È la prima Giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri (1265-1321), detta «Dantedì», 25 marzo 2020

È la prima Giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri (1265-1321), detta «Dantedì». Mario Baudino su La Stampa: «Tutti mobilitati per ricordare Dante. Oggi scocca per la prima volta il “Dantedì”, nella data che viene per lo più indicata come il giorno in cui s’inizia il viaggio fantastico della Commedia, la discesa agli Inferi – e chissà che in questi giorni di angoscia collettiva non possa suonare anche come un bel gesto scaramantico. Saranno per ovvie ragioni celebrazioni online, cartacee e televisive; non si potranno raggiungere i luoghi materiali che conservano dopo tanti secoli il ricordo del poeta e che in Italia, soprattutto nel Nord, sono davvero numerosissimi. Uno per tutti il Polesine, dove il fantasma di un albero mantiene viva una leggenda popolare a cui in zona sono tutti molto affezionati: si tratta di una quercia, anzi di ciò che rimane di un’antica quercia sulla quale, secondo la tradizione, Dante si sarebbe arrampicato, essendosi smarrito, per osservare i dintorni e ritrovare dunque la “diritta via”. Era gigantesca. Ne fa menzione un atto notarile del 1548, che già la descrive come imponente e secolare: è perciò teoricamente possibile che esistesse già nel 1321, quando l’Alighieri transitò in zona, tornando da un’ambasceria a Venezia per conto di Novello da Polenta, signore di Ravenna, e fu ospite in quei dintorni nell’Hospitium dei monaci di Pomposa. Nulla vieta che si sia perduto fra boschi e paludi del Delta, sull’argine del Po di Goro, nei pressi dell’abitato di San Basilio. La quercia, alta 26 metri, fu un oggetto di culto fino a quando, nel 2013, nonostante le cure per conservarla in vita dopo che nel 1976 era stata gravemente danneggiata da un temporale, collassò senza rimedio. Ne è stato ricavato un pollone (dunque, c’è un suo clone che ha ricominciato a crescere) e il legno è religiosamente conservato in un magazzino. È altamente improbabile che il poeta si sia arrampicato come uno scoiattolo, ma la leggenda incarna un verosimile racconto accessorio – e spontaneo, popolare – a quelli della Commedia. Doveva essere il cuore di una mostra a Palazzo Roncale di Rovigo, ovviamente rimandata. Il ricordo dell’albero, la “Rovra di San Basilio”, resta come sospeso: l’immagine di Dante intento a scrutare la via nel cielo del Trecento ha una sua forza innegabile – e pazienza se di lì a poco, nel settembre dello stesso anno, il poeta morì di malaria, forse contratta proprio in quelle paludi. E ha un significato che va oltre il singolo episodio fantastico, perché fa parte di una grande famiglia decisamente più significativa di quanto non paia: quella dei luoghi danteschi “immaginari” – o meglio attributi a posteriori –, nei quali una tradizione popolare, magari indotta da ignoti eruditi locali, colloca come autentici episodi favolosi che riguardano i personaggi della Commedia, o la biografia stessa del poeta. Un illustre dantista come Giulio Ferroni, che ha ripercorso invece in un ampio libro di esplorazione e di filologia (L’Italia di Dante. Viaggio nel Paese della Commedia, da poco uscito per La Nave di Teseo, pp. 1.126, € 30) quelli “reali”, andando a veder come sono oggi e raccontandocene la storia, ne ha trovati parecchi di quest’altra categoria fantasiosa: la Rocca di Gradara, per esempio, il monumento più visitato delle Marche, che apparteneva ai Malatesta. Un’antica tradizione colloca qui l’uccisione di Paolo e Francesca, c’è persino la botola in cui si sarebbe rifugiato il povero amante per scampare alla sorte. O, ancora, il “ponte della Pia”, nel Senese, teatro nelle notti di luna piena dell’apparizione di un fantasma, quello di Pia de’ Tolomei. O quello di Veglia, a nord di Verona, un arco naturale di pietra ora spezzato, al quale Dante si sarebbe ispirato per il ponte di Malebolge. “Sarebbe molto interessante se qualche studioso li mappasse tutti”, ci dice Ferroni. “A me ne è capitato solo qualcuno, perché non era questo l’obiettivo del mio lavoro”. I luoghi immaginari non sono solo folklore. Proprio le leggende fiorite intorno a lui ci raccontano come il poeta sia entrato stabilmente nell’immaginario popolare. Un po’ come Garibaldi, aggiunge lo studioso: “In quasi tutte le località italiane si è sempre pensato che Dante potrebbe benissimo essere passato di lì, e se non lui i suoi personaggi”. La crescente popolarità dei suoi lacerti di storia ha così trasformato pochi versi in distese narrazioni, leggende, paesaggi, opere, tragedie, novelle, amori, avventure. Il ministro Franceschini, che ha promosso il Dantedì (da un’idea di Paolo Di Stefano, giornalista del Corriere della Sera), invita ora intellettuali e artisti a leggere e postare filmati, perché “Dante”, leggiamo in una sua dichiarazione, “è la lingua italiana, è l’idea stessa di Italia”. Sul fatto che il poeta sia la lingua italiana non c’è alcun dubbio (quanto all’essere l’idea stessa d’Italia, culturalmente e politicamente, si potrebbe discutere, e si è discusso a lungo). Ma potremmo azzardare di più: Dante con la Commedia, e in genere con tutta la sua opera, è diventato nei secoli – e per riprendere un po’ abusivamente un’idea critica tipica della letteratura americana – il Grande Romanzo Italiano: proprio lui che, come ci ricorda ancora Ferroni, “non aveva nulla di romanzesco”».

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