nel 1982 W.J. Ong pubblicava un saggio molto interessante, “Orality and literacy. The technologizing of the word” (trad. it., Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, 1986), con il quale venivano studiate le modificazioni e le trasformazioni legate al crescere dell’uso della parola scritta nella storia del pensiero occidentale. In altre parole, Ong esaminò – anche avvalendosi di studi antropologici – come si modificava la capacità di pensare degli uomini a seguito del passaggio da una cultura prettamente orale (“comunità senza scrittura”) ad una cultura chirografica (caratterizzata dalla presenza di scrittura). Egli scoprì, ad esempio, che “il pensiero analitico […] non può essere comunicato, e neppure pensato, in una cultura che non conosca la scrittura alfabetica: le culture ad oralità primaria […] non hanno filosofia” (p. 8) e, aggiungerei, non hanno neppure scienza. Con queste precise parole si esprimeva W.J. Ong: “Differenze di fondo sono state scoperte in anni recenti tra i modi della conoscenza e dell’espressione verbale nelle culture ad oralità primaria, vale a dire culture senza scrittura, e quelli delle culture profondamente influenzate dall’uso della stessa. Con sorprendenti implicazioni: molti dei tratti per noi ovvi del pensiero e dell’espressione letteraria, filosofica e scientifica, nonché della comunicazione orale tra alfabetizzati, non sono dell’uomo in quanto tale, ma derivano dalle risorse che la tecnologia della scrittura mette a disposizione della coscienza umana” (p. 19).
da Bazzani, Fabio, Vitale, Sergio, Lanfredini, Roberta (a cura di), La verità in scrittura.
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