Vincenzo Guarracino, Un poeta della scienza: ALESSANDRO VOLTA, ottobre 2017

Un poeta della scienza

Alessandro Volta 

Poeta “lucreziano”, poeta cioè che celebra le conquiste del pensiero e della Scienza, in accordo con lo spirito dell’epoca, Alessandro Volta (Como, 1745 – 1827), uno dei più famosi fisici della storia, il cui nome è legato all’elettricità, la cui unità di misura, il volt (V), prende proprio da  il suo nome?

A giudicare da certe superstiti prove giovanili, sì. Versi composti all’età di poco meno di vent’anni, nel 1764, e pubblicati postumi e mai realmente apprezzati nella loro specificità, relegati come sono al ruolo di “presagi” di un genio precoce, rivelando comunque, fin dall’argomento trattato, il mondo dei fenomeni naturali che sarà il campo degli interessi e studi dell’età matura del giovane autore.

Si tratta di un poemetto didascalico in latino, comprendente 500 esametri di non spregevole fattura e dedicato all’esposizione delle recenti scoperte dell’”oro tonante”, della polvere pirica e dei fuochi fatui, in cui il giovane autore mette a frutto non solo un bagaglio letterario disinvoltamente padroneggiato ma anche precise competenze in materia, con la coscienza di chi sa di assolvere una missione di civiltà in nome della scienza, dispiegando il tutto nel linguaggio della poesia, in una interessante miscela di immaginazione e riflessione, a riprova di una curiositas nutrita in giusta dose di entusiasmo e ragione, non diversamente da un altro poemetto perduto, anch’esso in latino, Stagioni, composto addirittura di 800 versi, ricordato dal coetaneo e amico, il canonico Giulio Cesare Gattoni.

Pubblicata per la prima volta nel 1899 dal pronipote Zanino Volta, scopritore del manoscritto leopardiano Appressamento della morte, che ne fece anche una traduzione in versi sciolti, l’opera è apparsa ai suoi non molti studiosi per quel che è, e cioè poco più di una scolastica esercitazione, intrisa di entusiastica ammirazione per il trionfo di Sofia, la “Scienza”, a testimonianza di un faticoso processo di chiarificazione delle ragioni esistenziali e morali da parte di un giovane alla scoperta del suo futuro, che, pur senza rivelare “veri lampi di genio”, come onestamente rileverà più tardi lo storico Giuseppe Brambilla, dimostra la volontà di mettere a frutto i suoi studi in direzione di un mondo di interessi sicuramente poco da altri contemporanei frequentato.

Nel segno della poesia, che qui reclama il suo diritto a spaziare sublimiori, uberiorique campo, “liberamente in campo più sublime ed ubertoso”, si celebra, in verità, come nota Francesco Lo Moro, “il congedo della Musa”, l’abbandono delle illusioni poetiche adolescenziali, delle larve di gloria e degli allori del Parnaso arcadico di tanti oziosi contemporanei, per accingersi ai ben più seri impegni della ricerca scientifica: “Il culto della scienza, in quanto sentimento vissuto intimamente, diventa nell’intelletto pensiero coerente. D’ora in poi, la sintesi logica si fa sempre più forte. L’animo è caldo, ma la riflessione disperde il nucleo sentimentale. Nello stesso tempo, la potenzialità poetica, l’immaginazione, non si annullano, ma, subordinandosi, si apprestano a rendere alla scienza e allo scienziato insigni servigi”.

Che la poesia non sia poi scomparsa del tutto dall’orizzonte morale dello scienziato, lo testimoniano 14 componimenti (11 sonetti, un’anacreontica, un poemetto e un “capitolo bernesco”), per lo più d’occasione, sia in italiano che in francese.

Di questi, la maggior parte rivelano chiaramente la loro destinazione di scritti su commissione, secondo un uso diffuso nella società dell’epoca. Si tratta infatti di composizioni dedicate a monacazioni e nozze, in cui religiosità e pastorellerie alla moda si mescolano con grande disinvoltura, in uno stile spesso enfatico e solenne, che solo a tratti si riscatta da una greve convenzionalità, come per la vestizione  religiosa della nobile Maria Antonia Gaggi, avvenuta nel Monastero della SS.Trinità di Como, 1769, per la quale compone sia un sonetto in italiano che uno in francese. In esso, giocato sull’allegoria fanciulla-fiore, prende vita un tenero quadretto naturalistico, la cui leggerezza e fluidità espressiva è arricchita dall’eco di celebri modelli letterari (Catullo, Ariosto) e alla cui bellezza contribuisce non poco anche la leggerezza e fluidità espressiva, come si può rilevare e apprezzare dai versi della prima terzina, in cui invita la “Vergin” a rispondere con entusiastico abbandono alla chiamata divina: “Ah, non t’arresta: / La voce sua non è fragor di tuono; / Voce è d’amor, ch’ogni durezza spetra”.

Particolarmente interessante, perché aggiunge una nota davvero diversa all’immagine dello scrittore, è anche il “capitolo bernesco” in endecasillabi a rima alternata, in cui in tono amabilmente caricaturale viene tratteggiata una figura tipica del costume settecentesco, quella del “galante”, dell’altrimenti detto “cavalier servente”, che diventa pretesto per una satira a tratti anche amara dei vuoti riti di mondanità e galanteria di una società non soltanto comasca dell’epoca, quella per intenderci  che vede il trionfo del “lombardo Sardanapalo” di pariniana memoria. Bastino alcuni versi, non tutti in verità di specchiata fattura, in cui si descrive il suo gran darsi da fare per soddisfare le tante donne che lo fanno oggetto delle loro attenzioni: “Quante volte non sa trarsi d’impaccio / il pover’uomo! E scende, e vola, e sale / per dar a questa e a quella ognor il braccio; // Va, corre che neppur vede le scale, / di qua, di là, veloce sì che appena / tanto correr potria chi avesse l’ale; // Qualor poi una a braccio o due ne mena / è proprio a pasto, e innanzi restar privo / di servimento starìa senza cena”.

Di intento celebrativo è invece il poemetto Omaggio al sig.di Sossure, in terzine, composto nel 1787, per salutare la scalata del Monte Bianco effettuata dall’amico scienziato Orazio Benedetto De Saussure. Privo com’è di calore ed eccessivamente lungo (ben 199 grevi endecasillabi), il poemetto raramente si riscatta col suo stile paludato dallo stanco ossequio ad una moda, quella della poesia d’occasione, che il Volta dopo quella data abbandonerà definitivamente.

VINCENZO GUARRACINO

EUGENIO CAU, Il libro è morto ma è risorto: perchè gli ebook non riescono ancora a soppiantare i volumi di carta? Una questione di tecnologia – articolo a partire dal libro THE BOOK di Keith Houston,  in Il Foglio 31 ottobre 2016

per capire l’apparente invincibilità del libro cartaceo in questa guerra con il digitale, la cosa più utile è iniziare a considerare il dato più materiale del libro, il suo essere un pezzo di tecnologia prima ancora che un vettore di cultura. Il libro, infatti, è uno dei più antichi oggetti tecnologici ancora in uso, se non il più antico di tutti, e la sua permanenza millenaria, sebbene in forme differenti, è il frutto di un’evoluzione lunghissima che lo ha reso un pezzo di tecnologia sorprendentemente raffinato.

Qui entra in gioco Keith Houston, citato all’inizio di questo articolo. Houston è l’autore di “The Book”,

In “The Book”, Houston racconta la storia dell’oggetto-libro trattando una a una le parti che lo compongono: la pagina, il testo, le illustrazioni, la forma. Ciascuna di esse è il frutto di millenni di evoluzione e di invenzioni perfezionate nei secoli, di trovate geniali misconosciute e riscoperte, e soprattutto di un lavoro portato avanti in parallelo da grandi civiltà in tutti gli angoli del globo, dalla Cina imperiale al mondo ellenistico, dai regni mesoamericani all’Inghilterra della rivoluzione industriale. L’impressione che ne deriva è che non solo il libro è forse la più antica tecnologia ancora in uso, ma che nessun’altra tecnologia abbia mai ricevuto l’attenzione e lo studio continuato di uomini d’ingegno per un periodo di tempo altrettanto lungo (millenni). Al confronto, la tecnologia ancora incerta degli ebook non regge.

Sorgente: Il libro è morto ma è risorto – Il Foglio

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THE BOOK by Keith Houston | Kirkus Reviews

“Chiunque abbia mai letto un libro beneficerà il modo in cui Keith Houston esplora la più potente oggetto del nostro tempo. E tutti coloro che hanno letto sarà d’accordo che i rapporti della morte del libro sono stati enormemente esagerati. “- Erik Spiekermann, tipografo Possiamo amare i libri, ma sappiamo cosa c’è dietro di loro?

Nel libro, Keith Houston rivela che la carta, l’inchiostro, filo, colla e bordo da cui si ricava un libro raccontano come ricco di storia come le parole sulle sue pagine-di civiltà, imperi, l’ingegno umano, e la follia. In una storia invitante tattile di questo 2000 anni di media, Houston segue lo sviluppo della scrittura, la stampa, l’arte di illustrazioni, e vincolante per mostrare come siamo passati da tavolette cuneiformi e rotoli di papiro alle rigide e tascabili di oggi. Certo per deliziare gli amanti dei libri di tutte le bande con le sue lussureggianti, illustrazioni a colori, il libro ci dà la storia importante e sorprendente dietro la tecnologia più importante e universale-informazione dell’umanità.

Sorgente: THE BOOK by Keith Houston | Kirkus Reviews

Alberto Beretta Anguissola, Il lettore innamorato, Carocci editore

Leggendo alcuni grandi capolavori della letteratura, può capitare di chiedersi: “Perché queste pagine mi piacciono tanto? Perché non riesco a staccarmene e resto a leggere fino a notte fonda? Perché mi sono così affezionato a questo personaggio? Quali sono i trucchi usati dall’autore per ottenere questi risultati?”. Non è facile rispondere. Possiamo comunque constatare che, per “sedurre” il lettore, anche i più grandi scrittori hanno spesso fatto ricorso agli espedienti che utilizzano i  professionisti della pubblicità quando inseriscono nelle réclame signorine alquanto svestite o robusti toraci di giovanotti palestrati. Come quei bravi “pubblicitari”, dall’antichità al primo Novecento, essi hanno fatto ricorso alla bellezza dei personaggi per farci innamorare delle loro opere.

Sorgente: Carocci editore – Il lettore innamorato

Nel ricordo dell’aria – Alfonso Gatto

Poesia in Rete

Foto di Carlos Solito Foto di Carlos Solito

Al vento triste, gracile corallo,
piega la sera i lumi
e di deserto canto è vuoto il golfo:
a barche morte
l’ombra declina in quiete
come la luna serenata ai tetti
lentamente s’illumina, ed odore
freddo di stanza al chiaro inverno ride.

Notte di luna scende al pigro sonno
ed al ricordo imbianca
strade remote, nella calma s’apre
perduto il cielo.
Ai vetri d’aria
la riva tocca armoniose stanze
e sorge in nenie desolate al fondo
della notte marina.

Immagino odorosa morte al verde
e mormorato a sonno
il tepido oriente arena ad ore
calme nel mare.
Di rosea neve smorto
il golfo passa al fumo del vulcano
nel ricordo dell’aria e sembra suono
fioco dei vetri l’alba da lontano.

Alfonso Gatto

da “Poesie 1929-1941”, “Lo Specchio” Mondadori, 1961

In  “Morto ai paesi”, Guanda, Modena, 1937, (dove la lirica è dedicata «a Carlo Bo»), il distico…

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In morte di Fernanda Pivano: declino e morte del mito americano fra gli intellettuali di sinistra, 19 agosto 2009

 

 

Fernanda Pivano ha vissuto la sua vita in modo creativo ed intenso: fortunata lei e bravo il suo angelo custode.

In una giornata piena di elogi per la sua opera, individuo una traccia minore che parla della unilateralità delle culture ideologiche e dei cicli letterari del “mito dell’America”.

Fernando Pivano negli anni Quaranta,  aiutata da Cesare Pavese, contribuì a tradurre e diffondere in Italia gli scrittori americani, che vennero usati in chiave antifascista.

Tuttavia questa fiammata, carica di soffi ispirati alla libertà individuale, durò poco. Già negli anni Cinquanta la sinistra italiana tornò al mito comunista e a collocarsi sul contraddittorio confine del totalitarismo stalinista e post-stalinista.

 

DECLINO E MORTE DEL MITO AMERICANO

 

Il mito non si presenta come un blocco compatto, ma con vette, cupole, pianure: una cupola negli anni 1930- 1935 (i grandi articoli di Pavese); una pianura fra il 1934 e il 1940, con due depressioni più accentuate, nel 1936 e nel 1938; una vetta, il punto culminante, nel 1941-42 (Americana di Vittorini); poi, una lunga esten­sione declinante in dolce pendio, interrotta qua e là da alture, quali la montagna di traduzioni nell’Italia libe­rata (1944-46), e il vulcano in eruzione del «Politecni­co» (1945-47). Dopo, è il declino irrimediabile, fino al livello dello zero raggiunto nel 1950.

[ …]

L’illusione americana, nell’euforia della Liberazione, dura ancora uno o due anni. Nel 1947, nessuno dubita che essa sia tramontata, nello stesso modo in cui ha fatto cilecca l’alleanza fra il partito cattolico e i socialisti e i comunisti. Pavese non trova più romanzi americani degni di essere introdotti in Italia … Nello stesso 1947, Vittorini inter­rompe il suo secondo discorso sull’America, quella Bre­ve storia della letteratura americana rimasta ferma al­l’epoca dei pionieri. Il fatto è che egli si persuase allora, come confesserà in seguito, che la « nuova leggenda », celebrata con tanto entusiasmo nel commento ad Ame­ricana, era morta, ed era morta bambina. « Contavo su William Saroyan; e Saroyan non ha fatto che ride­scrivere continuamente gli stessi gesti fino a renderli in poco tempo privi di ogni incentivo per chiunque, e mec­canici, vuoti. Contavo su Erskine Caldwell; e Caldwell… oggi si confonde coi più estemporanei produttori di let­teratura industrializzata ». Stessa delusione a proposito dei giovani dell’anteguerra, John Fante, Richard Wright, e dei giovani del dopoguerra, Nelson Algren, Norman Mailer, Saul Bellow, Truman Capote, Wright Morris, Flannery O’Connors.

Né Pavese né Vittorini continuano ad occuparsi di letteratura americana, dopo il 1947, se non per esprime­re i loro dubbi e i loro pentimenti. Le cause di questo di­sincanto possono essere divise in tre categorie.

 

  1. – Cause politiche

Sono le più evidenti. Il mito dell’America poggia fin dagli inizi su un paradosso: se conseguente con se stes­sa, mai la sinistra intellettuale italiana avrebbe scelto gli Stati Uniti capitalisti come terra di esilio. Li ha scelti per solidarietà sentimentale con gli emigrati di Sicilia

e per reazione contro le ingiurie rivolte dalla propaganda fascista all’indirizzo della giudeo-plutocra­zia di New York. All’indomani della Liberazione, è nor­male che la contraddizione esploda: la sinistra marxista ritrova la sua vera patria, la Russia sovietica, e gli Stati Uniti si rivelano per quello che sono: una potenza eco­nomico-finanziaria con fini imperialisti. L’inizio della guerra fredda, il calare del sipario di ferro mostrano ad ognuno che si deve scegliere tra Est ed Ovest: e siccome in quegli anni il cuore è ad Est, si ha la ten­denza a denigrare l’Occidente. ….  Pavese constatando il declino della cul­tura americana, si pone il problema sulle colonne del-YUnità, il giornale del Partito comunista italiano. « Ci pare che la cultura americana abbia perduto il magiste­ro, quel suo ingenuo e sagace furore che la metteva al­l’avanguardia del nostro mondo intellettuale. Né si può non notare che ciò coincide con la fine, o sospensione, della sua lotta antifascista… Senza un fascismo a cui op­porsi, … senza un pensiero e senza lotta progressiva, rischierà anzi [l’America] di darsi essa stessa a un fa­scismo, e sia pure nel nome delle sue tradizioni mi­gliori ».”

Notiamo il tono moderato: Pavese esprime delle per­plessità più che delle certezze. Non si assiste a una pa­linodia. Pavese è sì comunista, adesso, ma non dà certo alle fiamme ciò che ha adorato. Allo stesso modo Vit­torini, comunista anche lui, non baratta il suo mito americano per un mito dell’U.R.S.S. : non dà ragione né a Steinbeck né a Fadeev, l’uno e l’altro colpevoli, ai suoi occhi, di cadere in un conformismo post-rivolu­zionario.

Nello stesso modo in cui il mito dell’America, molto più che un’infatuazione letteraria è stato per Pavese e Vittorini un’esperienza cruciale, così il declino del mito lascia in essi un vuoto che niente più può colmare. Nel giugno 1950 scoppia la guerra di Corea. La sinistra deve abbandonare definitivamente l’America, non senza una stretta al cuore. Il 1950, in questo campo come negli altri, segna la fine di un’epoca.

 

  1. – Cause filosofiche

Fin dalla sua nascita, il mito dell’America poggia su una seconda contraddizione, che esplode pure dopo la caduta del fascismo. La nuova leggenda dell’uomo, quella che Pavese e Vittorini hanno creduto di trovare in America, è una leggenda ottimista, che celebra la di­gnità dell’uomo, la vittoria della « purezza » sulla « cor­ruzione », vittoria conquistata a caro prezzo e rimessa in discussione di continuo, ma la lotta contro le forze che soffocano e alienano l’uomo è di per sé la migliore testimonianza della rinascita dell’uomo, della fiducia in se stesso che l’uomo riacquista dopo secoli di tenebre, d’incultura e di rassegnazione.

Ora, quale nuovo avvenimento prodottosi dopo la guerra rivela l’inconsistenza di questa metafisica dell’uo­mo e, nel contempo, l’errore d’interpretazione commes­so a spese della letteratura americana? Quale nuovo av­venimento indica che l’uomo svincolato dall’umanesimo borghese non è affatto un uomo che cessa di essere alie­nato, non è affatto un uomo fiero della sua dignità di uomo, come invece piaceva credere ai cuori sentimen­tali? Quale nuovo avvenimento mostra che la letteratura americana ha contribuito meno di ogni altra a questa illusione?

L’avvenimento è il folgorante propagarsi dell’esisten­zialismo nell’ambito della cultura europea e la scoperta che, sì, c’è un uomo nuovo, in effetti, ed è un uomo i cui tratti derivano in parte dai modelli americani: ma quest’uomo è tutto il contrario del tipo che i cuori sen­timentali si attendevano, quest’uomo è un puro nulla. Sartre e Camus sviluppano al massimo le premesse filo­sofiche contenute nei romanzi americani e approdano alla descrizione di un mondo vuoto e arido, senza ani­ma e senza lacrime. …

Le intuizioni di Pavese e Vittorini, disseminate lungo vent’anni di scritti, tanto più valore hanno, in effetti, quanto meno si cerchi di codificarle troppo rigorosamen­te. Sarebbe posto in evidenza come non solo si siano « sbagliati » sull’America — ciò avrebbe poca importan­za, dopotutto — ma anche come la loro filosofia sia una chimera da sognatori. Quel che può insegnare la let­teratura americana è una visione totalmente nichilista dell’uomo: dunque è giusto riconoscere che l’esistenzia­lismo francese ha raccolto tale insegnamento, e che solo esso l’ha raccolto, quando il sentimentalismo italiano viene già a trovarsi spoglio di ogni sua speranza.

Come dubitare di questo, quando si vede Vittorini rinunciare a scrivere quasi nello stesso momento in cui rinuncia a mitizzare l’America? Dopo Le donne di Mes­sina, un grosso romanzo pubblicato nel 1949, egli in­terrompe per sempre la sua produzione romanzesca, fat­ta eccezione per un solo racconto, La Garibaldina, ap­parso nel 1956 (può darsi che si scoprano degli inediti: resta il fatto che egli avrà dubitato a tal punto di sé da non voler più consegnare al pubblico i propri lavori). Si è tentati di concludere che Vittorini rinuncia a scrivere perché, insieme con l’inconsistenza della sua chimera americana, scopre il vuoto della sua filosofìa, l’esagera­zione retorica del suo ottimismo sentimentale.

La cosa più strana però è che, malgrado la loro in­terpretazione sbagliata della « nuova leggenda », tanto Vittorini quanto Pavese riuscirono a scrivere romanzi molto più belli di quelli di Sartre o di Camus. Nessun romanzo esistenzialista francese si può paragonare a Conversazione in Sicilia o a La Luna e i falò. Se dun­que l’esistenzialismo francese ha raccolto l’insegnamento teorico degli scrittori americani, si deve fare osservare come, guidati dal loro mero istinto, i romanzieri italiani abbiano saputo trarre dal messaggio americano una le­zione più vitale, un’ispirazione più profìcua.

Forse la differenza fra l’atteggiamento francese e l’atteggia­mento italiano verso la letteratura americana si può riassumere in due nomi : Faulkner e Melville. Il mito francese si cristallizzò su Faulkner, il mito italiano su Melville. Melville è rimasto sempre il parente povero dei grandi stranieri introdotti in Francia; lo stesso si può dire per Faulkner in Italia. Dobbiamo dedurre che il largo afflato poetico di Moby Dick è più congeniale al temperamento ita­liano, come la disperazione caotica di Sanctuary è più congeniale al temperamento francese?

 

  1. – Cause psicologiche

Più aspramente deluso di Vittorini, ferito più pro­fondamente, Pavese non rinuncia soltanto a scrivere: Pavese si uccide nel 1950, e questo suicidio rivela, a quanti avrebbero potuto ignorarlo, l’angoscia in cui lo scrittore piemontese non cessò di dibattersi e il signifi­cato profondamente pessimistico della sua opera. Se egli arrivò a celebrare la virtù tonica di Melville e a cercare in America le ragioni per riacquistare la fiducia nella dignità dell’uomo, si comprende ormai che ciò non fu per intonare un peana sentimentale in gloria del genere umano, ma per riattaccarsi a un qualcosa che fosse me­no insopportabilmente sinistro della sua infelicità, per sopravvivere.

Parimenti scolastici, per lo spirito e per lo stile, sono gli articoli e i saggi dei nuovi americanisti: da Salva­tore Rosati a Fernanda Pivano, da Paolo Milano a Ga­briele Baldini. Nomi ai quali bisognerebbe aggiungere, ora, quelli di Agostino Lombardo e Vito Amoruso, di Nemi D’Agostino e Glauco Cambon, di Biancamaria Tedeschini ed Elémire Zolla. Tutti, o quasi tutti, pro­fessori nelle università italiane, hanno sovente studiato o insegnato per qualche anno in una università ame­ricana. Dal 1956 al 1964, essi pubblicano a Roma una rivista (« Studi americani ») che esamina metodologica­mente gli autori che la generazione del 1930 aveva sco­perto un po’ a casaccio, che rimette ordine, traccia pro­spettive e nel contempo rivede i giudizi espressi dagli illustri predecessori. È così che si torna a Emily Dickinson e a Henry James, per correggere la leggenda di un’America « barbara », violenta e antiumanista. È così che si assegna un ruolo più modesto a Sherwood Ander­son e a Lee Masters, a Saroyan e a Caldwell, che si rie­suma Fitzgerald e si accorda il primo posto —- senz’altro meritato — a Faulkner.

Sarebbe inutile tanto rimpiangere il caos eroico degli anni Trenta quanto rallegrarsi perché si dispone infine di un metodo storico per poter apprezzare nel loro giu­sto valore gli americani. Ciò che bisogna comprendere è questo: lo spirito dei tempi è mutato. La prima ge­nerazione di americanisti — i Cecchi, i Praz, i Linati — si era servita dell’America per illustrare una certa con­cezione dell’uomo. La seconda generazione —, i Pavese, i Vittorini, i Pintor —- se ne servì per illustrare una concezione opposta. Era inevitabile che l’ultima parola toccasse a una terza generazione, quella degli storici e dei professori, i quali studiano le cose come sono e non già secondo prevenzioni ideologiche.

 

In Dominique Fernandez, Il mito dell’America negli intellettuali italiani, Salvatore Sciascia Editore, Roma/Caltanisetta, 1969, p. 103-112

teatro di NANDO GAZZOLO, Visione – da H. P. Lovecraft 

Liberamente tratto da H. P. Lovecraft – adattamento, voce, live electronics e musiche di Matteo Gazzolo.
“Visione” è uno studio di teatro sonoro sull’opera del controverso e oscuro scrittore H. P. Lovecraft, considerato uno dei padri del fantasy e della fantascienza.

Quando diversi anni fa mi resi conto che il teatro mette in scena, in realtà, un mondo invisibile, cominciai ad indagare (senza mai più interrompere questa mia ricerca, realizzando molte versioni di teatro sonoro) nei testi sacri, nei miti, nelle leggende, nelle fiabe, nell’opera dei poeti classici e, ovviamente, anche nella vasta produzione di racconti del mistero che fin dall’800 hanno invaso, e con sempre maggiore successo, il mercato editoriale mondiale.

L’opera di Lovecraft, pur essendo molto affascinante, mi ha sempre ispirato una certa diffidenza, sia per lo stile a tratti molto ridondante, sia perché il suo è un immaginario senza speranze, dove il nulla, l’estinzione della vita e la fine di tutto il mondo sono ineluttabili conseguenze.
Eppure, Lovecraft ha anche un aspetto profetico, chirurgicamente critico verso il mondo moderno, che egli (a mio dire, giustamente) vede intriso di una scienza fredda, meccanicista, che invece di illuminare le nostre coscienze sui segreti del vivente ci porta ad una conoscenza oscura, che genera incubi, paure e dannazione.

In “Visione”, storia di carattere onirico, tipica dell’autore, ho dato una mia personale interpretazione dei testi originali, in alcun modo filologica, cercando una luce, “quale-che-fosse”, nell’incubo senza speranze dell’opera di Lovecraft.
Ho costruito un mondo sonoro cinematico, ma non ho spinto su musiche dalle tonalità più scure e sulle dissonanze, bensì su tratti anche ariosi, su accordi che possono aprire spazi e permettere al respiro di prendere tempo.
Nella recitazione, un vero esercizio di tenuta vocale che spazia tra ampi cambi di registro e canto, non ho cercato di far troppo prevalere la velocità reattiva della follia e dell’orrore, bensì ho dato ampio spazio anche al più cauto ritmo del ragionamento, della presa di coscienza, per fare uscire dall’incubo il personaggio che racconta la storia.

 

GIOSUE’ CARDUCCI, in I grandi della Letteratura, Rai 5, 4 gennaio 2015

LUNEDI 4 ore 21.15  

I grandi della Letteratura  

 CARDUCCI  

Il poeta nazionale, il poeta che generazioni di studenti hanno dovuto imparare a memoria, oggi sembra essere confinato a un ruolo di secondo piano. Eppure Carducci ha incarnato in ogni aspetto, nel bene e nel male, la nostra nazione in un momento cruciale: quello del passaggio dai fervori rivoluzionari dell’età unitaria alla normalizzazione dello Stato umbertino. RiscoprireCarducci significa così riscoprire chi siamo

La location scelta è Bologna: la Bologna accademica, rispettabile, ottocentesca del Carducciufficiale, e quella rivoluzionaria e giacobina del Carducci dei primi anni.

Critici: Giulio Ferroni, Matteo Marchesini

Ospite: Tullio De Mauro

Luoghi: Bologna (in particolare: Aula Carducci e Museo della Specola presso Università di Bologna, Teatro Anatomico nel Palazzo dell’Archiginnasio, Casa di e monumento a Carducci).

Sorgente: Cosa vedere in TV: appuntamenti dal 3 al 10 gennaio – Rai 5


 

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Presentazione del libro di interviste “Altri piemontesi a Roma” di Giovanni Tesio (Gattomerlino Edizioni 2015), Mercoledì 20 gennaio 2016 – Ore 20.45 – Associazione Carducci, Viale Cavallotti 7, Como

 

Interviste- racconto di Giovanni Tesio a scrittori e scrittrici del Novecento di grande originalità e bravura.

Maria Luisa Spaziani, Elémire Zolla, Lidia Ravera , Guido Ceronetti, Ernesto Ferrero, Franco Lucentini, Carlo Fruttero, Gina Lagorio e molti altri scrittori e poeti ritratti in un libro che raccoglie curiosità, aneddoti, amori e confessioni  delle loro straordinarie  vite.

Giovanni Tesio è ordinario di Letteratura Italiana all’Università del Piemonte Orientale “A. Avogadro”. Ha pubblicato alcuni volumi di saggi tra cui perInterlinea  I più amati perché leggerli? Come leggerli? (2012) e Parole essenziali: un sillabario (2014) ,  La poesia ai margini ( 2014), antologie ,monografia. Ha curato testi, tra cui la scelta dell’epistolario di Italo Calvino, I libri degli altri (Einaudi). Ha pubblicato libri di poesia  in dialetto piemontese, di cui l’ultimo si intitola Stantesèt Sonèt Centro Sudi Piemontesi. 2015.

Per informazioni:

lacasadellapoesiadicomo@gmail.com

www.lacasadellapoesiadicomo.it

Sorgente: Promemoria appuntamento – pamalteo@gmail.com – Gmail

DI GREGORIO A. – Il Vademecum del traduttore, Libreria Dante Alighieri online

DI GREGORIO A. – Il Vademecum del traduttore

Idee estrumenti per una nuova figura di traduttore

Il Vademecum del traduttore propone un vastissimo campionario ragionato di problemi connessi alla pratica quotidiana della traduzione e relative soluzioni. 

vai alla scheda

DI GREGORIO A. – Il Vademecum del traduttore [978-88-534-3753-2] – € 10.00 : Libreria Dante Alighieri online.

sito LE PAROLE E LE COSE: Le parole e le cose: testi di natura diversa, ma uniti dal tentativo di parlare della realtà attraverso la letteratura e le arti

Le parole e le cose ospita opere letterarie, saggi brevi, recensioni, riflessioni sul presente: testi di natura diversa, ma uniti dal tentativo di parlare della realtà attraverso la letteratura e le arti.

da Chi siamo | Le parole e le cose.

CONSIGLI DI LETTURA a cura della LUA Libera Universita’ Autobiografia di Anghiari

Più che recensioni… Consigli di lettura

In questa sezione del sito oltre a consigliare una rosa di libri importanti per la formazione e la cultura autobiografica, intendiamo fornire anche uno sguardo personale e più accurato verso alcuni testi che ci hanno particolarmente colpito e che sono entrati nella nostra vita

vai a

Libera Universita’ Autobiografia – Consigli di lettura.

LA SCULTURA HA CINQUE ANIME

Tablinum Cultural Management


locandina

Studio Tablinum: quante declinazioni può conoscere l’arte? Tra le infinite sfumature con cui l’artista plasma la propria visione del mondo abbiamo cercato d’indagare le vie per cui si snodano le suggestioni di questi cinque scultori.

Cinque. Un numero non certo casuale, simbolicamente evocativo che fin dai tempi antichi è associato all’atto di sperimentare, alla conoscenza concreta dei fatti, del cambiamento, del “mutamento di stato” di una situazione.

Gli antichi greci lo riconducevano a Hermes, messaggero degli dei, tramite tra cielo e terra. Cinque sono anche i sensi che fanno da bussola all’essere umano nel corso della propria esistenza: da un punto di vista emotivo, mentale e fisico, verso una condizione sempre nuova.

Il numero cinque è simbolo di una mente polimorfa, costantemente votata all’intelligenza e alla curiosità, porta con sé la tendenza ad avvicinarsi, a volte anche in modo pericoloso, a linee di confine, di trasgressione.

Il numero cinque è…

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L’OFFICINA DI UN CLASSICO L’edizione critica dei Malavoglia e la nuova Edizione Nazionale di Giovanni Verga edita da Interlinea


La nuova edizione critica e definitiva dei “Malavoglia”

Per la rinnovata Edizione Nazionale di Verga su inediti ritrovati

 

 

La S.V. è invitata

MERCOLEDÌ 9 APRILE 2014 ALLE 17

Milano, Università Cattolica, largo Gemelli 1, Aula Benedetto XV

all’anteprima della nuova edizione dei Malavoglia:

 

L’OFFICINA DI UN CLASSICO

L’edizione critica dei Malavoglia

e la nuova Edizione Nazionale di Giovanni Verga

edita da Interlinea

 

Dopo un saluto di

Giuseppe Langella

(Università Cattolica)

interventi di

Gabriella Alfieri

(Università di Catania, presidente del Comitato 

per l’Edizione Nazionale di Giovanni Verga e della Fondazione Verga)

Carla Riccardi

(Università di Pavia, vicepresidente del Comitato 

per l’Edizione Nazionale delle opere di Giovanni Verga)

Ferruccio Cecco

(curatore dell’edizione critica dei Malavoglia)

Con presentazione di Roberto Cicala (editore di Interlinea)

 

A cura del Centro di ricerca Letteratura e cultura dell’Italia unita 

e Laboratorio di editoria dell’Università Cattolica 

in collaborazione con la Fondazione Verga

 

Ingresso libero

 

 


La nuova serie dell’Edizione Nazionale delle Opere di Giovanni Verga s’inaugura con la pubblicazione del capolavoro dell’autore, I Malavoglia, nell’edizione critica a cura di Ferruccio Cecco, condotta sulla base dello studio di tutto il ricco materiale manoscritto esistente che consente di entrare nel vivo del laboratorio verghiano per documentare la travagliata elaborazione del romanzo dal primo abbozzo del 1874 sino all’edizione definitiva del 1881 pubblicata a Milano dall’editore Treves. La nuova edizione critica dei Malavoglia presenta il testo corretto e definitivo del grande romanzo accogliendo anche autografi e documenti inediti sequestrati nei mesi scorsi dai Carabinieri presso Christie’s di Milano e una galleria di Roma salvando lettere e abbozzi inediti dopo un’odissea di ottant’anni, tra l’altro proprio con la primissima stesura del capolavoro.I Malavoglia ora escono con una veste editoriale che nella nuova Edizione Nazionale avrà una fascetta che in ogni opera proporrà uno scorcio siciliano da una fotografia originale dello stesso Verga.

 

Giovanni Verga, I Malavoglia. Edizione critica, a cura di Ferruccio Cecco
Interlinea, pp. XCVI + 568, euro 30, isbn 978-88-8212-900-2

 

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Breve storia della letteratura a fumetti, Carocci

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Breve storia della letteratura a fumetti (Carocci, 200 pagine illustrate, 16 sacchi)

Uscita dall’infanzia visionaria e a volte ingenua dei suoi primi sessant’anni, la letteratura a fumetti ha raggiunto, nell’ultimo mezzo secolo, una maturità che a molti rimane ancora ignota. La sua storia racconta come un modo di comunicare nato per la società illetterata e multietnica degli Stati Uniti di fine Ottocento si sia progressivamente trasformato in un linguaggio raffinato e a volte difficile, in cui si esprimono sia autori che si rivolgono al grande pubblico sia autori d’elite. In America come in Giappone, in Argentina e in Europa, le istanze più diverse convergono nella letteratura a fumetti, dal teatro di piazza dei cantastorie, dalla vignetta satirica, dal racconto illustrato per bambini al cinema, alla pittura e alla narrativa di avanguardia. Questa nuova edizione, oltre a contenere un più ampio corredo iconografico, esplora autori e tendenze degli ultimi anni.

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LA VITA NON E’ UNO SCHERZO, di Nazim Hikmet

LA VITA NON E’ UNO SCHERZO
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non é uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla é più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Nazim Hikmet

Massimo Cacciari, “Nel tempo del manuale universale della scrittura chi scriverà lo farà introiettando una prospettiva di uguaglianza, utilizzando un linguaggio il più possibile globale: questo avviene già in ambito scientifico e accadrà anche in quello filosofico. La langue tende a diventare unica e questo influirà sui contenuti”

ora abbiamo a disposizione uno schermo che può racchiudere tutto il sapere universale. E’ un sistema totalizzante: se in mano ho una biblioteca universale il resto è niente>>. La conseguenza di questo manuale finale è che il sapere diventa immediatamente disponibile. Accessibilità immediata alla totalità del sapere grazie a uno strumento. <<A questo punto però il sapere va a rientrare nella realtà virtuale, dove tutto è artificio e finzione. Le differenze si assottigliano e le diverse tematiche e argomenti diventano uguali. Così libri diversi appariranno indifferenti nella realtà virtuale dove vengono assorbiti>>. Ma è un processo democratico? Un percorso che ha a che fare con il nostro destino? Cacciari è piuttosto critico su questo punto: <<Questa della digitalizzazione del sapere è una prospettiva che molti stanno inseguendo in maniera strategica – precisa il filosofo –  si pensi all’operazione che Google ha in mente. Ma non solo, si pensi alla Cina, che vuole mettere disponibili gratuitamente online migliaia di volumi. Queste sono operazione che genereranno enormi problemi nell’editoria>>. E non solo, sembra di capire. Le conseguenze sono  anche per chi scriverà e chi leggerà. Nel tempo del manuale universale della scrittura chi scriverà lo farà introiettando una prospettiva di uguaglianza, utilizzando un linguaggio il più possibile globale: questo avviene già in ambito scientifico e accadrà anche in quello filosofico. La langue tende a diventare unica e questo influirà sui contenuti: pensare Leopardi in inglese è diverso dal farlo in italiano. Permarranno parole che caratterizzano diversi ambiti culturali ma la lingua sarà la stessa. Il lettore invece sarà limitato a poter navigare nella breve carta ma perderà il privilegio della ricerca: sfogliare i libri, andare in biblioteca, discutere davanti a un caffè. Percorre un cammino, ricavare dell’esperienza diversa rispetto al mero contenuto del libro sono connotati che tendono ad essere sostituiti dal navigare in rete.

<<Di certo non c’è da stupirsi – dice, sollevando un sopracciglio – il libro è l’ultimo prodotto dell’eliminazione della cultura orale. Con il libro permaneva tuttavia un rapporto corporale: il libro ha una fisicità, un odore, dei caratteri che lo distinguono e lo rendono unico, sempre. La cultura della digitalizzazione elimina anche questo: la nostra cultura tende ora verso la desomatizzazione>>.

tutto il Post qui  Scuola di scrittura Omero Sezione Rivista Omero.

Ferruccio De Bortoli, LEGGERE E’ AMARE, da Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera

Quando, un anno fa, lanciammo «la Lettura», mi capitò tra le mani un libretto di Giuseppe Pontiggia —Leggere (Lucini editore) — illuminante, come lo sono del resto i testi dell’indimenticato Peppo. L’autore raccontava di aver partecipato a un convegno dal titolo «Il tempo e il libro», scoprendo soltanto all’ultimo di essersi preparato, vittima delle assonanze e della distrazione, su un altro tema: «Il tempo libero». Non così distante, però. L’etimologia non giustificava la sovrapposizione fra «libro» e «libero», ma la convergenza era irresistibile, mediata da una terza parola: «tempo». Pontiggia non buttò via la sua relazione. La adattò insistendo sul legame indissolubile fra libro e libertà, citando Seneca che, nelleLettere a Lucilio, parla del tempo come dell’unico bene che ci appartiene veramente. E il tempo che dedichiamo alla lettura è forse, nello spazio di una giornata, lo squarcio di libertà di cui siamo unici titolari. Non lo condividiamo con nessuno, ma lo facciamo idealmente insieme agli altri, come accadeva nell’antica Grecia, quando un testo veniva letto ad alta voce. «Dobbiamo difendere — scriveva Pontiggia — la lettura come esperienza che non coltiva l’ideale della rapidità, ma della ricchezza, della profondità, della durata. Una lettura concentrata, amante degli indugi, dei ritorni su di sé, aperta più che alle scorciatoie, ai cambiamenti di andatura che assecondano i ritmi alterni della mente». Sono parole straordinarie che descrivono, meglio di tante altre, la bellezza del leggere, l’attività umana più inebriante e ricca. Forse la più sedentaria, ma quella nella quale la mente corre con il coraggio di un eroe mitologico o la temerarietà di Baumgartner che supera il muro del suono in caduta libera. La lettura richiede impegno, sacrificio, costanza, ma non va vissuta come una costrizione o un obbligo. Se un testo non piace lo si può abbandonare senza colpa. Non salva nessuno, non redime nessuno, ma ci dà l’emozione di viaggiare nel tempo, di essere contemporaneamente in più luoghi. Ammette le distrazioni, la poligamia letteraria. Perdona i tradimenti quando abbiamo voglia di passare da un autore all’altro o da un genere all’altro per riposarci, ritemprarci, divertirci. Ma soprattutto ci fa uscire dall’anonimato e dalla massa, dai recinti dei nuovi reclusi, dalle solitudini di un mondo interconnesso, ma composto da molecole che non comunicano tra loro. Non importa il mezzo, il libro o il giornale di carta, il web o l’e-reader. Conta lo spirito. Contiamo noi, come individui e le collettività che rappresentiamo. La lettura misura il nostro grado di civiltà. 

da    Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera.