Cosa hanno da dire all’uomo di oggi i greci? Risponde James Hillman



Mi chiedevo e chiedevo

Cosa hanno da dire all’uomo di oggi i greci?



Risponde Hillman:

  • La Grecia ci offre una possibilità per correggere le nostre anime e tutelare la nostra sanità mentale
  • Il mondo greco, con la sua lingua ed i suoi racconti, ci aiuta a elaborare una psiche differenziata. La nostra cultura ha bisogno di una psiche differenziata
  • Una delle grandi virtù del pensiero gre­co è la sua attitudine a distinguere le differenze. E una virtù molto importante: non dovremmo perderla. Perché allora co­gliamo l’unicità e singolarità di ciascuna co­sa. Per pensare accuratamente abbiamo bisogno delle distinzioni, e il mo­dello greco del paganesimo è ricco di distin­zioni
  • Il pensiero greco è ‘pagano’ (in latino “rustico”, “contadino”), come lo chia­mavano i cristiani. E’ legato alle pietre e alle rocce e ai campi e alla gente comune. Non è una teologia spirituale. Non è un programma, è una vita, proprio come lo è anche la psicologia e gli dei che vi abitano.

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La Grecia psichica di cui lei parla nel Saggio su Pan, quando scrive: «La Grecia ci offre una possibilità per correggere le nostre anime e c’è una Bibbia nella camera da letto di ogni giovane nomade, dove molto meglio figurerebbe l’Odissea» (Saggio su Pan, pp. 13-15)

Non voglio idealizzare i Greci, tutti sappiamo che non erano gran che corretti con le don­ne, che avevano schiavi, facevano guerre, che i vecchi avevano amanti ragazzini: sappiamo tutto questo. Ma facevano anche qualcos’altro oltre a questo, che era pensare in modo di­verso da come pensiamo noi oggi. E possia­mo tornare a quel modo di pensare tutte le volte che abbandoniamo le nostre recenti idee occidentali, idee folli, che ci fanno di­ventare folli. Come: «Questo è solo il mon­do secolare» e quindi «non ha importanza» e «le vere bellezze sono in un altro Mondo».

Lei essenzialmente chiama folli le idee di trascendenza, come quelle cristiane.

Oppure quelle di Cartesio, quando dice «la materia è inerte, è morta, e c’è un’anima soltanto nell’essere umano, ragione per cui le case, gli alberi, gli animali sono tutti morti». Siamo solo materiale genetico ori­ginato da un’esplosione e diretto verso un buco nero. Ebbene, questa cosmologia è folle, eppure domina il modo di pensare dell’Occidente. Perciò il ritorno alla Gre­cia è solo questione di tornare alla sanità mentale, non è niente di strano.

E il politeismo greco, come lei ha scritto, «è la più riccamente elaborata di tutte le culture». Però non pensa che ciò valga ancora di più per lo scintoismo, una religione che, come ha detto Lévi-Strauss, «non traccia linee di demarcazione tra il vegetale e l’animale, né tra l’uomo e l’animale, e per la quale la forma floreale è forse il limite della perfezione» ?

E un’idea deliziosa, ma io non sono giappo­nese! Devo restare nell’ambito della tradizio­ne che mi è propria, del linguaggio occiden­tale che mi è proprio, all’interno della mia propria cultura occidentale. Il mondo greco, con la sua lingua e le sue narrazioni mitiche, era enormemente differenziato. Non impli­ca la perdita di distinzioni tra uomo e ani­male o tra animale e pietra. Non si tratta di panteismo. E molto distinto, articolato, visi­vamente e linguisticamente dettagliato, il che porta verso una psiche differenziata. I Greci avevano una psiche differenziata ed è di que­sta che abbiamo bisogno nella nostra cultura.

Che cosa s’intende per psiche differenziata, posto che ogni grande sistema occidentale, da Aristotele a Hegel, ha una sua psicologia ?

Che non dobbiamo perdere di vista le di­stinzioni tra uomo e animale, o tra animali e fiori, tra minerali e batteri e così via. Dob­biamo invece individuare chiaramente le di­stinzioni. In altre parole, dobbiamo tra­sporre nel mondo mitologico, ovvero in quello psicologico, la nostra ottica scienti­sta. Una delle grandi virtù del pensiero gre­co, così come del nostro pensiero scientifico occidentale, è la sua attitudine a distinguere le differenze. E una virtù molto importante: non dovremmo perderla. Perché allora co­gliamo l’unicità e singolarità di ciascuna co­sa. Non si tratta di far saltare i confini del­l’io in un’unità mistica e emozionale.

Come invece nelle esperienze dello sciamanesimo tribale, il cui riflesso è comunque arrivato anche ai Greci. Ma lei considera queste esperienze totali proprie solo dell’Oriente asiatico. Il misticismo orientale non la attrae affatto ?

Per me, la cosa più bella dello scintoismo è quel delizioso animismo che dà anima a ogni cosa, è splendido! C’è qualcosa come di infantile in questo, in Giappone, che mi piace molto. Ma per pensare accuratamente abbiamo bisogno delle distinzioni, e il mo­dello greco del paganesimo è ricco di distin­zioni. E come il sapore dell’acqua: diverso in ogni villaggio. E un principio molto im­portante, specialmente nel Mediterraneo. In ciascun villaggio della Spagna il prosciut­to è diverso e si può distinguere il prosciutto di un villaggio da quello di un altro. Lo sa? Il sapore delle olive di un paese della Sicilia è diverso da quello delle olive di qualsiasi al­tro. E questo culto della diversità è parte della nostra eredità occidentale, ed è anche una componente della nostra natura anima­le. Gli animali sanno distinguere una cosa da un’altra e da un’altra ancora: se sono or­si, ad esempio, sanno dove andare a cercare i frutti di bosco più dolci, sanno quali pesci sono migliori di altri. Ora, questa attitudi­ne del singolo si è persa nelle grandi teolo­gie religiose unificate, come il buddismo, il cristianesimo e l’induismo. Gli ‘ismi’ ci fanno perdere le bellezze della particolarità. Dichiarano perfino che le distinzioni sono una trappola mentale, un inganno.

Dunque noi occidentali non possiamo che pensare in termini occidentali. Ma, come dicevamo, quello che stiamo assorben­do e omologando quale pensiero asiatico, per esempio ciò che chiamiamo buddismo, forse non è altro che una rielaborazio­ne più o meno consapevole dell’antico pensiero greco.

Direi proprio di sì. Credo che la difficoltà qui stia nel fatto che in qualità di psicologo ho il compito di divenire consapevole di ciò che noi apportiamo al buddismo (e non di ciò che il buddismo porta a noi), o di ciò che noi apportiamo all’Islam, delle strutture già presenti nella nostra mente. Perciò, quando assumo il buddismo in me, lo sto modificando con il mio inconscio e lo sto usando per il mio inconscio. Un inconscio occidentale si impadronisce del buddismo e lo trasforma in chiave cristiana o ebraica. Non siamo bhutanesi, non siamo tibetani, abbiamo una struttura mentale completa­mente diversa. Qui nella mia psiche c’è Cartesio, e ci sono Platone e san Tommaso — tutti vivi, e tutti stanno collaborando a ciò che avviene. E c’è anche Einstein, qui. Perciò, non posso semplicemente leggere un testo buddista e meditare, starmene se­duto a fare il mio esercizio zen, perché i Padroni della Mente Occidentale vivono in me e stanno facendo un’ininterrotta conver­sazione * E non dimentichiamo sant’Agosti­no o Newton! Non siamo liberi dalle nostre tradizioni.

Insomma le dà fastidio questa moda occidentale sincretistica di un buddismo riveduto e corretto ?

Ribadisco, non è il buddismo che mi fa ar­rabbiare, ma il modo in cui la nostra psiche usa il buddismo, per sfuggire al dovere di apprendere la nostra tradizione e il potere della nostra tradizione, al dovere di rendersi conto che Cartesio è responsabile di buona parte del caos della nostra società occidenta­le, e non solo Cartesio, ma già san Paolo e la filosofia medievale e il cristianesimo, quan­do ha dichiarato «il mondo appartiene a Cesare». Certo che poi abbiamo i disastri ecologici! perché non importa cosa succede in questo mondo! Possiamo avere perdite di petrolio in mare, possiamo bruciare le fore­ste, perché tanto è solo materia. Res extensa. Spazzatura. Pattume.

Un’altra difficoltà nella nostra discussione è data dal fatto che stiamo sovrapponendo spirito e anima, stiamo trascurando la di­stinzione tra anima da un lato e spirito dall’al­tro. II mondo greco era un Mondo del­l’Anima, nel senso che la sua attenzione per l’anima, nel modo che ho io di intenderla, serviva, come abbiamo detto, a fornire una differenziazione di tutte le ricchezze e gli orrori della vita reale — che è, appunto, il fare anima in questo mondo. Lo spirito in­vece, che è ordine, numero, conoscenza, stabilità e logica autodifensiva, parla il lin­guaggio della ‘verità’, della ‘fede’, della ‘legge’ e simili. Quando parliamo del bud­dismo o della cristianità, o del cristianesi­mo (usiamo pure questo -esimo, che corri­sponde agli altri -ismi: cristianesimo come buddismo, ebraismo, scintoismo), stiamo par­lando in termini molto generali dello spi­rito e i concetti sono largamente intercam­biabili — uno spirito o un altro spirito, una religione o un’altra religione — e conti­nuiamo a discutere di religioni. Il pensiero greco è diverso; è ‘pagano’, come lo chia­mavano i cristiani. E’ legato alle pietre e

alle rocce e ai campi e alla gente comune. Non è una teologia spirituale. Non è un programma, è una vita, proprio come lo è anche la psicologia — e gli dèi vi abitano.

In che modo vi abitano, visto che manca, come lei dice, una teologia spirituale ?

Quando il gufo grida, è Atena che parla at­traverso il gufo. E questa sensazione, che ovunque tu sia c’è qualcosa che può parlar­ti, è anche egizia. Alla visione greca sono affini quella egizia e anche quella tribale africana, molto più di quanto possano es­serlo la visione buddista o cristiana. Gli Africani, gli Egizi e i Greci sono affini nel percepire il mondo pratico quotidiano, i frutti e i fiori e le pietre e le rocce e le que­stioni della vita — affini nel fare anima.

In James Hillman, L’anima del mondo, conversazione con Silvia Ronchey, Rizzoli, 1999, p. 57-66

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