recensione:

“Faccio dire agli altri quello che non so dire bene io", Michel De Montaigne
#Maestri – Rai Culturahttps://www.raicultura.it › articoli › 2020/04
Accademici e grandi divulgatori portano la scuola a casa con brevi lezioni di quindici minuti rivolte a tutti gli studenti
Questo volume raccoglie quindici discorsi (di cui sei inediti) tenuti da Kurt Vonnegut fra il 1978 e il 2004 e si propone come una piccola summa del pensiero di un maestro geniale e irriverente della letteratura del Novecento. Fra aforismi, ricordi, aneddoti, riflessioni, i discorsi di Vonnegut brillano dello stesso spirito vivace e irriverente che anima la sua narrativa: mai predicatorio, mai consolatorio, ma capace di sferrare attacchi frontali allo status quo, cantare inni alla libertà e alla creatività dell’essere umano, spiazzare e divertire con il suo humour dissacrante, Kurt Vonnegut ci parla ancora, a qualche anno dalla morte, con una voce modernissima e utile a leggere il mondo in maniera critica e potenzialmente rivoluzionaria.
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Quando siete felici, fateci caso di Kurt Vonnegut
Emanuele SEVERINO, Il futuro della filosofia, con scritti di: Riccardo Rita; Luigi Lentini; Mario Ruggenini; Umberto Galimberti; Luigi Tarca, Curcio editore, gennaio 2021. Indice del Libro
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Emanuele SEVERINO, Il futuro della filosofia, con scritti di: Riccardo Rita; Luigi Lentini; Mario Ruggenini; Umberto Galimberti; Luigi Tarca, Curcio editore, gennaio 2021. Indice del Libro – Il pensiero di Emanuele Severino nella sua “regale solitudine” rispetto all’intero pensiero contemporaneo

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” Non ci perderemo mai veramente fino a quando terremo dei libri in mano.
Non tanto per quello che raccontano. No. Per come sono fatti. Non hanno link. Sono lenti. Sono silenziosi . Sono lineari, procedono da sinistra a destra, dall’alto in basso. Non danno un punteggio . Iniziano e finiscono. Finchè sapremo usarli saremo umani ancora. “
citato anche in
DEMETRIO Duccio, All’antica. Una maniera di esistere, Raffaello Cortina editore, 2021
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http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/duccio-demetrio/allantica-9788832852929-3435.html
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Libri | Letture.org
BRIASCO Luca, Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea, Minimum fax, 2020
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BRIASCO Luca, Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea, Minimum fax, 2020 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI
anche in
PIETRINI Daniela, presentazione di Giuseppe Antonelli, La lingua infetta. L’italiano della pandemia, Treccani, 2021 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI
da La Lettura (Corriere della Sera):
«Fin dall’inizio della crisi sanitaria le mascherine hanno conquistato un posto di rilievo nel discorso sul coronavirus.
È quindi proprio su maschera e sul derivato mascherina, dall’etimologia della parola agli usi più recenti, che si concentra questo capitolo. L’etimologia del termine maschera è incerta e tutt’altro che pacifica. L’ipotesi più accreditata è quella del prestito germanico medioevale: seguendo la ricostruzione di Nocentini (2010, s.v.), maschera deriverebbe dal germanico *maska “spettro, essere demoniaco e spaventoso”, attestato – come equivalente del latino striga “strega” – dapprima nell’Editto di Rotari (prima raccolta scritta delle leggi dei Longobardi, promulgato nel 643 d.C.) nella forma latina masca e più tardi nella forma latina medioevale mascara (cfr. anche Antonelli, 2020, pp. 60-62). Questo primo significato, molto lontano da quello odierno, è confermato dall’occitano masca “strega” (sec. XIV) e si ritrova anche nei dialetti ligure e piemontese, ma non nei testi in volgare del XIV secolo.
In tutto il Duecento e il Trecento infatti, a parte alcuni commenti danteschi in cui è glossa di “larva”, maschera significa solo “oggetto che ricopre del tutto o parzialmente il viso e la testa”, che rappresenta generalmente un volto antropomorfo o zoomorfo e si indossa per trasformare il proprio aspetto, durante una festa o, in riferimento ai tempi antichi, durante una rappresentazione teatrale (cfr. Tlio, s.v.).
La prima attestazione del termine non è, come riportato erroneamente da diversi dizionari etimologici, il Decameron di Boccaccio (“e, messagli una catena in gola e una maschera in capo […]”), ma un commento anonimo ai Rimedi d’amore di Ovidio (volgarizzamento B): “Erano i teatri i luoghi dove i poeti ricetavano dinanzi al populo loro libri con maschere e drappi ric[c]hissimi ornati, sì come inanzi è scritto nel capitolo de’ poeti”. Dalla maschera facciale o che nasconde completamente la testa si passa, per estensione, al travestimento di tutta la persona e quindi al valore semantico di “persona mascherata” (Castiglione, 1529: “Io mi piglio piacer, quando son maschera, di burlar frati”).
Quanto all’accezione originaria del termine, solo a partire dal Quattrocento si trova qualche attestazione di maschera nel senso di “apparizione maligna, ossessionante, che turba e sconvolge l’animo; strega, fantasma, spirito maligno” (cfr. Gdli s.v.), per esempio in Leon Battista Alberti (“per asuefarli a non temere né credere le maschere e favole delle vecchie”) o in Pietro Aretino (“che in coscienza fariano paura a le maschere”)».



Da pochi giorni è uscita la nuova edizione di un classico del pensiero leopardiano, “Giacomo Leopardi. Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” nel quale lei analizza il contenuto dell’opera…
L’attenzione verso Leopardi, che mi ha sempre accompagnato e guidato, fin dai tempi del Liceo e dell’Università (ricordo con venerazione il professore Salvatore Battaglia), è la fedeltà a un sistema di valori antichi in cui guardarsi come in uno specchio, all’idea che la poesia non è solo linguaggio dell’emozione e della sensibilità, ma soprattutto esercizio di complessità, pensiero che si fa profondità di stile e linguaggio. Questo, Leopardi mi ha fatto capire. Dicendomi che i limiti materiali, o psicologici, al desiderio di infinito, non sono ostacoli, ma piuttosto incentivi alla propria espansione e realizzazione (la famosa “siepe” dell’Infinito), sempre che in gioco entri l’immaginazione. ….
segue
per leggere l’intera intervista vai a:
Guarracino: «Leopardi, un canto oltre l’Infinito» – Cultura e Spettacoli – La Città di Salerno
letto in edizione cartacea
cerca in: https://www.laprovinciadicomo.it/classification/person/Stendhal/




Addio a Federico Roncoroni
Si è spento domenica scorsa, a Como, Federico Roncoroni. Intellettuale, scrittore, linguista di chiara fama.
Nel capoluogo lombardo era nato 76 anni fa.
La sua “Grammatica essenziale della lingua italiana” (Mondadori) è tra i testi più adottati in assoluto nelle scuole italiane e resta tutt’oggi un manuale fondamentale per gli studenti.
Alla sua firma si deve anche il celeberrimo “Testo e contesto. Guida all’analisi delle opere degli autori nel loro tempo” su cui si sono formate più generazioni.
Alla sua vita di “professore a distanza prestato ai libri” -secondo una sua stessa locuzione- Roncoroni era arrivato dopo vent’anni di insegnamento (e tutt’oggi schiere di studenti lo ricordano come un docente straordinario).
Stretto collaboratore e amico di Piero Chiara, Roncoroni di tanto in tanto concedeva ai suoi lettori qualche rarità, qualche chicca tratta dalle carte private dello scrittore di Luino che lo lasciò erede del suo patrimonio letterario.
Nel volume “In Viaggio”, edito da Aragno, opera cui Roncoroni tenne molto, sono raccolti, con la sua amorosa curatela, testi sparsi di Chiara.Alla collaborazione con Chiara, ancora, si devono una traduzione del “Satyricon” di Petronio e una minuziosa e acuta “Vita di Gabriele d’Annunzio” che riscontrò un grande successo.
A proposito di D’Annunzio:sono da ricordare le curatele di volumi preziosi (“Il piacere”, “Alcyone”, “Solus ad solam” e le “Lettere d’amore a Barbara Leoni”); non sono da meno l’edizione di un epistolario inedito di Carlo Emilio Gadda, la raccolta di poesie “Nella deriva del tempo” (ES Edizioni 2007), tradotte anche in spagnolo, e il “Manuale di scrittura non creativa”, pubblicato nel 2010 nella BUR.
Roncoroni amava la scrittura aforistica tanto da tenere diverse rubriche in diversi giornali. Una selezione delle sue ricerche apparve nel fortunatissimo “Il libro degli aforismi” (uscito per Mondadori e giunto oggi alla 28esima edizione). Raffinato cultore d’arte andava abbinando parole ad immagini, come in “Un incanto senza fine” (NodoLibri) e, più in generale, nei suoi racconti e sui suoi profili social.
L’esordio narrativo risale al 2010 con i racconti dell’importante “Sillabario della memoria”, pubblicato da Salani, la cui ultima edizione aggiornata è del 2019.
Nel 2013 uscì il suo primo romanzo “Un giorno, altrove”, edito da Mondadori, che ottenne grande apprezzamento sia dalla critica sia dal pubblico (successivamente, nel 2020, il titolo entrò anche negli Oscar).
Nel 2015 aveva peraltro pubblicato per A. Mondadori una raccolta di racconti di passione linguistica, letteraria e libraria intitolata “In principio era la parola” – all’antologia di testi poetici e sorprendenti, in libretto, rivolti a un pubblico di amorevoli piccoli lettori, Roncoroni era già arrivato nel 1998 con le “Filastrocche ocche ocche” (Einaudi).
Per Mondadori education sono usciti anche i titoli “Parole. Un dizionario privato” (2016), “Ingiurie & Insulti. Un manuale di pronto impiego” (2017) e “Libere letture” (2018).
Il libretto “Ave Maria” era stata edito, invece, nel 2015 dal quotidiano “La Provincia” di cui Roncoroni era affezionato collaboratore. Più di recente: con plaquette di tiratura limitatissima, riservati agli amici più cari, proseguiva la sua passione letteraria.
Il funerale si è svolto a Como, in forma strettamente privata, il giorno 3 febbraio. Per volontà dello stesso Federico Roncoroni la notizia della sua scomparsa viene diffusa a esequie concluse.

Le lezioni che tutti avremmo voluto ascoltare, a scuola e nella vita.
«È gioco, sfida, provocazione. È gettare un sasso e contare i cerchi che si allargano sull’acqua. Porte che si aprono su altre porte, senza mai fermarsi alla prima».
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E pensare che degli alberi noi vediamo solo una parte, quella lussureggiante che si erge verso il cielo. La parte delle radici, che lavorano nel buio, piantata nel terreno alla ricerca di nutrimeno, sfugge allo sguardo ma è l’essenza dell’albero
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… degli alberi noi vediamo solo una parte …, di Marco di Salvo, pensieri gettati, tracce analogiche di un tecnico ravveduto, WriteUp, 2020, pag.33 – Coatesa sul Lario e dintorni
Linea intera, linea spezzata di Milo De Angelis (Mondadori).
Mary B. Tolusso su Tuttolibri (La Stampa): «“Mi hanno sempre attratto in modo irresistibile gli scrittori del Contrasto. Forse ho amato solo quelli, da Empedocle a Lucrezio, Tasso, Leopardi, Pavese. Sono autori che non si limitano a rappresentare un ‘ossimoro’ – termine troppo tecnico –, ma vivono con se stessi e con il mondo uno scontro frontale, sanguinoso, assetato di vita”. Milo De Angelis, uno dei maestri della poesia contemporanea, è sempre stato un autore concentrico, pochi temi ma potenti, che ritornano in un affresco di varianti e perfetti contrasti, l’adolescenza e il declino, l’eternità spezzata, l’infinito nel poco, gli istanti perpetui. In fondo le contraddizioni stesse sono una contraddizione: tragedia ma anche motore dell’umano. Tanto più in un poeta che ce le restituisce nella pienezza della ricerca di un senso. Quest’anno compirà settant’anni, un’età importante, quando alle spalle hai un’opera ma hai anche esperito quell’eccezionalità che ci rende unici, quegli istanti esclusivi che l’artista sa rendere collettivi; e De Angelis ha attraversato l’esistenza al servizio della poesia. […] Iniziamo dalla fine, dal suo ultimo libro, Linea intera, linea spezzata. Cosa significa? “È un’espressione presente nell’I Ching che mi ha subito colpito. Mi ha colpito questo modo semplicissimo e lampante di definire la vita umana. Una linea, una pura linea che prosegue fino all’attimo in cui si spezza e interrompe il suo cammino. E la sezione finale del libro è una passerella di creature che scelgono di recidere la linea della propria vita, raccontando gli ultimi istanti della mente e del respiro”. In giugno compirà settant’anni. Lei crede in un’età anagrafica? “Diciamo che stasera ci credo. Vedo che i foglietti del calendario appeso in cucina cadono per terra uno alla volta con un volo demoniaco, dettano le leggi di ogni vita e la rinchiudono in un segmento, la riducono alla verità matematica del suo inizio e della sua fine”. […] In quest’ultimo libro scrive: “la poesia non sta dalla nostra parte”. Dove, allora? “La poesia ci parla da un luogo sconosciuto e, ascoltandola, ci accorgiamo di non conoscere più nemmeno il nostro. D’altra parte sono fatte così le parole poetiche, non si lasciano osservare in santa pace, come diceva Karl Kraus: più noi le guardiamo da vicino, più loro ci guardano da lontano”».
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Emanuele lo suggerì: è il ricordo ciò che ci renderà eterni.
omaggio (in Petit 11) – lescritteriate
Ασκήσεις è parola greca (è il plurale di Àσκησις), che sta peresercizi spirituali. La preferiamo al più chiaro ‘esercizi spirituali‘ di Hadot, perché ci consente di ‘risalire’ alla fase precristiana della nostra civiltà morale. Non per opporre una tradizione all’altra o per esprimere una preferenza ‘laica’ da anteporre allo spirito cristiano… Piuttosto, per una ragione terminologica. Esercizi. Semplicemente, esercizi che vedranno impegnata sicuramente la parte immateriale della nostra esperienza, ma nondimeno graveranno, accanto alla presenza di atteggiamenti emozioni sentimenti passioni, gli stati di corpo, le pratiche a cui ci sottoporremo per entrare nella nuova condizione che ci aspetta.
Ai confini dello sguardo | Solo il vero sapere ha potenza sul dolore (Eschilo) | Pagina 2
1 – La nostra esperienza moraleAσκήσεις
2 – Lo spirituale un tempoAσκήσεις
3 – La dissimulazione onestaAσκήσεις
4 – Strategie di apparizioneAσκήσεις
6 – Di fronte al rifiuto di rispondere alla domanda d’amoreAσκήσεις
7 – Parlare in pubblicoAσκήσεις
8 – Prima di ogni più esatto sentireAσκήσεις
9 – La pratica letterariaAσκήσεις
10 – Imparare a dialogareAσκήσεις
11 – Ricordati di vivere- un elogio dell’aldiquaAσκήσεις
12 – Imparare a morireAσκήσεις
13 – Imparare a leggereAσκήσεις
14 – Elaborare l’esperienza vissutaAσκήσεις
15 – Il tempo lungo della simbolizzazione e della categorizzazione del nostro sentire








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Amore, eternità, errore, morte nella scena finale del film LA CORRISPONDENZA, di Giuseppe Tornatore, con Olga Kurylenko, Jeromy Irons, 2015 – Tracce e Sentieri
«Possiamo continuare a vedere le stelle morte benché esse non esistano più. Anzi è proprio la loro disastrosa fine a rivelarcele». Come la lunga corrispondenza che permette a una stella di continuare a vivere grazie allo sguardo dell’osservatore, l’amore di Ed e di Amy è un legame che sconvolge le leggi del tempo e della presenza.
Ed Phoerum è un astrofisico di fama internazionale di età matura, con una famiglia e due figli. Amy Ryan, una studentessa di fisica che si mantiene con un riuscito lavoro di stuntwoman. Da controfigura, lei imita la morte, e nel suo stesso passato c’è una tragica fine che non riesce ad accettare e a raccontare per il senso di colpa lacerante. I doveri pubblici e privati dello scienziato gli impediscono di vivere alla luce del sole la relazione con la giovane amante. I loro incontri sono rari e clandestini, vissuti soprattutto nell’intima magia di una casa su un’isola. Invece, la quotidianità fortissima del loro amore è retta da una serie di rapporti virtuali. Questa rete a poco a poco li invade, li prende del tutto e trascina il loro amore oltre le porte della realtà ordinaria.
Tra il mistero di una scomparsa inspiegabile che non rompe però i segnali della comunicazione e la domanda su quale tipo di sentimento sia quello che lega a una presenza solo virtuale, il primo romanzo di Giuseppe Tornatore racconta della lotta di un amore contro la sua fine nell’età di internet. Il libro esce contemporaneamente al film. Ma, scrive il regista nella Nota al volume: «Di solito è il secondo a nascere dal primo. Non in questo caso. Ciò che vi accingete a leggere è il romanzo La corrispondenza, tratto dall’omonimo film. Un’originale e formidabile opportunità per restituire alla parola scritta la supremazia usurpata dall’immagine. Una ragionevole occasione per riscattare tutto ciò che lo schermo cinematografico deve o preferisce sottintendere».
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https://sellerio.it/it/catalogo/Corrispondenza/Tornatore/8612
Punto di riferimento per le ricerche sulla lingua italiana.
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https://accademiadellacrusca.it/
http://facebook.com/AccademiaCrusca |
http://youtube.com/user/AccademiaCrusca
Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani è un’appassionata riflessione sulla mentalità, il carattere e la moralità della società italiana. Dall’osservatorio privilegiato della sua solitudine recanatese, Leopardi guarda ai suoi contemporanei per smascherarne vizi e limiti.
Eppure questo testo, scritto tra la primavera e l’estate del 1824, sembra profeticamente parlare dell’oggi.
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Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani | La Nave di Teseo


Vincenzo Guarracino è poeta, critico letterario e d’arte e traduttore. Tra le sue opere ricordiamo le raccolte di poesie Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989) e Una visione elementare (2005); le traduzioni Carmi di Catullo (1986), Versi aurei di Pitagora (1988), Lirici greci (1991), Poeti latini (1993), Poema sulla Natura di Parmenide (2006), Poeti greci (2011), Poeti cristiani latini (2017). Per quanto riguarda Leopardi, ha curato l’edizione dell’Appressamento della morte (1993), il Diario del primo amore e altri scritti autobiografici (1998), le antologie Infinito Leopardi (1999), Il verso all’infinito. L’idillio leopardiano e i poeti italiani alla fine del Millennio (1999), Interminati spazi sovrumani silenzi. Un infinito commento: critici, filosofi e scrittori alla ricerca dell’Infinito di Leopardi (2001), l’antologia Caro Giacomo. Poeti e Pittori per Giacomo Leopardi (1998), Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri (2005) e il carteggio con Antonio Ranieri Addio, anima mia (2003)
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Dante 2021: 700 anni dalla morte di Dante
Dante 2021: 700 anni dalla morte di Dante – Studia Rapido

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Chi era la madre di Achille? Come ebbe inizio la guerra di Troia? Quali sono i nomi delle Muse? Chi era Proteo? A queste e a tante altre domande e curiosità può rispondere il praticissimo Dizionario illustrato di mitologia classica, che, come recita il sottotitolo, raccoglie in ordine alfabetico “i miti, gli eroi, gli dei, le leggende, i luoghi mitologici del mondo greco e romano”. Quest’opera offre un esaustivo panorama del variegato mondo della mitologia classica, che da sempre affascina e incuriosisce, forse perché in esso si trovano le radici dell’Occidente. È un mondo governato da un magico caos, in cui guerre, avventure e imprese eroiche si succedono a ritmo incalzante e in cui tutto può accadere: da Atena, partorita dal cranio del padre Zeus, al neonato Ercole, che strozza due serpenti, le vicende delle divinità che hanno abitato il monte Olimpo sono straordinarie. Tutto, però, è governato dall’ineluttabile Fato, per cui ogni cosa è già stata scritta.

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http://www.edizionicrescere.it/libro-isbn-9788883377587.aspx
Viviamo un presente confuso, in cui sono incessanti, e talvolta allarmanti, le innovazioni scientifiche e tecnologiche e i cambiamenti politici, sociali e culturali. Abbiamo bisogno di bussole che indichino la direzione verso cui andare e di mappe che ci ricordino da dove veniamo.
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Lo scrittore Albert Camus non è morto nell’incidente del 4 gennaio 1960. Un suo grande amico, il genetista Jacques Monod, va a trovarlo in ospedale. Stanno scrivendo un libro insieme. Leggono le bozze, ricordano le avventure durante la Resistenza a Parigi. Nel segno del disincanto, prende forma una visione del mondo. La scienza ha svelato la finitudine di tutte le cose: dell’universo, della Terra, delle specie, di ognuno di noi. Come trovare un senso all’esistenza accettando la nostra finitezza? In un gioco raffinato di fatti e finzioni, Finitudine è la storia della vera amicizia tra due premi Nobel, un dialogo avvincente, un libro dentro un libro. Dopo il successo di Imperfezione, Telmo Pievani torna con un testo sorprendente che affronta con poesia un tema filosofico e scientifico che ci tocca tutti.
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Per reagire all’ondata di violenza e di sciatta volgarità che ha invaso la lingua italiana, gli autori hanno scelto, come strumento di redazione, le parole che valgono, accompagnando il lettore a scoprirle in testi pieni di sorprese.
Dalle diciassette parole usate in una famosa sentenza medievale a quelle di una canzone d’amore in una pergamena del XII secolo; da quelle di san Francesco, Dante, Leonardo e Ludovico Ariosto a quelle raccolte nel Vocabolario della Crusca; da quelle di Cesare Beccaria contro la tortura e la pena di morte a quelle struggenti di Bella ciao, fino alle parole di due grandi presidenti della Repubblica, Einaudi e Ciampi
Un appassionante viaggio nella lingua italiana per raccontare il nostro modo di parlare nei suoi aspetti più vitali e concreti.
[…] E come l’imenottero studiato da Fabre, la vespa scarificatrice, che per assicurare ai piccoli, dopo la sua morte, della carne fresca da mangiare, chiama l’anatomia in aiuto della crudeltà e, catturato qualche ragno o punteruolo, gli trafigge con una sapienza e un’abilità meravigliosa il centro nervoso da cui dipende il movimento delle zampe, ma non le altre funzioni vitali, in modo che l’insetto paralizzato, accanto al quale depone le proprie uova, fornisca alle larve, quando si schiuderanno, una preda docile, inoffensiva, incapace di fuga o di resistenza, ma non ancora frollata, Franҫoise escogitava, per assecondare la sua pervicace volontà di rendere la casa insostenibile da parte di qualsiasi domestico, degli accorgimenti così sottili e così spietati che, parecchi anni dopo scoprimmo che se quell’estate avevamo mangiato asparagi quasi quotidianamente, era stato perché il loro odore provocava alla povera sguattera incaricata di pulirli delle crisi d’asma d’una violenza tale che, alla fine fu, costretta ad andarsene.
Marcel Proust in Dalla parte di Swann, p. 128-9
L’aria, lì, era satura della quintessenza di un silenzio così sostanzioso, così succulento, che non m’addentravo in esso senza una sorta di golosità, soprattutto in quei primi mattini ancora freddi della settimana di Pasqua in cui lo gustavo di più perché ero appena arrivato a Combray: prima di lasciarmi entrare ad augurare il buongiorno alla zia, mi facevano attendere un istante nella prima stanza dove il sole, ancora invernale, era venuto a scaldarsi davanti al fuoco che, già acceso tra i due mattoni, avvolgeva tutta la camera in un odore di fuliggine, facendone qualcosa come uno di quei grandi “antiforni” di campagna o una di quelle cappe di camino dei castelli sotto le quali ci si augura che fuori rompano gli indugi la pioggia, la neve, magari qualche catastrofe diluviesca per aggiungere al conforto del riparo la poesia della reclusione invernale; muovevo qualche passo dall’inginocchiatoio alle poltrone di velluto arabescato, sempre ricoperte con un poggiatesta all’uncinetto; e il fuoco, che cuoceva come una pasta gli odori appetitosi di cui l’aria della camera era tutta grumosa e già “lavorati” e fatti lievitare dalla freschezza umida e soleggiata del mattino, li tirava a sfoglia, li dorava, li gonfiava, li faceva bombare, trasformandoli in un’invisibile e palpabile leccornia provinciale, un immenso “calzone” nel quale, assaggiati appena gli aromi più stuzzicanti, più fini, più pregiati, ma anche più secchi, dell’armadio a muro, del cassettone, della tappezzeria a “ramages”, tornavo sempre con inconfessata ingordigia a invischiarmi nell’odore medio, appiccicoso, scipito, indigesto e fruttato del copriletto a fiori.
Marcel Proust. DALLA PARTE DI SWANN.
(Primo volume de “Alla ricerca del tempo perduto”). Copyright 1983 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.
Tomo 1. Edizione diretta da Luciano De Maria e annotata da Alberto Beretta Anguissola e Daria Galateria. Traduzione di Giovanni Raboni. Prefazione di Carlo Bo. Copyright 1983 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano. Titolo dell’opera originale: “A la recherche du temps perdu”. Prima edizione I Meridiani giugno 1983. (da https://mabastainsoma.blogspot.com/2019/11/marcel-proust_8.html)
Massimo Gramellini, C’era una volta adesso (Longanesi)
vai alla recensione di Teresa Ciabatti
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