Cadavrexquis: Del futuro e del passato: pensierino della sera


Leggo un aforisma di Cioran che dice: “Ho una percezione così diretta dei disastri che ci riserva l’avvenire che mi domando dove io trovi ancora la forza d’affrontare il presente” e mi domando: come si affronta il futuro, allora? A piccole dosi, poco a poco. Solo così è accettabile. Come a piccoli morsi si mangia una pietanza che altrimenti risulterebbe indigesta. Se penso al futuro in termini di anni, di tempi lunghi, mi viene voglia di suicidarmi subito, tanto è il timore per quello che potrebbe riservarmi. Quasi ad anticipare il boia prima che questo cali l’ascia.
Ma la stessa cosa potrei dire per il passato: se butto lo sguardo troppo in là, gli anni passati mi sembrano un abisso e ancora più spaventosa è la velocità con cui sono passati. Per non parlare poi dell’accelerazione impressa al tempo man mano che il tempo stesso passa: guardavo qualche giorno fa la pigna di libri che ho alla mia sinistra. Ancora da leggere, alcuni li ho comprati – ricordavo – l’anno scorso a Londra. Ho avuto un soprassalto: è già trascorso un anno, un altro anno è scivolato via, così. Mi sento mancare, è una sensazione prossima alla vertigine.
Eppure, mi dico, c’è qualcosa di paradossale in questo timore per il futuro e, contemporaneamente, nella sensazione che il tempo ci sfugga tra le mani. Ho un bel cercare di coltivare la pianticella asfittica del mio ottimismo, ma non riesco a togliermi dalla mente che, andando avanti, le cose sono destinate solo a peggiorare. Perché è nella nostra natura di uomini che invecchiano – e con la vecchiaia prendono il sopravvento il progredire della decadenza, i malanni e, infine, l’assottigliarsi di quel tempo residuo che ora, pensato in astratto come “avvenire”, fa paura. Arriva il punto in cui il tempo si fa scarso, sempre più scarso finché non ce n’è più: in quel momento s’insedia definitivamente l’irrimediabile, in senso proprio. Meglio avere paura del futuro che non aver più futuro, dunque?

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