Sonia Scarpante, Pensa scrivi vivi. Il potere della scrittura terapeutica, prefazione di Eugenio Borgna, TS Edizioni, 2022

Un libro non è un video. Un video vive da solo, è un’entità completa, funzionante … Un libro è ciò che nasce dal lavoro di chi scrive e di chi legge, Letizia Pezzali , in Domani 1 maggio 2022

da:

Un bravo genitore deve censurare i libri dei figli?

Un libro non è un video. Un video vive da solo, è un’entità completa, funzionante. Un libro è un oggetto silenzioso e inerte, invece, incapace di funzionare senza la collaborazione del lettore. Un libro, dunque, è ciò che nasce dal lavoro di chi scrive e di chi legge. Leggere comporta più sforzo rispetto a guardare un video, e questo non significa che guardare un film sia un’attività inferiore, meno arricchente, anche perché l’arricchimento dipenderà dal libro, dal film, dalla qualità dell’opera.

Significa che per leggere siamo costretti a pagare un prezzo più alto in termini di accesso, una specie di pedaggio. Dobbiamo, appunto, collaborare in modo significativo. Dobbiamo metterci del nostro.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Emanuele Trevi (2021), Due vite, Neri Pozza, Vicenza

TARTARUGOSA

La scrittura è un mezzo singolarmente buono per evocare i morti, e consiglio a chiunque abbia nostalgia di chiunque di fare lo stesso: non pensarlo ma scriverne; accorgendosi ben presto che il morto è attirato dalla scrittura, trova sempre un suo modo inaspettato per affiorare nelle parole che scriviamo di lui, e si manifesta di sua propria volontà.

Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno.

Non è l’incipit del libro di Trevi, ma trovo queste frasi potentemente suggestive per descrivere il desiderio dell’autore di far riemergere…

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DUNCAN Dennis, INDICE, storia dell’, dai manoscritti a Google, l’avventurosa storia di come abbiamo imparato a orientarci nel sapere, Utet, 2022. Indice del libro

Il sistema della COMUNICAZIONE e la SCRITTURA ARGOMENTATIVA, schede didattiche e dispensa di Paolo Ferrario

Annamaria TESTA, Minuti scritti. 12 esercizi di pensiero e scrittura, Rizzoli/Etas, 2013. Indice del libro

Annamaria TESTA, Le vie del senso. Come dire cose opposte con le stesse parole, Garzanti, 2021. Indice del libro

vai alla scheda dell’editore:

https://www.garzanti.it/libri/annamaria-testa-le-vie-del-senso-9788811607816/

Siamo oggi sottoposti a un inarrestabile flusso di informazioni, di testi, di immagini. Interrogarsi criticamente sul senso dei discorsi e sulla loro intenzione è decisivo per comprenderli ed essere davvero liberi. Usando con accortezza le parole è infatti possibile non solo interpretare ma anche deformare e manipolare i dati di realtà fino a costruire e sostenere tesi diametralmente opposte. Annamaria Testa smonta e rimonta gli elementi di base della comunicazione, e lo fa con rigore e immaginazione. Dalle prime pagine della stampa internazionale al visual journalism, dai social media ai format televisivi, dalle scelte cromatiche dei maggiori brand alle infografiche, questo libro ci svela i meccanismi permanenti che tengono insieme informazione, narrazione ed emozione. Ci offre gli strumenti teorici e pratici per produrre comunicazione, per capirla e per orientarci nell’universo iperconnesso a cui tutti apparteniamo. Il punto di partenza è una frase elementare: Bella giornata oggi. Attorno a questo frammento irrisorio Annamaria Testa costruisce un sorprendente esercizio di stile. Ci mostra che ogni testo può dire qualcosa di meno, o di più, o di diverso da quel che sembra. E che la nostra ricerca di senso va sempre oltre le parole.

DUCCIO DEMETRIO, INGRATITUDINE, La memoria breve della riconoscenza, Raffaello Cortina Editore, 2016. Presentazione con Paolo Ferrario e Luciana Quaia alla LIBRERIA UBIK, Como, 28 Marzo 2017

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DUCCIO DEMETRIO, INGRATITUDINE, La memoria breve della riconoscenza, Raffaello Cortina Editore, 2016. Presentazione con Paolo Ferrario e Luciana Quaia alla LIBRERIA UBIK, Como, 28 Marzo 2017. AUDIO dell’incontro – Coatesa sul Lario e dintorni

CASTRONUOVO Antonio, Dizionario del bibliomane, Sellerio, 2021. Indice del libro

“Questo l’hai letto?”. I classici della letteratura come non li avete mai visti, di Soledad Bravi, Frey Pascale, Il Castoro, 2021

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Hai fatto il tifo per Rossella O’Hara e Rhett Butler in Via col Vento? Hai pianto per la triste sorte di Heathcliff e Catherine in Cime Tempestose? Lasciati coinvolgere dalle scintillanti feste del Grande Gatsby, dagli incontri segreti tra Romeo e Giulietta, dalla rocambolesca fuga dei Promessi Sposi: i più famosi classici della letteratura raccontati in un modo sorprendente e ironico, dalla matita affilata di Soledad Bravi.

RACCONTARE STORIE, citazione da Yuval Noah Harari

Quante storie: dai libri alla realtà, a cura di Giorgio Zanchini e Emilia Zazza, Rai3 – RaiPlay

Dai libri alla realtà Quante storie

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Quante storie – RaiPlay

“Per sognare non bisogna chiudere gli occhi, bisogna leggere”, Michel Foucault

TRACCE e SENTIERI

“Per sognare non bisogna chiudere gli occhi,

bisogna leggere”

Michel Foucault

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Iniziare dalla fine, o sul vizio di sbirciare il finale dei libri… – ilLibraio.it

n un’era in cui lo spoiler è visto come uno dei peggiori mali, non è facile ammettere di leggere il finale ancora prima di iniziare un libro. Tuttavia, non è un’abitudine poi così sbagliata…

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Iniziare dalla fine, o sul vizio di sbirciare il finale dei libri… – ilLibraio.it

VITIELLO Guido, Il lettore sul lettino. Tic, manie e stravaganze di chi ama i libri, Einaudi, 2021. Intervista di Luca Mastrantonio all’autore: “Chi mette i libri di cucina vicino ai gialli? Uno snob o un assassino?”, in 7 Corriere della Sera, 15 ottobre 2021

vai alla scheda dell’editore:

Perché molti lettori sottolineano i libri, ci scribacchiano sopra, fanno le orecchie ai bordi delle pagine, mentre altri guardano con orrore al piú lieve maltrattamento? E quali segreti custodiscono gli scaffali delle biblioteche domestiche? Se i volumi sono disposti in file doppie, cosa si nasconde nelle retrovie? Una ricognizione ricca e spiazzante di quelle perversioni che rendono erotico e nevrotico il nostro rapporto con i libri.

cerca gli articoli di Luca mastrantonio:

https://www.corriere.it/firme/luca-mastrantonio

PELISSERO Alberto, Dizionarietto di sanscrito per filosofi, Morcelliana/Scholé, 2021

vai alla scheda dell’editore: http://www.morcelliana.net/search?controller=search&orderby=position&orderway=desc&search_query=pelissero&submit_search=

vai ad altre schede del libro:

https://tinyurl.com/d94bmj2k

Dario Pisano, Parla come Dante. Come e perché usare i versi del sommo poeta nella vita quotidiana – Newton Compton Editori, 2021

A molti di noi è capitato spesso di esclamare, in qualità di invito a non perdere tempo con persone che non meritano la nostra attenzione, «Non ti curar di lor, ma guarda e passa!» (prima curiosità: la citazione è sbagliata! Dante scrive: «Non ragioniam di lor…»). E chi non conosce il verso «Amor ch’a nullo amato amar perdona», che tanta fortuna ha avuto nella musica italiana? Ma cosa significa? E quante volte abbiamo detto a un amico – pieno di guai fino al collo – «stai fresco»? Che cosa hanno in comune queste espressioni e le tante altre raccolte nel libro? La medesima paternità. Nascono tutte dalla penna di Dante Alighieri, il massimo genio linguistico della storia, il quale – con la sua Divina Commedia – ha incrementato vertiginosamente il patrimonio lessicale dell’italiano. Parla come Dante ospita una ricognizione dei più famosi ma anche dei meno noti versi di Dante entrati nella lingua quotidiana, per lo più usati da chi parla senza la consapevolezza della loro provenienza. L’ampia documentazione offerta in queste pagine è la prova del fatto che, se anche noi ignoriamo Dante, Dante non ignora noi, ed è sempre sulle nostre labbra, in ogni momento della «nostra vita»! Quante volte, parlando, citiamo Dante senza saperlo? E siamo certi di citarlo bene? Un libro che svela la presenza nascosta ma costante del sommo poeta nella nostra vita quotidiana

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Parla come Dante – Newton Compton Editori

Chi non legge non sa cosa succede, di Umberto Galimberti, in D La repubblica delle donne 9 ottobre 2021

cerca in D La Repubblica delle donne https://www.repubblica.it/argomenti/D_-_La_Repubblica_delle_donne

Vera GHENO, Le ragioni del dubbio. L’arte di usare le parole, Einaudi, 2021

Viviamo in un mondo affollato di parole; vogliamo davvero impiegarle senza gustarcele? Non sarebbe piú soddisfacente pensare alla lingua come al territorio delle infinite possibilità?

Guardiamoci intorno: quante sono le persone che intervengono nelle discussioni senza alcuna competenza specifica pensando di averla? Quanti criticano gli esperti con un «Io non credo che sia cosí» dall’alto di incrollabili certezze?

Ci siamo abituati un po’ troppo a parlare e a scrivere senza fermarci prima un attimo a pensare, e rischiamo cosí di far sempre piú danni. Perché le parole non sono mai solo parole, si portano dietro visioni differenti della realtà, tutte le nostre aspirazioni e le nostre certezze: ovvio che possano generare conflitti e fare male.

Ma possono anche generare empatia e fare del bene, se impariamo a usarle meglio.

Vera Gheno indaga i meccanismi della nostra meravigliosa lingua, e lo fa con la leggerezza calviniana di chi ammira il linguaggio senza peso perché conosce il peso del linguaggio. E in queste pagine, lievi ma dense, distilla un «metodo» per ricordarci la responsabilità che ognuno di noi ha in quanto parlante.

Un metodo che si fonda innanzitutto sui dubbi, che ci devono sempre venire prima di esprimerci: potremmo, nella fretta, non aver compreso di cosa si sta davvero parlando, capita a tutti, anche ai piú «intelligenti».

Poi sulla riflessione, che deve accompagnarci ogni volta che formuliamo un concetto. E infine sul silenzio, perché talvolta può anche succedere, dopo aver dubitato e meditato, che si decida saggiamente di non avere nulla da dire.

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Sulla necessità di leggere (in: Come un romanzo, Daniel Pennac)

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Sulla necessità di leggere (in: Come un romanzo, Daniel Pennac) – lescritteriate

Luca Serianni, L’ITALIANO. PARLARE, SCRIVERE, DIGITARE. Con un saggio di Giuseppe Antonelli – Treccani Libri, 2019

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Luca Serianni, L’ITALIANO. PARLARE, SCRIVERE, DIGITARE. Con un saggio di Giuseppe Antonelli – Treccani Libri, 2019 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

Stephen King, On Writing. Autobiografia di un mestiere

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King, On Writing. Autobiografia di un mestiere

Vivere con i libri. Un’elegia e dieci digressioni, di Alberto Manguel. Giulio Einaudi Editore, 2018

Alberto Manguel Vivere con i libri Un’elegia e dieci digressioni

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Vivere con i libri, Alberto Manguel. Giulio Einaudi Editore – Frontiere

RESISTERE E RIPARTIRE GUARDANDO AL DOMANI. La scrittura come aiuto per riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, restando sensibili alle opportunità che offre. Vincitori e migliori opere della III edizione del Premio Letterario Associazione Antonio e Luigi Palma, 2021

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L’ASSOCIAZIONE ANTONIO E LUGI PALMA PUBBLICA

RESISTERE E RIPARTIRE GUARDANDO AL DOMANI

La scrittura come aiuto per riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, restando sensibili alle opportunità che offre

Vincitori e migliori opere della III edizione

Premio Letterario Associazione Antonio e Luigi Palma

Como, 23 marzo 2021 – L’Associazione Antonio e Luigi Palma presenta la pubblicazione “Resistere e ripartire guardando al domani” che raccoglie i vincitori e le migliori opere della terza edizione del Premio Letterario Antonio e Luigi Palma.

Lanciato nel mese di giugno dello scorso anno con l’obiettivo di promuovere il valore e la funzione della scrittura e della lettura anche nella difficoltà, il concorso (a iscrizione gratuita) è stato un successo che ha contato 358 elaborati pervenuti da tutta Italia e suddivisi in 147 racconti, 195 poesie; 10 racconti e 6 poesie per la sezione giovani. All’interno del volume, oltre ai premiati, sono pubblicati i 20 migliori racconti e le 20 migliori poesie decretate da una giuria di professionisti composta da: Maria Grazia Gispi (Presidente giuria, giornalista e responsabile ufficio stampa Centro Servizi per il Volontariato dell’Insubria), Paolo Ferrario (sociologo), Mauro Fogliaresi (scrittore e poeta), Antonella Grignola (docente di italiano e latino, Liceo Teresa Ciceri di Como), Claudia Rancati (docente di lettere presso il Liceo Scientifico “P. Carcano” di Como).

“Il messaggio dato dall’Associazione – dichiara Angelo Palma, Presidente dell’Associazione Palma – in sintonia con le sue finalità statutarie e con l’esperienza derivante dall’attività svolta a contatto con persone in stato di bisogno, ha voluto stimolare ed esprimere negli scritti, anche in momenti di difficoltà o dolorosi, la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria identità. È parso molto chiaro – anche per questa edizione – quanto sia forte il desiderio comune di trasmettere e condividere attraverso la scrittura messaggi forti di speranza. E proprio in questo messaggio c’è l’assonanza con la missione dell’Associazione, che si propone, non solo di seguire il paziente in situazione di fragilità con una attenta e premurosa assistenza clinica, ma anche di essere vicino a Lui e ai suoi famigliari con calore e passione”.

Il volume non è in commercio e il ricavato verrà interamente devoluto all’Associazione.

L’Associazione Antonio e Luigi Palma si ispira ai principi della solidarietà e del volontariato in ogni sua forma ed espressione e non ha fini di lucro. È nata a Como nel 1992 per perpetuare la memoria di due benemeriti professionisti, il dottor Antonio Palma e l’avvocato Luigi Palma.

L’Associazione offre assistenza e cura gratuita a persone fragili presso il loro domicilio. Più in particolare l’Associazione assiste a domicilio gratuitamente pazienti fragili, a supporto e integrazione delle prestazioni del medico di medicina generale, attraverso una equipe multidisciplinare composta da infermiere e operatrici sociosanitarie e, se necessario, da medici specialisti.

Ufficio Stampa Associazione Palma

Manzoni 22

Camilla Palma

camilla.palma@manzoni22.it

James WOOD, Come funzionano i romanzi. Breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori, Minimum Fax editore, 2021. Recensione: Impieghiamo un’intera vita per imparare davvero a leggere, di Francesco Guglieri in Domani 10 marzo 2021

recensione:

https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/impieghiamo-unintera-vita-per-imparare-davvero-a-leggere-dlz6i8ob

Quando siete felici, fateci caso, di Kurt Vonnegut, Minimum fax, 2015

Questo volume raccoglie quindici discorsi (di cui sei inediti) tenuti da Kurt Vonnegut fra il 1978 e il 2004 e si propone come una piccola summa del pensiero di un maestro geniale e irriverente della letteratura del Novecento. Fra aforismi, ricordi, aneddoti, riflessioni, i discorsi di Vonnegut brillano dello stesso spirito vivace e irriverente che anima la sua narrativa: mai predicatorio, mai consolatorio, ma capace di sferrare attacchi frontali allo status quo, cantare inni alla libertà e alla creatività dell’essere umano, spiazzare e divertire con il suo humour dissacrante, Kurt Vonnegut ci parla ancora, a qualche anno dalla morte, con una voce modernissima e utile a leggere il mondo in maniera critica e potenzialmente rivoluzionaria. 

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Quando siete felici, fateci caso di Kurt Vonnegut

GHENO Vera, Potere alle parole. Perchè usarle meglio, Einaudi, 2019

ZAMPONI Ersilia, I draghi locopei. Imparare l’italiano con i giochi di parole, presentazione di Umberto Eco, postfazione di Stefano Bartezzaghi, Einaudi, 1986

Alessandro Baricco , Non ci perderemo mai veramente fino a quando terremo dei LIBRI in mano …, in The Game, Einaudi, 2018, pag. 310

” Non ci perderemo mai veramente fino a quando terremo dei libri in mano.

Non tanto per quello che raccontano. No. Per come sono fatti. Non hanno link. Sono lenti. Sono silenziosi . Sono lineari, procedono da sinistra a destra, dall’alto in basso. Non danno un punteggio . Iniziano e finiscono. Finchè sapremo usarli saremo umani ancora. “

citato anche in

DEMETRIO Duccio, All’antica. Una maniera di esistere, Raffaello Cortina editore, 2021

LE PAROLE VALGONO, di Valeria Della Valle, Giuseppe Patota, Treccani Libri editore, 2020

vai alla scheda dell’editore:

https://www.treccanilibri.it/catalogo/le-parole-valgono/

Per reagire all’ondata di violenza e di sciatta volgarità che ha invaso la lingua italiana, gli autori hanno scelto, come strumento di redazione, le parole che valgono, accompagnando il lettore a scoprirle in testi pieni di sorprese.

Dalle diciassette parole usate in una famosa sentenza medievale a quelle di una canzone d’amore in una pergamena del XII secolo; da quelle di san Francesco, Dante, Leonardo e Ludovico Ariosto a quelle raccolte nel Vocabolario della Crusca; da quelle di Cesare Beccaria contro la tortura e la pena di morte a quelle struggenti di Bella ciao, fino alle parole di due grandi presidenti della Repubblica, Einaudi e Ciampi

Le parole per dirlo, RayPlay

Un appassionante viaggio nella lingua italiana per raccontare il nostro modo di parlare nei suoi aspetti più vitali e concreti.

la scrittura di MARCEL PROUST: … e come … che … e … ma … ma non … in modo … parecchi anni dopo scoprimmo che se quell’estate avevamo mangiato asparagi quasi quotidianamente , era stato perché ….

[…] E come l’imenottero studiato da Fabre, la vespa scarificatrice, che per assicurare ai piccoli, dopo la sua morte, della carne fresca da mangiare, chiama l’anatomia in aiuto della crudeltà e, catturato qualche ragno o punteruolo, gli trafigge con una sapienza e un’abilità meravigliosa il centro nervoso da cui dipende il movimento delle zampe, ma non le altre funzioni vitali, in modo che l’insetto paralizzato, accanto al quale depone le proprie uova, fornisca alle larve, quando si schiuderanno, una preda docile, inoffensiva, incapace di fuga o di resistenza, ma non ancora frollata, Franҫoise escogitava, per assecondare la sua pervicace volontà di rendere la casa insostenibile da parte di qualsiasi domestico, degli accorgimenti così sottili e così spietati che, parecchi anni dopo scoprimmo che se quell’estate avevamo mangiato asparagi quasi quotidianamente, era stato perché il loro odore provocava alla povera sguattera incaricata di pulirli delle crisi d’asma d’una violenza tale che, alla fine fu, costretta ad andarsene.

Marcel Proust in Dalla parte di Swann, p. 128-9

Massimo Arcangeli, Edoardo Boncinelli, Le magnifiche 100. Dizionario delle parole immateriali, Bollati Boringhieri, 2017

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https://www.repubblica.it/rubriche/passaparola/2017/12/08/news/passaparola_magnifiche_100-183497938/

Dacia MARAINI, Amata scrittura. Laboratorio di analisi, letture, proposte, conversazioni. Testi raccolti da Viviana Rosi, Maria Pia Simonetti, Rizzoli, 2000

GOBBATO Ivano, La Biblioteca dei libri perduti, Dominioni editore, 2020

Giuseppe PONTIGGIA , Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere, Belleville editore, 2016

Giuseppe PONTIGGIA, Le parole necessarie. Tecniche della scrittura e utopia della lettura, a cura di Daniela Marcheschi, Marietti 1820 editore, 2018

GARDINI Nicola, Il libro è quella cosa, Garzanti, 2020

PONTIGGIA Giuseppe, Per scrivere bene imparate a nuotare. Trentasette lezioni di scrittura a cura di Cristiana De Santis. Prefazione di Paolo di Paolo, Mondadori, 2020. Indice del libro

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QUADERNO DI SCRITTURA CREATIVA. 20 grandi autori e 70 esercizi, a cura di John Gillard, La Repubblica, 2020

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SCRIVERE E LEGGERE, di Georges PEREC, in Linea d’Ombra n. 20, 1987

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tipologie dei TESTI: il TESTO REGOLATIVO, nell’indimenticabile RISOTTO ALLA MILANESE di Carlo Emilio Gadda, in Le meraviglie d’Italia, 1964

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Andrea Di Gregorio: “presentazione del mio studio, del mio lavoro, dei libri che sono stati pubblicati dagli esordienti che hanno partecipato ai miei corsi”, 25 feb 2019

Pubblicato il 25 feb 2019

Una breve presentazione del mio studio, del mio lavoro, dei libri che sono stati pubblicati dagli esordienti che hanno partecipato ai miei corsi

 

“Elementi di stile nella scrittura” di William Strunk

Anna Maria Arvia

La
prima edizione di questo libro risale al 1918 quando un professore
universitario di nome Strunk lo pubblicò a sue spese per gli
studenti del corso di inglese che teneva alla Cornell University.

Il suo intento era quello di sintetizzare in poche decine di pagine le più importanti regole grammaticali e sintattiche della lingua inglese.

Ma
questo libro ben presto si diffuse ben oltre l’ambito accademico fino
a diventare una vera e propria bibbia per quattro generazioni di
scrittori americani.

Ma
qual è il segreto del suo successo? Il punto fondamentale è che il
libro non dice solo ciò che si dovrebbe sapere sulla scrittura, ma
non dice niente di più.

Strunk
sembra suggerire che allo scrittore sono necessarie poche ma molto
chiare norme sintattiche e compositive. Tutto il resto è talento e
applicazione.

L’edizione
italiana è stata curata dall’editor e redattore Mirko Sabatino che
ha anche aggiunto alcuni paragrafi…

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prove di scrittura narrativa: Paolo Ferrario, ABBR.E, OVVERO L'”ANATEMA DELLA PAROLA, 10 maggio 2019

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ABBR. E

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OVVERO “L’ANATEMA DELLA PAROLA”

 

E’ giunto il momento di metterci un punto. Nel senso del punto fermo, quello che chiude un periodo prima di passare ad altro argomento.

Non il punto che non è seguito dalla maiuscola, che non richiede di inserire uno spazio, che gioca ad alternarsi fra singole lettere. Odio quel tipo di punto.

Attenta alla mia stessa essenza e brucia ogni mia libertà.

Potrò, finalmente, dar voce ai miei diritti? Di esistere, di allungarmi, di estendermi, di stiracchiarmi, di dispiegarmi, di srotolarmi nelle mie diverse lunghezze senza dover più incespicare nei punti che mi (s)troncano o sentirmi contratta in un’accozzaglia dura e impronunciabile di consonanti troppo promiscue?

Senza dovermi scervellare per capire se s.s. sta per strada statale, sua santità o Schutz-staffein; se p.s sta per pubblica sicurezza, post-scriptum o previdenza sociale, se a.c. sta per anno corrente, avanti Cristo o assegno circolare?

Basta. Reclamo il ritorno e la vicinanza degli amici virgola e punto e virgola, del punto esclamativo e di quello interrogativo, i buoni, vecchi e cari segni di interpunzione utili a regolare il mio suono e quello delle mie sorelle che con me costruiscono il senso delle frasi, del discorso, del linguaggio.

Voglio ritornare a essere tutta, intera, globale e illimitata.

Esigo la rotondità della a e della o, l’esilità della i, l’occhiello della e, la pervietà della u.

Pretendo il mio potere definitorio e la chiarezza di ciò che esprimo, senza ricorrere a barbarismi, sigle o acronimi che deturpano il valore del mio sussistere.

Basta una volta per tutte all’osceno utilizzo delle parentesi, quelle che un tempo racchiudevano i puntini di sospensione atti a segnalare, per citare un esempio, l’omissione di un passo all’interno di una citazione.

Da quando sono arrivate le insulse faccine che presumono di raffigurare le espressioni facciali umane, le sagge parentesi sono diventate rappresentanti di sensazione emotiva, anteposte o postposte ai due punti, ai trattini, a singole lettere alfabetiche o apostrofi.

:’-) piango amaramente. No, anzi, macché 😦 sono proprio contrariata.

Cedere il passo a segni grafici per raccontare l’inesauribile gamma delle emozioni?

Sì, proprio loro, le emozioni, vita e colore della nostra esistenza, così inattese e impreviste, fugaci e mutevoli nelle loro variabili sfumature, fonti di impaccio o di ispirazione sia negli abissi della disperazione che nelle vertigini della speranza.

ç_ç per dire triste? E come la mettiamo con le diverse varianti della tristezza? Come disegniamo parole come pena, dolore, cupezza, malinconia, autocommiserazione, afflizione?

E’ solo la parola che dipinge, rischiara, rabbuia, intensifica, indebolisce, accentua, attenua, spiega e interpreta la complessità degli eventi e dei vissuti.

E non mi vengano a raccontare che le emoticon hanno rivoluzionato il modo di scrivere e di comunicare, solo perché hanno l’obiettivo di raggiungere l’empatia del faccia a faccia nelle tastiere informatiche.

Non mi si dica, per favore, che i nativi digitali sanno andare dritti al cuore , senza dilungarsi in sorpassate sfumature lessicali e semantiche.

Solo io, la parola, posso raccontare.

Solo io, la parola, posso rivelare.

Solo io, la parola, posso essere parlata o scritta.

Solo io, la parola, nel momento in cui sono detta, letta o scritta, divento creatura vivente, pulsante, eterna.

Senza interruzioni, senza blocchi, senza annullare l’attesa.

Mi amo. Forse sono egocentrica, o forse un po’ senile. Vivo nel rimpianto delle tavolette di cera, dei rotoli di papiro, dei fogli di carta.

Sono vecchia, ma non voglio morire.

Gioca con me, uomo, e condividi la mia protesta. Urlami:

Ti guardo con riguardo”.

Dò un senso al tuo dissenso”.

Mi gusto il tuo disgusto”.

Fiuto il tuo rifiuto”.

Riprenditi la parola, per favore. Fammi ancora sentire unica, insostituibile, preziosa.

Perché finché ci sono io, ci sarai anche tu.

Indissolubilmente uniti prima che il tuo cervello diventi un definitivo ammasso di neurochip.

 

prove di scrittura narrativa: Paolo Ferrario, CORSIE, 16 aprile 2016

Ai letti succedono altri letti.

Ricordatevelo sempre, altrimenti non resisterete a lungo in Rianimazione”. Con queste parole il Prof. Scorza congedò gli allievi dell’ultimo anno Infermieristica.

Rosy spinse la porta di vetro smerigliato su cui da tempo immemorabile mal si accomodavano le lettere del reparto TER PIA

INTE SIVA.

In te si va” sussurrò fra sé e sé “in te si va, per sempre”.

Una chiazza di sudore si stava già allargando sotto le ascelle della divisa verde. “Maledetto caldo, ‘sto schifo di divisa sintetica non lascia traspirare” pensò mentre una sorsata d’acqua fredda scendeva a rinfrescarle la gola.

Ciao Rosy, guarda che al 5 è arrivata una nuova”.

In te si va, per sempre. Addio Adolfo”, fu il congedo di Rosy mentre si avvicinava al letto n. 5.

Guardò la nuova paziente. Due occhi cerulei erano spalancati verso il soffitto e sul viso grinzoso e rattrapprito si appoggiavano, sparse e sudaticce, lunghe ciocche di fini capelli immacolati.

L’occhialino di plastica al naso aveva già impresso due solchi rossi su quella pelle pallida e sottile.

Avrà almeno novant’anni” considerò mentalmente Rosy, mentre controllava il flusso di potenza dell’ossigeno.

Dal lenzuolo bianco che copriva il corpo sbucavano due avambracci nudi. Le mani esangui, colorate da un reticolato di canali azzurri, erano avvinghiate con forza alle spondine di sicurezza del letto monitorato, quasi fossero l’unico appiglio necessario alla vita.

Come si chiama?”, chiese a Flavio, l’ausiliario che a quell’ora provvedeva all’igiene dei degenti costretti al letto.

Crocefissa”.

Stai scherzando, vero?”. Una sopracciglia alzata mostrava il chiaro scetticismo rispetto a quanto appena sentito. Non sopportava il dileggio irrispettoso del personale ausiliario nell’affibbiare nomignoli a ogni malato che transitava in quel reparto.

Flavio, inoltre, pur di attirare le simpatie delle giovani tirocinanti, dava mostra di notevole creatività nell’inventare soprannomi a seconda delle caratteristiche fisiche o psicologiche mostrate dai sofferenti. C’era stato il turno del Pisciasotto, dell’Urlatore, del Tartaglia, della Fuggitiva, per citare gli ultimi ingressi. Per Adolfo aveva coniato il saluto “Heil mein Herr”, giustificando il suo atteggiamento con un “Tanto è in coma”.

Ti giuro di no. Si chiama proprio Crocefissa. Mica male eh? Si vede che sua madre se la sentiva che finiva così”, sghignazzò Flavio.

Gli occhi di Rosy si posarono nuovamente sull’anziana donna.

Di quel biancore spettrale l’unico contrasto offerto dalla poca carne visibile non era effettivamente dissimile, se non per la posizione orizzontale, dall’immagine della crocefissione.

Ma questo rendeva ancora più drammatica la ricerca disperata che il celeste degli occhi protesi verso l’alto e il respiro affannoso sembravano esprimere.

Ricacciò con forza le lacrime che già offuscavano lo sguardo.
Ai letti succedono altri letti” si ripeté mentre entrava nello studio del primario.

Dottore, per il 5 posso alzare l’ossigeno?

Inizio alternativo

Corsie

Piano sesto”. La voce metallica dell’ascensore annunciava per i non udenti l’arresto su tutti i piani del vecchio ospedale. Pareva abbastanza singolare, in quella ottocentesca costruzione dalle pareti con pezzi di intonaco staccato e arredi riciclati, trovare una traccia di modernità, probabilmente determinata dalle leggi della sicurezza sul lavoro.

Il sesto piano era l’ultimo.

Il piano più vicino al cielo”, fu il primo pensiero di Rosy, quando, fresca di laurea, iniziò la sua professione di infermiera nel Reparto Rianimazione.

A distanza di due anni si era abituata solo a varcarne la soglia e a non scuotere la testa davanti a quelle lettere incomplete che identificavano il reparto della Unità Operativa di Cardiologia:

TER PIA INTE SIVA.

Sapeva che in quel luogo la vita è una scommessa e, nonostante molti riuscissero a vincerla, per altrettanti, se non per i più, il passaggio da quei letti era l’ultimo. Per sempre.

Ai letti succedono altri letti.

Ricordatevelo sempre, altrimenti non resisterete a lungo in Rianimazione”. Le parole del Prof. Scorza adesso risuonavano più credibili dai tempi dell’università. Ma era tremendamente complicato scindere l’oggetto dalla persona. Almeno per lei.

In te si va; in te si va, per sempre”, sussurrò fra sé e sé spingendo la porta di vetro smerigliato del reparto.

Una chiazza di sudore si stava già allargando sotto le ascelle della divisa verde. “Maledetto caldo, ‘sto schifo di divisa sintetica non lascia traspirare” pensò mentre una sorsata d’acqua fredda scendeva a rinfrescarle la gola.

Ciao Rosy, guarda che al 5 è arrivata una nuova”.

In te si va, per sempre. Addio Adolfo”, fu il congedo di Rosy mentre si avvicinava al letto n. 5.

Guardò la nuova paziente. Due occhi cerulei erano spalancati verso il soffitto e sul viso grinzoso e rattrapprito si appoggiavano, sparse e sudaticce, lunghe ciocche di fini capelli immacolati.

L’occhialino di plastica al naso aveva già impresso due solchi rossi su quella pelle pallida e sottile.

Avrà almeno novant’anni” considerò mentalmente Rosy, mentre controllava il flusso di potenza dell’ossigeno.

Dal lenzuolo bianco che copriva il corpo sbucavano due avambracci nudi. Le mani esangui, colorate da un reticolato di canali azzurri, erano avvinghiate con forza alle spondine di sicurezza del letto monitorato, quasi fossero l’unico appiglio necessario alla vita.

Come si chiama?”, chiese a Flavio, l’ausiliario che a quell’ora provvedeva all’igiene dei degenti costretti al letto.

Crocefissa”.

Stai scherzando, vero?”. Una sopracciglia alzata mostrava il chiaro scetticismo rispetto a quanto appena sentito. Non sopportava il dileggio irrispettoso del personale ausiliario nell’affibbiare nomignoli a ogni malato che transitava in quel reparto.

Flavio, inoltre, pur di attirare le simpatie delle giovani tirocinanti, dava mostra di notevole creatività nell’inventare soprannomi a seconda delle caratteristiche fisiche o psicologiche mostrate dai sofferenti. C’era stato il turno del Pisciasotto, dell’Urlatore, del Tartaglia, della Fuggitiva, per citare gli ultimi ingressi. Per Adolfo aveva coniato il saluto “Heil mein Herr,” giustificando il suo atteggiamento con un “Tanto è in coma”.

Ti giuro di no. Si chiama proprio Crocefissa. Mica male eh? Si vede che sua madre se la sentiva che finiva così”, sghignazzò Flavio.

Gli occhi di Rosy si posarono nuovamente sull’anziana donna.

Di quel biancore spettrale l’unico contrasto offerto dalla poca carne visibile non era effettivamente dissimile, se non per la posizione orizzontale, dall’immagine della crocefissione.

Ma questo rendeva ancora più drammatica la ricerca disperata che il celeste degli occhi protesi verso l’alto e il respiro affannoso sembravano esprimere.

Ricacciò con forza le lacrime che già offuscavano lo sguardo.
Ai letti succedono altri letti” si ripeté mentre entrava nello studio del primario.

Dottore, per il 5 posso alzare l’ossigeno?

prove di scrittura narrativa: Paolo Ferrario, QUESTIONI DI PELLE, 22 marzo 2016

Augusto sospirò davanti alla fila della cassa.

Nell’attesa del turno, sentiva il peso e la solitudine dell’essere l’unico maschio in famiglia. Non che non fosse orgoglioso delle sue donne, ma certamente una leggera punta di delusione non aveva mancato di manifestarsi quando, tre anni prima, l’esame ecografico della moglie al quarto mese di gravidanza aveva decretato che il terzo arrivo sarebbe stato ancora una femmina.

Persa quindi definitivamente l’occasione di condividere con un figlio del suo stesso sesso il piacere del corpo sudato dopo la partita di pallone domenicale o la selvatichezza della barba incolta durante il week-end o il rifiuto di accompagnare una donna a fare la spesa.

Lo sguardo cadde sul carrello strapieno. Marisa era riuscito a incastrarlo subdolamente con l’annuncio della settimana di prezzi incredibili all’emporio Acqua&Sapone, aperto da poco vicino a casa loro: “Così mi aiuti a portare le borse, visto che ci sono parecchie offerte”.

Che stramberia anche questa nuova catena di supermercati. Ormai sembrava che al mondo nulla fosse più importante di curare il proprio corpo e, con quattro donne a carico, lo sfinimento era garantito.

Caterina, dall’alto dei suoi 30 mesi, era già pretenziosa, perlomeno a detta di Marisa che sceglieva con attenzione certi prodotti piuttosto che altri, perché alla piccola piacevano solo quelli.

Giulia, di tredici anni, stava alle costole di Stefania per imparare gli intimi trucchi della seduzione femminile che, diversamente da quando lui si era innamorato di Marisa, a diciotto anni erano in rapida espansione.

Guardò Marisa. Nonostante i suoi quarantatre anni conservava ancora la bellezza di studentessa liceale. Lei sì che a quei tempi era vera acqua e sapone: che fosse questo il motivo dell’attuale richiamo verso il gigantesco bazar di prodotti di igiene e cosmesi?

Nel frattempo le mani ingioiellate della donna avevano iniziato a estrarre con una certa velocità organizzata le diverse confezioni da allineare sul nastro rotante della cassa. Serie innumerevoli di barattoli di creme per viso-mani-corpo-labbra di dimensioni microscopiche e prezzi esorbitanti; doccia-shampoo in tutte le gamme di colori e profumazioni; shampoo per le diverse esigenze del cuoio capelluto; scatole di borotalco con la serie completa di oli per la pulizia della pelle dei bambini; un numero imprecisato di pacchi di assorbenti e tampax corredati da flaconi di sapone intimo a diverso ph; boccette di deodoranti spray o in stick con o senza alcool; saponette alle essenze naturali; fondotinta; balsami; lip-stick e burro-cacao; tubetti di dentifrici; spazzolini da denti e filo interdentale; carta igienica e fazzoletti detergenti.

Sul fondo del carrello, solitari come lui, il pacco super-convenienza dei rasoi a cinque lame (lo stesso marchio che fino a dieci anni prima vantava due lame) e il suo irrinunciabile pino silvestre Vidal.

Ma il bello doveva ancora arrivare.

Ogni volta, al momento del saldo del conto, dal borsellino di Marisa usciva un rotolo di cedolini colorati, ricchi di invitanti promesse di ribasso del prezzo, che diligentemente la cassiera passava sul riconoscitore del code-a-barre per applicare lo sconto annunciato.

Un vero supplizio.

Terminata la fase della spesa, Augusto già conosceva lo scenario che li attendeva al ritorno. I gridolini di gioia delle figlie, lo svuotamento delle borse di plastica, i “Mamma ti sei ricordata…”, “Che meraviglia, l’hai trovato!”, “No, Giulia, questa è mia”, “E il mio dentifricio alla fragola?”.

Persino Birilla, agitatissima per lo scompiglio generale, continuava a correre avanti e indietro e ad abbaiare per vedere se qualcosa arrivava pure a lei (anche in questo caso aveva vinto la scelta di avere una cagnolina femmina perché, dopo lunghe discussioni, Marisa aveva decretato che i cani sporcano di più),

Niente da fare. La famiglia Rossini non era una famiglia per maschi.

Se solo ci fosse stato qualche dubbio, la stanza da bagno era costantemente un effluvio di profumi tali da far inorridire chi, convinto dell’importanza olfattiva nella selezione della specie, sosteneva il ruolo fisiologico dei ferormoni nella scelta sessuale del partner.

A pochi giorni di distanza dall’approvvigionamento dei beni di prima necessità per la bellezza e la salute igienica, accadde che un mattino Augusto si svegliò con delle strane bolle sul collo e sulla fronte stempiata. Controllò il corpo, ma fortunatamente nessun segnale di rossore.

Nei giorni seguenti le bolle si fecero più marcate e un senso di persistente prurito dietro le orecchie e sulla testa iniziò a dargli decisamente fastidio. Decise di andare dalla dermatologa di famiglia.

Questa è una dermatite bollosa di origine allergica. Ha per caso cambiato marca dello shampoo?” chiese la dottoressa.

Guardi, non me ne parli. In casa mia i prodotti igienici cambiano a seconda delle offerta che mia moglie riceve per posta, per cui non uso mai la stessa marca. Tendo però a scegliere articoli il più possibile naturali”.

Naturale non è sinonimo di garanzia. Sapesse quanti pazienti contraggono dermatiti a causa di detergenti di bassa qualità. Alla sua età e con la pelle sensibile che si ritrova, sarebbe più conveniente rivolgersi ai prodotti farmaceutici, tutti clinicamente testati e ipoallergenici”.

Vagamente seccato per il riferimento a quella “sua età”, Augusto replicò: “Dunque lei ritiene che possa essere una forma allergica?”

Senta, ora io le prescrivo questa crema da applicare due volte al giorno per sette giorni e nel frattempo lei sospende lo shampoo che sta utilizzando. Quando arriva a casa, mi fa una fotocopia della composizione riportata sul flacone del prodotto e me la invia con la e-mail, così proverò a verificare gli eccipienti contenuti e intanto vediamo cosa succede dopo la terapia che le ho indicato”.

Augusto acquistò in farmacia la crema consigliata e, appena giunto a casa, aprì l’anta del suo personale scomparto del grande mobile a specchi del bagno.

Controllò il flacone dello shampoo e lesse: “Shampoo Neutron a pH fisiologico al Talco”. Gli venne un dubbio sul talco, ma ricordò perfettamente di aver pensato che, fra le varie proposte di mela verde, camomilla e miele e altre diavolerie agrumate, quello al talco gli era parso lo shampoo meno disturbante rispetto alle altre fragranze disponibili.

Col flacone in mano andò in studio verso lo scanner per fare una fotocopia e fu proprio quando cercò il lato migliore per inserirlo sotto il coperchio dell’apparecchio che vide, minuscola in basso, la dicitura “Per cani e cuccioli”.

La settimana seguente, la dottoressa Rocchi trovò nella sua posta elettronica il seguente messaggio:

Gentile Dottoressa, le scrivo per informarla che la cura ha avuto successo. La sua diagnosi era corretta: evidentemente si trattava proprio di una questione di pelle, troppo sensibile per quel tipo di shampoo. La ringrazio molto e la saluto cordialmente. Augusto Rossini”.

Non vi era alcun allegato.

prove di scrittura narrativa: Paolo Ferrario, Gaber, Ravel e l’incendio del giardino, 8 marzo 2016

TRACCE e SENTIERI

Mi ricordo di quella notte: temevo di avere provocato l’incendio del giardino.

Anche la musica può colorare un ricordo. Eccome.

Per la precisione quell’estate era stato il monologo di Giorgio Gaber a scatenare un risveglio non esattamente tranquillo, cui il Bolero poco dopo avrebbe contribuito a dare una mano.

Solo che l’idea fissa di Gaber era relativa alla chiusura del gas; la mia, invece, allo spegnimento della brace.

A letto ti viene un dubbio. La brace. Avrò spento la brace? Meglio andare a vedere”.

Mi sono sempre chiesto come mai proprio quella mattina, pochi minuti prima delle cinque, Radiotre avesse scelto di mettere in onda la famosa danza spagnola di Ravel.

In auto, mentre attraversavo la città per recarmi alla casa sul lago, sentivo ululare le raffiche del vento e nella penombra delle prime luci del giorno i corpi volanti dei più disparati oggetti assumevano inquietanti forme di…

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prove di scrittura narrativa: Paolo Ferrario, Mi ricordo dell’orto/giardino in fiamme, 9-23 febbraio 2016

Le lancette della sveglia segnavano le quattro e trentacinque. Non così presto e, forse, nemmeno così tardi per dire “Vado”.

Una debolissima luce filtrava tra le strisce delle tapparelle, più occupate a resistere alle raffiche del vento che preoccupate a seguire il percorso del sole.

Il rumore era infernale in quell’alba tardo primaverile e le parole “Speriamo che la brace si sia spenta”, pronunciate da Luciana nel dormiveglia, erano state sufficienti a innescare il pensiero paranoico di Paolo.

Una frase di per sé innocua, ma proprio per questo capace di evocare un potenziale pericolo.

Paolo ripassava le parole ad una ad una: speriamo (confidare in un esito favorevole di qualcosa); brace (legna che arde senza sprigionare fiamma); spenta (che non è accesa). E più il vento soffiava e più la ripetizione di quelle singole parole assumeva forme cupe e distorte.

La brace prendeva corpo e cresceva, rafforzata dal vento; decine di piccoli tizzoni si svegliavano dal torpore e, alimentati dall’ossigeno, davano vita a un vortice di esili lingue fiammeggianti che, l’una appresso all’altra, si rincorrevano nell’arida vegetazione circostante.

Vado”.

La strada era quasi deserta. Se non fosse stato per quel pensiero martellante della brace, sarebbe stato sociologicamente interessante analizzare il passaggio dei pochi mezzi nella penombra del giorno che voleva arrivare.

Sul breve percorso che dalla casa di città conduceva a quella del lago, il traffico era ancora addormentato: il furgoncino della Centrale del Latte, il camion della raccolta dei rifiuti differenziati, qualche auto dei lavoratori turnisti.

Dietro il profilo dei monti lentamente si stagliava una luce che solo Eric Rohmer avrebbe potuto romanticamente definire “raggio verde”. In realtà gli occhi di Paolo assistevano all’innalzamento di mulinelli ardenti, lingue arroventate e colonne infuocate il cui fumo, a contatto con l’umidità dell’aria, spargeva raggi rossi in ogni direzione del cielo.

Il piede schiacciò nervosamente l’acceleratore, come se l’aumento della velocità potesse frenare l’avanzamento delle fiamme che sicuramente, adesso, avevano superato il contenitore di latta adibito alla bruciatura delle fascine, varcato il confine del giardino, aggredito gli alti cedri del libano, arso completamente il secco sottobosco della tenuta dei Colombo e, infine, allertato il pigro risveglio degli ignari paesani, più inclini all’aroma del caffè del bar del borgo, che all’acre odore del devastante incendio.

Quando la macchina si arrestò nel parcheggio, Paolo tutto sudato cercò le tracce di quel che sopravviveva, mentre l’ossessiva ideazione ora era rivolta alle sicure denunce, al risarcimento degli ingenti danni, al pignoramento dei beni, a un futuro sul lastrico e, chissà, forse anche alla carcerazione per l’accusa di incendio doloso.

In realtà non era successo proprio niente. Una brezza amichevole annunciava un cielo terso e privo di angoscianti spettri color porpora. La brace giaceva grigia, ancora umida dopo le secchiate d’acqua che Paolo non mancava mai di gettare sul residuo di fuoco prima di tornare in città.

Le cinque e quaranta. Il tempo per rincasare e ritornare nel tepore del letto, dove Luciana, al contrario, si apprestava all’inizio della giornata.

Tutto a posto”.

Tutto a posto cosa?

Niente, niente”.

Pronto per la prossima paranoia.

prove di scrittura narrativa: Paolo Ferrario si esercita su CHESIL BEACH Ian McEwan (2007), Einaudi

CHESIL BEACH

Ian McEwan (2007), Einaudi

TRAMA

Sono i tempi in cui nell’ingessata e puritana Inghilterra non si è ancora preannunciato il rinnovamento culturale che di lì a poco avrebbe soffiato venti di libertà in materia di sesso e mode.

Florence ed Edward sono entrambi molto giovani.

La prima, appassionata musicista di violino, appartiene ad una famiglia agiata ma affettivamente assente.

Edward, invece, sogna di diventare biografo di personaggi vissuti ai margini dei grandi eventi storici e scopre solo in età adolescenziale che le stranezze della madre sono state causate da una lesione cerebrale nascosta a tutti, ma da tutti accettata e accolta come comportamento naturale.

Edward e Florence, nonostante le diversità di ceto e cultura, scoprono di essere attratti l’uno dall’altra e di amarsi.

Solo a parole, però. In quei primi anni Sessanta è solo il matrimonio ad autorizzare conoscenze più intime. Florence, inoltre, vagheggia un amore platonico, resiste ad oltranza a qualsiasi contatto più spinto e cede solo a lievi carezze, o abbracci e baci innocenti.

Ambedue limitano le loro pulsioni e credono di trovare nel precoce matrimonio la strada per conquistare l’autonomia e la liberazione dai legami familiari.

Finalmente quando il giorno della cerimonia arriva, la notte che segue sarà inevitabilmente portatrice delle inquietudini che la coppia comprime dentro sé. Florence, aggrappata all’dea di un amore intellettuale, scopre di essere totalmente impreparata a donarsi anche all’amore fisico.

Edward, da sempre dedito a masturbazioni solitarie, è sopraffatto dalle anse da prestazione, ora che il corpo desiderato è a sua disposizione.

Al termine di una cena infinita servita presso la suite nuziale affacciata su Chesil Beach, paure e passione bisticciano fra loro e, gesto dopo gesto, la resa dei conti su quel letto dalla sovraccoperta bianca ben tesa si avvicina sempre di più.

Nell’universo delle parole non dette, Florence cerca affannosamente il momento giusto per riuscire ad esprimere il suo disgusto verso l’intimità carnale ed Edward, per contro, frena a stento la sua impazienza di fronte al ripresentarsi di una rigida compostezza da brava ragazza che sperava il matrimonio avesse definitivamente cancellato.

E così “nelle rispettive personalità unite al passato, a ignoranza e paura, timidezza, pruderie, mancanza di fiducia in se stessi, esperienza e disinvoltura, più qualche strascico di divieto religioso, l’educazione britannica e l’appartenenza di classe”, in tutte queste cosucce di non poco conto, in quella notte tutto accade.
Impegnata a non deludere le aspettative dello sposo e a preservare la sua stessa carne, Florence, atterrita al manifestarsi della sua eiaculazione precoce, non riesce a frenare la sua repulsione.

Edward, invece, assiste alla fuga precipitosa della moglie con un senso di smarrimento che viene immediatamente travolto da una crescente rabbia per l’umiliazione subita.

Nello sforzo di un reciproco chiarimento, sulla spiaggia di Chesil Beach volano le accuse più inaudite e spregevoli, sorprendenti anche per chi le pronuncia oltre per chi le ascolta.

I giuramenti di un amore eterno appartengono a un passato molto remoto: nel presente di quella notte si dilegua ogni promessa di fedeltà e l’imminente alba futura cederà all’orgoglio ferito la facoltà di non saper perdonare immaturità e paure.

NUOVO FINALE

Il ritorno a casa di Florence è deludente.

In particolare la madre inveisce contro la sua dedizione al violino e biasima la mancanza della volontà di formarsi una famiglia rispettabile e apprezzata agli occhi di tutti

(“Cosa dirà adesso la gente? Che figura, che figura … un matrimonio durato nemmeno un giorno. Ora bisognerà restituire i regali”).

Florence riflette sulla possibilità di intraprendere un percorso di analisi per verificare se la sua innegabile frigidità derivi dall’imitazione del comportamento materno, ma la concentrazione sui preparativi del prossimo concerto la fa desistere.

L’Ennismore Quartet e la musica di Mozart diventano il suo unico scopo di vita, visto che come donna si sente completamente fallita.

Ma il ricordo di Edward è sempre fisso nella sua mente. Rivede ogni momento di quella fatidica notte e si rimprovera senza pietà di non aver saputo, come già accaduto tante altre volte, dare forma a parole di confessione, di scuse, di comprensione e intercessione nei suoi confronti.

Ha capito che la sublimazione nella musica non le è sufficiente per vivere serena.

Tornano in continuazione le immagini dell’ovale di Edward, il ricordo della sua pacatezza e l’interesse per la natura, la sua conoscenza del nome degli uccelli e dei fiori di campo, persino la passione per il jazz e il rock’n’roll così diversi dalla sua musica: tutto questo le manca terribilmente.

A distanza di un anno da quella che avrebbe dovuto diventare la sua nuova vita, arriva il momento della prima esibizione dell’Ennismore Quartet al Wigmore Hall.

Edward in quell’anno non l’ha mai cercata. Però sa del concerto perché le aveva fatto una promessa: “Giuro che quel giorno, a qualunque costo, io ci sarò. Sarò lì nella terza fila centrale seduto nella poltrona 9c”. Le promesse non possono dissolversi.

Il debutto è trionfale ma la poltrona 9c è vuota.

Florence disdegna i festeggiamenti e in lacrime esce dal teatro, prende l’auto e guida fino alla costa del Dorset.
Ritrova il vecchio albero caduto col tronco levigato dall’acqua di mare. Ricorda quel comodo angolo formato dal ramo che l’aveva accolta come in un dolce riparo dopo la sua fuga dall’hotel.

E’ di nuovo luglio e i ciottoli di Chesil Beach risuonano sotto i suoi passi.

Il giorno dopo il quotidiano locale annuncia la scoperta di un nuovo prodigio musicale, l’entusiasmo del pubblico, gli onori della critica, il talento sublime della violinista che però, nella sua riservatezza, si è voluta sottrarre alla luce dei riflettori.

Sulla spiaggia di Chesil Beach un paio di scarpe azzurre col tacco basso abbracciate dal ramo di un tronco attendono la risacca.

prove di scrittura narrativa: Paolo Ferrario, Imposta un romanzo a più voci con un elemento di tragicità, 17 settembre 2015

ESERCIZIO di Paolo Ferrario, 17 settembre 2015

Imposta un romanzo a più voci con un elemento di tragicità

Scrivi un soggetto in cui si percepiscano questi elementi (anche solo un’idea, ricercare un nucleo)

Butta giù un itinerario di ricerca, di studio, di approfondimento riguardo ai personaggi o alle situazioni di cui vorrai parlare

Fatti prendere anche dalla voglia di scrivere un dialogo o descrivere un’ambientazione


Siamo destinati alla morte. Questa è l‘evidenza che appare.

Eppure Amaltea, osservando quello che accade, ispira un’altra prospettiva: questo è solo ciò che si crede di vedere.

Amaltea abita un luogo solo apparentemente minuscolo.

Perchè lì si muovono uomini e donne, crescono fili d’erba, sbocciano fiori e germogliano alberi, sonnecchiano gatti, volano anatre, cigni, aironi e poiane, estivano tartarughe e lucertole, strisciano lumache e bruchi, ronzano api, vespe e calabroni.

Insomma succedono fatti, si raccontano storie, si fanno sogni, si respira il mondo.

Amaltea è lì e tuttavia è in contatto con l’universo.

E’ tragico credere di dover morire, ma il susseguirsi di quello che racconta Amaltea dimostra che forse la verità è un’altra.

La vera domanda è: “Perché vale la pena di vivere”?

E’ un’ottima domanda. Ci sono molte cose per cui vale la pena di vivere.
Per esempio un luogo dove c’è una casa, un giardino, un orto, un frutteto che si protendono verso il lago.
O l’Eros di Nina Simone che non canta solo una canzone, ma interpreta il contenuto della canzone.

Così come la voce di Ray Charles, quasi sempre, o le note blues e swing di John Lewis o il ballo di Al Pacino in Scent of woman.

O, ancora, il ricordo di Mood Indigo di Duke Ellington che entusiasmava il padre di Paolo, ma anche il “Meglio che in riviera” del padre di Luciana.

Il tempo è una freccia, ma nell’istante in cui sta per essere scoccata è ferma ed immobile. E in quell’attimo il tempo si ferma.

Amaltea racconta e la sua narrazione sembra non terminare mai. E allora, forse, non è vero che siamo destinati alla morte.

****

Li ho visti varcare il cancello che conduce al giardino. So per certo che questo, per loro, è quasi un esercizio psicologico.

Giungono al cancello, si arrestano, danno un’occhiata al cipresso, poi salgono i nove scalini, percorrono un tratto della Via della Vite e si fermano (sempre) alla panchina che si affaccia sopra il pontile del battello.

Nel contatto con le pietre, le piante, i cespugli … loro guardano, ma soprattutto immaginano.

Hanno percorso cinquecento passi per arrivare da me. La loro mente sospende la razionalità della vita pubblica e produttiva. Qui pensano, ma, soprattutto, si pensano.

Capitolo: Gradini

A Paolo e Luciana piace contare i gradini e stupirsi di alcune regolarità ripetitive che un’architettura spontanea ha saputo costruire da tempi più o meno memorabili.

Sono settantasei i gradini che interrompono il sentiero della mulattiera che scende a lago: tra il settantaquattresimo e il settantacinquesimo c’è il respiro di un passo e gli ultimi due degradano più dolcemente.

Ripercorsi in senso contrario, al quarantottesimo c’è una breccia sul muro sassoso che delimita un pezzo di bosco privato. E’ un invito al riposo durante la risalita, un piccolo brandello di scorcio su quella baia protetta che appartiene a un paesaggio così simile a un’esperienza psichica.

So che a loro piace contare i gradini quando aprono il cancello. Sono nove i gradini alti da salire, poi appaiono i due vasi delle aspidistre e il corridoio sotto il cupolone delle viti verdi e pesanti, con i loro grappoli di un colore che muta man mano che le giornate si accorciano.

Contano i gradini che fiancheggiano le azalee, mentre il loro sguardo incontra la statua di Anima sotto l’ulivo.

Nove gradini ancora e una repentina svolta a destra per salirne altri sei. Lì il cipresso si erge imponente puntando direttamente verso il cielo. Ogni anno cresce di un ciuffo e la sua flessibilità contrasta il soffiare del vento ….

seguirà ….

Paolo Ferrario: Scheda del libro: IAN McEWAN, Sabato, Einaudi, 2005, p. 294, traduzione di Susanna Basso, 21 maggio 2015

Paolo Ferrario, 21 maggio 2015

Scheda del libro: IAN McEWAN, Sabato, Einaudi, 2005, p. 294, traduzione di Susanna Basso

Compito

Elaborare una scheda di lettura su un romanzo letto. Le piste orientative sono:

  • cercare il rispecchiamento fra personaggi e quadro storico-sociale

  • valutare le caratteristiche del protagonista e dell’antagonista, sia come singoli soggetti che in relazione fra loro

  • capire lo stile (lo stile è il registro linguistico usato dall’autore: esempio in S. King il registro linguistico è la narrazione)

1. Trama e rispecchiamento

Qualche ora prima dell’alba Henry Perowne, un neurochirurgo, si sveglia per ritrovarsi già in movimento, seduto nell’atto di scostare le coperte e quindi di alzarsi in piedi. Non sa esattamente da quando è cosciente, né del resto la cosa risulta avere rilevanza” (pag. 7)

Gli eventi si svolgono nella sola giornata “senza lavoro” di sabato 15 febbraio 2003. La situazione storica e psicologica è quella del senso di inquietudine nato dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 e che permane ed interagisce (a diversi livelli di sensibilità) con le nostre preoccupazioni quotidiane

C’è gente in giro per il pianeta, una rete di gente bene organizzata che vorrebbe uccidere lui, la sua famiglia e i suoi amici per dimostrare qualcosa” (pag 87)

Henry Perowne è proiettato in due situazioni che gli lasciano un senso di impotenza simile a quella di una catastrofe internazionale. Una è un incidente che gli capiterà con un uomo violento e squilibrato che egli è in grado di esaminare clinicamente ma da cui è difficile difendersi. L’altra è la visita alla madre che soffre di una demenza che la sta privando della memoria:

Il danno prodotto dai coaguli nei piccoli vasi tende ad accumularsi nella sostanza bianca e a distruggere la capacità di connessione mentale … Lily può pronunciare con commovente serietà le proprie tesi strampalate, i suoi monologhi insulsi …. Le fa piacere se Henry annuisce e sorride ….” (pag 170)

Il dottor Perowne non ha ancora 50 anni, è un realizzato padre di famiglia, ama sua moglie e ha due figli: Daisy, che è una promessa della poesia britannica, e Theo, che suona il blues.

Nella notte di sabato vede dalla finestra un aereo che prende fuoco nel cielo di Londra e che atterra senza creare problemi. Questo evento attiva pensieri e ricordi scientifici:

Un gatto, il Gatto di Schrödinger, celato dentro a una scatola coperta, può essere ancora vivo, oppure morto, per via di un martello che, azionato a caso, si abbatte su una fiala di veleno. Fino a quando l’osservatore non solleva il coperchio della scatola entrambe le possibilità, gatto vivo e gatto morto, coesistono l’una accanto all’altra” (pag. 23)

Però l’aereo è atterrato: “Il gatto morto di Schrödinger a quanto pare è vivo

Tutto il vissuto interiore di Henry è influenzato da quell’aereo in fiamme.

Dopo aver fatto l’amore con la moglie indossa una vecchia tuta da ginnastica e va a giocare a squash. Durante il percorso una manifestazione pacifista blocca il traffico e Perowne provoca un piccolo incidente d’auto che si trasforma in una pericolosa rissa quando Baxter, l’altro automobilista, lo aggredisce.

2. Le relazioni fra protagonista e “antagonista”

Perowne riceve un pugno nello stomaco, ma riesce a distrarre Baxter e a fuggire illeso descrivendogli i sintomi del morbo di Huntigton, che lui conosce bene:

La faccia è animata da scosse di infinitesimali tremori che non si compongono mai in un’espressione. Si tratta di una irrequietezza muscolare che un giorno – secondo la ponderata opinione di Perowne – muterà in aterosi, uno strazio di spasmi incontrollabili e involontari” (pag. 100) … “L’ha avuto tuo padre. E adesso ce l’hai anche tu” pag 101) … Perowne conosce bene questa tendenza del paziente, questo aggrapparsi al minimo appiglio. Se un farmaco esiste, Baxter o il suo medico lo conosceranno senz’altro. Tuttavia Baxter non può esimersi dal controllare. E poi controllare di nuovo” (pag. 104)

Dopo l’incidente e la fuga, Perowne va in palestra, gioca una partita senza entusiasmo e con un po’ di astio. Poi va in visita alla madre che è ricoverata in una casa di cura. Torna a casa, dove trova la figlia Daisy e discutono sulla prossima guerra in Iraq:

– Papà, non sarai favorevole alla guerra, spero.

Henry si stringe nelle spalle. – Nessuna persona sensata è favorevole alla guerra. Però da qui a cinque anni potremmo anche non rimpiangere di averla fatta” (pag. 195)

Poi arrivano la moglie Rosalind, il figlio Theo e il suocero Grammaticus . Ma fanno irruzione nella casa anche Baxter e un suo complice. Il nonno viene colpito con un pugno e Daisy viene fatta spogliare ed obbligata a leggere una sua poesia. Lei legge, invece, un altro poema lirico che colpisce emotivamente Baxter. Henry e Theo riescono così a sorprenderlo, disarmarlo e a farlo cadere dalle scale. Verrà ricoverato in ospedale, dove Perowne lo opererà con perizia, attenzione e successo.

Fra protagonista e “antagonista” si è strutturata una relazione intersoggettiva: Baxter è incolpevole della sua violenza e Perowne lo cura utilizzando tutta la sua competenza tecnica, ma anche risolvendo un dilemma etico. Ha capito che la vera ragione della sua aggressività è la malattia. E che, se non avesse questi gravi disturbi, sarebbe (forse) una persona diversa, più sensibile ed equilibrata:

Henry? Sei tu Henry … abbiamo un extradurale, paziente maschio, fra i venti e i trent’anni, caduto da una scala. … Ho visto chirurghi alle prime armi recidere il seno craniale sollevando l’osso, con conseguenti quattro litri di sangue sparsi sul pavimento. Voglio qualcuno che abbia più esperienza qua dentro e tu sei il più vicino. Oltre che il migliore …. Henry? Ci sei ancora?

– Sto arrivando” (pag 242)

La giornata del sabato si conclude alle cinque della mattina di domenica, quando Perowne fa ancora l’amore con la moglie. E’ “salvo dal nulla” e può addormentarsi:

Il sonno ha cessato di essere una astrazione per diventare una cosa concreta, un antico mezzo di trasporto, un lento tapis roulant che lo trasferirà dentro la domenica. Si accomoda intorno a lei, al suo pigiama di seta, al profumo, al calore, a quel corpo adorato, e le si fa più vicino. Nel buio le bacia la nuca, C’è sempre questo, ecco un pensiero tra i pochi rimasti. Poi sarà: c’è solo questo. E alla fine, in caduta, lieve: questo giorno è passato” (pag. 289)

3. Lo stile del romanzo

Lo stile è quello del flusso di coscienza.

Ian McEwan riesce a descrivere in dettaglio i processi mentali con cui il nostro precario benessere individuale si intreccia con le nostre ansie politiche.

Ma McEwan fa anche di più.

Egli riesce a descrivere la reazione empatica di un uomo di fronte ad un mondo fatto non solo di religione o arte ma anche di materia.

Perowne arriva al perdono attraverso la biologia e i meccanismi fisiologici del corpo. Mostra che ci sono vie diverse per diventare soggetti che sviluppano relazioni interpersonali

Sabato è un romanzo su un uomo che si osserva mentre pensa. E’ una storia di chi si osserva mentre prova delle sensazioni.

E questo è ottenuto con il dono della sua scrittura e di quello della sua traduttrice italiana Susanna Basso.

prove di scrittura autobiografica: Paolo Ferrario, LA BIOLOGICA, 2015

Enrico si fermò ansimante a considerare i gradini mancanti all’arrivo a casa.

Li hanno proprio messi giù in qualche modo. Prima, almeno, erano tutti della stessa altezza e si faceva meno fatica”.

Paolo e L., qualche gradino più su, sorrisero annuendo.

Era il tempo in cui l’aria profumava di gelsomino e lavanda. Le case abbarbicate sul sentiero di sasso mostravano finalmente le persiane spalancate: anche quell’anno i tre uomini e le rispettive mogli erano arrivati a trascorrere il tempo estivo nella residenza di campagna.

Coatesa bassa è una piccola frazione a ridosso del lago e raggiungibile unicamente attraverso la lunga gradinata di pietra che, simile a una cicatrice verticale, divide la montagna in due minuscole frazioni. Il fatto di non essere percorribile da auto e di animarsi solo nei mesi caldi, rende Coatesa bassa un luogo fuori dal tempo, un borgo reso interessante soprattutto per l’antico ponte di pietra che si specchia nel lago e da cui è visibile il salto della cascata.

Pochi ormai i nativi del luogo e pochi, del resto, anche i suoi abitatori che da generazioni si tramandano l’uso delle dimore.

A Coatesa gli argomenti di discussione sono quasi sempre centrati sull’avanzamento della modernità, ad esclusione ovviamente delle usuali banalità meteorologiche, delle gare sulla produzione di pomodori, degli aggiornamenti sui pettegolezzi delle vicende umane che costringono alla vendita dei campi, dei boschi o addirittura delle case stesse.

L’arrivo del metano, per esempio, è stato a lungo oggetto delle solite chiacchiere da bar. Ogni anno sembrava fosse giunto il momento di dire: “OK, si parte”. Poi, naturalmente, a ritardare l’evento subentravano le lungaggini burocratiche, il blocco dei finanziamenti, la non convenienza economica data l’esiguità dei residenti, la difficoltà di indire gli appalti, il cambio della giunta, le elezioni amministrative.

C’era voluto lo scossone del probabile rifacimento della diroccata filanda per indurre finalmente l’avvio dei lavori.

L’effetto però era quello rimarcato da E.. Dopo due anni di scala sventrata e di passatoie di legno, ora che il cantiere era stato chiuso, quei gradini stavano a testimoniare un lavoro svolto in economia. Gli iniziali trecento scalini erano, infatti, diventati duecentosettanta e questo, per le artritiche ginocchia di Enrico, non era cosa di poco conto.

I sorrisetti di L. e Paolo non volevano certo sminuire le difficoltà del più anziano della combriccola. E’ che quella scalinata veniva percorsa tutti i giorni e, puntualmente, la stessa frase risuonava come un rimbrotto al tanto sospirato arrivo del metano. Nulla di cui stupirsi, del resto. Enrico era un criticone innato e trovava sempre qualcosa da ridire sull’operato altrui.

L. , che fra i tre si difendeva meglio dai segni del tempo, era invece quello che sapeva accendere gli animi degli altri due con battutine sornione, ma cariche di implicite frecciate cui faceva seguire un irritante risolino. Sia E. che Paolo, entrambi permalosi e irascibili, difficilmente restavano insensibili alle provocazioni, con l’unica differenza che mentre Paolo si imbestialiva, E.  attenuava le proprie intemperanze per negoziare l’imminente conflitto.

E fu proprio L. che, in risposta a quel commento di Enrico, non poté astenersi dal dire: “Pensa che adesso devono tirare di nuovo su tutto per metter giù i tubi del depuratore”. Le parole rimasero cristallizzate nell’aria per qualche secondo.

Poi E. : “Ah … perché? …. si fa?”.

L. , da perfido sobillatore qual era, non mancò di millantare una presunta amicizia con l’assessore di turno, dando dunque per garantito il fatto: “Certo. E’ già stato deliberato in giunta. Me l’ha detto Frigerio: in autunno si parte”. Paolo sbuffò: “Sì certo, come per il metano …”.

Quelle parole tuttavia ottennero l’effetto desiderato: a Coatesa da quel momento si trovò un nuovo argomento su cui dissertare nelle ore serali quando, seduti vicino al pontile nell’attesa che i cani sbrigassero le loro intime funzioni, i tre stavano a costruire ipotesi e ad anticipare possibili soluzioni dell’impresa. Fu così che grazie alle straordinarie competenze tecniche di E. si tentò di esaminare – a parole – il percorso delle tubature, l’enigma della risalita delle acque reflue attraverso un complesso sistema di pompaggio, l’allacciamento delle biologiche private, la partecipazione al costo, il risollevamento della scala di pietra.

Quel luglio fu particolarmente piovoso, tanto che il depuratore scese dalla graduatoria dell’interesse per cedere spazio ai danni dell’orto e ad alcuni tetti diventati a rischio dopo violenti nubifragi.

Fu nuovamente L. a fomentare un’antica questione sulle responsabilità civili delle infiltrazioni, visto che parte del suo spazio esterno si era allagato a causa di una fuoriuscita di acqua maleodorante dalle fessure della roccia. “Quell’acqua dipende dalla fogna di qualcuno che abita più in alto. Se non sei tu, se la biologica dell’Assunta va direttamente a lago, rimane solo quella del Paolo”, furono le parole di L. a E. , il quale, naturalmente (non per nulla chiamato “radio Scarpa”), lo riferì immediatamente a Paolo.

E no, eh, adesso mi hanno proprio spaccato i coglioni!” sbottò Paolo, mentre l’ira saliva pericolosamente come fuoco alla gola. Non ne poteva più di quelle insinuazioni fondate esclusivamente su inconsistenti eredità orali che periodicamente tornavano alla ribalta. Lui era l’unico del luogo a non essere, per così dire, autoctono e nonostante fosse quello più vicino in termini di distanza, si sentiva continuamente considerato il forestiero da colpevolizzare per tutte le nefandezze prodotte da altri.

E così gli toccava di subire, oltre alle ripetitive narrazioni che raccontavano di come il tale avesse ceduto un piccolo lotto di terreno non accatastato o di come il talaltro avesse usufruito di un condono per la sua abusiva espansione edilizia, anche l’ennesima sottolineatura di come il milanese avesse letteralmente svenduto la casa – ora di Paolo – a causa di insanabili conflitti familiari. Fatto questo che aveva sollevato parecchie invidie in chi pensava di poter avere diritto di prelazione solo perché compaesano.

Le classiche storie di campanile che appassionano e infiammano il tempo sospeso delle giornate oziose.

L., per quanto riguardava la regolarità delle norme edilizie relative al caseggiato dei nonni, era sicuramente quello che più avrebbe dovuto stare in silenzio e invece eccolo di nuovo lì a evocare l’esistenza di presunte falle nell’impianto idrico di Paolo. Sì, proprio del draconiano Paolo che, appena insediato a Coatesa bassa, si era subito preoccupato, insieme al suocero, di far controllare lo stato della biologica, vista l’assenza di un depuratore e il timore che le acque reflue si immettessero illegalmente nel lago.

E infatti, ormai col fumo alle narici, Paolo continuò: “Ancora non gli è bastata la prova di colore fatta fare da mio suocero dieci anni fa, ancora me la mena… ma allora è proprio un pirla! Adesso basta, però. Telefono al Sergio e che questa storia finisca una volta per tutte!”

E.  capì che in quel momento non erano possibili mediazioni e si limitò a riferirgli che proprio il giorno dopo il S. sarebbe passato da lui per valutare un danno anch’esso causato dalle recenti alluvioni.

Il S. , per intendersi, è il muratore esperto di tetti.

A Coatesa bassa nessuno vuol prendersi l’impegno di lavori pesanti, data l’impossibilità di accedervi se non a piedi. Il S., invece, è colui che arriva, guarda, tira fuori un pezzo di carta e in piedi ti fa quattro conti, aggiungendo sempre: “Poi naturalmente bisogna vedere che cosa si trova sotto”. E con questa frase triplica il costo finale.

D’altro canto gli interventi di altri artigiani più onesti non davano mai esiti positivi e alla fine era sempre il S. che doveva rimediare ai pasticci altrui. Ovviamente facendosi pagare a peso d’oro.

Il S. naturalmente fu ben felice di accettare la prova colore richiesta per dimostrare che la biologica di Paolo non turbava alcun equilibrio idrico. Oltre tutto aveva il dente avvelenato con L. per il saldo di un certo conto del passato mai pervenuto.

Successe quel martedì in cui Luciana aveva deciso di fare la marmellata di prugne. Operazione consueta, visto che era il periodo delle gocce d’oro. Mentre in cucina mescolava frutta e zucchero con accuratezza, dalla finestra aperta ascoltava le voci sconosciute che spiegavano a Paolo come sarebbe stato condotto l’intervento della prova colore: immettere acqua tinta di rosso nello scarico e verificare se così colorata uscisse dalla fessura segnalata da L.. Dal cancello dischiuso sentì anche sopraggiungere i passi di E. e L.. Poi, improvvisamente, il silenzio seguito da un gran rumore d’acqua.

Dopo aver versato la marmellata nei vasetti di vetro e con ancora nelle narici la fragranza dolce-asprigna della composta, Luciana uscì incuriosita sul balcone del soggiorno.
La prima cosa che vide fu un gruppo di uomini chinati quasi ad angolo retto sulla botola aperta della biologica, fra cui persino C. che, tornando dal suo orto con una borsa piena di pomodori e floride lattughe, si era soffermato attratto da quell’insolito assembramento.

Con grande solerzia il S. reggeva in mano un bastone di circa due metri e rimestava in senso orario dentro il pozzetto, incitando un giovane manovale marocchino a gettare secchi d’acqua di colore rosso. Al contempo dava voce all’altro aiutante che, appostato più sotto nei pressi della porzione di roccia incriminata, doveva verificare di che colore fosse l’acqua uscente.

Come se ciò non bastasse, Paolo, con addosso un paio di stivali di gomma, si affannava a portare secchi all’ultimo piano dello scosceso giardino.

Ma che cosa stai facendo?” gli chiese Luciana.

Sto portando merda, vedi?”, rispose Paolo agitando rischiosamente il secchio colmo di un liquido denso dall’inequivocabile odore. “Con tutta l’acqua che buttano giù, se poi non scarica, finisce che ci esce in cortile”.

E’ chiara o rossa?”, urlava intanto il marocchino al collega di vedetta alla fessura.

E’ chiara”.

E il S.: “Butta ancora un secchio”.

Tutti in religioso silenzio stavano ad ammirare il sapiente lavoro del muratore, incuranti dell’odore nauseabondo che si paralizzava nell’aria afosa.

Chiara o rossa”?

Chiara, chiara”.

Paolo al decimo secchio del putrido liquame sembrava un po’ stravolto.

Direi che è sufficiente, lei cosa dice, professore?” chiese il S. con l’aria cattedratica del gran consulto davanti a un tavolo chirurgico.

Ah, lo dica a quello lì, che sostiene che la sua perdita è causata dal mio impianto fognario”, sbottò Paolo indicando L. .

Ora il gruppo aveva riacquistato la posizione eretta. Lo sguardo di tutti puntato sul S. .

L’acqua che esce dalla roccia è chiara” sentenziò con aria solenne. “Se in autunno partiranno i lavori per il depuratore, forse si scoprirà la causa della perdita. Questa biologica non ha nessun danno”. E questo fu tutto.

Quella notte Paolo continuò a rigirarsi nel letto. Sognava fiumi sotterranei color rubino che si insinuavano negli interstizi rocciosi del sottosuolo, rivoli scarlatti incuneati fra scarichi di water e bidet, scrosci sanguigni sotto la doccia.

Improvvisamente si svegliò tutto sudato.

La stanza era rovente, ma Luciana era stata inamovibile. “Sarà pure merda nostra, ma stasera le finestre restano chiuse”.

Era il tempo in cui l’aria profumava di gelsomino e lavanda. Ben presto l’installazione del depuratore avrebbe allontanato il ricordo di quella fetida giornata.

prove di scrittura autobiografica: Paolo Ferrario, Un’AMICIZIA FINITA, 2015

Ogni volta che il canto di Nina Simone si diffonde nella mia camera non posso fare a meno di pensare a Paola e alla fine del nostro rapporto. Dico rapporto perché, sulla soglia della settantina, ho smesso l’uso di parole impegnative come, nel nostro caso, Amicizia.

Amicizia … in tempi ormai remoti eravamo tutti convinti di essere grandi amici: ci si muoveva sempre in gruppo, dalle gite domenicali alle vacanze estive, e di sabato sera, quando ognuno scartava la proposta dell’altro, la soluzione vincente restava ovviamente la casa di Paola.

Chissà, forse perché era l’unica a conservare un legame affettivo stabile, mentre di noi e delle nostre vicende matrimoniali restavano solo misere macerie.

O forse perché Paola era un’implacabile entusiasta. I suoi repentini innamoramenti delle cose della vita ci obbligavano a dare una scossa al nostro torpore e a tentare di tenerle il passo. Non trascorreva settimana che non fosse connotata da nuove, sensazionali scoperte: un regista straniero, un romanzo, un poeta, una colonna sonora, una ricetta gastronomica …

Così, quando la stanchezza esistenziale cancellava ogni desiderio di relazione, da Paola ci si sentiva protetti e stimolati.

Lei aveva sempre qualcosa da raccontare. Partiva con i suoi lunghi soliloqui dal tono professorale, più catturata dal suo dire che dalle altrui parole.

A me andava benissimo così: bastava lasciarla raccontare, annuire di tanto in tanto con la testa, formulare qualche domanda di approfondimento e abbandonarsi al suono delle sue parole. Non posso negare che qualche volta le “scoperte” annunciate erano davvero interessanti, mentre altre cadevano nella mia più assoluta indifferenza. Ormai ero già diventato bravo a immergermi nei miei pensieri, fingendo uno sguardo vigile e attento.

Paola per me era come la Ferrarelle: un po’ liscia e un po’ gassata.

Nella versione liscia, la serata scorreva piacevole e mai banale. Un classico era diventato la visione del film, che sceglieva lei perché nessuno di solito conosceva il regista. Iniziava una dotta disquisizione sulla biografia dell’autore e delle sue opere e quando tu credevi finalmente di gustare il film proposto, sullo schermo della TV compariva un altro titolo … per carità, sempre dello stesso regista! Inevitabilmente poi, ad ogni colpo di scena, i commenti di Paola rompevano la suspense del silenzio e tutti a fare “Sssst, porca misera, Paola, torna indietro e stai zitta!”. Arrivava naturalmente anche il momento delle lacrime, il tirar su con il naso e la ricerca di un fazzoletto per Paola che aveva le lacrime in tasca, non solo davanti a un film.

Alla fine della serata si usciva comunque soddisfatti, sorridenti e riconciliati con se stessi e il mondo. Questo nella versione per l’appunto liscia.

Ma poi c’era la versione gassata di Paola e lì iniziavano i guai, soprattutto se prendeva il via una discussione politica.

In quei tempi lontani ritenevamo tutti di essere dalla parte del Giusto, di credere in valori inconfutabili, di lottare per una società e un pianeta migliori. In quel magma di ideologie variegate si intersecavano principi, convinzioni e fedi diverse.

Paola era la più accesa e non tollerava assolutamente le opinioni stile chiacchiere da bar. Nella maggior parte dei casi finiva che si inalberava e si scagliava contro chi non aderiva alle sue ragioni e visioni. “Fumantina, iraconda, dispotica, acritica” erano le migliori repliche che volavano in sua direzione, esacerbando ancor più il clima già rovente.

Paola è una donna veramente permalosa, capace di ricordare vividamente per anni anche il minimo sgarbo.

Lei interpreta, classifica e poi decide. Come quella volta che, improvvisamente, ha abbandonato il suo rituale di regalare a capodanno una cassetta con la registrazione di quelli che lei valutava come i migliori pezzi musicali ascoltati e selezionati nel corso dell’anno.

E’ stato sufficiente che Armando le dicesse che l’ultima cassetta era meno entusiasmante delle precedenti per interrompere definitivamente il suo gesto augurale. Per sempre.

Faccio fatica con esattezza a focalizzare il preciso momento della rottura. Dove sono – siamo – finiti tutti?

Probabilmente si è trattato di un graduale allontanamento, di strade diverse, di ridimensionamento di quei credo diventati più sbiaditi di fronte ad altre responsabilità e abitudini.

Resta il fatto che, sulle note di Nina Simone, non riesco a non pensare che Paola sia colei che veramente esprime “la forza del carattere” per dirla con James Hillman. Una forza che le ha permesso – e credo permetta tuttora – di inseguire e incontrare amori sognati, di coltivare pulsioni e di assecondare emozioni.

Per uno come me, inclinato verso la vecchiaia e propenso a lasciare che le giornate si trascinino senza troppi scossoni, Paola è una che va troppo veloce.

Di lei mi restano le sue audiocassette, l’eco del suo sbraitare, le vibrazioni della sua vitalità e, temo, l’invidia della sua resistenza ad essere ciò che veramente è e appare.

Paolo Ferrario, prove di scrittura autobiografica: DELITTO (IM)PERFETTO, 2015

Una morte senza un corpo da seppellire, seppure certa, resta una morte imperfetta.

Da Natale a Natale: questo il destino della gatta bianca Noelle.

Noelle, il corpo smagrito e malato, il muso docile e impaurito, il mantello candido chiazzato di arancio e di grigio.

Noelle, immobile nel giardino, portata da chissà chi.

Noelle, la sua repulsione per gli spazi chiusi senza via di fuga.

Noelle, dolce e mansueta, rifugge il contatto umano.

Noelle, ossessione permanente da quel giorno di capodanno, quando, dal cancello del giardino, non è più spuntato il suo bianco musetto.

Ieri notte è successo il finimondo”, mi dice Ugo, mentre il suo sguardo proteso verso l’alto indica chiaramente la casa di Gerardo. “Non c’è un gatto in giro: quando fanno i fuochi gli viene lo stremizio, ma vedrà che torneranno”.

Certo, torneranno. E infatti sono tornati Luna, Silvestro, Mammagatta, Blu, Belle. Tutti, tranne Noelle.

Maledico, impreco, insulto, bestemmio per cercare di frenare lo strazio che mi cresce dentro. Sul banco degli imputati velocemente raduno persone e fantasmi, immagini e scenari di ogni probabile delitto. E il vano appello inizia:

  • gli scapestrati figli di G., ubriachi fradici che dopo i fuochi torturano Noelle

  • C., che la colpisce a sassate mentre la sorprende vicino al pollaio attiguo al giardino

  • U., che la trascina sotto i cingolati mentre guida la sua motocarriola

Più passano i giorni, più aumentano lo sconforto e la disperazione. Nessuno ha visto Noelle. Perlustro quotidianamente sentieri, scale, mulattiere agitando crocchette, cercando corpi schiacciati, spiando nei cortili, chiamando inutilmente il suo nome.

Gennaio non è ancora finito. Mentre percorro per l’ennesima volta il viottolo che conduce alla mia casa vedo, incastrata fra le rocce del muro e i sassi della scala, un’eterea lanugine, batuffoli di bambagia lievi come soffioni condotti dal vento e atterrati qui e là senza paracadute.

Io so che Noelle è morta. Non so come, dove, quando, perché. E soprattutto non so “chi” è il colpevole. Quel punto del sentiero è assolutamente aperto alla vista. Se Noelle fosse stata catturata da un animale selvatico, ci sarebbero state altre evidenti tracce di sbranamento. Inoltre, quella peluria appare parecchi giorni dopo la scomparsa.

L’essere umano ha bisogno di razionalizzare il dolore per renderlo sopportabile e dotato di senso. Anch’io ho bisogno di ricostruirmi la MIA plausibile ipotesi.

Notte di capodanno e inizio dei fuochi. Noelle è sempre stata una gatta molto timida e schiva, per cui scappa. Imbocca titubante il sentiero, territorio a lei del tutto sconosciuto.

Se i botti fossero rimasti circoscritti ai dintorni della nostra casa, probabilmente al ripristino della calma avrebbe potuto fare ritorno al suo usuale ambiente di vita.

Ma non è così. L’intero paese festeggia ostinatamente la speranza di un anno migliore, riempiendo l’aria con assordanti fragori e tuonanti boati. Noelle continua a correre impazzita e piena di paura. Secondo me le è scoppiato il cuore mentre nel bosco cercava un luogo di riparo.

Se così non fosse stato, nei giorni seguenti avrebbe risposto con un miagolio ai nostri richiami.

Quindi, Noelle muore nella notte di capodanno.

A questo punto i possibili predatori diventano numerosi: la volpe che già nel passato ha sgominato le galline di Cosimo, la faina, il tasso, i corvi.

Resta ancora una perplessità: perché quei ciuffi bianchi isolati e lontani?

La spiegazione più verosimile che mi do è che i corvi siano stati gli ultimi spazzini. Trovando i miseri resti nel bosco, nel volo è scivolato qualche brandello di carne e i mille insetti della terra avrebbero ripulito ciò che restava di commestibile, avanzando solo il pelo.

Guardo Chat Noir abbandonato sulle mie ginocchia col muso sprofondato nell’incavo del gomito.

Il suo dorso nero e lucido è in netto contrasto col candore di Noelle.

Anche lui è comparso improvvisamente nel mio giardino cinque mesi dopo il lutto di Noelle, anche lui emaciato e malandato, anche lui bisognoso di cure e amante di quel luogo che gli ha restituito la sopravvivenza.

Chat Noir ha una piccola macchia immacolata sopra il petto, visibile solo quando disperatamente solleva il muso color carbone reclamando un po’ di cibo.

Voglio credere che in quel ciuffo color latte sia nascosta Noelle.

Noelle che, mascherata da Chat Noir, finalmente mi consola di tutte le carezze che mai sono riuscito a darle.


associato a:

Acting Out per NOELLE: dal buio alla luce, passando attraverso tutti i gradi del chiarore, 18 gennaio 2012

Paolo Ferrario, prove di scrittura autobiografica: L’APPUNTAMENTO, 25 febbraio 2015

Le gocce di pioggia battevano con violenza sui vetri della finestra, mentre un gruppo di nuvole color piombo si muoveva minaccioso e sospinto da raffiche di vento.

Nella stanza silenziosa la lampada sulla scrivania illuminava la pagina dell’8 settembre nella agenda di cuoio. Accanto alla lista dei pazienti una V vergata in rosso segnalava la progressione delle visite.

Con un sospiro la dottoressa Silvia Monteverdi appoggiò il capo sulla spalliera dell’alta poltrona, mentre lo sguardo indugiava sull’ultimo colloquio delle 15 e 15 previsto nel pomeriggio.

Un tuono improvviso la spaventò, suscitandole una sensazione di inquietudine di fronte a quel nome agganciato a un punto interrogativo simile a un cappio.

Il suono del campanello fu lieve.

Nello studio di uno psicanalista anche il trillo di annuncio alla porta riveste un significato. C’è il suono lungo e insistente, che rivela un bisogno imperativo di soccorso; c’è il suono intermittente, simile all’ansia di chi pensa di aver schiacciato il tasto troppo debolmente e quindi lo preme di nuovo; c’è il suono veloce e deciso di chi ormai frequenta quello spazio da tempo; c’è il suono sottile di chi, dall’altra parte dell’uscio, si domanda se stia facendo la cosa giusta.

La dottoressa Monteverdi aprì la porta.

Un uomo sulla trentina le comparve avvolto in un pastrano beige. Dal copricapo impermeabile colore blu grondavano stille di acqua che, incerte sulla strada da imboccare, si arenavano tra i peli della barba. Una mano sorreggeva un ombrello visibilmente provato dallo sferzare dal vento, mentre l’altra stringeva il manico di una cartella di pelle marrone stragonfia, la cui fibbia di chiusura pareva sul punto di soccombere.

Entrato, Paolo si guardò intorno alla ricerca di un portaombrelli.

Il corridoio era ben illuminato, accogliente, con una sequenza di raffinate acqueforti in cornici dorate allineate lungo le pareti e una lunga fioreria di ferro battuto riempita da ortensie blu e steli di lavanda essiccati.

“Lo lasci pure fuori”.

Paolo si accorse in quel momento che sul lato destro, proprio sotto il campanello, era ben visibile un portaombrelli in rame brunito.

“Prego, si accomodi e, mi dica, che cosa la porta qui da me?”.

I due, seduti l’uno di fronte all’altra, erano separati da pochi centimetri, totalmente esposti alla reciproca osservazione.

Ora che si era tolto il soprabito e il cappello, il giovane uomo mostrava la sua magrezza resa ancora più evidente dai jeans attillati e dalla camicia a righe blu, stazzonata e sfilacciata sui polsini. I piedi battevano il ritmo dell’insicurezza, mentre il corpo in bilico sul bordo anteriore della sedia sembrava poco incline a trovare conforto nell’alto schienale. Barba e baffi piuttosto incolti riempivano il viso triangolare quasi a compensare l’incipiente calvizie, già annunciata dalle tempie sguarnite e dalla fronte che si andava allargando sopra l’arco delle sopracciglia sottili. Lo sguardo inquieto vagava, dubbioso se concentrarsi sulla sua borsa o sul paio di occhi che lo fissavano rassicuranti. Infine si decise, si chinò verso la cartella ed estrasse un libro dalla copertina usurata, da cui spuntavano innumerevoli marcatori colorati. “Questo, dottoressa. L’ho letto e ho capito che dovevo incontrarla”.

Così dicendo iniziò a sfogliare le pagine dove il sottolineato delle righe, dei margini e dei paragrafi era molto più consistente di ciò che rimaneva intonso.

Il testo era l’ultima pubblicazione della famosa psicanalista, un trattato complesso ma fondante della sua ricerca ancora in corso sulla “intersoggettività” che si opponeva alla interdipendenza.

L’esordio di Paolo sul suo personale orientamento alla psicanalisi derivato dalle compulsive letture scientifiche degli anni precedenti cedette il passo a un racconto frammentato, permeato da opprimenti riflessioni sul senso della vita e sulla sofferenza causata da un femminile pervasivo che gli impediva di liberare la sua energia e di poter finalmente esprimere la sua identità.

“Come le dicevo poco fa, ho molto studiato prima di prendere questa decisione. Ho letto i suoi libri e sono affascinato dal tipo di pensiero che li attraversa. Sento che solo una persona come lei può aiutarmi a uscire da questo groviglio in cui è precipitata la mia vita”.

Adesso gli occhi di Paolo erano fissi sul volto della psicanalista, interroganti e supplichevoli. Sotto le ascelle si allargavano due macchie di sudore.

“Capisco il problema, ma le devo subito dire che attualmente non ho la possibilità di accogliere la sua richiesta. Posso solo invitarla a un prossimo colloquio fra un anno”.

“Ma secondo lei ce la posso fare ad aspettare ancora così tanto?”, sussurrò Paolo, attonito per quella risposta.

“Ecco … la vede la dipendenza? Solo lei può sapere se ce la farà. Posso dirle che suo Io mi sembra abbastanza strutturato per resistere” fu il responso gentile ma fermo della dottoressa Monteverdi. “La segno per l’8 settembre del prossimo anno con un punto di domanda. Ci rivediamo l’anno prossimo”.

Ebbene, quel giorno del nuovo lunario era giunto, portando con sé l’unica certezza di un tempo meteorologico instabile e bagnato esattamente come l’anno precedente. Quell’interrogativo dell’ultima seduta restava ancora un mistero.

Silvia, a distanza di 12 mesi, aveva intrapreso un nuovo itinerario professionale che la allontanava in modo radicale dal setting psicanalitico, portandola ad esplorare un tipo di ricerca trascendente cui solo un numero limitato di persone poteva collaborare, a conclusione del tragitto terapeutico avvenuto con lei.

Immersa in questi pensieri, Silvia cercava fra sé e sé le parole giuste per fornire una spiegazione plausibile alle richieste di nuovi potenziali clienti, ben consapevole della possibilità di ferire una sensibilità già compromessa dagli eventi della vita. Pure, sul piano dell’evoluzione del suo pensiero, restava determinante il principio del fenomeno intersoggettivo, ovvero della felice condizione dell’esistere con l’altro senza bisogni, così come più volte aveva scritto:

“Quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l’esistere dell’altro mi rivela a me stessa”.

In questo caso era il proprio bisogno di sentirsi libera a prevalere: la scelta era compiuta, si trattava di agire.

E fu lì, alle 15 e 15 in punto, che sentì il campanello squillare con un certo vigore.

La scena si ripeté come il 7 settembre dell’anno precedente, con la differenza che l’ombrello era già accomodato al suo posto, sul lato destro della porta.

Berretto impermeabile intriso d’acqua e borsa rigonfia pronta ad esplodere come il panciotto di un pingue commendatore richiamavano un’immagine già vista.

“Si ricorda di me?”, ancora sul limitare dell’uscio Paolo non disse nemmeno buongiorno.

“Certamente”, rispose la psicanalista, facendogli strada verso lo studio.

“Ho cercato di resistere con tutte le mie forze. La situazione non è cambiata dall’anno scorso, ma ho avuto fiducia nelle sue parole e quindi eccomi qui”. Le parole sgorgavano impetuose, liberate dalla lunga prigionia prescritta da quel bizzarro colloquio appartenente ormai al passato. Sogni, lacrime, disturbi psicosomatici, ire e intensa vita politica avevano riempito le pagine di un’esistenza complicata, ma adesso, finalmente, tutto poteva essere raccontato, descritto, analizzato, interpretato, compreso.

Dopo quindici minuti Paolo era già sul portone dell’ottocentesco palazzo milanese.

In tasca un biglietto da visita e nelle orecchie l’eco delle parole di congedo della dottoressa Monteverdi: “Le do il nominativo di un fidato collega che certamente potrà essere un ottimo compagno di viaggio nella sua ricerca di sé”.

Paolo, di nuovo bloccato su una soglia, sentì di portare l’intero peso del mondo sulle spalle e alzò gli occhi al cielo colmi di una sconsolata disperazione.

Contemporaneamente dalla finestra del terzo piano uno sguardo fissava un orizzonte più lontano.

Dietro quel branco di nuvole, ora spostato ad ovest, spuntava uno squarcio di azzurro.


CONNESSO A:

il concetto di INTERSOGGETTIVITA’ in SILVIA MONTEFOSCHI, anche alla luce di PAOLO CONTE in Bella di giorno (da Psiche), 5 novembre 2008

Silvia Montefoschi, L’ Uno e l’Altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico, Feltrinelli, 1977, p. 32-44

Giuseppe Pontiggia, Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere, Belleville editore, 2017, p. 312

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parola chiave: STORYTELLING. ALESSANDRO BARICCO, Alessandro Magno. SULLA NARRAZIONE, registrazione AUDIO a Mantova Lectures, 2016

TRACCE e SENTIERI

STORYTELLING:

“Sfila via i fatti dalla realtà.

Quello che resta è STORYTELLING”



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ALBERTO BERETTA ANGUISSOLA, Il lettore innamorato, Carocci editore, 2016

Il lettore innamorato

Alberto Beretta Anguissola

Il lettore innamorato

EDIZIONE: 2016

Sorgente: Carocci editore – Il lettore innamorato

Federico Roncoroni, Margherita Sboarina, MODELLI TESTUALI, dal testo descrittivo al testo letterario, Arnoldo Mondadori Scuola editore, 1992. Indice della antologia

Nella mie esperienza è la più bella e utile antologia che sia stata pubblicata, perchè la sua struttura ed i suoi contenuti si prestano anche a comprendere e valorizzare  la “scrittura professionale” che si esprime nei servizi alla persona.

Purtroppo questo libro è esaurito presso l’editore. Però può essere recuperato in qualche bilblioteca e consultato soprattutto per i testi scelti e le presentazioni dei vari tipi di scrittura

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Alessandro Baricco racconta la nuova Scuola Holden, libreria Feltrinelli di Parma, 2013

PAOLO FERRARIO, Il Genius loci come angelo del luogo, in Angelicamente, a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, 2011, p. 45-57

PAOLO FERRARIO, Il Genius loci come angelo del luogo

pubblicato in Angelicamente, a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, 2011

INDICE DEL SAGGIO:
1. L’evento
2. Relazioni fra gli angeli e gli uomini
3. Il Genius loci
4. I luoghi concreti
5. Gli elementi dei luoghi
6. Ritorno a casa

Presentazione, 28 novembre 2010:

Bibliografia:

BIBLIOGRAFIA

Amman R., Il giardino come spazio interiore, Bollati Boringhieri, Torino 2008

Bachelard G., La terra e il riposo, le immagini della intimità (1948), Red Edizioni, Como 1994

Benjamin W., Il viaggiatore solitario e il flâneur, Il Nuovo Melangolo, Genova 1988

Berger P. L., Il brusio degli angeli, Il Mulino, Bologna 1969

Bevilacqua F., Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti, Rubbettino, Catanzaro 2010

Calvino I., Lezioni americane, Mondadori, Milano 2000

Demetrio D., Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea, Raffaello Cortina, Milano 2005

Demetrio D., Ascetismo metropolitano. L’inquieta religiosità dei non credenti, Ponte alle Grazie, Firenze 2009

Galli M., Edgar Reitz, Il Castoro Cinema, Milano 2006

Guardini R., Rainer Maria Rilke: le Elegie duinesi come interpretazione dell’esistenza (1953), Morcelliana, Brescia 1974

Hillman J., Il piacere di pensare, conversazione con Silvia Ronchey, Rizzoli, Milano 2001

Hillman J., L’anima dei luoghi, conversazioni con Carlo Truppi, Rizzoli, Milano 2004

Jonas H, Memorie. Conversazioni con Rachel Salamander, Il Melangolo, Genova 2009

Michael J., Il giardino allo specchio. Percorsi tra pittura, cinema e fotografia, Bollati Boringhieri, Torino 2009

Moore T., L’incanto quotidiano, Sonzogno, Milano 1997

Peregalli R., I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell’imperfezione, Bompiani, Milano 2010

Rilke R.M., Elegie Duinesi, (1922), Le Lettere, Scandicci 1992

Stevens W., L’angelo necessario, SE/ES, Milano 2000

Wenders W., Stanotte vorrei parlare con l’angelo. Scritti 1968-1988, Ubulibri, Milano 1988

Paolo Ferrario è sociologo ed è stato docente universitario a contratto alla Università Ca’ Foscari di Venezia e alla Università di Milano Bicocca.

Attraversa il suo Destino nell’ultimo tratto di vita tra partecipazione alla Polis e  alla necessità esistenziale di ancorarsi in un Luogo, che si è concretizzato a Coatesa sul Lario.

Ha scritto solo libri di saggistica nel campo delle politiche sociali applicate ai servizi e questa è la sua prima escursione nella ricerca simbolica.

Nel diario reticolare  Tracce e sentieri. Luogo Tempo Eros Polis Destino si trovano altri segni del suo percorso individuativo.

 


VEDI ANCHE

28 pensieri su: PAOLO FERRARIO, Il Genius loci come angelo del luogo, in Angelicamente, a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, p. 45-57

 

“GENIUS LOCI”, per rappresentare l’essenza, l’anima, la forza di un luogo, in Paolo Ferrario, Il Genius Loci come angelo del luogo, in Angelicamente, il senso dell’angelo nel nostro tempo, a cura di Baldo Lami, Zephyro Edizioni, 2010, p. 45-57

 

Baldo Lami, Elena Briante, Paolo Ferrario, Francesco Pazienza, Claudia Reghenzi parlano di ANGELICAMENTE, Zephyro edizioni 28 novembre 2010

 

 

 

 

Gabriele De Ritis, Contro la scrittura nessuno può nulla, in Ai confini dello sguardo

Considero singolare la circostanza data dal fatto di scrivere qui: un privilegio a costo zero. Non debbo sottoporre nessun manoscritto al parere di Editori, Editor… Non seguo nemmeno le regole del web, per quanto riguarda la scrittura che bisognerebbe ‘produrre’ in questo ambiente orientato alla comunicazione. Scrivo e basta. E scrivo per dire la verità. Non la Verità dei filosofi né quella a cui si approda al termine di lunghe e complesse ricerche ‘storiografiche’ o ‘giudiziarie’. Scrivo per far emergere le mie verità, le mille verità che il tempo ha provveduto a sedimentare in me e che riemergono nella forma dei ricordi o di idee lungamente pensate. Scriverne anche lungamente, senza regole stilistiche né preoccupazioni comunicative, mi dà piacere, perché, dopo avere scritto tanto – lo faccio da oltre tre anni, ormai – avverto confusamente che non seguo un ordine qualsiasi: obbedisco soltanto all’urgenza della scrittura, cioè al fatto che ‘preme’ dentro un’idea lungamente pensata negli anni. Magari, si tratta di una parola carica di significato per me, come ilrimprovero del post precedente. Allora, lascio sanguinare la ‘ferita’, cercando contemporaneamente le parole nei crepacci, infilandole come perle l’una nell’altra, fino a farne emergere un disegno compiuto. Dire compiutamente è chiarezza. Riuscire a dire tutto quello che posso dire è portare a termine un compito. Da quando ho iniziato a farlo, trovo nell’esercizio della scrittura una remunerazione che sa di rivincita, come una risposta a tutte le derive del tempo: alla putredine e alla violenza rispondo con la ricostruzione di una zona della mia esperienza che aspettava di essere portata alla luce. Tutto questo non può essere intaccato minimamente dalla violenza del potere. Contro la scrittura nessuno può nulla.

CAMMINARSI DENTRO (143): Contro la scrittura nessuno pu�nulla. : Ai confini dello sguardo

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 137-139

TESTI – i brani pubblicate nel sito, estratti da opere

TESTI – i brani pubblicate nel sito, estratti da opere


Legge del 22 aprile 1941 n° 633

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Citare

“Citazione: motivo linguistico, figurativo o sonoro tratto da un contesto estraneo, quindi facilmente riconoscibile, e inserito in un contesto attuale.

La citazione è uno dei concetti con cui convenzionalmente si indica la memoria intertestuale dei testi nella filologia tradizionale. Un altro “interlocutore”, assente, viene destato ed evocato nel proprio discorso.

Nel Medioevo e nell’Antichità si citava “a senso”, non letteralmente – e quindi propriamente in modo “errato” – invece, a partire dal XVI secolo, le virgolette indicano la letteralità dell’estratto. Attraverso la citazione un testo dichiara di richiamarsi all’autorità di un altro e interpreta un presente trascorso come tuttora efficace.

La citazione è una modalità di formazione della memoria attraverso la ripetizione. Essa è attestata e messa a disposizione in raccolte o antologie di citazioni, i “luoghi”, in cui la circolazione della citazione si sedimenta ed emerge la tensione tra ripetitività e ricercatezza. Nella misura in cui la citazione fa tornare presente il passato inserendolo in un nuovo contesto essa può fungere da caso paradigmatico, o addirittura da modello del ricordo in generale.

La facile citabilità e la dignità di citazione indicano due aspetti della citazione come modalità di trasmissione culturale.
Il primo aspetto corrisponde alla forma con cui qualcosa si insinua nella memoria. Si indica con essa una sorta di posteriorità di ciò che viene ricordato: tale posteriorità non è un presupposto, ma piuttosto un effetto della citazione
Il secondo aspetto è un modo dell”auctoritas, di quell’autorità che attraverso la citazione viene chiamata in causa e così trasferita sulla citazione stessa. L’atto di citare esibisce e dimostra il suo presupposto: la disponibilità di ciò che viene richiamato e ripetuto e l’autorità del discorso citato. Ciò che viene presentificato nella citazione racchiude un presente che solo la citazione conquista e che non è dato prima della ripetizione in essa: una presenza che si da a posteriori, postuma.

Nella citazione l’evocazione del ricordo è un “travisare”, il contesto da cui la citazione è tratta viene spezzato e la citazione ne viene estrapolata per poter essere conservata e quindi poter tornare in uso.

W. Benjamin
ha proposto una formula per indicare questo nesso di distruzione e permanenza:
«
alcuni tramandano le cose rendendole intangibili e conservandole, altri le situazioni, mettendole a disposizione e liquidandole»
(in W. Benjamin,
Il carattere distruttivo).

In quanto citazioni le parole o le frasi sono svincolate dal contesto in cui generano senso. Trasferito e inserito in un’altra costellazione ciò che viene citato diviene leggibile tramite il testo in cui è citato, stabilendo nuove connessioni e acquisendo un nuovo contesto. Anche la scrittura della storia può essere definita – in senso lato – come una forma di «citazione» attraverso cui
«
quello che di volta in volta è l’oggetto storico viene strappato al suo contesto»
(W. Benjamin,
I passages di Parigi)
e in tal modo conservato per divenire finalmente leggibile.

La dignità di citazione e la facile citabilità impostano la differenza fra la consacrazione di un nome attraverso la citazione e l’anonimità della citazione.
Come topos, fra l’attribuzione di autorità attraverso la voce di una personalità del passato e l’anonimato di ciò che viene semplicemente ripetuto. Ciò che viene citato abbastanza di frequente non esige più alcuna autorità alle spalle, ma piuttosto una ricorrenza, che lo rende un luogo comune, e una ripetibilità (meme).

Il “detto proverbiale” può anche aver conservato nel lessico delle citazioni il riferimento alla fonte originaria , tuttavia, più è proverbiale, meno fa riferimento a quest’origine.

La citazione è una cerniera fra passato e presente nella misura in cui interrompe il discorso presente per richiamare il passato e inserirlo come frammento. La condizione interessa il discorso attuale, ma mantiene lo stesso la possibilità, che le aleggia intorno come uno spettro, di un’ulteriore penetrazione del testo attraverso altri discorsi.”

In: Nicolas Pethes, Jens Ruchatz (edizione italiana a cura di Andrea Borsari, Dizionario della memoria e del ricordo, Bruno Mondadori, 2002, pagg. 87-89

Se ci prendessimo però ugualmente la pena di annotare dalle lettere dei nostri amici …

Dice Wolfgang Goethe nelle Affinità elettive:

Un buon pensiero che abbiamo letto, una cosa che ci abbia colpito nell’ascoltarla, li riportiamo volentieri nel nostro diario.
Se ci prendessimo però ugualmente la pena di annotare dalle lettere dei nostri amici osservazioni, caratteristiche, garbati giudizi, detti fugaci e arguti, potremmo divenire molto ricchi.
Ci sono lettere che si conservano per non rileggerle mai più, infine viene il giorno che si distruggono per discrezione, e così ne scompare il più bello e più immediato alito di vita, e non sarà possibile né per noi né per altri riprodurlo mai più.
Io mi propongo di riparare a questa negligenza…

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