Nel 1927 Heisenberg formulò il principio di indeterminazione che governa, appunto, alcune possibilità di conoscenza a livello quantistico; egli stabilì che “in ragione del carattere intrinseco delle particelle subatomiche (i quanti) e del loro peculiare e imprevedibile comportamento dovuto alle duplici dimensioni in campo, l’ondulatorietà e la matericità, non è possibile individuare alcuna verità onnicomprensiva dal momento che le due dimensioni [posizione e velocità] sono osservabili solo separatamente, e mai simultaneamente” (ivi). In altre parole, il comportamento delle particelle subatomiche non è prevedibile, semmai può essere oggetto solamente di una probabilità statistica. Con la teoria dei quanti vengono stabiliti inquietanti rapporti tra il reale ed il possibile, “tra il non visibile e l’osservabile”, tra l’immaginario e il reale, rapporti tradizionalmente ritenuti appannaggio non certo del campo scientifico, semmai del campo filosofico-artistico-letterario” (ivi).
E’ chiaro, quindi, che alla luce di tali problematiche acquisizioni avvenute anche in campo scientifico (matematica e fisica), il tema della verità e della sua possibilità di scrittura assume un’immagine poco confortante, per nulla salda. Russel sosteneva che ciò che gli uomini vogliono veramente non è la conoscenza, ma la certezza, o meglio: delle certezze. Se le cose stanno come abbiamo mostrato, emerge che anche la non certezza della verità è una verità, con gli annessi rischi di cortocircuito che l’affermazione comporta.
da Bazzani, Fabio, Vitale, Sergio, Lanfredini, Roberta (a cura di), La verità in scrittura.
