Gianfranco Cordì analizza DIKE di Emanuele Severino, da TELLUS folio, 20015

parte finale:

il frammento di Anassimandro si trova «al culmine» di questa «coscienza»: esso mostra la necessità che díke sia la morte che riconduce all’ápeiron. Ma il destino è necessario: è necessario che ogni essente sia sé stesso e null’altro di differente da sé stesso. Díke rimette a posto questa necessità sanando il contrasto del diventar altro (in cui sono caduti gli essenti a causa della separazione): ogni cosa adesso è quello che è, le cose sono quello che sono, gli essenti sono eterni e quindi identici a sé stessi e privi di ogni contraddizione in quanto uniti da quella «e» che li congiunge e li fa stare insieme pur essendo contrari. «L’Occidente pensa, nel frammento di Anassimandro, il tratto decisivo a cui resterà poi sempre fedele, che cioè il dolore … è prodotto dalla “realtà” del diventar altro, la quale è a sua volta prodotta dalla “realtà” della sua separazione dall’Uno immutabile». Nel ricettacolo può dunque avvenire la terra che salva

tutto l’articolo:

Sorgente: TELLUS folio

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