“L’universo speculativo di Severino mi ha sempre evocato una biforcazione visionaria alle origini della cultura occidentale …, in Giuseppe Pontiggia, L’isola volante, Mondadori, 1996, pag. 231

L’universo speculativo di Severino mi ha sempre evocato una biforcazione visionaria alle origini della cultura occidentale: da un lato la direzione della nostra storia, dominata dalla follia del nichilismo, che identifica l’essere con il divenire, e asservita al trionfo della tecnica, che si esprime come volontà di potenza sul mondo; dall’altro una direzione ipotetica, percorribile solo attraverso il ripudio della tradizione e il ritorno a Parmenide che affermava l’immutabilità eterna dell’essere e l’apparenza del divenire.

In Giuseppe Pontiggia, L’isola volante, Mondadori, 1996, pag. 231

“Mentre leggevo Oltre il linguaggio di Emanuele Severino, pubblicato da Adelphi (1992), riflettevo che dei testi filosofici sarebbe interessante analizzare, insieme con la trama delle idee, le sensazioni che suscitano …, in Giuseppe Pontiggia, L’isola volante, Mondadori, 1996, pag. 229

Mentre leggevo Oltre il linguaggio di Emanuele Severino, pubblicato da Adelphi (1992), riflettevo che dei testi filosofici sarebbe interessante analizzare, insieme con la trama delle idee, le sensazioni che suscitano.

Non credo si cadrebbe il un impressionismo arbitrario. Ogni volta che un uomo dice con precisione – al di là di quello che pensa – quello che veramente e magari paradossalmente sente, provoca negli altri un interesse non meno intenso del suo. E compie un passo ulteriore verso quella verità occulta che viene spesso elusa dalla sincerità immediata.

In Giuseppe Pontiggia, L’isola volante, Mondadori, 1996, pag. 229

La poesia, di VALERIO MAGRELLI

Le poesie vanno sempre rilette,
lette, rilette, lette, messe in carica;
ogni lettura compie la ricarica,
sono apparecchi per caricare senso;
e il senso vi si accumula, ronzio
di particelle in attesa,
sospiri trattenuti, ticchettii,
da dentro il cavallo di Troia.

LUNARIO DEI DESIDERI, a cura di Vincenzo Guarracino, Di Felice editore, 2019

Nelle pagine del “libro infinito” della vita, la parola “amore” si declina in infiniti modi: abbracci, baci, assedio, assalti, desideri, fedeltà, tutto troppo spesso al passato, se non con al presente la minaccia del disamore, quando non drammaticamente addirittura dell’odio.
Ma cosa vuol dire esattamente la parola “amore”? (…) È all’interno di questo quadro che si collocano le risposte dei poeti interrogati in questo catalogo (troppo vasto, troppo ristretto?): risposte che compongono un romanzo e un’avventura proteiforme e interminabile (in senso freudiano), dal cui attraversamento, come da un mosaico, si può tentare di ricavare una teoria, una sacra processione di immagini.

Dalla prefazione di Vincenzo Guarracino

vai alla scheda dell’editore: https://www.edizionidifelice.it/pubblicazioni/ilgabbiere/lunario-di-desideri.html

Giacomo Leopardi nel suo “Zibaldone” assegna a un breve testo il compito di registrare un’utile distinzione: Termini e parole … di Gabriele De Ritis

Giacomo Leopardi nel suo “Zibaldone” assegna a un breve testo il compito di registrare un’utile distinzione: Termini e parole.

Chiamiamo ‘termine’ tutto ciò che viene dal Vocabolario e che ci restituisce la ‘semplice’ definizione di un elemento del Lessico. Ad esempio, l’aggettivo ‘solitario’.

Chiamiamo ‘parola’, con lui, invece, ‘ermo’, che incontriamo nel primo verso de “L’infinito”.

Le antologie scolastiche della Letteratura italiana danno per lo studente il significato di ‘solitario’. Si direbbe che non significhi altro. Eppure, le stesse antologie in nota aggiungono che c’è di più, che ‘ermo’ è più che ‘solitario’. Più che ‘termine’, ‘ermo’ è ‘parola’, dunque evoca significati ulteriori, che provengono dalla soggettività dell’Autore, dal suo mondo poetico.

Diremo, allora, che il significato di ‘ermo’ è più ampio di quello di ‘solitario’. “Ci piace di più”, perché suscita in noi sensazioni vaghe e indefinite. Abbiamo detto “ci piace di più”, perché è giustamente implicato nell’uso di quella parola il gusto sensistico per il ‘peregrino’, cioè per i termini ricercati, che si fanno preziose parole nel contesto poetico dato. È così per il Recanatese, almeno fino al 1828. Diciamo, infatti, che la poetica leopardiana può essere definita fino a quella data come una poetica dell’indefinito e della rimembranza.

Il poeta predilige i termini vaghi e indefiniti, che siano capaci di evocare rimembranze, il caro ricordo di esperienze fatte. Il ‘sempre’ che apre “L’infinito” viene da lui spiegato così nello “Zibaldone”: una ricordanza, una ripetizione. Altrove dirà che le cose, i luoghi, le persone incontrate acquistavano pregio per lui quando ne faceva esperienza ripetuta, tanto che diventavano oggetto di rimembranza.

La Linguistica generale ci ha fornito un’importante distinzione, tra Denotazione e Connotazione, a significare il valore oggettivo e quello soggettivo dei termini che usiamo. Perciò, un colle è solo un colle nell’uso quotidiano e geografico del termine, che nel farsi ermo in un testo poetico acquista un valore connotativo che andrà chiarito alla luce della poetica dell’Autore che ne fa uso. Perciò noi andiamo in cerca di parole ricercate ogni giorno della nostra vita, quando abbiamo bisogno di dire anche semplicemente “ti auguro una buona giornata”.

Allora, le parole di Paolo vengono in nostro soccorso, soprattutto quando vogliamo far sentire a una persona a noi cara, o per la quale nutriamo una grande stima, che la pensiamo in modo diverso, che vogliamo riservarle un pensiero in più, che intendiamo suggellare con parole intense il sentimento di augurio che accompagna il piccolo addio con il quale ci congediamo, per dire Arrivederci. Pensiamo, infatti, a rivederci ancora, ma non vogliamo che il nostro saluto non lasci nessuna traccia nel cuore della persona che ci accingiamo a salutare. Altra cosa è ciò di cui facciamo pure esperienza, quando ci sembra che gli altri non riescano a dire in modo efficace ciò che riusciamo a fatica ad immaginare. È penoso per noi ritrovarci di fronte alla loro povertà di linguaggio, alla carenza di termini e parole che aiutino a dire compiutamente ciò che provano di fronte alle cose del mondo. Ancor più doloroso è cogliere a volte in loro un’inadeguata espressione di sé, che non favorisce la nostra comprensione degli stati di coscienza altrui. Dobbiamo sopperire con le nostre parole, suggerendole, talvolta, come facciamo con i bambini che cercano di dare un perimetro alla loro esperienza, definendola per ogni lato, quasi a percorrerla da cima a fondo. Anche se non abbiamo voluto ‘integrare’ o, peggio, ‘correggere’ l’espressione di sé tutte le volte che ci sembrava potessimo ferire la sensibilità della persona. Tacere di fronte alle difficoltà espressive degli altri rientra in quella che è stata chiamata “dissimulazione onesta”, cioè il mentire a fin di bene: fingiamo di aver capito, sopperendo con un supplemento di ‘traduzione’ in più. I processi empatici, infatti, prevedono anche questo, che si producano le necessarie inferenze per risalire alle intenzioni dei parlanti, perché la comunicazione emotiva sia efficace in ognuno dei suoi momenti. Uno dei compiti alti della Cultura è questo: aiutare a trovare le parole, ad esplorare i mondi possibili in cui siamo invitati ad entrare tutte le volte che nella vita quotidiana o nelle narrazioni letterarie qualcuno prende a raccontare. Se chi racconta è portato ad inventare, anche noi ascoltatori dovremo trovare le parole giuste per ricreare dentro di noi un mondo che viva di vita propria, che ci incanti e ci faccia sognare ancora un po’, anche se si tratta di un mondo che non è il nostro. I sentimenti che suscita in noi il racconto degli altri sono i più diversi: se ci disponiamo all’ascolto, possiamo far sentire all’altro che c’è spazio sufficiente “dentro di noi” per ospitare i sensi della battaglia che tutti gli umani quotidianamente ingaggiano contro la morte, riconoscendosi il beneficio di inventare la mossa in più che allontana ancora un po’ da tutti noi la vittoria dell’ora che non ha sorelle. Trovare le parole è un morire alla vita, concedendo sì alla morte il diritto alla sua mossa, ma con la consapevolezza del fatto che abbiamo ancora una chance, la possibilità di compiere altre mosse: abbiamo ragioni ancora da spenderci per affermare la volontà di vivere, contro la piccola morte che ci opprime tutte le volte che non troviamo le parole per rivendicare un nostro diritto o per dire più semplicemente che ci siamo anche noi, che vorremmo ci fossero riservate le attenzioni di cui facciamo esperienza tutte le volte che gli altri mostrano di avere qualcosa da dire anche a noi.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Georges Perec (1989), Pensare/Classificare, Rizzoli, Milano, Traduzione di Sergio Pautasso

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Emanuele Severino, la terra frantumata

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