FIDUCIA è il tema scelto dal Festival Filosofi lungo l’Oglio per l’edizione 2014

Dopo Le stagioni della vita, Geografia delle passioni, Vizi e virtù, Destino, Corpo, Felicità, Dignità, Noi e gli altri è Fiducia il tema scelto all’unanimità dal Comitato scientifico del Festival Filosofi lungo l’Oglio per la nona edizione della Kermesse, che si terrà, come è consuetudine, nei mesi di giugno e luglio 2014.
La nozione di fiducia che viene dal latino fidēs e dal greco peíthomai che vuol dire ‘obbedire’, da cui pístis ‘confidenza, fede’ e ‘pistós’ fedele si fonda, come mostra il Benveniste, su due accezioni ben distinte che ritroviamo proprio a partire dalle parole latine.
Pertanto si scopre che il senso letterale e originario di fidēs è credito. «La traduzione letterale di fidēs mihi est apud aliquem diventa ‘ho credito presso qualcuno’; che è allora l’equivalente di ‘gli ispiro fiducia’ o ‘ha fiducia in me’.
Così la nozione di fidēs stabilisce tra i partners una relazione inversa a quella che regge per noi la nozione di fiducia (Cfr. confiance). Nell’espressione ‘ho fiducia in qualcuno’, è qualcosa di me che gli metto tra le mani e di cui egli dispone; nell’espressione latina mihi est fides apud aliquem, è l’altro che mette la sua fiducia in me, e sono io che ne dispongo».
Un’ulteriore problematizzazione scaturisce dalla locuzione francese ‘avoir confiance en quelqu’un’ ovvero ‘je donne ma foi, j’accorde ma confiance’. Ma come è possibile spiegare che si dica anche ‘avoir confiace’ in qualcuno: «come si può dare una cosa eaverla nello stesso tempo? L’espressione ‘aver fiducia’ è comprensibile – scrive Benveniste – solo come traduzione dell’espressione lat. fidem habere». Di qui, allora, il ricorso ad una costruzione del tutto diversa: fidem habere alicui, che ha lo stesso significato di honorem habere alicui ‘attribuire un onore a qualcuno’, ovvero attribuirgli lafidēs che gli spetta.
Si può notare la stretta relazione tra hic mihi fidem habet e l’anticoest mihi fides apud illum. È a partire da qui, passando anche attraverso il linguaggio della retorica – si pensi all’espressione: fidem facere orationi ‘creare per un discorso la fidēs’ ossia in questo contesto la credibilità – che «si sviluppa fidēs come nozione soggettiva, non più la fiducia che uno risveglia in qualcuno, ma la fiducia che si mette in qualcuno». Ma questo passaggio fondamentale nell’evoluzione del termine mette anche in luce come i partners della fiducia non sono posti sullo stesso piano: «colui che detiene la fidēs messa in lui da un uomo ha quest’uomo in suo potere. Ecco perchéfidēs diventa quasi sinonimo di potestās e di diciō. Nella loro forma primitiva, queste relazioni comportano una certa reciprocità: mettere la propria fidēs in qualcuno procurava in cambio la sua garanzia e il suo appoggio. Ma proprio questo fatto sottolinea l’ineguaglianza delle condizioni. Questa relazione implica potere di obbligare da una parte, obbedienza dall’altra». Da ultimo non si può certo trascurare lo stretto legame tra fidēs e crēdō, che vuol dire letteralmente ‘porre il *kred-‘ ossia ‘la potenza magica’, in un essere da cui si attende protezione: in breve, credere in lui. Ora, fidēs nel suo senso primo di ‘credito, credibilità’ che implica dipendenza da colui che ha fiducia, parrebbe rinviare a una nozione molto vicina a quella di *kred. «Si capisce dunque facilmente – conclude Benveniste – che, essendosi perso in latino il vecchio nome-radice *kred-, fidēs abbia potuto prendere il suo posto come sostantivo corrispondente a crēdō».
Come si può evincere dalla ricostruzione etimologica del termine tesa tra l’ispirare fiducia e il mettere la propria fiducia nell’altro, la parola chiave della IX edizione delFestival Filosofi lungo l’Oglio chiama in causa, nella plurivocità dei suoi significati e quasi fosse una prosecuzione della ottava edizione della kermesse, non solo il rapporto tra io-altro/Altro e terzo, ma, se così si può dire, lo stato attuale delle relazioni che si danno tra noi e gli altri, allorché la fiducia, come sostiene a ragione Michela Marzano nel suo volume intitolato Avere fiducia, da cemento della società, è divenuta sempre più sinonimo di credito, laddove per credito non si deve tanto intendere l’onore che l’altro suscita, ma un significato che appartiene soltanto alla sfera economica.
Tutto sembra contrattualizzato in una catena di «interessi incapsulati» dove, tanto più in una situazione di crisi globale come la nostra, il mantenere la parola data, il rispetto, il riserbo sembrano termini obsoleti pronti a lasciare spazio all’apparenza, al tentativo quasi ossessivo di salvaguardare la nostra reputazione perché è solo così che abbiamo la tendenza a dimostrarci affidabili. È la teoria del self-love come chiave per lo sviluppo economico avanzata dal filosofo scozzese Adam Smith, che scrive nellaTeoria dei sentimenti morali: «l’amore di sé spesso può essere un virtuoso motivo d’azione […] il desiderio di diventare oggetti appropriati di stima e approvazione». Teoria che, portando alla sua acme le riflessioni condotte da Mandeville in un famoso passo della Favola delle api, supera l’impasse nella quale erano caduti i moralisti francesi del XVII secolo. In fondo se «i vizi- scrive La Rochefoucauld nella massima 182 –entrano nella composizione della virtù come i veleni in quella delle medicine», se l’uomo è solo una fragile «canna pensante» in preda al divertissement, tanto vale fare leva su questo disincanto, individuando nell’egoismo la sorgente della prosperità sociale e trasformando i «vizi privati» in «pubbliche virtù».
E qui sovviene la celebre distinzione di Rousseau tra amore di sé e amor proprio, tornano alla mente le sempre attuali riflessioni kantiane sulla forza da combattere per estirpare dall’uomo quella sorda resistenza all’imperativo della legge, che è l’egoismo. Egoismo da cui scaturiscono la menzogna, la falsa promessa, la corruzione, l’avarizia, l’invidia, l’ingratitudine, l’orgoglio, la calunnia, a loro volta, indizi di quel male radicale che insidia l’uomo. Lo tenta come il serpente con Eva. Lo ammalia fino a farne uno schiavo con il paradosso ulteriore che l’intera storia dell’umanità documenta lo scandalo di uomini morali infelicissimi e di uomini immorali che crescono come i cedri del Libano.
L’egoista, in fondo, è uno schiavo che si crede libero, un individuo cui basta e deve bastare la fiducia in sé, essere più temuto che amato come il Principe di Machiavelli benché le crisi e le bolle finanziarie provino esattamente il contrario.
In proposito è istruttivo ricordare quanto dichiarò il Presidente degli Stati Uniti, Franklin D. Rooselvet, nel 1937, in occasione del discorso di insediamento per il suo secondo mandato: «Abbiamo sempre saputo che l’egoismo insensibile è moralmente cattivo; ora sappiamo che è economicamente cattivo». Un’affermazione che pare un commento ante litteram alla nostra società globale, complessa, liquida. Una società composta da soggetti sempre più in preda all’isolamento e al senso di solitudine, soggetti disorientati, spesso vetrinizzati, perlopiù confusi. Sovente incapaci di pensare ad un futuro perché il lavoro manca, l’ansia della prestazione aumenta, il denaro scarseggia con il risultato che non si possono fare progetti che vadano oltre la fine del mese. Ammesso di arrivarci. Gli homeless e i disoccupati sfiorano percentuali preoccupanti al punto che sembra si sia persa, persino, la forza di sperare. In effetti, in tali circostanze, posso ancora fidarmi? E se sì, di chi? E ancora, chi può dirsi degno della fiducia altrui? A chi mi affido e con chi mi con-fido se persino le relazioni d’amore rischiano di essere ridotte a oggetto di scambio? E ancora, dov’è quel maestro che mi crede capace, davvero, di futuro e nel contempo non mi lascia solo?
Il rischio provocato dal venir meno della fiducia non può che risiedere in un senso diffuso di paura, di chiusura autistica al mondo e agli altri, che alimenta, a sua volta, il moltiplicarsi del sospetto che può portare ad una vera e propria paralisi.
In fondo, il nucleo essenziale della fiducia sta nell’atto stesso di credere in qualcuno e/o qualcosa, che ci si affidi o no a Dio: ecco perché «la fede appare anche come una necessità umana – scrive Enzo Bianchi in Fede e fiducia– una realtà antropologica fondamentale, la matrice della vita, quella che per i teologi è la “fides qua”, la fede con la quale si crede, l’atto con cui l’uomo decide di affidarsi, di aderire, di credere in piena libertà. Possiamo dire che non ci può essere autentica vita umana, umanizzazione senza fede. Come sarebbe possibile vivere senza fidarsi di qualcuno?».
Ed è proprio a partire da questi numerosi interrogativi, che ne richiamano molti altri, che i relatori che si si susseguiranno nel corso del Festival cercheranno di declinare la nozione di fiducia. Una parola che oggi ciascuno vorrebbe sentir risuonare e che ci auguriamo possa divenire, non solo, come sostiene Luhmann, «un meccanismo di riduzione della complessità sociale», ma un imperativo. In breve, la parola d’ordine del nostro presente perché senza fiducia non c’è domani.

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