Vincenzo Guarracino, Un poeta della scienza: ALESSANDRO VOLTA, ottobre 2017

Un poeta della scienza

Alessandro Volta 

Poeta “lucreziano”, poeta cioè che celebra le conquiste del pensiero e della Scienza, in accordo con lo spirito dell’epoca, Alessandro Volta (Como, 1745 – 1827), uno dei più famosi fisici della storia, il cui nome è legato all’elettricità, la cui unità di misura, il volt (V), prende proprio da  il suo nome?

A giudicare da certe superstiti prove giovanili, sì. Versi composti all’età di poco meno di vent’anni, nel 1764, e pubblicati postumi e mai realmente apprezzati nella loro specificità, relegati come sono al ruolo di “presagi” di un genio precoce, rivelando comunque, fin dall’argomento trattato, il mondo dei fenomeni naturali che sarà il campo degli interessi e studi dell’età matura del giovane autore.

Si tratta di un poemetto didascalico in latino, comprendente 500 esametri di non spregevole fattura e dedicato all’esposizione delle recenti scoperte dell’”oro tonante”, della polvere pirica e dei fuochi fatui, in cui il giovane autore mette a frutto non solo un bagaglio letterario disinvoltamente padroneggiato ma anche precise competenze in materia, con la coscienza di chi sa di assolvere una missione di civiltà in nome della scienza, dispiegando il tutto nel linguaggio della poesia, in una interessante miscela di immaginazione e riflessione, a riprova di una curiositas nutrita in giusta dose di entusiasmo e ragione, non diversamente da un altro poemetto perduto, anch’esso in latino, Stagioni, composto addirittura di 800 versi, ricordato dal coetaneo e amico, il canonico Giulio Cesare Gattoni.

Pubblicata per la prima volta nel 1899 dal pronipote Zanino Volta, scopritore del manoscritto leopardiano Appressamento della morte, che ne fece anche una traduzione in versi sciolti, l’opera è apparsa ai suoi non molti studiosi per quel che è, e cioè poco più di una scolastica esercitazione, intrisa di entusiastica ammirazione per il trionfo di Sofia, la “Scienza”, a testimonianza di un faticoso processo di chiarificazione delle ragioni esistenziali e morali da parte di un giovane alla scoperta del suo futuro, che, pur senza rivelare “veri lampi di genio”, come onestamente rileverà più tardi lo storico Giuseppe Brambilla, dimostra la volontà di mettere a frutto i suoi studi in direzione di un mondo di interessi sicuramente poco da altri contemporanei frequentato.

Nel segno della poesia, che qui reclama il suo diritto a spaziare sublimiori, uberiorique campo, “liberamente in campo più sublime ed ubertoso”, si celebra, in verità, come nota Francesco Lo Moro, “il congedo della Musa”, l’abbandono delle illusioni poetiche adolescenziali, delle larve di gloria e degli allori del Parnaso arcadico di tanti oziosi contemporanei, per accingersi ai ben più seri impegni della ricerca scientifica: “Il culto della scienza, in quanto sentimento vissuto intimamente, diventa nell’intelletto pensiero coerente. D’ora in poi, la sintesi logica si fa sempre più forte. L’animo è caldo, ma la riflessione disperde il nucleo sentimentale. Nello stesso tempo, la potenzialità poetica, l’immaginazione, non si annullano, ma, subordinandosi, si apprestano a rendere alla scienza e allo scienziato insigni servigi”.

Che la poesia non sia poi scomparsa del tutto dall’orizzonte morale dello scienziato, lo testimoniano 14 componimenti (11 sonetti, un’anacreontica, un poemetto e un “capitolo bernesco”), per lo più d’occasione, sia in italiano che in francese.

Di questi, la maggior parte rivelano chiaramente la loro destinazione di scritti su commissione, secondo un uso diffuso nella società dell’epoca. Si tratta infatti di composizioni dedicate a monacazioni e nozze, in cui religiosità e pastorellerie alla moda si mescolano con grande disinvoltura, in uno stile spesso enfatico e solenne, che solo a tratti si riscatta da una greve convenzionalità, come per la vestizione  religiosa della nobile Maria Antonia Gaggi, avvenuta nel Monastero della SS.Trinità di Como, 1769, per la quale compone sia un sonetto in italiano che uno in francese. In esso, giocato sull’allegoria fanciulla-fiore, prende vita un tenero quadretto naturalistico, la cui leggerezza e fluidità espressiva è arricchita dall’eco di celebri modelli letterari (Catullo, Ariosto) e alla cui bellezza contribuisce non poco anche la leggerezza e fluidità espressiva, come si può rilevare e apprezzare dai versi della prima terzina, in cui invita la “Vergin” a rispondere con entusiastico abbandono alla chiamata divina: “Ah, non t’arresta: / La voce sua non è fragor di tuono; / Voce è d’amor, ch’ogni durezza spetra”.

Particolarmente interessante, perché aggiunge una nota davvero diversa all’immagine dello scrittore, è anche il “capitolo bernesco” in endecasillabi a rima alternata, in cui in tono amabilmente caricaturale viene tratteggiata una figura tipica del costume settecentesco, quella del “galante”, dell’altrimenti detto “cavalier servente”, che diventa pretesto per una satira a tratti anche amara dei vuoti riti di mondanità e galanteria di una società non soltanto comasca dell’epoca, quella per intenderci  che vede il trionfo del “lombardo Sardanapalo” di pariniana memoria. Bastino alcuni versi, non tutti in verità di specchiata fattura, in cui si descrive il suo gran darsi da fare per soddisfare le tante donne che lo fanno oggetto delle loro attenzioni: “Quante volte non sa trarsi d’impaccio / il pover’uomo! E scende, e vola, e sale / per dar a questa e a quella ognor il braccio; // Va, corre che neppur vede le scale, / di qua, di là, veloce sì che appena / tanto correr potria chi avesse l’ale; // Qualor poi una a braccio o due ne mena / è proprio a pasto, e innanzi restar privo / di servimento starìa senza cena”.

Di intento celebrativo è invece il poemetto Omaggio al sig.di Sossure, in terzine, composto nel 1787, per salutare la scalata del Monte Bianco effettuata dall’amico scienziato Orazio Benedetto De Saussure. Privo com’è di calore ed eccessivamente lungo (ben 199 grevi endecasillabi), il poemetto raramente si riscatta col suo stile paludato dallo stanco ossequio ad una moda, quella della poesia d’occasione, che il Volta dopo quella data abbandonerà definitivamente.

VINCENZO GUARRACINO

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