s’évader du pesant climat politique instauré par le fascisme. Silvio Trentin n’a pas manqué de faire, dès son premier écrit de critique poétique en l’honneur du poète Lauro de Bosis (1901-1931), une référence à la pièce de Percy Shelley, Prométhée délivré, ou le poète anglais nous délivre le message suivant: “Regarde cette terre ou pullulent tes esclaves, dont tu récompenses l’adoration à genoux (…)
    Nul doute que de tels traits enflammés lancés contre la tyrannie émurent le jeune professeur qui fut contraint de exiler de son pays à quarante et un an ne pouvant plus supporter l’atmosphère de raréfaction des libertés et de persécutions menées à l’encontre des opposants de la dictature des faisceaux qui s’était installée en Italie. Il est d’ailleurs remarquable que dans l’une des premières lettres écrites de Pavie dans le Gers à son ami Gaetano Salvemini, Silvio Trentin lui ait confié : “Je suis en France depuis une vingtaine de jours (…) dans l’espoir de trouver enfin un peu de paix et de jouir à peins poumons de la Liberté”. Mais son premier écrit sur la poésie est à mettre en relation avec la disparition tragique et le sacrifice de sa vie d’un poète italien, Lauro De Bosis, qui enflamma l’esprit de Silvio Trentin.
    En effet, Lauro de Bosis, lui-même fils du poète Adolfo de Bosis, longtemps exclusivement adonné aux lettres et à l’enseignement des humanités à l’Université d’Harvard, fut ébranlé par l’exécrable réputation du régime fasciste et se lança impétueusement dans une action politique idéaliste en créant l’Alliance nationale. Il mit tout en œuvre pour faire parvenir en Italie des tracts et des brochures. Or, à la suite de l’arrestation et des condamnations à de lourdes peines de prison de sa mère et de ses amis, il décida de s’engloutir dans les flots aux commandes de son avion Pégase après avoir jeté, le 3 octobre 1931, au-dessus Rome une moisson de plusieurs milliers de tracts antifascistes, plutôt que de se rendre et de souffrir le déshonneur. Cette action d’éclat qui engageait l’être humain dans sa vie même émut fortement Silvio Trentin.
    En octobre 1931, quelques jours après le sacrifice du poète Lauro de Bosis, Silvio Trentin eut l’occasion de s’entretenir à Auch avec l’un de ses amis et camarade du parti libéral la democrazia sociale, Vittorio Ronchi, venu le rencontrer. Celui-ci put constater son émotion et même sa souffrance devant ce que Silvio Trentin interpréta comme le “consentement (du plus grand nombre) au régime.”
    Silvio Trentin fut aussi indigné par le silence gardé par une presse italienne étroitement contrôlée mais aussi par la relative absence de réaction du “geste” de Lauro de Bosis dans la presse internationale. Son tempérament et son besoin d’action s’accommodaient mal de la résignation et des inévitables compromis de la vie politique. Le besoin de dépasser les limites strictes de l’action politique, et même du combat militant qu’il n’abandonna pourtant jamais, poussa certainement Silvio Trentin à rendre hommage à Lauro de Bosis et à faire à son tour œuvre de critique littéraire. Dans cet hommage de 95 pages, édité en 1932 par l’éditeur Jean Flory, Silvio Trentin mêle curieusement des considérations hétérodoxes sur le marxisme à un hommage vibrant au poète disparu. Silvio Trentin renoue surtout, à cette occasion, avec le fil conducteur de toute son œuvre : les thèmes de la liberté humaine et de l’autonomie, concepts clefs dans l’œuvre de l’intellectuel de Vénétie. ” Oui !” écrit-il ” Je le sais bien ! La liberté n’a jamais cessé de constituer l’enjeu suprême (…) de ce combat toujours inachevé que renferme le cours de toute vie humaine (…). Silvio Trentin termine son hommage en traçant un parallèle entre la disparition de Percy Shelley au cours d’un naufrage au cours duquel son voilier l’Ariel fut emporté par la tempête, le 8 juillet 1822, et le sacrifice de Lauro de Bosis choisissant, au retour de son survol militant de Rome, l’engloutissement dans les flots avec son avion “Pégase”.
    L’importance donnée à ce thème par Silvio Trentin s’exprime par son choix de faire à nouveau, du geste héroïque de Lauro de Bosis, le sujet d’une conférence donnée devant le “Cercle d’Etudes universitaires”, le 19 décembre 1937, en pleine période du front populaire, alors que les tâches et les actions de soutien à la République Espagnole ne manquaient certes pas. Dans ce texte, flamboyant de romantisme, Silvio Trentin termine sur le témoignage destiné à la postérité que nous a laissé Lauro de Bosis lui-même, alors que le poète a librement choisi de se sacrifier pour la cause de la liberté, intitulée Histoire de ma mort : “Demain, à trois heures, sur un pré de la Côte d’azur, j’ai rendez-vous avec Pégase. Pégase ¬ c’est le nom de mon avion. (…) Tout de même, nous n’irons pas chasser des chimères, mais porter un message de liberté à un peuple esclave au-delà des mers (…) nous allons à Rome répandre en plein air ces paroles de liberté (…). Après tout, il s’agit de donner un petit exemple d’esprit civique et d’attirer l’attention de mes concitoyens sur l’irrégularité de leur situation”.
    L’admiration de Silvio Trentin transparaît pour ce choix héroïque d’une mort romantique choisie au nom de la liberté et du civisme. Nous sommes ici dans la pleine filiation des anciens grecs valorisant “La belle mort” et attribuant une valeur éminemment positive au sacrifice des héros, conception qui a été ultérieurement si bien décrite par Jean Pierre Vernant dans son ouvrage La mort héroïque chez le grecs.
    Mais une telle fascination pour l’héroïsme romantique, exprimée devant un cénacle de lettrés, trace pour l’historien la distance qui sépare de tels choix héroïques, forcément minoritaires choisis par quelques militants et les limites imparties, de par leur condition même, au plus grand nombre pour lequel la participation épisodique à la vie publique reste comme limitée par l’accomplissement des tâches humbles du quotidien pour assurer leur survie.
    • Silvio Trentin et Giacomo Leopardi.
    L’intérêt porté par Silvio Trentin aux textes de Percy Shelley et au geste héroïco-romantique du poète Lauro de Bosis qui dépeint le choix de sa mort héroïque comme la destination du “Cap Horn pour le hollandais volant” pourrait nous laisser penser que le choix, en 1940, de Giacomo Leopardi comme sujet de médiation, s’inscrit aussi dans une filiation romantique. Certes il y a bien entre ces deux personnalités si différentes que sont Giuseppe Leopardi et Silvio Trentin une même imprégnation romantique. Le critique littéraire hors pair que fut Sainte-Beuve ne s’y est pourtant pas trompé. Dans l’un des premiers portraits faits en France de Leopardi, en 1844, dans la Revue des deux Mondes, Sainte-Beuve considère comme Leopardi comme un “Ancien”: “(…) Brutus comme le dernier des anciens, mais c’est bien lui qui l’est. Il est triste comme un Ancien venu trop tard (…) Leopardi était né pour être positivement un Ancien, un homme de la Grèce héroïque ou de la Rome libre.”
    Giacomo Leopardi vit au moment du plein essor du romantisme qui apparaît comme une réaction contre le formalisme de la pâle copie de l’Antique, de la sécheresse de la seule raison et de l’occultation de la sensibilité frémissante de la nature et des êtres. Mais s’il partage pleinement les obsessions des écrivains et poètes contemporains romantiques pour les héros solitaires, les lieux déserts, les femmes inaccessibles et la mort, Leopardi, rejette l’idée du salut par la religion et tout ce qui lui apparaît comme lié à l’esprit de réaction en se plaignant amèrement du caractère étroitement provincial et borné de ce qu’il nomme “l’aborrito e inabitabile Recanati”. En fait, la synthèse de Giacomo Leopardi est bien différente des conceptions d’un moyen âge idéalisé des romantiques. Elle s’efforce de dépasser le simple rationalisme à l’optimisme naïf, mais ne renie jamais l’aspiration aux “Lumières” qui correspond pour lui à sa passion tumultueuse pour les sciences. Il s’efforce, toutefois, comme par deux ponts dressés au travers de l’abime qui sépare les cultures et les passions de siècles si différents, de relier les idéaux des Antiques que sont le courage civique et la vertu avec les feux de la connaissance que viennent d’attiser les encyclopédistes. A cet effort de confluence des vertus des langues antiques et des sciences nouvelles se mêle une recherche constante de la lucidité qui le tient toujours comme oscillant sur les chemins escarpés de désillusions et aussi du rejet des espoirs fallacieux dans de nouvelles espérances d’un salut terrestre.
    De même Silvio Trentin, de par sa haute formation juridique et son engagement constant dans les tragédies et péripéties quotidienne du militantisme, est loin du secours de la religion et de toute forme d’idéalisation du passé. Silvio Trentin reste pleinement un homme de progrès et d’idéal socialiste fortement teinté d’esprit libertaire pris à revers par la barbarie d’un siècle qui s’ouvre par la première guerre mondiale et la lutte inexpiable engagée entre la réaction des fascismes contre l’esprit des Lumières. Mais, au-delà d’un parcours de vie très éloigné et d’un pessimisme historique premier et presque fondateur chez Leopardi qui l’oppose à l’obstination civique et démocratique de Silvio Trentin qui va jusqu’à prôner une utopie sociétale fondée sur l’autonomie, deux sentiments forts et des aspirations communes font se rejoindre Giacomo Leopardi et Silvio Trentin.
    Contradictions et harmonies secrètes entre Giacomo Leopardi et Silvio Trentin
    Leur opposition sur le sens du devenir et de l’action humaine humain ne fait pas obstacle à un même idéal de fraternité. Les critiques littéraires qui se sont penchés sur l’œuvre de Giacomo Leopardi comme Suzanne Valle dans un remarquable numéro de la revue Europe, ont considéré son poème intitulé Le genêt, écrit en 1831, comme son véritable “testament poétique”. Ce poème nous apparaît, à nous dont la sensibilité désabusée est tissée par le relativisme postmoderne comme une médiation et une métaphore sur la précarité de la condition de l’être humain. Dans les textes de Leopardi, le “petit homme” nous apparaît infiniment seul face à une nature minérale dont la propre logique cosmique relève d’autres dimensions et logiques et ne peut pour cela intervenir dans un sens positif dans les destinées des êtres humains. La différence de temporalité, d’espace et de cosmogonie a pour effet la petitesse et l’inévitable solitude des êtres humains face au cosmos. Il ne reste donc aux hommes que le choix de pouvoir partager une conscience malheureuse auxquelles seules les quêtes du savoir, de la culture, de la fraternité et de l’amour peuvent atténuer les souffrances inhérentes au cours bref de leurs vies ayant la perception de leur relativité et de leur finitude. En quelque sorte la conception de la solitude de l’homme devant la nature et le cosmos n’est pas sans rappeler le pari fait sur la divinité qui avait étreint le mathématicien et philosophe Pascal dans son apostrophe sur “Le silence éternel de ces espaces infinis m’effraie”.
    Giuseppe Leopardi exprime cette même angoisse métaphysique dans une lettre datée du 12 août 1823 : “Rien ne démontre davantage la grandeur et la puissance de l’intellect humain, la hauteur et la noblesse de l’homme, que le pouvoir qu’il a de connaitre, de comprendre pleinement et de ressentir intensément sa petitesse. Lorsqu’il considère la pluralité des mondes, il sent qu’il est une infime part d’une sphère qui est elle-même une petite partie de l’un des infinis systèmes qui composent le monde et, considérant cela, il s’étonne de sa petitesse, (…) et se trouve comme égaré dans l’incompréhensible vastitude de l’existence”. Devant ce sentiment poignant d’une solitude métaphysique face au cosmos qui poursuit son cours indépendamment des affaires humaines et des réalisations de leurs plus illustres civilisations, Giacomo Leopardi use de la métaphore du “genêt” qui pousse sur les flancs du “redoutable meurtrier Vésuve”, sur les mieux mêmes ou les villes de Pompéi et d’Herculanum disparurent sous la lave. Giacomo Leopardi invoque alors ces villes détruites et ensevelies : “la cité / Qui fut jadis reine du monde / Et dont l’aspect taciturne et sévère / Semble attester et rappeler au voyageur / L’Empire disparu”.
    Devant la toujours imprévisible et parfois cruelle nature, l’idée de progrès est raillée par le poète philosophe pour sa prétention naïve et le fallacieux viatique qu’elle croit apporter aux vicissitudes et aux affres de la condition humaine.
    Dans un autre poème intitulé Palinodie au marquis Gino Capponi, Giacomo Leopardi se moque de la prétention de chaque époque à détenir une vérité historique forcément partielle et dont la seule métaphore qui s’offre à nous est le kaléidoscope. “Quel respect, quelle loi faut-il accorder à l’unanimité de notre siècle ! Avec quelle prudence nous convient-il, comparant notre avis à celui de l’année, qui changera encore l’an après d’éviter qu’ils ne divergent en un seul point ! Et si nous opposions à notre temps l’Antiquité, philosophant ainsi, quel progrès a fait notre science !”
    La valeur du progrès initié par la pensée des Lumières n’est pas rejetée mais comme relativisée et remis, par Giacomo Leopardi, dans une autre perspective cosmique et anthropologique : “Regarde-toi ici, mire-toi donc / Siècle superbe et sot, / Qui a quitté la voie tracée / Par la sagesse renaissante / Et que retournes sur tes pas / Te vantant d’un recul / Que tu nommes progrès !”.
    Dans cette conception d’un siècle qui débute par une fascination presqu’absolue pour le rôle des sciences et des technique pour culminer et s’éteindre dans l’horreur d’Auswitch et de la bombe atomique sur Hiroshima, Giacomo Leopardi ne s’en prend pas aux sciences et à la noblesse du désir de connaissance mais à ses fruits frelatés qui ont pour nom scientisme et transfert de l’admirable énergie spirituelle dans de fallacieuses et consolatrices utopies terrestres. Mais cette tension vers l’absence d’illusion ne bascule pas dans le pessimisme noir ou le pur nihilisme puisque, chez Leopardi, sa lucidité décapante s’accompagne d’une très forte et permanente compassion pour les êtres humains. Il y a dans son poème Le genêt un véritable appel fait par le poète aux hommes à ne pas ajouter par leur ignorance et leurs cruautés à la condition humaine déjà suffisamment habitée de souffrances.
    “Avoue le mal qui nous fut assigné, / La bassesse et précarité de notre état; / Celui qui se révèle grand et fort / Dans la souffrance, et qui n’ajoute point / Les haines et les colères fraternelles, / Pire que tout malheur, à sa misère, / En inculpant l’homme de sa douleur / Mais accuse la vraie coupable, notre mère / Par la chair notre marâtre par le cœur / C’est elle qu’il défie; et c’est contre elle, / Il le sait bien, / Que toute société humaine fut fondée / Sachant tout homme solidaire du prochain / Il les embrasse tous d’un même amour, / Leur proposant, attendant d’eux / Une aide prompte et efficace / Dans le péril et les angoisses alternées / De la guerre commune.”
    Le même partage des désillusions et de la douleur
    Ce qui relie les existences si différentes de Giacomo Leopardi et de Silvio Trentin c’est une même expérience existentielle de la désillusion et de la douleur. Elle plonge ses racines chez Giacomo Leopardi dans une vie tronquée et comme recroquevillée par la maladie et un sentiment d’enfermement. Chez Silvio Trentin, c’est l’expérience historique même de la première moitié du vingtième siècle dont il est un des acteurs engagé qui provoque, non pas la désillusion, mais le constat lucide d’un terrible reflux historique qui culmine jusqu’à la chute de Mussolini. A partir de retour dans sa patrie, le 4 septembre 1943, Silvio Trentin débute une période de cinq jours de vie intense et fiévreuse emplie de liberté et de bonheur, avant de devoir replonger dans la clandestinité, en raison de la prise de contrôle du Nord et du centre de l’Italie par l’armée allemande et ses alliés fascistes. Bien entendu il n’y a rien de comparable en horreur entre le sentiment d’un reflux des illusions causé par l’échec historique de la Révolution française et de son héritier infidèle l’Empire et le climat de réaction qui suit le congrès de Vienne et la violence implacable qui se déchaine en Europe en réaction à la tragédie de la première mondiale et à la Révolution bolchevique. Notons cependant au-delà des analogies souvent trompeuses, les trois phénomènes communs qui bousculent fortement la société européenne :
    – La continentalisation des guerres devenues nationales au moyen des levées en masse.
    – Le caractère d’idéologisation des guerres ou s’affrontent désormais des visions irréductibles de l’homme et du monde.
    – Le surcroît des guerres civiles à celles menées entre les nations, par des citoyens divisés prenant partie pour des camps qui s’affrontent en lien avec des systèmes opposés d’idées et de valeurs.
    Silvio Trentin retrace bien le climat commun des deux périodes : “Son œuvre se situe bien (…) dans cette Europe de la deuxième décade du XIXe siècle qui voit s’éteindre les dernières flammèches de la Grand Révolution et s’écrouler, dans un fracas de ruines, la folle aventure tentée par Bonaparte et se dresser impitoyablement sur son corps, à l’aide des baïonnettes et des potences, les solides piliers que la Sainte Alliance vient d’établir à Vienne.”
    C’est donc durant deux périodes de reflux qu’ont vécu Giacomo Leopardi et Silvio Trentin avec pour effet d’entrainer la diffusion d’un grand pessimisme historique surtout parmi celles et ceux dont le tempérament et le métier est de penser et de décrire leur époque. Silvio Trentin a vu démocratie être progressivement étouffée, de 1922 à 1924, puis à partir de 1926, être brutalement écrasée en Italie. En 1933, il assisté à l’accession au gouvernement d’Hitler et à l’installation rapide d’un pouvoir impitoyable ouvrant des camps de concentration pour ses opposants et mettant en œuvre un antisémitisme d’Etat qui va basculer dans l’horreur. Il a personnellement observé, puis secouru, les républicains espagnols et catalans si peu aidés qu’ils ont fini par ployer sous les armes des dictatures fascistes, lesquelles ne ménagèrent jamais leurs appuis, argent, et armes et à leur allié Franco et à la “vieille Espagne”. Il a dû assurer personnellement la pénible tâche d’honorer ses amis tués, comme l’avocat républicain, Mario Angeloni, le socialiste Fernando De Rosa, son camarade de “Giustizia e livrât”, Libero Battistelli. Il a assisté à l’assassinat en France même de l’économiste Carlo Rosselli qui était son ami et qu’il estimait entre tous. Aussi se tourne-t-il, durant cette conférence prononcée le 13 janvier 1940, “dans les ténèbres du siècle” vers le poète de la souffrance en exprimant à l’assemblée d’exilés ce que des êtres humains frappés par le sort des armes mais invaincus moralement éprouvent en commun avec le poète de Recanati : “Il nous a mis à même de célébrer, par le rapprochement de nos communes souffrances (…) la fraternité infrangible de nos esprits, la solidarité irrévocable de notre destinée”.
    En conclusion de textes qui s’ouvrent sur l’avenir
    Au-delà du siècle qui les sépare et de leur condition commune de penseur de haute culture et de la rencontre intellectuelle tout à fait inattendue entre Silvio Trentin, le juriste combattant, et Giacomo Leopardi, le poète philosophe de Recanati, ils ont éprouvé tous deux la souffrance et la vive sensation qu’ils vivaient dans une époque de recul de l’esprit. Silvio Trentin a vécu le sentiment tragique de l’étiolement des démocraties et d’un combat si difficile à mener qu’il en semblait parfois perdu pour la préservation de la démocratie et l’autonomie des êtres humains et contre les dérives de ce qu’il nommait l'”Etat monocentrique”.
    Ces deux rebelles de l’esprit, l’un contemplatif et comme retranché du monde de l’action dans les études, les écrits savants et les bibliothèques, l’autre homme politique ardent mais dont l’horizon était guidé par le rétablissement de la démocratie et de la libération des classes opprimées, furent aussi éloignées que possible par leurs tempéraments et leurs œuvres. Ils étaient en sorte comme l’eau et le feu mais partageant un idéalisme passionné et une sensibilité aiguisée par les souffrances des êtres humains. Ils accordaient aussi tous deux la prééminence à l’Esprit et donnaient du prix au refus et à la révolte contre les limites qui sont imparties à la condition humaine.
    Par ses deux textes portant sur la poésie, et ce au sein d’une œuvre, à la fois de droit positif mis au service des paysans de la plaine du Pô, de textes politiques et diplomatiques menés contre le fascisme, Silvio Trentin laisse percer la sensibilité et l’esprit d’un être sensible face aux inévitables limites des arts et techniques mises au service de l’émancipation humaine. A chaque époque pèsent sur les êtres humains les plus généreux les limites inévitables de toute création bridée par les préjugés, les égoïsmes et les peurs. Alors la poésie vient offrir à celles et ceux qui en souffrent le plus, une consolation et leur offre un univers largement ouvert à la magie créatrice des mots ou il n’est d’autres bornes que celles de la liberté et la créativité. C’est ce qui nous permet de comprendre qu’au temps où l’Espagne brulait et ou l’Europe se préparait à vivre l’une des époques les plus sombres de l’humanité, la fragile cohorte des poètes, tels Rafael Alberti, Juan Ramon Jiménez, Federico Garcia Lorca et Antonio Machado s’engagea comme les ruisseaux vont à la mer, aux côtés des peuples et des classes opprimées. Parmi les plus nobles et les plus valeureux des politiques, ceux qui ne se satisfont pas des effets de tribune ou des honneurs précaires, la poésie leur devient parfois indispensable ainsi que formule Silvio Trentin: “[…] si la poésie est utile aux peuples libres, […] elle est, en quelque sorte, indispensable — ainsi que l’oxygène aux êtres que menace l’asphyxie — aux peuples pour qui la liberté est encore un bien à conquérir] “. […] La poésie s’adresse aussi “à ceux parmi les hommes […] qui ont fait l’expérience cruelle de la déception et de la douleur”.
    Ce que nous permet aussi d’apprécier la poésie mais aussi l’œuvre de philosophe de Giacomo Leopardi, c’est de mesurer à quel point depuis le début du XIXe siècle ont évoluées les craintes majeures de l’Humanité. Pour Leopardi comme pour les Antiques, le plus grand danger provenait encore d’une nature indomptée, toujours aléatoire parfois cruelle dont les éruptions du volcan Vésuve devant le frêle genêt nous offre l’image. Mais désormais à la suite des usages ambivalents fait de la science et des progrès des connaissances en physique et en biologie, pour les plus éclairés de nos contemporains de l’après Hiroshima, c’est désormais l’usage que peut faire l’homme contre la nature, et à travers celle-ci, contre l’humanité et l’humain même qui font peur. De ce point de vue le rapport nature / science s’est inversé. C’est ainsi que des voix de contemporains, parmi les philosophes et les poètes s’élèvent comme Leopardi contre le scientisme et la prétention de l’être humain à faire de l’enclos de la cité l’aune et la mesure de toute analyse. C’est ainsi que Michel Serres peut écrire dans un texte portant sur l’écologie politique : “Tout vient de changer. Désormais nous réputerons inexact le mot politique parce qu’il ne se réfère qu’à la cité, aux espaces publicitaires, à l’organisation administratives des groupes. Or il ne connaît rien au monde […] désormais, le gouvernement doit sortir des sciences humaines, des rues et des murs de la cité, se faire physicien, émerger du contrat social, inventer un nouveau contrat naturel en redonnant au mot nature son sens originel des conditions dans lesquelles nous naissons – ou nous devons renaître”.
    C’est en faisant sien ce basculement de la pensée dans l’appréciation de la relation hommes-nature que l’astrophysicien Hubert Reeves s’ouvre aux horizons poétiques en écrivant dans son poème Terre, planète bleue : “(…) Terre, planète bleue, où un asphodèle germe dans les entrailles d’un migrateur mort d’épuisement sur un rocher de haute mer. / […] / Terre, planète bleue, qui accomplit son quatre-milliard-cinq cent-cinquante-six-millionième tour autour d’un Soleil qui achève sa vingt-cinquième révolution autour de la Voie Lactée”.
    ————
    Notes
    1) D’un poète qui nous permettra de retrouver l’Italie Giacomo Leopardi fut édité ultérieurement à Paris. La dédicace très brève par son auteur Silvio Trentin à Georges Bastide, doyen de l¹université de lettres et président de la Société toulousaine de philosophie, est datée du 30 avril 1940.
    2) Je me rapporte pour chacune des citations faites des au texte des Canti de Giacomo Leopardi à la traduction établie sous la direction de Philippe Jaccottet sur la version de F.A. Aulard éditée dans la collection Nrf (Poésie/Gallimard, 1984, pour sa dernière édition.
    Paul Arrighi, Toulouse, 2013.(Historien, Homme de Lettres et Poète)

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