TartaRugosa ha letto e scritto di: Pierre Bayard (2007), Come parlare di un libro senza averlo mai letto, Excelsior 1881, Milano (traduzione di Anita Maria Mazzoli) | dal blog di TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Pierre Bayard (2007)

Come parlare di un libro senza averlo mai letto

Excelsior 1881, Milano

(traduzione di Anita Maria Mazzoli)

Non leggo mai libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato(Oscar Wilde)

E’ stata una frase che mi ha fatto sobbalzare, guscio compreso.

Che vengo qui a fare, se non per raccontare a modo mio quel che leggo? Per una tartaruga lenta come me, c’è voluto un po’ di tempo per capire come si fa a parlare di qualcosa che non si conosce in maniera erudita, appropriata e soprattutto convincente per chi ascolta. Bayard non mi ha convinto del tutto, ma in alcune parti del suo ragionamento sì, eccome.

Ecco gli assiomi della non-lettura, secondo l’autore:

1)     Avere una visione d’insieme

principio fondamentale perché “leggere un libro intero è una perdita di tempo … e l’interesse troppo vivo per un libro porta ad escludere tutti gli altri”. Questo assioma è molto rassicurante per un’ossessiva come me, che quando si trova a tu per tu con un libro non perde una riga, note comprese (il che rallenta ulteriormente il mio tempo). Oltretutto l’impresa è a dir poco gigantesca. Pur leggendo poco, un numero sempre maggiore di persone scrive, e inseguire il ritmo non è facile, soprattutto quando la pila di libri si accatasta, l’altezza diventa vertiginosa e il rischio del crollo rasenta la mia sicurezza. A quel punto, inspiegabilmente, TartaRugoso provvede a ristabilire livelli di accettabilità e, per il motto “Occhio non vede, cuore non duole” posso finalmente riprendere la mia abitudine di dedicarmi ad un unico testo, senza troppo soffrire per la perdita. Devo cambiare però abitudine, perché Bayard sostiene che la cultura è soprattutto una questione di orientamento: “non aver letto un libro non ha alcuna importanza per la persona colta … perché è spesso in grado di conoscerne la collocazione, vale a dire il modo in cui si situa rispetto agli altri libri”.

La non-lettura diventa quindi “una vera e propria attività, che consente nell’organizzarsi in proporzione alla vastità dei libri, al fine di non lasciarsi sommergere da essi”. Conoscere la relazione che un libro ha con altri libri significa saperne di più che averlo letto.

2)     Orientarsi rapidamente all’interno di un libro

Secondo l’autore, sfogliare i libri senza leggerli evita di perdersi nei dettagli e “qualsiasi lettura troppo attenta, se non addirittura qualunque lettura, è un impedimento al possesso approfondito del suo oggetto”. A questo punto suggerisce due tecniche per lo sfogliare:

– lineare: si parte dall’inizio, si saltano righe e pagine e ci si dirige verso la fine

– circolare: lo sfogliare è disordinato, si saltella da una parte all’altra del libro e non se ne conclude la lettura

Questi modi di procedere sono molto più efficaci di chi passa magari ore infinite su un libro, decidendo poi di non concluderne la lettura

3)  Sentire cosa gli altri ne dicono

Moltissimi libri di cui siamo portati a parlare non sono mai passati effettivamente per le nostre mani, ma il modo in cui gli altri ce ne parlano, ci permette di farci un’idea di ciò che contengono”.

Passato il primo momento di sbigottimento, devo ammettere che alcune osservazioni sono valide, in quanto le ho potuto direttamente verificare suTartaRugoso, che si è molto rinforzato nel suo stile dopo questa lettura. In effetti per lui questi tre assiomi funzionano alla grande. Nella visione d’insieme delle librerie, lui sa sempre al primo colpo dove si colloca un testo, quali gli stanno accanto, l’argomento che tratta, nonché, spesso, la casa editrice e l’anno di pubblicazione.

Per il secondo punto, basta che io prenda un libro precedentemente letto (non letto??) da lui per notare quanto segue: sottolineature, parole  chiave a margine, asterischi nelle prime pagine, poi il testo torna ad essere intonso per rivivacizzarsi alla fine. Elementi più che sufficienti per parlare del contenuto per ore.

Quanto al terzo assioma, ho ancora nelle orecchie una sua brillante recensione di un libro corposo assolutamente non letto, ma di cui mi ero premurata io a fargli notare alcuni passaggi interessanti.

Bayard ha evidentemente ragione. Però, aggiungo io, se si tratta di un romanzo giallo, questo sistema di non leggere fa perdere tutto il fascino della scoperta dell’indizio, salvo accontentarsi di andare subito alla fine e, attraverso la quarta di copertina, assemblare sufficienti informazioni per raccontare la vicenda a chi non la conosce.

Un’altra disquisizione importante fatta da Bayard riguarda il caso della dimenticanza. Un libro può essere letto con estrema attenzione e poi dimenticato. “Non conserviamo nella nostra memoria dei libri omogenei, ma dei frammenti strappati a letture parziali, spesso mescolati gli uni agli altri, e per di più rielaborati dai nostri personali fantasmi”. Afferma, citando Montaigne, che noi dimentichiamo una percentuale altissima dei libri che abbiamo letto per davvero e in forma completa, anzi di essi ci formiamo una specie di immagine interiore costituita non tanto di quello che vi era veramente scritto, bensì di cosa ci ha suscitato nella mente.. Ecco quindi il fenomeno della de-lettura: “un movimento fatto al tempo stesso di scomparsa e di offuscamento dei riferimenti, che trasforma i libri, spesso ridotti al solo titolo o a qualche pagina approssimativa, in vaghe ombre che scivolano sulla superficie della nostra coscienza”. E anche in questo caso devo dargli ragione. L’evanescenza della memoria, dopo un po’ di anni, fa sì che nel riprendere in mano un libro si abbia la sensazione di non averlo letto, se non in alcuni passaggi che ci hanno particolarmente emozionato.

L’autore prosegue dando pure indicazioni di situazioni in cui il non-lettore deve parlare di libri che non ha letto. Quella più divertente è quando questo evento accade davanti alla persona che è autrice del libro stesso.

Molto diplomaticamente Bayard suggerisce: “parlarne bene senza entrare nei dettagli. L’autore non si aspetta affatto un riassunto o un commento argomentato dal suo libro: egli si aspetta solamente che gli si dica di avere apprezzato ciò che ha scritto”. Sarebbe comunque interessante che qualcuno si prendesse la briga di fare un elenco dei libri che per davvero vale la pena di non leggere, neppure secondo i criteri sin qui evidenziati.

Verso la fine (e questo, se uno avesse seguito le istruzioni date, avrebbe veramente risparmiato un bel po’ di tempo) si capisce la vera natura di Bayard, che oltre ad essere professore di letteratura francese, è anche psicanalista.

Non è tanto il libro come tale ad esistere, ma l’insieme di una situazione di comunicazione in cui esso circola e si modifica … è un oggetto mobile … che subisce variazioni sensibili in funzione degli scambi che si producono riguardo ad esso”.

Secondo Bayard “i libri di cui parliamo non sono solo i libri reali che un’immaginaria lettura integrale ritroverebbe nella loro materialità oggettiva, ma anche dei libri-fantasma che sorgono all’incrocio delle virtualità inespresse di ogni libro e del nostro inconscio”.

Questo significa che in ogni libro che leggiamo sarà maggiore la forza espressa dall’inconscio, piuttosto che la precisione della lettura.

Un buon lettore fa una traversata di libri, dato che sa che ciascuno di essi è portatore di una parte di se stesso e può aprirgli una strada … L’invenzione del libro di cui ci si è appropriati, in qualsiasi contesto di parola e scrittura, sarà tanto più credibile quanto più sarà condotto dalla verità del soggetto e inscritto nel prolungamento del suo universo interiore”.

Quindi una nuova forma per sviluppare creatività e immaginazione sarebbe quella di insegnare che un libro si reinventa a ogni lettura e che in ogni libro il lettore debba metterci innanzi tutto del suo.

Nessuna paura dunque a parlare con convinzione di qualcosa che “immaginiamo”: sarà la nostra abilità a renderla coerente con  il contenuto che si suppone che quel testo abbia e il gioco è fatto. Ammesso che i professori-educatori possiedano la stessa tolleranza di Bayard.

Il quale, a supporto di quanto afferma, cita opere letterarie di Musil, Valéry, Eco, Montaigne, Greene, Siniac, Murray, Lodge, Balzac, Soseki, Wilde, in una forma così dettagliata e minuziosa da contraddire se stesso.

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