SALVATORE NATOLI, Costituirsi come soggetti morali

«… La condotta di un individuo può essere giudicata morale a seconda della conformità o meno alle regole o ai valori vigenti e proposti. Eppure non basta. L’individuo diviene davvero soggetto morale se si rende responsabile della sua condotta, sia essa conforme alle regole e alle abitudini o difforme da esse. Nessun individuo può divenire da solo soggetto morale, ma non vi è morale se non vi è assunzione di responsabilità. Allo stesso modo non vi è né vi potrebbe mai essere credenza se l’individuo non divenisse interprete – più o meno originale – dell’universo simbolico a cui appartiene ed entro cui opera.
Ha ragione Foucault: “Se è vero che ogni azione morale implica un rapporto con il reale in cui si compie e un rapporto con il codice cui si riferisce, è vero altresì che essa implica un rapporto con se stessi, e questo rapporto non è semplicemente ‘coscienza di sé’, bensì costituzione di sé come soggetto morale”.
Bisogna dunque costituirsi come “soggetti morali”. Questo è più che mai urgente nel mondo contemporaneo. La complessificazione della società ha disarticolato i vecchi riferimenti: in essa si vengono sempre di più differenziando le prestazioni e i codici di condotta. Viviamo in una crescente asimmetria sociale che non è da concepire solo in termini di dispersione, ma anche di arricchimento. La dinamica della complessità ha dilatato gli spazi di libertà, ha implementato le nostre possibilità di scegliere e soprattutto di sceglierci, di modellare noi stessi con più ampia discrezione di un tempo. Ma per trarre giovamento dai mutamenti del presente bisogna esserne all’altezza. Gli uomini vivono sempre sotto il segno dell’ambiguità e la condizione contemporanea, al pari delle altre nella storia, non ne è priva. Ma vi sono difficoltà che sono specificamente nostre. Siamo esposti a rischi fino a ora mai sperimentati.
Ne segnalo due: innanzitutto, corriamo spesso il pericolo d’essere travolti da quella stessa mobilità da cui dovremmo trarre vantaggi; in secondo luogo, per evitare la perdita d’identità indotta dalla celerità stessa delle mutazioni, ripariamo difensivamente nella serie. Abbiamo paura e perciò, lungi dal valorizzare le occasioni di libertà, accettiamo il regime: diveniamo passivi ed eterodiretti. Obbedienti involontari, senza neppure i vantaggi di questa celebre, antica virtù.
Per trovare stabilità in questa deriva dobbiamo costituirci più che mai come soggetti morali. A tale scopo è necessario ripiegare su di sé: bisogna raccogliere e governare la propria potenza. Divenire “soggetto morale” vuoi dire costituirsi come punto di resistenza a fronte della mobilità e delle perturbazioni dell’ambiente; ergersi a momento stabile di selezione/decisione. Se occorre, farsi luogo di neutralizzazione e di indifferenza: di assenza. Per far questo ci vuole abilità. In effetti questo è il significato originario della parola arete: virtù. Virtuoso è in primo luogo colui che è dotato di agilità, che sa trarsi fuori dalle difficoltà. Divenire legge a se stessi significa volgere la propria potenza in forma, il proprio desiderio in carattere. Questa e non altra era la ragione per cui gli antichi dicevano che ciò che è buono è bello e ciò che è bello è buono.
Ma il governo di sé non è operazione solipsistica. L’idea di virtù è sin dall’inizio legata al rapporto con gli altri, al riconoscimento. Questo meglio lo si comprende se si considera il significato del verbo greco cresco. Il termine deriva dalla medesima radice ar – da cui, appunto, areté – e vuoi dire piaccio, compiaccio, riesco gradito; significa perfino faccio ammenda. Virtuoso dunque è colui che se la sa cavare, ma è anche colui che sa compiacere, che sa chiedere scusa. Chi è legge a se stesso non invade lo spazio degli altri. In effetti, gli individui riescono a essere tanto più se stessi, quanto più si pongono in relazione agli altri: altri uomini, ma anche culture altre, tradizioni etiche diverse. È nell’incontro/scontro con le differenze che si guadagna l’identità. Non vi può essere consapevolezza di sé al di fuori dell’esperienza della differenza. …» (SALVATORE NATOLI, Dizionario dei vizi e delle virtù, FELTRINELLI 1996, pp.8-9)

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