Emanuele Severino, L’uomo in debito cerca la libertà, Corriere della Sera | 13 Gennaio 2014

Fede e dubbio segnano da sempre la condizione umana che è prima di tutto cammino, ricerca  di un altrove che ha mille volti e mille nomi.
Emanuele Severino

L’uomo in debito cerca la libertà

Un altro amico, e fraterno, se ne è andato. Dove? Ognuno di noi abita una «casa» , chiamiamola così. Attorno, a perdita d’occhio, la brughiera. Il fuoco è acceso, la tavola imbandita. Ma capita, guardando verso la finestra, che il vento ci faccia credere di trovarci là fuori — e ci si dimentichi di dove siamo davvero. Si è «a casa». Sin da prima dell’inizio dei tempi. Ci rimarremo in eterno; la casa sarà sempre più accogliente. E invece crediamo di vivere nella terra inospitale che ci ha ghermito col vento. Stando là fuori diciamo: «Ecco il mondo; questa è la vita che ci è toccata». Ci crediamo mortali. Ma quando si muore non si va da qualche parte. Ci si risveglia accanto al fuoco. Non più ingannati dal vento. Né intimoriti delle ombre e dal gelo della brughiera. Una povera favola? Non direi; ma una metafora sì: dello Spettacolo che da gran tempo tento di indicare. (Il tentativo è delle parole, non di ciò che esse indicano).
E Carlo Arata conosceva a fondo i miei scritti, sin dai primi. Dopodomani, 15 gennaio, è il trigesimo della sua morte. Una delle figure più importanti, la sua, della filosofia italiana dal dopoguerra ai nostri giorni. Ma estremamente schivo, nemico dei compromessi sul piano culturale, accademico (ma professore emerito dell’Università di Genova), politico (famiglia socialista e antifascista, sorella deportata a Dachau).
Nato nel 1924, cattolico, si era voluto laureare con Antonio Banfi, il maestro laico e antimetafisico della Statale di Milano. Tuttavia il suo cattolicesimo è andato configurandosi in modo sempre più originale e autonomo. Si era fatto sempre più centrale per lui il principio che di Dio non si può parlare «in terza persona», riducendolo a un «Egli», sia pure con la lettera maiuscola. Invece lo si deve lasciar parlare come parla nell’Esodo: «Ego sum qui sum». In prima persona. Messo dinanzi come oggetto, lo si snatura: non è più Dio. Solo Dio può parlare di Dio. Ma, di qui, il crescente rovello di Arata, troppo filosofo per non sapere che, d’altra parte, siamo pur sempre noi a lasciar parlare Dio: proprio perché ci tiriamo da parte per fargli spazio, questo nostro sforzo finisce addirittura con l’identificare noi, che, per quanto rarefatti e ridotti, continuiamo a pensare Dio, a lui che parla.
La bestemmia più grave per chi pone Dio nel più alto dei cieli. La nostra discussione era incominciata sin dai primi anni Sessanta ed è durata fino in fondo. Pochi giorni prima di morire, aveva consegnato all’editrice Morcelliana il suo ultimo lavoro, da poco pubblicato, e anche lì la nostra discussione continua, all’interno del problema — sempre più complesso e di cui Arata è pienamente consapevole — del rapporto tra uomo e Dio.
Questo libro s ‘intitola Reditio. Un’espressione allusiva, ma anche enigmatica. Significa «ritorno». Ritorno a un suo iniziale atteggiamento problematico («banfiano», come egli scrive), provvisoriamente accantonato dalla intermedia parabola metafisico-teologica, ma che incomincia a riaffacciarsi con la tematica a cui ho accennato qui sopra? Sembra di sì, stando alle prime parole del saggio: «Nulla è ovvio, nulla è scontato, tutto è problema, enigma, al limite mistero. Questa la premessa essenziale (…) della presente Reditio».
Eppure la metafisica continua ad esser presente anche in queste sue ultime pagine. Per le quali l’uomo non è autore di alcunché, nemmeno di quello che scrive (e qui Arata è d’accordo con me); ma non è autore perché non si è «posto», non ha prodotto se stesso, non è «causa» di sé, ma è «indebitato». E tipicamente metafisica, appunto, è la domanda da dove provenga ciò che noi siamo e verso «Chi» o «che cosa» noi si sia in debito. Per Arata il problema si complica ulteriormente, perché, pur essendo in debito, l’uomo «aspira alla libertà», a riscattare il debito e farsi signore di sé ed esser dunque Dio. Libertas ut Deus. E il problema si aggrava per la presenza del male e della sofferenza universale. Ricevuti anch’essi da «Chi», da «che cosa»? Perfino il male patito rende l’uomo debitore verso la fonte da cui lo riceve.
(Ma si tratta di implicazioni tutte dovute al residuo metafisico che, nonostante le intenzioni, si è detto, rimane vivo nel discorso di Arata).
Respinta ogni forma di pensiero che, volendo affermare Dio, finisce col porre se stesso come Dio, ad Arata resta la fede, del tutto consapevole della propria insuperabile problematicità. La vicinanza alla prospettiva luterana diventa notevole; nemmeno della propria fede l’uomo può essere autore. Anch’essa è un dono della «grazia»; come la speranza e la preghiera che accompagnano la fede.
Anche la preghiera del credente proviene da «altro» — e rimane enigmatico per Arata che l’«altro» sia l’«Altro». Come rimane un enigma la promessa della fede per la quale la morte conduce nell’altra vita. L’altra vita che comunque non potrà mai essere la casa di cui narravo all’inizio e dalla quale Carlo si è sempre sentito «sommamente provocato».
il Corriere della Sera | 13 Gennaio 2014

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