Angelo-Daimon




A proposito del rapporto angelo-daimon su cui Baldo Lami invita a riflettere, debbo dire che mi si è presentato tempo fa, precisamente nel 1998, durante la stesura de Il brusio degli angeli. Saggio etico-politico sui fondamenti del lavoro di volontariato [scarica in formato doc]. In quella che chiamavo Seconda di copertina scrivevo:

Il titolo del saggio è ripreso dall’opera di Peter L. BERGER, A Rumor of Angels. Modern Society and the Rediscovery of the Supernatural, Garden City, N.Y., 1969; trad. it., Il brusio degli angeli, Bologna, 1970. Esponente della sociologia fenomenologica e autore di importanti studi di teologia della secolarizzazione (Le piramidi del sacrificio; La realtà come costruzione sociale), Berger è studioso della «Rivoluzione/Progresso come secolarizzazione della onto-teo-logica».
L’idea a cui rimanda il titolo è quella di una realtà sociale in cui la comunicazione tra individui non è posta più al riparo delle grandi certezze metafisiche del passato o garantita dalle ideologie politiche e religiose. Ogni individuo è solo davanti all’altro. Non più sostenuto da un patrimonio di conoscenze utili per l’azione, il singolo è impegnato a costruire la mappa del territorio che ha davanti a sé e nel quale intende procedere.
L’immagine dell’angelo è presa in prestito da Wallace Stevens, che diventa l’angelo necessario in Massimo Cacciari e poi codice dell’anima in James Hillman. Figura intermedia tra terra e cielo, costituisce il passaggio obbligato per chi si ponga il problema dell’accesso all’invisibile e il problema del rapporto tra visibile e invisibile.
Il brusio degli angeli dovrebbe dare l’idea del parlare sommesso, ma soprattutto dell’espressione di sé di fronte alla Realtà: allude alla capacità di comunicare con l’esperienza altrui. E’ l’immagine difficile dell’ethos del volontario. E’ il suo daimon che parla. La necessità di questo Angelo, la necessità di essere angelo a qualcuno coincide con l’esigenza di dare senso a ciò che vi è per noi. Si tratta solo di un ‘brusio’, perché è un parlare, quello del Volontario, che si produce «nell’impresa ricorrente di conversione di un mondo non intrinsecamente nostro in una realtà con altri durevolmente condivisa» (S.VECA).

Il paragrafo Zero, che intitolai In cammino verso il linguaggio, prosegue così:

In questo paragrafo liminare si parla di esseri intermedi, collocati dalla tradizione tra terra e cielo. Simbolo e cerniera tra i due mondi, gli angeli li riassumono in sé, perché sono messaggeri del ‘mondo delle idee’ presso gli uomini; da entità teologiche si sono fatti nell’arte, nella letteratura e nel pensiero moderni intermediari, protettori, custodi delle cose nascoste, dei misteri, di tutto ciò che è invisibile. Ci vengono in aiuto nella nostra riflessione, in quanto assumono la veste dell’attività rappresentativa della mente; sono emblemi delle ‘invenzioni’ della mente.
La necessità dell’angelo deriva dal fatto che l’esperienza umana si è fatta invisibile. Essa non è più immediatamente leggibile, se mai lo è stato. Tra esperienza e comportamento esiste uno scarto, una cesura difficile da colmare. Il raccordo tra l’una e l’altro è il compito di ogni politica dell’esperienza (R.LAING) che voglia restituire un resoconto credibile della condizione umana del nostro tempo e presentarsi come strumento di interpretazione della realtà che sia utile per l’azione. La necessità della ‘traduzione’ e dell’‘interpretazione’ della realtà dell’altro è la migliore riprova dell’invisibilità dell’esperienza.
L’esperienza del Volontario è il costituirsi di una relazione etica in cui egli ha da svolgere un ruolo che riesce a svolgere solo se è consapevole della propria natura, se l’accetta, se sa renderla visibile – se cioè è in grado di fare esperienza con l’altro -, se è in grado di mettere in relazione, di far parlare il suo daimon con quello dell’altro. Il daimon è l’invisibile di cui parlavamo.
Gli angeli a cui allude il titolo del saggio sono il mio daimon e quello dell’altro che è di fronte a me. Chiamare ‘angelo’ il proprio daimon significa assegnargli il compito di rendere possibile la comunicazione con la parte invisibile dell’altro, con la sua esperienza.
(Chiamare angelo il daimon, infatti, non è appropriato, per il fatto che l’Angelo è la capacità della mente di emanciparsi dai vincoli della necessità, incarnati dal daimon personale. Questa operazione, dunque, si qualifica come ‘assunzione’ del daimon a forza etica costruttiva, come veicolo del senso, primum indispensabile nel circolo della comunicazione).
Occorre ‘tradurre’ e ‘interpretare’ – nel comunicare, dentro la relazione. Il contatto tra le esperienze avviene in una sorta di terra di nessuno da creare ogni volta di nuovo. Perché sia possibile la comunicazione occorre uno ‘spazio linguistico’ comune. La costruzione di questo spazio coincide con il progressivo strutturarsi della relazione etica. Alla base di questa ‘costruzione’ c’è la volontà del singolo. Essa è origine e risultato.

«Ogni parlante è filosofo morale. E la verità è un’assemblea di parlanti» (Karl Otto Apel). Nel flusso della comunicazione, tuttavia, non si dà tutta la verità. Per questo, la tensione etica che ci spinge verso l’altro è scontro con i limiti del linguaggio, conato perenne destinato a ‘sfondare’ l’ordine del discorso per attingere il fondo di indicibile che è proprio dell’esperienza. Dentro questo paradosso del linguaggio, che è paradosso dell’esperienza – per cui essa si dà, ma non si mostra se non nell’evidenza sfuggente di una realtà che si ritrae o che ci si manifesta per enigmi – a noi non resta che avventurarci nel territorio accidentato dell’esperienza altrui, tentando con tutti i sensi di cui disponiamo di definire i lati del mondo a noi sconosciuto. Così facendo, noi parliamo, e parlando cerchiamo l’altro. Cerchiamo il suo senso e aspettiamo che dia senso al nostro parlare, che il suo parlare ‘corrisponda’ al nostro parlare.
Se paragonato al canto degli Angeli di fronte all’Altissimo, questo parlare è un sommesso bisbiglio, un impercettibile brusio, quasi un’infrazione alla regola del cielo che vuole l’Angelo ‘perso’ nella contemplazione del suo Creatore. Nella realtà mondana, essere angelo a qualcuno significa essere interessati all’esperienza altrui, all’irriducibilità di quell’esperienza, perché si tratta di farla sussistere nella sua realtà ‘biografica’ e ‘temporale’, ‘animica’, presso di noi.
La contestualità delle due esperienze nella ‘prossimità della distanza’ è comunicare. Ma ciò che viene messo in comunicazione è la parte nascosta di sé, e non siamo di fronte a un Giudice che stia lì a regolare e a garantire il flusso della comunicazione. Siamo soli. Il brusio degli angeli è questa comunicazione tra invisibilia.

La scienza delle cose invisibili è patrimonio di molti uomini ed ognuno la costituisce per sé, intrecciando relazioni significative con coloro che riconosce come propri simili. Essa si costruisce giorno dopo giorno, a brano a brano, con la gioia e col dolore, che sono gli strumenti con i quali si misurano la prossimità e la distanza, il grado di riconoscimento di cui ci è dato godere, l’altezza che abbiamo raggiunto, il diritto di esistere. Un uomo negato, infatti, è un bisogno di corrispondere e di vedersi corrisposti frustrato. Se le cose che abbiamo visto ci aiutano a vedere sempre di nuovo, e il rivedere è adagiarsi nel tepore del consueto, del familiare, dell’accogliente, in sostanza è davanti allo sguardo dell’altro che si compie la nostra esistenza.

Se il coraggio dell’inizio, se il coraggio come virtù dell’inizio ci consente di ‘avviare’ la nostra esistenza, è solo l’altro che permette l’esplicarsi della virtù della perseveranza e dunque la possibilità del ‘compimento’, della realizzazione.
Essere angelo a qualcuno è cosa difficile, perché siamo protesi piuttosto verso l’angelo che deve soccorrere noi. Solo occhi di seconda vista sanno vedere l’altro che è in noi, come l’altro che è fuori di noi. Dentro l’oscillazione tra questo altro e quello si dà visione.
L’essere fissato dalla scienza della natura è qui piuttosto forma, espressione vivente di un darsi e di un ritrarsi costante tra i quali è necessario prevedere ascolto ed interpretazione. Il risultato della conoscenza non è un concetto, ma il dispiegarsi rinnovato di una biografia, il farsi biografia di una vita che si era ridotta ad oggetto delle ‘scienze del corpo’ e a ‘cartella clinica’.
Ma nella vita di un uomo e della vita di un uomo non c’è alcun segreto da carpire. Si tratta, piuttosto, di vivere con. Solo a queste condizioni sarà possibile dare senso, costruire il significato, tracciare il disegno di una biografia. Gli uomini hanno solo vite da vivere, posti da occupare, possessi da rivendicare. Se imparassero a consistere qui e ora dentro i provvisori confini che ad ognuno è dato abitare, forse riuscirebbero a cogliere nel caduco la scintilla di eterno che pretendono dall’altro.
La linea sottile che divide due esistenze è anche quello che le unisce. Tutto dipende dall’uso che facciamo del segno che fisserà i confini e le rispettive identità. Costruire relazioni significative è il compito dell’intera esistenza di ognuno di noi. Fare esperienza poi, cioè rendere evidente la propria relazione con le cose del mondo e con le persone, è volere che file di continuità si stabiliscano; è, ancora, dare senso, l’espressione più propria dell’umano.
Esperienza e storia sono i frutti della presenza dell’uomo. Le sue istituzioni e i modi del suo consistere, la consistenza del suo radicamento e la forza della sua visione conferiscono valore ai prodotti del suo fare.
Il nucleo nascosto del suo vivere è la matrice di ogni cosa buona e cattiva. Dentro ogni individuo si nasconde un daimon, un genius, «angelo», «anima», «paradigma», «immagine», «destino», «gemello interiore», «compagno dell’esistenza», «custode», «vocazione del cuore». A seconda del significato che nelle diverse culture è stato assegnato al daimon, il destino personale è risultato più o meno determinante. Abitante di una «regione mediana» (metaxu), il daimon ci aiuta a spiegare, ad esempio, il carattere nello stesso tempo celestiale e terreno dell’amore.

Affermare che il nostro ethos è il nostro daimon è come affermare che ‘decidiamo’ la nostra natura. Ma decidere significa qui solo scegliere, introdurre elementi di dinamismo etico nel flusso della vita, è il farsi esistenza della vita. Il marchio individuale di una vita, il carattere personale di una vita è esistenza. Esistere è progettare, sollevarsi al sopra dell’orizzonte della pura quotidianità, per cogliere i sensi nascosti della realtà che ci circonda e del nostro paesaggio interiore. Realizzare la propria natura, esplicarsi e manifestarsi al mondo non significa, però, solo protendersi nell’ek-stasis mondana: si tratta di accettare quello che si è, essere se stessi, divenire se stessi. Con questo bagaglio di libertà e necessità andiamo incontro all’altro.

Le voci del mondo si lasciano percepire, tuttavia, solo da chi è disposto a custodirle nel proprio cuore, comprendendole come «il perfettamente distinto», come quell’unico ed irriducibile che costituisce la vita di ogni uomo. Mantenere intatto ogni ‘grumo’ delle esistenze con le quali entriamo in relazione equivale ad accogliere: è questa capacità di percepire e far sussistere dentro di sé i contrasti e l’inaccettabile contraddittorietà del vivere altrui la vera giustizia.
Il tratto distintivo dell’alterità è l’invisibile del daimon personale. La relazione è tra invisibilia. Il contatto che si stabilisce tra le persone coinvolge le dimensioni profonde dell’essere, piaccia o no. La migliore conoscenza di sé che l’Operatore ha da esibire è alla base dell’empatia, cioè della regolazione della distanza. Quest’ultima istituisce le coordinate spaziali e temporali dell’esperienza. L’ordine del discorso fonda e dà senso all’esperienza, amplifica le voci dell’altro, disegna volti e assegna nomi. A sua volta, parla, sommessamente. Quel brusio è il ritmo proprio dell’esistente, del nostro come dell’altro. Essere qui è bello, se si è in ascolto.

Nel corpo del saggio, infine:

VII. ETHOS ANTHROPOI DAIMON

[ La relazione con il ragazzo e la sua famiglia è definita etica. La relazione etica e non psicologica allude ad un legame originario, a un fondo comune che è dato dalla comune appartenenza di genere.
Essere parte del genere umano, richiede un’etica originaria, un quadro di regole, cioè, che trovi il suo fondamento nell’ethos, nel costume collettivo. Ma ethos, come è detto nel titolo del paragrafo, rinvia a daimon: un filologo ha proposto di tradurre quel frammento del filosofo greco Eraclito come se ethos avesse in comune con daimon una radice in quello che di proprio, di soggettivo c’è in ognuno di noi.
Il mio ethos è il mio daimon. La mia moralità trova la sua radice originaria nel mio modo di essere. Incontrerà l’ethos dell’altro nel suo daimon. Il demone è quello che ci spinge ad agire. ]

Il rapporto che si istituisce sul campo con il ragazzo e con la sua famiglia si definirà sempre più nell’ambito di una cultura della RELAZIONE ETICA. L’azione educativa è anche etica, in quanto mira ad instaurare un insieme di comportamenti finalizzati ad un valore. Ciò che si tratterà di fondare è la possibilità di un ethos comune.
L’azione di volontariato incontra il suo fondamento in un’ETICA ORIGINARIA, nel riconoscimento che Ethos anthropoi daimon, che significa: «Demone a ciascuno è il suo modo di essere». Ethos, più che il comportamento collettivo o il costume, come abitualmente si dice, designa il modo di essere. Designa il modo di essere di ciascuno inteso nella sua irripetibile unicità: il modo di essere che è suo, che gli è proprio. L’etimo stesso di ethos contiene una radice che allude al suo, al . L’ethos pertiene all’esistente umano nella sua unicità. Indica ciò che è proprio dell’unico. Per questo esso corrisponde al daimon.

*

L’emblema dell’angelo rinvia per me all’agire sociale, è figura della volontà della mente di sollevarsi al di sopra del dolore e della morte, per affermare la parola possibile, la felicità dell’opera.

La trascendenza personale è tutta qui, in questo scorcio d’opera: ho tagliato l’immagine per dire questo frammento. Non per amore del frammento e del caduco! Piuttosto, per fermare in immagine lo sforzo da compiere: da questo ‘particolare’, che è il quotidiano, si tratta sempre di nuovo di risalire alla sorgente (Die Quelle). Da lì soltanto è possibile contemplare la vita e darle senso.

Questo angelo viene da un cimitero monumentale. Il fiore che stringe tra le mani è rivolto verso il basso. Per me significa un amore perduto, malinconia d’amore, consapevolezza della perdita, miseria e abbandono. Ma angelo e fiore sono! Un transito necessario, questo. Occorre fare ripetutamente l’esperienza del dolore, per temprare l’anima. Solo attraverso l’esperienza del dolore si dà il governo di sé. Il governo dei sentimenti poggia su quella esperienza.

5 pensieri riguardo “Angelo-Daimon

  1. La riflessione/dialogo su questo tema la ritengo cruciale per il destino dell’uomo. Contributo oltremodo interessante il tuo che dimostra come siamo vicini pur nella lontananza, ma che va incarnato, messo in pratica nelle nostre vite per non “precipitare” nell’astratto o in un vaniloquio intellettualistico che lascia il tempo che trova. La comunicazione tra “invisibilia”, che si può chiamare anche “rapporto d’anima”, o è un fatto concreto o non è.

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  2. Sì.I miei scritti – che sono pochi e brevi – ‘provengono’ dall’esperienza di lavoro sociale condotta nel Centro di ascolto: non c’è niente in quello che scrivo che non sia ‘dettato’ dall’esperienza.Ti farò conoscere tutto quello che ho scritto.

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  3. Non lo dicevo riferito a te, scusa, ma a tutti noi, la tendenza all’astrazione è molto forte, in buona parte per evitare l’impegno relazionale cui l’altro ci richiama, persino un animale, una pianta (la cura), è un impegno, una responsabilità immane l’appello etico suscitato dalla “indigenza del volto dell’altro” di Lèvinas; di contro c’è forse anche una possibilità di astrazione “positiva” da tale impegno, nel senso che devo anche mantenere me stesso, sapermi riposare in me (come libero pensiero), non perdermi, non collabire, non con-fondermi con l’altro (perchè l’altro anche ti fagocita, del resto è affamato per natura, come me, anzi, forse sono proprio “io” colui da cui devo salvarmi più di ogni “altro”), pena il non esserci della relazione. Questo discorso è veramente fondamentale, ha una molteplicità di articolazioni e sono contento che si sia aperto e si stia sviluppando in queste pagine. Infine mi farà senz’altro piacere conoscere i tuoi scritti e magari acquistarli.

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