SIMONA RIVA, L’OSPITE ATTESO, 2016

Sei venuta anche stanotte, ti ho sentita. Ormai siamo diventati come quelle vecchie coppie che si percepiscono senza bisogno di vedersi o di parlarsi. Mi hai sfiorato, ho sentito la tua gelida carezza sulla fronte, leggera e premurosa come quella di una madre che di notte veglia sul sonno del figlio.

Ti sei seduta un attimo sul bordo del letto, pochi secondi che hanno mandato in allarme il monitor della frequenza cardiaca, facendo accorrere l’infermiera del turno di notte. Il tempo di un rapido controllo per verificare che la bradicardia si era risolta spontaneamente e il cuore aveva ripreso a pulsare con regolarità.

È una fregatura il mio cuore. Forte e allenato da ore e ore di sport, non si vuole arrendere. Il mio cervello è invaso da un tumore maligno che si espande ovunque, privandomi delle funzioni più nobili, come la memoria e la parola, ma il cuore resiste e non lascia andare questo mio corpo ormai devastato dalla malattia.

Siamo quasi diventati amici io e te. Anzi, penso a te come a una bella donna, affascinante e desiderabile, che si lascia corteggiare, si avvicina quanto basta per illudermi per poi ritrarsi sul più bello. Ti prendi gioco di me, perché sai che hai già vinto in partenza.

Sei stata “intima” con me più di una volta. La prima in sala operatoria, quando il mio cuore si è fermato per qualche attimo durante l’intervento di rimozione del tumore. Ci siamo sfiorati, ti ho vista, ma poi hai deciso che era troppo presto e sei andata oltre, nella sala accanto, dove il neurochirurgo effettuava il tentativo disperato di drenare un ematoma cerebrale e dove ti sei presa un ragazzo di vent’anni, vittima di un incidente con la moto. Che stronza, potevi prendere me, intanto lo sapevi che ero spacciato! Ma hai deciso di darmi ancora del tempo, per farne cosa l’avrei scoperto più avanti.

In altre occasioni mi sei stata accanto, durante due violente crisi epilettiche, quando il mio cervello compresso dal tumore era andato completamente in tilt. Ma anche quelle volte ne sono uscito, preso per i capelli dai medici onnipotenti.

Pensavo che questa notte fosse la volta buona. Sono stanco. Le forze mi abbandonano, cammino a fatica, i pensieri si arruffano nella mia mente, le parole escono confuse. I miei figli non capiscono ciò che voglio dir loro, i medici fingono di capire, gli amici mi evitano per evitare l’imbarazzo di non riuscire a sostenere una conversazione con me. Solo lei mi capisce, mia moglie. Non abbiamo bisogno di tante parole, ci guardiamo ed è abbastanza. Anche lei è stanca, ha bisogno di riposare, sto diventando un fardello troppo pesante, ma è cocciuta e non mi vuol lasciare andare.

Dovrai pensarci tu, cara amica mia, io sono sfinito, non è più la mia vita, non la voglio più.

Sono stanco delle bugie dei medici che non sanno più cosa inventarsi per giustificare il peggioramento delle mie condizioni. Prima era l’edema cerebrale secondario all’intervento chirurgico, poi sono stati gli effetti collaterali della radioterapia e della chemio. Mi dicono che devo portare pazienza, che quando l’edema si ridurrà comincerò a stare meglio. All’inizio ci ho creduto, mi sono impegnato per curarmi al meglio, accettando e sopportando tutte le terapie proposte, ma poi ho capito che questa volta non sarebbe stato sufficiente il mio coraggio e il mio ottimismo per spuntarla, era una partita persa sin dall’inizio e se qualcuno avesse avuto il coraggio di dirmelo avrei speso in ben altro modo il tempo a mia disposizione!

Adesso sono in questo letto d’ospedale, distrutto dopo una chemio sperimentale alla quale mi sono sottoposto solo per far contenta mia moglie, la quale continua a credere nei miracoli, a pregare la Madonna e Padre Pio. Ecco, giusto un miracolo ci vorrebbe nel mio caso, perché la medicina si è rivelata impotente. Lo si sapeva fin dalla prima diagnosi, ma i medici hanno continuato imperterriti, per loro la morte equivale ad una sconfitta, mentre tu sola sai che alla fine sarai l’unica vincitrice e che quando è il momento non ci sono santi né miracoli che tengano.

Ti aspetto come un ospite di riguardo, una vecchia amica che mi ha bidonato già troppe volte, sapendo che solo da te potrò avere il sollievo e la pace che qui mi vengono negati.

Però anche la notte scorsa te ne sei andata, mi hai lasciato ancora un po’ di tempo. Forse quando capirò il motivo di questo continuo rimandare ti deciderai a cedere alle mie lusinghe.

Ma non sei certo entrata nel reparto di oncologia per andartene a mani vuote. Ti sei portata via la paziente della camera accanto, tumore al seno con metastasi ossee. Me ne sono accorto perché i suoi continui lamenti sono cessati all’improvviso. Tu sei meglio della morfina, risolvi ogni dolore.

Stamattina ho un gran mal di testa, la vista un po’ annebbiata, la parte destra del corpo intorpidita.

Sono riuscito ad andare in bagno e facendomi la barba ho notato l’angolo della bocca leggermente deviato. Cazzo, mi mancava anche un ictus, questo è troppo! Devo far qualcosa prima che sia troppo tardi!

Mi sdraio sotto le coperte. Fa freddo nella stanza, sento che ti muovi leggera tutt’attorno, poi ti fermi nell’angolo e ti siedi ad aspettare. Lo so che questa volta non te ne andrai da sola: era ora!

Mia moglie entra sorridente come ogni mattina, con la brioche e la spremuta fresca acquistate nel bar dell’ospedale prima di salire da me. Poi vede il mio viso deformato dalla bocca deviata e ha un sussulto, capisce subito cosa mi sta accadendo. Tende la mano verso il campanello per chiamare l’infermiera ma il mio “No!” urlato con disperazione la ferma. Si siede accanto a me, gli occhi pieni di lacrime segnati da profonde occhiaie. Ci guardiamo e lei finalmente riesce a leggere negli occhi tutta la mia stanchezza. “È tempo di salutarci tesoro, lasciami andare per favore, nessuno può più fare nulla per me.”

Lei mi tiene la mano, sente che è fredda, il polso non più percettibile, mi accarezza il viso e mi sorride. “Ho capito, ti lascio andare. Veglia su di noi. Ti amo.”

Le sorrido anch’io, mi sento finalmente libero. Lei scompare e appari tu. “Grazie per averci concesso il tempo di salutarci.”.

Mi prendi per mano e ci incamminiamo.

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