Emanuele Severino: Natura e fede secondo Malick: il film come una tragedia greca

Dice Leopardi che, nelle «opere di genio», «l’ anima riceve vita, se non altro passeggiera, dalla stessa forza con cui sente la morte perpetua della cose e sua propria» (Zibaldone, 261). Una vita illusoria, ma che, sia pure per poco, rende possibile la sopravvivenza dell’ uomo. Un tema centrale, questo, del pensatore-poeta che ha aperto la strada all’ intera cultura del nostro tempo. La prima «opera di genio» è quella dei popoli più antichi: la festa, che è l’ immagine della vita e dunque della morte. L’ immagine si libra al disopra del mondo: gli uomini festivi si identificano ad essa e si sentono quindi salvi dalla morte. Più tardi la festa arcaica si dissolve e le sue membra diventano religione, tecnica profana, arte. Oggi la festa si celebra soprattutto in quelle sue deformanti e impallidite derivazioni che sono le folle delle partite sportive, della musica rock, delle visite dei pontefici romani e, in minor misura, del cinema. Si dice che nei precedenti film di Terrence Malick emerga l’ indifferenza della natura rispetto alle vicende umane: al loro orrore come ai pochi momenti di felicità. Ancora più crudele la natura, nei film di questo regista, quando il massacro è circondato dalla struggente bellezza della terra, di cieli all’ alba e al tramonto, di fiumi, di mari. Se si uccidono dinanzi a una natura che mostra a sua volta il proprio volto terribile, gli uomini possono sentire che in qualche modo essa partecipa ai loro tormenti. In ogni caso, non li rende sopportabili. Ma questa interpretazione va nella direzione sbagliata. Per lo meno è unilaterale. Certo, il timore è l’ inseparabile compagno dell’ uomo. Il dolore e la morte ne sono la radice. Ma, per quanto vissuta nei suoi derivati, la festa non ha cessato di illudere gli uomini. In questa direzione va detto che nei film di Malick la bellezza della natura non è l’ indifferenza, incapace di rendere sopportabile il dolore, ma è la forza con cui l’ immagine festiva, facendo sentire la morte, dà vita all’ «anima»

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2 commenti

  1. Le ultime battute dell’articolo intero mi riecheggiano alla mente quanto ho letto pochi giorni fa su San Filippo Neri (il santo che diceva ai suoi ragazzi dell’oratorio: “State buoni, se potete!”) un santo della seconda metà del 1500 che ha messo a fondamento della sua vita e della sua predicazione proprio la gioia, la festa. E con quello spirito di festa ha infiammato molti. Mi chiedevo l’enormità delle fede che si deve avere per essere sempre in festa…

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  2. mi sembra di capire che la “festa”, per emanuele severino è la reiterazione di riti arcaici che hanno il fine di evocare un rimedio al dolore ed alla morte. i religiosi di ogni religione credono di avere le loro risposte. nulla di male se non pretendessero che tutto l’universo mondo avesse le loro convinzioni
    non ho visto il film di malick. ritornerò sulla interpretazione di severino dopo la visione
    per il momento grazie per il commento e un caro saluto
    paolo ferrario

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