“il nostro esser lo splendore dell’Io del destino”, Emanuele Severino

Alla morte ci si avvicina perchè anche la “vita” sopraggiunge nei cerchi del nostro esser lo splendore dell’Io del destino, ed è necessario che ogni sopraggiungente sia oltrepassato. Il contrasto tra la pura terra e la terra isolata appare in ciò che Noi siamo prima dell’avvento della terra che salva – e nel contrasto appare “questa nostra vita”. Avvicinarsi alla morte è avvicinarsi all’istante che divide tale contrasto dallo splendore della Gioia.

in Emanuele Severino, LA MORTE E LA TERRA, Adelphi, 2011, p. 558

 

da Emanuele Severino La morte e la terra Biblioteca Filosofica 2011, pp. 558

 

…. In La morte e la terra  viene portata alle estreme conseguenze l’ impossibilità di «entrare nella vita eterna»: nell’ eterno «non si entra», perché l’ uomo – ma anche ogni cosa – è già da sempre eterno. D’ altra parte, proprio per questo, è eterno anche il dolore. Per farsi capire Severino allude al rapporto esistente tra il dolore e il Dio cristiano. Dio, incarnandosi, esperisce il dolore dell’ uomo, tuttavia nella sua gloria non solo non può dimenticarlo ma non può nemmeno averne un’ idea astratta, un’ astratta memoria: deve continuare a sperimentarlo nella sua totale angosciante concretezza. Però questo Dio è anche l’ infinito superamento del dolore; ma se l’ uomo è, nel pensiero di Severino, infinitamente più alto di Dio, allora l’ eternità del dolore è, nell’ uomo, superata in un modo anch’ esso infinitamente più alto . Ci ha confidato Severino alla fine della stesura della nuova opera: «Avevo già considerato la morte come lo stato in cui l’ uomo separa il mondo da quello che è il destino della verità, ora la considero nel significato più vicino al suo senso comune: il disfacimento del corpo». E aggiunge: «Nel libro si arriva anche a questo risultato rilevante: che l’ uomo non è atteso né dal nulla né dalle vicissitudini espresse dai concetti di immortalità dell’ anima, resurrezione, reincarnazione, cioè dagli incubi che l’ aldilà può suscitare. Il disfacimento del corpo è immediatamente seguito dalla Gioia suprema in cui, innanzitutto, l’ uomo prende coscienza della propria altezza».

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