Vera GHENO, Le ragioni del dubbio. L’arte di usare le parole, Einaudi, 2021

Viviamo in un mondo affollato di parole; vogliamo davvero impiegarle senza gustarcele? Non sarebbe piú soddisfacente pensare alla lingua come al territorio delle infinite possibilità?

Guardiamoci intorno: quante sono le persone che intervengono nelle discussioni senza alcuna competenza specifica pensando di averla? Quanti criticano gli esperti con un «Io non credo che sia cosí» dall’alto di incrollabili certezze?

Ci siamo abituati un po’ troppo a parlare e a scrivere senza fermarci prima un attimo a pensare, e rischiamo cosí di far sempre piú danni. Perché le parole non sono mai solo parole, si portano dietro visioni differenti della realtà, tutte le nostre aspirazioni e le nostre certezze: ovvio che possano generare conflitti e fare male.

Ma possono anche generare empatia e fare del bene, se impariamo a usarle meglio.

Vera Gheno indaga i meccanismi della nostra meravigliosa lingua, e lo fa con la leggerezza calviniana di chi ammira il linguaggio senza peso perché conosce il peso del linguaggio. E in queste pagine, lievi ma dense, distilla un «metodo» per ricordarci la responsabilità che ognuno di noi ha in quanto parlante.

Un metodo che si fonda innanzitutto sui dubbi, che ci devono sempre venire prima di esprimerci: potremmo, nella fretta, non aver compreso di cosa si sta davvero parlando, capita a tutti, anche ai piú «intelligenti».

Poi sulla riflessione, che deve accompagnarci ogni volta che formuliamo un concetto. E infine sul silenzio, perché talvolta può anche succedere, dopo aver dubitato e meditato, che si decida saggiamente di non avere nulla da dire.

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Che significa morire?, Emanuele Severino in La strada, Rizzoli, Milano, 1983, pagg. 101-107

L’incertezza piú profonda continua ad avvolgere ogni risposta dei mortali a questa domanda.

Non avvolge soltanto le teorie attorno alla morte, ma lo stesso tentativo di cogliere e di esprimere il fenomeno che tali teorie vorrebbero spiegare – il fenomeno della morte, ossia (stando all’etimo di “fenomeno”) ciò che della morte appare, sta dinanzi visibile e constatabile.

Come se, assistendo a una corsa di cavalli, non solo non si sapesse quale sarà il vincente, ma non si sapesse nemmeno (pur illudendosi di saperlo) quali sono, tra le varie figure visibili, i cavalli.

Una teoria può spiegare un evento solo se esso, innanzitutto, appare. Ma quello che sembrerebbe il piú facile dei compiti – cogliere ed esprimere ciò che appare – è invece tra i piú difficili.

Giacché la difficoltà non è dovuta a un’incapacità psicologica che potrebbe esser superata mediante una concentrazione mentale piú rigorosa e piú intensa, o una trasformazione che renda piú razionale il contesto sociale dove si forma l’osservazione di ciò che appare: appartiene al destino dei mortali l’incapacità di cogliere e di esprimere ciò che appare, quindi ciò che della morte appare, il fenomeno della morte.

Eppure, la “nostra” cultura non ha dubbi sulla capacità di cogliere ed esprimere i tratti che la morte mostra apparendo e il loro significato essenziale: la morte – essa dice – è annientamento; l’annientamento di ciò che muore è il fenomeno della morte; la morte appare come annientamento.

Ormai si ritiene che tutte le cose siano mortali e che di tutte possa quindi apparire il loro annientarsi (e uscire dal niente).

Anche il cristianesimo, che pure è ben lontano dall’abbandonare tutto alla morte e afferma l’immortalità dell’anima, pensa che, con la morte, il corpo in nihilum cedit (cosí scrive Tommaso d’Aquino): se ne va nel niente.

Ma non siamo forse tutti convinti, anche senza fare appello alle varie forme della cultura e basandoci semplicemente sulla nostra esperienza, che l’annientarsi delle cose è quanto di piú visibile esiste tra i visibili? e che l’angoscia e il dramma della vita hanno proprio qui la loro radice, nel constatare ogni giorno e ogni momento che noi e tutto ciò che appartiene al nostro mondo ce ne andiamo nel niente?

La legna sta bruciando. Dapprima se ne distinguono i contorni nella luce del fuoco. Poi le forme scure del legno si fanno sempre piú incandescenti, la fiamma si riduce e i tizzoni diventano braci. Queste, infine, impallidiscono e diventano cenere.

L’incenerirsi di un corpo è la forma piú radicale di ciò che per i mortali è l’annientamento della morte. Qui, in breve tempo e sotto lo sguardo di tutti, il corpo che brucia perde ogni sua qualità. Di esso rimane soltanto la cenere; tutto il resto è diventato niente.

La maggior esattezza con cui la scienza descrive il fenomeno della combustione non muta la sostanza del discorso, perché se, per il primo principio della termodinamica, con l’incenerirsi di un corpo e addirittura di tutto il nostro pianeta, la quantità totale di energia dell’universo non varia, tuttavia quel principio afferma semplicemente la conservazione dell’energia, ma non delle forme in cui di volta in volta l’energia si realizza.

Le forme – figure, aspetti, volumi, suoni, colori e ogni altra qualità dei corpi – tutto questo, anche per quel principio della fisica, non si conserva e diventa niente quando un corpo viene bruciato. La cenere (col calore, il fumo) è appunto la nuova forma in cui esiste l’energia contenuta nel corpo inceneritosi; ma la forma che lo costituiva e per la quale esso era, ad esempio, legna, e non un animale, questa forma, anche per la scienza, con l’incenerirsi del corpo diventa niente.

Cosí, dunque, parlano i mortali, descrivendo il fenomeno della morte, quale si presenta nell’incenerirsi di un corpo.

Ma – nonostante sembri quella del buon senso – è la voce della follia.

Quando si dice che qualcosa è divenuto niente, si intende forse affermare che esso, pur essendo diventato niente, continui tuttavia ad apparire? Ad esempio, che l’esser legna della legna trasformatasi in cenere sia diventato niente e che esso continui ciò nonostante ad apparire (cioè ad essere visibile, constatabile, cosí come lo era prima di diventar niente)?

Daccapo: forse che una cosa può diventar niente e tuttavia continuare a manifestarsi nel suo essere quella cosa che essa era?

“No” risponderanno tutti: ciò che si annienta scompare nella misura in cui si annienta. In questa misura, esso esce dal novero delle cose che appaiono.

(A mezza voce, alcuni riconosceranno anche questo: che nella memoria rimane sí la traccia della legna – che in questo senso continua ad apparire anche quando è diventata cenere –, ma questa traccia, proprio perché rimane, non è la legna che è diventata un niente. La legna è morta, la sua traccia è viva. Non ci può essere memoria dei morti, cioè degli annientati.) Ma se il processo dell’annientarsi è inseparabilmente legato a quello dello scomparire – se cioè una cosa, annientandosi, esce, insieme, dal cerchio dell’apparire (ossia dal luogo luminoso in cui stanno tutte le cose che appaiono) – allora, per sapere che sorte è toccata a ciò che è uscito da quel cerchio, potremo forse rivolgerci alle cose che a tale cerchio appartengono? l’apparire di queste cose potrà forse informarci di ciò che è accaduto a quelle altre che non stanno piú in loro compagnia?

Una analogia ci consente di chiarire il senso di questa domanda.

Quando il sole tramonta, esce dalla volta del cielo e scompare allo sguardo. Che ne è di esso? che sorte gli tocca quando, sprofondando nel mare o nella terra o dietro i monti, non è piú visibile?

Queste domande ci lasciano oggi del tutto indifferenti, anche perché la teoria copernicana assicura che il moto del sole è apparente e che quindi il sole continua a esistere anche quando non è visibile.

Ma se volessimo rispondere a quella domanda unicamente sulla base di ciò che appare nella volta del cielo quando essa è stata abbandonata dal sole, che potremmo dire della sorte del sole resosi invisibile? Che potrebbe dirci, che potrebbe attestare l’apparire della notte, della luna, delle stelle e dei loro moti, intorno a ciò che è accaduto dell’astro che non abita piú con loro la volta del cielo?

Nulla!

Abbandonata dal sole, la volta del cielo tace della sorte di esso, non attesta alcunché intorno a esso.

In senso rigoroso e al di fuori di ogni metafora, le pallide luci del crepuscolo sono la cenere del tramonto del sole.

Come il crepuscolo e gli astri notturni del cielo non mostrano quale sorte sia toccata al sole che li ha abbandonati, cosí la cenere e tutto ciò che appartiene al luogo in cui è avvenuto l’incenerirsi della legna tacciono e non attestano alcunché intorno alla sorte della legna che, se si è annientata, è dovuta anche scomparire, ha dovuto cioè abbandonare la volta dell’apparire abitata da tutte le cose che appaiono.

E come per conoscere la sorte del sole dopo il tramonto occorrono delle teorie, che interpretino ciò che appare e gli attribuiscano quindi proprietà che non appaiono, cosí per conoscere la sorte della legna, che incenerendosi è uscita dall’apparire, occorrono delle teorie, che interpretino il fenomeno dell’incenerirsi e dello scomparire e lo inseriscano in categorie che aggiungono, a ciò che appare, un senso che non è attinto da ciò che appare.

Di queste teorie è supremamente dominante, presso i mortali, quella che afferma che, incenerendosi, la legna è diventata niente.

Si tratta di una teoria, e non della descrizione di un fenomeno, perché se la legna, annientandosi, esce dall’apparire – se, diventata niente, essa non appare nemmeno piú –, allora, che essa sia diventata niente non è qualcosa che possa essere attestato dall’apparire da cui la legna, incenerendosi, è uscita.

Non è il fenomeno dell’incenerirsi, non è l’apparire delle cose ad attestare che cosa abbia avuto in sorte la legna scomparendo: è la teoria suprema dei mortali che, interpretando l’incenerirsi della legna, afferma che essa è diventata niente, le dà in sorte il niente.

È questa suprema teoria a intendere il fenomeno della morte come annientamento. Ed è ancora essa a non riconoscersi come teoria e a presentare il proprio contenuto come qualcosa che appare, cioè come osservabile, constatabile, manifesto, cioè come fenomeno.

La legna sta bruciando. Dapprima appaiono i suoi contorni nella luce del fuoco; poi essi scompaiono e appare l’incandescenza delle braci; a sua volta, poi, questa incandescenza scompare e appare la cenere.

La legna spenta, la legna accesa, le braci, la cenere e il vento che la disperde si sono avvicendati nel cerchio luminoso dell’apparire. Al subentrare di ognuno di questi eventi, il precedente esce dall’apparire. Il cerchio dell’apparire non attesta che la legna si trasforma in cenere: appunto perché non attesta che la legna si annienta come legna. Per “trasformarsi”, o “diventare” cenere è infatti necessario che la legna si annienti come legna. Ma se l’annientamento della legna non appare, non può apparire nemmeno il suo “diventare” cenere.

All’interno di quel cerchio, la cenere non è la sorte toccata alla legna; essa non grida, ma tace la sorte della legna. In quel cerchio, la legna non diventa cenere, cosí come gli uomini non diventano polvere: la cenere è il successore della legna; la polvere dell’uomo. Ma l’annientamento di ciò che muore non appare.

Alle teorie resta dunque affidato il compito di stabilire a quale sorte va incontro ciò che esce dal cerchio delle cose che appaiono.

Questo risultato è decisivo.

Nei miei scritti si mostra – e ne hanno dato un cenno anche le pagine precedenti – che la follia essenziale si esprime nella persuasione che le cose escono e ritornano nel niente. Il mortale è appunto questa volontà che le cose siano un oscillare tra l’essere e il niente.

Al di fuori della follia essenziale, di tutte le cose è necessario dire che è impossibile che non siano, cioè è necessario affermare che tutte – dalle piú umili e umbratili alle piú nobili e grandi – tutte sono eterne. Tutte, e non solo un dio, privilegiato rispetto a esse.

Se questo discorso viene equivocato oltre un certo limite, si può allora pensare che il vero folle è chi questo discorso propone, giacché esso sembra smentito nel modo piú perentorio dal divenire del mondo.

Ebbene, proprio questo si è qui incominciato a chiarire: che se il divenire del mondo è inteso come l’annientamento delle cose, allora il divenire non appare: l’apparire del mondo (l’“esperienza”) non smentisce il discorso affermante l’eternità del tutto; e dunque se in questa affermazione si volesse per forza trovare la follia, essa andrebbe cercata altrove che nella presunta contraddizione tra questa affermazione e ciò che resta attestato dall’apparire del mondo.

Intanto, se il divenire non appare come annientamento, ma come l’entrare e l’uscire delle cose dal cerchio dell’apparire, allora l’affermazione dell’eternità del tutto stabilisce la sorte di ciò che scompare: esso continua a esistere, eterno, come un sole dopo il tramonto.

Non solo la legna fiammeggiante, le braci, la cenere, il vento che la disperde sono eterni astri dell’essere che si succedono nel cerchio dell’apparire, ma anche tutte le fasi dell’albero che, “nella valle ove fresca era la fonte / ed il giovane verde dei cespugli / giocava al fianco delle calme rocce / e l’etere tra i rami traluceva / e quando intorno i fiori traboccavano” (Hölderlin), hanno preceduto la legna tagliata per il fuoco.

Quando gli astri dell’essere escono dal cerchio dell’apparire, il destino della verità li ha già raggiunti e impedisce loro di diventare niente.

Appunto per questo essi – tutti – possono ritornare.

Severino,La strada, Rizzoli, Milano, 1983, pagg. 101-107

Umberto Galimberti, A proposito di no vax: se avessimo studiato filosofia e frequentato un po’ di cultura scientifica non rifiuteremmo il vaccino, In D – La Repubblica 18 settembre 2021

Ma il libro è duro a morire. Intervista di Bruno Arpaia a IRENE VALLEJO sul libro Papyrus. L’infinito in un giunco, Bompiani, in Il Venerdi della repubblica 27 agosto 2021

Rachele Bindi, I libri che fanno la felicità. Prenditi cura della tua anima con la libroterapia, Vallardi, 2019

un percorso lungo 135 libri per imparare a leggere nel profondo delle storie ed esplorare noi stessi alla ricerca della felicità.

Durante una seduta di libroterapia non si abbracciano libri come alberi, né si sciolgono pezzetti di romanzo in un bicchiere d’acqua. Anche se ha molto a che vedere con la psicoterapia e con la ricerca dell’equilibrio interiore, la libroterapia si può fare comodamente seduti sul divano in salotto, o a letto prima di dormire. Rachele Bindi ci guida su un cammino letterario che conduce, passo dopo passo e una domanda dopo l’altra, a quelle verità profonde e durature che sono l’ingrediente indispensabile per una vita felice. Grazie a Virginia Woolf riusciremo a dimenticare la frenetica agenda della giornata, con Arundhati Roy ci perderemo nella meraviglia delle piccole cose, sulla scia di Philip Roth impareremo a rivalutare gli affetti familiari, insieme a Stephen King sconfiggeremo le nostre paure proprio come fanno i ragazzini protagonisti di It.
Un meraviglioso viaggio attraverso generi ed epoche per indagare noi stessi e scoprire il vero significato della parola felicità.

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Roberto Calasso (1941-2021)

Roberto Calasso (1941-2021). Scrittore. Saggista. Editore. Proprietario, presidente e direttore editoriale di Adelphi • «Sono nato in mezzo ai libri. Mio padre (il giurista Roberto Calasso, ndr), che era storico del diritto, lavorava per lo più su testi stampati fra l’inizio del Cinquecento e la metà del Settecento. Molti erano i volumi in-folio. Impossibile non vederli. Anche mio nonno Ernesto Codignola, che insegnava Filosofia all’Università di Firenze e fondò la casa editrice La Nuova Italia, aveva una biblioteca notevole, soprattutto di storia e filosofia, oggi incorporata nella biblioteca della Scuola Normale di Pisa» • «Dopo aver frequentato il liceo classico T. Tasso di Roma si è laureato in letteratura inglese con Mario Praz presentando una tesi sulla teoria ermetica del geroglifico in Sir Thomas Browne, erudito e occultista secentesco. Infatuatosi poi del filosofo Theodor W. Adorno, che ne apprezzò la solerzia bibliografica (“Ha letto tutti i miei libri e anche quelli che non ho avuto ancora il tempo di scrivere” disse di quel ventenne incontrato nel salotto di Elena Croce), si riprese dalla sbandata francofortese grazie a Bobi Bazlen, lettore onnivoro e fondatore dell’Adelphi, che gli spiegò come “l’io illuministico non andava salvato ma condotto a naufragio definitivo” e gli dischiuse le porte della cultura mitteleuropea che avrebbe segnato il suo destino di editore eclettico e esoterico “estraneo sia al bigottismo della sinistra sia al buzzurrismo della destra”. Tocca la perfezione nelle quarte di copertina» (Pietrangelo Buttafuoco) • Ha poi raccolto in volume e pubblicato nel 2003 queste quarte di copertina con il titolo Cento lettere a uno sconosciuto: tutti i suoi scritti sono editi dalla stessa Adelphi, fatto che ha suscitato qualche critica in passato • Negli anni Cinquanta ha fatto parte della redazione della rivista d’arte e letteratura Paragone, diretta dalla scrittrice Anna Banti. Insieme a lui c’erano anche Alberto Arbasino, Elémire Zolla e Umberto Eco (Sandra Petrignani) • Suo primo libro, L’impuro folle, del 1974: «Venne fuori di sorpresa, lo scrissi in due mesi con una sorta di febbre, mentre stavo lavorando a una introduzione alle Memorie di un malato di nervi di Schreber. Successe che Schreber improvvisamente diventò personaggio di romanzo. Come se le sue allucinazioni proseguissero in altra forma» • Tra le sue opere: La rovina di Kasch (1983); Le nozze di Cadmo e Armonia, la più importante, del 1988, a lungo in testa nella classifica dei libri più venduti; Ka (1996); K (2002); Il rosa Tiepolo (2006); L’ardore (2010); Il Cacciatore Celeste (2016), L’innominabile attuale (2017) • Battuto per un voto da Giuseppe Pontiggia al premio Strega del 1989. Da allora l’Adelphi non vi ha più partecipato • Tra i maggiori successi Adelphi che si devono a Calasso: L’insostenibile leggerezza dell’essere e le altre opere di Kundera, la scelta controcorrente di pubblicare la sterminata opera di Georges Simenon, il caso de La versione di Barney di Mordecai Richler e Zia Mame di Patrick Dennis • «Le sue polemiche sono rimaste nella storia della cultura italiana: con il germanista Cesare Cases, con il filologo Cesare Segre a proposito della pubblicazione di un pamphlet antisemita di Léon Bloy, con il critico Pier Vincenzo Mengaldo. Di recente, per Feltrinelli, è uscito un saggio di Elena Sbrojavacca (Letteratura assoluta) sulle sue opere maggiori. Si tratta di undici volumi, per un totale di 5.000 pagine, apparsi a partire dal 1983 (La rovina di Kasch), che attraversano varie epoche, dall’India dei Veda alla Parigi di Baudelaire alla Praga di Kafka» (Paolo Di Stefano) • Scriveva a mano. Appassionato di fotografia (ha pubblicato un saggio su Chatwin fotografo) • Juventino • Lascia la moglie, la scrittrice svizzera Fleur Jaeggy (niente figli con lei), e due figli, Josephine e Tancredi, avuti con la scrittrice tedesca Anna Katharina Fröhlich • È morto a Milano, dopo una lunga malattia, proprio nel giorno in cui escono i suoi ultimi volumi autobiografici, Memè Scianca, sulla sua infanzia a Firenze, e Bobi, memoir su Roberto Bazlen.

Memè Scianca e Bobi di Roberto Calasso (Adelphi)

. Antonio Gnoli su la Repubblica: «Occorre una certa temerarietà per riuscire a far convivere il remoto e il vicino, il Calasso autore con il Calasso che si abbandona al dondolio ipnotico dell’infanzia. Ma il risultato è sorprendente se ricondotto ai due libretti, […] talmente scarni e incisivi da far pensare all’essenzialità di un graffito che spunta improvviso da una grotta della memoria. Si tratta di Memè Scianca (un soprannome sibillino che l’autore in qualche modo non sa ricostruire con esattezza) e di Bobi. Mentre il primo ha un’ambientazione nell’infanzia fiorentina, l’altro ci consegna gli anni romani e l’incontro fondamentale con Bazlen. C’è una chiara contiguità biografica tra i due libri (ed è giusto leggerli in sequenza), ma è come se ciascuno si alimentasse di una trasparenza originaria che solo il luogo che la contiene riesce a rendere evidente. Firenze, dicevo. Arricchita da alcuni episodi che rivelano la storia di un bambino in equilibrio tra normalità ed eccezione: il campetto di calcio su cui nasce l’amicizia con Enzo Turolla (che lo istraderà alla lettura di Proust), le figurine, avidamente comprate all’edicola, le prime travolgenti letture (Cime tempestose, l’Orlando furioso, i gialli, Simenon ma anche gli angloamericani come Van Dine, Wallace, Stout, Cheyney), la scoperta della mitologia, i versi di Baudelaire che il bambino manda a memoria. È il Roberto nato durante la guerra, che attende con occhi impazienti, dalla finestra dello studio paterno, il giorno del passaggio delle Mille Miglia. La sua è un’infanzia colta, a tratti solitaria, arricchita dai primi sofisticati interessi musicali, vissuta attraverso la presenza di un padre, straordinario giurista, e di una madre che si è laureata su Plutarco con Giorgio Pasquali e che gestisce con fermezza e apprensione le difficoltà che la famiglia vive negli anni duri del conflitto. Fino alla rivelazione dell’episodio più drammatico: l’arresto – insieme a Renato Biasutti e Ranuccio Banchi Bandinelli – di Francesco Calasso, accusato dell’omicidio Gentile. Seguono settimane di angoscia e la quasi certezza di un’esecuzione imminente. Le testimonianze favorevoli di Benedetto Gentile, figlio del filosofo, e del console tedesco in Italia Gerhard Wolf salvano i tre ostaggi. La scrittura di Calasso sembra fatta da colpi di vento che, per un attimo, spalancano le vite di personaggi solo sfiorati» (leggi qui).

“L’universo speculativo di Severino mi ha sempre evocato una biforcazione visionaria alle origini della cultura occidentale …, in Giuseppe Pontiggia, L’isola volante, Mondadori, 1996, pag. 231

L’universo speculativo di Severino mi ha sempre evocato una biforcazione visionaria alle origini della cultura occidentale: da un lato la direzione della nostra storia, dominata dalla follia del nichilismo, che identifica l’essere con il divenire, e asservita al trionfo della tecnica, che si esprime come volontà di potenza sul mondo; dall’altro una direzione ipotetica, percorribile solo attraverso il ripudio della tradizione e il ritorno a Parmenide che affermava l’immutabilità eterna dell’essere e l’apparenza del divenire.

In Giuseppe Pontiggia, L’isola volante, Mondadori, 1996, pag. 231

“Mentre leggevo Oltre il linguaggio di Emanuele Severino, pubblicato da Adelphi (1992), riflettevo che dei testi filosofici sarebbe interessante analizzare, insieme con la trama delle idee, le sensazioni che suscitano …, in Giuseppe Pontiggia, L’isola volante, Mondadori, 1996, pag. 229

Mentre leggevo Oltre il linguaggio di Emanuele Severino, pubblicato da Adelphi (1992), riflettevo che dei testi filosofici sarebbe interessante analizzare, insieme con la trama delle idee, le sensazioni che suscitano.

Non credo si cadrebbe il un impressionismo arbitrario. Ogni volta che un uomo dice con precisione – al di là di quello che pensa – quello che veramente e magari paradossalmente sente, provoca negli altri un interesse non meno intenso del suo. E compie un passo ulteriore verso quella verità occulta che viene spesso elusa dalla sincerità immediata.

In Giuseppe Pontiggia, L’isola volante, Mondadori, 1996, pag. 229

Carroll, Qualcosa di nascosto a fondo. Il mondo dei quanti e l’emergere dello spaziotempo

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Carroll, Qualcosa di nascosto a fondo. Il mondo dei quanti e l’emergere dello spaziotempo

La poesia, di VALERIO MAGRELLI

Le poesie vanno sempre rilette,
lette, rilette, lette, messe in carica;
ogni lettura compie la ricarica,
sono apparecchi per caricare senso;
e il senso vi si accumula, ronzio
di particelle in attesa,
sospiri trattenuti, ticchettii,
da dentro il cavallo di Troia.

EUGENIO MONTALE, La verità

La verità è nei rosicchiamenti

delle tarme e dei topi,

nella polvere ch’esce da cassettoni ammuffiti

e nelle croste dei “grana” stagionati.

La verità è la sedimentazione, il ristagno,

non la logorrea schifa dei dialettici.

È una tela di ragno, può durare,

non distruggetela con la scopa.

È beffa di scoliasti l’idea che tutto si muova,

l’idea che dopo un prima viene un dopo

fa acqua da tutte le parti. Salutiamo

gli inetti che non s’imbarcano. Si starà meglio

senza di loro, si starà anche peggio

ma si tirerà il fiato.

EUGENIO MONTALE, Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Bastava essere poeti per finire in manicomio, intervista di Sergio Zavoli (1923-2020) in Domani, 4 agosto 2021

letto in edizione cartacea

cerca in

https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/bastava-essere-poeti-per-finire-in-un-manicomio-bpvz17wf

alcune poesie di MARK STRAND raccolte nel blog traccesent.com

vai a:

https://traccesent.com/category/autori/strand-mark/

MANICOMIO E’ PAROLA ASSAI PIU’ GRANDE e IL DOTTORE AGGUERRITO NELLA NOTTE, di Alda Merini

Manicomio è parola assai più grande

delle oscure voragini del sogno,

eppur veniva qualche volta al tempo

filamento di azzurro o una canzone

lontana di usignolo o si schiudeva

la tua bocca mordendo nell’azzurro

la menzogna feroce della vita.

O una mano impietosa di malato

saliva piano sulla tua finestra

sillabando il tuo nome e finalmente

sciolto il numero immondo ritrovavi

tutta la serietà della tua vita.

Il dottore agguerrito nella notte
viene con passi felpati alla tua sorte,
e sogghignando guarda i volti tristi
degli ammalati, quindi ti ammannisce
una pesante dose sedativa
per colmare il tuo sonno e dentro il braccio
attacca una flebo che sommuove
il tuo sangue irruente di poeta.
Poi se ne va sicuro, devastato
dalla sua incredibile follia
il dottore di guardia, e tu le sbarre
guardi nel sonno come allucinato
e ti canti le nenie del martirio.

nell’anno di Dante : “INFORSARSI”, “essere in dubbio”

Bibliografia di VINCENZO GUARRACINO, pubblicata in LUNARIO DEI DESIDERI, a cura di Vincenzo Guarracino, Di Felice editore, 2019

LUNARIO DEI DESIDERI, a cura di Vincenzo Guarracino, Di Felice editore, 2019

Nelle pagine del “libro infinito” della vita, la parola “amore” si declina in infiniti modi: abbracci, baci, assedio, assalti, desideri, fedeltà, tutto troppo spesso al passato, se non con al presente la minaccia del disamore, quando non drammaticamente addirittura dell’odio.
Ma cosa vuol dire esattamente la parola “amore”? (…) È all’interno di questo quadro che si collocano le risposte dei poeti interrogati in questo catalogo (troppo vasto, troppo ristretto?): risposte che compongono un romanzo e un’avventura proteiforme e interminabile (in senso freudiano), dal cui attraversamento, come da un mosaico, si può tentare di ricavare una teoria, una sacra processione di immagini.

Dalla prefazione di Vincenzo Guarracino

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Rosa Maria Corti, Viaggio poetico tra case e anime di scrittori, Montedit editore. Recensione di Pietro Berra in La Provincia 5 luglio 2021

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La cura dello sguardo. Nuova farmacia poetica di Franco Arminio (Bompiani)

La cura dello sguardo. Nuova farmacia poetica di Franco Arminio (Bompiani) . Gianluigi Simonetti su Il Sole 24 Ore: «Nella nota introduttiva, l’autore si presenta come un malato e insieme un guaritore, armonizzando due sottogeneri narrativi oggi fra i più diffusi: opere che raccontano un’infermità, opere che propongono qualche forma di assistenza o auto-aiuto. Alla confluenza tra i due ambiti, Arminio offre “istruzioni semplici”, “consigli che posso dare, piccoli precetti fatti in casa” – dove l’accento cade tanto sull’artigianato quanto sull’efficacia della scrittura (“la poesia è letteralmente un farmaco”; “la lingua è una grande cura”; “la medicina del futuro è la poesia”). […] Per funzionare, cioè per agire sul numero più alto possibile di lettori, un testo deve essere veloce: “un mondo che si è fatto velocissimo richiede una letteratura semplice e breve, diretta e limpida”; “molti ancora indugiano a scrivere come se le persone avessero ancora tempo per star dietro ai giochi con la lingua”. […] Aprendo il libro di Arminio troviamo innanzitutto una grande quantità di “poesia”, intesa come emotività decomplessata; ma una poesia che si dispiega quasi sempre nella prosa – cioè senza la fatica, la scommessa e il rischio dell’andare a capo (i testi versificati sono sei in duecento pagine). […] Nella Cura dello sguardo c’è un passo, rivelatore, in cui chi scrive esprime il proprio umanissimo bisogno di conferme: “Ho sempre cercato vanamente l’approvazione del paese, come quella del padre. Ma forse per un poeta questa è la cosa più difficile”. Infatti. Per molto tempo Arminio ha cercato l’approvazione della critica, che lo ha consacrato scrittore “di qualità”; adesso cerca l’approvazione di un pubblico vasto, che lo consacri scrittore “di successo”. E tuttavia non si può dire che il suo impianto retorico sia sostanzialmente cambiato (come non è cambiato il suo ansioso bisogno di padri); si è solo adeguato a un posizionamento differente, attenuando i marcatori stilistici associati alla qualità “per pochi” (per esempio il registro lugubre e autoptico, l’ipocondria nera, l’ironia fantastica, la fissità elencatoria) ed enfatizzando quelli che si associano alla letteratura “per tutti” (per esempio l’enfasi sentimentale, lo slancio terapeutico, i picchi patetici, i dispositivi oratori). Ma gli uni e gli altri erano già presenti nella sua scrittura. […] Il percorso di questo autore, al di là di ogni liquidazione o idolatria, è interessante per almeno due ragioni: mostra dove va la letteratura che vuole farsi leggere da molti, e quale prezzo può pagare per realizzare questo scopo; fa riflettere sulle contraddizioni della critica – su come la qualità, al pari dell’impegno, possa rivelarsi niente più che un’etichetta».

La follia dell’esistere, Intervista a Emanuele Severino a cura di Vera Slepoj, Riza psicosomatica n. 74, aprile 1987

Avatar di Paolo FerrarioIl pensiero di EMANUELE SEVERINO, a cura di Vasco Ursini (1936 - 2023)

La follia dell’esistere
Intervista a Emanuele Severino a cura di Vera Slepoj, Riza psicosomatica n. 74, aprile 1987
Com’è diventato filosofo?
Ho sentito parlare per la prima volta di filosofia da mio fratello che era normalista all’università di Pisa, io e mio fratello avevamo otto anni di differenza, lui era del ’21; io del 29; morì nel ’41 durante la guerra, che aveva appena vent’anni. Mio fratello studiava lettere, ma ogni studente che andasse a Pisa era influenzato dal pensiero di Giovanni Gentile. Quindi, per me, il primo filosofo, il primo contatto fu con Gentile. Mio fratello era in contatto con i filosofi di quel tempo, Ruiz, Calogero e altri che conobbi quando avevo 12 anni. A quel tempo studiavo dai Gesuiti qui a Brescia e per l’ambiente di Pisa era come una boccata d’aria. Diciamo che mio fratello fu il tramite e fece sì che leggessi La logica di…

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GLI OCCHIALI: piccoli piaceri per l’anima bassa. da Jacques Schlanger, Filosofia da camera, Feltrinelli, 2005 – TRACCE e SENTIERI

GLI OCCHIALI: piccoli piaceri per l’anima bassa. da Jacques Schlanger, Filosofia da camera, Feltrinelli, 2005

GLI OCCHIALI: piccoli piaceri per l’anima bassa. da Jacques Schlanger, Filosofia da camera, Feltrinelli, 2005 – TRACCE e SENTIERI

RESPIRO. Anima bassa e Anima media: l’esercizio del LAGO (letture da: lettura da Jacques SCHLANGER, Filosofia da camera, Feltrinelli 2004. E da John M. Kennedy e Jason Jenning, RESPIRA COL CUORE, Mondadori, 2010) – TRACCE e SENTIERI

RESPIRO. Anima bassa e Anima media: l’esercizio del LAGO (letture da: lettura da Jacques SCHLANGER, Filosofia da camera, Feltrinelli 2004. E da John M. Kennedy e Jason Jenning, RESPIRA COL CUORE, Mondadori, 2010)

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RESPIRO. Anima bassa e Anima media: l’esercizio del LAGO (letture da: lettura da Jacques SCHLANGER, Filosofia da camera, Feltrinelli 2004. E da John M. Kennedy e Jason Jenning, RESPIRA COL CUORE, Mondadori, 2010) – TRACCE e SENTIERI

Jacques Schlanger, La solitudine di un maratoneta del pensiero, Il Melangolo, 2007

I filosofi sono costruttori di mondi possibili … in Jacques Schlanger, La solitudine di un maratoneta del pensiero, Il Melangolo, 2007, pagina 56

“I grandi filosofi  d’Occidente sono costruttori di mondi, anche quando, come nel caso di Sesto Empirico, Nietzsche, Wittgenstein, pretendono di criticare ogni costruzione intellettuale.

I filosofi sono costruttori di mondi possibili.

Per “mondo possibile”  intendo un insieme di idee, oggetto ideale del linguaggi (ideale= che è fatto di idee, e ha a che fare con esse) che spieghi il mondo reale facendogli da base ontologica e teoretica”

 

in Jacques Schlander, La solitudine di un maratoneta del pensiero, Il Melangolo, 2007,  pagina 56

 

Una parola muore … di Emily Dickinson

Una parola muore

appena detta,

dice qualcuno.

Io dico che solo quel giorno

comincia a vivere

da

Una parola muore di Emily Dickinson

Leonardo MESSINESE, Nel castello di EMANUELE SEVERINO, Inschibollet edizioni, 2021, pagine 197. INDICE del libro

I PRESOCRATICI, a cura di Giovanni Reale, Bompiani, 2012. Indice della antologia

… La Natura non è cieca e caotica: è ordinata e bella, con i suoi ritmi e disegni … citazione da John SELLARS, Sette brevi lezioni sullo stoicismo, Einaudi, 2021 , pagina 48

… c’è un principio razionale nella Natura, cui si deve il suo essere ordinata e animata …

La Natura non è cieca e caotica:

è ordinata e bella, con i suoi ritmi e disegni.

Non è composta di materia inerte:

è un singolo organismo vivente di cui tutti siamo parte”

in John SELLARS, Sette brevi lezioni sullo stoicismo, Einaudi, 2021 , pagina 48

Leonardo MESSINESE, Nel castello di EMANUELE SEVERINO, Inschibollet edizioni, 2021, pagine 197. Recensione di Giancristiano Desiderio

Doriam Battaglia: “credo nella co-essenza di tutto ciò che esiste. Materia, energia, vita e coscienza, informazione sono un’unica entità, in-creata ed eterna, in perpetua relazione tra ogni sua parte …

“credo nella co-essenza di tutto ciò che esiste. Materia, energia, vita e coscienza, informazione sono un’unica entità, in-creata ed eterna, in perpetua relazione tra ogni sua parte. La nostra visione dualistica della realtà riduce ogni cosa negli opposti, ma ciò è il frutto della nostra limitata percezione. Tra i due opposti, che in realtà sono un’unica inscindibile entità, esistono infinite gradazioni. Tutto è un’unica energia, vibrante e modulata su infinite frequenze. Di queste lunghezze d’onda noi percepiamo solo una piccolissima porzione, lo spettro della luce visibile che si estende tra il rosso, il colore con la frequenza più bassa, e il violetto, che possiede la frequenza più alta tra quelle percepibili dai nostri occhi. ” …

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ONE, from red to blu, from blu to red. – Doriam Battaglia

A proposito di LIBRI. Come nascono e diventano questi oggetti di carta dove leggiamo storie, idee e mondi interi. Autori: Arianna Cavallo, Gabriele Gargantini, Ludovica Lugli, Giacomo Papi, Marco Verdura, Iperborea editore, 2021

EPICURO. Il fine ultimo della filosofia è raggiungere la felicità, testo di Gabriella Berti, in Storica/National Geographic, 2021

La mano sporca – Mark Strand — DA Poesia in rete

Foto di Timothy Greenfield   La mia mano è sporca. Devo amputarla. Lavarla non ha senso. L’acqua è putrida. Il sapone è pessimo. Non fa schiuma. La mano è sporca. Da anni è sporca. La tenevo di solito lontano dagli occhi, nelle tasche dei calzoni. Nessuno sospettava nulla. La gente mi si avvicinava, voleva darmi […]

La mano sporca – Mark Strand — Poesia in rete

“Ciò che viene ricordato vive”, citazione nel film: NOMADLAND, di Chloé Zhao, con Frances McDormand, 2020

“Giovanni Semerano e la dicotomia indoeuropeisti-semitisti” di Giuseppe Ieropoli | Letture.org

Dott. Giuseppe Ieropoli, Lei è autore del libro Giovanni Semerano e la dicotomia indoeuropeisti-semitisti pubblicato da La Finestra Editrice: quale importanza riveste la prospettiva storico-linguistica indicata da Giovanni Semerano?

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“Giovanni Semerano e la dicotomia indoeuropeisti-semitisti” di Giuseppe Ieropoli | Letture.org

omaggio (in Petit 11)

Avatar di loulescritteriate

Emanuele

lo suggerì:

è il ricordo

ciò che ci renderà

eterni.

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Mattina: raggio di sole sui libri di EMANUELE SEVERINO, maggio 2021

introduzione di VINCENZO GUARRACINO alla nuova edizione del DISCORSO SUI COSTUMI DEGLI ITALIANI di GIACOMO LEOPARDI, La Nave di Teseo editore. Articolo in La Provincia/L’Ordine 23 maggio 2021

Domenico Pelini legge: Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili, Adelphi, 1989, pag. 29: “D’inverno , specialmente la domenica, ti svegli in questa città …

D’inverno, specialmente la domenica, ti svegli in questa città tra lo scrosciare festoso delle sue innumerevoli campane, come se dietro le tendine di tulle della tua stanza tutta la porcellana di un gigantesco servizio da tè vibrasse su un vassoio d’argento nel cielo grigio perla. Spalanchi la finestra, e la camera è subito inondata da questa nebbiolina carica di rintocchi e composta in parte di ossigeno umido, in parte di caffè e di preghiere. Non importa la qualità e la quantità delle pillole che ti tocca inghiottire questa mattina: senti che per te non è ancora finita. … In giorni come questi la città sembra davvero fatta di porcellana: come no, con tutte le sue cupole coperte di zinco che somigliano a teiere, o a tazzine capovolte, col profilo dei suoi campanili in bilico che tintinnano come cucchiaini abbandonati e stanno per fondersi nel cielo.

A volte un pensiero ti sfiora più di un abbraccio…

Poesia, poesia! Chi vuole poesia…?,, di Vincenzo Guarracino

Cos’è la poesia? Futile passatempo, tempo sprecato, sottratto alla vita, alle cose essenziali, suppongono molti, sulla scorta anche dell’amara autoiroinia di Flaubert del Dizionario dei luoghi comuni, deplorando quei poeti che si esaltano di tutto e che aspirano all’incenso, appagati dall’“euforia” di una condizione di risibile privilegio, dimentichi di essere alla mercé del “vento della transitorietà”.

Bisogna, a mio parere, partire da questa considerazione nell’atto di presumere di poter parlare di “poesia”, oggi soprattutto: ricavandola da Flaubert e da Montale e da qui muovendosi più alla radice, da Leopardi (e “per li rami”, da Dante).

per l’intero testo vai a:

Poesia, poesia! Chi vuole poesia…?

Sulla necessità di leggere (in: Come un romanzo, Daniel Pennac)

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Sulla necessità di leggere (in: Come un romanzo, Daniel Pennac) – lescritteriate

PEPE Laura, La voce delle sirene. I Greci e l’arte della persuasione, Laterza editore, 2020

https://www.laterza.it/2021/01/31/laura-pepe-racconta-la-voce-delle-sirene/

«Secondo una celebre e fortunata espressione omerica, le parole sono alate: non tanto come gli uccelli, ma piuttosto come le frecce, che tagliano l’aria veloci per andare dritte al bersaglio e far breccia nel cuore di chi le ascolta. Da sempre i Greci sanno che la parola serve a convincere, a mostrare che cosa è vero e che cosa è giusto. Ma sanno anche che essa ha in sé una forza magica: può trasformarsi in incantesimo, capace di dominare e di trascinare l’animo di chi ascolta; di ammaliare come la musica e di curare come una medicina; ma, soprattutto, di ingannare e di illudere.»

Per gli antichi le Sirene erano mostri orripilanti, per metà uccelli e per metà donne. Eppure, esse avevano qualcosa che le rendeva irresistibili: la voce, suadente e ammaliatrice. Insieme ad altre figure mitologiche a loro affini come Circe, Calipso ed Elena, le Sirene sono in questo libro le protagoniste della prima tappa di un cammino che, partendo da Omero e a Omero ritornando, si concentra sull’Atene del V secolo, la città della democrazia e della parola. Ripercorrendo storie poco note e celebri passi di prosa e di poesia, Laura Pepe indaga le incredibili potenzialità di peithó, persuasione, la parola che insieme seduce e convince. Sovrano potentissimo, la parola è capace di compiere le imprese più divine: sa convincere del vero e del giusto, ma può anche illudere e ingannare. Scopriremo la sua forza in queste pagine, guardando ai protagonisti della politica che arringano il popolo riunito in assemblea, agli accusatori e agli accusati che si industriano a convincere i giudici del tribunale e, infine, a quei maestri di persuasione che furono i sofisti. E ancora una volta saremo grati alla Grecia antica, che – tra storia, mito, poemi e filosofia – ha dato forma al nostro modo di pensare e di confrontarci con il mondo.

VENEZIANI Jacopo, Simmetrie. Osservare l’arte di ieri con lo sguardo di oggi, Rizzoli, 2021. Indice del libro

scheda dell’editore:

Non sono le cose turbare gli uomini, ma i loro GIUDIZI sulle cose, EPITTETO

Non sono le cose turbare gli uomini, ma i loro GIUDIZI sulle cose

Epitteto (I – II secolo d.c)

AFORISMA: etimologia e significato

dal greco aphorismus,

derivante da aphorismòs (apò orizo: separo, delimito)

Ne troviamo uno ogniqualvolta un enunciato conciso affermi una verità (o mezza verità, o una e mezzo) di un qualche interesse

da: https://antemp.com/2021/04/18/emily-dickinson-pochi-amano-veramente-aforismi-in-versi-e-in-prosa-scelti-e-tradotti-da-silvio-raffo-de-piante-editore-2021/

Wrong Hands | Cartoons by John Atkinson. ©John Atkinson, Wrong Hands

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Wrong Hands | Cartoons by John Atkinson. ©John Atkinson, Wrong Hands

I grandi CLASSICI riveduti e scorretti. 50 libri che non potete non conoscere raccontati come nessun altro potrebbe fare, Longanesi editore, 2018. Indice del libro

Emily Dickinson, Pochi amano veramente. Aforismi in versi e in prosa scelti e tradotti da Silvio Raffo, De Piante editore, 2021

vai alla scheda dell’editore

Jacopo Veneziani presenta Simmetrie. Osservare l’arte di ieri con lo sguardo di oggi (Rizzoli) – video YouTube

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(1287) Simmetrie • Incontro online con Jacopo Veneziani – YouTube

“IL TEMPO” di J. L. Borges da Oral” e ORAL – da Il Tempo Circolare – Jorge Luis Borges

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“IL TEMPO” di J. L. Borges da Oral” e ORAL – Il Tempo Circolare – Jorge Luis Borges

RECALCATI Massimo, Ritorno a Jean-Paul Sartre. Esistenza, infanzia e desiderio, Einaudi, 2021. Indice del libro

“Guardare il fiume fatto di tempo e d’acqua e ricordare che il tempo è un altro fiume …”, Jorge Luis Borges, in L’artefice, 1960

Guardare il fiume fatto di tempo e d’acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume.
Sapere che ci perdiamo come il fiume
e che passano i volti come l’acqua.

Sentire che la veglia è un altro sogno,
sogno di non sognare e la morte
che il nostro corpo teme è questa morte
di ogni notte, che chiamiamo sonno.

Vedere nel giorno o nell’anno un simbolo
dei giorni dell’uomo e dei suoi anni,
trasfigurare l’oltraggio degli anni
in una musica, un rumore, un simbolo,

vedere nella morte il sonno, nel tramonto
un triste oro, questo è la poesia
che è povera e immortale. La poesia
si volge come l’aurora e il tramonto.

Talora nel crepuscolo un volto
ci guarda dal fondo di uno specchio;
l’arte deve esser come quello specchio
che ci rivela il nostro proprio volto.

Ulisse, dicono, stanco di prodigi,
pianse d’amore, scorgendo la sua Itaca
umile e verde. L’arte è quell’Itaca
di verde eternità, non di prodigi.

È anche come il fiume senza fine
che passa e resta; è specchio di uno stesso
Eraclito incostante, uno e diverso
sempre, come il fiume senza fine.

Jorge Luis Borges

VASCO URSINI, Una filosofia per il tempo che viviamo, Edizioni Nuova Prhomos, 180 pagine, 2021, INDICE del libro – dal blog Il pensiero di Emanuele Severino nella sua “regale solitudine” rispetto all’intero pensiero contemporaneo

da

Sito della casa editrice:

https://www.nuovaprhomos.com/

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ILIADE, Storie e Miti del mondo classico per ragazzi di tutte le età, testi di Anna Mainoli e Eloisa Guarracino, introduzione di Andrea Marcolongo, La Repubblica, aprile 2021

Nicola Zippel, Con le parole dei filosofi, Carocci editore, 2021. Indice del libro

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Nicola Zippel, Con le parole dei filosofi, Carocci editore, 2021. Indice del libro – Il pensiero di Emanuele Severino nella sua “regale solitudine” rispetto all’intero pensiero contemporaneo

Luca Serianni, L’ITALIANO. PARLARE, SCRIVERE, DIGITARE. Con un saggio di Giuseppe Antonelli – Treccani Libri, 2019

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Luca Serianni, L’ITALIANO. PARLARE, SCRIVERE, DIGITARE. Con un saggio di Giuseppe Antonelli – Treccani Libri, 2019 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

Commentaire sur le Parmenide de Platon, di Proclus, Les Belles Lettres, 2021. Recensione di Armando Torno, in Il Sole 24 Ore 11 aprile 2021

DUBUS Andrè, Riflessioni da una sedia a rotelle, Mattioli 1885 editore, 2021

Stephen King, On Writing. Autobiografia di un mestiere

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King, On Writing. Autobiografia di un mestiere

Il metodo DANTE, per superare ansia, frustrazione e paure e ritrovare la “diritta vita”, di Richard Schaub & Bonney Giulino Schaub, Piemme editore, 2004. Indice del libro

Adriana MAZZARELLA, Alla ricerca di Beatrice. Il viaggio di DANTE e l’uomo moderno, IN/OUT editore, Milano 1991. Indice del libro

L’ODISSEA, con gli attori del Teatro Patologico di Roma, diretti da Dario D’Ambrosi. regia di Domenico Iannacone e Lorenzo Scurati, RAITRE 2 aprile 2021

L’ODISSEA, con gli attori del Teatro Patologico di Roma, diretti da Dario D’Ambrosi. regia di Domenico Iannacone e Lorenzo Scurati, RAITRE 2 aprile 2021

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L’ODISSEA, con gli attori del Teatro Patologico di Roma, diretti da Dario D’Ambrosi. regia di Domenico Iannacone e Lorenzo Scurati, RAITRE 2 aprile 2021 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

La COMMEDIA di DANTE, raccontata e letta da Vittorio SERMONTI, Emons Audiolibri, 9 CD in formato Mp3, 2021

LEGGENDE DELL’ANTICA GRECIA, Storie e Miti del mondo classico per ragazzi di tutte le età, testi di Anna Mainoli e Eloisa Guarracino, introduzione di Andrea Marcolongo, La Repubblica, marzo 2021

ORTOLEVA Peppino, Miti a bassa intensità. Racconti, media, vita quotidiana, Einaudi, 2019

GORMAN Amanda, The Hill We Climb. Parole di coraggio, speranza e futuro, Corriere della Sera, 2021

Emanuele Severino, Oltre la cenere. L’albero, la legna , il fuoco: eternità delle cose, in Corriere della Sera, 14 agosto, 1980

Emanuele Severino, Oltre la cenere. L’albero, la legna , il fuoco: eternità delle cose, in Corriere della Sera, 14 agosto, 1980

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Emanuele Severino, Oltre la cenere. L’albero, la legna , il fuoco: eternità delle cose, in Corriere della Sera, 14 agosto, 1980 – Il pensiero di Emanuele Severino nella sua “regale solitudine” rispetto all’intero pensiero contemporaneo

Riassunto Promessi Sposi di Alessandro Manzoni – in Studia Rapido

Riassunto Promessi Sposi di Alessandro Manzoni

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Riassunto Promessi Sposi di Alessandro Manzoni – Studia Rapido

La Divina Commedia -Vespri danteschi interpretati da Lucilla Giagnoni, al Teatro Faraggiana di Novara – in RaiPlay

La Divina Commedia interpretata per intero, tutti i 100 canti, da una voce e uno sguardo femminile, quelli di Lucilla Giagnoni, dal Teatro Faraggiana di Novara

vai a:

La Divina Commedia – Vespri danteschi – RaiPlay

una biografia di VAN GOGH, a Mangiafuoco sono io, Rai Radio 1, 28 marzo 2021

ascolta in:

https://www.raiplayradio.it/audio/2021/03/MANGIAFUOCO-9a25572d-2931-4701-93bc-1671fc74efa3.html

qui tutto il programma di Mangiafuoco sono io

https://www.raiplayradio.it/programmi/mangiafuocosonoio

ODISSEA, Storie e Miti del mondo classico per ragazzi di tutte le età, testi di Anna Mainoli e Eloisa Guarracino, introduzione di Andrea Marcolongo, La Repubblica, marzo 2021

Vivere con i libri. Un’elegia e dieci digressioni, di Alberto Manguel. Giulio Einaudi Editore, 2018

Alberto Manguel Vivere con i libri Un’elegia e dieci digressioni

VAI ALLA SCHEDA DELL’EDITORE:

Vivere con i libri, Alberto Manguel. Giulio Einaudi Editore – Frontiere

DUBUS Andrè, Ballando a notte fonda – Mattioli 1885 editore, 2021

Quattordici storie di uomini e donne e famiglie dentro la vita americana, in lotta con pregiudizi e solitudine, feriti dalla perdita dell’amore o dall’impossibilità di accettarlo – ma capaci di trovare un’estrema luminosa redenzione. Dubus descrive il microcosmo di ciò che alla gente succede mentre parla o cammina, l’azione emotiva dentro una semplice azione …

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Ballando a notte fonda – Mattioli 1885

RESISTERE E RIPARTIRE GUARDANDO AL DOMANI. La scrittura come aiuto per riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, restando sensibili alle opportunità che offre. Vincitori e migliori opere della III edizione del Premio Letterario Associazione Antonio e Luigi Palma, 2021

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L’ASSOCIAZIONE ANTONIO E LUGI PALMA PUBBLICA

RESISTERE E RIPARTIRE GUARDANDO AL DOMANI

La scrittura come aiuto per riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, restando sensibili alle opportunità che offre

Vincitori e migliori opere della III edizione

Premio Letterario Associazione Antonio e Luigi Palma

Como, 23 marzo 2021 – L’Associazione Antonio e Luigi Palma presenta la pubblicazione “Resistere e ripartire guardando al domani” che raccoglie i vincitori e le migliori opere della terza edizione del Premio Letterario Antonio e Luigi Palma.

Lanciato nel mese di giugno dello scorso anno con l’obiettivo di promuovere il valore e la funzione della scrittura e della lettura anche nella difficoltà, il concorso (a iscrizione gratuita) è stato un successo che ha contato 358 elaborati pervenuti da tutta Italia e suddivisi in 147 racconti, 195 poesie; 10 racconti e 6 poesie per la sezione giovani. All’interno del volume, oltre ai premiati, sono pubblicati i 20 migliori racconti e le 20 migliori poesie decretate da una giuria di professionisti composta da: Maria Grazia Gispi (Presidente giuria, giornalista e responsabile ufficio stampa Centro Servizi per il Volontariato dell’Insubria), Paolo Ferrario (sociologo), Mauro Fogliaresi (scrittore e poeta), Antonella Grignola (docente di italiano e latino, Liceo Teresa Ciceri di Como), Claudia Rancati (docente di lettere presso il Liceo Scientifico “P. Carcano” di Como).

“Il messaggio dato dall’Associazione – dichiara Angelo Palma, Presidente dell’Associazione Palma – in sintonia con le sue finalità statutarie e con l’esperienza derivante dall’attività svolta a contatto con persone in stato di bisogno, ha voluto stimolare ed esprimere negli scritti, anche in momenti di difficoltà o dolorosi, la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria identità. È parso molto chiaro – anche per questa edizione – quanto sia forte il desiderio comune di trasmettere e condividere attraverso la scrittura messaggi forti di speranza. E proprio in questo messaggio c’è l’assonanza con la missione dell’Associazione, che si propone, non solo di seguire il paziente in situazione di fragilità con una attenta e premurosa assistenza clinica, ma anche di essere vicino a Lui e ai suoi famigliari con calore e passione”.

Il volume non è in commercio e il ricavato verrà interamente devoluto all’Associazione.

L’Associazione Antonio e Luigi Palma si ispira ai principi della solidarietà e del volontariato in ogni sua forma ed espressione e non ha fini di lucro. È nata a Como nel 1992 per perpetuare la memoria di due benemeriti professionisti, il dottor Antonio Palma e l’avvocato Luigi Palma.

L’Associazione offre assistenza e cura gratuita a persone fragili presso il loro domicilio. Più in particolare l’Associazione assiste a domicilio gratuitamente pazienti fragili, a supporto e integrazione delle prestazioni del medico di medicina generale, attraverso una equipe multidisciplinare composta da infermiere e operatrici sociosanitarie e, se necessario, da medici specialisti.

Ufficio Stampa Associazione Palma

Manzoni 22

Camilla Palma

camilla.palma@manzoni22.it

Umberto GALIMBERTI, Dialogo con i credenti che è possibile solo con quelli che non sono intolleranti e chiusi nel loro dogmatismo, da Repubblica, 20 marzo 2021

da:

https://rep.repubblica.it/pwa/d/2021/03/20/news/un_dialogo_con_i_credenti-292528444/

LE RAGIONI DEL MITO – FILOSOFIA DEL MITO – dal blog La Dimora del Tempo Circolare

LE RAGIONI DEL MITO – FILOSOFIA DEL MITO

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LE RAGIONI DEL MITO – FILOSOFIA DEL MITO – La Dimora del Tempo Circolare

Giacomo Leopardi nel suo “Zibaldone” assegna a un breve testo il compito di registrare un’utile distinzione: Termini e parole … di Gabriele De Ritis

Giacomo Leopardi nel suo “Zibaldone” assegna a un breve testo il compito di registrare un’utile distinzione: Termini e parole.

Chiamiamo ‘termine’ tutto ciò che viene dal Vocabolario e che ci restituisce la ‘semplice’ definizione di un elemento del Lessico. Ad esempio, l’aggettivo ‘solitario’.

Chiamiamo ‘parola’, con lui, invece, ‘ermo’, che incontriamo nel primo verso de “L’infinito”.

Le antologie scolastiche della Letteratura italiana danno per lo studente il significato di ‘solitario’. Si direbbe che non significhi altro. Eppure, le stesse antologie in nota aggiungono che c’è di più, che ‘ermo’ è più che ‘solitario’. Più che ‘termine’, ‘ermo’ è ‘parola’, dunque evoca significati ulteriori, che provengono dalla soggettività dell’Autore, dal suo mondo poetico.

Diremo, allora, che il significato di ‘ermo’ è più ampio di quello di ‘solitario’. “Ci piace di più”, perché suscita in noi sensazioni vaghe e indefinite. Abbiamo detto “ci piace di più”, perché è giustamente implicato nell’uso di quella parola il gusto sensistico per il ‘peregrino’, cioè per i termini ricercati, che si fanno preziose parole nel contesto poetico dato. È così per il Recanatese, almeno fino al 1828. Diciamo, infatti, che la poetica leopardiana può essere definita fino a quella data come una poetica dell’indefinito e della rimembranza.

Il poeta predilige i termini vaghi e indefiniti, che siano capaci di evocare rimembranze, il caro ricordo di esperienze fatte. Il ‘sempre’ che apre “L’infinito” viene da lui spiegato così nello “Zibaldone”: una ricordanza, una ripetizione. Altrove dirà che le cose, i luoghi, le persone incontrate acquistavano pregio per lui quando ne faceva esperienza ripetuta, tanto che diventavano oggetto di rimembranza.

La Linguistica generale ci ha fornito un’importante distinzione, tra Denotazione e Connotazione, a significare il valore oggettivo e quello soggettivo dei termini che usiamo. Perciò, un colle è solo un colle nell’uso quotidiano e geografico del termine, che nel farsi ermo in un testo poetico acquista un valore connotativo che andrà chiarito alla luce della poetica dell’Autore che ne fa uso. Perciò noi andiamo in cerca di parole ricercate ogni giorno della nostra vita, quando abbiamo bisogno di dire anche semplicemente “ti auguro una buona giornata”.

Allora, le parole di Paolo vengono in nostro soccorso, soprattutto quando vogliamo far sentire a una persona a noi cara, o per la quale nutriamo una grande stima, che la pensiamo in modo diverso, che vogliamo riservarle un pensiero in più, che intendiamo suggellare con parole intense il sentimento di augurio che accompagna il piccolo addio con il quale ci congediamo, per dire Arrivederci. Pensiamo, infatti, a rivederci ancora, ma non vogliamo che il nostro saluto non lasci nessuna traccia nel cuore della persona che ci accingiamo a salutare. Altra cosa è ciò di cui facciamo pure esperienza, quando ci sembra che gli altri non riescano a dire in modo efficace ciò che riusciamo a fatica ad immaginare. È penoso per noi ritrovarci di fronte alla loro povertà di linguaggio, alla carenza di termini e parole che aiutino a dire compiutamente ciò che provano di fronte alle cose del mondo. Ancor più doloroso è cogliere a volte in loro un’inadeguata espressione di sé, che non favorisce la nostra comprensione degli stati di coscienza altrui. Dobbiamo sopperire con le nostre parole, suggerendole, talvolta, come facciamo con i bambini che cercano di dare un perimetro alla loro esperienza, definendola per ogni lato, quasi a percorrerla da cima a fondo. Anche se non abbiamo voluto ‘integrare’ o, peggio, ‘correggere’ l’espressione di sé tutte le volte che ci sembrava potessimo ferire la sensibilità della persona. Tacere di fronte alle difficoltà espressive degli altri rientra in quella che è stata chiamata “dissimulazione onesta”, cioè il mentire a fin di bene: fingiamo di aver capito, sopperendo con un supplemento di ‘traduzione’ in più. I processi empatici, infatti, prevedono anche questo, che si producano le necessarie inferenze per risalire alle intenzioni dei parlanti, perché la comunicazione emotiva sia efficace in ognuno dei suoi momenti. Uno dei compiti alti della Cultura è questo: aiutare a trovare le parole, ad esplorare i mondi possibili in cui siamo invitati ad entrare tutte le volte che nella vita quotidiana o nelle narrazioni letterarie qualcuno prende a raccontare. Se chi racconta è portato ad inventare, anche noi ascoltatori dovremo trovare le parole giuste per ricreare dentro di noi un mondo che viva di vita propria, che ci incanti e ci faccia sognare ancora un po’, anche se si tratta di un mondo che non è il nostro. I sentimenti che suscita in noi il racconto degli altri sono i più diversi: se ci disponiamo all’ascolto, possiamo far sentire all’altro che c’è spazio sufficiente “dentro di noi” per ospitare i sensi della battaglia che tutti gli umani quotidianamente ingaggiano contro la morte, riconoscendosi il beneficio di inventare la mossa in più che allontana ancora un po’ da tutti noi la vittoria dell’ora che non ha sorelle. Trovare le parole è un morire alla vita, concedendo sì alla morte il diritto alla sua mossa, ma con la consapevolezza del fatto che abbiamo ancora una chance, la possibilità di compiere altre mosse: abbiamo ragioni ancora da spenderci per affermare la volontà di vivere, contro la piccola morte che ci opprime tutte le volte che non troviamo le parole per rivendicare un nostro diritto o per dire più semplicemente che ci siamo anche noi, che vorremmo ci fossero riservate le attenzioni di cui facciamo esperienza tutte le volte che gli altri mostrano di avere qualcosa da dire anche a noi.