Giacomo Leopardi nel suo “Zibaldone” assegna a un breve testo il compito di registrare un’utile distinzione: Termini e parole … di Gabriele De Ritis

Giacomo Leopardi nel suo “Zibaldone” assegna a un breve testo il compito di registrare un’utile distinzione: Termini e parole.

Chiamiamo ‘termine’ tutto ciò che viene dal Vocabolario e che ci restituisce la ‘semplice’ definizione di un elemento del Lessico. Ad esempio, l’aggettivo ‘solitario’.

Chiamiamo ‘parola’, con lui, invece, ‘ermo’, che incontriamo nel primo verso de “L’infinito”.

Le antologie scolastiche della Letteratura italiana danno per lo studente il significato di ‘solitario’. Si direbbe che non significhi altro. Eppure, le stesse antologie in nota aggiungono che c’è di più, che ‘ermo’ è più che ‘solitario’. Più che ‘termine’, ‘ermo’ è ‘parola’, dunque evoca significati ulteriori, che provengono dalla soggettività dell’Autore, dal suo mondo poetico.

Diremo, allora, che il significato di ‘ermo’ è più ampio di quello di ‘solitario’. “Ci piace di più”, perché suscita in noi sensazioni vaghe e indefinite. Abbiamo detto “ci piace di più”, perché è giustamente implicato nell’uso di quella parola il gusto sensistico per il ‘peregrino’, cioè per i termini ricercati, che si fanno preziose parole nel contesto poetico dato. È così per il Recanatese, almeno fino al 1828. Diciamo, infatti, che la poetica leopardiana può essere definita fino a quella data come una poetica dell’indefinito e della rimembranza.

Il poeta predilige i termini vaghi e indefiniti, che siano capaci di evocare rimembranze, il caro ricordo di esperienze fatte. Il ‘sempre’ che apre “L’infinito” viene da lui spiegato così nello “Zibaldone”: una ricordanza, una ripetizione. Altrove dirà che le cose, i luoghi, le persone incontrate acquistavano pregio per lui quando ne faceva esperienza ripetuta, tanto che diventavano oggetto di rimembranza.

La Linguistica generale ci ha fornito un’importante distinzione, tra Denotazione e Connotazione, a significare il valore oggettivo e quello soggettivo dei termini che usiamo. Perciò, un colle è solo un colle nell’uso quotidiano e geografico del termine, che nel farsi ermo in un testo poetico acquista un valore connotativo che andrà chiarito alla luce della poetica dell’Autore che ne fa uso. Perciò noi andiamo in cerca di parole ricercate ogni giorno della nostra vita, quando abbiamo bisogno di dire anche semplicemente “ti auguro una buona giornata”.

Allora, le parole di Paolo vengono in nostro soccorso, soprattutto quando vogliamo far sentire a una persona a noi cara, o per la quale nutriamo una grande stima, che la pensiamo in modo diverso, che vogliamo riservarle un pensiero in più, che intendiamo suggellare con parole intense il sentimento di augurio che accompagna il piccolo addio con il quale ci congediamo, per dire Arrivederci. Pensiamo, infatti, a rivederci ancora, ma non vogliamo che il nostro saluto non lasci nessuna traccia nel cuore della persona che ci accingiamo a salutare. Altra cosa è ciò di cui facciamo pure esperienza, quando ci sembra che gli altri non riescano a dire in modo efficace ciò che riusciamo a fatica ad immaginare. È penoso per noi ritrovarci di fronte alla loro povertà di linguaggio, alla carenza di termini e parole che aiutino a dire compiutamente ciò che provano di fronte alle cose del mondo. Ancor più doloroso è cogliere a volte in loro un’inadeguata espressione di sé, che non favorisce la nostra comprensione degli stati di coscienza altrui. Dobbiamo sopperire con le nostre parole, suggerendole, talvolta, come facciamo con i bambini che cercano di dare un perimetro alla loro esperienza, definendola per ogni lato, quasi a percorrerla da cima a fondo. Anche se non abbiamo voluto ‘integrare’ o, peggio, ‘correggere’ l’espressione di sé tutte le volte che ci sembrava potessimo ferire la sensibilità della persona. Tacere di fronte alle difficoltà espressive degli altri rientra in quella che è stata chiamata “dissimulazione onesta”, cioè il mentire a fin di bene: fingiamo di aver capito, sopperendo con un supplemento di ‘traduzione’ in più. I processi empatici, infatti, prevedono anche questo, che si producano le necessarie inferenze per risalire alle intenzioni dei parlanti, perché la comunicazione emotiva sia efficace in ognuno dei suoi momenti. Uno dei compiti alti della Cultura è questo: aiutare a trovare le parole, ad esplorare i mondi possibili in cui siamo invitati ad entrare tutte le volte che nella vita quotidiana o nelle narrazioni letterarie qualcuno prende a raccontare. Se chi racconta è portato ad inventare, anche noi ascoltatori dovremo trovare le parole giuste per ricreare dentro di noi un mondo che viva di vita propria, che ci incanti e ci faccia sognare ancora un po’, anche se si tratta di un mondo che non è il nostro. I sentimenti che suscita in noi il racconto degli altri sono i più diversi: se ci disponiamo all’ascolto, possiamo far sentire all’altro che c’è spazio sufficiente “dentro di noi” per ospitare i sensi della battaglia che tutti gli umani quotidianamente ingaggiano contro la morte, riconoscendosi il beneficio di inventare la mossa in più che allontana ancora un po’ da tutti noi la vittoria dell’ora che non ha sorelle. Trovare le parole è un morire alla vita, concedendo sì alla morte il diritto alla sua mossa, ma con la consapevolezza del fatto che abbiamo ancora una chance, la possibilità di compiere altre mosse: abbiamo ragioni ancora da spenderci per affermare la volontà di vivere, contro la piccola morte che ci opprime tutte le volte che non troviamo le parole per rivendicare un nostro diritto o per dire più semplicemente che ci siamo anche noi, che vorremmo ci fossero riservate le attenzioni di cui facciamo esperienza tutte le volte che gli altri mostrano di avere qualcosa da dire anche a noi.

ESERCIZI SPIRITUALI: Solo il vero sapere ha potenza sul dolore (Eschilo), di Gabriele De Ritis, rimando al Blog Ai confini dello sguardo |

Ασκήσεις è parola greca (è il plurale di Àσκησις), che sta peresercizi spirituali. La preferiamo al più chiaro ‘esercizi spirituali‘ di Hadot, perché ci consente di ‘risalire’ alla fase precristiana della nostra civiltà morale. Non per opporre una tradizione all’altra o per esprimere una preferenza ‘laica’ da anteporre allo spirito cristiano… Piuttosto, per una ragione terminologica.  Esercizi. Semplicemente, esercizi che vedranno impegnata sicuramente la parte immateriale della nostra esperienza, ma nondimeno graveranno, accanto alla presenza di atteggiamenti emozioni sentimenti passioni, gli stati di corpo, le pratiche a cui ci sottoporremo per entrare nella nuova condizione che ci aspetta. 

Ai confini dello sguardo | Solo il vero sapere ha potenza sul dolore (Eschilo) | Pagina 2

1 – La nostra esperienza moraleAσκήσεις 

2 – Lo spirituale un tempoAσκήσεις 

3 – La dissimulazione onestaAσκήσεις 

4 – Strategie di apparizioneAσκήσεις 

5 – I nostri EserciziAσκήσεις 

6 – Di fronte al rifiuto di rispondere alla domanda d’amoreAσκήσεις 

7 – Parlare in pubblicoAσκήσεις 

8 – Prima di ogni più esatto sentireAσκήσεις 

9 – La pratica letterariaAσκήσεις 

10 – Imparare a dialogareAσκήσεις 

11 – Ricordati di vivere- un elogio dell’aldiquaAσκήσεις 

12 – Imparare a morireAσκήσεις 

13 – Imparare a leggereAσκήσεις 

14 – Elaborare l’esperienza vissutaAσκήσεις

15 – Il tempo lungo della simbolizzazione e della categorizzazione del nostro sentire

Leggere ALICE MUNRO, in Ai confini dello sguardo di Gabriele De Ritis

da Leggere Alice Munro : Ai confini dello sguardo

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L’enigma Alice Munro è il titolo dato dalla curatrice Marisa Caramella al saggio che apre il volume de I Meridiani Mondadori Alice Munro Racconti.
Sulla copertina de Il sogno di mia madre compare la citazione da Citati: “Da Henry James, Alice Munro ha imparato che la prima qualità di un racconto è l’enigma”.
Non andremo a cercare, allora, un segreto da svelare, se non sia la stessa scrittrice a farlo per noi. Lasceremo che sia la scrittura a guidarci nel mondo poetico costruito intorno a personaggi spesso secondari, minori, che si portano dietro, tuttavia, una scia luminosa che continua a brillare dopo che avremo terminato la lettura del racconto.

Un elemento della sua poetica è contenuto in un’intervista del 1994: “Tutta la letteratura del Sud degli Stati Uniti che davvero amavo era scritta da donne. Faulkner non mi piaceva poi tanto. Amavo Eudora WeltyFlannery O’ConnorKatherine Ann PorterCarson McCullers. Avevo la sensazione che solo le donne riuscissero a scrivere di cose marginali, strane, anomale… Sono arrivata alla conclusione che era quello il nostro territorio, mentre il grande romanzo sulla vita reale era territorio degli autori di sesso maschile. Non so come sia nata dentro di me la sensazione di essere ai margini, dato che non vi ero certo stata spinta. Forse perché ero nata in una situazione marginale. Sapevo che c’era qualcosa, qualche modo di vedere il mondo, proprio dei grandi autori, da cui ero tagliata fuori, ma non capivo bene cosa fosse. Per esempio, quando cominciai a leggere D.H. Lawrence, trovai inquietante la sua visione della sessualità femminile” (pag.13 de L’enigma Munro, di Marisa Caramella)

Nella narrativa di Alice Munro sono le vicende dei personaggi a primeggiare. Ed è il paesaggio geografico e culturale, più di quello politico o sociale, a fare da sfondo a tali vicende, che proprio per questo assumono quelle caratteristiche di normale straordinarietà che fa spesso gridare al miracolo critici e recensori. (pag. XIV de L’enigma Munro)

Dice Alice Munro nell’introduzione a un’edizione del 1997 di Selected Stories: “La ragione per cui scrivo così spesso del paese a est del lago Huron è che amo quel luogo. Significa per me qualcosa che nessun altro paese, non importa quanto storicamente importante, o “bello”, o vivace, o interessante, potrà mai significare. Sono innamorata di quel particolare paesaggio, dei campi quasi piatti, delle paludi, del bush, dei boschi, del clima continentale con I suoi inverni bizzarri, eccessivi. Mi sento a casa tra le costruzioni di mattoni, i granai cadenti, le rare fattorie dotate di piscina e campo di atterraggio, gli agglomerati di roulotte, le vecchie chiese ingombranti, I Wal-Mart e i Canadian Tire. Io parlo la loro lingua.” (pag. XIX de L’enigma Munro)

Ma c’è un’altra ragione per la ben nota ritrosia della scrittrice a dichiararsi tale, e ad apparire in pubblico, una ragione più complessa e difficile da identificare con precisione. Per capire questi e altri atteggiamenti caratteristici della Munro, bisogna risalire a tempi lontani. A quando i suoi antenati paterni presbiteriani scozzesi, e materni, anglicani irlandesi, emigrarono dalla Scozia e dall’Irlanda per stabilirsi nel Canada settentrionale, precisamente nell’Ontario, e portarono con sé nella nuova terra costumi e abitudini di quella d’origine restando fedeli ai dettami morali, molto rigorosi, delle rispettive religioni. Abbiamo già visto come la madre Anne si attenesse a un codice morale puritano, ed esigesse dalla figlia lo stesso comportamento. La confessione presbiteriana, quella paterna, la più diffusa nelle piccole comunità dell’Ontario abitate dai discendenti degli immigrati scozzesi, non vede invece di buon occhio ogni forma di ostentazione di sé, ogni tentativo di emergere grazie a un particolare talento mondano, e predica la modestia, la riservatezza, il controllo dell’immaginazione, mentre approva incondizionatamente le opere, il duro lavoro, il sacrificio, la fedeltà e la solidarietà familiari. […]
Da questa complessa mescolanza di forti condizionamenti religiosi e culturali derivano da una parte la famosa “doppia vita” di Alice Munro, ma anche, soprattutto, l’insicurezza riguardo al proprio talento, il perfezionismo che la spinge a continue revisioni dei testi, e la riluttanza a esporsi in qualunque modo: da quello, peraltro necessario, per insegnare scrittura creativa, alla promozione dei propri libri agli interventi di critica letteraria, alla sponsorizzazione di altri scrittori: alla presenza sulla scena letteraria. È solo in età avanzata e quando la sua fama si è consolidata universalmente che la scrittrice comincia ad accettare inviti e a “esporsi”. (pp. XXXIII-XXXVI de L’enigma Munro)

È solo a partire dal 1998 che ogni nuova raccolta pubblicata dall’autrice viene salutata dalla critica con parole che sottolineano un cambiamento decisivo nella sua voce, soprattutto per quanto riguarda lo stile, sempre più sicuro, coinvolgente, e sempre più caratterizzato da sottrazioni, silenzi, squarci nel tempo e nel luogo, e contemporaneamente da un’estrema precisione nella descrizione di dettagli apparentemente insignificanti ma indispensabili invece proprio ad ancorare il racconto nel tempo e nel luogo in modo da coinvolgere il lettore e impedirgli di perdersi tra una sospensione e l’altra; la Munro sceglie una tecnica opposta a quella dei romanzieri, e anche di tanti scrittori di racconti: invece di ricorrere a descrizioni storiche o sociali o ambientali per inquadrare le vicende dei suoi personaggi, mette a fuoco particolari significativi; e anziché cimentarsi in lunghe e pericolose immersioni nella psicologia dei medesimi personaggi, preferisce sottolinearne i comportamenti rivelatori. Ne risultano un’ingannevole semplicità, una trasparenza profonda, paragonabili soltanto a quelle che J.M. Coetzee riesce a raggiungere in alcuni suoi romanzi. Il paragone non è azzardato: anche Coetzee è uno scrittore del Commonwealth, molto legato al suo territorio natale, il Sudafrica, e a quello di adozione, l’Australia, entrambi marginali; anche Coetzee scrive romanzi che sono in realtà memoir trasfigurati, per di più scanditi dalle tre “classiche” fasi della vita: Infanzia, Gioventù, Tempo d’estate, tutti sottotitolati Scene di vita di provincia; oltre a una raccolta di racconti, Elizabeth Costello, eccezionale per l’abilità con cui l’autore riesce a trarre conclusioni filosofiche e concettuali senza filosofeggiare o concettualizzare, servendosi solo di grandi metafore, sottrazioni, silenzi. (pag. XL de L’enigma Munro)

[Nota in costruzione, che arricchiremo nel corso della lettura dei racconti]

Il segreto di Alice Munro, di Paolo Cognetti
Riempire gli spazi del tempo, dal sito Il mondo urla dietro la porta
Liliana Rampello intervista Marisa Caramella
Alice Munro, In Her Own Words: 2013 Nobel Prize in Literature
Intervista a Marisa Caramella Su Alice Munro, alfabeta 2 del 14 ottobre 2013

OPERE di ALICE MUNRO
Danza delle ombre felici (1968)
Lives of Girls and Women (1971)
Una cosa che volevo dirti (1974)
Chi ti credi di essere? (1978)
Le lune di Giove (1982)
Il percorso dell’amore (1986)
Stringimi forte, non lasciarmi andare (1990)
Amica della mia gioventù (1990)
Segreti trasparenti (1994)
Il sogno di mia madre (1998)
Nemico, amico, amante… (2001)
No Love Lost (2003)
Vintage Munro (2004) – Mobili di famiglia [24 racconti dal 1995 al 2014], Super ET Einaudi 2016
In fuga (2004)
Lasciarsi andare [17 racconti scelti dall’Autrice] Einaudi 2014
La vista da Castle Rock (2006)
Troppa felicità (2009)
Uscirne vivi (2012)
I titoli delle raccolte sottolineati sono quelli che compaiono nel Meridiano Mondadori
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Una lettura ‘metodica’ dell’opera di Alice Munro dovrà partire dalla motivazione del Premio Nobel, dalla definizione della sua poetica, dalla descrizione della natura dei suoi racconti, per facilitare il godimento del testo attraverso la lettura.
Se poi vorremo realizzare un rapporto stretto tra ogni racconto e il titolo del volume, dovremo chiederci ogni volta come i personaggi si abbandonino alla danza, di che cosa sia metafora la danza, come partecipino della condizione di ‘ombre’, in che cosa consista la loro ‘felicità’.
Il brano dell’Orfeo ed Euridice di Gluck, suonato dalla fanciulla disabile nel racconto finale che dà il titolo al volume, ha come protagonisti due personaggi mitologici che hanno sempre incarnato la tragicità a cui spesso l’amore è consegnato: una separazione irrimediabile prevale su ogni altra considerazione sulla natura dei personaggi, sulle loro propensioni e sulle loro scelte.
Si potrebbe dire che tutti i personaggi del volume sono ‘ombre felici’, ancorché tutto sembri testimoniare il contrario. Vuol dire che la loro felicità andrà ricercata nella capacità di abbandonarsi all’onda della vita, pur in mezzo alle tempeste che la agitano.
Alice Munro è stata premiata – come si legge nella motivazione – per essere “master of the contemporary short story”.
Al centro delle sue opere, in gran parte ambientate nel Southwestern Ontario, vi sono sempre le relazioni umane lette attraverso la “normalità” della vita quotidiana. Il suo stile narrativo – caratterizzato da una voce narrante che spiega il senso degli avvenimenti – spinse l’autrice statunitense di origine russa Cynthia Ozick a definirla “la nostra Cechov”.
“Alice Munro è nota soprattutto come autrice di racconti ma sa portare in ciascuna storia altrettanta profondità, intelligenza e precisione come la maggior parte dei romanzieri in tutta la loro opera: leggere Alice Munro è imparare ogni volta qualcosa cui non si era mai pensato prima”, si legge nelle motivazioni della giuria del Nobel.

Segue online il riassunto dei quindici racconti. Alcuni sono accompagnati da una breve notazione critica in neretto. Un utile esercizio potrebbe essere quello di
a) aggiungere un brano del racconto che aiuti a fissarne il punto nevralgico, quando le cose sembrano giungere a chiarezza,
b) esprimere per tutti gli altri un giudizio che restituisca il punto di vista della voce narrante o un senso nascosto che ci sembra illumini il racconto stesso, come ho fatto solo per i primi tre,
c) cercare ciò che i personaggi hanno in comune, cosa tenga insieme la raccolta, ma anche cosa distingua ogni racconto da tutti gli altri: dopo tutto, non è detto che una raccolta debba necessariamente rispondere ad un criterio ‘unificatore’ posto alla sua base; il titolo sembra indicarci questa strada critica, ma si tratta di cosa da verificare e da illustrare. E’ quello che mi ripropongo di fare, tornando a rimaneggiare questo messaggio.
Conservare i sunti dei racconti aiuta a non dimenticare quello che si è letto.

Alcune recensioni di Danza delle ombre felici

E’ stata richiamata la suggestione esercitata dal danzare – assieme al correre – in Murakami. Che la danza abbia significati da chiarire rientra nei compiti del lettore esperto. Ci accontenteremo di dire qui soltanto che nell’opera di Alice Munro si nasconde il significato comune ai racconti che potremmo riassumere così: danzare è abbandonarsi all’onda della vita. E’ quello che fanno tutti i personaggi, che incarnano i loro ruoli senza residui, con un Sì alla vita che ci segnala i loro drammi e le loro sconfitte, ma anche la felicità dell’ascolto prudente, come ‘accade’ alla fanciulla che racconta nel primo componimento, di fronte al mistero della vita di suo padre. Per lei, quello che a noi appare chiaro è segreto da custodire e basta.
Prima ancora di Murakami, ci sembra che Paul Valéry abbia dedicato alla danza pagine memorabili. Leggere L’anima e la danza.
Ho acquistato i quindici volumi dei racconti di Alice Munro e il Meridiano Mondadori dedicato a lei, che è aperto dal saggio della curatrice, Marisa Caramella, (L’enigma Munro), come le opere di Eudora Welty, Margaret Atwood, Katherine Anne Porter, Flannery O’Connor e Carson McCullers, scrittrici amate da lei, per rendermi conto di una scrittura, quella femminile, che si schiera qui programmaticamente dalla parte di ciò che è marginale, come le vite dei loro personaggi. (Netflix propone la miniserie L’altra Grace, dedicata all’opera omonima di Margaret Atwood).
Sappiamo bene che una sola lettura non basta per una scrittura che si riveli appieno nelle raccolte successive. L’apparente semplicità della scrittura stessa, poi, potrebbe essere fuorviante, se non torniamo sui nostri passi a considerare ancora che cosa abbia contribuito a fare di un breve racconto una storia paragonabile a quella di un romanzo lungo.
Più che le ragioni tematiche e le suggestioni forti esercitate su di noi da questo o quel racconto, conta il respiro di un’opera che andrà ‘assaporata’ risalendo ogni volta alle ragioni della scrittura, al piacere del testo, che costituisce ormai la prima ragione della grande Letteratura.
Assieme alle nuove proposte mensili, continuerò a leggere Munro, come continuerò a leggere Ishiguro. Di questo sono grato a voi.
La mia lettura delle opere letterarie è sempre sostenuta dalla nozione di poetica di Walter Binni, che contiene definizioni e metodi.

Il cowboy della Walker Brothers

Il piacere del testo si materializza subito in noi, fin dalla prima lettura del racconto Il cowboy della Walker Brothers, che apre la prima raccolta di Alice Munro: non è un sentimento comune quello che prova la fanciulla che si ritrova a considerare quello che ci sia da fare, rientrando a casa, cioè tacere sulla visita fatta alla donna che vive fuori della zona commerciale in cui opera suo padre. Come voce narrante, ci informa su tutti i particolari di quella visita per niente innocente, eppure vissuta da lei alla giusta distanza, senza presumere apertamente alcunché su ciò che ‘lega’ suo padre a quella donna.
Questa reticenza del Narratore conferisce grande valore emotivo al non detto e all’implicito delle ultime pagine. È subito arte!
Il testo ‘genera’ il lettore, lo chiama in causa, gli impone di mettere in moto la ‘macchina’ narrativa, istituendo il patto narrativo, che prevede sempre, da parte del lettore, l’adesione alle ragioni dell’arte. Noi condividiamo con la ragazza quella pausa dell’anima, che si ferma perplessa, ma non smarrita, sulla soglia dell’esperienza del padre. Ammessa a farne parte, non si congeda da essa, distratta da altre ragioni. Ne condivide il mistero, tacendo sul suo senso ultimo. Di fronte all’indecidibile che la coinvolge e la chiama in causa, finisce per custodire in sé quella ‘verità’ che non può essere svelata, pena il ‘tradimento’ di suo padre.
Il sentimento del tempo che esprime la ragazza ora è segnato dal nuovo che irrompe nella sua coscienza, a cui è pronta a dare un nome: «… e io ho la sensazione che la vita di mio padre si sganci dall’auto e fluttui all’indietro nel tardo pomeriggio, sempre più scuro e strano, come un paesaggio sotto un incantesimo che lo rende dolce e rassicurante mentre lo guardi, ma per sempre sconosciuto appena gli volti le spalle, un luogo esposto a tutti i tipi di intemperie e a distanze inimmaginabili». È come perdere la memoria di ciò che una persona è sempre stata per noi: il suo significato si perde ora nell’impermanenza delle cose, fluttua nell’aria, è sganciato dalle cose di sempre. La grandezza di ciò che sta accadendo è la causa del sentimento della grazia, cioè dell’arrendevolezza della fantasia, che prevale in lei: «mio padre non mi dice di non parlare a casa di quello che è successo ma lo so da me, mi basta vedere come è pensieroso, come esita quando ci passa la liquirizia, per sapere che di certe cose è meglio non fare parola». Alla profondità di questo sentire corrisponde l’emozione estetica che proviamo noi, consapevoli del fatto che non dobbiamo fare altre inferenze, non dobbiamo chiedere altro al personaggio che racconta, preso com’è, ora, dall’incanto del cielo che «si rannuvola gentilmente come fa sempre, quasi sempre, nelle sere d’estate in riva al lago»: perfino il cielo sa bene che quello che c’è da fare va fatto delicatamente.

Le case bianchissime

Allo stesso modo, nel racconto Le case bianchissime, Mary è costretta a custodire in cuore il suo malcontento, di fronte alla volontà dei vicini di sbarazzarsi della vecchia casa della signora Fullerton, che tanto contrasta con le loro case ‘bianche’. Lei sa che «non c’è niente che tu possa fare, lì per lì». La riunione è finita. «Le voci della stanza sono volate via, pensava Mary. Se solo fossero volate via davvero portandosi appresso il ricordo dei loro piani, se almeno una cosa al mondo potesse essere lasciata in pace».
Anche qui sembra essere la natura a fare giustizia delle impazienze umane: «Ormai era buio, le case bianche si andavano offuscando, le nuvole continuavano ad aprirsi e il fumo a salire dal comignolo di Mrs Fullerton. Lo schema di Garden Place, tanto nitido e ardito alla luce del giorno, sembrava ritirarsi, di notte, nel fianco nero e inospitale della montagna». Tutto questo Mary lo sapeva bene.

Immagini

Anche in Immagini è una giovane donna che parla. Esce di casa con il padre, a vedere le trappole per topi muschiati lungo il fiume. Ne trovano alcune e proseguendo nel loro cammino incontrano Joe, che vive da solo in una baracca sotto terra. La bimba è inizialmente un po’ spaventata a causa dell’accetta che Joe fa vibrare nell’aria. Joe li invita nella sua “cantina” che si trova in un campo poco distante; unico suo compagno un gatto, al quale ogni tanto offre del whisky. Quando Ben e la figlia tornano a casa è ormai buio e la donna che assiste sua moglie è furente, ma subito si prodiga per togliere stivali e calze bagnati alla bimba e servire la cena. Ben, che aveva chiesto alla bambina di non nominare l’accetta, racconta altro di Joe. La cena si svolge in una complice atmosfera tra padre e figlia. La donna chiede se Joe aveva fatto bere anche la bambina. «- Nemmeno una goccia – disse mio padre guardandomi fisso, dall’altra parte del tavolo. Come certi bambini delle fiabe che hanno visto i genitori stringere patti con strane creature terrificanti, scoprendo così che le nostre paure affondano le proprie radici in nient’altro che la verità, ma poi in modo rocambolesco tornano sani e salvi e sono pronti a impugnare coltello e forchetta e, sottomessi e beneducati, a vivere per sempre felici e contenti, come loro, turbata e rinvigorita da quei segreti, non dissi mai una sola parola». L’essenziale era avvenuto: di fronte alla donna che sbrigativamente le diceva di mangiare, «per un momento non mi resi conto che non avevo più paura di lei».

Grazie del passaggio

– Grazie del passaggio! – sono le parole (danno il titolo al racconto) che provengono dalla “voce femminile che ci urlava dietro, una voce forte, cruda, oltraggiosa e sconsolata”. Si tratta di Lois che, assieme all’amica Adelaide, è stata accompagnata a casa, al termine di una notte trascorsa fuori di casa con due ragazzi. Dopo le ore passate nel fienile con Lois, vissute come “un viaggio a precipizio” nell’amore, la nostra voce narrante ci confessa che era la prima volta. Per questo, in macchina non seppe dire nulla a Lois. Di lei ci dice ora che “ci sono persone che non sanno andare molto in là nell’atto d’amore, e altre che vanno lontanissimo invece, che sanno ingigantire l’abbandono, come i mistici. E Lois, mistica dell’amore, sedeva ormai all’estremità del sedile, infreddolita, pesta e completamente chiusa in se stessa”. E’ la tristezza del dopo che la fa gridare con voce forte, cruda, oltraggiosa e sconsolata, come chi si sciolga dalla danza, accompagnato dal silenzio intorno a sé. Tutti i gesti e le parole mancate avevano fatto il resto.

Lo studio

“Dunque è per questo che voglio uno studio (dissi a mio marito): per scrivere”.
La voce narrante femminile ci informa sul rito che accompagnò la decisione presa, le reazioni intorno a lei, la ricerca, l’arredo sobrio dei locali presi in affitto, il padrone di casa, che occupa la scena per tutto il tempo del racconto, nei panni del seccatore che in un crescendo grottesco mette la scrittrice in condizione di doversene andare.
Sembra che il narratore voglia dirci come andò la prima volta, quello che dovette fare per liberarsi dall’invadenza del signor Malley. E fu indubbiamente danza. Evitando accuratamente ogni scontro possibile, cercò di navigare nelle acque mosse di una relazione che non le lasciava scampo. Dopo tutto, non si trattò di muovere passi difficili né di abbandonarsi confidente all’aria di una casa che non riuscì a sentire sua.
“Non ho ancora trovato un altro studio. Credo che un giorno o l’altro ci proverò, ma non adesso. Dovrò almeno aspettare che svanisca l’immagine che ho tanto chiara in testa, benché non l’abbia mai vista in realtà”: il signor Malley intento a ripulire le pareti del bagno situato nel corridoio, imbrattate non si sa bene da chi.
“Io intanto organizzo le parole, e ritengo sia mio diritto liberarmi di lui”.
Friedrich Nietzsche avrebbe detto di lei che aveva saputo risolvere a passo di danza il problema che la vita le aveva messo davanti.

Il rimedio

Di tutt’altro tenore è la lezione che è costretta a trarre dagli eventi la studentessa protagonista del racconto intitolato Il rimedio. Impegnata a fare la baby sitter in una serata sfortunata per lei, si ubriaca per non pensare alle sue delusioni sentimentali, chiede aiuto ai suoi amici, i quali invadono la casa, facendosi sorprendere dai padroni che rientrano in anticipo. In seguito, racconta tutto a sua madre, che a sua volta racconta tutto, compreso il nome del ragazzo di cui sua figlia si era invaghita. L’effetto delle chiacchiere fu lo stato di isolamento in cui lei si ritrovò a vivere a lungo, almeno fino a quando la scuola non fu distratta dalle disavventure di una ragazza che era fuggita di casa con un uomo sposato. Allora, tutti si dimenticarono di lei.
Un risvolto positivo ed inatteso fu la scoperta che la cotta le era passata. Più di tutto, però, contribuì a riportarla con i piedi per terra “la tangibilità atroce e ammaliante del mio disastro; fu vedere “come andavano le cose”. Non che mi fosse piaciuto; ero timida e tutta quella risonanza mi fece soffrire molto. Ma il concatenarsi dei fatti di quel sabato sera mi affascinò; ebbi la sensazione di aver gettato un’occhiata sulla prodigiosa, devastante e spudorata assurdità con cui si improvvisano le trame della vita, a differenza di quelle dei romanzi. Non riuscivo a distogliere lo sguardo”.
A cose fatte, è motivo di conforto, talvolta, scoprire come il concatenarsi fortuito degli eventi abbia influito sul corso della nostra vita. Accettarne la lezione è l’estrema forma di saggezza di chi comprende come sia indispensabile abbandonarsi all’onda della vita stessa.

L’ora della morte

L’ora della morte è il titolo del racconto. Siamo indotti a cercare il senso di quel titolo nella trama del racconto stesso, che ci appare in tutta la sua evidenza quando ci viene detto che la madre è convinta di essersi trattenuta poco a casa della vicina, mentre in casa il figlio di diciotto mesi moriva, a causa dell’acqua calda posta sulla stufa da Patricia, bambina prodigio che indossa abiti di scena confezionati per lei dalla madre, orgogliosa delle sue doti canore. Sua madre ora non vuole vederla. Patricia reagisce in modo scomposto al passaggio dell’arrotino, che le ricorda i momenti drammatici della morte del fratellino.
Qui la vita è incarnata crudelmente dalle vicine di casa che, finalmente, possono ridere delle virtù canore della ragazza, sulla quale possono infierire senza sensi di colpa. A volte, bisogna danzare sull’orlo del baratro e bisogna continuare a farlo, insistendo nel credere che le cose siano andate in un certo modo non per colpa nostra, ma per l’insipienza di qualcun altro. Edgar Lee Masters direbbe, però, che non dobbiamo lamentarci, se la vita ci prende in giro.

Il giorno della farfalla

A causa dell’incontinenza del fratellino Jimmy, Myra deve stare spesso accanto a lui per accudirlo, soprattutto durante l’intervallo tra le lezioni. I bambini intorno a loro sono crudeli nei giochi che si traducono sempre in scherno e offesa. Inutilmente le maestre invitano i compagni di Myra ad essere buoni con lei. Un giorno, la protagonista si ritrova a fare la stessa strada di Myra. Parla con lei delle materie scolastiche, le offre dei popcorn e una farfalla di latta che è nascosta nella busta. Da quel giorno le due bambine si parlano. Ritrovandosi in ospedale per una grave malattia, Myra riceve doni da tutti i suoi compagni. Mentre tutti vanno via, allo scadere del tempo per le visite, Myra chiamò Helen, la protagonista, e volle darle alcuni dei suoi doni. Helen resistette a lungo. Immaginò anche che suo fratello li avrebbe distrutti. Si sentì liberata da quella prigione, quando l’infermiera le ricordò l’ora di uscita dall’ospedale. Nel salutarsi le due bambine si sfiorarono le mani, come era accaduto il giorno della farfalla. Myra invitò Helen a casa sua.
Il racconto della protagonista non contiene nessuna concessione facile al sentimento. Anzi, sembra voler registrare le remore e le esitazioni provate di fronte a una compagna alla quale si avvicina, vincendo le resistenze che le venivano dalla mentalità ostile che condivideva con gli altri bambini. Fino alla fine, è Myra che occupa la scena fungendo da richiamo per lei. Myra la aiuta, senza volerlo, a compiere gesti che sembrano preludere a qualcosa di diverso dall’indifferenza e dalla distrazione colpevole di chi sembra non conoscere il moto degli affetti. Nelle parole della voce narrante, alla fine, non possiamo dire che siano presenti indifferenza né distrazione.
“Disse ciao anche Myra? Poco probabile. Seduta sul suo letto alto con il colle esile e bruno che usciva dalla camicia dell’ospedale troppo grande per lei, e il bel viso bruno immune da ogni slealtà, forse aveva già dimenticato il suo dono, ed era pronta ad avviarsi da sola nel destino leggendario che già abitava anche quando stava nel portico dietro la scuola” E’ facile avvertire in questo breve vissuto personale l’affacciarsi nitido di un sentimento nuovo in lei.
Quest’ombra felice avanza per esitazioni successive, compiendo da sola i passi del cuore che la avvicinano ad una compagna che riconosce e ricambia gli incerti passi della sua danza.

Maschi e femmine

Questa volta, la voce narrante femminile si ritrova a sperimentare direttamente cosa significhi nella testa del padre e nelle convinzioni della famiglia essere maschi e femmine. Il fratello Laird condivide con lei il contatto ravvicinato con il padre, che alleva volpi argentate, di cui vende la pelle pregiata. Le volpi si nutrono di carne di cavallo. Tutti i contadini ne hanno. Quando i cavalli diventano vecchi o si azzoppano o cadono, il proprietario chiama il padre, che si mette il cavallo sul furgone o provvede ad ucciderlo subito, con un colpo di pistola. Quando la protagonista aveva undici anni, nella stalla c’erano due cavalli. Furono uccisi, prima l’uno e dopo l’altro. Quando toccò alla femmina, la ragazza si ritrovò vicino a un cancello, che avrebbe dovuto chiudere per impedire all’animale di fuggire. Invece, lo spalancò. Si chiese subito perché lo stesse facendo, ma non seppe rispondere.
A tavola, il fratellino disse la verità a tutti. Il padre non reagì in modo scomposto. Si limitò a dire: – E’ soltanto una femmina. –
La voce narrante conclude: “Non protestai, nemmeno in cuor mio. Forse era vero”.
Il ‘contenuto’ di questo racconto potrebbe deludere, per i riferimenti che contiene alla mentalità della famiglia, che riserva attenzioni al piccolo maschio, limitandosi ad immaginare che la figlia aiuterà la madre nelle faccende di casa. Potremmo dire che ci restituisce un’educazione sentimentale. Le battute finali suonano come accettazione di una condizione che non dispiace alla ragazza, memore dell’impresa in cui si era distinta, lasciando la cavalla libera di fuggire, per regalarle forse poche ore di vita ancora.

Cartolina

Il sentimento chiaro di sé e della natura della sua relazione con Clare viene espresso da Helen così: “In principio mi faceva pena, perché ce la metteva proprio tutta. Mi ricordo che gli guardavo la testa un po’ pelata, lo ascoltavo gemere e ansimare e mi dicevo, e adesso che cosa posso fare se non essere gentile? Lui non si aspettava altro da me, non si è mai aspettato altro; solo che mi sdraiassi e lo lasciassi fare, e a poco a poco mi ci sono abituata. Mi guardavo indietro e pensavo, sarò senza cuore a starmene lì immobile lasciando che mi tocchi e mi ami e mi gema sul collo e mi dica tutte quelle cose, senza mai dirgli una parola d’amore anch’io? Essere senza cuore non mi è mai piaciuto, perciò l’ho sempre trattato bene, Clare, e l’ho lasciato fare, nove volte su dieci, o no?”
La sfida del senso vissuto – la ricostruzione che facciamo della nostra esperienza e l’attribuzione di senso che ne consegue – è esemplarmente raccontata in Una cartolina. La voce narrante femminile ci restituisce per intero il breve cammino di una relazione amorosa che la porta a scoprire che il suo ‘fidanzato’ si è sposato con un’altra donna.
La sua danza si interrompe quando scopre, al termine di un litigio sotto alle finestre della casa di lui, che ora vorrebbe allungare una mano e toccarlo.

Il vestito rosso – 1946

La protagonista de Il vestito rosso – 1946 deve fare i conti con una madre che si improvvisa sarta e con una festa nella quale scopre ancora che nessuno la inviterà a ballare, almeno fino a quando questo accadrà, senza che lei stessa si renda conto che sta accadendo. Il giovane ballerino, un suo compagno di scuola, la accompagnerà poi a casa e prima di salutarla la bacerà su un angolo della bocca, ignaro di averla traghettata nel mondo normale.
“Feci il giro della casa per passare dalla porta sul retro e intanto pensavo, sono stata a ballare e un ragazzo mi ha riaccompagnata e mi ha dato un bacio. Era tutto vero. La mia vita era possibile. Passai davanti alla finestra della cucina e vidi mia madre. Stava seduta coi piedi sullo sportello aperto del forno e beveva un tè da una tazza senza piattino. Era lì solo in attesa che io tornassi a casa a raccontarle tutto quello che era successo. E io non intendevo farlo, mai e poi mai. Ma vedendo la cucina che mi aspettava e mia madre in vestaglia di flanella sbiadita a disegni cashmere e la faccia assonnata ma carica di tenace aspettativa, mi resi conto dell’imperativo misterioso e opprimente che mi gravava addosso, l’obbligo di essere felice che avevo rischiato di non onorare in quella occasione, come in altre a venire, probabilmente, ogni volta, e senza che lei lo sapesse”.
La voce narrante, qui, ci svela il potere della sua ritrosia, che la porta a transigere sul suo desidero, inducendola a rifiutarsi di abbandonarsi ai momenti di felicità che pure la vita concede. Sa bene che accadrà ancora e che questo sarà il segreto piacere di negarsi a sua madre.

Domenica pomeriggio

Alva fa la domestica dalla famiglia Gannet, che è proprietaria di un’isola nella Georgian Bay, dove ha fatto costruire tre ville, una per ogni figlia. La casa che occupano abitualmente è spesso invasa da molti ospiti, che Alva deve servire, e i suoi piatti sono graditi. Lei pranza nella cucina e a volte prende in prestito dei libri nello studio del Signor Gannet: nel tempo libero ha voglia di leggere; un giorno scriverà alla famiglia, descrivendo l’ambiente nel quale lavora. La figlia minore dei Gannet ha 14 anni ed Alva s’intrattiene piacevolmente con lei, che ha molti abiti e sta scegliendo quali portare sull’isola per la prossima vacanza. Al sopraggiungere della padrona di casa, Alva scende al piano di sotto e torna in cucina, dove ci sono ancora molti bicchieri da lavare. Sta pensando all’isola, alle nuotate che potrà fare; forse l’avrebbero anche portata in barca; si apre la porta ed entra il cugino della Signora Gannet che, consegnandole un altro bicchiere da lavare, le cinge le spalle ed indugia leggermente sulle sue labbra. Poi le dice di essere stato invitato a trascorrere una settimana sull’isola, ma già lo stanno reclamando ed Alva rimane immobile, appoggiata al bancone della cucina, sentendosi però rilassata da quel rapido contatto. Questo non lo aveva previsto, qualcosa ancora le sfuggiva e pensando all’isola non può escludere il desiderio di andarci.

Un viaggio sulla costa

L’undicenne May vive a Black Horse, borgata di tre case, un negozio e un cimitero, con la nonna di settantotto anni che ipotizza di fare un viaggio sulla costa, e la zia Hazel, in età da marito che lavora in un negozio del paese, un po’ più distante. Nel tempo libero frequenta feste da ballo e la domenica canta nel coro. May e la nonna gestiscono l’unico negozio della borgata, che fornisce anche la benzina ai viaggiatori di passaggio, come l’ipnotizzatore che un giorno si ferma e girando qua e là illustra le sue capacità “terapeutiche”. L’anziana donna è alquanto diffidente, May pone domande e lui decide di darle una dimostrazione, utilizzando proprio la nonna, che sostiene di poter resistere a tale condizionamento. L’esperimento inizia con l’ausilio di un apribottiglia, che la donna deve fissare. May osserva e stenta a trattenere le risa, mentre l’uomo domanda all’anziana se ci veda ancora: il viso della vecchia è alla stessa altezza del suo. L’ipnotizzatore indietreggia ed esclama: – Ehi, ma cosa succede? Signora, si svegli, si svegli! – Ma la nonna, senza perdere l’espressione di disprezzo verso l’uomo, cade riversa sul bancone con un tonfo. – Non è colpa mia! – si affretterà ad aggiungere il mago provetto, lasciando cadere l’apribottiglia – non mi era mai successo prima – dopo di che fuggirà e May, correndo fuori dal negozio, udrà il motore dell’auto che si allontana. Non c’è nessuno, i cortili sono deserti, comincia a piovere; May torna indietro e si siede sui gradini del negozio, osservando la strada. La nonna giace riversa sul bancone, morta, ma vittoriosa.

La pace di Utrecht

Le due sorelle Maddy ed Helen si ritrovano nella casa natale dopo la morte della madre per Parkinson. Nel cassetto di un vecchio tavolino Helen ritrova alcuni appunti sulla pace di Utrecht, che nel 1713 mise fine alla guerra di successione spagnola. Helen ha due figli e Maddy un amico, Fred, forse amante, sposato, la cui moglie è invalida. La sera trascorrono un po’ di tempo sulla veranda, bevendo e fumando e spesso Fred fa loro compagnia. Durante una visita alle anziane zie nubili, Annie e Lou, che conservano tutti gli abiti dell’anziana deceduta, Maddy viene a conoscenza del tentativo di fuga della madre dall’ospedale, prima di morire. A seguito di questo fatto, le infermiere la bloccano nel letto, utilizzando una tavola di legno posta di traverso. Fu Maddy ad accompagnarla in ospedale; l’anziana era convinta di uscire dopo tre settimane. Tornando a casa dalla visita alle zie, Helen trova la sorella in cucina, intenta a preparare la cena, ha invitato Fred, ma nel parlare delle due anziane, ricordando la madre e il proprio desiderio d’indipendenza, una fruttiera le scivola dalle mani e si rompe. Helen suggerisce alla sorella di andarsene dal paese; – Lo farò – afferma Maddy – ma poi aggiunge di non riuscirci.

La danza delle ombre felici

La perfezione inattesa di una sonata, eseguita da una bambina, dona un istante di bellezza a una comunità sempre più chiusa nella propria solitudine.

La Signorina Marsalles, insegnante di pianoforte, vive con la sorella, ex insegnante di francese e tedesco, che purtroppo ha perso l’uso della parola e spesso è accudita dalla vicina di casa, la signora Clegg. Ogni anno le due anziane signorine organizzano una festa, nella quale gli ex alunni della signorina Marsalles si esibiscono al pianoforte. Segue sempre un rinfresco e la consegna di un dono a ciascun partecipante; poi tutti i bambini andranno a giocare nel piccolo giardino, mentre le madri resteranno in casa a conversare. Un anno, però, ci saranno dei nuovi invitati: gli alunni della Greenhill School, lievi insufficienti mentali, ai quali la Signorina Marsalles si sta dedicando. L’esibizione di ogni bambino è annunciata con tono festoso dall’anziana insegnante; una fanciulla di nome Dolores Boyle, magra, biondissima, dall’aspetto malinconico, sonerà La danza delle ombre felici, musica gaia e serena, tanto da sembrare impossibile che sia una ragazza così triste ad eseguirla. Questo fatto impedirà ai partecipanti, al termine della festa, l’uso dei prevedibili toni di compatimento nei confronti dell’anziana insegnante, considerata ormai fuori gioco…

Gabriele De Ritis presenta il libro: Ermanno Bencivegna, La stupidità del male. Storie di uomini molto cattivi, Feltrinelli editore

Quando Hannah Arendt presentò “La banalità del male” fu vivacemente contestata e, soprattutto, gravemente fraintesa. Secondo Ermanno Bencivenga, la meditazione sul male oggi è attualissima: “Riflettiamo su quanto ogni giorno ciascuno di noi sia tentato dalla stupidità, dal rifiuto di pensare, dall’immersione senza riserve in un atteggiamento strumentale, empirico, e nel male che ne è la più ovvia, regolare conseguenza. O meglio, non limitiamoci a riflettere, ma proviamo ad agire le nostre riflessioni: a praticare il pensiero, il ragionamento corretto, il giudizio e anche la virtù e il bene per dimostrare nei fatti ciò di cui il Filosofo ci ha ammonito: è abile chi sa adattare i mezzi ai fini, ma è saggio solo chi, ragionando, sa scegliere i fini giusti”.

Il male non ha dignità intellettuale. Non ci sono teorie del male che siano paragonabili, per complessità, spessore e ricchezza di dettagli, alle teorie del bene. Non c’è una logica del male che determini fra eventi e atti malvagi relazioni e legami cogenti e persuasivi come quelli determinati dalle logiche del bene e dell’accadere. Come spiega Bencivenga, il male è stupido. O banale, per usare l’espressione di Arendt: chi voglia dar conto di un suo atto malvagio lo farà usando frasi tautologiche, opache, prive di contenuto e digiune d’informazioni, inette a crescere e svilupparsi in un senso qualsiasi. E la “teoria” del male diventa immediatamente parassitaria di una teoria dell’accadere (che spieghi che cosa serve, che cosa piace o di che cosa non si può fare a meno) o di una teoria del bene (che spieghi che cosa è male). Mentre l’agente malefico riceve la medesima statura intellettuale di un rubinetto che perde o di un bambino che fa i dispetti.

Che cos’hanno in comune Adolf Hitler e Dracula, Maldoror e i personaggi del marchese De Sade, Michael Corleone e i terroristi jihadisti? Reali o immaginati, sono tutti uomini molto cattivi. E attraverso le loro storie, le loro motivazioni e perfino le loro teorizzazioni morali Ermanno Bencivenga ci conduce in un viaggio senza ritorno nel regno del male e delle sue (presunte) giustificazioni. Perché mi serve. Perché mi piace. Perché è male. Perché non posso farne a meno.
Ma esiste una logica del male? Perché, se la meditazione sul male è oggi attualissima, vale la pena domandarsi se esso abbia di per sé dignità intellettuale. No, è la risposta del filosofo. Il male è stupido. O banale, per usare l’espressione di Hannah Arendt. Non ci sono teorie del male che siano lontanamente paragonabili, per complessità, spessore e ricchezza di dettagli, alle teorie del bene. Non c’è una logica del male che determini fra eventi e atti malvagi relazioni e legami come quelli determinati dalle logiche del bene e dell’accadere.
Questo è un libro antimanicheo perché, se il male esiste, in queste pagine si prova a spiegare come non ne esista un principio ordinatore, non ci sia un piano intelligente e intellettualmente accessibile che lo spieghi. Allora, se il male è stupido, gli uomini molto cattivi hanno la medesima statura intellettuale di un rubinetto che perde o di un bambino che fa i dispetti. E il male forse è solo la tentazione della stupidità, è il rifiuto di pensare.

Che cos’è il male? È la tentazione della stupidità, il rifiuto di pensare.

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Leggere Alice Munro, dal sito Ai confini dello sguardo di Gabriele De Ritis

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Leggere Alice Munro : Ai confini dello sguardo

Angelicamente, antologia a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, presentazione di Baldo Lami, Paolo Ferrario e Francesco Pazienza alla Associazione Antroposofica milanese, 11 novembre 2011, ore 21, Via Vasto 4, Milano

 

Scheda del libro sul sito della casa editrice Zephyro Edizioni

curatore: Baldo Lami

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Nella crisi di passaggio che caratterizza il nostro secolo in cui, recisi i legami col passato, speranza e futuro sembrano collassare in un presente sempre più mutevole e indistinto, l’angelo torna a far parlare di sé. Ma come possiamo intenderlo nel clamore delle voci e delle immagini che lo sovrastano? Un ampio numero di persone, tra studiosi, ricercatori o semplici professionisti in diversi settori dell’attività umana, si sono ritrovati a parlarne nel campo ideale del progetto di questo libro, secondo la loro personale esperienza o il loro peculiare modo di vedere e pensare. Ne esce un quadro molto eterogeneo e policromo ricco di suggestioni, per un viaggio memorabile nel tempo caduco dell’uomo odierno, ma condotto sulle ali senza tempo dell’angelo.

Indice:
Premessa
I. L’angelo come metafora della presenza dell’infinito e dell’oltre, Grazia Apisa
II. Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma, Eliana Briante
III. Essere angelo per qualcuno, Gabriele De Ritis
IV. Il Genius Loci come angelo del luogo, Paolo Ferrario
V. La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu, Pietro Gentili
VI. L’influenza dell’angelo sull’anima umana, Claudio Gregorat
VII. La missione disconosciuta degli angeli emotigeni, Baldo Lami
VIII. Angeli e custodi, Massimo Marasco
IX. L’angelo dell’Annunciazione, Paola Marzoli
X. Michele e Lucifero. Cosa avranno ancora quei due da dirsi?, Maria Luisa Mastrantoni
XI. Angeli dell’Europa, Francesco Pazienza
XII. Lucifero dinamica divina, Bianca Pietrini e Fabrizio Raggi
XIII. Distanze che disegnano orizzonti, Massimo Pittella
XIV. La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno, Claudia Reghenzi
XV. Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?, Stefania Valanzano
XVI. L’angelo nel cinema, Gruppo lettura film

Qui Baldo Lami presenta i singoli saggi del libro.

Qui i video della presentazione al Salone della piccola e media editoria indipendente a Milano 28 Novembre 2010

Gabriele De Ritis su “Noelle, i cigni e il cerchio dell’apparire”

qui il mio audio, da cui è partito Gabriele per il suo bellissimo messaggio:

Non una figura incappucciata 

dove la scala curva nell’oscurità
rattrappita sotto un mantello fluttuante!
Non occhi gialli nella stanza di notte,
che fissano da una superficie di ragnatela grigia!
E non il battito d’ala di un condor,
quando il ruggito della vita inizia
come un suono mai udito prima!
Ma in un pomeriggio di sole,
in una strada di campagna,
dove erbacce viola fioriscono
lungo una staccionata sconnessa,
e il campo è stato spigolato, e l’aria è ferma,
vedere contro la luce del sole qualcosa di nero,
come una macchia con un bordo iridescente –
questo è il segnale per occhi di seconda vista…
e io vidi quello.

EDGAR LEE MASTERS

Occorre esercizio di vera umiltà per riuscire a cogliere l’evidenza che si mostra lungo il nastro discontinuo degli eventi.

L’umile splendore della vita quotidiana è tutto nel suo apparire, e se il suo scomparire ci induce nella tentazione di far precipitare nel nulla la sua effimera bellezza per la nostra pretesa di assoluto, ‘dimenticare’ quella bellezza per l’incapacità di salvarne la necessaria caducità è proprio l’errore che commettiamo noi, gli umani.

Angustia della mente, apatia dei sensi, aridità del cuore, malinconia d’amore, fascino della dissolvenza cos’altro sono se non questa nostra incapacità di aprirci a nuove evidenze?

Se non impareremo a ringraziare per le piccole cose, come potremo affidarci ancora ad esse quando si sottrarranno alla vista, rendendoci scemi di memoria, se non avremo appreso il bene ricevuto?

L’arte più difficile è riuscire a tenere insieme presenza e assenza, a partire dalla capacità di cogliere nella mera presenza un modo di darsi della cosa che troverà compiutamente il suo senso nel successivo ritrarsi, nel suo modo di scomparire.

Ogni cosa è veramente illuminata dalla luce del passato, dei ricordi, della memoria.

Se lasceremo precipitare nella dimenticanza l’apparizione di Noelle e della famiglia di cigni sul lago, che ne sarà di noi e dei nostri giorni? Riusciremo a comprendere perché il sole continua a sorgere per noi e perché le creature ci sorridono ancora, per il loro semplice apparire, se non sapremo andare oltre questo loro apparire, che non è mai semplice, perché ogni volta di nuovo si richiederà piuttosto la semplicità dello sguardo, il nitore di uno sguardo che salva le apparenze comprendendole tutte nel cerchio del loro apparire?

Fino a quando continueremo a sognare la «terra senza il male» non onoreremo la vita che è tutta buona e santa, a dispetto del fulmine e del tuono e di tutto ciò che si abbatte sulle nostre povere dimore, alla maniera di Eros, l’immensurabile, che mette scompiglio nel nostro cuore, impedendoci di vedere il lago e i cigni e Noelle e tutto il resto.

Gabriele

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……. Avvengono Miracoli,
se siamo disposti a chiamare miracoli
quegli spasmodici trucchi di radianza.
L’attesa è ricominciata
La lunga attesa dell’angelo.
Di quella sua rara, rarefatta discesa.

Silvia Plath – da “La cornacchia nel tempo piovoso”

PROGETTO E DESTINO: il «diventa ciò che sei» pindarico e la sua scomposizione nel campo psicoterapeutico, da Ai confini dello sguardo di Gabriele De Ritis

PROGETTO E DESTINO: il «diventa ciò che sei» pindarico e la sua scomposizione nel campo psicoterapeutico

Si tratta di «AIUTARE I SINGOLI A DIVENTARE QUELLO CHE SONO», facendo bene attenzione al cambiamento che subisce il ‘campo’ sul quale si esercita l’azione terapeutica, in quanto la formula da cui siamo partiti si moltiplica nelle altre formule: «DIVENTA CIÒ CHE NON SEI», «NON DIVENTARE CIÒ CHE SEI», «NON DIVENTARE CIÒ CHE NON SEI».

In questo senso, occorrerà capire bene cosa implichi il motto DIVENTA CIÒ CHE SEI. Una persona deve essere aiutata a realizzare la propria natura, più che a passare a vivere quella che a noi sembra la forma di vita migliore. Allora, tornare a vivere ‘libera-mente’ significa imparare a riconoscere e ad accettare come un dato il proprio Sé. A questo deve conformarsi la vera o pretesa libertà dell’Io. Ogni eventuale integrazione o «riparazione» del proprio nucleo originario non comporterà mai un mutamento sostanziale o un annullamento di quella parte di sé che «non piace». Su questa base teorica e metodologica l’asserto di partenza si potrà chiarire, allora, con le espressioni popolari «SII TE STESSO», «NON TRADIRE TE STESSO». La fuoriuscita dalla tossicodipendenza coinciderà, per il resto della vita della persona, con l’accettazione del proprio DESTINO.

«DIVENTA CIÒ CHE NON SEI», ovvero la possibilità del mutamento. L’esperienza ci ha insegnato che il PROGETTO supera il destino quando si avverte come possibile la trasformazione della propria vita sotto la spinta di mete ideali, per quanto esse siano arginate dal principio di realtà. L’utopia, l’esodo, la speranza non sono esiti negati dalla psicoterapia. Rispetto al «diventa ciò che sei», il «diventa ciò che non sei» non si pone come opposto che lo esclude ma come elemento complementare. Si tratta di far interagire ‘libera-mente’ i due momenti nella relazione terapeutica, orientando l’ascolto nella direzione suggerita dalle modificazioni che intervengono nel ‘campo’ e dai ‘punti di resistenza’ che affiorano.

«NON DIVENTARE CIÒ CHE SEI» o della liberazione limitata dai condizionamenti. Sia i condizionamenti naturali che i condizionamenti culturali costituiscono una determinazione che occulta una natura più originaria che non possiamo escludere di poter realizzare nel corso della nostra vita. Non saremo noi a suggerire all’utente questa meta come senz’altro desiderabile, in quanto essa si mostrerà spontaneamente e in forme imprevedibili nello spazio terapeutico. La problematicità di quest’ultimo decide sul corso che prenderanno le cose. L’altro si dislocherà ‘libera-mente’ sotto la guida accorta dell’operatore.

«NON DIVENTARE CIÒ CHE NON SEI»fedeltà al dato originario e perseverazione nella libertà finita. Solo apparentemente siamo ritornati al primitivo «diventa ciò che sei». In realtà, il progetto (diventare) si adegua al destino (ciò che sei) con un movimento che potremmo dire centrifugo, mentre nella forma originaria il movimento è, per così dire, centripeto. Qui si ammette la possibilità di diventare «altro», pertanto di assumere forme, norme, stereotipi e modalità forniti dai modelli storici diffusi in una determinata cultura, e questa possibilità è assunta come rischio di fuga da sé, come pericolo di infedeltà al dato originario. Tuttavia questa possibilità, per quanto astratta, comporta quella libertà senza la quale ogni imperativo non avrebbe senso. Si tratta di una libertà finita, una libertà che si esercita all’interno di condizioni sia pure non del tutto necessitanti. La possibilità di essere se stessi assume valore proprio perché viene preservata questa libertà finita. L’altro oscillerà ‘libera-mente’ dentro la personale dialettica libertà-necessità.

La scomposizione in quattro momenti, a partire dalla formula di partenza, è tipica della fondamentale problematicità che dischiude dinanzi a noi il campo psicoterapeutico: solo in questo spazio di incertezza costitutiva si manifestano sia le possibilità autentiche del diventare se stessi e del non fuggire da se stessi, sia i rischi fecondi della trasformazione del dato originario e del mutamento della direzione.

Brani liberamente tratti e adattati da

MARIO TREVI, Il lavoro psicoterapeutico. Limiti e controversie, THEORIA 1993

da: Progetto e destino : Ai confini dello sguardo.

Gabriele De Ritis, MOMENTI D’ESSERE (2): Il respiro dell’Angelo

Audio

Domenica, 27 febbraio 2011

“Gli angeli non conoscono l’ansia” EUGENIO BORGNA

La condizione angelica evoca stati di coscienza e posture analoghe nell’uomo. Essa rimanda ad aspirazioni e tensioni eroiche, tipiche di quell’eroismo morale che ci spinge a sostare per un tempo indefinito alle soglie dell’inferno, ad attraversare la soglia, a dare un nome all’inferno, a riemergerne con la creatura che eravamo andati ad affiancare nel suo cammino all’indietro.

Bisogna scendere, per poter salire.Descensus ad Inferos, discesa agli Inferi è stato chiamato il viaggio da compiere nell’Oltretomba in cerca delle proprie ragioni, presso le anime dei propri numi tutelari. Allo stesso modo io chiamo il cammino accanto all’Ombra dell’‘esistenza spezzata’, cioè la condizione tossicomanica, quella paralisi dell’esistenza che ‘esce’ dal tempo mondano, rinunciando a protendersi verso il futuro.

La contrazione del tempo non è certo il risultato di una scelta! Piuttosto, si tratta di una malattia del tempo vissuto. La riduzione della vita della coscienza a un eterno ‘presente’, al vivere nello spazio di una giornata tutte le opportunità a disposizione, senza nulla chiedere per poter durare oltre l’orizzonte della sera, induce chi affianca la persona a sentirsi angelo, come se ci fosse da sostare di fronte all’Altissimo per un’eternità, aspettando il proprio turno per poter cantare una sola volta: è, ugualmente, attesa l’indugio e il rinvio ripetuti infinite volte.

Prendere la parola, allora, non è un vero parlare: manca un vero interlocutore. Al di là della parete di vetro che ci separa dall’altro arriverà un bisbiglio soltanto. Frammenti di senso saranno sparsi nel tempo, posati delicatamente sull’anima, perché si facciano eco di altre voci. L’inaudito del quotidiano è messaggio e farmaco. La voce dell’angelo ha un suo respiro. E’ il ritmo consueto della vita, che viene riproposto semplicemente indicando le proprie necessità quotidiane, perché nasca nell’altro la nostalgia del tempo perduto. Da questa sponda è importante che parta l’alito sommesso del vento ristoratore: vicinanza e ascolto toccano l’anima. Qualunque cosa accada dall’altra parte, è anche merito del ritmo di questa voce.

*

Leggere EUGÈNE MINKOWSKI, Il tempo vissuto, EINAUDI e, in particolare, le pagine 90-93 sull’attesa – la scheda di ALBERTO BIUSO

da: MOMENTI D’ESSERE (2): Il respiro dell’Angelo : Ai confini dello sguardo.

Gabriele De Ritis: Momenti d’essere 1, la sala del commiato

Domenica, 27 febbraio 2011

La prima idea mi è venuta ieri, all’ingresso della Camera mortuaria del Policlinico di TorVergata, dove Paolo attendeva di essere trasferito a Sora, per i funerali di rito. A sinistra del corridoio che conduce agli spazi in cui vengono sistemate le bare, una stanza con un divano e basta. A destra della porta, una piccola insegna, poco appariscente, con la scritta: Sala del commiato. E sotto quella scritta, altre parole: un invito ad accogliere e confortare parenti e amici.

Sarà stata la parola ‘commiato’ a turbarmi. La vista di Paolo, immobile con jeans e casacca sportiva sopra una camicia a righe sbottonata, non mi ha sconvolto, per quanto lo amassi, come tutti i nostri ragazzi. L’abbraccio alla madre e al padre, la lunga sosta accanto a lui, le carezze al viso, la stretta alle mani. Il gelo della sua pelle contrastava con la dolcezza della sua espressione. Il viso non era contratto. Sembrava che dormisse. Di questo abbiamo parlato a lungo. La madre ha raccontato gli ultimi mesi trascorsi con lui. C’era stato un riavvicinamento, dopo quindici anni di contrasti e incomprensioni. Lei non faceva che dire questo: in questi ultimi tempi Paolo è stato solo mio. E di questo strazio ci sarà da dire ancora. Oggi la ferita sanguina troppo.

Prima di andar via, sono tornato a considerare l’esistenza di quella sala di commiato. Forse, era la parola ‘sala’, che fa pensare a un ambiente grande, spazioso. Si trattava di un’angusta stanzetta senza arredo. Un piccolo divano a destra faceva pensare che fosse dedicata solo a due o tre persone. Ma di più mi aveva colpito la parola ‘commiato’. Saluto. Congedo. Un modo per consentire l’incontro con persone di riguardo? Perché appartarsi, poi? Era opera di una sorta di Associazione, che compariva sotto la piccola insegna, a ricordare di chi era stata l’idea. Inizialmente, mi sono detto: buona idea! Ma poi, di fronte a tutta la gente, che era tanta, e che stava tutta nel corridoio o fuori a fumare, mi è rimasto il dubbio o meglio l’interrogativo: a cosa servirà questa Sala? A realizzare un luogo più intimo in cui raccogliersi a raccontare, a confortare? Ancora adesso, mi infastidisce il pensiero che io non riesca a spiegarmi bene la funzione di quella Sala, in un luogo sempre molto affollato. Ho il sospetto che mai nessuno si fermerà su quel divano a ‘raccogliere’ il dolore in una più calda intimità. Il gelo della morte potrà mai essere riscaldato da una simile Sala? Si desidera forse un po’ di ‘calore’ in quei momenti? Ne dubito. Di fronte all’immane e all’irreparabile si accetta anche di stare in uno squallido corridoio, con le pareti di pietra, e con due sole sedie nel cubicolo senza porta in cui serialmente viene sistemata la bara che ci sta a cuore. Si sente distintamente il grido di dolore proveniente dal cubicolo confinante. Sarà per questo che qualcuno ha pensato di concedere a due dei tanti la possibilità di appartarsi un po’, per dare una voce più pacata al proprio dolore e magari per raccontare più sommessamente come andarono le cose, a dispetto del Destino, nell’esistenza di una persona che per esigenze burocratiche è momentaneamente sistemata nel cubicolo n.3?

da: http://www.gabrielederitis.it/wordpress/?p=9608

Gabriele De Ritis, Nodi e Relazioni, in Ai confini dello sguardo

Nodi e Relazioni

Gabriele De Ritis, testo di adesione alla Accademia del Silenzio

Abbiamo interrogato il Silenzio lungo tutta la storia della nostra civiltà. Ognuno di noi conserva la personale bibliografia sull’argomento, magari un palchetto della biblioteca personale interamente dedicato ad esso.

L’intervallo che trascorre tra attesa e speranza è il luogo ideale per non smettere mai di interrogarsi su ciò che suscita inquietudine e angoscia.

Il silenzio più grande è quello delle donne, che non finiremo mai di ‘interrogare’.

Se “la creatura è nell’ascolto” (M.Cacciari), solo inchinandoci di fronte alla luce che promana dalle esistenze altre che riusciremo a fare spazio sufficiente dentro di noi per riuscire ad accogliere le voci e i volti che risuonano dentro di noi incessantemente.

Da: Accademia del Silenzio » Adesioni.

Baldo Lami presenta i singoli saggi del libro ANGELICAMENTE, il senso dell’angelo nel nostro tempo, Zephyro edizioni, Milano 2010

Questo libro è nato da una doppia esigenza: in generale quella di comprendere il senso dell’angelo come figura elettiva dell’immaginario spirituale dell’uomo alla luce della sensibilità moderna; e nello specifico quella di liberarlo dal recinto del folclore del sentimento religioso o della metafora solo poetica-letteraria, in cui è stato relegato, per restituirlo alla sua vera realtà vivente.

Per fare questo ho ritenuto necessario richiamarmi a esperienze e a saperi diversi anche rispetto a quelli conosciuti. Anche perché la verità dell’angelo si presenta in discontinuità rispetto all’ordine valoriale stabilito, rispetto alla doxa del momento, cioè dell’opinione corrente. Infatti oltre a infrangere la barriera spaziotemporale, l’angelo infrange anche il sistema di conoscenza vigente.

In questo contesto mi limito a riassumere in due parole il contenuto di ciascun articolo secondo la scansione presentata nel libro stesso.

•  Il primo articolo s’intitola: “L’angelo come metafora della presenza dell’infinito e dell’oltre”, di Grazia Apisa, poetessa e psicoanalista abitante e operante a Genova. Non poteva esserci miglior incipit di questo. Secondo l’autrice, quando l’infinito si è presentificato l’angelo scompare perché ha esaurito il suo compito e non c’è più bisogno di lui.

•  Segue l’articolo: “Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma”, di Eliana Briante, pastora della chiesa evangelica metodista di Via Porro Lambertenghi a Milano, che è una comunità multietnica che dirige con molta sensibilità e saggezza. Nel protestantesimo si preferisce fare appello alla mediazione di Cristo, cioè all’umanità dell’uomo, anziché a quella dell’angelo.

•  L’articolo successivo è quello di Gabriele De Ritis, di Sora (FR), ex docente di lettere e da venti anni educatore in un centro di ascolto per ragazzi tossicodipendenti della comunità di Exodus. Il titolo è eloquente di per sé: “Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairòs nella relazione di aiuto”. Empatia e kairòs sono due sensi “angelici” presenti potenzialmente in tutti.

•  Segue l’articolo: “Il Genius Loci come angelo del luogo” di Paolo Ferrario,sociologo e docente all’università di Milano Bicocca. Il genius loci fa pensare più a un’angelicità orizzontale pertinente alla terra e alla gens dellapolis anziché a quella verticale divina. Ma questo è proprio ciò che dovrebbe maggiormente responsabilizzare l’uomo alla cura del luogo che abita.

•  Succede l’articolo: “La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu” di Pietro Gentili, artista eccelso, pittore e astrologo, amico di vecchia data recentemente scomparso a cui devo il principale motivo ispiratore di questo libro e anche (così mi piace pensare) la guida dall’alto. Questa ala di angelo in copertina è un particolare di una sua opera.

•  Dopo è la volta di Claudio Gregorat, musicista compositore e commentatore della sterminata opera di Rudolf Steiner, apostolo dell’esoterismo cristiano, con l’articolo dal titolo anch’esso eloquente: “L’influenza dell’angelo nell’anima umana”, cioè cosa fa e come opera l’angelo nella nostra psiche, con quale finalità. È praticamente il riassunto di un importante saggio di Steiner.

•  Poi ci sono io, Baldo Lami, poeta, psicologo analista, curatore dell’opera e autore con: “La missione disconosciuta degli angeli emotigeni”, cioè suscitatori di emozioni, che hanno un indubbio connotato angelico in quanto sono motivate e motivanti, messaggere e intermediarie tra un mondo e l’altro, tra materia e spirito, tra mente e corpo, tra pensieri e sentimenti.

•  Segue Massimo Marasco, specialista informatico, scrivano e coautore con Silvia Montefoschi di alcuni saggi, con l’articolo dal titolo: “Angeli e custodi”, in cui racconta della “funzione custode” dell’angelo incarnata dalle figure reali che nella sua vita si sono poste come protettrici del suo progetto esistenziale, essendo proprio questo l’oggetto specifico della custodia angelica.

Seguono adesso tre articoli, quasi consecutivi, che pongono al centro dell’immaginazione o della riflessione la speciale supremazia letta in chiave simbolica di uno o più angeli biblici conosciuti.

•  Il primo s’intitola: “L’angelo dell’annunciazione”, di Paola Marzoli, pittrice e psicoanalista che ha svolto una sua personale ricerca sull’angelo che ha annunciato a Maria la nascita di Gesù, cioè l’avvento di un nuovo piano di coscienza. Per questa autrice è quindi questo l’angelo più importante di tutti perché segna l’inizio di un percorso assolutamente nuovo, inedito.

•  Il secondo è: “Michele e Lucifero: cosa avranno ancora quei due da dirsi?” di Maria Luisa Mastrantoni, editore Zephyro, che racconta il dialogo di una coppia angelica di prim’ordine: Michele (il custode dell’ordinamento divino) e Lucifero (il sovvertitore di questo stesso ordinamento) che periodicamente s’incontrano per decidere le sorti del mondo e dell’umanità.

•  S’intercala a questo punto l’articolo: “Angeli dell’Europa” di Francesco Pazienza, psicanalista milanese, ex docente steineriano di religione e attualmente anche insegnante di biografia e pedagogia steineriana. Anche Pazienza prende le mosse dal citato saggio di Steiner ma per inclinare subito sull’Europa al cui destino è legato anche il nostro.

•  Il terzo dei tre articoli anzidetti è: “Lucifero dinamica divina”, composto dalla coppia Bianca Pietrini eFabrizio Raggi, abitanti e operanti a La Spezia, Fabrizio anche in qualità di medico e psichiatra. Al centro di questa disamina troneggia Lucifero, che nel pensiero di Silvia Montefoschi, cui gli autori si riferiscono, è il motore di tutta la dinamica evolutiva dell’essere.

•  Segue: “Lontananze che disegnano orizzonti”, di Massimo Pittella, ingegnere informatico. Alla mia proposta di scrivere qualcosa sull’angelo, Massimo mi ha risposto dicendomi che dovevo avere sbagliato persona, perché nella sua esperienza non è la presenza dell’angelo a risultare salvifica e creativa ma la sua assenza. Insospettabile “paradosso angelico”.

•  Si arriva così all’articolo: “La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno” di Claudia Reghenzi, laureata in sociologia ma ora scrittrice che ha già in cantiere il suo terzo romanzo. La sincronicità è un evento veramente misterioso, un piccolo miracolo del vivente, e chi la scopre una volta nella propria vita non la dimentica mai.

•  Penultimo: “Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?” di Stefania Valanzano, psicoterapeuta che si occupa dell’impatto traumatico della violenza sulle donne. Rigoroso sul piano scientifico e senza alcun riferimento all’angelo, il suo scritto apre a una lettura diversa da quella, datami all’inizio, dell’impossibilità della presenza angelica sulla scena del “delitto”.

•  L’ultimo articolo s’intitola: “L’angelo nel cinema: da La vita è meravigliosa alla vita dei nostri giorni!”, composto a più mani dal Gruppo lettura film secondo una lettura d’anima centrata sull’amore, che ha cercato di delineare i tratti salienti dell’angelo di celluloide per capirlo meglio all’interno delle “proiezioni” sulla sua figura che il cinema così angelicamente ci restituisce.

Concludo questa presentazione del libro con l’ultima frase contenuta nella descrizione della quarta di copertina: “Ne esce un quadro molto eterogeneo e policromo ricco di suggestioni, per un viaggio memorabile nel tempo caduco dell’uomo odierno, ma condotto sulle ali senza tempo dell’angelo”.

dal sito della Zephyro edizioni:

http://www.psicoanalisibookshop.it/schedalibro.asp?ID=6879&nome=Angelicamente

Baldo Lami, Elena Briante, Paolo Ferrario, Claudia Reghenzi parlano di ANGELICAMENTE, Zephyro edizioni 28 novembre 2010


 

ANGELICAMENTE. IL SENSO DELL’ANGELO NEL NOSTRO TEMPO

Presentazione di Baldo Lami

Questo libro è nato da una doppia esigenza: in generale quella di comprendere il senso dell’angelo come figura elettiva dell’immaginario spirituale dell’uomo alla luce della sensibilità moderna; e nello specifico quella di liberarlo dal recinto del folclore del sentimento religioso o della metafora solo poetica-letteraria, in cui è stato relegato, per restituirlo alla sua vera realtà vivente.

Per fare questo ho ritenuto necessario richiamarmi a esperienze e a saperi diversi anche rispetto a quelli conosciuti. Anche perché la verità dell’angelo si presenta in discontinuità rispetto all’ordine valoriale stabilito, rispetto alla doxa del momento, cioè dell’opinione corrente. Infatti oltre a infrangere la barriera spaziotemporale, l’angelo infrange anche il sistema di conoscenza vigente.

In questo contesto mi limito a riassumere in due parole il contenuto di ciascun articolo secondo la scansione presentata nel libro stesso.

  • Il primo articolo s’intitola: “L’angelo come metafora della presenza dell’infinito e dell’oltre”, di Grazia Apisa, poetessa e psicoanalista abitante e operante a Genova. Non poteva esserci miglior incipit di questo. Secondo l’autrice, quando l’infinito si è presentificato l’angelo scompare perché ha esaurito il suo compito e non c’è più bisogno di lui.
  • Segue l’articolo: “Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma”, di Eliana Briante, pastora della chiesa evangelica metodista di Via Porro Lambertenghi a Milano, che è una comunità multietnica che dirige con molta sensibilità e saggezza. Nel protestantesimo si preferisce fare appello alla mediazione di Cristo, cioè all’umanità dell’uomo, anziché a quella dell’angelo.
  • L’articolo successivo è quello di Gabriele De Ritis, di Sora (FR), ex docente di lettere e da venti anni educatore in un centro di ascolto per ragazzi tossicodipendenti della comunità di Exodus. Il titolo è eloquente di per sé: “Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairòs nella relazione di aiuto”. Empatia e kairòs sono due sensi “angelici” presenti potenzialmente in tutti.
  • Segue l’articolo: “Il Genius Loci come angelo del luogo” di Paolo Ferrario, sociologo e docente all’università di Milano Bicocca. Il genius loci fa pensare più a un’angelicità orizzontale pertinente alla terra e alla gens della polis anziché a quella verticale divina. Ma questo è proprio ciò che dovrebbe maggiormente responsabilizzare l’uomo alla cura del luogo che abita.
  • Succede l’articolo: “La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu” di Pietro Gentili, artista eccelso, pittore e astrologo, amico di vecchia data recentemente scomparso a cui devo il principale motivo ispiratore di questo libro e anche (così mi piace pensare) la guida dall’alto. Questa ala di angelo in copertina è un particolare di una sua opera.
  • Dopo è la volta di Claudio Gregorat, musicista compositore e commentatore della sterminata opera di Rudolf Steiner, apostolo dell’esoterismo cristiano, con l’articolo dal titolo anch’esso eloquente: “L’influenza dell’angelo nell’anima umana”, cioè cosa fa e come opera l’angelo nella nostra psiche, con quale finalità. È praticamente il riassunto di un importante saggio di Steiner.
  • Poi ci sono io, Baldo Lami, poeta, psicologo analista, curatore dell’opera e autore con: “La missione disconosciuta degli angeli emotigeni”, cioè suscitatori di emozioni, che hanno un indubbio connotato angelico in quanto sono motivate e motivanti, messaggere e intermediarie tra un mondo e l’altro, tra materia e spirito, tra mente e corpo, tra pensieri e sentimenti.
  • Segue Massimo Marasco, specialista informatico, scrivano e coautore con Silvia Montefoschi di alcuni saggi, con l’articolo dal titolo: “Angeli e custodi”, in cui racconta della “funzione custode” dell’angelo incarnata dalle figure reali che nella sua vita si sono poste come protettrici del suo progetto esistenziale, essendo proprio questo l’oggetto specifico della custodia angelica.

Seguono adesso tre articoli, quasi consecutivi, che pongono al centro dell’immaginazione o della riflessione la speciale supremazia letta in chiave simbolica di uno o più angeli biblici conosciuti.

  • Il primo s’intitola: “L’angelo dell’annunciazione”, di Paola Marzoli, pittrice e psicoanalista che ha svolto una sua personale ricerca sull’angelo che ha annunciato a Maria la nascita di Gesù, cioè l’avvento di un nuovo piano di coscienza. Per questa autrice è quindi questo l’angelo più importante di tutti perché segna l’inizio di un percorso assolutamente nuovo, inedito.
  • Il secondo è: “Michele e Lucifero: cosa avranno ancora quei due da dirsi?” di Maria Luisa Mastrantoni, editore Zephyro, che racconta il dialogo di una coppia angelica di prim’ordine: Michele (il custode dell’ordinamento divino) e Lucifero (il sovvertitore di questo stesso ordinamento) che periodicamente s’incontrano per decidere le sorti del mondo e dell’umanità.

  • S’intercala a questo punto l’articolo: “Angeli dell’Europa” di Francesco Pazienza, psicanalista milanese, ex docente steineriano di religione e attualmente anche insegnante di biografia e pedagogia steineriana. Anche Pazienza prende le mosse dal citato saggio di Steiner ma per inclinare subito sull’Europa al cui destino è legato anche il nostro.

  • Il terzo dei tre articoli anzidetti è: “Lucifero dinamica divina”, composto dalla coppiaBianca PietriniFabrizio Raggi, abitanti e operanti a La Spezia, Fabrizio anche in qualità di medico e psichiatra. Al centro di questa disamina troneggia Lucifero, che nel pensiero di Silvia Montefoschi, cui gli autori si riferiscono, è il motore di tutta la dinamica evolutiva dell’essere.

  • Segue: “Lontananze che disegnano orizzonti”, di Massimo Pittella, ingegnere informatico. Alla mia proposta di scrivere qualcosa sull’angelo, Massimo mi ha risposto dicendomi che dovevo avere sbagliato persona, perché nella sua esperienza non è la presenza dell’angelo a risultare salvifica e creativa ma la sua assenza. Sarà questo “paradosso angelico” allora a essere spiegato.

  • Si arriva così all’articolo: “La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno” di Claudia Reghenzi, laureata in sociologia ma ora scrittrice che ha già in cantiere il suo terzo romanzo. La sincronicità è un evento veramente misterioso, un piccolo miracolo del vivente, e chi la scopre una volta nella propria vita non la dimentica mai.
  • Penultimo: “Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?” di Stefania Valanzano, psicoterapeuta che si occupa dell’impatto traumatico della violenza sulle donne. Rigoroso sul piano scientifico e senza alcun riferimento all’angelo, il suo scritto apre a una lettura diversa da quella, datami all’inizio, dell’impossibilità della presenza angelica sulla scena del “delitto”.
  • L’ultimo articolo s’intitola: “L’angelo nel cinema: da La vita è meravigliosa alla vita dei nostri giorni!”, composto a più mani dal Gruppo lettura film secondo una lettura d’anima centrata sull’amore, che ha cercato di delineare i tratti salienti dell’angelo di celluloide per capirlo meglio all’interno delle “proiezioni” sulla sua figura che il cinema così angelicamente ci restituisce.

Concludo questa presentazione del libro con l’ultima frase contenuta nella descrizione della quarta di copertina: “Ne esce un quadro molto eterogeneo e policromo ricco di suggestioni, per un viaggio memorabile nel tempo caduco dell’uomo odierno, ma condotto sulle ali senza tempo dell’angelo.

 

Baldo Lami, Elena Briante, Paolo Ferrario, Francesco Pazienza,Claudia Reghenzi parlano di ANGELICAMENTE, Zephyro edizioni

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ANGELICAMENTE. IL SENSO DELL’ANGELO NEL NOSTRO TEMPO

 

Presentazione di Baldo Lami

Questo libro è nato da una doppia esigenza: in generale quella di comprendere il senso dell’angelo come figura elettiva dell’immaginario spirituale dell’uomo alla luce della sensibilità moderna; e nello specifico quella di liberarlo dal recinto del folclore del sentimento religioso o della metafora solo poetica-letteraria, in cui è stato relegato, per restituirlo alla sua vera realtà vivente.

Per fare questo ho ritenuto necessario richiamarmi a esperienze e a saperi diversi anche rispetto a quelli conosciuti. Anche perché la verità dell’angelo si presenta in discontinuità rispetto all’ordine valoriale stabilito, rispetto alla doxa del momento, cioè dell’opinione corrente. Infatti oltre a infrangere la barriera spaziotemporale, l’angelo infrange anche il sistema di conoscenza vigente.

In questo contesto mi limito a riassumere in due parole il contenuto di ciascun articolo secondo la scansione presentata nel libro stesso.

  • Il primo articolo s’intitola: “L’angelo come metafora della presenza dell’infinito e dell’oltre”, di Grazia Apisa, poetessa e psicoanalista abitante e operante a Genova. Non poteva esserci miglior incipit di questo. Secondo l’autrice, quando l’infinito si è presentificato l’angelo scompare perché ha esaurito il suo compito e non c’è più bisogno di lui.
  • Segue l’articolo: “Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma”, di Eliana Briante, pastora della chiesa evangelica metodista di Via Porro Lambertenghi a Milano, che è una comunità multietnica che dirige con molta sensibilità e saggezza. Nel protestantesimo si preferisce fare appello alla mediazione di Cristo, cioè all’umanità dell’uomo, anziché a quella dell’angelo.
  • L’articolo successivo è quello di Gabriele De Ritis, di Sora (FR), ex docente di lettere e da venti anni educatore in un centro di ascolto per ragazzi tossicodipendenti della comunità di Exodus. Il titolo è eloquente di per sé: “Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairòs nella relazione di aiuto”. Empatia e kairòs sono due sensi “angelici” presenti potenzialmente in tutti.
  • Segue l’articolo: “Il Genius Loci come angelo del luogo” di Paolo Ferrario, sociologo e docente all’università di Milano Bicocca. Il genius loci fa pensare più a un’angelicità orizzontale pertinente alla terra e alla gens della polis anziché a quella verticale divina. Ma questo è proprio ciò che dovrebbe maggiormente responsabilizzare l’uomo alla cura del luogo che abita.
  • Succede l’articolo: “La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu” di Pietro Gentili, artista eccelso, pittore e astrologo, amico di vecchia data recentemente scomparso a cui devo il principale motivo ispiratore di questo libro e anche (così mi piace pensare) la guida dall’alto. Questa ala di angelo in copertina è un particolare di una sua opera.
  • Dopo è la volta di Claudio Gregorat, musicista compositore e commentatore della sterminata opera di Rudolf Steiner, apostolo dell’esoterismo cristiano, con l’articolo dal titolo anch’esso eloquente: “L’influenza dell’angelo nell’anima umana”, cioè cosa fa e come opera l’angelo nella nostra psiche, con quale finalità. È praticamente il riassunto di un importante saggio di Steiner.
  • Poi ci sono io, Baldo Lami, poeta, psicologo analista, curatore dell’opera e autore con: “La missione disconosciuta degli angeli emotigeni”, cioè suscitatori di emozioni, che hanno un indubbio connotato angelico in quanto sono motivate e motivanti, messaggere e intermediarie tra un mondo e l’altro, tra materia e spirito, tra mente e corpo, tra pensieri e sentimenti.
  • Segue Massimo Marasco, specialista informatico, scrivano e coautore con Silvia Montefoschi di alcuni saggi, con l’articolo dal titolo: “Angeli e custodi”, in cui racconta della “funzione custode” dell’angelo incarnata dalle figure reali che nella sua vita si sono poste come protettrici del suo progetto esistenziale, essendo proprio questo l’oggetto specifico della custodia angelica.

Seguono adesso tre articoli, quasi consecutivi, che pongono al centro dell’immaginazione o della riflessione la speciale supremazia letta in chiave simbolica di uno o più angeli biblici conosciuti.

  • Il primo s’intitola: “L’angelo dell’annunciazione”, di Paola Marzoli, pittrice e psicoanalista che ha svolto una sua personale ricerca sull’angelo che ha annunciato a Maria la nascita di Gesù, cioè l’avvento di un nuovo piano di coscienza. Per questa autrice è quindi questo l’angelo più importante di tutti perché segna l’inizio di un percorso assolutamente nuovo, inedito.
  • Il secondo è: “Michele e Lucifero: cosa avranno ancora quei due da dirsi?” di Maria Luisa Mastrantoni, editore Zephyro, che racconta il dialogo di una coppia angelica di prim’ordine: Michele (il custode dell’ordinamento divino) e Lucifero (il sovvertitore di questo stesso ordinamento) che periodicamente s’incontrano per decidere le sorti del mondo e dell’umanità.

 

  • S’intercala a questo punto l’articolo: “Angeli dell’Europa” di Francesco Pazienza, psicanalista milanese, ex docente steineriano di religione e attualmente anche insegnante di biografia e pedagogia steineriana. Anche Pazienza prende le mosse dal citato saggio di Steiner ma per inclinare subito sull’Europa al cui destino è legato anche il nostro.

 

  • Il terzo dei tre articoli anzidetti è: “Lucifero dinamica divina”, composto dalla coppia Bianca Pietrini e Fabrizio Raggi, abitanti e operanti a La Spezia, Fabrizio anche in qualità di medico e psichiatra. Al centro di questa disamina troneggia Lucifero, che nel pensiero di Silvia Montefoschi, cui gli autori si riferiscono, è il motore di tutta la dinamica evolutiva dell’essere.

 

  • Segue: “Lontananze che disegnano orizzonti”, di Massimo Pittella, ingegnere informatico. Alla mia proposta di scrivere qualcosa sull’angelo, Massimo mi ha risposto dicendomi che dovevo avere sbagliato persona, perché nella sua esperienza non è la presenza dell’angelo a risultare salvifica e creativa ma la sua assenza. Sarà questo “paradosso angelico” allora a essere spiegato.

 

  • Si arriva così all’articolo: “La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno” di Claudia Reghenzi, laureata in sociologia ma ora scrittrice che ha già in cantiere il suo terzo romanzo. La sincronicità è un evento veramente misterioso, un piccolo miracolo del vivente, e chi la scopre una volta nella propria vita non la dimentica mai.
  • Penultimo: “Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?” di Stefania Valanzano, psicoterapeuta che si occupa dell’impatto traumatico della violenza sulle donne. Rigoroso sul piano scientifico e senza alcun riferimento all’angelo, il suo scritto apre a una lettura diversa da quella, datami all’inizio, dell’impossibilità della presenza angelica sulla scena del “delitto”.
  • L’ultimo articolo s’intitola: “L’angelo nel cinema: da La vita è meravigliosa alla vita dei nostri giorni!”, composto a più mani dal Gruppo lettura film secondo una lettura d’anima centrata sull’amore, che ha cercato di delineare i tratti salienti dell’angelo di celluloide per capirlo meglio all’interno delle “proiezioni” sulla sua figura che il cinema così angelicamente ci restituisce.

Concludo questa presentazione del libro con l’ultima frase contenuta nella descrizione della quarta di copertina: “Ne esce un quadro molto eterogeneo e policromo ricco di suggestioni, per un viaggio memorabile nel tempo caduco dell’uomo odierno, ma condotto sulle ali senza tempo dell’angelo.

GABRIELE DE RITIS, Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairós nella relazione d’aiuto

GABRIELE DE RITIS, Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairós nella relazione d’aiuto

INDICE DEL SAGGIO:
Il brusio degli angeli
In cammino verso l’altro. camminare insieme.
Angelo e Daimon
Empatia e Kairós

Gabriele De Ritis si è laureato in Filosofia nel 1972 con una tesi sui rapporti tra Filosofia e Psichiatria, segnatamente sull’influenza esercitata dal pensiero di Sartre sull’antipsichiatria di Ronald Laing e David Cooper. Successivamente si è occupato di Etica e di Estetica, di cui si è avvalso per l’insegnamento delle Lettere italiane e latine nei trentacinque anni trascorsi nei Licei. Da venti anni è impegnato nell’attività di Educatore in unCentro di ascolto per ragazzi tossicodipendenti e per le loro famiglie. E’ presente suFacebook. Da anni cura un suo sito personale.

Angelicamente. Il senso dell’angelo nel nostro tempo, a cura di Baldo Lami, Zephyro editore

 

La pagina dedicata al libro in Facebook

La scheda dedicata al libro dalla Casa Editrice

Gli Autori:

GRAZIA APISA, L’angelo come metafora della presenza dell’infinito e dell’oltre

INDICE DEL SAGGIO:
1. La risposta alla domanda
2. L’angelo è metafora della presenza ma la presenza non è l’angelo
3. Scomparsa del terzo mediatore
4. Amore è il nome di Dio

Grazia Apisa vive a Genova. Scrive poesie dall’età di sette anni. Nel ‘91, rileggendo il suo percorso esistenziale e poetico, vi scoprirà molte anticipazioni dellesintesi successive (Senza Traccia). La ricerca di un’altra dimensione, il dialogo con l’assoluto, la scoperta del Soggetto troveranno risposta e attuazione nell’incontro con Silvia Montefoschi. Nel ‘94-’95 ha pubblicato sei opere, poesie, racconti,favole, sogni e un libro vita: Ti amo. Dalla dialettica al dialogo. Tra il 2007-2008 ha pubblicato i primi 8 volumi dell’opera Il Dialogante. Nel 2009 L’Incontro e Luce del silenzio e nel 2010 O-sceno – Oltre la scena. E’ presente su Facebook.

ELIANA BRIANTE, Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma

INDICE DEL SAGGIO:
1. La funzione degli angeli
2. Gli angeli nella bibbia
a. Nell’Antico Testamento
a.1. Le querce di Mamre
a.2. L’asina di Balaam
a.3. Chiamata di Isaia
b. Nel Nuovo Testamento
b.1. L’Apostolo Paolo e gli angeli
b.2. Apocalisse
3. Gli angeli nella riforma protestante del Cinquecento
a. Martin Lutero
b. Giovanni Calvino
c. Karl Barth
4. Noi e gli angeli

Eliana Briante nata a Pachino (SR), ha studiato a Roma alla Facoltà Valdese di Teologia e a Monaco di Baviera. Pastora della Chiesa Evangelica Valdese(Unione delle Chiese Evangeliche Valdesi e Metodiste), ha prestato servizio in Italia e in Germania. Dal 2000 al 2005 è stata direttrice del Servizio Cristiano di Riesi (CL), istituto diaconale della Chiesa Valdese, comprendente Scuola dell’Infanzia e Primaria, Consultorio Familiare, Centro Agricolo Biologico, Casa per ferie, Centro internazionale di Studi sull’Architettura. Dal 2005 è pastora della Chiesa Evangelica Metodista di Milano. È sposata e ha due figli.

GABRIELE DE RITIS, Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairós nella relazione d’aiuto

INDICE DEL SAGGIO:
Il brusio degli angeli
In cammino verso l’altro. camminare insieme.
Angelo e Daimon
Empatia e Kairós

Gabriele De Ritis si è laureato in Filosofia nel 1972 con una tesi sui rapporti tra Filosofia e Psichiatria, segnatamente sull’influenza esercitata dal pensiero di Sartre sull’antipsichiatria di Ronald Laing e David Cooper. Successivamente si è occupato di Etica e di Estetica, di cui si è avvalso per l’insegnamento delle Lettere italiane e latine nei trentacinque anni trascorsi nei Licei. Da venti anni è impegnato nell’attività di Educatore in unCentro di ascolto per ragazzi tossicodipendenti e per le loro famiglie. E’ presente su Facebook. Da anni cura un suo sito personale.

PAOLO FERRARIO, Il Genius loci come angelo del luogo

INDICE DEL SAGGIO:
1. L’evento
2. Relazioni fra gli angeli e gli uomini
3. Il Genius loci
4. I luoghi concreti
5. Gli elementi dei luoghi
6. ritorno a casa

Paolo Ferrario è sociologo e docente universitario a contratto al Corso di laurea in Scienze pedagogiche della Università di Milano Bicocca. Attraversa il suo Destino nell’ultimo tratto di vita tra partecipazione alla Polis e necessità esistenziale di ancorarsi in un Luogo. Ha scritto solo libri tecnici e questa è la sua prima escursione nella scrittura creativa. Tiene un diario sul Blog http://www.paolodel1948.blogspot.com. In Tracce e sentieri. Luogo Tempo Eros Polis Destino si trovano indicazioni su tutte le sue attività.

PIETRO GENTILI, La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu

INDICE DEL SAGGIO:
L’angelo di luce rossa. Il colore del fuoco.
L’angelo di luce gialla. Il colore dell’aria.
L’angelo di luce blu. Il colore dell’acqua.

Pietro Gentili (San Vito Romano 1932-2008), artista e pittore cosmico. Le arti figurative sono sempre state la sua passione (ne sono prova le sue grandissime tele piene di luce lunare, gioco di specchi e colori) da dove traspare un amore viscerale per l’universo e l’infinito, a cui negli anni si è affiancata quella per la ricerca mistico-esoterica dell’astrologia che ha improntato tutta la sua ultima produzione artistica. Ha pubblicato otto saggi tra cui Supernatura, La Semina del Cuore, Astrologia scienza dello Spirito, La dualità del Sole e della Luna, Le dimore del cielo senza stelle ed ultimo in ordine di tempo Una Vita e un’Arte del 2003, oltre a numerosi articoli su riviste di settore. Le sue opere sono state esposte in numerose gallerie d’arte e sono tutt’ora presenti in diversi musei e pinacoteche italiane ed estere. In sua memoria è stato realizzato il sito http://www.pietrogentili.com. Egli è l’autore dell’opera Arcangelo imporporato, di cui in copertina è riprodotto un particolare dell’ala.

CLAUDIO GREGORAT, L’influenza dell’angelo sull’anima umana

Claudio Gregorat nato a Chiopris-Viscone (Ud) nel 1923. Musicista compositore con 170 titoli di opere dallo strumento solista alla grande orchestra. Scrittoresaggista su vari argomenti secondo la prospettiva antroposofica. Libri: La musica come mistero del suono, L’anima della musica, Origine ed evoluzione degli strumentimusicali, La musica come terapia, Processi di pensiero, Evoluzione dell’intelligenza, Itinerari della coscienza pensante, Il confronto col Male, Convivere con la paura, Piccola storia dell’architettura, Saggi sull’arte figurativa, La presenza del Cristo Eterico, ed altri 20 titoli. Inoltre vari saggi ed articoli su temi di attualità pensati nella loro specifica essenza.

BALDO LAMI, La missione disconosciuta degli angeli emotigeni

INDICE DEL SAGGIO:
La traccia e il sogno
Breve storia del lemma
La biga alata e l’inizio del dualismo
La scienza del cavallo nero
Le emozioni di Freud e Jung
Bion, Matte Blanco, Montefoschi e la riproposizione del sentire
Il dialogo con le figure oniriche
Il daimon o l’angelo caduto
L’angelo ferito e gli avversari della missione angelica
L’emozione come transfert gemellare angelo-daimon
Un caso di propagazione angelica
Il destino delle emozioni e dell’uomo

Baldo Lami, psicologo e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica e psicosomatica, poeta e autore della raccolta di versi Le ali rotonde (1990), fonda a Milano l’Associazione Culturale di Promozione Sociale “Fare Anima” (1992), per la promozione di una cultura simbolica e della psiche, realizzando con Maria Luisa Mastrantoni diversi seminari didattico-esperienziali sui grandi temi della vita. Suoi articoli su L’Immaginale e riviste online. Suoi libri Il sogno della donna di pietra. Percorsi di psicoanalisi contemplativa (1997), Psicopatia e pensiero del cuore. Analisi di un concetto chiave di comprensione del nostro tempo (2006). Baldo Lami è anche il curatore dell’opera. E’ presente su Facebook.

MASSIMO MARASCO, Angeli e custodi

Massimo Marasco è nato a La Spezia nel 1955. Si è laureato in Chimica a Pisa e dal 1980 vive a Milano, dove lavora come specialista informatico. Dal 1995 ha intrapreso un percorso psicoanalitico con Silvia Montefoschi, che dura tutt’ora. Nel 2002 ha pubblicato il breve saggio Oltre il sado-masochismo e nel 2003 ha pubblicato il romanzo L’annuncio. Il mito del popolo nuovo. Con Silvia Montefoschi ha collaborato alla stesura di alcuni saggi tra cui, ultimo in ordine di tempo, Oltre l’omega nel 2006.

PAOLA MARZOLI, L’angelo dell’Annunciazione

INDICE DEL SAGGIO:
Premessa
Approssimazione
Evento
L’annuncio a Maria
Postfazione
Coscienza individuale

Paola Marzoli, psicoanalista dal 1983, di formazione junghiana montefoschiana. Collabora dai primi anni ‘90 con il CEPEI (Centro di Psicologia Evolutiva Intersoggettiva). Insieme agli altri soci del CEPEI ha tenuto seminari di formazione e ha pubblicato come coautrice nel 2008 Dialoghi con il sogno. Incontri diurni e notturni con l’inconscio. Pittrice, dal 1975 ha tenuto mostre personali in Italia e all’estero.

MARIA LUISA MASTRANTONI, Michele e Lucifero. Cosa avranno ancora quei due da dirsi?

Maria Luisa Mastrantoni fonda a Milano nel 1999 la casa editriceZephyro Edizioni. In precedenza ha pubblicato nel 1997 come coautrice il saggio Il sogno della donna di pietra e nel 1998 il racconto psicologico Ciao ciao Dolly. Storia di un clone in crisi di identità. Dal 1992 a oggi collabora con Baldo Lami ai seminari di “Fare Anima” a Milano e a Brescia.

FRANCESCO PAZIENZA, Angeli dell’Europa

INDICE DEL SAGGIO:
Introibo ad altare Dei!
Avvicinamento
E soprattutto, perché leggo Rudolf Steiner?
Considerazioni in margine alla conferenza di Rudolf Steiner “Che cosa fa l’angelo nel nostro corpo astrale?”
Passeggiata notturna nella selva oscura della mia libreria
Angelus novus
Angeli orrifici
L’angelo necessario

Francesco Pazienza, psicanalista a Milano dal 1980 (personale freudiana in età giovanile e didattica lacaniana), fin dai primi anni ‘80 compie una ricerca personale che lo conduce a incontrare e praticare lo yoga e la meditazione buddhista sotto la guida di Corrado Pensa. Approfondisce la sua formazione integrando attraverso Hillman elementi di psicologia del profondo di indirizzo junghiano (Circolo della via Podgora a Milano). Nei primi anni ‘90 incontra l’Antroposofia, l’opera di Rudolf Steiner, collabora con medici e terapeuti antroposofici e insegna un settennio nel liceo “R. Steiner” di Milano (cattedra di religione). Insegna Biografia umana nei seminari pedagogici steineriani di Milano e Sagrado. È membro del SABOF (Società per l’Analisi Biografica a Orientamento Filosofico). Redattore del blog http://www.nellacurvadeltempo.it. E’ presente su Facebook.

BIANCA PIETRINI e FABRIZIO RAGGI, Lucifero dinamica divina

INDICE DEL SAGGIO:
Lucifero: l’angelo messaggero di Dio
Lucifero: la dinamica evolutiva di Dio
L’attuazione dell’opera di Lucifero quale messaggero della dinamica divina

Bianca Pietrini da sempre segue il percorso che l’essere fa di sé e, unitamente a Silvia Montefoschi, lavora alla realizzazione completa dell’Uno come unico vivente. Nel 2003 collabora con Fabrizio Raggi alla lettura psicoanalitica de Il Mnemonista. Nel 2009 autrice con Silvia Montefoschi e Fabrizio Raggi del volume Il manifestarsi dell’essere in Silvia Montefoschi. Vive e lavora a La Spezia.
Fabrizio Raggi, medico e psichiatra, da sempre segue il percorso che l’essere fa di sé e, unitamente a Silvia Montefoschi, lavora alla realizzazione completa dell’Uno come unico vivente. Nel 2003 collabora con Bianca Pietrini alla lettura psicoanalitica de Il Mnemonista. Nel 2008 pubblica Al di là del bene e del male: la logica unitaria. Nel 2009 autore con Silvia Montefoschi e Bianca Pietrini del volume Il manifestarsi dell’essere in Silvia Montefoschi. Vive e lavora a La Spezia.

MASSIMO PITTELLA, Distanze che disegnano orizzonti

Massimo Pittella è nato a Milano, dove lavora come consulente nelle tecnologie della comunicazione in rete. Dopo il coinvolgimento in progetti sperimentali di intelligenza artificiale e la pubblicazione di testi matematici, ha ricoperto ruoli di spicco in note multinazionali del software. Oltre che in scienze dell’informazione, ha seguito studi di psicologia e di filosofia, esplorando successivamente l’ambito delle scienze di frontiera. Conduce da anni una sua personale ricerca sugli incroci tra scienza, pratiche filosofiche e tradizioni sapienziali. E’ presente in Facebook.

CLAUDIA REGHENZI, La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno

Claudia Reghenzi, laureata in Scienze politiche, dirige la sua passione alla scrittura e all’introspezione. Nel 2006 pubblica il suo primo romanzo Il ponte su due mondi e nel 2009 Giallo all’ombra del vescovado con il quale vince il terzo premio “Autrice dell’estate 2009”. Collabora con le associazioni culturali “Fare anima” di Milano e “Quintoquadrante” di Brescia.

STEFANIA VALANZANO, Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?

INDICE DEL SAGGIO:
La violenza dell’altro
Violenza contro le donne e ambiguità
Il fattore transgenerazionale nel fenomeno della violenza contro le donne
L’angelus novus e il disvelamento sulla scena della violenza verso le donne

Stefania Valanzano, psicologa psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico, vive a La Spezia dove svolge attività clinica con adolescenti e adulti. Si interessa da diversi anni di bioetica e dell’impatto delle tecniche di riproduzione assistita sul corpo femminile. Attualmente si occupa in modo particolare degli aspetti traumatici della violenza verso le donne e del ruolo giocato dal fattore transgenerazionale nelle patologie sociali.

GRUPPO LETTURA FILM, L’angelo nel cinema

INDICE DEL SAGGIO:
Premessa
La vita è meravigliosa (Frank Capra, USA 1946)
La moglie del vescovo (Henry Koster, USA 1947)
Appuntamento con un angelo (Tom McLoughlin, USA 1987)
Il cielo sopra Berlino (Wim Wenders, Germania 1987)
Così lontano così vicino (Wim Wenders, Germania 1993)
The Prophecy I, II, III (USA, 1995-2000)
Michael (Nora Ephron, USA 1996)
City of Angels – La città degli Angeli (Brad Silberling, USA 1998)
Angels in America (Mike Nicholson, USA 2003)
Angel-A (Luc Besson, Francia 2005)

Il Gruppo lettura film è composto da Marilena Dusi, Maria Dolores Moroldo, Claudia Reghenzi, Eliana Vallini, Elena Buzzetti e Gianfranco Bellini.

*

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da: CAMMINARSI DENTRO (146): Angelicamente. Il senso dell’angelo nel nostro tempo. : Ai confini dello sguardo.

 

 

Angelicamente. Il senso dell’angelo nel nostro tempo, a cura di Baldo Lami, Zephyro editore « Politica dei servizi sociali: ricerche in rete

Angelicamente, il senso dell’angelo nel nostro tempo, a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, Milano 2010

La pagina dedicata al libro in Facebook

La scheda dedicata al libro dalla Casa Editrice

Gli Autori:

GRAZIA APISA, L’angelo come metafora della presenza dell’infinito e dell’oltre

INDICE DEL SAGGIO:
1. La risposta alla domanda
2. L’angelo è metafora della presenza ma la presenza non è l’angelo
3. Scomparsa del terzo mediatore
4. Amore è il nome di Dio

Grazia Apisa vive a Genova. Scrive poesie dall’età di sette anni. Nel ‘91, rileggendo il suo percorso esistenziale e poetico, vi scoprirà molte anticipazioni dellesintesi successive (Senza Traccia). La ricerca di un’altra dimensione, il dialogo con l’assoluto, la scoperta del Soggetto troveranno risposta e attuazione nell’incontro con Silvia Montefoschi. Nel ‘94-’95 ha pubblicato sei opere, poesie, racconti,favole, sogni e un libro vita: Ti amo. Dalla dialettica al dialogo. Tra il 2007-2008 ha pubblicato i primi 8 volumi dell’opera Il Dialogante. Nel 2009 L’Incontro e Luce del silenzio e nel 2010 O-sceno – Oltre la scena. E’ presente suFacebook.

ELIANA BRIANTE, Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma

INDICE DEL SAGGIO:
1. La funzione degli angeli
2. Gli angeli nella bibbia
a. Nell’Antico Testamento
a.1. Le querce di Mamre
a.2. L’asina di Balaam
a.3. Chiamata di Isaia
b. Nel Nuovo Testamento
b.1. L’Apostolo Paolo e gli angeli
b.2. Apocalisse
3. Gli angeli nella riforma protestante del Cinquecento
a. Martin Lutero
b. Giovanni Calvino
c. Karl Barth
4. Noi e gli angeli

Eliana Briante nata a Pachino (SR), ha studiato a Roma alla Facoltà Valdese di Teologia e a Monaco di Baviera. Pastora della Chiesa Evangelica Valdese(Unione delle Chiese Evangeliche Valdesi e Metodiste), ha prestato servizio in Italia e in Germania. Dal 2000 al 2005 è stata direttrice del Servizio Cristiano di Riesi (CL), istituto diaconale della Chiesa Valdese, comprendente Scuola dell’Infanzia e Primaria, Consultorio Familiare, Centro Agricolo Biologico, Casa per ferie, Centro internazionale di Studi sull’Architettura. Dal 2005 è pastora della Chiesa Evangelica Metodista di Milano. È sposata e ha due figli.

GABRIELE DE RITIS, Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairós nella relazione d’aiuto

INDICE DEL SAGGIO:
Il brusio degli angeli
In cammino verso l’altro. camminare insieme.
Angelo e Daimon
Empatia e Kairós

Gabriele De Ritis si è laureato in Filosofia nel 1972 con una tesi sui rapporti tra Filosofia e Psichiatria, segnatamente sull’influenza esercitata dal pensiero di Sartre sull’antipsichiatria di Ronald Laing e David Cooper. Successivamente si è occupato di Etica e di Estetica, di cui si è avvalso per l’insegnamento delle Lettere italiane e latine nei trentacinque anni trascorsi nei Licei. Da venti anni è impegnato nell’attività di Educatore in unCentro di ascolto per ragazzi tossicodipendenti e per le loro famiglie. E’ presente suFacebook. Da anni cura un suo sito personale.

PAOLO FERRARIO, Il Genius loci come angelo del luogo

indice del saggio:

1. L’evento

2. Relazioni fra gli angeli e gli uomini

3. Il Genius loci

4. I luoghi concreti

5. Gli elementi dei luoghi

6. Ritorno a casa

Paolo Ferrario è sociologo e docente universitario a contratto al Corso di laurea in Scienze pedagogiche della Università di Milano Bicocca. Attraversa il suo Destino nell’ultimo tratto di vita tra partecipazione alla Polis e necessità esistenziale di ancorarsi in un Luogo, che si è concretizzato a Coatesa sul Lario. Ha scritto solo libri tecnici e questa è la sua prima escursione nella ricerca simbolica. Tiene un “diario reticolare”  sul Blog Segni di Paolo del 1948 .   E in Tracce e sentieri. Luogo Tempo Eros Polis Destinosi trovano altri segni del suo percorso individuativo.

PIETRO GENTILI, La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu

INDICE DEL SAGGIO:
L’angelo di luce rossa. Il colore del fuoco.
L’angelo di luce gialla. Il colore dell’aria.
L’angelo di luce blu. Il colore dell’acqua.

Pietro Gentili (San Vito Romano 1932-2008), artista e pittore cosmico. Le arti figurative sono sempre state la sua passione (ne sono prova le sue grandissime tele piene di luce lunare, gioco di specchi e colori) da dove traspare un amore viscerale per l’universo e l’infinito, a cui negli anni si è affiancata quella per la ricerca mistico-esoterica dell’astrologia che ha improntato tutta la sua ultima produzione artistica. Ha pubblicato otto saggi tra cui Supernatura, La Semina del Cuore, Astrologia scienza dello Spirito, La dualità del Sole e della Luna, Le dimore del cielo senza stelle ed ultimo in ordine di tempo Una Vita e un’Arte del 2003, oltre a numerosi articoli su riviste di settore. Le sue opere sono state esposte in numerose gallerie d’arte e sono tutt’ora presenti in diversi musei e pinacoteche italiane ed estere. In sua memoria è stato realizzato il sito http://www.pietrogentili.com. Egli è l’autore dell’opera Arcangelo imporporato, di cui in copertina è riprodotto un particolare dell’ala.

CLAUDIO GREGORAT, L’influenza dell’angelo sull’anima umana

Claudio Gregorat nato a Chiopris-Viscone (Ud) nel 1923. Musicista compositore con 170 titoli di opere dallo strumento solista alla grande orchestra. Scrittoresaggista su vari argomenti secondo la prospettiva antroposofica. Libri: La musica come mistero del suono, L’anima della musica, Origine ed evoluzione degli strumentimusicali, La musica come terapia, Processi di pensiero, Evoluzione dell’intelligenza, Itinerari della coscienza pensante, Il confronto col Male, Convivere con la paura, Piccola storia dell’architettura, Saggi sull’arte figurativa, La presenza del Cristo Eterico, ed altri 20 titoli. Inoltre vari saggi ed articoli su temi di attualità pensati nella loro specifica essenza.

BALDO LAMI, La missione disconosciuta degli angeli emotigeni

INDICE DEL SAGGIO:
La traccia e il sogno
Breve storia del lemma
La biga alata e l’inizio del dualismo
La scienza del cavallo nero
Le emozioni di Freud e Jung
Bion, Matte Blanco, Montefoschi e la riproposizione del sentire
Il dialogo con le figure oniriche
Il daimon o l’angelo caduto
L’angelo ferito e gli avversari della missione angelica
L’emozione come transfert gemellare angelo-daimon
Un caso di propagazione angelica
Il destino delle emozioni e dell’uomo

Baldo Lami, psicologo e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica e psicosomatica, poeta e autore della raccolta di versi Le ali rotonde (1990), fonda a Milano l’Associazione Culturale di Promozione Sociale “Fare Anima” (1992), per la promozione di una cultura simbolica e della psiche, realizzando con Maria Luisa Mastrantoni diversi seminari didattico-esperienziali sui grandi temi della vita. Suoi articoli su L’Immaginale e riviste online. Suoi libri Il sogno della donna di pietra. Percorsi di psicoanalisi contemplativa (1997), Psicopatia e pensiero del cuore. Analisi di un concetto chiave di comprensione del nostro tempo (2006). Baldo Lami è anche il curatore dell’opera. E’ presente su Facebook.

MASSIMO MARASCO, Angeli e custodi

Massimo Marasco è nato a La Spezia nel 1955. Si è laureato in Chimica a Pisa e dal 1980 vive a Milano, dove lavora come specialista informatico. Dal 1995 ha intrapreso un percorso psicoanalitico con Silvia Montefoschi, che dura tutt’ora. Nel 2002 ha pubblicato il breve saggio Oltre il sado-masochismo e nel 2003 ha pubblicato il romanzo L’annuncio. Il mito del popolo nuovo. Con Silvia Montefoschi ha collaborato alla stesura di alcuni saggi tra cui, ultimo in ordine di tempo, Oltre l’omega nel 2006.

PAOLA MARZOLI, L’angelo dell’Annunciazione

INDICE DEL SAGGIO:
Premessa
Approssimazione
Evento
L’annuncio a Maria
Postfazione
Coscienza individuale

Paola Marzoli, psicoanalista dal 1983, di formazione junghiana montefoschiana. Collabora dai primi anni ‘90 con il CEPEI (Centro di Psicologia Evolutiva Intersoggettiva). Insieme agli altri soci del CEPEI ha tenuto seminari di formazione e ha pubblicato come coautrice nel 2008 Dialoghi con il sogno. Incontri diurni e notturni con l’inconscio. Pittrice, dal 1975 ha tenuto mostre personali in Italia e all’estero.

MARIA LUISA MASTRANTONI, Michele e Lucifero. Cosa avranno ancora quei due da dirsi?

Maria Luisa Mastrantoni fonda a Milano nel 1999 la casa editriceZephyro Edizioni. In precedenza ha pubblicato nel 1997 come coautrice il saggio Il sogno della donna di pietra e nel 1998 il racconto psicologico Ciao ciao Dolly. Storia di un clone in crisi di identità. Dal 1992 a oggi collabora con Baldo Lami ai seminari di “Fare Anima” a Milano e a Brescia.

FRANCESCO PAZIENZA, Angeli dell’Europa

INDICE DEL SAGGIO:
Introibo ad altare Dei!
Avvicinamento
E soprattutto, perché leggo Rudolf Steiner?
Considerazioni in margine alla conferenza di Rudolf Steiner “Che cosa fa l’angelo nel nostro corpo astrale?”
Passeggiata notturna nella selva oscura della mia libreria
Angelus novus
Angeli orrifici
L’angelo necessario

Francesco Pazienza, psicanalista a Milano dal 1980 (personale freudiana in età giovanile e didattica lacaniana), fin dai primi anni ‘80 compie una ricerca personale che lo conduce a incontrare e praticare lo yoga e la meditazione buddhista sotto la guida di Corrado Pensa. Approfondisce la sua formazione integrando attraverso Hillman elementi di psicologia del profondo di indirizzo junghiano (Circolo della via Podgora a Milano). Nei primi anni ‘90 incontra l’Antroposofia, l’opera di Rudolf Steiner, collabora con medici e terapeuti antroposofici e insegna un settennio nel liceo “R. Steiner” di Milano (cattedra di religione). Insegna Biografia umana nei seminari pedagogici steineriani di Milano e Sagrado. È membro del SABOF (Società per l’Analisi Biografica a Orientamento Filosofico). Redattore del blog http://www.nellacurvadeltempo.it. E’ presente su Facebook.

BIANCA PIETRINI e FABRIZIO RAGGI, Lucifero dinamica divina

INDICE DEL SAGGIO:
Lucifero: l’angelo messaggero di Dio
Lucifero: la dinamica evolutiva di Dio
L’attuazione dell’opera di Lucifero quale messaggero della dinamica divina

Bianca Pietrini da sempre segue il percorso che l’essere fa di sé e, unitamente a Silvia Montefoschi, lavora alla realizzazione completa dell’Uno come unico vivente. Nel 2003 collabora con Fabrizio Raggi alla lettura psicoanalitica de Il Mnemonista. Nel 2009 autrice con Silvia Montefoschi e Fabrizio Raggi del volume Il manifestarsi dell’essere in Silvia Montefoschi. Vive e lavora a La Spezia.
Fabrizio Raggi, medico e psichiatra, da sempre segue il percorso che l’essere fa di sé e, unitamente a Silvia Montefoschi, lavora alla realizzazione completa dell’Uno come unico vivente. Nel 2003 collabora con Bianca Pietrini alla lettura psicoanalitica de Il Mnemonista. Nel 2008 pubblica Al di là del bene e del male: la logica unitaria. Nel 2009 autore con Silvia Montefoschi e Bianca Pietrini del volume Il manifestarsi dell’essere in Silvia Montefoschi. Vive e lavora a La Spezia.

MASSIMO PITTELLA, Distanze che disegnano orizzonti

Massimo Pittella è nato a Milano, dove lavora come consulente nelle tecnologie della comunicazione in rete. Dopo il coinvolgimento in progetti sperimentali di intelligenza artificiale e la pubblicazione di testi matematici, ha ricoperto ruoli di spicco in note multinazionali del software. Oltre che in scienze dell’informazione, ha seguito studi di psicologia e di filosofia, esplorando successivamente l’ambito delle scienze di frontiera. Conduce da anni una sua personale ricerca sugli incroci tra scienza, pratiche filosofiche e tradizioni sapienziali. E’ presente in Facebook.

CLAUDIA REGHENZI, La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno

Claudia Reghenzi, laureata in Scienze politiche, dirige la sua passione alla scrittura e all’introspezione. Nel 2006 pubblica il suo primo romanzo Il ponte su due mondi e nel 2009 Giallo all’ombra del vescovado con il quale vince il terzo premio “Autrice dell’estate 2009”. Collabora con le associazioni culturali “Fare anima” di Milano e “Quintoquadrante” di Brescia.

STEFANIA VALANZANO, Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?

INDICE DEL SAGGIO:
La violenza dell’altro
Violenza contro le donne e ambiguità
Il fattore transgenerazionale nel fenomeno della violenza contro le donne
L’angelus novus e il disvelamento sulla scena della violenza verso le donne

Stefania Valanzano, psicologa psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico, vive a La Spezia dove svolge attività clinica con adolescenti e adulti. Si interessa da diversi anni di bioetica e dell’impatto delle tecniche di riproduzione assistita sul corpo femminile. Attualmente si occupa in modo particolare degli aspetti traumatici della violenza verso le donne e del ruolo giocato dal fattore transgenerazionale nelle patologie sociali.

GRUPPO LETTURA FILM, L’angelo nel cinema

INDICE DEL SAGGIO:
Premessa
La vita è meravigliosa (Frank Capra, USA 1946)
La moglie del vescovo (Henry Koster, USA 1947)
Appuntamento con un angelo (Tom McLoughlin, USA 1987)
Il cielo sopra Berlino (Wim Wenders, Germania 1987)
Così lontano così vicino (Wim Wenders, Germania 1993)
The Prophecy I, II, III (USA, 1995-2000)
Michael (Nora Ephron, USA 1996)
City of Angels – La città degli Angeli (Brad Silberling, USA 1998)
Angels in America (Mike Nicholson, USA 2003)
Angel-A (Luc Besson, Francia 2005)

Il Gruppo lettura film è composto da Marilena Dusi, Maria Dolores Moroldo, Claudia Reghenzi, Eliana Vallini, Elena Buzzetti e Gianfranco Bellini.

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Angelicamente

Gabriele De Ritis, Contro la scrittura nessuno può nulla, in Ai confini dello sguardo

Considero singolare la circostanza data dal fatto di scrivere qui: un privilegio a costo zero. Non debbo sottoporre nessun manoscritto al parere di Editori, Editor… Non seguo nemmeno le regole del web, per quanto riguarda la scrittura che bisognerebbe ‘produrre’ in questo ambiente orientato alla comunicazione. Scrivo e basta. E scrivo per dire la verità. Non la Verità dei filosofi né quella a cui si approda al termine di lunghe e complesse ricerche ‘storiografiche’ o ‘giudiziarie’. Scrivo per far emergere le mie verità, le mille verità che il tempo ha provveduto a sedimentare in me e che riemergono nella forma dei ricordi o di idee lungamente pensate. Scriverne anche lungamente, senza regole stilistiche né preoccupazioni comunicative, mi dà piacere, perché, dopo avere scritto tanto – lo faccio da oltre tre anni, ormai – avverto confusamente che non seguo un ordine qualsiasi: obbedisco soltanto all’urgenza della scrittura, cioè al fatto che ‘preme’ dentro un’idea lungamente pensata negli anni. Magari, si tratta di una parola carica di significato per me, come ilrimprovero del post precedente. Allora, lascio sanguinare la ‘ferita’, cercando contemporaneamente le parole nei crepacci, infilandole come perle l’una nell’altra, fino a farne emergere un disegno compiuto. Dire compiutamente è chiarezza. Riuscire a dire tutto quello che posso dire è portare a termine un compito. Da quando ho iniziato a farlo, trovo nell’esercizio della scrittura una remunerazione che sa di rivincita, come una risposta a tutte le derive del tempo: alla putredine e alla violenza rispondo con la ricostruzione di una zona della mia esperienza che aspettava di essere portata alla luce. Tutto questo non può essere intaccato minimamente dalla violenza del potere. Contro la scrittura nessuno può nulla.

CAMMINARSI DENTRO (143): Contro la scrittura nessuno pu�nulla. : Ai confini dello sguardo

Gabriele De Ritis, CAMMINARSI DENTRO (98): Più che di amore della saggezza, parleremo di saggezza dell’amore.

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