Haruki Murakami, A Sud del confine a Ovest del sole (1992), Feltrinelli, 2005, riflessione di Paolo Ferrario

Haruki Murakami è, per me, un autore generazionale.

Intendo per generazionale uno che ha attraversato il mio stesso arco di tempo: quello della seconda metà del novecento.

Murakami ha preso la distanza, un po’ come hanno fatto (rispetto alla loro storia) alcuni protagonisti tedeschi del ciclo Heimat di Edgar Reitz, dalla tradizione giapponese, dai loro rituali imperiali, dalle loro culture così difensive verso l’esterno del mondo.

Murakami è un autore che parla di adolescenze, di maturità, di adultità, di musicalità transculturali. Un suo alter ego si racconta così:

 

”Sono nato il quattro gennaio 1951, nella prima settimana del primo mese del primo anno della seconda metà del ventesimo secolo. Lo si potrebbe quasi considerare un evento da commemorare ed è per questo che i miei genitori mi hanno chiamato Hajime, che significa “inizio” “

A Sud del confine, a Ovest del sole, pag. 9

In questo romanzo Hajime trascorre la prima adolescenza con Shimamoto. Ascolta con lei le sinfonie di Rossini, la Pastorale di Beethoven, il Peer Gynt. Ma ascoltano anche Nat King Cole, Bing Crosby.

Poi i due ragazzi si perdono di vista.

Hajime , nell’età dei licei, “uscirà” con Izumi, scoprendo i primi contatti dei corpi nudi. Poi farà l’amore con la cugina di Izumi: “nei nostri incontri andavamo subito al sodo. Consumavo con avidità quello che avevo davanti e così lei”.

Tutti figli unici questi giovani: c’è questo ad accomunarli.

Studierà, parteciperà alla stagione delle lotte politiche giovanili, comincerà a lavorare, si sposerà con Jukiko, farà carriera.

Ma ad un certo momento il Daimon del destino riunisce ancora Hajime e Shimamoto.

Le pagine seguenti segnano i caratteri fra l’irreale e l’esperienziale di quell’incontro. C’è anche Duke Ellington ad incidere quei momenti.

 

 

“Sai, Shimamoto,” dissi. “Per tutto questo tempo ho desi­derato incontrarti, per poter parlare un po’ con te. Volevo dirti tante cose.”

“Anch’io volevo rivederti, alla fine tu non ti sei più fatto vivo. Ti ricordi? Quando abbiamo iniziato le medie e ti sei trasferito nell’altra città, ho aspettato a lungo che venissi a trovarmi. Perché sei scomparso così? Ero molto triste. Pensai che avessi fatto altre amicizie in quel nuovo ambiente e che ti fossi dimenticato di me.”

Shimamoto spense la sigaretta nel portacenere. Le sue unghie erano ricoperte da un velo di smalto trasparente. Erano così levigate e perfette che sembravano l’opera raffi­nata di un artigiano.

“Avevo paura,” dissi.

“Paura?” fece lei. “E di che cosa? Avevi forse paura di me?”

“No, non di te. Temevo solo che potessi respingermi. Sai, ero ancora un ragazzino e non potevo immaginare che tu mi stessi aspettando. Ero davvero terrorizzato all’idea di essere rifiutato da te. Temevo che, venendo a casa tua, sarei stato di disturbo e così decisi di allontanarmi da te. Pensavo: piutto­sto che rimanere ferito, è meglio conservare il ricordo dei giorni felici trascorsi insieme.”

Shimamoto chinò leggermente la testa. Poi prese un anacardio e lo fece rotolare nel palmo della mano.

“Le cose non vanno mai come vorremmo!”

“E proprio così,” dissi io.

“Eravamo destinati a rimanere amici per molto più tempo! A essere sincera non ho avuto più nessun amico, né alle medie, né alle superiori e nemmeno durante l’università. Sono rimasta sempre sola. Ho sempre pensato a come sareb­be stato bello se ci fossi stato tu vicino a me, mi sarebbe bastato anche solo poterti scrivere qualche lettera. Molte cose sarebbero andate diversamente e sarebbero state più facili da sopportare.” Rimase per un po’ in silenzio, poi con­tinuò: “Non so perché, ma dalle medie in poi ho iniziato ad andare male a scuola. E più non riuscivo a farcela, più mi chiudevo in me stessa. Era come un circolo vizioso”.

Annuii.

“Fino alle elementari sono riuscita a cavarmela abbastan­za bene, ma poi è stato un disastro. Mi sentivo come prigio­niera in fondo a un pozzo.”

Anch’io avevo provato una sensazione simile, nei dieci anni dall’inizio dell’università fino al matrimonio con Yukiko. Se qualcosa comincia ad andare storta trascina con sé il resto. Tutto sembra andare sempre peggio, non si riesce a trovare alcun rimedio, a meno che qualcuno non riesca a tirarti fuori.

“Innanzitutto, avevo quel difetto alla gamba e molte cose, che per gli altri erano normali, per me erano impossibili. E così passavo il mio tempo a leggere libri e me ne stavo sem­pre per conto mio. Inoltre, avevo, come dire, un aspetto che non passava certo inosservato. Quindi quasi tutti mi consi­deravano una persona complessa e superba. O forse ero diventata davvero così.”

“Forse eri troppo bella,” dissi. Prese una sigaretta e se la mise in bocca: gliela accesi con un fiammifero.

“Pensi davvero che io sia bella?” mi domandò.

“Lo penso davvero e credo che te lo sia sentito ripetere tante volte.”

Shimamoto scoppiò a ridere. “No, non è vero. A essere sincera, non è che il mio viso mi piaccia tanto. Perciò sono contenta di sentirmi dire questo da te,” disse. “Comunque sia, non piaccio molto alle donne. Purtroppo. Spesso ho pensato a come sarebbe stato meglio poter essere una ragaz­za comune, avere degli amici come tutti, anche a costo di sentirmi dire che non sono bella.”

Shimamoto allungò una mano e sfiorò leggermente la mia sul bancone. “Ma mi fa piacere sapere che sei felice!”

Io rimasi in silenzio.

“Perché sei felice, o sbaglio?”

“Non lo so. Di sicuro non mi sento infelice, né solo,” dissi, aggiungendo poco dopo: “A volte, però, mi è capitato di pensare che il periodo più felice della mia vita è stato quando noi due ce ne stavamo nel tuo soggiorno ad ascolta­re la musica”.

“Sai, quei dischi li conservo ancora adesso. Nat King Cole, Bing Crosby, Rossini, il Peer Gynt e altri. Li ho ancora tutti. Me li ha lasciati mio padre prima di morire, come suo ricordo. Li avevamo custoditi con tanta cura che ancora adesso non hanno neanche un graffio. Ti ricordi come maneggiavo con delicatezza quei dischi?”

“E così tuo padre è morto?”

“E morto cinque anni fa, per un cancro all’intestino retto.

È stata una morte terribile. E pensare che era una persona così piena di vita!”

Avevo incontrato diverse volte il padre di Shimamoto. Sembrava un uomo forte e solido come la quercia che stava nel giardino di casa sua.

“E tua madre sta bene?” le domandai.

“Sì, suppongo di sì.”

Notai qualcosa di particolare nel suo tono di voce. “Non vai d’accordo con tua madre?”

Shimamoto finì il suo daiquiri, poggiò il bicchiere sul banco e chiamò il cameriere. Poi mi domandò: “Dai, consi­gliami un cocktail speciale della casa!”.

“Ci sono diversi cocktail originali. Il più apprezzato è quello che porta il nome del locale, il ‘Robin’s Nest’. E una mia invenzione, è a base di rum e vodka. Si fa bere subito, ma è molto forte.”

“L’ideale per far cadere una donna fra le proprie braccia!” “Tu non lo sai, Shimamoto, ma i cocktail sono fatti pro­prio per questo.”

Scoppiò a ridere e disse: “Allora ne assaggerò uno”. Dopo che le portarono il cocktail, rimase per un po’ a osservarne il colore. Ne bevve un sorso e chiuse gli occhi, per poterlo assaporare meglio. “Ha un gusto molto particola­re,” disse. “Né dolce, né amaro. Ha un sapore semplice e delicato, ma si sente anche una certa corposità. Non sapevo che avessi questo talento.”

“Non sono capace di costruire neanche una mensola, non so cambiare il filtro dell’olio della macchina, né attaccare un francobollo dritto. Spesso sbaglio perfino a digitare i numeri di telefono, però sono stato capace di creare diversi cocktail originali, molto apprezzati dai miei clienti.”

Shimamoto poggiò il suo cocktail sul piattino e rimase a fissarlo per un po’. Lo inclinò e il riflesso delle luci del soffit­to oscillò debolmente.

“Non vedo mia madre da tantissimo tempo. Circa dieci anni fa abbiamo avuto dei contrasti e da allora non ho quasi più avuto contatti con lei. Ci siamo incontrate solo al funera­le di mio padre.”

Il trio jazz aveva finito di suonare un proprio blues origi­nale e il pianoforte aveva attaccato Star-Crossed Lovers. Quando io ero nel locale, il pianista suonava spesso per me questa ballata, sapendo che mi piaceva. Non era uno dei pezzi più famosi di Duke Ellington e non era neanche legato a un mio particolare ricordo personale. Mi era solo capitato di sentirla una volta e da allora mi dava sempre una forte emozione. Sia da studente, sia quando lavoravo alla casa edi­trice, la sera ascoltavo infinite volte il pezzo Star-Crossed Lovers dell’LP Such Sweet Thunder. C ‘era un assolo delicato e raffinato di Johnny Hodges. Quando ascoltavo quella bellis­sima e languida melodia, mi tornavano sempre in mente quei giorni. Non era stato certo un periodo felice della mia vita, con tutte le aspirazioni insoddisfatte che avevo allora. Ero molto più giovane, pieno di desideri e molto più solo. Ero la stessa persona, ma come “ridotta all’osso” e resa sen­sibilissima. La musica che ascoltavo allora e i libri che legge­vo, li sentivo penetrare dentro di me, nota per nota, riga per riga. I miei nervi erano tesi e affilati come cunei e nel mio sguardo c’era una luce così penetrante che sembrava quasi voler trafiggere gli altri. Quando riascoltavo Star-Crossed Lovers mi tornavano in mente sempre quei giorni e i miei occhi riflessi nello specchio.

“A essere sincero, una volta, quando ero in terza media, sono venuto a trovarti. Provavo un senso di solitudine insop­portabile,” le dissi. “Avevo cercato di telefonarti, ma il nume­ro era cambiato. Allora presi il treno e venni fino a casa tua, ma sulla targhetta del tuo portone c’era un altro nome.”

“Due anni dopo il tuo trasferimento, andammo ad abita­re a Fujisawa, vicino a Enojima, dove mio padre era stato mandato per lavoro. Da allora ho vissuto sempre lì, fino a quando non ho cominciato l’università. Dopo essermi tra­sferita, ti ho scritto una cartolina con il nuovo indirizzo. Non ti è arrivata?”

Scossi la testa: “Se l’avessi ricevuta, ti avrei risposto. Che strano! Ci deve essere stato sicuramente qualche errore”.

“Forse siamo noi due a essere sfortunati!” disse Shimamo­to. “Per una serie di contrattempi, finiamo sempre per perder­ci. Ma parlami un po’ di te, di che cosa hai fatto finora.”

“Non è che ci sia molto di interessante da dire,” risposi io.

“Non importa, voglio sapere lo stesso.”

Le feci un resoconto generale della mia vita. Le dissi che avevo avuto una ragazza negli anni del liceo, con la quale, però, alla fine mi ero comportato molto male. Non le rac­contai i particolari della storia, ma solo che, ferendo in quel modo i suoi sentimenti, avevo finito per fare del male anche a me stesso. Le parlai dell’università a Tokyo, del lavoro alla casa editrice e della solitudine che aveva accompagnato quel periodo della mia vita. Non avevo amici e le ragazze con cui ero uscito qualche volta non mi avevano reso felice. Dalla fine del liceo fino a trent’anni, cioè fino a quando non incon­trai e sposai Yukiko, non avevo amato veramente nessuna donna. Le dissi anche che, in quel periodo triste della mia vita, avevo pensato spesso a lei e desiderato moltissimo poterla incontrare e parlarle, anche solo per un’ora. A queste parole sorrise.

“Hai pensato spesso a me?” mi domandò. “Certo,” risposi.

“Anch’io ti ho pensato spesso. Quando attraversavo momenti difficili, pensavo sempre a te. Forse sei stato l’uni­co amico che abbia mai avuto.”

Si appoggiò al bancone con una mano sotto il mento e chiuse gli occhi per un po’, come priva di forza. Notai che non portava nessun anello al dito. Ogni tanto sembrava che le ciglia fossero attraversate da un impercettibile tremito. Poco dopo aprì lentamente gli occhi e guardò l’orologio che aveva al polso. Era già quasi mezzanotte.

Prese la borsa e, con un leggero movimento, scese dallo sgabello.

“Buonanotte, è stato bello rivederti,” disse.

La accompagnai alla porta di ingresso e le chiesi: “Ti chia­mo un taxi? Ti sarà difficile trovarne uno con questa pioggia!”.

Shimamoto scosse la testa e aggiunse: “Non preoccuparti. Posso cavarmela da sola”.

“Veramente, non sei rimasta delusa?” le domandai.

“Di te?”

“Sì, di me.”

“No che non sono rimasta delusa,” disse con un sorriso. “Non preoccuparti. Ma sei sicuro che il tuo completo non è di Armani?”

Mi accorsi che Shimamoto non zoppicava più. Non cam­minava molto velocemente e a guardarla con attenzione, si notava che c’era qualcosa di artificioso nella sua andatura. Per il resto, però, era quasi del tutto normale.

“Quattro anni fa, mi sono sottoposta a un’operazione e sono guarita,” disse Shimamoto, come per giustificarsi. “Non è che la gamba sia perfetta, ma è migliorata molto. E stato un intervento difficile, ma è andato tutto bene. Mi hanno tagliato diverse ossa e me le hanno riattaccate.”

“Incredibile. Adesso il difetto alla gamba non si vede più.”

“Sì, è vero,” disse lei. “Ho fatto bene a prendere questa decisione, anche se forse avrei dovuto farlo molto prima.”

Presi il suo cappotto dal guardaroba e la aiutai a infilarse­lo. Quando mi si avvicinò, mi accorsi che non era molto alta. Sembrava che la sua statura non fosse cambiata da quando aveva dodici anni e questo mi fece una strana impressione.

“Shimamoto, ci rivedremo ancora?”

“Forse,” disse lei. Sulle sue labbra apparve un lieve sorri­so, come un fumo sottile che si leva in una tranquilla giorna­ta senza vento. “Forse.”

Poi aprì la porta e uscì. Dopo quasi cinque minuti, anch’io salii su per le scale per cercare di raggiungerla sulla strada. Temevo che non trovasse facilmente un taxi. La piog­gia continuava a cadere e Shimamoto non era più lì. La stra­da era deserta, si vedevano solo le luci dei fari delle macchi­ne sull’asfalto bagnato.

Forse era stato solo un sogno, pensai. Rimasi lì fermo a guardare la pioggia. Mi sembrava di essere tornato il ragazzi­no di dodici anni che nelle giornate piovose restava spesso a fissare immobile l’acqua che scendeva. Quando guardavo la pioggia, senza pensare a nulla, avevo l’impressione che il mio corpo si sciogliesse e che il mondo reale si allontanasse da me. Sentivo che la pioggia aveva un particolare potere sulle persone, quasi ipnotico.

Ma non era stato un sogno. Tornato nel locale, vidi che dove si era seduta Shimamoto c’erano ancora il suo bicchiere e il posacenere. Dentro erano rimasti i mozziconi di sigaretta che lei aveva spento delicatamente, sporchi di rossetto. Mi sedetti accanto al suo sgabello e chiusi gli occhi. A poco a poco, l’eco della musica cominciò a svanire e rimasi solo. In quella velluta­ta oscurità, la pioggia continuava a cadere silenziosa.

A Sud del confine, a Ovest del sole, pag. 92-99

10 commenti

  1. I Latini chiamavano ‘desiderium’ il desiderio delle cose che non si sono mai avute e che vengono avvertite come se le avessimo perdute – pur non avendole mai possedute -. Il bisogno sofferto di afferrare ciò che sfugge è propriamente ciò che chiamiamo infelicità, soprattutto quando la felicità sia a portata di mano e non ci sia concesso afferrarla. In questo, non ha ragione Valéry, quando dice che la vita è fatta di incomprensioni, di fruttuosi fraintendimenti…?La musica ‘commenta’ bene un incontro che costituisce quello che Maffesoli chiama ‘istante eterno’.La tua scelta di estrarre la pagina dal racconto generale rende l’incontro ancor più misterioso. Noi non vogliamo sapere cosa accadrà dopo. E questo, forse, è un male, perché presumo che il romanzo non finisca a pagina 99, con la pioggia che continua a cadere silenziosa. E’ doveroso andare a cercare l’opera, per uscire dalla malinconia di questo quadro. La pagina, tuttavia, è perfetta.

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  2. Noi parliamo di intersoggettività, ma non comprendo bene a cosa alludiamo. Nella storia della filosofia non mi sembra che questo concetto abbia avuto un grande successo.Nel brano di Haruki Murakami che proponi vedo ben rappresentati il senso tragico che io riconosco all’esistenza: perdite, lacerazioni, incomprensioni, distanza e solitudine spirituale; anche l’amore è esperienza tragica. Aveva ragione Lacan nel presentarlo come irrealizzabilità del desiderio, che non potrà mai possedere l’oggetto a cui aspira, non essendo un oggetto ma un soggetto…Io sono fermo al Sartre de “L’essere e il nulla”, che concepisce l’amore tra l’uomo e la donna, da una parte e dall’altra, come una libertà che si concede come libertà e che, nel darsi, si fa oggetto d’amore, per sciogliersi subito dopo da un abbraccio che non può durare…

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  3. CIAO CARISSIMO gabrieleche ampia riflessione la tua! lo sai che apprezzo oltremodo il tuo linguaggio caldo tutto intonato da perfetti plurali maiestatis!intervengo solo su un punto: sì il romanzo di murakami (temo esaurito, al momento dall’editore) si sviluppa e ho volutamente lasciato oscuro il resto.

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  4. l’altra questione è il tema dell’ “intersoggettività”. sia io che baldo abbiamo in comune, molto in comune, questa gigantessa della psicanalisi che è la silvia montefoschi.lei ha elaborato una teoria della intersoggettività, che attraverso tutto il suo pensiero a partire da un libro del 1977 (quello che ho usato nel video: http://amalteo.splinder.com/post/18849746/Paolo+Conte+in+Bella+di+giorno)probabililmente c’è qualche distanza dai tuoi studi filosofici.ma questo non è un problema. baldo ha già indicato la chiave: dialogos e non solo logos.ne riparleremointanto: grazie per la tua lettera su murakamiora sia sinfonia anche letteraria.le pagine che abbiamo attraversato …

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  5. GRANDE PAOLO! ci speravo che tu facessi un post su questo libro, ma questa volta sono riuscita a non dirtelo, perchè altrimenti magari ti saresti bloccato. conservo ancora i file dei capitoli sottolineati da te che avevi mandato anche a me per mail. è bello che sia tuo questo post. è un libro che tocca dentro. questa sera raccolgo i pensieri e poi, davvero, torno.

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  6. più di un anno fa si sviluppò, in altro luogo una conversazione interessante, anche perchè portò a rivelare un lapsus di murakami.la metto in scena quasi teatrale.monica: mentre leggevo il libro l’ho cercata subito e l’ho trovata.. “.. è una canzone particolare e la si può capire solo riascoltandola più volte. E poi non tutti sono in grado di suonarla”.. dice bene Hajime.. “Faceva parte di un insieme di pezzi che Ellington e Strayhorn avevano composto per il Festival Shakesperiano dell’Ontario”, dice ancora.così sono andata alla ricerca di questi pezzi di Duke Ellington e ne ho già trovati un po’. quando avrò completato la ricerca farò un post.non sono riuscita a trovare invece south of the border, west of the sun di nat king cole. paolo: sì, la catena era partita da lì, da quella pagina di haruki murakami. era un pezzo che non avevo mai evidenziato.ora è uno dei miei preferiti ed ha anche avuto l’effetto di farmi tirare fuori di nuovo duke ellington.potere delle connessioni! ho un “south of the border” ma cantato da frank sinatra.che murakami abbia fatto un po’ di confusione?monica: guarda, ho cercato veramente tanto, ma non c’è proprio traccia, mentre “Star Crossed Lovers” l’avevo trovata subito paolo: conoscendo le tue doti di ricercatrice, temo proprio che sia una di quelle unice esecuzioni finite su qualche 33 giri del tempo mai più ristampate. monica: mi hai fatto venire voglia di cercare ancora un pochino e ho trovato questa frase:”Cole’s final Spanish-language album brought him South of the border to Mexico City, both musicallyand literally! With Ralph Carmichael (1962).”: L’ultimo album in lingua spagnola di Nat King Cole lo portò A SUD DEL CONFINE a Città del Messico, entrambi, musicalmente e letteralmente! Con Ralph Carmichael (1962). e citano questo album:L.O.V.E – The Complete Capitol Recordings 1960 – 1964.l’ho trovato qui:http://www.bear-family.de/tabel1/product/bcd16717_e.htmho fatto passare i titoli delle tracce degli 11 cd. se non mi è sfuggita, non mi sembra di vederla. paolo: ottimo indizio: e se murakami parlasse di un pezzo che non ha quel titolo? cioè che abbia cinfuso nella sua memoria titolo del 33 giri e titolo della traccia?roba da sherlock holmes. ancora paolo: ritorno su quella ricerca di murakami a sud del confine e il disco che sentivano da ragazzi nella casa di ishimoto (vado a memoria)il post che hai trovato sembra il più completo della produzione di nat king cole. gli anni corrispondono.propendo per ritenere che nel libro si scambia il titolo di una sola canzone con un album e direi precisamente questo:’More Cole Espanol’ – Cole’s final Spanish-language album brought him South of the border to Mexico City, both musicallyand literally! With Ralph Carmichael (1962).ma non ne sono sicuroancora paolo: guarda cosa ho trovato:South of the Border, West of the SunFrom Wikipedia, the free encyclopediaJump to: navigation, searchSouth of the Border, West of the Sun English Edition CoverAuthor Haruki MurakamiOriginal title 国境の南、太陽の西Kokkyō no minami, taiyō no nishiCountry JapanLanguage JapaneseGenre(s) NovelPublisher Vintage (English Edition)Publication date 1992Published in English 2000Media type Print (Paperback)Pages 192 pagesISBN ISBN 0-09-944857-2Preceded by Dance Dance DanceFollowed by The Wind-Up Bird ChronicleSouth of the Border, West of the Sun (国境の南、太陽の西, Kokkyō no minami, taiyō no nishi?) is a short, melancholic novel written in 1992 by the popular Japanese novelist, Haruki Murakami. The English translation by Philip Gabriel was released in 2000.It tells the story of Hajime, starting from his childhood in a small town in Japan. Here he meets a girl, Shimamoto, who is also an only child and suffers from polio, which causes her to drag her leg as she walks. They spend most of their time together talking about their interests in life and listening to records on Shimamoto’s stereo. They join different high schools and grow apart. They are reunited again at the age of 36, Hajime now the father of two children and owner of two successful jazz bars in the trendy part of Tokyo. With Shimamoto never giving any detail as to her own life and appearing only at random intervals, she haunts him as a constant ‘what if’. Despite his current situation, meeting Shimamoto again sets off a chain of events that eventually forces Hajime to choose between his wife and family or attempting to recapture the magic of the past.[edit] Explanation of the novel’s title‘South of the Border’ refers to the song as sung by Nat King Cole. Because they do not understand English, Hajime and Shimamoto originally see it as a place of mystery, that something magical lies south of the border. ‘West of the Sun’ refers to a condition called hysteria siberiana which is explained by Shimamoto as what happens to farmers in the Siberian tundra – sometimes they go insane and walk westwards toward the setting sun until they collapse and die. The English title is the literal translation of the Japanese.in http://en.wikipedia.org/wiki/South_of_the_Border,_West_of_the_Sunancora paolo: ce l’avevo sotto il naso la fonte giusta , e pensare che è uno dei siti che linko:http://www.musicaememoria.com/a_sud_del_confine.htmLa canzone preferita nei pomeriggi da Shimamoto, che i due ragazzi ascoltano senza comprendere le parole, e immaginandole più interessanti di quanto non siano. Si tratta del classico brano country reso celebre da Frank Sinatra e interpretato da moltissimi altri cantanti, e del quale esiste anche una nota versione italiana (Stella d’argento). Non risulta però una versione interpretata da Nat King Cole, si tratta infatti di un errato ricordo di Murakami, da lui stesso ammesso nel libro “Portrait of Jazz” (vedi Note).Da notare anche che il successivo verso “West of the sun”, utilizzato nel titolo del libro non è presente nella canzone e nasce da una considerazione di Shimamotoin http://www.musicaememoria.com/a_sud_del_confine.htmSouth Of The Border. Murakami dichiarava nel libro Portraits of Jazz:”Someone pointed out to me that Nat Cole had never sung(at least recorded) the song. I couldn’t believe him and looked into Cole’s discography. To my surprise he never ever sang it. He made several albums of Latin songs, but it is not included in them. Then it follows that I wrote a book based on a recording that never existed. But (I’m not trying to defend myself) I feel it was not so bad after all, for you “breathe air in the world which does not exist anywhere” when you read novels.””Qualcuno mi ha fatto notare che Nat Cole non ha mai interpretato né inciso questa canzone. Non potevo crederci ed ho consultato la discografia di Cole. Con mia grande sorpresa (ho appurato) che non l’ha mai cantata. Ha fatto molti album di musica latina, ma non è inclusa in nessuno di essi. Quindi ne consegue che ho scritto un libro basato su una registrazione che non è mai esistita. Ma (e non sto tentando di difendermi) penso che non sia una cosa così negativa, dopo tutto, perché in fondo voi quando leggete un romanzo “respirate un’aria del mondo che non è mai esistita da nessuna parte”.South Of The BorderLe parole della canzone:South of the border, down Mexico wayThat’s where they fell in love when stars above came out to playAnd now as they wander, their thoughts ever straySouth of the border, down Mexico wayShe was a picture in old Spanish laceJust for a tender whileHe kissed the smileUpon her faceFor it was fiesta and they were so gaySouth of the border, down Mexico wayThen she sighed as she whispered mananaNever dreaming that they were partingAnd he lied as he whispered mananaFor that tomorrow never cameSouth of the border, he rode back one dayThere in a veil of whiteBy candlelightShe knelt to prayThe mission bells told him that he mustn’t staySouth of the border, down Mexico waymonica: BELLA RICERCA, così si spiega tutto!e bellissimo questo pensiero di murakami “quando leggete un romanzo respirate un’aria del mondo che non è mai esistita da nessuna parte.” e così scoprimmo che murakami aveva fatto confusione e fuso i ricordi. eppure c’era un suono ad ispirare la sua reminiscenza.e il suggello finale, sottolineato da monica è sapiente:”quando leggete un romanzo respirate un’aria del mondo che non è mai esistita da nessuna parte.”

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  7. lascio qui questi pensieri che avevo fermato nel mio blog/diario il 31 agosto 2007: “Oggi ho fatto un viaggio abbastanza lungo. Come tutte le volte in cui, sola, mi lascio trasportare, mi è piaciuto sgranare ricordi come una lumaca indolente, lasciar affiorare entro di me cose venute da molto lontano o nate da un’interiorità remota, ricomporre i vari pezzi con i fili della memoria, godere della bellezza del poter ritornare sui propri passi e poter ricucire… poter ricucire incontri sospesi… “il delizioso tormento dell’ago che mi ricuciva” direbbe Hélène Grimaud. Pensavo al “tempo.. un bambino che gioca, che sposta i pezzi sulla scacchiera.. e pensavo al tempo che faceva ritorno”.Un sospiro.. e il tempo fa ritorno.. e i giardini del tempo arati da lente eternità.. “

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  8. ricucire … ricucire … ricucire. talvolta anche cucireè la tua incessanta azioneciao monicabuon inizio primavera!questa pagina di murakami ci sta proprio bene sull’antologiaparla di crescita, di cose perdute e ritrovate. e, visto il romanzo nel suo complesso di cambiamenti misteriosi

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  9. Quando lessi questa parte del libro, molti e molti anni fa, ricordo bene che provai sollievo e rabbia.Per i parallelismi che si spezzano, ma mai completamente, per le parole che finalmente si dicono e già decadono, colme di incertezza. C’è una soffusa atmosfera di rinuncia, che percorre il tutto , di “destini già dati”, si gode della bellezza letteraria delle pagine, ma si intuisce che non ci sarà lo spannung che si vorrebbe, uno spannung straniero rispetto alla solitudine. Una storia bellissima, che ha la forza paradigmatica della perfidia astuta della vita, quando gode delle decisioni già prese, da ciascuno di noi, contro di noi, decisioni lontanissime, di cui non abbiamo ricordo.Renata

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