SIMONA RIVA, ACQUA DELL’ELBA

Un leggero bussare mi scosse dal torpore mattutino: non mi sembrava vero di avere avuto una notte così tranquilla, senza incubi e crampi all’addome. Strano non trovare le lenzuola umide di sudore e stropicciate, il cuscino sul pavimento, preso a pugni durante un sonno tormentato.

Calma e silenzio regnavano nella mia stanza fino a un attimo prima, interrotti dal quel discreto toc toc alla porta. Mi stropicciai gli occhi ancora appiccicati dal sonno e lei entrò sorridendo.

La guardai e ricambiai il sorriso. Aveva obbedito ai miei precisi ordini.

Ben svegliato, dormiglione! Che fatica per trovarlo; era finito proprio sul fondo dello scatolone dei capi estivi, ho buttato tutto all’aria ma l’ho scovato!”

Grazie tesoro, lo sai bene che questo vestitino a pois è il mio preferito. Mi avevi conquistato con quel tessuto leggero e svolazzante; mi faceva girare la testa e tu lo sapevi bene, malgrado la tua aria innocente… e il profumo? Non te ne sei dimenticata, vero?”

E come avrei potuto… Acqua dell’Elba, uno spruzzo su collo e uno sul decolleté, come ho sempre fatto. Chiudi gli occhi e respirami.” Lei si sedette con delicatezza sul bordo del letto e si avvicinò al suo viso.

Mmmh, buono… Sembra davvero di respirare il profumo del mare!

Oggi è l’ultima volta che lo metto, lo sai… non potrò più indossarlo per nessuno altro e nemmeno l’abito a pois.”.

Ne abbiamo già discusso. Sei libera di fare ciò che meglio credi ma sai bene che io preferirei che continuassi ad usarli e a far felici altri uomini con la tua dolce bellezza.”

Vidi i suoi occhi farsi lucidi e decisi di cambiare argomento. “Qui sono tutti gentilissimi, ho trascorso un’ottima notte… e tu? Hai riposato?”

Osservai le sue occhiaie a malapena nascoste dal trucco leggero e la rete di sottili rughe che si era addensata sul suo bel viso negli ultimi mesi, da quando tutto era cominciato.

Molto bene, grazie, l’albergo si trova in una zona tranquilla e poi qui siamo in Svizzera, dopo una certa ora c’è il coprifuoco, nulla a che vedere con gli schiamazzi notturni della nostra città.” Tentò una risata a quella battuta ma si rese conto subito della forzatura: una brutta copia delle fragorose risate che erano abituati a fare insieme.

Nooo! Hai messo anche le autoreggenti! Allora è un complotto, vuoi farmi morire prima del tempo!”

A quelle parole lei non ce la fece più e la sua espressione, serena e controllata fino a pochi attimi prima, crollò all’improvviso. Lacrime silenziose iniziarono a scivolare sulle sue guance, trascinandosi dietro righe nere di mascara. “Accidenti alla mia lingua, questa me la potevo anche risparmiare” pensai…

Sei ancora in tempo a cambiare idea, potremmo chiedere un altro parere, mi hanno parlato di un luminare di questa città, alla Clinica Universitaria di Zurigo e poi…”.

Basta Anna! Non servirebbe a nulla e lo sai bene anche tu…” Dovetti interrompere la mia replica perché un crampo violento al fianco mi tolse il fiato, trasformandomi il viso in una smorfia di dolore.

Fammi respirare un po’ del profumo della tua pelle, sei meglio della morfina. Abbracciami e stiamo in silenzio, tra pochi minuti saranno qui.”

Quando il medico entrò silenziosamente nella stanza li trovò ancora abbracciati.

Noi siamo pronti signor Ferrari ma se preferisce ripasso tra poco, non c’è nessuna fretta.”

Anche noi lo siamo… Anna, ti sei ricordata la Croatina?”.

Certo, fresca e frizzante come piace a noi, ho portato anche i calici di cristallo.”

Stappò la bottiglia con gesti tremanti e un po’ di schiuma sanguigna le macchiò il vestito. Poco importava, non lo avrebbe più indossato. Riempì i due calici porgendone uno al medico, il quale vi sciolse lentamente la dose letale di barbiturico, deponendolo poi accanto al letto del suo paziente.

Le spiace uscire dottore? Vorrei restare solo con mia moglie.

Prese in mano il suo bicchiere, facendo roteare il liquido, in un gesto ormai diventato automatico ogni volta che assaggiava un vino. “Lo so che ti sto chiedendo molto ma è l’unica scelta possibile. Me ne vado con dignità, come ho sempre voluto vivere. Stammi accanto, per favore, e brindiamo un’ultima volta in ricordo dei momenti felici che abbiamo vissuto insieme.”

I calici tintinnarono, lui bevve tutto d’un fiato, lei a piccoli sorsi, la gola chiusa dal pianto trattenuto.

Continuarono a versarsi la bevanda rossa e spumeggiante finché la bottiglia fu vuota, guardandosi negli occhi, sorridendosi, lei che gli accarezzava il viso sempre più pallido.

Vieni qui amore mio e tienimi stretto fino alla fine… ho un po’ paura… ho freddo… fammi sentire il tuo profumo… Elba… mare… Anna…”.

SIMONA RIVA, L’OSPITE ATTESO, 2016

Sei venuta anche stanotte, ti ho sentita. Ormai siamo diventati come quelle vecchie coppie che si percepiscono senza bisogno di vedersi o di parlarsi. Mi hai sfiorato, ho sentito la tua gelida carezza sulla fronte, leggera e premurosa come quella di una madre che di notte veglia sul sonno del figlio.

Ti sei seduta un attimo sul bordo del letto, pochi secondi che hanno mandato in allarme il monitor della frequenza cardiaca, facendo accorrere l’infermiera del turno di notte. Il tempo di un rapido controllo per verificare che la bradicardia si era risolta spontaneamente e il cuore aveva ripreso a pulsare con regolarità.

È una fregatura il mio cuore. Forte e allenato da ore e ore di sport, non si vuole arrendere. Il mio cervello è invaso da un tumore maligno che si espande ovunque, privandomi delle funzioni più nobili, come la memoria e la parola, ma il cuore resiste e non lascia andare questo mio corpo ormai devastato dalla malattia.

Siamo quasi diventati amici io e te. Anzi, penso a te come a una bella donna, affascinante e desiderabile, che si lascia corteggiare, si avvicina quanto basta per illudermi per poi ritrarsi sul più bello. Ti prendi gioco di me, perché sai che hai già vinto in partenza.

Sei stata “intima” con me più di una volta. La prima in sala operatoria, quando il mio cuore si è fermato per qualche attimo durante l’intervento di rimozione del tumore. Ci siamo sfiorati, ti ho vista, ma poi hai deciso che era troppo presto e sei andata oltre, nella sala accanto, dove il neurochirurgo effettuava il tentativo disperato di drenare un ematoma cerebrale e dove ti sei presa un ragazzo di vent’anni, vittima di un incidente con la moto. Che stronza, potevi prendere me, intanto lo sapevi che ero spacciato! Ma hai deciso di darmi ancora del tempo, per farne cosa l’avrei scoperto più avanti.

In altre occasioni mi sei stata accanto, durante due violente crisi epilettiche, quando il mio cervello compresso dal tumore era andato completamente in tilt. Ma anche quelle volte ne sono uscito, preso per i capelli dai medici onnipotenti.

Pensavo che questa notte fosse la volta buona. Sono stanco. Le forze mi abbandonano, cammino a fatica, i pensieri si arruffano nella mia mente, le parole escono confuse. I miei figli non capiscono ciò che voglio dir loro, i medici fingono di capire, gli amici mi evitano per evitare l’imbarazzo di non riuscire a sostenere una conversazione con me. Solo lei mi capisce, mia moglie. Non abbiamo bisogno di tante parole, ci guardiamo ed è abbastanza. Anche lei è stanca, ha bisogno di riposare, sto diventando un fardello troppo pesante, ma è cocciuta e non mi vuol lasciare andare.

Dovrai pensarci tu, cara amica mia, io sono sfinito, non è più la mia vita, non la voglio più.

Sono stanco delle bugie dei medici che non sanno più cosa inventarsi per giustificare il peggioramento delle mie condizioni. Prima era l’edema cerebrale secondario all’intervento chirurgico, poi sono stati gli effetti collaterali della radioterapia e della chemio. Mi dicono che devo portare pazienza, che quando l’edema si ridurrà comincerò a stare meglio. All’inizio ci ho creduto, mi sono impegnato per curarmi al meglio, accettando e sopportando tutte le terapie proposte, ma poi ho capito che questa volta non sarebbe stato sufficiente il mio coraggio e il mio ottimismo per spuntarla, era una partita persa sin dall’inizio e se qualcuno avesse avuto il coraggio di dirmelo avrei speso in ben altro modo il tempo a mia disposizione!

Adesso sono in questo letto d’ospedale, distrutto dopo una chemio sperimentale alla quale mi sono sottoposto solo per far contenta mia moglie, la quale continua a credere nei miracoli, a pregare la Madonna e Padre Pio. Ecco, giusto un miracolo ci vorrebbe nel mio caso, perché la medicina si è rivelata impotente. Lo si sapeva fin dalla prima diagnosi, ma i medici hanno continuato imperterriti, per loro la morte equivale ad una sconfitta, mentre tu sola sai che alla fine sarai l’unica vincitrice e che quando è il momento non ci sono santi né miracoli che tengano.

Ti aspetto come un ospite di riguardo, una vecchia amica che mi ha bidonato già troppe volte, sapendo che solo da te potrò avere il sollievo e la pace che qui mi vengono negati.

Però anche la notte scorsa te ne sei andata, mi hai lasciato ancora un po’ di tempo. Forse quando capirò il motivo di questo continuo rimandare ti deciderai a cedere alle mie lusinghe.

Ma non sei certo entrata nel reparto di oncologia per andartene a mani vuote. Ti sei portata via la paziente della camera accanto, tumore al seno con metastasi ossee. Me ne sono accorto perché i suoi continui lamenti sono cessati all’improvviso. Tu sei meglio della morfina, risolvi ogni dolore.

Stamattina ho un gran mal di testa, la vista un po’ annebbiata, la parte destra del corpo intorpidita.

Sono riuscito ad andare in bagno e facendomi la barba ho notato l’angolo della bocca leggermente deviato. Cazzo, mi mancava anche un ictus, questo è troppo! Devo far qualcosa prima che sia troppo tardi!

Mi sdraio sotto le coperte. Fa freddo nella stanza, sento che ti muovi leggera tutt’attorno, poi ti fermi nell’angolo e ti siedi ad aspettare. Lo so che questa volta non te ne andrai da sola: era ora!

Mia moglie entra sorridente come ogni mattina, con la brioche e la spremuta fresca acquistate nel bar dell’ospedale prima di salire da me. Poi vede il mio viso deformato dalla bocca deviata e ha un sussulto, capisce subito cosa mi sta accadendo. Tende la mano verso il campanello per chiamare l’infermiera ma il mio “No!” urlato con disperazione la ferma. Si siede accanto a me, gli occhi pieni di lacrime segnati da profonde occhiaie. Ci guardiamo e lei finalmente riesce a leggere negli occhi tutta la mia stanchezza. “È tempo di salutarci tesoro, lasciami andare per favore, nessuno può più fare nulla per me.”

Lei mi tiene la mano, sente che è fredda, il polso non più percettibile, mi accarezza il viso e mi sorride. “Ho capito, ti lascio andare. Veglia su di noi. Ti amo.”

Le sorrido anch’io, mi sento finalmente libero. Lei scompare e appari tu. “Grazie per averci concesso il tempo di salutarci.”.

Mi prendi per mano e ci incamminiamo.

SIMONA RIVA, TRADIMENTO, 2019

TRADIMENTO

Care tette, in questi giorni vi osservo spesso, vi sfioro, vi soppeso, vi stringo con delicatezza.

Non che prima non vi degnassi di attenzione.

Penso che ogni donna guardi il proprio seno: controlla se è bello, sodo, sostenuto, ne percepisce il cambiamento durante il ciclo ormonale mensile, quando da morbido diventa più pieno, a volte dolente nell’imminenza della mestruazione e anch’io, fino a poco tempo fa, l’ho osservato in questo modo.

Siete sempre state tette un po’ “ingombranti”, generose, sballonzolanti sotto gli indumenti.

Da adolescente, e poi da giovane donna, vi camuffavo sotto ampi maglioni, perché vivevo con imbarazzo lo sguardo dei maschi su quella voluminosa parte del mio fisico. Col tempo sono arrivata ad accettarvi, senza però giungere mai ad ostentarvi.

Solo negli ultimi anni ho imparato ad amare il mio seno, non lo nascondo più anzi, lo valorizzo coi i reggiseni giusti e scollature a volte un po’ sfrontate, perché ho acquistato sicurezza, sono fiera della mia femminilità, del mio sentirmi Donna. Mi sono resa conto che gli occhi maschili che si soffermano sul mio decolleté mi lusingano, che le loro mani e la loro bocca sui miei soffici seni sono fonte di infinito e reciproco piacere.

Adesso vi guardo, vi tocco e mi sento tradita.

Proprio ora che avevo fatto la pace con voi e che avevo imparato a godere i frutti di questa parte del mio corpo, mi avete fatto questo brutto scherzo.

Doveva solo essere la consueta mammografia di controllo, ed all’improvviso mi sono trovata in un vorticoso percorso di diagnosi e cura per un carcinoma al seno, dal quale spero di uscire guarita, anche se il mio corpo non sarà più lo stesso.

Guardo il seno destro, dove alcune stupide cellule anarchiche hanno deciso di crescere in modo incontrollato ed indifferenziato, non bene in vista bensì in profondità, di nascosto, quasi fosse una cospirazione, per sfuggire perfidamente alla palpazione del senologo ma anche dell’innamorato di turno, anche se dubito che un uomo ti tocchi il seno con l’obiettivo di scovare un nodulo sospetto.

L’ematoma lasciato dalla biopsia si sta assorbendo lentamente, passando dal blu iniziale al verde/giallo attuale; non fa più tanto male come i primi giorni, ma ogni volta che chino gli occhi o mi specchio nuda nel bagno al momento della doccia, sta lì a ricordarmi ciò che devo affrontare. E ho tanta paura.

Paura di non farcela, paura che sia troppo tardi, che dopo l’intervento avrò delle recidive… paura di morire, e di morire male.

Il senologo mi ha rassicurata, mi ha parlato di progressi e di statistiche, di cure innovative, di terapie mirate… ma questa è la parte razionale, l’emotività è un’altra cosa e non è facile gestirla.

Non mi importa se il medico mi ha garantito che l’intervento non sarà demolitivo e che addirittura, adegueranno l’altro seno a quello operato per rendere l’aspetto globale armonioso: mi ritroverò magari con un seno più bello e sostenuto, ma non sarà più il mio.

Vi guardo, vi coccolo, mi sto preparando a non vedervi più col vostro aspetto consueto e faccio una grande fatica ad abituarmi all’idea che cambierete.

Non siete perfette e non rispondete certo al canone di bellezza che vuole il seno ideale posizionato in una coppa di champagne. Per il mio ne occorrono tre di coppe, coppa C per la precisione… sarà forse il richiamo alla coppa di champagne il motivo per cui la dimensione del reggiseno si chiama coppa?

Non divaghiamo e torniamo a noi tre: io e le mie tette. Mi sento davvero tradita da voi e non avevate nessun motivo per farlo

Certo non vi ho mai abbigliate con lingerie di seta e merletti, mi sembrava uno spreco rovinare biancheria costosa buttandola poi in lavatrice, ma vi ho sempre sostenute e dolcemente contenute con reggipetti colorati e allegri, pizzi, fiori e morbide imbottiture.

Vi ho sempre lasciate libere durante il riposo notturno e negli gli anni della gioventù vi ho sfoggiate altrettanto libere sulle spiagge più belle della Sardegna, senza che il pezzo sopra del costume rovinasse l’abbronzatura integrale; ricordo ancora la bella sensazione di nuotare a seno nudo in quel mare così limpido ed invitante!

Lo so che vi ho sottoposte ad un super lavoro quando ho piacevolmente allattato per nove mesi i miei due voraci gemelli, con turni ininterrotti giorno e notte, ma è per quello che siete state progettate! L’allattamento viene considerato un fattore protettivo nei confronti del tumore al seno… è forse questo un modo per dirmi che vi ho fatto lavorare troppo?

Il fatidico giorno è arrivato. Domani vi affiderò fiduciosa alle mani del chirurgo che vi sistemerà per le feste: l’avete voluto voi, stupide tette ribelli e traditrici!

Ma prima un’ultima carezza e una bella foto, per ricordarmi del vostro aspetto. Sdraiata sul letto, nella penombra, nuda, fisso l’obiettivo, scatto, vi immortalo nella vostra generosa bellezza e vedo il mio sguardo… triste e smarrito. 

SIMONA RIVA, NON CI SIAMO DETTI ADDIO, Youcanprint edizioni. VIDEO della presentazione del libro alla Biblioteca di Nesso (Como), il 21 gennaio 2018. Intervengono: Cristiana Gambotti, Paolo Ferrario, Gianluca Vagnarelli

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