temi legati al GENERE : uso dell’asterisco, dello schwa o di altri segni che “opacizzano” le desinenze maschili e femminili – di Paolo D’Achille in Accademia della Crusca

quesiti pervenutici su temi legati al genere: uso dell’asterisco, dello schwa o di altri segni che “opacizzano” le desinenze maschili e femminili; possibilità per l’italiano di ricorrere a pronomi diversi da lui/lei o di “recuperare” il neutro per riferirsi a persone che si definiscono non binarie; genere grammaticale da utilizzare per transessuale e legittimità stessa di questa parola

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Un asterisco sul genere – Consulenza Linguistica – Accademia della Crusca

Faber Andrew, Ti passo a perdere, Interno Poesia, 2022

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Ci si può perdere senza il bisogno di sentirsi persi? Quanti significati assume, nel corso della vita, questo predicato verbale dalle infinite forme? Andrew Faber stravolge il concetto di fragilità, trasformandola in forza. Più che un libro di poesie, Ti passo a perdere è un manuale di resistenza in versi. Uno stradario dell’anima dove perdersi per poi ritrovarsi. Un viaggio verso la conoscenza di sé stessi e un invito alla scoperta dell’Amore, in tutte le sue forme.

 

A chi sta attraversando il suo buio

A chi sta attraversando
il suo buio
dico soltanto di non mollare.
Ci siamo finiti tutti
in quel posto maledetto
dove il freddo ti morde le ossa
e il silenzio ti piove nel cuore.
A chi sta attraversando
il suo buio
dico soltanto di allontanarsi
da chi dice di darsi una mossa
di smettere di piangersi addosso.
Quella gente vuole farvi del bene
ma non sa cosa dice.
Quella gente lì dove siamo finiti noi
non c’è mai arrivata.
A chi sta attraversando
il suo buio
dico soltanto di avere coraggio
bisogna stringere i denti
e aspettare che il sole riprenda a brillare.
A chi sta attraversando
il suo buio
dico soltanto di credere
nella poesia.
Negli occhi di chi
quella strada l’ha già ritrovata.
C’è un cielo
di qua che vi aspetta
con un panorama di sogni
da togliere il fiato.

 

*

 

Perdersi

Ci ho messo un po’ a comprendere:
non volevi essere abbracciata
per paura di essere capita.
Che essere capiti
è la cosa più preziosa al mondo
ma significa
buttare giù le difese
arrendersi
consegnarsi.
Significa non potersi più difendere
per un istante
non riuscire più a mentire.
E la gente non sempre lo sa
non sempre lo capisce
cosa significa abbracciarsi
dirsi tutto senza parlare.
Perdersi.
In quella terra di nessuno
da qualche parte nel cuore.

 

*

 

Le persone che amano stare da sole

Non giudicate
le persone che amano stare da sole
non fatelo mai.
La loro non è cattiveria
non è strafottenza
ma vera e propria necessità
bisogno d’essere, appartenenza.
Abbiate sempre cura di aspettarle
di rispettarle.
Non mettetegli fretta
se i loro tempi non sono i vostri
lasciatele andare.
Se avrete pazienza
sapranno ricompensarvi
perché la loro voce
è una carezza scesa dalle labbra
che si scioglie negli occhi.
Perché il loro cuore
è un posto caldo e silenzioso
capace di accogliere e proteggere.
Non giudicate
le persone che amano stare da sole
non avete la minima idea
di quanto abbiano dovuto lottare
di quale miracolo siano state capaci
di compiere.
La solitudine spaventa
la solitudine è un patto
di purissimo Amore
con la propria anima
che quasi mai nessuno
ha il coraggio di fare
ma loro sì, e ne sono felici.
Loro ci sono riusciti.
Loro ce l’hanno fatta.

 

*

 

Chi rischia la felicità, non muore mai

Adesso ti passo a prendere
e ti porto a mangiare
un sacco di schifezze
e se ti va
balliamo un po’
davanti agli occhi increduli
della gente seria.
Ti passo a prendere
e ti porto a non pensare
che quando non si pensa
si torna un po’ bambini.
Ti porto a sognare
quelle robe da imbecilli scalmanati
che non si possono raccontare.
Adesso ti passo a prendere
e ti porto a ridere con me
perché ho bisogno di sapere chi sei
quando non hai bisogno di apparire
quando non hai bisogno di essere.
Ti porto a sbagliare
a bruciare
a impazzire.
Come l’ultima volta che hai pianto
e non sapevi perché
ma ti sentivi viva.
Ti porto a toccare la notte
ti porto a respirare il silenzio
delle parole rimaste in gola
e che finiscono negli occhi
e dentro ai baci
dati di corsa.
Ti porto a rischiare di essere felice
perché non so se lo sai
ma chi rischia la felicità vince sempre.
Chi rischia la felicità, non muore mai.

“Quando pensi di avere tutte le risposte, la vita ti cambia tutte le domande” , Charlie Brown

NAIPUL V. S., Dolore, Adelphi editore

archètipo

Primo esemplare, modello

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archètipo in Vocabolario – Treccani

Handke Peter, Di notte, davanti alla parete con l’ombra degli alberi, edizioni Settecolori, 2022

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Una confessione e un cantico, una collezione di tesori, di parole, di espressioni, esperienze e intuizioni che ha il profumo del bosco, dei funghi essiccati, dei fiori impaginati della quotidiana avventura che è la vita. Il nuovo canto di Peter Handke, pellegrino al muro del Tempo.

 

Questi taccuini originali, scritti a mano con matita,
pennarello o biro di diversi colori, ornati di disegni
– e segnati dalle tracce del vento, delle intemperie
e delle bestiole selvatiche, – sono per me i diari
più belli e preziosi dell’ultimo secolo,
anche per la bellezza indomita e selvaggia
delle forme che prende la scrittura.
Hans Höller, Der Standard

Nel tempo prolungato e sospeso che si confà alla durata e alle ore della sera, Peter Handke raccoglie frammenti di pensieri che brillano come pagliuzze d’oro e generano la luce magica più adatta ad animare gli arabeschi delle ombre. Scrive d’amore, “in cui ci si può solo perdere”, scrive di quel sentimento che nasce dalla comunione di amore e di volontà, l’entusiasmo, “che si può solo condividere”. Scrive anche delle “nefandezze della fretta”, dell’impazienza e dell’altro tempo, il tempo della natura, quello che ha a che fare con il vorticare delle foglie, l’oscillare dell’erba, il tremolio della rugiada, soglie più precise dell’alternarsi delle stagioni… Scrive infine del ritmo dell’anima (“sta lì la durata”)…
Sono note che hanno il carattere della confessione, della rivelazione e i tratti, le vibrazioni della preghiera propria di un asceta laico. Note che Handke accompagna, intervalla, incastona con disegni (qui riprodotti e che fanno del volume un piccolo libro d’arte), diorama che sono danze di luce e pittura su vetro.
Diario di uno scrittore autentico, preso di sorpresa, di notte, nell’ombra, taccuino di un cronista della durata, di un uomo che abita nella durata, che ha stretto amicizia con il tempo e si dice: “Smettila di immaginarti di essere giovane – Perché?”.
Proprio la semplicità, la chiarezza, il nitore costituiscono la cifra stilistica di questi appunti che fanno sussultare il cuore ad ogni passo. Un libro che andrebbe imparato a memoria riga per riga.

De Angelis Milo, DE RERUM NATURA di LUCREZIO, Mondadori, 2022

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https://www.mondadoristore.it/De-rerum-natura-di-Lucrezio-Milo-De-Angelis/eai978880474777/

Sonia Scarpante, Pensa scrivi vivi. Il potere della scrittura terapeutica, prefazione di Eugenio Borgna, TS Edizioni, 2022

il concetto del TUTTO in filosofia

vai ad alcune fonti informative:

https://tinyurl.com/2p8ue78u

Incontro: Inseguivo frammenti di passato …, nel blog LeScritteriate

lescritteriate

Inseguivo frammenti di passato

e tu eri celato, nel labirinto del tempo,

da una coltre di fiori.

Hai forse chiamato, con voce priva di suono;

forse i tuoi occhi spenti hanno visto.

E il ricordo si fa lieve.

Quell’attimo privo di importanza,

un dolce sguardo benevolo,

conquista così l’immortalità.

L’incontro era solo sospeso, ora ti ho ritrovato.

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UNO in filosofia – scheda in Wikiwand

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Uno (filosofia) – Wikiwand

TartaRugosa ha letto e scritto di: Duccio Demetrio (2021), All’antica. Una maniera di esistere, Raffaello Cortina, Milano

TARTARUGOSA

Da questo libro è bene si astengano coloro che fanno della velocità il loro mito, che ritengono il passato qualcosa di cui è meglio liberarsi, che sono assaliti dal desiderio di sbarazzarsi dalle cianfrusaglie collezionate negli anni della vita, che considerano Gozzano leader indiscusso delle cose di pessimo gusto, che leggono nel carpe diem unicamente la voluttà edonistica e il bel vivere, che dileggiano e deridono una modalità di esistere all’antica, come il titolo cita.

Perché in queste pagine, nell’antico, si vagola carezzando autobiografia, sociologia, etnografia, filosofia, poesia, iconografia, tutto ciò che “ci spinge ad amare e cercare il volto poetico delle cose, delle persone, dei paesi, delle ore e degli stati di grazia che la memoria, a nostra insaputa, ha saputo invece difendere per noi. Per fortuna senza chiederci il permesso”.

E poiché il rievocare trova sì supporto incoraggiante nelle parole, ma anche nelle immagini, ecco che…

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Sconfiggere l’ansia: libri da leggere contro le emozioni negative – in ilLibraio.it

Sconfiggere l’ansia: libri da leggere contro le emozioni negative

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Sconfiggere l’ansia: libri da leggere contro le emozioni negative – ilLibraio.it

Carlo Rivolta interpreta: Platone, Apologia di Socrate 

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Carlo Rivolta interpreta: Platone, Apologia di Socrate 

Il significato della morte

Consideriamo anche da questo lato il fatto che c’è molta speranza che il morire sia un bene. In effetti, una di queste due cose è il morire: o è come un non essere nulla e chi è morto non ha più alcuna sensazione di nulla; oppure, stando ad alcune cose che si tramandano, è un mutamento e una migrazione dell’anima da questo luo­go che è quaggiù ad un altro luogo . Ora, se la morte è il non aver più alcuna sensazione, ma è come un sonno che si ha quando nel dormire non si vede più nulla neppure in so­gno, allora la morte sarebbe un gua­dagno meraviglioso. Infatti, io riten­go che se uno, dopo aver scelto questa notte in cui avesse dormito così bene da non vedere nemmeno un sogno, e, dopo aver messo a confronto con questa le altre notti e gli altri giorni della sua vita, dovesse fare un esame e dirci quanti giorni e quante notti ab­bia vissuto in modo più felice e più piacevole di quella notte durante tut­ta la sua vita; ebbene, io credo che costui, anche se non fosse non solo un qualche privato cittadino, ma il Gran Re, troverebbe lui pure che que­sti giorni e queste notti sono pochi da contare rispetto agli altri giorni e alle altre notti. Se, dunque, la morte è qualcosa di tal genere, io dico che è un guadagno. Infatti, tutto quanto il tempo della morte non sembra essere altro che un’unica notte.

Invece, se la morte è come un partire di qui per andare in un altro luogo, e sono vere le cose che si raccontano, ossia che in quel luogo ci sono tutti i morti, quale bene, o giudici, ci potrebbe essere più grande di questo? Infatti, se uno,giunto al­l’Ade, liberatosi di quelli che qui da noi si dicono giudici, ne troverà di veri, quelli che si dice che là pronun­ciano sentenza: Minosse, Radamante, Eaco, Trittolemo e quanti altri dei se­midei sono stati giusti nella loro vita”; ebbene, in tal caso, questo passare nell’aldilà sarebbe forse una cosa da poco?

E poi, quanto non sarebbe dispo­sto a pagare ciascuno di voi, per stare insieme con Orfeo e con Museo, con Omero e con Esiodo?

Per quello che mi riguarda, sono disposto a morire molte volte, se questo è vero. Infatti, per me, sarebbe straordinario tra­scorrere il mio tempo, allorché mi incontrassi con Palamede, con Aiace figlio di Telamonio e con qualche altro degli antichi che sono morti a causa di un ingiusto giudizio, metten­do a confronto i miei casi con i loro ! E io credo che questo non sarebbe davvero spiacevole.

Ma la cosa per me più bella sarebbe sottoporre ad esame quelli che stanno di là, interrogandoli come facevo con questi che stanno qui, per vedere chi è sapiente e chi ritiene di essere tale, ma non lo è.

Quanto sarebbe disposto a pagare uno di voi, o giudici, per esaminare chi ha portato a Troia  il grande esercito, oppure Odisseo o Sisifo e altre innumerevoli persone che si possono menzionare, sia uomini che donne?

E il discutere e lo stare là insieme con loro e interrogarli, non sarebbe davvero il colmo della felicità?

E certamente, per questo, quelli di là non condannano nessuno a morte. Infatti, quelli di là, oltre ad essere più felici di quelli di qua, sono altresì per tutto il tempo immortali, se sono vere le cose che si dicono.

Messaggio conclusivo di Socrate e commiato

Ebbene, anche voi, o giudici, biso­gna che abbiate buone speranze da­vanti alla morte, e dovete pensare che una cosa è vera in modo particolare, che ad un uomo buono non può capitare nessun male, né in vita né in morte. Le cose che lo riguardano non vengono trascurate dagli dèi.

E anche le cose che ora mi riguar­dano non sono successe per caso; ma per me è evidente questo, che ormai morire e liberarmi degli affanni era meglio per me.

Per questo motivo il segno divino non mi ha mai deviato dalla via seguita.

Perciò io non ho un grande rancore contro coloro che hanno votato per la mia condanna, né contro i miei accu­satori, anche se mi hanno condannato e mi hanno accusato non certo con tale proposito, bensì nella convinzio­ne di farmi del male.E in ciò meritano biasimo.

Però io vi prego proprio di questo. Quando i miei figli saranno diventati adulti, puniteli, o cittadini, procuran­do a loro quegli stessi dolori che io ho procurato a voi, se vi sembreranno prendersi cura delle ricchezze o di qualche altra cosa prima che della virtù.

E se si daranno arie di valere qual­che cosa, mentre non valgono nulla, rimproverateli così come io ho rim­proverato voi, perché non si danno cura di ciò di cui dovrebbero darsi cura, e perché credono di valere qual­che cosa, mentre in realtà non valgo­no niente.]

Se farete questo, avrò ricevuto da voi quello che è giusto: io e i miei figli.

Ma è ormai venuta l’ora di andare: io a morire, e voi, invece, a vivere.

Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al dio.

Platone, Apologia di Socrate


In: Platone, Tutti gli scritti, a cura di Giovanni Reale, Rusconi, 1991, p. 44-46

Biografia di DINO CAMPANA, Audio in Mangiafuoco sono io, Radio 1, 27 febbraio 2022

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https://www.raiplaysound.it/audio/2022/02/Mangiafuoco-sono-io-del-27022022-be81b5ae-c7b0-45cd-910d-2f773c79f087.html

Byung – CHUL HAN, con 24 illustrazioni di Isabella Gresser, Elogio della TERRA. Un viaggio in GIARDINO, Nottetempo edizioni, 2022. Indice del libro

LOGOS, di Leone TONDELLI – Goffredo COPPOLA – Guido CALOGERO – Leone TONDELLI – in Enciclopedia Italiana

Voce greca, λόγος, il cui significato oscilla tra

“ragione”,

“discorso” (interiore ed esteriore)

e “parola”

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LOGOS, di Leone TONDELLI – Goffredo COPPOLA – Guido CALOGERO – Leone TONDELLI – in Enciclopedia Italiana (1934) – Il pensiero di Emanuele Severino nella sua “regale solitudine” rispetto all’intero pensiero contemporaneo

il “PRINCIPIO DI RESPONSABILITA’ “, Hans Jonas

Mappe nel Sistema dei Servizi alla Persona e alla Comunità

“Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra.“

Fonte: https://le-citazioni.it/frasi/173942-hans-jonas-agisci-in-modo-che-le-conseguenze-della-tua-azione/

Il principio responsabilità è un libro di Hans Jonas del 1979, da cui prende il nome il principio cardine di un’etica razionalista applicata in particolare ai temi dell’ecologia e della bioetica.Wikipedia Prima pubblicazione:1979

ogni gesto dell’uomo che “deve” prendere in considerazione le conseguenze future delle sue scelte edeisuoi atti

Laresponsabilitàci obbliga ad essere responsabili e a fare in modo che se ne garantisca la permanenza della sua presenza nel mondo. L’essere-così, l’essere-in un determinato modo è, dunque, la capacitàdiessere responsabili,diessere capacidiesercitare laresponsabilità.

Hans Jonas cerca in questo lavoro di andare alle radici filosofiche del problema della responsabilità, che non concerne soltanto la sopravvivenza, ma l’unità della specie e la dignità della sua esistenza. Tra…

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La MEMORIA è elaborazione del RICORDO, Lia Levi alla trasmissione Radio1/Vittoria, 23 gen 22

Il sistema della COMUNICAZIONE e la SCRITTURA ARGOMENTATIVA, schede didattiche e dispensa di Paolo Ferrario

Le ideologie ritengono che una sola idea basti a spiegare ogni cosa … Hannah Arendt, in Le origini del totalitarismo

Recalcati: “A Cacciari e Agamben dico: la filosofia può rendere ciechi” | HuffPost Italia Life

Mappe nel Sistema dei Servizi alla Persona e alla Comunità

… “La filosofia può rendere ciechi. Pensa a come Heidegger ha letto l’avvento terrificante del nazismo. Perché ha potuto commettere un errore simile? Perché la filosofia rischia sempre di cadere nell’ideologia, se per ideologia intendiamo, come ricorda Arendt, far prevalere l’Idea sulla realtà. È quello che è accaduto a Heidegger: l’idea del destino nichilistico dell’Occidente, della storia come oblio dell’essere, ha voluto vedere nel nazismo una possibilità di ritornare a pensare gli dei, la verità come aletheia, la resistenza di fronte al narcisismo umanistico dell’Occidente. Un delirio ideologico. Lo stesso che ha accecato pensatori di grande spessore, come Agamben e Cacciari. Con il riferimento ideologico alla biopolitica, al biopotere, allo stato di eccezione, eccetera, hanno piegato la realtà agli interessi dell’ideologia.

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Recalcati: “A Cacciari e Agamben dico: la filosofia può rendere ciechi” | HuffPost Italia Life

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Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri (2003), Nottetempo editore, 2021

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Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Nottetempo editore, 2021 – Mappeser.com: Mappe nel sistema dei Servizi

Migliaresi Andreoli Laura, Rocca Antonio, EDVARD MUNCH, Mind/La Repubblica, 2021

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https://www.repubblica.it/cultura/2021/12/23/news/pittura_e_solitudine_edvard_munch_nel_nuovo_volume_di_genio_e_follia_-331108482/

Artista simbolo per la Norvegia e per la sua capitale Oslo, in cui si è da poco inaugurato un grande e avveniristico museo che raccoglie la sua straordinaria collezione di opere, Edvard Much ha saputo come pochi altri esprimere nei suoi quadri le inquietudini della modernità, tanto che il suo L’urlo (1910) è considerato una sorta di profezia della tragedia delle guerre mondiali.

Salvador Dalì, La PERSISTENZA della MEMORIA

THOMPSON Jonny, Filosofia in breve. 150 grandi idee in poche parole, Corbaccio, 2021. Indice del libro

SCHOLE’: alle origini del significato nella lingua dei greci

RACCONTARE STORIE, citazione da Yuval Noah Harari

LOGOS, etimologia, significato

da “Le braci” – Sàndor Màrai

lescritteriate

“Ma in fondo all’animo nascondevi un impulso spasmodico: il desiderio di essere diverso da quello che eri. E’ il tormento più crudele che il destino possa riservare a un uomo. Essere diversi da ciò che siamo, da tutto ciò che siamo, è il desiderio più nefasto che possa ardere in un cuore umano. Giacché l’unico modo per sopportare la vita è quello di rassegnarci ad essere ciò che siamo ai nostri occhi e a quelli del mondo. Dobbiamo accontentarci di essere fatti in un certo modo e sapere che, una volta accettata questa realtà, la vita non ci loderà per la nostra saggezza, nessuno ci conferirà una medaglia al merito solo perché ci siamo rassegnati a essere vanitosi o egoisti, o calvi e panciuti – no, in cambio di questa presa di coscienza non otterremo né premi né lodi. Dobbiamo sopportarci quali siamo, il segreto è tutto qui. Sopportare il…

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La morte e l’eterno: intervista a Ines Testoni, 22 marzo 2018

LA MORTE E L’ETERNO: INTERVISTA A INES TESTONI

La morte e l’eterno: intervista a Ines Testoni

L’Occidente ha un problema ingravescente con la morte. Non perché stia scendendo l’aspettativa di vita, che anzi, è piuttosto alta rispetto a tutto il resto del mondo. A partire dal ‘900 è cominciato il processo di estraniamento della morte dalla nostra quotidianità, mentre fino a prima essa è sempre stata, per quanto fenomeno individuale, un evento di comunità. I riti attorno all’ultimo passaggio hanno permeato tutte le culture fin tanto che l’unico antidoto contro la paura della morte sono state la solidarietà, la vicinanza, la relazione con i prossimi più cari. Questa storia di accompagnamento è stata improvvisamente interrotta dall’intromissione della tecnica medica, grazie al progresso della scienza. Abbiamo dovuto abbandonare le buone pratiche di accompagnamento al fine vita per mandare i malati a curarsi, fino alla morte, in luoghi protetti, specializzati, governati da professionisti determinati a lottare contro la malattia, ma che del malato spesso conoscono ben poco. Il luogo di cura per eccellenza, l’ospedale, è anche il luogo dell’occultamento della morte.

Attraverso il nichilismo, la filosofia ha già fatto i conti con la caduta dei valori, ma è forse necessario indagare come la morte, spesso definita come l’implosione di ogni valore, possa essere essa stessa un valore da salvaguardare.

Può la morte essere un orizzonte che, una volta riconsiderato sotto un’altra ottica, dona un nuovo senso al nostro rapporto con l’eternità? Per fare luce su questa possibilità e sulle questioni di fine vita che stanno cambiando la nostra società, abbiamo interpellato una grande esperta: Ines Testoni, professoressa di Psicologia delle relazioni di fine-vita, perdita e morte, nonché direttrice e fondatrice del master Death Studies & the End of Life dell’Università degli Studi di Padova.

vai alla intera intervista:

La morte e l’eterno: intervista a Ines Testoni

i DISCHI DI VINILE, in Massimo Mantellini, Dieci splendidi oggetti morti, Einaudi , 2020, pagine 84/85

dai GIORNALI CARTACEI ai social network, in Massimo Mantellini, Dieci splendidi oggetti morti, Einaudi , 2020, pagine 79/80

n Massimo Mantellini, Dieci splendidi oggetti morti, Einaudi , 2020, pagine 79/80

Che significa morire?, Emanuele Severino in La strada, Rizzoli, Milano, 1983, pagg. 101-107

L’incertezza piú profonda continua ad avvolgere ogni risposta dei mortali a questa domanda.

Non avvolge soltanto le teorie attorno alla morte, ma lo stesso tentativo di cogliere e di esprimere il fenomeno che tali teorie vorrebbero spiegare – il fenomeno della morte, ossia (stando all’etimo di “fenomeno”) ciò che della morte appare, sta dinanzi visibile e constatabile.

Come se, assistendo a una corsa di cavalli, non solo non si sapesse quale sarà il vincente, ma non si sapesse nemmeno (pur illudendosi di saperlo) quali sono, tra le varie figure visibili, i cavalli.

Una teoria può spiegare un evento solo se esso, innanzitutto, appare. Ma quello che sembrerebbe il piú facile dei compiti – cogliere ed esprimere ciò che appare – è invece tra i piú difficili.

Giacché la difficoltà non è dovuta a un’incapacità psicologica che potrebbe esser superata mediante una concentrazione mentale piú rigorosa e piú intensa, o una trasformazione che renda piú razionale il contesto sociale dove si forma l’osservazione di ciò che appare: appartiene al destino dei mortali l’incapacità di cogliere e di esprimere ciò che appare, quindi ciò che della morte appare, il fenomeno della morte.

Eppure, la “nostra” cultura non ha dubbi sulla capacità di cogliere ed esprimere i tratti che la morte mostra apparendo e il loro significato essenziale: la morte – essa dice – è annientamento; l’annientamento di ciò che muore è il fenomeno della morte; la morte appare come annientamento.

Ormai si ritiene che tutte le cose siano mortali e che di tutte possa quindi apparire il loro annientarsi (e uscire dal niente).

Anche il cristianesimo, che pure è ben lontano dall’abbandonare tutto alla morte e afferma l’immortalità dell’anima, pensa che, con la morte, il corpo in nihilum cedit (cosí scrive Tommaso d’Aquino): se ne va nel niente.

Ma non siamo forse tutti convinti, anche senza fare appello alle varie forme della cultura e basandoci semplicemente sulla nostra esperienza, che l’annientarsi delle cose è quanto di piú visibile esiste tra i visibili? e che l’angoscia e il dramma della vita hanno proprio qui la loro radice, nel constatare ogni giorno e ogni momento che noi e tutto ciò che appartiene al nostro mondo ce ne andiamo nel niente?

La legna sta bruciando. Dapprima se ne distinguono i contorni nella luce del fuoco. Poi le forme scure del legno si fanno sempre piú incandescenti, la fiamma si riduce e i tizzoni diventano braci. Queste, infine, impallidiscono e diventano cenere.

L’incenerirsi di un corpo è la forma piú radicale di ciò che per i mortali è l’annientamento della morte. Qui, in breve tempo e sotto lo sguardo di tutti, il corpo che brucia perde ogni sua qualità. Di esso rimane soltanto la cenere; tutto il resto è diventato niente.

La maggior esattezza con cui la scienza descrive il fenomeno della combustione non muta la sostanza del discorso, perché se, per il primo principio della termodinamica, con l’incenerirsi di un corpo e addirittura di tutto il nostro pianeta, la quantità totale di energia dell’universo non varia, tuttavia quel principio afferma semplicemente la conservazione dell’energia, ma non delle forme in cui di volta in volta l’energia si realizza.

Le forme – figure, aspetti, volumi, suoni, colori e ogni altra qualità dei corpi – tutto questo, anche per quel principio della fisica, non si conserva e diventa niente quando un corpo viene bruciato. La cenere (col calore, il fumo) è appunto la nuova forma in cui esiste l’energia contenuta nel corpo inceneritosi; ma la forma che lo costituiva e per la quale esso era, ad esempio, legna, e non un animale, questa forma, anche per la scienza, con l’incenerirsi del corpo diventa niente.

Cosí, dunque, parlano i mortali, descrivendo il fenomeno della morte, quale si presenta nell’incenerirsi di un corpo.

Ma – nonostante sembri quella del buon senso – è la voce della follia.

Quando si dice che qualcosa è divenuto niente, si intende forse affermare che esso, pur essendo diventato niente, continui tuttavia ad apparire? Ad esempio, che l’esser legna della legna trasformatasi in cenere sia diventato niente e che esso continui ciò nonostante ad apparire (cioè ad essere visibile, constatabile, cosí come lo era prima di diventar niente)?

Daccapo: forse che una cosa può diventar niente e tuttavia continuare a manifestarsi nel suo essere quella cosa che essa era?

“No” risponderanno tutti: ciò che si annienta scompare nella misura in cui si annienta. In questa misura, esso esce dal novero delle cose che appaiono.

(A mezza voce, alcuni riconosceranno anche questo: che nella memoria rimane sí la traccia della legna – che in questo senso continua ad apparire anche quando è diventata cenere –, ma questa traccia, proprio perché rimane, non è la legna che è diventata un niente. La legna è morta, la sua traccia è viva. Non ci può essere memoria dei morti, cioè degli annientati.) Ma se il processo dell’annientarsi è inseparabilmente legato a quello dello scomparire – se cioè una cosa, annientandosi, esce, insieme, dal cerchio dell’apparire (ossia dal luogo luminoso in cui stanno tutte le cose che appaiono) – allora, per sapere che sorte è toccata a ciò che è uscito da quel cerchio, potremo forse rivolgerci alle cose che a tale cerchio appartengono? l’apparire di queste cose potrà forse informarci di ciò che è accaduto a quelle altre che non stanno piú in loro compagnia?

Una analogia ci consente di chiarire il senso di questa domanda.

Quando il sole tramonta, esce dalla volta del cielo e scompare allo sguardo. Che ne è di esso? che sorte gli tocca quando, sprofondando nel mare o nella terra o dietro i monti, non è piú visibile?

Queste domande ci lasciano oggi del tutto indifferenti, anche perché la teoria copernicana assicura che il moto del sole è apparente e che quindi il sole continua a esistere anche quando non è visibile.

Ma se volessimo rispondere a quella domanda unicamente sulla base di ciò che appare nella volta del cielo quando essa è stata abbandonata dal sole, che potremmo dire della sorte del sole resosi invisibile? Che potrebbe dirci, che potrebbe attestare l’apparire della notte, della luna, delle stelle e dei loro moti, intorno a ciò che è accaduto dell’astro che non abita piú con loro la volta del cielo?

Nulla!

Abbandonata dal sole, la volta del cielo tace della sorte di esso, non attesta alcunché intorno a esso.

In senso rigoroso e al di fuori di ogni metafora, le pallide luci del crepuscolo sono la cenere del tramonto del sole.

Come il crepuscolo e gli astri notturni del cielo non mostrano quale sorte sia toccata al sole che li ha abbandonati, cosí la cenere e tutto ciò che appartiene al luogo in cui è avvenuto l’incenerirsi della legna tacciono e non attestano alcunché intorno alla sorte della legna che, se si è annientata, è dovuta anche scomparire, ha dovuto cioè abbandonare la volta dell’apparire abitata da tutte le cose che appaiono.

E come per conoscere la sorte del sole dopo il tramonto occorrono delle teorie, che interpretino ciò che appare e gli attribuiscano quindi proprietà che non appaiono, cosí per conoscere la sorte della legna, che incenerendosi è uscita dall’apparire, occorrono delle teorie, che interpretino il fenomeno dell’incenerirsi e dello scomparire e lo inseriscano in categorie che aggiungono, a ciò che appare, un senso che non è attinto da ciò che appare.

Di queste teorie è supremamente dominante, presso i mortali, quella che afferma che, incenerendosi, la legna è diventata niente.

Si tratta di una teoria, e non della descrizione di un fenomeno, perché se la legna, annientandosi, esce dall’apparire – se, diventata niente, essa non appare nemmeno piú –, allora, che essa sia diventata niente non è qualcosa che possa essere attestato dall’apparire da cui la legna, incenerendosi, è uscita.

Non è il fenomeno dell’incenerirsi, non è l’apparire delle cose ad attestare che cosa abbia avuto in sorte la legna scomparendo: è la teoria suprema dei mortali che, interpretando l’incenerirsi della legna, afferma che essa è diventata niente, le dà in sorte il niente.

È questa suprema teoria a intendere il fenomeno della morte come annientamento. Ed è ancora essa a non riconoscersi come teoria e a presentare il proprio contenuto come qualcosa che appare, cioè come osservabile, constatabile, manifesto, cioè come fenomeno.

La legna sta bruciando. Dapprima appaiono i suoi contorni nella luce del fuoco; poi essi scompaiono e appare l’incandescenza delle braci; a sua volta, poi, questa incandescenza scompare e appare la cenere.

La legna spenta, la legna accesa, le braci, la cenere e il vento che la disperde si sono avvicendati nel cerchio luminoso dell’apparire. Al subentrare di ognuno di questi eventi, il precedente esce dall’apparire. Il cerchio dell’apparire non attesta che la legna si trasforma in cenere: appunto perché non attesta che la legna si annienta come legna. Per “trasformarsi”, o “diventare” cenere è infatti necessario che la legna si annienti come legna. Ma se l’annientamento della legna non appare, non può apparire nemmeno il suo “diventare” cenere.

All’interno di quel cerchio, la cenere non è la sorte toccata alla legna; essa non grida, ma tace la sorte della legna. In quel cerchio, la legna non diventa cenere, cosí come gli uomini non diventano polvere: la cenere è il successore della legna; la polvere dell’uomo. Ma l’annientamento di ciò che muore non appare.

Alle teorie resta dunque affidato il compito di stabilire a quale sorte va incontro ciò che esce dal cerchio delle cose che appaiono.

Questo risultato è decisivo.

Nei miei scritti si mostra – e ne hanno dato un cenno anche le pagine precedenti – che la follia essenziale si esprime nella persuasione che le cose escono e ritornano nel niente. Il mortale è appunto questa volontà che le cose siano un oscillare tra l’essere e il niente.

Al di fuori della follia essenziale, di tutte le cose è necessario dire che è impossibile che non siano, cioè è necessario affermare che tutte – dalle piú umili e umbratili alle piú nobili e grandi – tutte sono eterne. Tutte, e non solo un dio, privilegiato rispetto a esse.

Se questo discorso viene equivocato oltre un certo limite, si può allora pensare che il vero folle è chi questo discorso propone, giacché esso sembra smentito nel modo piú perentorio dal divenire del mondo.

Ebbene, proprio questo si è qui incominciato a chiarire: che se il divenire del mondo è inteso come l’annientamento delle cose, allora il divenire non appare: l’apparire del mondo (l’“esperienza”) non smentisce il discorso affermante l’eternità del tutto; e dunque se in questa affermazione si volesse per forza trovare la follia, essa andrebbe cercata altrove che nella presunta contraddizione tra questa affermazione e ciò che resta attestato dall’apparire del mondo.

Intanto, se il divenire non appare come annientamento, ma come l’entrare e l’uscire delle cose dal cerchio dell’apparire, allora l’affermazione dell’eternità del tutto stabilisce la sorte di ciò che scompare: esso continua a esistere, eterno, come un sole dopo il tramonto.

Non solo la legna fiammeggiante, le braci, la cenere, il vento che la disperde sono eterni astri dell’essere che si succedono nel cerchio dell’apparire, ma anche tutte le fasi dell’albero che, “nella valle ove fresca era la fonte / ed il giovane verde dei cespugli / giocava al fianco delle calme rocce / e l’etere tra i rami traluceva / e quando intorno i fiori traboccavano” (Hölderlin), hanno preceduto la legna tagliata per il fuoco.

Quando gli astri dell’essere escono dal cerchio dell’apparire, il destino della verità li ha già raggiunti e impedisce loro di diventare niente.

Appunto per questo essi – tutti – possono ritornare.

Severino,La strada, Rizzoli, Milano, 1983, pagg. 101-107

Umberto Galimberti, A proposito di no vax: se avessimo studiato filosofia e frequentato un po’ di cultura scientifica non rifiuteremmo il vaccino, In D – La Repubblica 18 settembre 2021

“L’universo speculativo di Severino mi ha sempre evocato una biforcazione visionaria alle origini della cultura occidentale …, in Giuseppe Pontiggia, L’isola volante, Mondadori, 1996, pag. 231

L’universo speculativo di Severino mi ha sempre evocato una biforcazione visionaria alle origini della cultura occidentale: da un lato la direzione della nostra storia, dominata dalla follia del nichilismo, che identifica l’essere con il divenire, e asservita al trionfo della tecnica, che si esprime come volontà di potenza sul mondo; dall’altro una direzione ipotetica, percorribile solo attraverso il ripudio della tradizione e il ritorno a Parmenide che affermava l’immutabilità eterna dell’essere e l’apparenza del divenire.

In Giuseppe Pontiggia, L’isola volante, Mondadori, 1996, pag. 231

EUGENIO MONTALE, La verità

La verità è nei rosicchiamenti

delle tarme e dei topi,

nella polvere ch’esce da cassettoni ammuffiti

e nelle croste dei “grana” stagionati.

La verità è la sedimentazione, il ristagno,

non la logorrea schifa dei dialettici.

È una tela di ragno, può durare,

non distruggetela con la scopa.

È beffa di scoliasti l’idea che tutto si muova,

l’idea che dopo un prima viene un dopo

fa acqua da tutte le parti. Salutiamo

gli inetti che non s’imbarcano. Si starà meglio

senza di loro, si starà anche peggio

ma si tirerà il fiato.

EUGENIO MONTALE, Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Sono una creatura, di Giuseppe Ungaretti

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo

… La Natura non è cieca e caotica: è ordinata e bella, con i suoi ritmi e disegni … citazione da John SELLARS, Sette brevi lezioni sullo stoicismo, Einaudi, 2021 , pagina 48

… c’è un principio razionale nella Natura, cui si deve il suo essere ordinata e animata …

La Natura non è cieca e caotica:

è ordinata e bella, con i suoi ritmi e disegni.

Non è composta di materia inerte:

è un singolo organismo vivente di cui tutti siamo parte”

in John SELLARS, Sette brevi lezioni sullo stoicismo, Einaudi, 2021 , pagina 48

Doriam Battaglia: “credo nella co-essenza di tutto ciò che esiste. Materia, energia, vita e coscienza, informazione sono un’unica entità, in-creata ed eterna, in perpetua relazione tra ogni sua parte …

“credo nella co-essenza di tutto ciò che esiste. Materia, energia, vita e coscienza, informazione sono un’unica entità, in-creata ed eterna, in perpetua relazione tra ogni sua parte. La nostra visione dualistica della realtà riduce ogni cosa negli opposti, ma ciò è il frutto della nostra limitata percezione. Tra i due opposti, che in realtà sono un’unica inscindibile entità, esistono infinite gradazioni. Tutto è un’unica energia, vibrante e modulata su infinite frequenze. Di queste lunghezze d’onda noi percepiamo solo una piccolissima porzione, lo spettro della luce visibile che si estende tra il rosso, il colore con la frequenza più bassa, e il violetto, che possiede la frequenza più alta tra quelle percepibili dai nostri occhi. ” …

vai al blog:

ONE, from red to blu, from blu to red. – Doriam Battaglia

Emanuele Severino, Oltre la cenere. L’albero, la legna , il fuoco: eternità delle cose, in Corriere della Sera, 14 agosto, 1980

Emanuele Severino, Oltre la cenere. L’albero, la legna , il fuoco: eternità delle cose, in Corriere della Sera, 14 agosto, 1980

vai a

Emanuele Severino, Oltre la cenere. L’albero, la legna , il fuoco: eternità delle cose, in Corriere della Sera, 14 agosto, 1980 – Il pensiero di Emanuele Severino nella sua “regale solitudine” rispetto all’intero pensiero contemporaneo

THAUMA: l’analisi etimologica di EMANUELE SEVERINO

FONTI DI STUDIO:

Emanuele Severino, Il giogo. Alle origini della ragione: Eschilo, Adelphi, 1989

La BELLEZZA , vaccino contro la reclusione, di Agostino CLERICI, in Corriere di Como 9 febbraio 2021

ANTONELLI Giuseppe, Il mondo visto dalle parole. Un viaggio nell’italiano di oggi, Solferino, 2020

DEMETRIO Duccio, All’antica. Una maniera di esistere, Raffaello Cortina editore, 2021. Indice del libro. Recensione di Francesca Nodari, in Domenica Sole 24 Ore

vai alla scheda dell’editore

http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/duccio-demetrio/allantica-9788832852929-3435.html

Emanuele Severino, I miei morti, video

PIETRINI Daniela, presentazione di Giuseppe Antonelli, La lingua infetta. L’italiano della pandemia, Treccani, 2021 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

anche in

PIETRINI Daniela, presentazione di Giuseppe Antonelli, La lingua infetta. L’italiano della pandemia, Treccani, 2021 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

da La Lettura (Corriere della Sera):

«Fin dall’inizio della crisi sanitaria le mascherine hanno conquistato un posto di rilievo nel discorso sul coronavirus.

È quindi proprio su maschera e sul derivato mascherina, dall’etimologia della parola agli usi più recenti, che si concentra questo capitolo. L’etimologia del termine maschera è incerta e tutt’altro che pacifica. L’ipotesi più accreditata è quella del prestito germanico medioevale: seguendo la ricostruzione di Nocentini (2010, s.v.), maschera deriverebbe dal germanico *maska “spettro, essere demoniaco e spaventoso”, attestato – come equivalente del latino striga “strega” – dapprima nell’Editto di Rotari (prima raccolta scritta delle leggi dei Longobardi, promulgato nel 643 d.C.) nella forma latina masca e più tardi nella forma latina medioevale mascara (cfr. anche Antonelli, 2020, pp. 60-62). Questo primo significato, molto lontano da quello odierno, è confermato dall’occitano masca “strega” (sec. XIV) e si ritrova anche nei dialetti ligure e piemontese, ma non nei testi in volgare del XIV secolo.

In tutto il Duecento e il Trecento infatti, a parte alcuni commenti danteschi in cui è glossa di “larva”, maschera significa solo “oggetto che ricopre del tutto o parzialmente il viso e la testa”, che rappresenta generalmente un volto antropomorfo o zoomorfo e si indossa per trasformare il proprio aspetto, durante una festa o, in riferimento ai tempi antichi, durante una rappresentazione teatrale (cfr. Tlio, s.v.).

La prima attestazione del termine non è, come riportato erroneamente da diversi dizionari etimologici, il Decameron di Boccaccio (“e, messagli una catena in gola e una maschera in capo […]”), ma un commento anonimo ai Rimedi d’amore di Ovidio (volgarizzamento B): “Erano i teatri i luoghi dove i poeti ricetavano dinanzi al populo loro libri con maschere e drappi ric[c]hissimi ornati, sì come inanzi è scritto nel capitolo de’ poeti”. Dalla maschera facciale o che nasconde completamente la testa si passa, per estensione, al travestimento di tutta la persona e quindi al valore semantico di “persona mascherata” (Castiglione, 1529: “Io mi piglio piacer, quando son maschera, di burlar frati”).

Quanto all’accezione originaria del termine, solo a partire dal Quattrocento si trova qualche attestazione di maschera nel senso di “apparizione maligna, ossessionante, che turba e sconvolge l’animo; strega, fantasma, spirito maligno” (cfr. Gdli s.v.), per esempio in Leon Battista Alberti (“per asuefarli a non temere né credere le maschere e favole delle vecchie”) o in Pietro Aretino (“che in coscienza fariano paura a le maschere”)».

Linea intera, linea spezzata di Milo De Angelis (Mondadori).

Linea intera, linea spezzata di Milo De Angelis (Mondadori).

Mary B. Tolusso su Tuttolibri (La Stampa): «“Mi hanno sempre attratto in modo irresistibile gli scrittori del Contrasto. Forse ho amato solo quelli, da Empedocle a Lucrezio, Tasso, Leopardi, Pavese. Sono autori che non si limitano a rappresentare un ‘ossimoro’ – termine troppo tecnico –, ma vivono con se stessi e con il mondo uno scontro frontale, sanguinoso, assetato di vita”.  Milo De Angelis, uno dei maestri della poesia contemporanea, è sempre stato un autore concentrico, pochi temi ma potenti, che ritornano in un affresco di varianti e perfetti contrasti, l’adolescenza e il declino, l’eternità spezzata, l’infinito nel poco, gli istanti perpetui. In fondo le contraddizioni stesse sono una contraddizione: tragedia ma anche motore dell’umano. Tanto più in un poeta che ce le restituisce nella pienezza della ricerca di un senso. Quest’anno compirà settant’anni, un’età importante, quando alle spalle hai un’opera ma hai anche esperito quell’eccezionalità che ci rende unici, quegli istanti esclusivi che l’artista sa rendere collettivi; e De Angelis ha attraversato l’esistenza al servizio della poesia. […] Iniziamo dalla fine, dal suo ultimo libro, Linea intera, linea spezzata. Cosa significa? “È un’espressione presente nell’I Ching che mi ha subito colpito. Mi ha colpito questo modo semplicissimo e lampante di definire la vita umana. Una linea, una pura linea che prosegue fino all’attimo in cui si spezza e interrompe il suo cammino. E la sezione finale del libro è una passerella di creature che scelgono di recidere la linea della propria vita, raccontando gli ultimi istanti della mente e del respiro”. In giugno compirà settant’anni. Lei crede in un’età anagrafica? “Diciamo che stasera ci credo. Vedo che i foglietti del calendario appeso in cucina cadono per terra uno alla volta con un volo demoniaco, dettano le leggi di ogni vita e la rinchiudono in un segmento, la riducono alla verità matematica del suo inizio e della sua fine”. […] In quest’ultimo libro scrive: “la poesia non sta dalla nostra parte”. Dove, allora? “La poesia ci parla da un luogo sconosciuto e, ascoltandola, ci accorgiamo di non conoscere più nemmeno il nostro. D’altra parte sono fatte così le parole poetiche, non si lasciano osservare in santa pace, come diceva Karl Kraus: più noi le guardiamo da vicino, più loro ci guardano da lontano”».

Amore, eternità, errore, morte nella scena finale del film LA CORRISPONDENZA, di Giuseppe Tornatore, con Olga Kurylenko, Jeromy Irons, 2015 – Tracce e Sentieri

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Amore, eternità, errore, morte nella scena finale del film LA CORRISPONDENZA, di Giuseppe Tornatore, con Olga Kurylenko, Jeromy Irons, 2015 – Tracce e Sentieri

«Possiamo continuare a vedere le stelle morte benché esse non esistano più. Anzi è proprio la loro disastrosa fine a rivelarcele». Come la lunga corrispondenza che permette a una stella di continuare a vivere grazie allo sguardo dell’osservatore, l’amore di Ed e di Amy è un legame che sconvolge le leggi del tempo e della presenza.
Ed Phoerum è un astrofisico di fama internazionale di età matura, con una famiglia e due figli. Amy Ryan, una studentessa di fisica che si mantiene con un riuscito lavoro di stuntwoman. Da controfigura, lei imita la morte, e nel suo stesso passato c’è una tragica fine che non riesce ad accettare e a raccontare per il senso di colpa lacerante. I doveri pubblici e privati dello scienziato gli impediscono di vivere alla luce del sole la relazione con la giovane amante. I loro incontri sono rari e clandestini, vissuti soprattutto nell’intima magia di una casa su un’isola. Invece, la quotidianità fortissima del loro amore è retta da una serie di rapporti virtuali. Questa rete a poco a poco li invade, li prende del tutto e trascina il loro amore oltre le porte della realtà ordinaria.
Tra il mistero di una scomparsa inspiegabile che non rompe però i segnali della comunicazione e la domanda su quale tipo di sentimento sia quello che lega a una presenza solo virtuale, il primo romanzo di Giuseppe Tornatore racconta della lotta di un amore contro la sua fine nell’età di internet. Il libro esce contemporaneamente al film. Ma, scrive il regista nella Nota al volume: «Di solito è il secondo a nascere dal primo. Non in questo caso. Ciò che vi accingete a leggere è il romanzo La corrispondenza, tratto dall’omonimo film. Un’originale e formidabile opportunità per restituire alla parola scritta la supremazia usurpata dall’immagine. Una ragionevole occasione per riscattare tutto ciò che lo schermo cinematografico deve o preferisce sottintendere».

vai alla scheda del libro:

https://sellerio.it/it/catalogo/Corrispondenza/Tornatore/8612

PIEVANI Telmo, Finitudine. Un romanzo filosofico su fragilità e libertà, Raffaello Cortina, 2020

Lo scrittore Albert Camus non è morto nell’incidente del 4 gennaio 1960. Un suo grande amico, il genetista Jacques Monod, va a trovarlo in ospedale. Stanno scrivendo un libro insieme. Leggono le bozze, ricordano le avventure durante la Resistenza a Parigi. Nel segno del disincanto, prende forma una visione del mondo. La scienza ha svelato la finitudine di tutte le cose: dell’universo, della Terra, delle specie, di ognuno di noi. Come trovare un senso all’esistenza accettando la nostra finitezza? In un gioco raffinato di fatti e finzioni, Finitudine è la storia della vera amicizia tra due premi Nobel, un dialogo avvincente, un libro dentro un libro. Dopo il successo di Imperfezione, Telmo Pievani torna con un testo sorprendente che affronta con poesia un tema filosofico e scientifico che ci tocca tutti.

vai alla scheda dell’editore

http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/telmo-pievani/finitudine-9788832852172-3383.html

vai a una recensione:

https://www.scienzainrete.it/articolo/rivoltiamoci-contro-finitudine/pietro-greco/2020-11-17

conversazione con Margherita sul libro: TASSINARI Simonetta, Instant filosofia. Il corso per capire in modo facile idee, concetti e personaggi, dagli esordi a oggi, Gribaudo editore, 2020

riporto qui una conversazione che si è presentificata su facebook, dove avevo rilanciato la scheda del libro:

mi scrive Margherita

Sembra interessante. Lo stile e l’approccio didattico è come nel precedente testo dell’autrice (Il filosofo che c’è in te), finalizzato a fornire della filosofia un’ immagine semplificata e, perché no?, un mezzo per capire il mondo e se stessi. È il manuale scolastico che tenta di rispondere alla tormentata domanda “A che serve la filosofia?” Il fatto è che la filosofia, a mio parere, non “serve”, nel senso che non dà risposte. La filosofia è ricerca, una corsa agli ostacoli che sono singoli traguardi che si susseguono l’uno dietro l’altro, un confine che si sposta ininterrottamente.

rispondo

grazie !!! hai del tutto ragione: le tue parole chiariscono benissimo i contenuti di questo libro. Io non ho, purtroppo , avuto una cultura filosofica. Da studente di un istituto tecnico (perito edile alla magistri cumacini) invidiavo miei amici del liceo classico. Ma ora con questo libro riesco davvero a capire cosa è la filosofia e come essa ci aiuta nel nostro vivere con occhi attenti dentro il nostro tempo. saluti cordialissimi e ancor GRAZIE !!!

risponde Margherita

Faccio fatica a non pensarti come filosofo. Tutto il tuo lavoro e il tuo impegno i “Coatesa sul Lario” , compresa la foto recente di Gin e Noirette al computer dicono il contrario. Tu ci offri una vasta gamma di ambiti di interesse – poesia, arte, musica, flora fauna, politica, foto …e tanto altro. E ci fai pensare, esprimere. Come Vincenzo Guarracino, ci offri spunti e opportunità di esprimerci. Filosofia è questo. Spinta a cercare senza sosta. Quando insegnavo al Giovio filosofia s storia ho scoperto che i miei studenti preferiti non erano quelli che ripetavono le mie parole e quelle dei testi, ma quelli che contestavano contenuti ed esprimevano punti di vista. Nulla da eccepire per la Tassinari, ma non credo che possa darti di più di quello che già possiedi in abbondanza. Dico questo perché lo penso per davvero. Ciao

rispondo

carissima: mi hai commosso. Davvero. E mi hai fatto capire che “filosofia” è anche uno sguardo su tanti aspetti del vivere. e trovo bellissimo sentirti dire che sono filosofia anche i nostri nuovi gatti Gin e Noirette (che vanno verso gli otto mesi). mi permetto di segnalarti un mio blog che ho chiamato “antologia del tempo che resta” https://antemp.com/ dove pubblicherò questa nostra per me importante conversazione (in forma del tutto anonima , a meno che tu mi autorizzi a citare il tuo nome) GRAZIE infinite

vai alla scheda del libro:

https://antemp.com/2020/11/09/tassinari-simonetta-instant-filosofia-il-corso-per-capire-in-modo-facile-idee-concetti-e-personaggi-dagli-esordi-a-oggi-gribaudo-editore-2020/

Noi assistiamo alla morte altrui, non ci è dato di assistere alla nostra! … , Emanuele Severino

Noi assistiamo alla morte altrui, non ci è dato di assistere alla nostra! Noi siamo eterni, non siamo un diventare altro. Siamo destinati a un ritorno. Noi siamo già da sempre oltre la vita, più che vita.” (Emanuele Severino, filosofo)

“Il dialogo con la natura rimane per l’artista una conditio sine qua non. L’artista è uomo, è lui stesso natura, parte di natura nell’area di natura”, Paul KLEE, in Hadot Pierre, ESERCIZI SPIRITUALI E FILOSOFIA ANTICA (1998), Einaudi, 2002

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vai all’indice del libro di Hadot:

https://antemp.com/2013/12/27/hadot-pierre-esercizi-spirituali-e-filosofia-antica-1998-einaudi-2002/

Concetto di limite: il gioco dell’esploratore – Smiling Math – Lez.9

via (654) Concetto di limite: il gioco dell’esploratore – Smiling Math – Lez.9 – YouTube

Interpretare il Covid-19 con le parole di Lucrezio e Leopardi: come la poesia può alleviare il peso dello spirito |

Dapprima avevano il capo in fiamme per il calore
e soffusi di un luccichìo rossastro ambedue gli occhi.
La gola, inoltre, nell’interno nera, sudava sangue,
e occluso dalle ulcere il passaggio della voce si serrava,
e l’interprete dell’animo, la lingua, stillava gocce di sangue,
infiacchita dal male, pesante al movimento, scabra al tatto.
Poi, quando attraverso la gola la forza della malattia
aveva invaso il petto ed era affluita fin dentro il cuore afflitto
dei malati, allora davvero vacillavano tutte le barriere della vita.
Il fiato che usciva dalla bocca spargeva un puzzo ributtante,
simile al fetore che mandano i putridi cadaveri abbandonati.
Poi le forze dell’animo intero ‹e› tutto il corpo
languivano, già sul limitare stesso della morte.
E agli intollerabili mali erano assidui compagni
un’ansiosa angoscia e un lamentarsi commisto con sospiri.
E un singhiozzo frequente, che spesso li costringeva notte e giorno
a contrarre assiduamente i nervi e le membra, li struggeva
aggiungendo travaglio a quello che già prima li aveva spossati.
Né avresti notato che per troppo ardore in alcuno
bruciasse alla superficie del corpo la parte più esterna,
ma questa piuttosto offriva alle mani un tiepido contatto,
e insieme tutto il corpo era rosso d’ulcere quasi impresse a fuoco,
come accade quando per le membra si diffonde il fuoco sacro.
Ma la parte più interna in quegli uomini ardeva fino alle ossa,
nello stomaco ardeva una fiamma, come dentro fornaci.
Sicché non c’era cosa, benché lieve e tenue, con cui potessi giovare
alle membra di alcuno, ma vento e frescura cercavano sempre.
Alcuni immergevano nei gelidi fiumi le membra ardenti
per la malattia, gettando dentro le onde il corpo nudo.
Molti caddero a capofitto nelle acque di pozzi profondi,
mentre accorrevano protendendo la bocca spalancata.
La sete che li riardeva inestinguibilmente e faceva immergere
i corpi, rendeva pari a poche gocce molta acqua.
E il male non dava requie: i corpi giacevano
stremati. La medicina balbettava in un muto sgomento,
mentre quelli tante volte rotavano gli occhi spalancati,
ardenti per la malattia, privi di sonno.
E molti altri segni di morte si manifestavano allora:
la mente sconvolta, immersa nella tristezza e nel timore,
le ciglia aggrondate, il viso stravolto e truce,
le orecchie, inoltre, tormentate e piene di ronzii,
il respiro frequente o grosso e tratto a lunghi intervalli,
e stille di sudore lustre lungo il madido collo,
sottili sputi minuti, cosparsi di color di croco
e salsi, a stento cavati attraverso le fauci da una rauca tosse.
Non cessavano, poi, di contrarsi i nervi nelle mani e di tremare
gli arti, e di montare su dai piedi a poco a poco il freddo.
Così, quando alfine si appressava il momento supremo,
erano affilate le narici, assottigliata e acuta la punta
del naso, incavati gli occhi, cave le tempie, gelida e dura
la pelle nel volto, cascante la bocca aperta; la fronte rimaneva tesa.
E non molto dopo le membra giacevano irrigidite dalla morte.

(Lucrezio, De rerum natura, VI, 1145-1196)

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Interpretare il Covid-19 con le parole di Lucrezio e Leopardi: come la poesia può alleviare il peso dello spirito |

La lucida visione del De rerum natura di LUCREZIO nel tempo del coronavirus – in Ritiri Filosofici

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Monica Guerritore: “Mi sveglio e piango, piango, piango …” In Corriere della Sera / La Lettura , 3 maggio 2020

letto in edizione cartacea

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PIGLIUCCI Massimo, Come essere stoici, Garzanti, 2017. Indice del libro

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RUBINELLI Renzo, Tempo e destino nel pensiero di E.M. Cioran – Aracne editrice, 2015

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Tempo e destino nel pensiero di E.M. Cioran – Aracne editrice – 9788854868908

Ci sono libri che serbiamo in noi lungo il corso degli anni, libri che ci abitano e che attendono serenamente il loro kairos, il momento opportuno per venire alla luce, sbocciando dalla pienezza interiore di colui che li ha custoditi e difesi dal passare del tempo. Renzo Rubinelli ha deciso di offrire al pubblico Tempo e Destino nel pensiero di Cioran. L’esegesi si sviluppa prefigurando un dialogo fra due polarità estreme: l’eternità di Emanuele Severino e il nichilismo di Cioran. Tuttavia, nella tentazione mistica del pensatore transilvano, sembra potersi scorgere una percezione emozionale dell’Essere accompagnata dal dubbio «che l’ultima parola non risiede forse nella Negazione». Il libro contiene non solo una visione teoretica dell’opera di Cioran, ma anche una prospettiva affettiva della sua famiglia parigina e rumena, come Renzo Rubinelli l’ha scoperta nelle sue visite a Parigi, Sibiu e Raşinari. I concetti chiave della filosofia di Cioran, “tempo” e “destino”, si schiudono sull’universo intimo dell’autore, che cercandoli nel pensiero dell’altro, li accoglie in sé, trasformandoli in affetti per esprimerli meglio, in un doppio linguaggio: filosofico e personale ad un tempo. Prima di esser pubblicato, un libro dev’essere vissuto: questo ci insegna con sensibilità, devozione e dedizione, Renzo Rubinelli

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ALTAN sul dominio della scienza (in tempi di coronavirus)

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Umberto ECO, La vertigine della LISTA, Bompiani editore, 2009. Indice del libro

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KOVIELLO Domenico, prefazione di Nicola Abbagnano, Intorno alla filosofia della morte, Laura Rangoni editore, 1996. Indice del libro

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Quando Emanuele Severino disse: «Avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla Gioia» – in Vita.it, 21/01/2020

”  Si teme la morte perché la si confonde con l’agonia, con la sofferenza che sono fenomeni della vita.

Ma dopo l’agonia che cosa c’è? Ecco dunque il problema della morte. La nostra cultura concepisce la morte come annientamento.

Ma è davvero così? O la morte, piuttosto, è un proseguire infinito oltre il dolore che caratterizza la nostra vita?

Quando mi chiedono se ho paura della morte o perché la guardo con serenità rispondo che l’Occidente crede che morire sia andare verso il nulla. Dobbiamo capire che questo che crediamo un andare nel nulla è, in verità, lo scomparire degli Eterni.

Quando la legna diventa cenere, crediamo si annienti la legna e nasca la cenere. Ma se sappiamo guardare a fondo, vediamo lo scomparire progressivo di singoli eventi (la legna che brucia, poi che brucia un po’ meno, la cenere che compare…): la morte ci appare nella forma dell’agonia, morire è il progressivo scomparire degli Eterni che escono dal cerchio dell’apparire.

Ma l’uomo è destinato alla Gioia.

Ecco il tema della Gioia. Gioia, il superamento di tutte le contraddizioni che attraversano la nostra vita.

Viviamo nella contraddizione, ma esiste un luogo in cui ogni contraddizione è oltrepassata? E noi, che cosa siamo, rispetto alla totalità di quel luogo? Quel luogo non è, forse, ciò che realmente siamo? La risposta è “sì, siamo quel luogo”.

Un luogo che chiamo Gioia. Gioia non è la felicità, che è sempre una volontà soddisfatta. La Gioia, invece, è infinitamente più alta. Non è volontà, ma eliminazione di ogni contraddizione.

Ecco perché avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla Gioia.

vai a  Quando Emanuele Severino disse: «Avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla Gioia» (21/01/2020) – Vita.it


ala radice delle parole: MEMORIA, da Guarracinismi tra antico e odierno | LimesLettere

Memoria – [Vc dotta, lat. memoria(m), dalla radice mens (“principio pensante, spirito, intelligenza”), memini (“mi ricordo, faccio menzione”), imparentata col greco μνήμη, dalla base semitica manu, “conoscere, sapere”]

– implica molte cose: non solo capacità di ricordare, ma anche di capire, di scoprire dentro di sé, di riconoscere negli eventi ciò che si teme o si desidera: qualcosa insomma che va oltre l’ambito strettamente personale per estendersi ad una durata, ad un sapere vitale che implica, oltre il calcolo puramente personale (manu, è molto vicino a mensura, “misura”), anche decisione, slancio, capacità di tradurre in azioni concrete ciò che abita il pensiero.

da Guarracinismi tra antico e odierno | LimesLettere

Emanuele Severino, Siamo re che si credono mendicanti, in Remo Bodei, Roberta De Monticelli, Giovanni Reale, Aldo Schiavone, Emanuele Severino, Vito Mancuso, CHE COSA VUOL DIRE MORIRE, a cura di Daniela Monti, Einaudi, 2010, pagg. 135-164. Indice del libro

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VANNIER Leon, La tipologia omeopatica e le sue applicazioni. Prototipi e metatipi. I temperamenti, edizioni RED, Como, 1983. Indice del libro

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PARMENIDE, SULLA NATURA: traduzione e analisi filologica ed etimologica di Vincenzo Guarracino, 28 novembre 2019


Caro Paolo,
eccoti (te l’avevo promesso molto tempo fa) un mio piccolo contributo da filologo su Parmenide, del quale ti invio la traduzione e le note al Proemio.
Ti chiedo venia se non sono stato capace di inserire gli accenti corretti alle parole.
Con tutta la mia stima
Como,  28 novembre 2019

PARMENIDE   SULLA NATURA

Il titolo

Il poema, così come ci è stato tramandato, presenta il titolo concordemente accettato di Perì phýseos”Sulla natura”, conservatoci da Sesto Empirico (Contro i matematici, VII, 111), in armonia con una tradizione che si riscontrerà poi in Empedocle e in molti altri filosofi greci (Melisso, Alcmeone, Gorgia, Prodico) e successivamente in Lucrezio (De rerum natura), fino in epoca rinascimentale con Bernardino Telesio (De rerum natura iuxta propria principia, 1586).

Citato anche come Physikòn(Porfirio, L’antro delle Ninfe, 22) e Physiologhìa (Suida, alla voce; Plutarco, Contro Colote, 1114 b), il poema evidenzia subito, fin dal titolo, il suo stretto legame con il concetto centrale nella filosofia presocratica, la Phýsis, “natura”, intesa come unità ed essenza dei fenomeni, non solo nel senso di qualcosa di finito, ma anche di realtà vitale e creativa.

Va comunque precisato che in ambito neoplatonico (Proclo, Simplicio), interessato a una lettura degli Eleati in senso più metafisico, con tale titolo sembra indicarsi soprattutto la seconda parte del poema, concernente argomenti più propriamente legati alla fisica; tale notizia troverebbe conferma anche da come il poema è citato in Plutarco (Erotico, 13, 756 F), Kosmogonìa, discorso cioè essenzialmente sull’origine delle cose, salvo poi estendersi ad indicare tutta l’opera in quanto concernente il kósmos, ossia il mondo inteso “quale un tutto nel suo splendido ordine” (M.Untersteiner, 1967, p.26).

fr.1 Diels-Kranz

Cavalle, che conforme mi conducono al sentire,

mi portarono, dopo avermi avviato sull’armonica

via della Dea che guida il sapiente in ogni dove;

là ero condotto: nell’impeto del carro mi menavano

accorte le cavalle e il sentiero fanciulle mi additavano.

L’asse dei mozzi con gran strepito, fumando,

sibilava, nel vortice simmetrico dei cerchi,

allorquando le Eliadi sorelle si affrettavano

lasciando le dimore della Notte, denudandosi

il capo dei veli, per guidare il mio carro verso la luce.

Là è la porta ove fondono i sentieri Notte e Giorno:

un architrave e una soglia di pietra l’incorniciano

ed enormi l’occupano in tutta la sua luce due battenti;

per chiuderla ed aprirla è Dike a disporre delle chiavi.

Con parole suadenti a lei volgendosi, in un attimo,

la convinsero a togliere all’istante le fanciulle

per esse dalla porta il chiavistello: ed ecco

un vuoto infinito si spalanca, sollevatasi

la porta e facendo ruotare sopra i perni

gli assi enormi di bronzo, ben connessi di borchie;

d’un balzo quelle l’attraversano col cocchio.

C’era ad accoglierle la Dea, che benevola,

presa la mia destra nella sua, così mi disse:

O giovane, che assieme giungesti ad infallibili

cocchieri, portato da cavalle, alla mia casa,

ti saluto! Non fu certo una Moira perversa ad indurti

a questa via, lontana dai sentieri degli altri uomini,

ma Themi e Dike: perciò conviene che tu apprenda

tanto il cuore saldo della rotonda Verità, quanto

le opinioni dei mortali, vuote di credibile certezza.

In più anche questo apprenderai: che deve ammetterle reali le apparenze chi di tutto in ogni senso fa esperienza”

NOTE

Fr.1. Sesto, Contro i matematici, VII (vv.1-30); Simplicio, Commento al De caelo, 557,20 (vv.28-32)

Il fr.1, che costituisce il Proemio del poema, introduce ai motivi e temi dell’intera opera, presentandoli in una cornice di grandiosa solennità attraverso echi e suggestioni di diversa provenienza, dalla grande tradizione letteraria (Omero, Esiodo, Pindaro, Eschilo) alla religiosità orfico-pitagorica, in un complesso intrecciarsi di elementi simbolici ed espressivi, originalmente rifusi allo scopo di creare un’aura sacrale all’insieme e un’attesa quasi mistica nei confronti del “disvelamento” di un messaggio nuovo e ardito.

In esso viene descritto un “viaggio”, che porta attraverso un sentiero lontano da quello percorso dagli altri uomini a oltrepassare la Porta della conoscenza, al cospetto di una Dea dai molteplici aspetti e nomi. Questa, dopo averlo accolto con amabilità, offre al poeta-filosofo la chiave della verità, consistente nel saper distinguere e fondere in un unico sapere, vedendoli come aspetti strettamente e dialetticamente collegati, il discorso “vero”, scientifico, fondato sull’evidenza di rigorose dimostrazioni logico-matematiche, dal discorso fondato sulle sensazioni, esperienze ingannevoli perché legate al mondo “fisico”, le cui verità appartengono al dominio del probabile e del verosimile e perciò non posseggono un grado di rigorosa certezza.

Particolarmente dibattuta la questione se il suo contenuto debba intendersi in chiave allegorica, in senso letterale, o addirittura in chiave politica.

Nel primo caso, il mythologhèin, “parlare per miti”, costituirebbe essenzialmente una forma di abbellimento per imprimere forza e calore ad una complessa materia di carattere filosofico-scientifico. Tra i sostenitori di questa lettura, già tra gli antichi, c’è Sesto Empirico, medico e filosofo greco (180-220 d.C.), secondo il quale il proemio adombrerebbe l’itinerario della conoscenza filosofica: specificamente, le cavalle rappresentano gli impulsi e i desideri irrazionali dell’anima, la via è l’itinerario che la stessa anima compie con la guida della dea, ossia della ragione filosofica, le fanciulle che guidano le cavalle sono le sensazioni, i cerchi rappresentano le facoltà uditive, così come il passaggio verso la luce allude alle facoltà visive (Contro i matematici, VII, 112 segg.).

Nel secondo caso, invece, il poema rifletterebbe il contenuto di una genuina esperienza religiosa, che, adombrata nel motivo archetipico del “viaggio”, conduce l’uomo ad un autentico acquisto di sapere, ad una trasformazione della sua stessa natura per via di ”illuminazione”. Secondo i sostenitori di questa lettura, che a diverso grado annovera in epoca recente studiosi come Jaeger (1953), Mansfeld (1964) e Verdenius (1942), il proemio del poema sarebbe il racconto di una sorta di teofania, ossia di una visione e di una iniziazione mistica, vissuta come momento necessario e consapevole di fondazione della verità della dottrina ricevuta e trasmessa nel prosieguo dal poeta-filosofo, sulle base delle parole della Dea. In questo senso, l’adozione stessa del linguaggio della poesia epica, con i suoi metri e il suo armamentario di figure e immagini mitiche, risponderebbe a un’esigenza ben precisa, quella di fondarsi su una forma incontestabilmente veneranda e al tempo stesso allusiva allo sforzo della mente nel suo difficile ma esaltante “viaggio” di conquista del sapere.

Comunque sia, il frammento vale di per sé e non necessariamente abbisogna di un’indagine troppo puntuale per rivelare tutta la sua suggestiva forza poetica, a testimonianza della capacità di convogliare mýthos e lógos in una esperienza di linguaggio innovativa nello specchio della grande tradizione letteraria e religiosa in cui l’opera affonda le proprie radici.

Per quanto riguarda la terza lettura, infine, quella filosofico-politica, essa è stata avanzata dallo studioso Antonio Capizzi (1975), secondo il quale il poema sarebbe una riflessione sulle dinamiche politiche e sociali all’interno della città. Per restare specificamente al prologo, Parmenide descriverebbe un viaggio reale attraversando Elea lungo la via che congiungeva il porto fluviale nord alla Porta Marina passando attraverso la maestosa Porta (oggi detta “Rosa” dal suo scopritore, l’archeologo Mario Napoli) collocata sulla sommità del colle. Un punto importante di questa lettura, che trasforma in chiave metaforica situazioni ed elementi del testo (le Eliadi, ad esempio, sono per lo studioso nient’altro che i pioppi fiancheggianti, ieri come oggi, la strada), è la presenza della Dea, Dike, che “dispone delle chiavi”, dell’agibilità cioè del passaggio da una parte all’altra della città: questione dunque politica, che, chiamando in causa interessi molto concreti relativi alla gestione dei due porti, viene demandata a uno, come Parmenide, incaricato di convincere i concittadini “che era giusto riaprire la porta e l’arteria, ristabilendo i normali rapporti tra le parti della città e facendo dei molti una sola ” (cfr.Capizzi, 1975, p.41). La plausibilità di un siffatto discorso potrebbe trovare conferma dall’abbinamento della dea suddetta, Dike, con Themis (cfr.v.28), fatto che riflette la necessità dell’incontro di due concezioni contrastanti della Giustizia e dunque della società: la prima più dinamica e innovativa, fondata sul logos e la razionalità, espressione dei nuovi ceti mercantili; la seconda, più tradizionalista, legata al vecchio ordinamento sociale ed espressione della vecchia aristocrazia terriera.

1. : “cavalle”, m. e f.; l’animale, in virtù delle sue qualità fisiche (velocità, agilità, forza e fecondità), considerato dagli antichi un essere superiore a tutti gli altri e dotato addirittura di doti intellettive e spirito profetico, rappresenta una tensione verso l’assoluto, “l’aspetto cosmico della volontà” che mira alla conoscenza (cfr.Verdenius, 1942, p.11), intesa come forma stessa dell’esistenza, nel momento in cui volere divino (le cavalle) e “desiderio” umano si muovono in armonia. Per la preferenza accordata al femminile, cfr. più avanti, v.22 e nota. – : indicativo presente; più che un’azione specifica, indica la natura di definizione perifrastica contenuta nella relativa strettamente connessa con il soggetto . Da rilevare che il sintagma iniziale, con evidente carattere formulare, è ripreso da Iliade, 2,770 (: il sostantivo (lett. “desiderio”), che rimanda all’area semantica della “sentimentalità”, implica una potente spinta emozionale e al tempo stesso intellettuale nella consapevolezza della meta da conquistare, ossia “il cuore saldo della rotonda Verità” (v.29), in cui “sentimenti e intelligenza” trovano una sintesi perfetta (cfr.Casertano, 1978, p.41). In questi termini, il poeta-filosofo allude a un volere umano, che si muove in armonia con quello cosmico e divino (rappresentato dalle cavalle), trovando piena coincidenza sullo specifico terreno della conoscenza (cfr.Untersteiner, 1967, pp.LX-LXI), intesa come forma stessa dell’esistenza. Un particolare interessante da rilevare è l’assolutezza con cui qui è usato thymòs, senza cioè alcun aggettivo possessivo, lasciando intendere la reciprocità della sua attribuzione. – : da ”giungere”, ottativo presente 3^ sing.

2. da , “porto”, imperf. a. 3^pl., il passaggio dal presente del v.1 all’imperfetto denota il tempo di un racconto nello spazio durativo del suo svolgimento nel passato; da rilevare il carattere sacrale del verbo, che ricorre ancora più avanti nei vv.8 e 26 e fr.12,5, connesso sempre figure o funzioni del divino (cfr.Untersteiner, 1967, p.LXVIII, n.78). –: è la “via della conoscenza”, motivo essenziale e centrale del Poema (cfr. fr.2,2): implica un convinto coinvolgimento dell’uomo nell’atto in cui si accinge a percorrerla (“la parola meno religiosa, quella che più denuncia l’intervento umano”, cfr.Untersteiner, 1967, p.LXVI). L’attributo polýphemov, “che dice molte cose, ricca di canti”, connota l’oggetto come pertinente all’ambito di una poesia, che è connessa con la “sapienza”, come suggerisce il verso successivo.

3. : “della divinità”, inizialmente in senso generico e solo in seguito specificato (il sostantivo è infatti sia maschile che femminile), genitivo di possesso, intendendola come una “via divina, appartenente alla divinità”, in contrapposizione a una via umana; per altri, invece, come il Diels, si tratterebbe di un genitivo oggettivo, “verso la divinità”, nel senso che questa costituisce il fine del viaggio (cfr.Diels, 1897, pp.46-47). Il sostantivo è stato corretto da alcuni (Wilamowitz, 1931-32, p.367; Kranz, 1916, p.1161) in ”dee”, intese come “impulsi conoscitivi” (cfr.Albertelli, 1939, p.122).- : “per tutte le città”, intendendo che attraverso la via della Dea il saggio può metaforicamente attraversare tutti i campi del sapere; altri, invece, vi legge letteralmente un riferimento al fatto che Parmenide, itinerante alla maniera dei filosofi sofisti, avrebbe predicato le sue dottrine passando “di città in città” (cfr.Burnet, 1930, p.172, nota1); la lezione del Diels-Kranz è stata corretta in vari modi, tra i quali recentemente ”per tutte le cose che siano” (cfr.Cerri, 1997, pp. 57-63, e 1999, p.169), intendendole come le esperienze del mondo sensibile, quelle che sembrano essere (il congiuntivo potenziale-eventuale, esprime proprio questo concetto).- lett. “l’uomo che sa”, il “sapiente”, dominato da un’ansia di conoscere la verità che ha qualcosa di religioso e di mistico. In questo senso, appare quanto meno paradossale che ciò che costituisce l’obiettivo sia già posseduto dal filosofo, a meno di non intendere il sintagma nel senso di “iniziato” (cfr.Jaeger, 1953, p.331), di individuo cioè degno e preparato a ricevere l’insegnamento della dea, in virtù della sua disposizione al sapere (“In qualche modo noi siamo da sempre nella via, ma insieme essa si manifesta solo in quanto la sappiamo come tale”, cfr.Ruggiu, 1991, p.178), fatto questo che trova conferma nelle cosiddette lamine orfiche contenenti i precetti per l’anima nell’atto di affrontare il viaggio extramondano (cfr.Pugliese Carratelli, 1988, p.339).

4. : l’aggettivo (“capaci di molte parole e pensieri assennati”), non altrove attestato, contiene un’evidente allusione alle speciali doti intellettive delle “cavalle” (cfr. nota v.1). – : avverb. di luogo. – : per  da ”porto”, imperf.m. 1^sing. – imperf.a.3^ pl. (cfr.v.2 nota); da rilevare l’alternanza medio-attivo nello stesso verso, che rende il faticoso armonizzarsi tra attività divina e volere umano.

5. : il “carro”, motivo che si ritrova nella tradizione letteraria (da Omero a Pindaro) e che ritornerà nel Fedro di Platone, rappresenta, secondo M.Untersteiner (1967, p.LIV), “l’aiuto divino necessario per poter salire fino alla dea”, che richiede comunque da parte dell’uomo una totale e incondizionata adesione: simbolo di questa assoluta consonanza tra i due elementi, tra impulso divino e “desiderio”umano, è, assieme allo “strepito” e al sibilo dell’”asse dei mozzi” del carro, il “vortice simmetrico dei cerchi” che rende anche visivamente e sonoramente la grande tensione conoscitiva dell’esperienza del poeta. –: si tratta, come si preciserà più avanti (v.9), delle Eliadi, ossia delle mitiche “figlie del Sole”, dagli dei impietosi per il loro pianto per la morte del fratello Fetonte trasformate in pioppi e le loro lacrime in ambra, il mito delle quali, oltre che da Esiodo, fu trattato da Eschilo in una tragedia perduta omonima; qui simboleggiano l’illuminazione, la luce della conoscenza, in virtù della loro verginità (“forze della luce”, le definisce con bella immagine poetica il Frankel, 1955), e assolvono la funzione di far scoprire al poeta-filosofo il cammino, facendolo emergere dal suo stesso animo come un bisogno innato, perché possa giungere al cospetto della Dea.

11. : la “porta” (plurale nel testo, in quanto costituita da una coppia di elementi, i battenti), dove si incontrano i sentieri della Notte e del Giorno, allegoria della fusione tra reale e vero, tra concretezza e astrazione, tra mondo sensibile della temporalità dell’esperienza (dóxa) e dominio atemporale dell’Essere (alétheia), tra loro complementari e necessari.

13. : lett. “esse, alte fino al cielo, sono chiuse da grandi battenti”; l’aggettivo variamente interpretato (cfr.Untersteiner, 1967, p.LXXIV), qui ha una connotazione essenzialmente estensiva e quantitativa. – : forma non altrove attestata, da ”riempire”.

14. : propriamente “la Giustizia”, intesa come uno degli aspetti in cui si mostra la potenza della Dea (più avanti, nello stesso testo, sarà Moirav.21, Themisv.28, Aletheiav.29; in altri frammenti, Peithofr.2,4, Anankefr.8,30, Afroditefr.13), a significare la legge fisica che vincola gli elementi in un rapporto di equilibrio e di reciproca dipendenza, come si dirà esplicitamente nel fr.8,14-15. L’epiteto a lei qui attribuito di polýpoinos, “colei che molto punisce-ricompensa” (il sostantivo poiné, lat.poena, indicando proprio ciò con pregnante ambiguità), di derivazione orfica, elegge la divinità a figura antonomastica della Punizione-Ricompensa connessa con l’atto conoscitivo (“ella dunque ricompensa con l’aprire la porta e punisce col tenerla chiusa”, cfr.Casertano, 1978, p.44).

18. : lett. “un’apertura immensa, infinita”, indica il vano della porta in tutta la sua ampiezza, che si spalanca su una dimensione dove spazio e tempo si fondono annullandosi. – : da , “levarsi verso l’alto”, participio aoristo medio; il verbo suggerisce “un’immagine che parifica l’aprirsi dei battenti allo spalancarsi delle ali di un grande uccello; dunque ‘la porta, spalancate le ali, fece un vuoto infinito al posto dei battenti’” (cfr.Cerri, 1999, p.179).

21. : “d’un balzo”, avverbio, indica il procedere entusiasticamente rapido e diritto (una sorta di “raptus lirico che attinge il suo oggetto nell’immediatezza dell’intuito”, cfr.Stefanini, 1952, p.38), in opposizione all’ottuso errare dei mortali sulla via del non-essere (cfr. fr.6,5).

22. : “la Dea”, qui presentata con epiteto generico e onnicomprensivo che si riferisce al suo carattere di depositaria e “rivelatrice della verità in senso globale” (cfr.Reale, 1991, p.87), identificata da molti con Dike, dea della Giustizia; altri invece, la identifica, in stretta connessione con l’orfismo, con Mnemosyne, madre delle Muse e personificazione della memoria, fondamento della vita intellettuale (cfr.Pugliese Caratelli, 1988, pp.337-346), o, sulla base anche di non poche testimonianze archeologiche e letterarie, con Persefone (cfr.Cerri, 1999, pp.107-108; Kingsley, 1999, pp.93-100). Particolare importante in questa rappresentazione è comunque la sua natura, che qui, come nel resto del Poema, fa della femminilità un principio vitale assoluto e immutabile (in un processo che coinvolge figure divine e personificazioni allegoriche e perfino le “cavalle” del v.1, ad eccezione di Eros, fr.13), in cui è possibile vedere un riflesso dell’antica religiosità pre-ellenica, incentrata sul culto della Grande Madre, a differenza dalla successiva religiosità di tipo olimpico con dei dalle molteplici e contrastanti identità e qualità.

24. : “o giovane”. L’epiteto è stato variamente interpretato: come attestazione della giovane età del filosofo all’atto del “viaggio” e della rivelazione, o piuttosto in senso metaforico come allusione alla condizione del discepolo nei confronti della sua guida spirituale (ipotesi, questa, che sembra prevalente).

26. : “Destino”, inteso come Legge del Tutto; si tratta di un epiteto della Dea, che allude alla sorte dell’uomo come norma e necessità che vincola sia il destino individuale che l’Essere (“La rivelazione dell’Essere, che la Dea affida a Parmenide, esprime la stessa legge del reale”, cfr.Ruggiu, 1991, p.187); l’espressione  , “sorte malvagia, perversa”, indicando del Destino l’aspetto negativo, è sinonimo di “morte” e vuole dire che Parmenide, a differenza di tutti gli altri uomini che arrivano al cospetto della Dea soltanto dopo la morte, ha potuto godere da vivo di un privilegio mai prima toccato ad altri se non a figure di eroi straordinari (Orfeo, Odisseo, Eracle, Teseo) solo in virtù della sua sete di sapere.

27. : si tratta della “via” di una conoscenza che, come si dice subito dopo, si colloca “lontana dai sentieri degli altri uomini”, alludendo a una scelta responsabile in grado di indirizzare le decisioni del “sapiente”; particolarmente interessante da rilevare è il genere del sostantivo, femminile (come, del resto, femminili risultano tutti gli altri sostantivi esprimenti lo stesso concetto di “via” per indicarne il carattere positivo e “creativo”).

28. : “Legge, Ordine”, altro epiteto, che indica la sacralità della Norma fondata sulla tradizione, di contro a una concezione fondata sulla razionalità, sul logos; in coppia con Dike, con cui si fa garante della giustezza del “viaggio”, riassume dunque il significato più profondo della Dea, costituendone il “centro semantico-concettuale nel nome e nella funzione della Giustizia” (cfr.Ruggiu, 1991, p.188).

29. : “Verità”, personificazione della Dea (cfr. fr.2,4), incarna l’epistéme, un sapere cioè pienamente consapevole, cui l’uomo deve giungere attraverso la “via”, il metodo cioè di conoscenza di cui il Poema intende essere la “rivelazione”, giusta l’etimologia stessa del termine (a-létheia, “senza nascondimento”) che allude allo sforzo di “non occultare”, di svelare che cosa c’è sotto, portandolo allo scoperto e collocandolo in piena luce. L’idea della “rotondità”, propria dell’aggettivo eukyklésrinvia all’immagine della sfera, simbolo della perfezione dell’Essere e dunque anche della Verità (cfr. fr.8, 43); da rilevare il sintagma, di notevole pregnanza concettuale oltre che poetica, Alethéies étor”il cuore della Verità”, atremès (“immobile, saldo nello spazio”), per indicare l’essenza stessa dell’Essere, la parte più intima e profonda da ciò il Tutto acquista senso e consistenza.

28-32. : è sintetizzato in questi versi il “programma” del poema, che consiste nell’apprendimento di un “sapere” capace di far distinguere l’eidòs phòs, “l’uomo che sa”, dalla massa dei mortali: un sapere della Totalità, capace di coniugare la Verità dell’Essere, perfetta, senza contraddizioni o manchevolezze (“il cuore saldo della rotonda Verità”), con il campo delle esperienze umane (tà dokoúnta), il mondo cioè della del “sapere comune”, (“la verità dell’apparire”, fondata sui sensi, cfr.Ruggiu, 1991, p.200), per giungere insomma alla consapevolezza che “le cose che appaiono, i fenomeni, sono il suo manifestarsi nei suoi contenuti” (cfr.Reale, 1991, p.14).

30 – : propriamente “le cose che appaiono”, dunque le esperienze umane quali sono fornite dai sensi e alle quali i “mortali” concedono erroneamente credibilità senza vederle nella loro relazione con l’Essere; deriva da ciò la traduzione più comune del sintagma, ossia “le opinioni dei mortali”, ritenuta impropria dal Capizzi, secondo il quale “il termine in quest’epoca significa ‘apparenza’ e solo in età ellenistica assume il significato di “opinione” (cfr.Capizzi, 1972, p.41). – : lett. “vera certezza”, nel senso di una validità fondata su principi razionali, scientifici, che soltanto rendono “credibile” il discorso.

31-32. : il sintagma introduttivo dei due ultimi versi, che, riprendendo e ribadendo quanto appena enunciato (vv.28-30), proclamano il dovere del filosofo-scienziato, appare preferibile intenderlo con un valore riassuntivo-rafforzativo traducendolo con “in più, insomma”, invece che con quello concessivo-avversativo di “ma tuttavia”, con cui generalmente viene reso (cfr. anche Casertano, 1978, p.201). – : lett. “che è necessario ( che colui che penetra (ogni cosa in tutti i sensi stimi ’) che esistono ( le cose che appaiono( ”: si tratta di una proposizione dichiarativa il cui verbo reggente è , imperfetto, che indica una necessità non in senso cronologico ma ideale, seguito da una proposizione infinitiva (acc. con inf.) Il concetto risulta particolarmente controverso a causa della difficoltà di lettura di ’ (inf.aor.a. con elisione, letto avv., da Verdenius, 1942e (inteso come  sulla scorta della lezione di Simplicio): ove si accettassero le due varianti in questione (  il testo suonerebbe “che le cose che appaiono (tà dokoúnta) / è necessario che siano come appaiono (dokìmos), essendo (onta) tutte in ogni senso”, lettura questa che escluderebbe la presenza attiva di “colui che indaga”, contraddicendo a mio parere l’insistenza iniziale sulla necessaria cooperazione tra umano e divino (v.1 e nota). In ogni caso, comunque, va notata nella presenza del sintagma dià pantòs pánta il richiamo del katà pánt’áste, “in ogni dove”, del v.3, così da creare una caratteristica struttura “ad anello”, a suggello quasi del concetto espresso al v.29.

 

alle radici della parola DESTINO

de-stino: significa lo ‘stare innegabile’ dell’essere.

Il termine deve essere inteso in senso etimologico:

il de– non ha significato depotenziante ma potenziante (Severino richiama il caso del verbo latino ‘de-amo’ che significa “amare più intensamente”);

stino‘ deriva (come ‘epi-steme’) dal corrispondente verbo greco che significa ‘stare’.

Il de-stino è lo stare innegabile ed eterno che ‘sta e non cede’ (‘ne-cedo) alla propria negazione.

A offendere sono le OPINIONI, non i fatti in sè. Citazione 20 di: EPITTETO, Manuale, nella traduzione di Enrico V. Maltese e di Pierre Hadot

A offendere , ricordalo, non è chi insulta o percuote, ma il giudizio che queste azioni siano offensive.

Perciò, quando uno ti irrita, sappi che è la sua OPINIONE  che ti ha irritato.

Come prima cosa , quindi, cerca di non farti trascinare subito dalla rappresentazione: una volta che avrai guadagnato un po’ di tempo per riflettere, potrai dominarti più facilmente

citazione da

https://antemp.com/2019/11/03/epitteto-manuale-con-la-versione-latina-di-angelo-poliziano-e-la-volgarizzazione-di-giacomo-leopardi-a-cura-di-enrico-v-maltese-garzanti-2017/

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citazione da

MANUALE DI EPITTETO, introduzione e commenti di Pierre Hadot (edizione francese del 2000), Einaudi, 2006. Indice del libro

 

 

Emanuele Severino, la morte e la Gloria della Gioia, video di Marco Pellegrino, luglio 2019

PARMENIDE alle origini della ONTOLOGIA

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IN La grande storia, L’antichità: Vicino Oriente, Grecia, Roma. Temi trasversali, Corriere della Sera 2011

Emanuele Severino: “dobbiamo definire cosa significhi essere felici … ” in articolo di Daniela Monti, in Sette Corriere.it, 7 giugno 2019

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da:

Incontro con Emanuele Severino, articolo di Daniela Monti, in Sette Corriere.it, 7 giugno 2019

BENASAYAG Miguel, Funzionare o esistere?, Vita e Pensiero editore, 2019

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L’ epilogo della nostra vita è già da sempre tracciato, segnato, scolpito. È la nostra destinazione necessaria a cui nessuno può sfuggire. Non si sfugge al destino … Marco Pellegrino, 23 febbraio 2019

L’ epilogo della nostra vita è gia da sempre tracciato, segnato, scolpito. È la nostra destinazione necessaria a cui nessuno puo sfuggire. Non si sfugge al destino. Sarebbe uno sfuggire a se stessi. Ci si puo soltanto illudere di poter voltare le spalle al destino e quindi a quell epilogo. È gia scritto da sempre come e quando si dovrà giungere a compimento o destinazione, il nostro vero fine di questa nostra vita individuale. Eppure, l uomo vive per lo piu volendo, illudendosi, voltare le spalle a cio a cui non puo voltare le spalle. Questo significa che l uomo finge, nasconde, crede di poter mettere in un cassetto il segreto profondo della sua vita. Vive volendo allontanare cio a cui si sta necessariamente avvicinando. Ma l illudersi non è mai ignoranza assoluta, bensì relativa, parziale. Quindi l uomo in qualche modo conosce la sua vera destinazione, ma vive come se potesse per davvero, nell illusione, non guardare in faccia la vera realtà della sua vita. Volendo allungare la propria vita, anche all infinito, tuttavia sa nel suo abisso di coscienza che tutta la sua vita è gia da sempre allungata e vissuta fino a un certo punto gia da sempre segnato, quello della vera realizzazione della sua vita ovvero la conclusione finale del suo percorso. Quindi se un uomo vive la sua vita per lo piu volendo allungare cio che non puo allungare ossia ciò da cui non si puo allontanare poiché, invece, si avvicina sempre di piu a cio ( l’epilogo della sia vita) a cui nel profondo non si puo non affrontare e guardare in faccia, significa che giungerà a destinazione in modo meno sereno e piu spaesato, turbato, con forti attacchi di panico, rispetto invece a un uomo che, non nascondendosi dietro cortine o infingimenti di vario genere, vive la sua vita ponendo al centro dell attenzione non gia la volonta illudentesi di allungare l inallungabile, bensi lo scopo ultimo del suo percorso di vita e cioè affrontando e guardando il volto del compimento dal quale non si puo scappare, fuggire via.. E quindi arriverà piu preparato e meno timoroso-titubante di fronte al suo inevitabile epilogo. L invito, da parte mia, è quello allora di fermarvi non un attimo o qualche ora, bensi come minimo per qualche giorno riflettendo intorno a questa destinazione autentica a cui nessuno puo voltare per davvero le spalle ( neppure coloro che parlano improriamente di “immortalita cellulare” e quindi di “inmmortalita umana”). L epiologo effettivo della nostra vita individuale sopraggiunge al termine di un percorso che conduce da quell evento che vien detto “cadavere”, passando poi per un certo periodo di tempo, appunto, tra quell evento e la morte effettiva. Quando la conclusione effettiva si fa innanzi appare subito un unico evento in cui, in modo istantaneo-sincronico, appare l intero arco della vita appena morta. Dopo questo istante, prevale nella Luce (che tutti siamo sempre e in cui consiste l intero Organismo universale incarnato in tutte le sue possibili vite individual) un altro istante in cui viene anticipata l intera vita che si andrà a vivere dopo il ” passaggio” della morte.

Giovanni Mainato: ” … sto battibeccando con l’Essere

Il Blog di GIOVANNI MAINATO

– Basta!

– Cosa vuoi da me?

– Che tu la smetta!

– Di fare cosa?

– Continui a dire che sei e che non è possibile che tu non sia.

– E allora?

– Sei noioso!

– Te la prendi sempre con me!

– Non è che me la prendo, è che la tua leggerezza è insostenibile!

– Cattivo!

– Sei o non sei? Questo è il problema.

– Fatti gli affari tuoi!

P.S. Signori, scusate, sono costernato per questa sceneggiata. Come vedete sto battibeccando con l’Essere.

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“La tecnica ucciderà la democrazia, a partire dagli Stati più deboli come l’Italia. Tale processo poi investirà anche Usa, Russia e Cina. Gli Stati Uniti a un certo punto prevarranno, ma non in quanto nazione, bensì come gestori primari della potenza tecnologica. Ora fatichiamo a comprenderlo, perché ci troviamo in un tempo intermedio”, in intervista di Pier Luigi Vercesi, Corriere della Sera 31 dicembre 2018

Il pensiero di Emanuele Severino nell'ambito dell'intero pensiero contemporaneo

«La radice è sempre la stessa, non è che vada a colpire in ordine sparso. La forma più rigorosa di follia oggi è la tecnica: viviamo il tempo del passaggio dalla tradizione a questo nuovo dio. La globalizzazione autentica non è quella economica, è quella tecnica. Commettiamo l’errore di credere che capitalismo e tecnica siano la stessa cosa: no, hanno scopi diversi. Il capitalismo ambisce all’incremento infinito del profitto privato, la tecnica all’incremento infinito della capacità di realizzare scopi, ovvero della potenza. La tecnica ucciderà la democrazia, a partire dagli Stati più deboli come l’Italia. Tale processo poi investirà anche Usa, Russia e Cina. Gli Stati Uniti a un certo punto prevarranno, ma non in quanto nazione, bensì come gestori primari della potenza tecnologica. Ora fatichiamo a comprenderlo, perché ci troviamo in un tempo intermedio. Siamo come il trapezista che ha lasciato un attrezzo (la tradizione) e non si è…

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Vasco Ursini, IL PENSIERO DI EMANUELE SEVERINO SI PONE COME IL LINGUAGGIO CHE TESTIMONIA IL “DESTINO DELLA VERITA’”. Citazione da La Gloria, Adelphi, Milano 2oo1, p. 22

Il pensiero di Emanuele Severino nell'ambito dell'intero pensiero contemporaneo

Severino nei suoi scritti usa spessissimo l’espressione  “destino della verità” e anche quella “verità del destino”. Sono espressioni che devono essere spiegate ad evitare equivoci interpretativi.

Severino non intende la parola “de-stino” nel suo significato usuale di corso delle cose considerato come predeterminato e indipendente dalla volontà dell’uomo, ma in quello etimologico di stare innegabile dell’essere.

Dunque il de-, per Severino, non ha un valore negativo ma affermativo e potenziante, e stino  significa stare. 

Quindi “destino” indica uno “stare che non cede”, uno “stare” che resiste ad ogni tentativo di abbatterlo e che quindi si pone come “destino della necessità”.

Questo “stare necessario del destino” indica dunque lo stare innegabile ed eterno dell’essere, cioè  l’impossibilità che l’essere non sia. Il fondamento di tale impossibilità sta nell’immediata autonegatività della sua negazione, la quale, nell’implicare la verità di ciò che esplicitamente tenta di negare, nega se stessa proprio…

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GIANFRANCO CORDI’ (docente di storia e filosofia), L’IMPERFETTIBILE. Ovvero: come salvarsi la vita!, novembre 2018

 

«Il capitano Achab non torna più dal viaggio contro l’impossibile» canta Roberto Vecchioni in Canzone per Sergio contenuta nell’album Samarcanda (Philips, 1977).

Mentre Attilio Meliadò, filosofo di Reggio Calabria, ha pubblicato nel 2001 un libro dal titolo Comunità dell’irreparabile. Saggio di metapolitica del Terzo (Franco Angeli).

Dal canto suo Maurizio Ferraris nel Manifesto del Nuovo Realismo (Laterza, 2012) introduce il concetto dell’inemendabile: ciò che non può essere cancellato.

Per Jacques Derrida (nel libro Marx & sons. Politica, spettralità, decostruzione, Mimesis, 2002) la giustizia rappresenta l’indecostruibile.

L’impossibile ovvero ciò che non può essere possibile, l’irreparabile, ciò che non può essere aggiustato, l’inemendabile, ovvero ciò che non può essere emendato e l’indecostruibile, ovvero ciò che non può essere decostruito sono tutte figure di un unico elemento (del discorso filosofico): l’imperfettibile. Ovvero: ciò che non può essere ulteriormente reso perfetto. Se la perfezione è un punto d’arrivo per l’impossibile, l’irreparabile, l’inemendabile e l’indecostruibile si ha allora che questa perfezione (totalità in sé organicamente sciolta in uno sguardo onnicomprensivo non ulteriormente trascendibile) è il punto d’arrivo del discorso al pari di una sentenza della Corte di Cassazione nella Giurisprudenza. Tribunale, Corte d’Appello e Corte di Cassazione (fatta salva la necessaria – ai fini della delucidazione del nostro discorso – eliminazione dell’eventuale ricorso alla Corte di Strasburgo) costituiscono, alla fine di questo iter, lo stabilirsi di una sentenza definitiva.

Perfetta e definitiva è la figura dell’imperfettibile perché da esso non si può prescindere per rendere ulteriormente perfetta e definitiva ogni altra figura. L’imperfettibile è perfetto perché è definitivo. In definitiva: vi è un punto oltre il quale non si può andare: sia esso impossibile, irreparabile, inemendabile o indecostruibile.

Questo limite – che è in fondo il noumeno kantiano, il quale per parte sua è impensabile – costituisce il segnavia di quella strada che fenomenologicamente porta dai fenomeni all’esperienza. Di quella strada che, attraverso l’esperienza (e quindi i cinque sensi) conduce alla metafisica e alla teoria. Ma con un limite: l’imperfettibile.

A cosa ci serve dunque questo imperfettibile? E che cos’è ciò che non può ulteriormente essere reso perfetto?

Prendiamo l’addizione 2+2. Se stabiliamo che il risultato di questa addizione è 3, l’imperfettibile ci dice che non è mai possibile aggiungere 1 per rendere perfetto il risultato di quella addizione. Non si può migliorare nulla. Nulla può essere reso in maniera meglio conforme di quello che è. Tutto è definitivo, al limite, impensabile e imperfettibile.

Cioè, facendo un altro esempio, se si prende la Cappella Sistina di Roma come il massimo dell’arte mondiale (solo per fare un esempio) allora si ha che il gesto pittorico di Michelangelo viene giudicato imperfettibile: non può essere migliorato.

Certo imperfetti siamo tutti ma imperfettibili siamo veramente (o sono veramente) in pochi. Non puoi aggiungere nemmeno una piuma perché quello che hai già di fronte è già perfetto. Oppure, il che è lo stesso, quello che hai di fronte è talmente imperfetto che non può essere raddrizzato o domato in alcun modo. Questa figura (o elemento) dell’imperfettibile arriva a stabilire – essendo definitivo – un punto di rottura col quotidiano, col transeunte, con l’ordinaria vita di tutti i giorni. La vita e la società, come si sa, sono fatte di tante cose non definitive e che spesse volte non hanno punti d’arrivo stabiliti una volta per tutte: si vive… ed è già abbastanza!

L’imperfettibile è dunque al di fuori di questo mondo? L’imperfettibile ci serve solo per fare della metafisica? L’imperfettibile è la realtà? No: esso non è la realtà. E’ il punto d’arrivo della realtà.

Se sono un fumatore e fumo sessanta sigarette al giorno probabilmente sarà imperfettibile il fatto che io possa rimanere vittima di un tumore ai polmoni. Come punto d’arrivo – passando per il calcolo delle probabilità. Ma cos’è il punto d’arrivo della realtà? Alla fine di un monte c’è sempre una valle. Alla fine del mare c’è la terra. Alla fine di un sogno c’è un risveglio.

L’imperfettibile è proprio alla fine del sogno – quando è ancora, però, lontana l’ora del risveglio. E’ la fine! Il concetto della fine! E la fine, come si sa, arriva per tutti… La fine – ogni volta unica, diceva Derrida, la fine del mondo (Jaka Book, 2005) – arriva sempre in un momento preciso.

C’è un film di Woody Allen del 1985 che si intitola La rosa purpurea del Cairo nel quale il protagonista – attore in un film che viene proiettato sullo schermo di un cinema – esce dallo schermo ed entra nella vita di tutti i giorni. Questa è la fine del cinema, il punto di arrivo dello strumento cinematografico. Ma naturalmente, senza entrare nel surrealismo, bisogna solo dire che la fine è un punto di non ritorno, un punto che non ammette transizione, un punto che non è possibile evadere. E così quel personaggio di quel film proiettato sullo schermo giunge alla fine della sua possibile esistenza cinematografica diventando una persona in carne e ossa. Ma questo suo diventare non fa più parte della realtà e tantomeno della sua realtà. E’ un salto oltre la fine che però rappresenta anche la fine del medium cinematografico: oltre quello il cinema non può andare. Da pellicola a persona; da immagini a cose e oggetti naturali della vita di ogni giorno; da immagini a carne e ossa.

Questa doppia fine (double bind, doppio legame, nel libro Speculare – su «Freud», Raffaello Cortina, 2000) fa si che alla fine l’imperfettibile si trovi nella morsa (nella forbice) di una doppia fine: fine della realtà come punto d’arrivo della stessa e fine delle possibilità irrealizzate della sur-realtà. All’interno di questo double bind: la realtà non c’entra più: c’è una fine che si realizza come fine di qualcosa ma non c’è ancora l’inizio di nulla. E’ la fine tout court. Un po’ come se si stesse parlando della morte. Solo che la morte non è l’imperfettibile perché può essere perfezionata da un po’ di vita.

L’imperfettibile invece metafisicamente è la fine perché prima di esso e dopo di esso non vi è nulla: solo un double bind col suo essere fine della fine e inizio di qualcosa. Alla fine del nostro discorso non c’è che la fine! Speculare sulla fine – come ha fatto Massimo Cacciari nel volume Della cosa ultima, Adelphi, 2004 – vuole dire innanzitutto speculare su un punto d’arrivo.

Una riflessione, quindi, che non si spalanca nella meraviglia-sconcerto di un inizio aurorale della filosofia ma che si dimena nelle secche di un attesa-paura della fine. Questo dal punto di vista delle emozioni che sono investite nella fine. Ma dal punto di vista strettamente metafisico? Speculare sulla fine, attraverso l’imperfettibile, ci porta a concludere che la perfezione non può essere ulteriormente migliorata. E che l’imperfezione, se è imperfettibile, non può essere ulteriormenete perfezionata. O imperfezionata! Insomma l’imperfezione è di questo mondo. La perfezione è la fine stessa: il punto d’arrivo. Ma molto meglio è rimanere un passo più in là della realtà nell’imperfezione!


https://www.facebook.com/gianfranco.cordi?ref=br_rs

 

 

COVIELLO DOMENICO, Intorno alla filosofia della morte, Edizioni Aracne, 2018, p. 344. Recensione di Paola Mascolo in La Provincia di Como, 7 novembre 2018

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