L’APPARIRE FINITO E L’APPARIRE INFINITO DEL DESTINO, Il brano è tratto da Vasco Ursini, Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, Booksorintesidizioni, 2013, pp. 90-91

L’APPARIRE FINITO E L’APPARIRE INFINITO DEL DESTINO

Si è visto che Severino distingue l’apparire delle singole determinazioni empiriche dall’apparire trascendentale, inteso come orizzonte della totalità finita di ciò che appare. Le cose cioè appaiono in quanto esiste una dimensione in cui il loro apparire viene accolto, ospitato e congedato. Tale dimensione trascendentale non può pertanto apparire e scomparire, non può cioè sopraggiungere e congedarsi come accade invece all’apparire empirico che appare e scompare.
Posta la distinzione tra l’Apparire trascendentale e l’apparire della determinazione empirica, ribadito che l’Apparire trascendentale è immobile sia in quanto, come ogni altro essente, è eterno, sia in quanto non inizia e non tramonta perché non è compreso nel processo dell’apparire e dello scomparire che esso ospita; ribadito che compete all’apparire empirico, non di iniziare a essere e cessare di essere, ma di iniziare ad apparire e cesare di apparire, Severino chiarisce come e perché l’apparire empirico, che consiste nell’esser presente, di fatto non lo è sempre.
A tal fine occorre ribadire che, secondo Sevrino, l’Apparire trascendentale è l’apparire ‘processuale’ di ciò che è immutabile. Conseguentemente, poiché ciò che è immutabile appare ‘processualmente’, ciò che di esso appare è necessariamente ‘parziale’. Dunque la ‘processualità’ comporta la ‘parzialità’ della presenza della totalità dell’essere. Il termine con il quale Severino indica tale apparire è, come si è visto, quello di apparire ‘finito’.
Tale parzialità tuttavia non è vista da Severino come negazione dell’esser tutto del tutto perché il tutto è tale anche se non si mostra come tale. E’ necessario0 quindi affermare che il tutto, per essere tale, deve apparire come tutto, ma ciò che appare nell’apparire finito non è il tutto. Si deve pertanto necessariamente distinguere un ‘apparire finito’. o parziale, del tutto, che coincide con la processualitò dell’Apparire trascendentale e un ‘apparire infinito del tutto’, in cui il tutto appare concretamente come tutto.
Tale distinzione viene da Severino così spiegata. Poiché l’apparire dell’essente non può diventare niente, è necessario affermare che esso cessa di apparire entro l’apparire finito, ma continua necessariamente ad essere l’apparire che è. Perciò è necessario che esista una dimensione in cui esso appare eternamente, è necessario cioè che esista un altro apparire, in cui ogni essente e ogni apparire empirico appare da sempre e per sempre. A questa dimensione Severino dà il nome di apparire ‘infinito’ e anche di ‘Gioia’.
A questo punto, occorre chiedersi su quali basi Severino afferma che l’apparire infinito esiste necessariamente. Egli pone come fondamento di tale necessità ‘l’esser sé dell’essente’ che appare nell’apparire finito del destino e, sviluppando il suo ragionamento, afferma che se l’apparire infinito non esistesse, l’esser sé dell’essente sarebbe contraddittorio.L’apparire infinito è l’apparire della totalità concreta e eterna degli essenti e, in quanto tale, è il toglimento di quella “contraddizione C” che avvolge l’originario.
Se tale apparire non esistesse la “contraddizione C” non sarebbe originariamente tolta e dunque dovrebbe essere tolta. In questo modo però l’originario non sarebbe originaria negazione del proprio negativo ma sarebbe diveniente, cioè sarebbe un divenire altro che sarebbe il toglimento della propria negazione. Il destino non sarebbe lo stare eterno e innegabile dell’essere e il divenir altro sarebbe la sua essenza originaria.
Ma poiché ciò è immediatamente impossibile (perché immediatamente autonegativo), l’apparire infinito esiste necessariamente. La necessità della sua esistenza è affermata da Severino proprio sulla base dell’esser sé dell’essente che appare nell’apparire finito del destino.
L’apparire infinito del destino è dunque l’apparire della totalità concreta dell’essente, mentre l’apparire finito del destino è l’apparire formale di tale totalità, cioè è l’apparire della necessità dell’esistenza di ciò che in esso non può concretamente apparire, ossia è l’apparire della nececessità dell’esistenza della totalità concreta dell’essente.

(Il brano è tratto da Vasco Ursini, Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, Booksorintesidizioni, 2013, pp. 90-91)

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...