Emanuele Severino, LE LEZIONI raccolte da Diotima Quattroduetre, 2013. Raccolta dei VIDEO

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Bibliografia di EMANUELE SEVERINO

* SEVERINO EMANUELE, (2016), Storia, Gioia, Adelphi

* SEVERINO EMANUELE, (2015), Piazza della Loggia. Una strage dimenticata,

* SEVERINO EMANUELE, (2015), In viaggio con Leopardi. La partita sul destino

dell’uomo, Rizzoli

* SEVERINO EMANUELE, (2015), Dike, Adelphi

* SEVERINO EMANUELE, SCOLA ANGELO, a cura di Ines Testoni e Giulio Goggi, (2014),

Il morire tra ragione e fede, Marcianum Press

* SEVERINO EMANUELE, (2014), Sul divenire. Dialogo con Biagio De Giovanni, Mucchi

editore

* SEVERINO EMANUELE, (2013), INTORNO AL SENSO DEL NULLA, ADELPHI

* SEVERINO EMANUELE, a cura di Nicoletta Cusano, (2013), Techne, A lezione da

Emanuele Severino, Mimesis

* SEVERINO EMANUELE, (2013), LA POTENZA DELL’ERRARE, Sulla storia dell’Occidente,

RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (2012), NICHILISMO E DESTINO, BOOK TIME

* GALIMBERTI UMBERTO, SEVERINO EMANUELE, VATTIMO GIANNI, (2012), ESSERE,

CORRIERE DELLA SERA

* SEVERINO EMANUELE, (2012), Capitalismo senza futuro, Rizzoli

* SEVERINO EMANUELE, (2012), A lezione da Emanuele Severino: Pòlemos, ovvero le

origini della violenza, MIMESIS EDITORE

* SEVERINO EMANUELE, intervista di Sara Bignotti, (2012), Educare al pensiero, La

Scuola

* SEVERINO EMANUELE, a cura di Nicoletta Cusano, (2012), Polemos, Mimesis, Con

lezioni audio Mp3

* SEVERINO EMANUELE, VITIELLO VINCENZO, (2012), Il Decalogo. Ricordati di

santificare le feste, AlboVerso Edizioni, libro + Cd audio

* SEVERINO EMANUELE, (2012), NASCERE e altri problemi della coscienza religiosa,

RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, a cura di Iris Tion e Giorgio Brianese, (2011), DEL BELLO,

MIMESIS

* SEVERINO EMANUELE, (2011), LA MORTE E LA TERRA, ADELPHI

* SEVERINO EMANUELE, (2011), LA BILANCIA. Pensieri sul nostro tempo (articoli sul

Corriere della Sera 1990-1992), RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (2010), MACIGNI E SPIRITO DI GRAVITA’, RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, a cura di Ugo Perone, (2010), VOLONTA’, DESTINO,

LINGUAGGIO. Filosofia e storia dell’Occidente, ROSENBERG & SELLIER

* SEVERINO EMANUELE, (2010), TECHNE. Le radici della violenza, RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, a cura di Luca Taddio e con un saggio di Giorgio Brianese,

(2010), LA GUERRA E IL MORTALE (CON 2 Cd Rom e file Mp3), MIMESIS

* SEVERINO EMANUELE, (2010), PENSIERI SUL CRISTIANESIMO, RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (2010), Crisi della tradizione occidentale, Christian Mariotti

editore

* SEVERINO EMANUELE, (2010), L’ INTIMA MANO, ADELPHI

* SEVERINO EMANUELE, (2010), ISTITUZIONI DI FILOSOFIA, MORCELLIANA

* SEVERINO EMANUELE, (2009), L’ IDENTITA’ DEL DESTINO. Lezioni veneziane (2000-

2001), RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (2009), Democrazia, tecnica, capitalismo, Morcelliana

* SEVERINO EMANUELE, (2009), DISCUSSIONI INTORNO AL SENSO DELLA VERITA’,

Edizioni ETS

* SEVERINO EMANUELE, (2009), GLI ABITATORI DEL TEMPO. La struttura dell’Occidente

e il nichilismo, RIZZOLI BUR

* SEVERINO EMANUELE, (2008), LA TENDENZA FONDAMENTALE DEL NOSTRO TEMPO,

ADELPHI

* SEVERINO EMANUELE, (2008), LA STORIA, L’ALDILA’, IL DESTINO, 12 Lezioni, ASIA

edizioni

* BONCINELLI EDOARDO, SEVERINO EMANUELE, (2008), DIALOGO SU ETICA E

SCIENZA, EDITRICE SAN RAFFAELE

* SEVERINO EMANUELE, (2008), LA BUONA FEDE. Sui fondamenti della morale, RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (2008), LA STRADA. La follia e la gioia, RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, a cura di Davide Grossi, saggio introduttivo di Massimo Donà,

(2008), VOLONTA’, FEDE E DESTINO, Lezioni 2005/2006 alla Università Vita-Salute

San Raffaele di Milano, MIMESIS

* SEVERINO EMANUELE, (2007), LA STRUTTURA ORIGINARIA. Nuova edizione ampliata,

ADELPHI

* SEVERINO EMANUELE, (2007), L’ IDENTITA’ DELLA FOLLIA. Lezioni veneziane (2000),

RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (2007), OLTREPASSARE, ADELPHI

* SEVERINO EMANUELE, (2007), OLTRE IL LINGUAGGIO, ADELPHI

* SEVERINO EMANUELE, (2006), LA Filosofia futura. Oltre il dominio del divenire, Rizzoli

* SEVERINO EMANUELE, (2006), IMMORTALITA’ E DESTINO, RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (2006), COSA ARCANA E STUPENDA: L’OCCIDENTE E

LEOPARDI, RIZZOLI BUR

* SEVERINO EMANUELE, (2006), Il muro di pietra. Sul tramonto della tradizione

filosofica, Rizzoli

* SEVERINO EMANUELE, a cura di Ines Testoni, (2006), LA FOLLIA DELL’ANGELO,

Mimesis

* SEVERINO EMANUELE, (2006), COSA ARCANA E STUPENDA: L’OCCIDENTE E

LEOPARDI, RIZZOLI BUR

* SEVERINO EMANUELE, (2005), Sull’embrione, Rizzoli

* SEVERINO EMANUELE, (2005), Il Giogo. Alle origini della ragione: Eschilo, Adelphi

* SEVERINO EMANUELE, (2005), FONDAMENTO DELLA CONTRADDIZIONE, ADELPHI

* SEVERINO EMANUELE, (2005), ESSENZA DEL NICHILISMO, ADELPHI

* SEVERINO EMANUELE, (2005), ANTOLOGIA FILOSOFICA DAI GRECI AL NOSTRO

TEMPO, RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (2004), LA FILOSOFIA DAI GRECI AL NOSTRO TEMPO la

filosofia contemporanea, RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (2004), LA FILOSOFIA DAI GRECI AL NOSTRO TEMPO la

filosofia antica e medioevale, RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (2004), IL NULLA E LA POESIA. ALLA FINE DELL’ETA’

MODERNA: LEOPARDI, RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (2004), LA FILOSOFIA DAI GRECI AL NOSTRO TEMPO la

filosofia moderna, RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (2004), IL DESTINO DELLA TECNICA, RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (2004), IL NULLA E LA POESIA. ALLA FINE DELL’ETA’ DELLA

TECNICA: LEOPARDI, RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (2003), TECNICA E ARCHITETTURA, RAFFAELLO CORTINA

* SEVERINO EMANUELE, (2003), DALL’ISLAM A PROMETEO, RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (2002), Oltre l’uomo e oltre Dio, Il Melangolo

* SEVERINO EMANUELE, (2002), LEGGE E CASO, ADELPHI

* SEVERINO EMANUELE, (2002), LEZIONI SULLA POLITICA. I GRECI E LA TENDENZA

FONDAMENTALE DEL SECOLO, MARINOTTI

* SEVERINO EMANUELE, (2001), IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI. Autobiografia,

* SEVERINO EMANUELE, (2001), LA GLORIA. Risoluzione di “Destino della necessità”,

ADELPHI

* SEVERINO EMANUELE, (2000), LE LEGNA E LA CENERE, RIZZOLI

* SEVERINO EMANUELE, (1999), L’ ANELLO DEL RITORNO, ADELPHI

* SEVERINO EMANUELE, (1999), L’ ANELLO DEL RITORNO, ADELPHI

* SEVERINO EMANUELE, (1995), TAUTOTES, ADELPHI

* SEVERINO EMANUELE, (1993), La follia dell’Occidente, in ZAVOLI SERGIO, DI QUESTO

PASSO, NUOVA ERI

* SEVERINO EMANUELE, (1958), LA STRUTTURA ORIGINARIA. Edizione anastatica

pubblicata nel 1958, ADELPHI


 

Il mio ricordo degli eterni. Dialogo con : Emanuele Severino: Vincenzo Milanesi, Ines Testoni,  25 set 2016, Master in Death Studies & The End Of Life. VIDEO di 1 ora e 11 minuti

Emanuele Severino, EDUCARE AL PENSIERO, a cura di Sara Bignotti, La Scuola editrice, 2012. Indice del libro

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Emanuele Severino, IL FOCOLARE CHE NON SI SPEGNE MAI, Corriere della Sera 24 dicembre 1983

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Blog dedicato al PENSIERO FILOSOFICO DI EMANUELE SEVERINO, a cura di VASCO URSINI e realizzato con l’aiuto di Paolo Ferrario, 2 gennaio 2017

Blog dedicato al PENSIERO FILOSOFICO DI EMANUELE SEVERINO

Conterrà:

  • bibliografie
  • citazioni
  • audio
  • video
  • ….

centrati sui contenuti da lui trattati nel corso del tempo.

Il Blog è stato pensato da VASCO URSINI

ed è realizzato con l’aiuto di Paolo Ferrario

2 gennaio 2017

VAI A:

Sorgente: Informazioni – Il pensiero filosofico di Emanuele Severino

Emanuele Severino: “si E’ a casa” (da L’uomo in debito cerca la libertà, Corriere della sera 13 gennaio 2014)

Avatar di Paolo FerrarioTRACCE e SENTIERI

Un altro amico, e fraterno, se ne è andato.

Dove?

Ognuno di noi abita una «casa» , chiamiamola così. Attorno, a perdita d’occhio, la brughiera. Il fuoco è acceso, la tavola imbandita. Ma capita, guardando verso la finestra, che il vento ci faccia credere di trovarci là fuori — e ci si dimentichi di dove siamo davvero.

Si è «a casa».

Sin da prima dell’inizio dei tempi. Ci rimarremo in eterno; la casa sarà sempre più accogliente. E invece crediamo di vivere nella terra inospitale che ci ha ghermito col vento. 

Stando là fuori diciamo: «Ecco il mondo; questa è la vita che ci è toccata». Ci crediamo mortali. Ma quando si muore non si va da qualche parte. Ci si risveglia accanto al fuoco. Non più ingannati dal vento. Né intimoriti delle ombre e dal gelo della brughiera.

Una povera favola? Non direi; ma una metafora sì: dello…

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Emanuele Severino sul THAUMA

ALBERTO BERETTA ANGUISSOLA, Il lettore innamorato, Carocci editore, 2016

Il lettore innamorato

Alberto Beretta Anguissola

Il lettore innamorato

EDIZIONE: 2016

Sorgente: Carocci editore – Il lettore innamorato

EMANUELE SEVERINO, Storia, Gioia, Adelphi, 2016, p. 250

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scrive VASCO URSINI in https://www.facebook.com/vasco.ursini?fref=nf

In molti suoi scritti, e ancora più direttamente in questo suo fresco di stampa “Storia, Gioia”, Emanuele Severino delinea un senso della “storia” abissalmente diverso da quello rappresentato dalla varie forme di cultura: la storia è l’infinito e sempre più ampio apparire degli “eterni” in ciascuno dei cerchi dell’apparire del destino della verità, Ciascun cerchio è l’essenza di ciò che chiamiamo “uomo”. Conseguentemente gli “eterni” non sono “res gestae”. La “follia estrema” consiste appunto nel credere che esistano “res gestae”, cioè cose che sono fatte esistere e che poi escono dall’esistenza. Per Severino, dunque, solo gli “eterni” hanno storia. Solo essi possono “morire” e rimanere “eterni”. La loro Storia prosegue all’infinito anche dopo la loro morte. “La totalità infinita degli eterni è la Gioia, la Pianura che dà spazio all’infinito, e sempre pi ampio, apparire degli eterni nella “costellazione” dei cerchi”.

Daniele Baglioni, L’ETIMOLOGIA, Carocci, 2016

L'etimologia

Daniele Baglioni

L’etimologia

EDIZIONE: 2016

Sorgente: Audio Rai.TV – La lingua batte – Etimologia – La Lingua Batte del 27/11/2016

La celebre affermazione di ERACLITO (Efeso, 550 a.C. ca. – 480 a.C. ca.) secondo la quale il fuoco è un`entità che mutando resta simile, diviene oggetto di analisi in un’intervista a Remo Bodei – in Rai Filosofia

La celebre affermazione di Eraclito (Efeso, 550 a.C. ca. – 480 a.C. ca.) secondo la quale il fuoco è un`entità che mutando resta simile, diviene oggetto di analisi in un’intervista a Remo Bodei. Docente di storia della filosofia all`Università di Pisa, Bodei muove delle obiezioni alla contrapposizione che i più stabiliscono tra Eraclito e Parmenide (Elea, Magna Grecia, 510 a.C. ca. – 450 a.C.).
Di Eraclito ci parla anche il fondatore dell’ermeneutica contemporanea Hans Georg Gadamer (Marburgo, 1900 – Heidelberg, 2002), il quale spiega perché i grandi metafisici, come Hegel, sono così attratti da Eraclito e dal mistero dell`unità del molteplice.
L’unità audiovisiva comprende inoltre la lettura di alcuni frammenti di Eraclito

Sorgente: Eraclito: la metafora del fuoco – Rai Filosofia

Emanuele Severino, lectio magistralis dal titolo “La fantasia e la terra”, in Rai Teche, 2009

Festival della Filosofia di Modena il filosofo Emanuele Severino tiene una lectio magistralis dal titolo “La fantasia e la terra”.

Sorgente: Lectio magistralis di Emanuele Severino a Fahrenheit – Rai Teche

Emanuele Severino sul tramonto della tradizione filosofica – in Rai Teche

Il filosofo Emanuele Severino conversa con Barbara Palombelli e presenta il suo saggio “ll muro di pietra. Sul tramonto della tradizione filosofica”.

Sorgente: Emanuele Severino sul tramonto della tradizione filosofica – Rai Teche

EMANUELE SEVERINO, Il parricidio mancato, Adelphi Edizioni, 1985. Presentazione su Rai Teche

Emanuele Severino

Il parricidio mancato

Sorgente: Il parricidio mancato | Emanuele Severino – Adelphi Edizioni

Presentazione su Rai Teche:

http://www.teche.rai.it/2015/01/il-parricidio-interpretato-da-emanuele-severino/


EUGENIO CAU, Il libro è morto ma è risorto: perchè gli ebook non riescono ancora a soppiantare i volumi di carta? Una questione di tecnologia – articolo a partire dal libro THE BOOK di Keith Houston,  in Il Foglio 31 ottobre 2016

per capire l’apparente invincibilità del libro cartaceo in questa guerra con il digitale, la cosa più utile è iniziare a considerare il dato più materiale del libro, il suo essere un pezzo di tecnologia prima ancora che un vettore di cultura. Il libro, infatti, è uno dei più antichi oggetti tecnologici ancora in uso, se non il più antico di tutti, e la sua permanenza millenaria, sebbene in forme differenti, è il frutto di un’evoluzione lunghissima che lo ha reso un pezzo di tecnologia sorprendentemente raffinato.

Qui entra in gioco Keith Houston, citato all’inizio di questo articolo. Houston è l’autore di “The Book”,

In “The Book”, Houston racconta la storia dell’oggetto-libro trattando una a una le parti che lo compongono: la pagina, il testo, le illustrazioni, la forma. Ciascuna di esse è il frutto di millenni di evoluzione e di invenzioni perfezionate nei secoli, di trovate geniali misconosciute e riscoperte, e soprattutto di un lavoro portato avanti in parallelo da grandi civiltà in tutti gli angoli del globo, dalla Cina imperiale al mondo ellenistico, dai regni mesoamericani all’Inghilterra della rivoluzione industriale. L’impressione che ne deriva è che non solo il libro è forse la più antica tecnologia ancora in uso, ma che nessun’altra tecnologia abbia mai ricevuto l’attenzione e lo studio continuato di uomini d’ingegno per un periodo di tempo altrettanto lungo (millenni). Al confronto, la tecnologia ancora incerta degli ebook non regge.

Sorgente: Il libro è morto ma è risorto – Il Foglio

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THE BOOK by Keith Houston | Kirkus Reviews

“Chiunque abbia mai letto un libro beneficerà il modo in cui Keith Houston esplora la più potente oggetto del nostro tempo. E tutti coloro che hanno letto sarà d’accordo che i rapporti della morte del libro sono stati enormemente esagerati. “- Erik Spiekermann, tipografo Possiamo amare i libri, ma sappiamo cosa c’è dietro di loro?

Nel libro, Keith Houston rivela che la carta, l’inchiostro, filo, colla e bordo da cui si ricava un libro raccontano come ricco di storia come le parole sulle sue pagine-di civiltà, imperi, l’ingegno umano, e la follia. In una storia invitante tattile di questo 2000 anni di media, Houston segue lo sviluppo della scrittura, la stampa, l’arte di illustrazioni, e vincolante per mostrare come siamo passati da tavolette cuneiformi e rotoli di papiro alle rigide e tascabili di oggi. Certo per deliziare gli amanti dei libri di tutte le bande con le sue lussureggianti, illustrazioni a colori, il libro ci dà la storia importante e sorprendente dietro la tecnologia più importante e universale-informazione dell’umanità.

Sorgente: THE BOOK by Keith Houston | Kirkus Reviews

per gli ottant’anni di EMANUELE SEVERINO, tracce video rintracciate da VASCO URSINI, 2009

EMANUELE SEVERINO, “l’uomo non è soltanto vita, cioè fede, ma è, originariamente, l’apparire della verità non smentibile”, citazione estratta da Vasco Ursini in Amici a cui piace Emanuele Severino

Per vivere è necessario credere (nel senso più ampio). Vivere è credere – credere di esistere e di agire, innanzitutto. E credere è stare al di fuori della verità non smentibile. Credere è errare. Ma se l’uomo fosse soltanto un vivere, cioè un credere, sarebbe soltanto un credere anche l’affermazione che vivere è credere – affermazione condivisa peraltro da gran parte della cultura non solo filosofica del nostro tempo. E invece questa affermazione non è un credere, ma è una verità non smentibile. Ciò significa che l’uomo non è soltanto vita, cioè fede, ma è, originariamente, l’apparire della verità non smentibile. All’interno della verità appare la vita, cioè la fede. La verità a cui si è rivolta l’intera storia dell’Occidente non è riuscita ad essere la verità non smentibile – la verità che d’altra parte s’illumina nel fondo più nascosto di ogni uomo. A volte il linguaggio la indica; la chiama “destino della verità”. Ma che questo linguaggio sia l’agire di qualcuno, che qualcuno ne sia l’autore, questo è daccapo uno dei contenuti in cui la vita potrebbe giungere a credere (come crede che l’uomo esista ed agisca nel mondo e che sia l'”autore” dei linguaggi che parlano del mondo).

(Emanuele Severino, Prefazione al libro di Nicoletta Cusano, ‘Emanuele Severino – Oltre il nichilismo, Morcelliana, Brescia 2011, p. 5).

Sorgente: (2) Amici a cui piace Emanuele Severino

alla radice delle parole: DISSIDIO

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LE RADICI nella LINGUA LATINA, nella LINGUA GRECA e nel sanscrito

da:

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PETER HANDKE, Elogio dell’infanzia, la splendida poesia con cui inizia Il cielo sopra Berlino di WIM WENDERS – da Berlino Magazine

Peter Handke, Elogio dell’infanzia

Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.

Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare.

Peter Handke, Lied Vom Kindsein

Als das Kind Kind war,
ging es mit hängenden Armen,
wollte der Bach sei ein Fluß,
der Fluß sei ein Strom,
und diese Pfütze das Meer.

Als das Kind Kind war,
wußte es nicht, daß es Kind war,
alles war ihm beseelt,
und alle Seelen waren eins.

Als das Kind Kind war,
hatte es von nichts eine Meinung,
hatte keine Gewohnheit,
saß oft im Schneidersitz,
lief aus dem Stand,
hatte einen Wirbel im Haar
und machte kein Gesicht beim fotografieren.

Als das Kind Kind war,
war es die Zeit der folgenden Fragen:
Warum bin ich ich und warum nicht du?
Warum bin ich hier und warum nicht dort?
Wann begann die Zeit und wo endet der Raum?
Ist das Leben unter der Sonne nicht bloß ein Traum?
Ist was ich sehe und höre und rieche
nicht bloß der Schein einer Welt vor der Welt?
Gibt es tatsächlich das Böse und Leute,
die wirklich die Bösen sind?
Wie kann es sein, daß ich, der ich bin,
bevor ich wurde, nicht war,
und daß einmal ich, der ich bin,
nicht mehr der ich bin, sein werde?

Als das Kind Kind war,
würgte es am Spinat, an den Erbsen, am Milchreis,
und am gedünsteten Blumenkohl.
und ißt jetzt das alles und nicht nur zur Not.

Als das Kind Kind war,
erwachte es einmal in einem fremden Bett
und jetzt immer wieder,
erschienen ihm viele Menschen schön
und jetzt nur noch im Glücksfall,
stellte es sich klar ein Paradies vor
und kann es jetzt höchstens ahnen,
konnte es sich Nichts nicht denken

und schaudert heute davor.

Als das Kind Kind war,
spielte es mit Begeisterung
und jetzt, so ganz bei der Sache wie damals, nur noch,
wenn diese Sache seine Arbeit ist.

Als das Kind Kind war,
genügten ihm als Nahrung Apfel, Brot,
und so ist es immer noch.

Als das Kind Kind war,
fielen ihm die Beeren wie nur Beeren in die Hand
und jetzt immer noch,
machten ihm die frischen Walnüsse eine rauhe Zunge
und jetzt immer noch,
hatte es auf jedem Berg
die Sehnsucht nach dem immer höheren Berg,
und in jeder Stadt
die Sehnsucht nach der noch größeren Stadt,
und das ist immer noch so,
griff im Wipfel eines Baums nach dem Kirschen in einemHochgefühl
wie auch heute noch,
eine Scheu vor jedem Fremden
und hat sie immer noch,
wartete es auf den ersten Schnee,
und wartet so immer noch.

Als das Kind Kind war,
warf es einen Stock als Lanze gegen den Baum,
und sie zittert da heute noch.

Sorgente: L’Elogio dell’infanzia, la splendida poesia di Handke con cui inizia Il cielo sopra Berlino – Berlino Magazine

GENESIS, di Claude Nuridsany, Marie Pérennou, 2004

SIAMO RELAZIONI. PERCHE’ NON LE CURIAMO, corso di aggiornamento e divulgazione culturale del ciclo LE GRANDI CORRENTI DELLA CULTURA MONDIALE DEGLI ULTIMI VENT’ANNI, a cura di IL PAGURO, a Como da ottobre 2016 a febbraio 2017

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SPAZI D’OCCIDENTE. L’umanità in cammino, quale destino per l’Europa?, corso di filosofia 2016/2017, NOESIS , Bergamo, www.noesis-bg.it

vai al sito

www.noesis-bg.it

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BLAISE PASCAL, PENSIERI, antologia di testi filosofici

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VAI A:

http://www.edarcipelago.com/freebooks/pascalpensieri.htm

Pensieri di B.Pascal (scarica da qui)

GIOVANNI SEMERANO, Le origini della cultura europea. Volume II: Dizionari etimologici. Basi semitiche delle lingue indoeurope, DIZIONARIO DELLA LINGUA GRECA, Leo S. Olschki editore, Firenze, 2007

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SENECA in edicola, con il quotidiano Corriere della Sera, il volume che raccoglie «La brevità della vita» e «La provvidenza» – Corriere.it

Riappropriarci di ciò che siamo: non è facile restare noi stessi quando intorno tutto cambia vorticosamente, eliminando punti di riferimento o appigli. Viene quasi da pensare che non esista qualcosa di autenticamente nostro, che possiamo chiamare legittimamente «io», perché siamo il prodotto delle interazioni sociali, il risultato della combinazione casuale degli eventi fortuiti che ci capitano. Nel mondo antico lo stoicismo è il movimento che più decisamente si è opposto a queste idee: possiamo decidere di non ascoltarla, ma dentro ciascuno c’è una coscienza morale, che parla. Siamo noi.

Sorgente: In edicola la nuova collana del “Corriere”: in viaggio con i classici greci e latini – Corriere.it

il concetto di INTERSOGGETTIVITA’ in SILVIA MONTEFOSCHI, anche alla luce di PAOLO CONTE in Bella di giorno (da Psiche), 5 novembre 2008

Il testo letto nel video è questo:

“Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la feli­ce condizione dell’esistere con l’altro senza bisogni.

Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l’altro ci sia, in quanto è grazie all’esserci dell’altro che io mi mani­festo come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l’esistere dell’altro mi rivela a me stessa.

In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell’altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell’esistere dell’uomo come soggetto?

Devo procedere nell’analisi di queste caratteristiche: la relazione e la libertà.

Il primo bisogno del soggetto per essere tale è l’esistenza di un altro da sé.Molte sono le forme sotto le quali questo altro si fa presenza agli occhi dell’uomo: può essere, di volta in volta, il mondo esterno, ovvero il mondo delle cose e dei valori sociali, o il mondo interno, ovvero il mondo dei pensieri e degli affetti; può essere il Tu umano, l’altro dell’incontro, o il Tu interiore, l’altro cui l’uomo si riferisce quando è con se stesso; può essere la corporeità dell’uomo o i suoi comporta­menti o i suoi modi di rapportarsi al mondo, nel momento in cui egli se ne distacca per riconoscerli e riferirli a sé; può essere infine l’uomo nella sua globalità, quando l’uomo stesso prende da se medesimo la distanza necessaria per definirsi in una identità.”

in Silvia MontefoschiL’Uno e l’Altro: interdipendenza e intersoggettività, Feltrinelli, 1977, ora in Silvia Montefoschi, L’evoluzionedella coscienza, Opere, Volume Secondo – Tomo 1, Zephyro Edizioni, Milano 2008, p. 74-75.

  1. Lo scritto del 2004, citato nell’audio-video è qui:

Intervista a Montefoschi sul concetto di “intersoggettività” (2004) di Tullio Tommasi

  1. La canzone è :

Paolo Conte, Bella di giorno, in Psiche, 2008

Io so chi tu sei
so neanche chi sei
ma so che tu sei
si so che tu sei tanto amata
amata e desiderata

l’istinto ti sa
trattare ti sa
guidare ti sa
con poche parole precise
poche parole decise
e uno sguardo d’intesa
un’elegantissima scusa
come una bella di giorno
tu sei il mondo che hai intorno

sei bella senza ritegno
nell’acqua fresca di un bagno
io so che tu sei
so neanche chi sei
ma so che tu sei
si so che tu sei tanto amata
amata e desiderata
e sola

Silvia Montefoschi, L’ Uno e l’Altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico,

Feltrinelli, 1977, p. 32-44

Silvia Montefoschi, L’ Uno e l’Altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico,

Feltrinelli, 1977, p. 32-44

Sorgente: il concetto di INTERSOGGETTIVITA’ in SILVIA MONTEFOSCHI, anche alla luce di PAOLO CONTE in Bella di giorno (da Psiche), 5 novembre 2008 | Tracce e Sentieri.

Vasco Ursini seleziona un testo: Ecco le parole che aprono in “Essenza del nichilismo” il saggio “Ritornare a Parmenide” di EMANUELE SEVERINO

Ecco le parole che aprono in “Essenza del nichilismo” il saggio “Ritornare a Parmenide”, parole inaudite e per molti versi sconcertanti, che però ben si inquadrano nel destino della verità:

“La storia della filosofia occidentale è la vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’essere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei Greci. E in questa vicenda la storia della metafisica è il luogo ove l’alterazione e la dimenticanza si fanno più difficili a scoprirsi: proprio perché la metafisica si propone esplicitamente di svelare l’autentico senso dell’essere, e quindi richiama ed esaurisce l’attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si impone. La storia della filosofia non è per questo un seguito di insuccessi: si deve dire piuttosto che gli sviluppi e le conquiste più preziose del filosofare si muovono all’interno di una comprensione inautentica dell’essere”.

Non sfuggì allo sconcerto nemmeno Gustavo Bontadini, maestro di Emanuele Severino. Quando lesse queste parole. gli scrisse una lettera nella quale tra l’altro affermò quanto segue:

“Confesso che, quando lessi la prima volta le Tue pagine, non volli credere ai miei occhi, tanto che me li sfregai energicamente a più riprese, poi toccai gli oggetti solidi intorno a me, tanto temevo di sognare, finalmente cercai di comporre nella mia fantasia l’immagine di una dattilografa burlona, che avesse cambiato i caratteri sulla carta. Niente, Non mi rimase che arrendermi, non riuscendo a trovare altra lettura”.

Sorgente: (10) Amici a cui piace Emanuele Severino

EMANUELE SEVERINO: “La civiltà occidentale, che pure ha orrore del niente, pensa nel proprio inconscio che le cose sono niente”, citazione estratta da Vasco Ursini, in Incontri con Emanuele Severino

Sostengo da molto tempo che la storia dell’Occidente – e ormai di tutta la terra – è la storia del nichilismo. La civiltà occidentale, che pure ha orrore del niente, pensa nel proprio inconscio che le cose sono niente. Pensa questo, nel proprio inconscio, perché, alla superficie, pensa che le cose sorgono dal niente e vi ritornano.

(Emanuele Severino)

Sorgente: (4) Incontri con Emanuele Severino

L’INCONSCIO SECONDO EMANUELE SEVERINO, estratto  a cura di Vasco Ursini, in Amici a cui piace Emanuele Severino

L’INCONSCIO SECONDO EMANUELE SEVERINO

Come abbiamo visto, Severino ritiene che il nichilismo si basi sulla persuasione inconscia che le cose siano nulla.
In AAHOEIA egli non si pone il problema se il pensiero che supera il nichilismo, affermando l’eternità di tutte le cose, possa sussistere esplicitamente, in una forma consapevole di sé, o se implichi anch’esso un inconscio, o addirittura se sia di per sé inconscio. Il suo discorso è orientato esclusivamente a evidenziare come la persuasione nichilista che le cose siano nel tempo implichi un inconscio.
In “Destino della Necessità”, invece, se da una parte il concetto di inconscio appare negli stessi termini in cui due anni dopo ritorna in AAHOEIA, dall’altra si presenta in un’accezione e una valenza completamente diverse.
Come abbiamo visto, secondo Severino, l’uomo occidentale non si rende conto di come al di sotto della persuasione che le cose siano temporali soggiace la persuasione che le cose siano nulla. Ma, naturalmente, secondo Severino, l’uomo occidentale non si rende conto neanche dell’eternità di tutte le cose. L’eternità di tutte le cose è ciò che primariamente ed essenzialmente gli sfugge. Anche questo, dunque, è il suo inconscio. E Severino, appunto, lo rileva: “Nell’autocoscienza dell’Occidente e del mortale non appare ciò che l’Occidente e il mortale sono nello sguardo del destino della verità. Ciò che essi in verità sono è il loro inconscio. Il loro inconscio si mostra nello sguardo del destino. L’inconscio, qui, è ciò che non appare all’interno dell’apparire in cui l’Occidente, come interpretazione dominante, consiste” (Destino della necessità, p. 432). Nell’autocoscienza dell’Occidente non appare la verità, che sappiamo essere l’eternità di tutte le cose, dunque ciò che anche l’Occidente è. Ciò vale anche per il mortale, cioè per chi considera le cose, e dunque anche se stesso, temporali: “anche l’esser mortale è eterno” (ivi, p, 422). Questo essere eterni anche dell’Occidente e del mortale stessi, dunque questa verità che l’Occidente e il mortale stessi sono, al di là della loro tendenza a negarla, è “il loro inconscio”.
In questo caso, dunque, l’inconscio non è qualcosa che partecipa alla negazione della verità. Al contrario è qualcosa che racchiude la verità in sé, che la custodisce. Più ancora: è esso stesso la verità negata dall’Occidente, inteso come “interpretazione dominante”, poiché è esso stesso l’affermazione dell’eternità di tutte le cose.
In un capitolo successivo, Severino afferma: “L’inconscio più profondo e più nascosto è la chiarità estrema dell’illuminarsi del tutto” (ivi, p. 392). Abbiamo già visto come Severino rilevi che la parte risplende in virtù del suoi legame con il tutto, in quanto avvolta dal tutto. In questo caso è il tutto stesso a risplendere.
Ciò non esclude il risplendere della parte, ma ne costituisce l’espressione più compiuta. Non soltanto, infatti, la parte risplende in quanto “attraversata” e “avvolta dal tutto” (Essenza del nichilismo, p. 23) ma in quanto la “parte ‘è’ il Tutto, nel senso che il Tutto è l’esser veramente sé della parte” (ivi, p. 390).
[ … ]
Secondo Severino, dunque, per un verso l’inconscio è proprio della ragione alienata del nichilismo e interpreta le cose come nulla, per un altro verso racchiude il superamento di tale alienazione e interpreta le cose completamente libere dal nulla, dunque come assoluto essere: da una parte è oscuramento, dall’altra è “chiarità estrema”.
Del resto, il concetto di inconscio corrisponde all’idea di un accecamento, e l’accecamento può derivare dall’assenza di luce. Severino riconduce appunto l’inconscio a queste due possibili matrici.
Nella sua opera, cioè, il concetto di inconscio si presenta in due accezioni opposte, con due determinazioni opposte. Un passo del libro del 1983 ‘La strada’ fa esplicito riferimento a tale duplicità: “se il nichilismo è l’inconscio dell’Occidente, non si dovrà dire forse che il paese che sta oltre i confini dell’Occidente e dal quale proviene il linguaggio che indica l’inconscio dell’Occidente, è “l’inconscio dell’inconscio dell’Occidente?”

( Lo scritto è tratto da: Gabriele Pulli, Freud e Severino, Moretti e Vitali Editori, Bergamo 2000, pp. 63-66).

EMANUELE SEVERINO, Aristotele dice che la filosofia nasce dal ‘thauma’. Comunemente si traduce questa antica parola greca con “meraviglia”. E si va completamente fuori strada, perché ‘thauma’, nel suo significato originario significa “terrore”, “angosciante stupore”, citazione selezionata da Vasco Ursini, da E. Severino, Scuola e tecnica, Università degli Studi di Parma, Facoltà di Architettura, 2005, pp. 30-32

ARISTOTELE: “THAUMA”.

Aristotele dice che la filosofia nasce dal ‘thauma’. Comunemente si traduce questa antica parola greca con “meraviglia”. E si va completamente fuori strada, perché ‘thauma’, nel suo significato originario significa “terrore”, “angosciante stupore”. Per che cosa? Per questa nostra esistenza, per la vita in cui ci troviamo e la cui durezza raggiunge tutti e tutti fa soffrire e tutti angoscia. Poi, sì, ci potrà essere anche quella forma di ‘Thauma’ che è il fenomeno derivato per il quale il filosofo, magari protetto da una fittizia tranquillità, “si meraviglia” di ciò che per l’uomo comune è qualcosa di ovvio. (E non diremo certo che questa “meraviglia” sia qualcosa di superfluo). Quando Nietzsche afferma che la scienza nasce dalla paura non fa che ripetere Platone e Aristotele. E per secoli la scienza moderna concepisce la “verità” delle proprie leggi secondo il senso che alla verità è stato assegnato dalla tradizione filosofica.
La filosofia nasce perché il modo in cui il mito tenta di proteggere l’uomo fallisce. Tenta di proteggerlo dicendogli che nonostante il dolore e la morte egli vive all’interno di un senso unitario e divino – e dunque protettivo, se ci si pone nel giusto rapporto con esso. Ma ad un certo momento il mito non basta più. C’è di mezzo quel che più preme, Che cosa ci preme di più di noi stessi, della nostra esistenza sofferente, inevitabilmente sofferente? E allora, poiché della nostra esistenza si tratta, ecco che il dio del mito non basta più: occorre un ‘vero’ dio, un dio che la verità mostra alla ragione dell’uomo, il dio della filosofia, che nonostante tutto sta più avanti e non più indietro di quel dio di Abramo, Isacco, Giacobbe che si è voluto contrapporre al dio dei filosofi ma che è pur sempre un dio del mito, cioè un dio inaffidabile.
Ma questo grande passato dell’Occidente – questo senso grandioso dell’esistenza, dove la verità del dio protegge l’uomo dominando e unificando tutte le cose, producendole e raccogliendole in sé – è tramontato, o se ne vedono soltanto le ultime luci. Gli ultimi duecento anni dell’Occidente sono il dispiegarsi del tramonto. [ … ] Il grande passato dell’Occidente tramonta ad opera, innanzitutto, della punta di diamante della ragione moderna: è la stessa filosofia del nostro tempo a mostrare l’impossibilità di un “vero” dio – e dunque l’impossibilità di quel dio cristiano che è stato innestato sul dio della filosofia.

(E. Severino, Scuola e tecnica, Università degli Studi di Parma, Facoltà di Architettura, 2005, pp. 30-32).

Sorgente: (16) Amici a cui piace Emanuele Severino

SPIEGARE IL PENSIERO DI EMANUELE SEVERINO, citazione raccolta da Vasco Ursini, da Luigi Vero Tara, La rete e il mare, sta in R. Panikkar- E. Severino, Parliamo della stessa realtà?, Jaca Book, Milano 2014, pp. 47-49

SPIEGARE IL PENSIERO DI EMANUELE SEVERINO

La filosofia di Emanuele Severino costituisce la testimonianza della verità assolutamente innegabile, quella verità – così l’ho sentito spesso esprimersi nel corso delle sue lezioni – che “né dèi né uomini possono negare”. Tale verità viene testimoniata dal discorso filosofico che possiede la struttura tradizionalmente chiamata “elenctica”, quella cioè che fornisce la fondazione ultima del valore di un discorso. Il procedimento detto elenctico, infatti, mostra l’assoluta, incontrovertibile verità di ciò la cui negazione è autonegazione, quindi contraddizione. Per esempio – per richiamarci al fondamentale scritto ‘Ritornare a Parmenide’ – l’affermazione (p) “Il positivo si oppone al negativo” è innegabile perché chi intendesse negarla – dicendo per esempio “Non è vero che il positivo si oppone al negativo” (non-p) – con ciò stesso sarebbe costretto ad affermare che quel positivo in cui consiste la sua affermazione (non-p) si oppone al proprio negativo, ovvero a (p); ma in tal modo egli stesso sarebbe costretto ad affermare proprio ciò che a parole intende negare, e sarebbe quindi costretto a negare il contenuto dell’affermazione che pronuncia. Naturalmente la questione, guardata da vicino, risulta più complessa – e per certi versi anche molto, molto più complessa – di quanto questa sintetica formulazione potrebbe lasciare intendere;
e tuttavia tale presentazione è sufficiente a farci cogliere il senso di questo fondamentale tratto dell’impostazione severiniana.
Del resto tale aspetto (cioè la fondazione che abbiamo chiamata elenctica) costituisce solo un primo, sia pur decisivo, momento della filosofia di Severino. Il secondo aspetto – altrettanto decisivo – consiste nel rilevare che, se si tiene fermo ‘in generale’ che il positivo si oppone al negativo, ovvero che “l’essere non è non essere”, allora da ciò segue immediatamente che tutto l’essere è eterno; proprio nel senso che ogni sia pur minimo aspetto dell’essere – ovvero qualsiasi ente, anche il più infimo – è eterno. Infatti negarne l’eternità equivarrebbe ad affermare che vi può essere un momento del tempo in cui esso (che in quanto è qualcosa è essere e non niente) non è, e quindi è non essere, è niente. Sempre da questo segue inesorabilmente che non vi è divenire, se con questo termine si intende il passaggio dall’essere al nulla o, viceversa, dal nulla all’essere. Ma se non vi è il divenire, allora non vi può essere nemmeno qualcosa come una trasformazione degli enti: nulla può trasformarsi in qualcosa d’altro da ciò che è (da ciò che eternamente è), perché altrimenti si realizzerebbe l’annullamento almeno di quegli aspetti il cui venir meno costituisce appunto la condizione della possibilità della trasformazione.
Questa verità consente di gettare uno sguardo nuovo e sorprendente sulla vicenda umana e la sua storia: Per esempio consente di comprendere come, all’interno della fede nichilistica che le cose possono trasformarsi e quindi in ultima istanza annullarsi, l’ultima parola spetti alla Tecnica (dal momento che questa è la rigorizzazione massima dell’illusoria persuasione di poter trasformare le cose); ma poi anche come la Tecnica stessa, costituendo una dimenticanza radicale del senso autentico dell’essere (cioè la sua eternità), sia destinata a tramontare nello sguardo della verità. La fede in cui consiste le Tecnica è – dal punto di vista della verità severiniana – una follia, appunto perché è convinta che l’agire umano possa trasformare la realtà facendola diventare altro da ciò che essa è. Attenzione, però: bisogna guardarsi dall’idea che allora il pensiero di Severino costituisca un invito a operare in modo da superare l’agire tecnico, perché invece, dal suo punto di vista, qualsia “fare” è espressione della volontà di trasformare la realtà, e quindi è espressione della follia nichilistica. In altri termini, nello sguardo della verità qualsiasi agire costituisce il problema piuttosto che la soluzione: il tramonto della Tecnica e sì destinato ad accadere, ma non come risultato di una volontà e di un conseguente agire da parte degli umani.

(Luigi Vero Tara, La rete e il mare, sta in R. Panikkar- E. Severino, Parliamo della stessa realtà?, Jaca Book, Milano 2014, pp. 47-49).

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino

Emilio Pasquini, Il viaggio di Dante, Carocci editore

Seguendo il filo offerto dalle straordinarie miniature dei manoscritti più antichi e lasciando in primo piano il ritmo narrativo degli eventi, uno dei maggiori studiosi di Dante racconta la Commedia al pubblico non accademico, senza presupporre particolari conoscenze né rinviare a letture erudite o bibliografie accessorie. Grazie al risalto dato agli aspetti più concreti e stimolanti dell’opera, gli incontri con i personaggi e le atmosfere del poema invogliano di canto in canto ad attingere direttamente dal testo originale le emozioni e le conoscenze di cui il capolavoro dantesco si rivela, ancora e di nuovo, fonte inesauribile.

Sorgente: Carocci editore – Il viaggio di Dante

Alberto Beretta Anguissola, Il lettore innamorato, Carocci editore

Leggendo alcuni grandi capolavori della letteratura, può capitare di chiedersi: “Perché queste pagine mi piacciono tanto? Perché non riesco a staccarmene e resto a leggere fino a notte fonda? Perché mi sono così affezionato a questo personaggio? Quali sono i trucchi usati dall’autore per ottenere questi risultati?”. Non è facile rispondere. Possiamo comunque constatare che, per “sedurre” il lettore, anche i più grandi scrittori hanno spesso fatto ricorso agli espedienti che utilizzano i  professionisti della pubblicità quando inseriscono nelle réclame signorine alquanto svestite o robusti toraci di giovanotti palestrati. Come quei bravi “pubblicitari”, dall’antichità al primo Novecento, essi hanno fatto ricorso alla bellezza dei personaggi per farci innamorare delle loro opere.

Sorgente: Carocci editore – Il lettore innamorato

MAURO BONAZZI, Con gli occhi dei Greci, Carocci editore

Dalla felicità all’amore e alla morte, dalla giustizia alla forza, all’amicizia e alla nostalgia: non c’è argomento di cui i Greci antichi non si siano occupati con una libertà e una spregiudicatezza che ancora oggi lasciano ammirati. Senza paura di mescolare temi alti e bassi (quali sarebbero poi?), ben deciso a non lasciarsi irretire in un classicismo di maniera, questo libro mostra che è proprio volgendo lo sguardo verso quelle distanze remote che potremo trovare una valida guida per orientarci nei complessi problemi dei nostri giorni. Tanti agili saggi che, unendo profondità e leggerezza, ci accompagnano nel più difficile e nel più attuale dei mestieri: quello di vivere.

Sorgente: Carocci editore – Con gli occhi dei Greci

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“Destino” e ‘epistéme’,  citazione di Vasco Ursini

negli scritti di Severino la parola ‘destino’ indica lo stare della verità, cioè l’incontrovertibile nel cui cerchio è accolta la terra e l’isolamento della terra.

L’ ‘epistéme’ invece è il tentativo compiuto dal pensiero greco, che però è fallito, di evocare l’assolutamente stante. Solo al di fuori della fede nel divenire può mostrarsi l’assoluta incontrovertibilità del destino, la quale è però avvolta dalla contraddizione C

Sorgente: (10) Amici a cui piace Emanuele Severino

PER INTRODURRE ALLE DISCUSSIONI INTORNO AL SENSO DELLA VERITA’: ‘alétheia’; ‘epistéme’; ‘thauma’, tratto dal gruppo Amici a cui piace Emanuele Severino, curato da Vasco Ursini

Nel nostro tempo è sempre più dominante la convinzione che la verità, qualsiasi forma di verità, abbia un carattere storico e pragmatico: la verità non è al di sopra del tempo e della storia, ma è un certo stato provvisorio e controvertibile della conoscenza, che permane ed è affermato sino a che esso sia in grado di realizzare certi scopi. Questa prospettiva è la negazione del carattere di incontrovertibilità, universalità, necessità, che a partire dalla filosofia greca, lungo la tradizione dell’Occidente, e non solo nell’ambito del pensiero filosofico, è stata assegnata alla verità. Oggi, conoscenza vera è quella che in certe circostanze spazio-temporali determinate riesce a prevedere e trasformare il mondo più di altre forme di conoscenza. La verità è potenza, azione, prassi vincente e nel nostro tempo la potenza vincente è ritenuta la tecnica guidata dalla scienza moderna.
E si ritiene che la crescita della potenza scientifica sia determinata dalla progressiva modificazione e sostituzione delle teorie scientifiche, che tendono tutte – anche quelle che un tempo erano intese come verità incontrovertibili – ad acquistare il carattere di leggi statistico-probabilistiche, ossia di verità storiche e pragmatiche. Anche la matematica riconosce che i propri principi sono postulati, ipotesi che non pretendono avere un valore assoluto, incontrovertibile.
D’altra parte la tesi che ogni verità ha un carattere storico-pragmatico non può evitare il cosiddetto “argomento contro lo scettico”, per il quale questa tesi, presentandosi come verità incontrovertibile, smentisce se stessa. Per evitare questa conseguenza – cioè questa contraddizione – la tesi del carattere storico-pragmatico della verità ha finito col presentare se stessa come verità storico-pragmatica, controvertibile. Molto prima che questa prospettiva fosse affermata da filosofi dell’area anglosassone come Richard Rorty, essa è stata affermata in Italia da filosofi come Ugo Spirito, discepolo di Giovanni Gentile. Va comunque osservato che è proprio perché non si rinuncia alla tesi della controvertibilità di ogni verità che ci si propone di darle una forma non contraddittoria, riconoscendo il carattere controvertibile, storico-pragmatico di questa stessa tesi. Dove però è chiaro che, in questa forma apparentemente radicale di negare l’incontrovertibilità, si riconosce un carattere di verità incontrovertibile all’argomento contro lo scettico; e poiché questo argomento mostra la presenza di una contraddizione nella tesi assoluta del carattere controvertibile di ‘ogni’ verità, in quella forma apparentemente radicale di negazione dell’incontrovertibile si riconosce un carattere di incontrovertibilità anche al principio di non contraddizione.
Con queste considerazioni si intende dire che la forma ‘autenticamente’ più radicale – anche se tendenzialmente inosservata – della filosofia del nostro tempo è un’altra: non è né scetticismo né quella forma apparentemente’ radicale di negare la verità che riconosce la propria controvertibilità, storicità, pragmaticità. Nella sua forma autenticamente più radicale la filosofia del nostro tempo non nega ogni verità incontrovertibile, ma nega ogni verità incontrovertibile e immutabile che pretenda porsi al di sopra dell’unica fondamentale verità incontrovertibile, e permanente fino a che qualcosa esiste, consistente nella tesi che ogni verità diversa da questa tesi è travolta dal tempo, dalla storia, dal divenire del mondo.
A questo punto si tratterebbe di vedere ‘perché’ questa sia l’unica fondamentale verità incontrovertibile. Giacché non basta ‘asserire’, come oggi per lo più accade, che non esiste alcuna verità metastorica, metafisica, assoluta, definitiva, che non esiste alcun Essere immutabile e necessario, alcun Fondamento, alcun Centro assoluto, alcun Senso assoluto del mondo. Oggi si dà per lo più come scontato tutto questo. Ma nella sua essenza più profonda la filosofia del nostro tempo mostra determinatamente la ‘necessità’ di tutto questo, e lo mostra sul fondamento della fede che l’esistenza del divenire e della storicità di ogni cosa e di ogni verità, sia la suprema verità incontrovertibile, essa stessa destinata ad annientarsi quando non esisterà più alcuna coscienza del mondo.
E, tuttavia, non solo c’è una ‘dimensione che è comune sia alla concezione tradizionale della verità, sia alla distruzione di tale concezione’ (alla distruzione operata appunto dall’essenza del pensiero filosofico del nostro tempo), ma, al di là di questa dimensione, la verità è ‘destinata’ a un senso che ‘non’ appartiene alla storia dell’Occidente (e tanto meno dell’Oriente) ma che già da sempre appare in ciò che vi è di più profondo in ognuno di noi. Noi siamo questo ‘destino’.
(Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della verità, Edizioni ETS, PISA 2009, pp. 9 – 11) (Il discorso sarà ripreso e sviluppato in prossimi post fino a presentare le risposte di Severino alle critiche che da più parti gli vengono rivolte).


PER INTRODURRE ALLE DISCUSSIONI INTORNO AL SENSO DELLA VERITA’ (2)

La parola greca che traduciamo con ” verità ” è ‘alétheia’ che propriamente significa “il non nascondersi”, e pertanto il manifestarsi, l’apparire delle cose. Ma per il pensiero greco la verità non è soltanto ‘alétheia’ (come invece ritiene Heidegger): la verità è l’apparire in cui ciò che appare è l’incontrovertibile, ossia ciò che, dice Aristotele, “non può stare altrimenti di come sta e si manifesta” (mè endéchetai àllos échein).

Questo ” stare ” in modo assoluto è espresso dalla filosofia greca con la parola ‘epistéme’, dove il tema *steme (dalla radice indoeuropea *sta) indica appunto lo ” stare ” di ciò che sta e si impone ” su ” (‘epi’) ogni forza che voglia negarlo, scuoterlo, abbatterlo. Ciò che non può stare altrimenti è l’incontrovertibile, è come le cose stanno. L’esser esposti al poter essere altrimenti, cadendo, è il tremore del pensiero.

Appunto per questo Parmenide dice che il ” cuore ” della verità ” non trema ” – sebbene egli, che per un verso appartiene e inaugura la storia dell’ ‘epistéme’, per altro verso sembra volgere lo sguardo verso un senso inaudito della verità, il senso che non appartiene alla storia dei ” mortali “. Il cuore dei mortali, invece, trema di fronte alla sofferenza e alla morte. Platone e Aristotele chiamano ‘thauma’ questo tremore e vedono che da ‘thauma’, cioè dall’ “angosciato stupore “, nasce la filosofia: per essere sicuri della salvezza, non ci si può accontentare del mito e la volontà (‘thymòs’, dice Parmenide all’inizio del Poema) si protende verso il ” cuore non tremante della verità “.
Da tempo il pensiero filosofico si è reso conto che la definizione tradizionale della verità come ‘adaequatio intellectus et rei’ (“adeguazione dell’intelletto e della cosa”, “adeguazione dell’intelletto alla cosa”) ha un carattere subordinato, Infatti, per sapere che l’intelletto è adeguato alla cosa, è necessario che la cosa sia manifesta, appaia, e appaia non come contenuto di un’opinione o di una fede, ma nel suo non poter stare altrimenti, cioè nella sua incontrovertibilità. Idealismo, neoidealismo, fenomenologia sono consapevoli del carattere derivato o addirittura alterante del concetto di ‘adaequatio’; le stesse filosofie della cosiddetta ” svolta linguistica “, sebbene fatichino a riconoscerlo, vanno in questa direzione. Lo stesso pensiero greco, in cui si forma la definizione della verità come adeguazione, risale all’indietro di questa definizione e, come si è rilevato, concepisce la verità come unità di ‘alétheia’ ed ‘epistéme, dove le cose del mondo che innanzitutto si manifestano sono incontrovertibilmente mutevoli, vanno dal non essere all’essere – e in questo senso possono stare altrimenti di come stanno -, tuttavia, fino a che stanno in un certo modo, è impossibile che stiano altrimenti, e anche in quest’altro senso sono anch’esse incontrovertibili. L’ ‘epistéme’ ritiene inoltre che a partire da ciò che si manifesta sia necessario pervenire all’affermazione dellEnte immutabile e divino e delle strutture e forme immutabili che nel mondo diveniente in qualche modo rispecchiano l’immutabilità del divino (le cosiddette ” leggi di natura”, o ” diritto naturale “, la ” morale naturale “). Nell’ ‘epistéme’ lo stare del Dio e del suo rispecchiarsi nel mondo differisce dunque dalle stabilità e permanenze affermate dal mito, ossia dalla volontà di far stare un certo senso del mondo. Un Ente supremo, divino, è autenticamente immutabile solo in quanto la sua esistenza immutabile sia affermata dal sapere incontrovertibile. La filosofia vuole la verità, vuole che la verità sia l’incontrovertibile: il mito vuole (crede) che il mondo abbia un certo senso e non vede la fermezza secondo la quale il proprio volere vuole – la fermezza che, se fosse pensata, dovrebbe avere il carattere del non poter essere altrimenti da parte di ciò che è voluto e che dunque non potrebbe più essere un voluto ma qualcosa che di per se stesso ‘sta’, è incontrovertibile.
(Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della verità, cit., pp. 11 – 12. ).

Sorgente: (1) Amici a cui piace Emanuele Severino

Il sabato del villaggio, Leopardi

Il sabato del villaggio, Leopardi

 

il sabato del villaggio
Il sabato del villaggio di Giacomo Leopardi, introduzione, metro, testo, parafrasi, commento, analisi. Il sabato del villaggio: introduzione Questo testo fu composto a Recanati, subito dopo la Quiete dopo la tempesta, fra il 20 e il 29 settembre del 1829. Venne pubblicato per la prima volta nei Canti del 1831. Il sabato del villaggio: metro, […]

Il sabato del villaggio, Leopardi

Che cos’è la STRUTTURA ORIGINARIA?, di Nicoletta Cusano, Capire Severino, Mimesis Filosofie, Milano 2011, pp. 55 – 57. Citazione segnalata da Vasco Ursini

 

La struttura originaria è la struttura originaria dell’essere, ciò che è necessariamente presente in quanto un essente è e appare. Senza la presenza di tale struttura nessun essente potrebbe essere e apparire. In altre parole essa è lo scheletro dell’essere, la sua grammatica di base, la sua ‘sintassi’ fondamentale. Poiché tale sintassi non è un unico significato ma un ‘intreccio inscindibile di significati’, essa è una ‘struttura’, cioè un complesso logico-semantico consistente nella totalità delle determinazioni che devono essere presenti affinché un essente possa apparire. Si può quindi dire che la struttura originaria è la ‘forma essenziale’ di ogni essente, ciò che ogni essente ‘formalmente’ “è”, o meglio, ciò con cui esso è necessariamente “in relazione”.
In quanto l’essere è l’immediatamente innegabile e l’innegabilmente immediato, la struttura originaria dell’essere è la struttura originaria della “necessità”, dove il termine ‘necessità’ – dal latino ne-cedo – esprime il senso assoluto dell’innegabilità quale autonegatività immediata del proprio negativo. In quanto il proprio negativo è l’immediatamente autonegativo, la struttura originaria è ciò che “sta”, innegabilmente ed eternamente; in altre parole, essa non è “un prodotto teorico dell’uomo o di Dio, ma il luogo già da sempre aperto della Necessità”. E’ lo stare innegabile dell’essere-significare.
In quanto l’essenza dell’essere è quella di essere ‘innegabile’ nel senso suddetto, “l’intento dell’intera indagine contenuta ne “La struttura originaria” è di determinare in maniera rigorosa il senso dell’opposizione del negativo e del positivo”. [ … ]
In quanto la verità originaria dell’essere consiste nell’innegabilità quale identità dell’esser sé e dell’immediata autonegatività del proprio non esser sé, essa non è un significato semplice ma un complesso predicazionale, un intreccio inscindibile di significati, cioè una “struttura”. essa “è la struttura delle determinazioni necessarie di ciò che con verità può essere affermato” e senza di cui “nessun essere può apparire”.
Queste ultime affermazioni ribadiscono che la struttura originaria è ciò che deve apparire affinché qualcosa possa essere e apparire, e cioè che essa è il “fondamento dell’essere: un essente è e appare in quanto è presente “una certa dimensione dell’essente […] costituita dalle determinazioni che competono con necessità a ogni essente e nelle quali consiste appunto il destino”. Queste determinazioni, che sono la ‘forma’ dell’essente, dalla ‘Struttura originaria’ alla ‘Gloria’ sono chiamate determinazioni “persintattiche”. Esse sono “l’esser sé dell’essente, il suo non esser altro da sé, il suo non poter diventare ed essere altro da sé, il suo essere eterno, e, ancora, l’essere dell’apparire infinito, la necessità che gli essenti della terra, sopraggiungendo, siano accolti dagli essenti dello sfondo, e la necessità che il sopraggiungere della terra sia la Gloria, cioè si dispieghi senza fine – e a queste determinazioni dello sfondo si aggiungano tutte quelle che gli competono e che costituiscono la dimensione stessa a cui si rivolgono i miei scritti, indicandole” (E. Severino, Oltrepassare, p. 179).
In questo passaggio compare il termine “sfondo” che è un altro modo di nominare la “sintassi” originaria dell’essere evidenziandone l’essere contenuto necessariamente ‘originario’ e ‘costante’ dell’apparire, l’insieme di determinazioni che non sopraggiunge e non tramonta mai all’interno dell’apparire trascendentale, ossia all’interno di quell’orizzonte che ospita l’apparire empirico e particolare degli essenti. Lo sfondo è appunto la “permanenza non sopraggiungente”. Come si nota, l’illustrazione della struttura originaria chiama direttamente in causa l’apparire.

(Nicoletta Cusano, Capire Severino, Mimesis Filosofie, Milano 2011, pp. 55 – 57).

EMANUELE SEVERINO, Pòlemos, al Festival Filosofia di Modena, Carpi, Sassuolo, 18 settembre 2016

Emanuele Severino è professore emerito di Filosofia teoretica presso l’Università di Venezia e insegna Ontologia fondamentale presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. È Accademico dei Lincei. Ha offerto un’interpretazione della filosofia che sottolinea lo scacco del pensiero metafisico da Platone a Nietzsche e Heidegger. Per superare le aporie nichilistiche della tradizione metafisica evidenti anche nel discorso moderno della tecnica, ha promosso un ritorno a una filosofia dell’Essere che escluda rigorosamente il non-essere e il divenire. Fra le sue opere recenti: La gloria (Milano 2001); Nascere e altri problemi della coscienza religiosa (Milano 2005); Fondamento della contraddizione(Milano 2005); La filosofia futura. Oltre il dominio del divenire (Milano 2006); La tendenza fondamentale del nostro tempo (Milano 2008);Immortalità e destino (Milano 2008); La buona fede. Sui fondamenti della morale (Milano 2008); L’identità del destino. Lezioni veneziane(Milano 2009); Il destino della tecnica (Milano 2009); Democrazia, tecnica, capitalismo (Brescia 2009); Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia(Milano 2011); La potenza dell’errare. Sulla storia dell’Occidente (Milano 2013); In viaggio con Leopardi. La partita sul destino dell’uomo (Milano 2015);  Dike (Milano 2015). La Casa Editrice Adelphi pubblica la collana “Scritti di Emanuele Severino”.

Sorgente: Festival Filosofia – Pòlemos

Nel ricordo dell’aria – Alfonso Gatto

Parmenide: l’essere è e non può non essere – da Studia Rapido

Avatar di Paolo FerrarioMAPPE nel sistema dei SERVIZI alla persona e alla comunità, a cura di Paolo Ferrario

Parmenide sostiene che l’uomo possa scegliere tra due vie: quella della verità, basata sulla ragione, che porterà alla conoscenza dell’essere vero; quella dell’opinione, basata sui sensi, che porta alla conoscenza dell’essere apparente.

Il filosofo è indotto a percorrere la via della ragione, che gli rivela che l’essere è e non può non essere, mentre il non essere non è e non può non essere.

La tesi di Parmenide, secondo cui esiste solo l’essere, mentre per definizione il non essere non può esistere né venir pensato, si fonda su due principi logici che verranno codificati solo successivamente: il principio di identità, per il quale ogni cosa è se stessa, e il principio di non-contraddizione, per il quale è impossibile che una stessa cosa sia e nello stesso tempo non sia ciò che è.

Con Parmenide inizia…

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Emanuele Severino: la FEDE, ogni fede, è VIOLENZA

Prigioniero della volontà, l’intelletto del credente assume come incontrovertibile il controvertibile, come indubitabile il dubitabile, come certo l’incerto, come visibile l’invisibile, come chiaro l’oscuro.

Anche per questo motivo nei miei scritti si sostiene che la fede – ogni fede (e oggi tutto è diventato fede) – è violenza e che l’essenza della violenza è la volontà che vuole l’impossibile, la contraddizione.

Anche per questo motivo, ogni fede – religiosa, scientifica, politica – che oggi tenta di salvare l’uomo è animata da quella stessa violenza che essa intende combattere.
(Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, Milano 1995, pp. 108 – 109)

LA FILOSOFIA NASCE DALLA PAURA (thâuma), Emanuele Severino

LA FILOSOFIA NASCE DALLA PAURA

di Emanuele Severino

Teniamo presente quello che dice Aristotele, uno dei massimi filosofi dell’umanità: «La filosofia nasce da thâuma». Quasi sempre si traduce la parola thâuma, in modo troppo debole, con «meraviglia» fa subito pensare a una sorta di gioco filosofico in cui un individuo, chiamato poi «filosofo», si meraviglia o si stupisce di cose di cui gli altri non si meravigliano. No, così è troppo banale. Thâuma vuol dire infatti ben di più: è una parola che, nel suo significato originario, significa «terrore», «paura». Paura di cosa? Del dolore, della morte, dell’infelicità: è questo che significa thâuma. Il termine richiama il gigante Taumante, che appartiene alla sfera demoniaca o divina dei demoni ctoni, cioè della terra, tenebrosi perché incutono terrore. La filosofia nasce dunque dalla paura.

Estratto di “I presocratici e la nascita della filosofia”

lo scaffale dedicato a EMANUELE SEVERINO e il libro: VASCO URSINI, Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, Book Sprint Edizioni, 2013

vai anche a:

VASCO URSINI parla del suo libro: Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?, BookSprint Edizioni, 2013, al Palafiori di Sanremo 2015 – Booksprint Edizioni

Vasco Ursini presenta il suo libro: “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?”, Palafiori di Sanremo 2016 – Booksprint Edizioni


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EMANUELE SEVERINO: L’INEVITABILE VIOLENZA (IN NOME DI DIO) – 2014

CENTRONE BRUNO, Prima lezione di filosofia antica, Laterza, 2015

Indice
Introduzione
Capitolo primo. Il termine philosophìa e la nascita della filosofia
1. Criteri di individuazione della filosofia
2. Sophìa e philosophìa
3. Le origini della filosofia secondo gli antichi
4. Philosophìa in Platone
5. Philosophìa in Isocrate e Aristotele
Capitolo secondo. Sophistès e la condanna platonica
1. Sophistès e sophìzesthai
2. Definire il sofista
Capitolo terzo. Essere
1. La nascita del problema ontologico
2. L’eòn (=òn) di Parmenide
3. Una definizione dell’essere nel Sofista di Platone
4. Usìa
5. Da usìa a substantia ed essentia
6. Esistenza
7. L’accidente
Capitolo quarto. Alètheia/verità
1. Verità e realtà
2. Alètheia e l’etimologia di Heidegger
3. La semantica di alètheia e di lanthànein
4. Verità ontologica e verità logica in Platone e Aristotele
Capitolo quinto. Conoscenza
1. Il lessico del conoscere
2. Metafore visive
3. Metafore tattili
4. L’apparenza: phainòmenon e phantasìa
5. Phrènes, phronèin e phrònesis: pensiero e saggezza pratica
Capitolo sesto. Bene
1. Èthos/ethikòs
2. Agathòn
3. Kalòn: il bello morale
4. Aretè e virtù
5. Eudaimonìa e felicità
6. Un nuovo criterio di moralità
Capitolo settimo. Anima
1. Psychè e anima
2. Psychè e thymòs nei poemi omerici
3. La metempsicosi: brevi cenni
4. Psychè in Eraclito
5. Psychè in Platone
Capitolo ottavo. Lògos, idèa, èidos: la filosofia come indagine formale
1. Lògos
2. La “fuga” di Socrate nei lògoi. Aristotele e il Fedone
3. Lògoi e dialettica. La svolta secondo Aristotele
Epilogo. Che interesse ha oggi la filosofia antica
Riferimenti bibliografici
Sigle e abbreviazioni
Indice dei nomi antichi
Indice dei nomi moderni
Indice del volume

Sorgente: Centrone, Bruno, Prima lezione di filosofia antica

Emanuele Severino, Due anime abitano nel nostro petto. La gioia, il dolore e la necessità, Corriere della Sera, 2 gennaio 1980

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EMANUELE SEVERINO, La potenza dell’errare. Sulla storia dell’Occidente, Rizzoli, 2013

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Emanuele Severino: Giacomo Leopardi. “LA GINESTRA” da “Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche. L’universo della conoscenza”, intervista del giugno 1993 (trascrizione integrale della video-lezione)

 

Emanuele Severino

Giacomo Leopardi. “La ginestra”

da “Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche. L’universo della conoscenza”, intervista del giugno 1993
(trascrizione integrale della video-lezione).

vai a:

Sorgente: Severino, “La ginestra” di Leopardi

DESTINO DELLA NECESSITA’, Note biografiche di Vasco Ursini , da Amici a cui piace Emanuele Severino

in “Destino della necessità” Severino espone una autentica concezione del tempo inteso come l’apparire e lo scomparire degli eterni

Sorgente: (13) Amici a cui piace Emanuele Severino

EMANUELE SEVERINO, IL TRAMONTO DEL SENSO DELL’ESSERE, estratto a cura di Vasco Ursini in Amici a cui piace Emanuele Severino

IL TRAMONTO DEL SENSO DELL’ESSERE

La storia della filosofia occidentale è la vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’essere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei Greci. E in questa vicenda la storia della metafisica è il luogo ove l’alterazione e la dimenticanza si fanno più difficili a scoprirsi: proprio perchè la metafisica si propone esplicitamente di svelare l’autentico senso dell’essere, e quindi richiama ed esaurisce l’attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si impone. La storia della filosofia non è per questo un seguito di insuccessi: si deve dire piuttosto che gli sviluppi e le conquiste più preziose del filosofare si muovono all’interno di una comprensione inautentica dell’essere.
Ma queste espressioni alludono a qualcosa di radicalmente diverso dall’interpretazione heideggeriana della storia della filosofia occidentale. La diversità è radicale, perché anche il pensiero dello Heidegger è una sorta di alterazione, e non meno grave, del senso dell’essere. Per lui, la più antica filososofia greca intravvede l’essere come ‘presenza’, ossia come l’apertura o l’orizzonte entro cui può giungere a manifestazione ogni determinatezza dell’ente. Resta così invertita la direzione della storiografia idealistica, che vede invece nell’orizzonte – l’attualista direbbe: nel pensiero in atto – l’ultimo risultato dello sviluppo del sapere filosofico. Ciò che per l’idealista è il risultato, per lo Heidegger è al contrario l’inizio; lo sfolgorante inizio che ben presto impallidisce e lascia il campo alla mistificazione metafisico-teologica dell’essere, nella quale l’orizzonte di ogni apparizione dell’ente diventa un ente, sia pure l’ ‘Ens supremum das Seiendste’.
L’arbitrarietà dell’interpretazione heideggeriana è ormai fuori discussione: non già perché si debba tener fermo quell’altro dogmatismo, per il quale la filosofia greca sarebbe rimasta al di sotto della consapevolezza dell’orizzonte della presenza ( e cioè sarebbe rimasta in quella situazione in cui il pensiero vede l’essere, ma non vede se medesimo), ma perché è storicamente aberrante il tentativo di ravvisare nel primissimo pensiero greco l’identificazione del significato dell’ ‘essere’ e del significato della ‘presenza’. L’intreccio tra i due c’è indubbiamente, ma appunto per questo c’è insieme la differenza. Eppure è proprio nei pochi versi del poema di Parmenide che si nasconde la parola più essenziale e più dimenticata di tutto il nostro sapere. Per rintracciarla non si richiede quel sommovimento delle discipline filologiche, che la lettura heideggeriana pretende, ma un sommovimento ben più profondo e più arduo, quelo cioè che porta alla comprensione della forza invincibile di un discorso che da millenni è saputo e pronunciato, ma che, appunto non è più stato capito. Non si tratta allora di dare significati nuovi alle parole (quasi che riportando l’essere alla presenza ci si trovasse di fronte a qualcosa di più evedente dell’essere), ma di pensare quelli vecchi, ridestarli, e in questo senso, certamente, rinnovarli sino alle ultime sorgenti.
Le parole sono pur sempre queste, che in varie guise ritornano insistenti nel poema. Il gran segreto sta pur sempre in questa povera affermazione che “L’essere è, mentre il nulla non è”, nella quale non si indica semplicemente una proprietà, sia pure quella fondamentale, dell’essere, ma se ne indica il senso stesso: l’essere è appunto ciò che si oppone al nulla, è appunto questo opporsi. L’opposizione del positivo e del negativo è il grande tema della metafisica, ma esso vive in Parmenide con quella sconfinta pregnanza che il pensiero metafisico non saprà più penetrare.
(Emanuele Severino, Essenza del nichlismo, gli Adelphi , Milano 1995, pp. 19-20)

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino

MENTIRE – Treccani

Alterare la verità, dire il falso con piena consapevolezza

Sorgente: mentire in Vocabolario – Treccani

Philip Ball, L’invisibile. Il fascino pericoloso di quel che NON si vede, Einaudi, 2016

Se l’uomo potesse essere invisibile, cosa farebbe?

Sorgente: Philip Ball, L’invisibile < Libri < Einaudi

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EPICURO: sul dolore da rendere sopportabile

Dobbiamo alleviare le disgrazie del momento con il gradito ricordo dei beni perduti e riconoscere che non era possibile modificare quanto è successo

EMANUELE SEVERINO, Il destino è l’apparire di ciò che non può essere in alcun modo negato, rimosso, abbattuto, ossia è l’apparire della verità incontrovertibile, da

La parola ‘de-stino’ indica, in quegli scritti, lo ‘stare’: lo stare assolutamente incondizionato. Il destino è l’apparire di ciò che non può essere in alcun modo negato, rimosso, abbattuto, ossia è l’apparire della verità incontrovertibile; e questo apparire appartiene alla dimensione dell’incontrovertibile.

Al di là di ciò che crede di essere, l’uomo è l’apparire del destino

da Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli, Milano 2011, pp.46-48

 

Sorgente: (2) Vasco Ursini – Vasco Ursini ha condiviso il suo post.

i due aspetti (opposti) dell’ARCHETIPO DEL SENEX ~ da Informazione Consapevole

Avatar di Paolo FerrarioTRACCE e SENTIERI

Soffermandoci per un momento sul Senex, vale ricordare che anch’esso è duplice, e che nella sua duplicità/polarità – costitutiva anche del Puer –  questo archetipo è sì freddo, lento e pesante, ma va detto che, nel contempo, questa pesantezza gli fornisce anche densità e stabilità; la sua lentezza è certo tristezza e melanconia, ma anche quiete e riflessione; è la notte che annuncia il giorno. Come il Puer è sessualmente potente (ma ricordiamo che lo è tendenzialmente fuori dalla relazione amorosa),

così il Senex è arido e impotente; ma  poiché appartiene a Saturno è contemporaneamente anche dio della terra e della fertilità; è colui che raccoglie  i frutti, ma che anche ne fa anche incetta;  che tende a conservare le cose, ma sovente soltanto per sé; e tende a farle durare per sempre. E’ vero che batte moneta ed è signore della ricchezza, ma è anche avaro e rapace; e poiché è divoratore…

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VASCO URSINI, interviste sul libro IL DILEMMA: VERITA’ DELL’ESSERE o NICHILISMO?, BookSprint Edizioni

GIACOMO LEOPARDI, Il tramonto della luna, lettura di Arnoldo Foà

Cioran – Lo slancio verso il peggio

 

DAVIDE GROSSI, La differenza tra il discorso filosofico di Severino e quello di Cacciari, 2014

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 EMANUELE SEVERINO: ‘alétheia’ e ‘epistéme’, dal gruppo Amici a cui piace Emanuele Severino, a cura di Vasco Ursini

La parola greca che traduciamo con “verità” è ‘alétheia’, che propriamente significa “il non nascondersi”, e pertanto il manifestarsi, l’apparire delle cose. Ma per il pensiero greco la verità non è soltanto’ alétheia’ (come invece ritiene Heidegger): la verità è l’apparire in cui ciò che appare è l’incontrovertibile, ossia ciò che, dice Aristotele, “non può stare altrimenti di come sta e si manifesta”. Questo “stare” in modo assoluto è espresso dalla filosofia greca con la parola ‘epistéme’, dove il tema ‘steme’ (dalla radice indoeuropea ‘sta’) indica appunto lo ‘stare’ di ciò che sta e che si impone ‘su’ (‘epi’) ogni forza che voglia negarlo, scuoterlo, abbatterlo. Ciò che non può stare altrimente è l’incontrovertibile, è come le cose stanno. L’esser esposti al poter essere altrimenti, cadendo, è il tremore del pensiero. Appunto per questo Parmenide dice che il “cuore” della vertà “non trema” – sebbene egli, che per un verso appartiene e inaugura la storia dell’epistéme, per altro verso sembra volgere lo sguardo verso un senso inaudito della verità, il senso che non appartiene alla storia dei “mortali”. Il cuore dei mortali, invece, trema di fronte alla sofferenza e alla morte. Platone e Aristotele chiamano ‘thauma’ questo tremore e vedono che da ‘thauma’, cioe dall’ “angosciato stupore”, nasce la filosofia: per essere sicuri della salvezza, non ci si può accontentare del mito e la volontà (thimòs, dice Parmenide all’inizio del Poema) si protende verso il “cuore non tremante della verità”.
[ … ]
Il principio di non contraddizione, che domina l’intera storia dell’Occidente, afferma [ … ] che è necessario che gli enti siano enti, ‘quando essi sono’. ma che non è necessario che gli enti siano; il che significa che è necessario che gli enti siano stati niente, prima di essere, e tornino ad esser niente, dopo essere stati. Il principio di non contraddizione è cioè, insieme, l’affermazione che gli enti che si manifestano divengono, ossia escono dal niente e vi ritornano; e a sua volta il divenire, quale è inteso nel pensiero dell’Occidente, è insieme l’affermazione del principio di non contraddizione, ossia del principio per il quale è impossibile che, quando gli enti sono, siano niente, ma che è necessario che in un tempo diverso, gli enti siano stati e tornino ad essere niente. Nella forma teologico-metafisica dell’ ‘epistéme’ solo il divino è “sempre salvo” dal nulla (come dice Aristotele): nella distruzione di tale forma, e cioè nel pensiero della “morte di Dio”, ogni ente proviene dal niente ed è destinato a ritornarvi. Ma che gli enti in quanto enti escano dal niente e vi ritornino è la verità comune sia alla tradizione dell’Occidente, sia alla distruzione di tale tradizione.
[ … ]
La presente relazione ha inteso offrire qualche premessa sui seguenti essenziali punti.
1) L’opposizione, certo radicale, tra concezione tradizionale e concezione attuale della verità è sottesa da un ‘comune’ e decisivo tratto di fondo.
2) Esso è portato alla luce dal pensiero filosofico, ma è l’ambito in cui cresce non solo la cultura, ma l’intera civiltà dell’Occidente e ormai del Pianeta.
3) Tale tratto è, da un lato, il carattere di incontrovertibilità della verità, dall’altro lato è l’affermazione della contingenza (precarietà, storicità, temporalità, divenir altro) delle cose del mondo, cioè il loro sporgere provvisoriamente dal niente.
4) Nella cultura occidentale, questo tratto comune è espresso dal “principio di non contraddizione”.
5) Ma questo tratto è anche l’alienazione più radicale della verità. Il “principio di non contraddizione” è cioè essenzialmente contraddittorio. Pensare che gli enti escono e ritornano nel nulla (e si tratta di comprendere che appunto questo è affermato dal “principio di non contraddizione”) significa pensare che gli enti in quanto enti sono niente. In ciò consiste il senso autentico del nichilismo. Si tratta allora di comprendere al di là del modo in cui la verità si è presentata storicamente, il senso non contraddittorio della non contraddizione.
6) L’alienazione della verità è il fondamento di ogni potenza e violenza (teologica, scientifica, morale, ecc.).
7) La non alienazione della verità è l’apparire dell’impossibilità che l’ente – un qualsiasi ente . non sia; è cioè l’apparire dell’eternità di ogni ente.
8) La non alienazione è, insieme, l’apparire della necessità che il variare del mondo sia il comparire e lo scomparire degli eterni.
9) Si invita al tema fondamentale, che però in questa relazione non può essere affrontato: in che senso la negazione della contraddizione non è un dogma dell’ente.
(Emanuele Severino, Discussioni intorno al senso della vertità, Edizioni ETS, Pisa 2009, pp.11 – 22).

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino, a cura di Vasco Ursini

Appunti e tracce di analisi sul concetto di TERRA ISOLATA DAL DESTINO di Emanuele Severino. Audio di Paolo Ferrario tratto da una conversazione con Doriam Battaglia, 10 marzo 2016

AUDIO in base alla mia PARZIALE capacità di capire questo potente pensiero filosofico

Questo post nasce da una conversazione fra Paolo Ferrario e Doriam Battaglia


da EMANUELE SEVERINO, La potenza dell’errare. Sulla storia dell’Occidente, Rizzoli, 2013

da pag. 134:

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da : A lezione di EMANUELE SEVERINO, Volontà, fede e destino a cura di Davide Grossi, 2 CD ROM e FILE AUDIO mP3, Mimesis, 2008

pag. 69:

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da LUCA GRECCHI, Nel pensiero filosofico di Emanuele Severino, Petite Plaisance editrice, 2005

p. 37:

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da GIULIO GOGGI, Emanuele Severino, Lateran University Press, 2015

pag. 221:

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La struttura concettuale che fonda l’esistenza del dispiegamento infinito della terra – e l’esistenza di una molteplici-

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stralci da: EMANUELE SEVERINO, La morte e la terra, Adelphi,  2011

da pag. 180:

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da pag. 184:

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da pag 250:

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da pag. 333:

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da pag 476:

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“… già da vivi, e da sempre, sono ciò che non sperano e non suppongono”, EMANUELE SEVERINO

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EMANUELE SEVERINO, I fondamenti del metodo scientifico Contraddirsi? A volte aiuta – Corriere.it, 5 marzo 2016seve

I due contributi fondamentali della fisica contemporanea — teoria della relatività e fisica quantistica mostrano — almeno sinora, di essere tra loro in contraddizione. Ma nessun fisico rinuncerebbe per questo a servirsi di entrambi. E se Kurt Gödel ha dimostrato la possibilità che lo sviluppo del sapere matematico abbia a implicare delle contraddizioni, qualora ciò avvenisse i matematici non volterebbero le spalle alla matematica esistente. L’esperimento che ha fatto osservare l’esistenza delle onde gravitazionali è stato salutato con legittima soddisfazione perché non smentisce la teoria della relatività. Ma che cosa significa non smentirla? Significa che non l’ha contraddetta. Se l’avesse contraddetta, i fisici avrebbero incominciato a dubitare della sua validità ma non smetterebbero di praticarla. In questo modo la fisica mostra la volontà di non contraddirsi. La quale è insieme volontà che la realtà non sia contraddittoria: volontà, pertanto, che i «fatti» che smentiscono il contenuto di una teoria e questo contenuto non abbiano a coesistere

Sorgente: Onde gravitazionali: la conferma scientifica dell’intuzione di Einstein e il dibattito sul metodo scientifico – Corriere.it

Video Lezione: Il Pessimismo di Schopenhauer 

 

Se l’uomo avesse soltanto la fede ( di qualsiasi forma essa possa essere), non potrebbe sopportare un istante di vivere. Se l’uomo avesse soltanto la fede, sarebbe completamente circondato dalla notte che nasconde ciò in cui egli ripone la propria fiducia, Emanuele Severino

Se l’uomo avesse soltanto la fede ( di qualsiasi forma essa possa essere), non potrebbe sopportare un istante di vivere. Se l’uomo avesse soltanto la fede, sarebbe completamente circondato dalla notte che nasconde ciò in cui egli ripone la propria fiducia.
L’oscurità e la disperazione gli entrerebbero nel sangue, nelle ossa, nei pensieri. Non sarebbe mai apparso ciò che chiamiamo ” umanità “. Ciò che, da quando l’uomo vive sulla Terra, gli impedisce di sopprimersi per l’insopportabilità della notte della fede, è quindi qualcosa di infinitamente diverso e di infinitamente più alto della fede. Lo si può chiamare con una vecchia parola carica di ambiguità: ” la verità “. Nel suo senso autentico, la verità non è un dono fatto agli uomini dagli dèi. La verità appare ad ogni uomo: all’idiota, al folle, al delinquente, al dotto e all’ignorante, al ricco e al miserabile, all’uomo anonimo e imbecille della moderna società di massa. L’uomo è l’apparire della verità ed è quindi la gioia che splende in tale apparire. Anche se non se ne rende conto. Al fondo della disperazione estrema dell’uomo splende la gioia. La disperazione estrema avverte di essere sostenuta e circondata dalla gioia estrema. La gioia della verità giace nel fondo dell’anima di ogni uomo.
Chi si uccide non si uccide per mancanza di fede, ma per fede, per troppa fede: perché si crede ridotto al mondo che la fede gli presenta, o perché crede che non esista altro mondo che quello della fede, o perché il cielo della verità gli sta davanti come l’azzurro del cielo sta davanti al cacciatore che non vuol far altro che catturare gli uccelli, e il cielo lo vede ma non lo guarda.
Nel suo senso autentico, la verità illumina i focolari degli uomini. Essi si rifugiano presso i loro focolari e li trovano caldi e luminosi e dinanzi ad essi fan festa. Ma la pura gioia della festa ha altra provenienza: non si spegne quando il ceppo è finito e la fiamma ha lasciato il posto alla cenere.
(Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli,Milano 1995, pp. 174 – 175)

estratto da Vasco Ursini

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino

oggi è il compleanno di EMANUELE SEVERINO, 26 febbraio 2016

scrive Vasco Ursini (dal gruppo https://www.facebook.com/groups/995555343856790/):
A nome mio personale e di tutti i membri del gruppo un istante fa ho fatto telefonicamente gli auguri a Emanuele Severino per il suo compleanno. Vi assicuro che li ha molto graditi e vi saluta affettuosamente

PALAZZO SANDRO, Eraclito e Parmenide: essere e divenire, Hachette, 2015, pp. 140

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Tecnica e Politica – Conferenza del Professor Emanuele Severino, Roma 12 febbraio 2015

Tecnica e Politica – Conferenza del Professor Emanuele Severino

Sorgente: Tecnica e Politica – Conferenza del Professor Emanuele Severino (12.02.2015)

In morte di Fernanda Pivano: declino e morte del mito americano fra gli intellettuali di sinistra, 19 agosto 2009

 

 

Fernanda Pivano ha vissuto la sua vita in modo creativo ed intenso: fortunata lei e bravo il suo angelo custode.

In una giornata piena di elogi per la sua opera, individuo una traccia minore che parla della unilateralità delle culture ideologiche e dei cicli letterari del “mito dell’America”.

Fernando Pivano negli anni Quaranta,  aiutata da Cesare Pavese, contribuì a tradurre e diffondere in Italia gli scrittori americani, che vennero usati in chiave antifascista.

Tuttavia questa fiammata, carica di soffi ispirati alla libertà individuale, durò poco. Già negli anni Cinquanta la sinistra italiana tornò al mito comunista e a collocarsi sul contraddittorio confine del totalitarismo stalinista e post-stalinista.

 

DECLINO E MORTE DEL MITO AMERICANO

 

Il mito non si presenta come un blocco compatto, ma con vette, cupole, pianure: una cupola negli anni 1930- 1935 (i grandi articoli di Pavese); una pianura fra il 1934 e il 1940, con due depressioni più accentuate, nel 1936 e nel 1938; una vetta, il punto culminante, nel 1941-42 (Americana di Vittorini); poi, una lunga esten­sione declinante in dolce pendio, interrotta qua e là da alture, quali la montagna di traduzioni nell’Italia libe­rata (1944-46), e il vulcano in eruzione del «Politecni­co» (1945-47). Dopo, è il declino irrimediabile, fino al livello dello zero raggiunto nel 1950.

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L’illusione americana, nell’euforia della Liberazione, dura ancora uno o due anni. Nel 1947, nessuno dubita che essa sia tramontata, nello stesso modo in cui ha fatto cilecca l’alleanza fra il partito cattolico e i socialisti e i comunisti. Pavese non trova più romanzi americani degni di essere introdotti in Italia … Nello stesso 1947, Vittorini inter­rompe il suo secondo discorso sull’America, quella Bre­ve storia della letteratura americana rimasta ferma al­l’epoca dei pionieri. Il fatto è che egli si persuase allora, come confesserà in seguito, che la « nuova leggenda », celebrata con tanto entusiasmo nel commento ad Ame­ricana, era morta, ed era morta bambina. « Contavo su William Saroyan; e Saroyan non ha fatto che ride­scrivere continuamente gli stessi gesti fino a renderli in poco tempo privi di ogni incentivo per chiunque, e mec­canici, vuoti. Contavo su Erskine Caldwell; e Caldwell… oggi si confonde coi più estemporanei produttori di let­teratura industrializzata ». Stessa delusione a proposito dei giovani dell’anteguerra, John Fante, Richard Wright, e dei giovani del dopoguerra, Nelson Algren, Norman Mailer, Saul Bellow, Truman Capote, Wright Morris, Flannery O’Connors.

Né Pavese né Vittorini continuano ad occuparsi di letteratura americana, dopo il 1947, se non per esprime­re i loro dubbi e i loro pentimenti. Le cause di questo di­sincanto possono essere divise in tre categorie.

 

  1. – Cause politiche

Sono le più evidenti. Il mito dell’America poggia fin dagli inizi su un paradosso: se conseguente con se stes­sa, mai la sinistra intellettuale italiana avrebbe scelto gli Stati Uniti capitalisti come terra di esilio. Li ha scelti per solidarietà sentimentale con gli emigrati di Sicilia

e per reazione contro le ingiurie rivolte dalla propaganda fascista all’indirizzo della giudeo-plutocra­zia di New York. All’indomani della Liberazione, è nor­male che la contraddizione esploda: la sinistra marxista ritrova la sua vera patria, la Russia sovietica, e gli Stati Uniti si rivelano per quello che sono: una potenza eco­nomico-finanziaria con fini imperialisti. L’inizio della guerra fredda, il calare del sipario di ferro mostrano ad ognuno che si deve scegliere tra Est ed Ovest: e siccome in quegli anni il cuore è ad Est, si ha la ten­denza a denigrare l’Occidente. ….  Pavese constatando il declino della cul­tura americana, si pone il problema sulle colonne del-YUnità, il giornale del Partito comunista italiano. « Ci pare che la cultura americana abbia perduto il magiste­ro, quel suo ingenuo e sagace furore che la metteva al­l’avanguardia del nostro mondo intellettuale. Né si può non notare che ciò coincide con la fine, o sospensione, della sua lotta antifascista… Senza un fascismo a cui op­porsi, … senza un pensiero e senza lotta progressiva, rischierà anzi [l’America] di darsi essa stessa a un fa­scismo, e sia pure nel nome delle sue tradizioni mi­gliori ».”

Notiamo il tono moderato: Pavese esprime delle per­plessità più che delle certezze. Non si assiste a una pa­linodia. Pavese è sì comunista, adesso, ma non dà certo alle fiamme ciò che ha adorato. Allo stesso modo Vit­torini, comunista anche lui, non baratta il suo mito americano per un mito dell’U.R.S.S. : non dà ragione né a Steinbeck né a Fadeev, l’uno e l’altro colpevoli, ai suoi occhi, di cadere in un conformismo post-rivolu­zionario.

Nello stesso modo in cui il mito dell’America, molto più che un’infatuazione letteraria è stato per Pavese e Vittorini un’esperienza cruciale, così il declino del mito lascia in essi un vuoto che niente più può colmare. Nel giugno 1950 scoppia la guerra di Corea. La sinistra deve abbandonare definitivamente l’America, non senza una stretta al cuore. Il 1950, in questo campo come negli altri, segna la fine di un’epoca.

 

  1. – Cause filosofiche

Fin dalla sua nascita, il mito dell’America poggia su una seconda contraddizione, che esplode pure dopo la caduta del fascismo. La nuova leggenda dell’uomo, quella che Pavese e Vittorini hanno creduto di trovare in America, è una leggenda ottimista, che celebra la di­gnità dell’uomo, la vittoria della « purezza » sulla « cor­ruzione », vittoria conquistata a caro prezzo e rimessa in discussione di continuo, ma la lotta contro le forze che soffocano e alienano l’uomo è di per sé la migliore testimonianza della rinascita dell’uomo, della fiducia in se stesso che l’uomo riacquista dopo secoli di tenebre, d’incultura e di rassegnazione.

Ora, quale nuovo avvenimento prodottosi dopo la guerra rivela l’inconsistenza di questa metafisica dell’uo­mo e, nel contempo, l’errore d’interpretazione commes­so a spese della letteratura americana? Quale nuovo av­venimento indica che l’uomo svincolato dall’umanesimo borghese non è affatto un uomo che cessa di essere alie­nato, non è affatto un uomo fiero della sua dignità di uomo, come invece piaceva credere ai cuori sentimen­tali? Quale nuovo avvenimento mostra che la letteratura americana ha contribuito meno di ogni altra a questa illusione?

L’avvenimento è il folgorante propagarsi dell’esisten­zialismo nell’ambito della cultura europea e la scoperta che, sì, c’è un uomo nuovo, in effetti, ed è un uomo i cui tratti derivano in parte dai modelli americani: ma quest’uomo è tutto il contrario del tipo che i cuori sen­timentali si attendevano, quest’uomo è un puro nulla. Sartre e Camus sviluppano al massimo le premesse filo­sofiche contenute nei romanzi americani e approdano alla descrizione di un mondo vuoto e arido, senza ani­ma e senza lacrime. …

Le intuizioni di Pavese e Vittorini, disseminate lungo vent’anni di scritti, tanto più valore hanno, in effetti, quanto meno si cerchi di codificarle troppo rigorosamen­te. Sarebbe posto in evidenza come non solo si siano « sbagliati » sull’America — ciò avrebbe poca importan­za, dopotutto — ma anche come la loro filosofia sia una chimera da sognatori. Quel che può insegnare la let­teratura americana è una visione totalmente nichilista dell’uomo: dunque è giusto riconoscere che l’esistenzia­lismo francese ha raccolto tale insegnamento, e che solo esso l’ha raccolto, quando il sentimentalismo italiano viene già a trovarsi spoglio di ogni sua speranza.

Come dubitare di questo, quando si vede Vittorini rinunciare a scrivere quasi nello stesso momento in cui rinuncia a mitizzare l’America? Dopo Le donne di Mes­sina, un grosso romanzo pubblicato nel 1949, egli in­terrompe per sempre la sua produzione romanzesca, fat­ta eccezione per un solo racconto, La Garibaldina, ap­parso nel 1956 (può darsi che si scoprano degli inediti: resta il fatto che egli avrà dubitato a tal punto di sé da non voler più consegnare al pubblico i propri lavori). Si è tentati di concludere che Vittorini rinuncia a scrivere perché, insieme con l’inconsistenza della sua chimera americana, scopre il vuoto della sua filosofìa, l’esagera­zione retorica del suo ottimismo sentimentale.

La cosa più strana però è che, malgrado la loro in­terpretazione sbagliata della « nuova leggenda », tanto Vittorini quanto Pavese riuscirono a scrivere romanzi molto più belli di quelli di Sartre o di Camus. Nessun romanzo esistenzialista francese si può paragonare a Conversazione in Sicilia o a La Luna e i falò. Se dun­que l’esistenzialismo francese ha raccolto l’insegnamento teorico degli scrittori americani, si deve fare osservare come, guidati dal loro mero istinto, i romanzieri italiani abbiano saputo trarre dal messaggio americano una le­zione più vitale, un’ispirazione più profìcua.

Forse la differenza fra l’atteggiamento francese e l’atteggia­mento italiano verso la letteratura americana si può riassumere in due nomi : Faulkner e Melville. Il mito francese si cristallizzò su Faulkner, il mito italiano su Melville. Melville è rimasto sempre il parente povero dei grandi stranieri introdotti in Francia; lo stesso si può dire per Faulkner in Italia. Dobbiamo dedurre che il largo afflato poetico di Moby Dick è più congeniale al temperamento ita­liano, come la disperazione caotica di Sanctuary è più congeniale al temperamento francese?

 

  1. – Cause psicologiche

Più aspramente deluso di Vittorini, ferito più pro­fondamente, Pavese non rinuncia soltanto a scrivere: Pavese si uccide nel 1950, e questo suicidio rivela, a quanti avrebbero potuto ignorarlo, l’angoscia in cui lo scrittore piemontese non cessò di dibattersi e il signifi­cato profondamente pessimistico della sua opera. Se egli arrivò a celebrare la virtù tonica di Melville e a cercare in America le ragioni per riacquistare la fiducia nella dignità dell’uomo, si comprende ormai che ciò non fu per intonare un peana sentimentale in gloria del genere umano, ma per riattaccarsi a un qualcosa che fosse me­no insopportabilmente sinistro della sua infelicità, per sopravvivere.

Parimenti scolastici, per lo spirito e per lo stile, sono gli articoli e i saggi dei nuovi americanisti: da Salva­tore Rosati a Fernanda Pivano, da Paolo Milano a Ga­briele Baldini. Nomi ai quali bisognerebbe aggiungere, ora, quelli di Agostino Lombardo e Vito Amoruso, di Nemi D’Agostino e Glauco Cambon, di Biancamaria Tedeschini ed Elémire Zolla. Tutti, o quasi tutti, pro­fessori nelle università italiane, hanno sovente studiato o insegnato per qualche anno in una università ame­ricana. Dal 1956 al 1964, essi pubblicano a Roma una rivista (« Studi americani ») che esamina metodologica­mente gli autori che la generazione del 1930 aveva sco­perto un po’ a casaccio, che rimette ordine, traccia pro­spettive e nel contempo rivede i giudizi espressi dagli illustri predecessori. È così che si torna a Emily Dickinson e a Henry James, per correggere la leggenda di un’America « barbara », violenta e antiumanista. È così che si assegna un ruolo più modesto a Sherwood Ander­son e a Lee Masters, a Saroyan e a Caldwell, che si rie­suma Fitzgerald e si accorda il primo posto —- senz’altro meritato — a Faulkner.

Sarebbe inutile tanto rimpiangere il caos eroico degli anni Trenta quanto rallegrarsi perché si dispone infine di un metodo storico per poter apprezzare nel loro giu­sto valore gli americani. Ciò che bisogna comprendere è questo: lo spirito dei tempi è mutato. La prima ge­nerazione di americanisti — i Cecchi, i Praz, i Linati — si era servita dell’America per illustrare una certa con­cezione dell’uomo. La seconda generazione —, i Pavese, i Vittorini, i Pintor —- se ne servì per illustrare una concezione opposta. Era inevitabile che l’ultima parola toccasse a una terza generazione, quella degli storici e dei professori, i quali studiano le cose come sono e non già secondo prevenzioni ideologiche.

 

In Dominique Fernandez, Il mito dell’America negli intellettuali italiani, Salvatore Sciascia Editore, Roma/Caltanisetta, 1969, p. 103-112

Vasco Ursini presenta il suo libro: “Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?”, Palafiori di Sanremo 2016 – Booksprint Edizioni

Vasco Ursini da Cittaducale (RI) al Palafiori di Sanremo.

Segui l’intervista in TV del nostro autore che presenta il suo libro:

“Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?”.

 

Luca Taddio intervista Emanuele Severino sull’idea di Europa, su cosa sia rimasto della cultura europea e cosa è rimasto dell’idea di Europa oggi – Rai Storia

Luca Taddio intervista Emanuele Severino sull’idea di Europa, su cosa sia rimasto della cultura europea e cosa è rimasto dell’idea di Europa oggi

Sorgente: Emanuele Severino. Ripensare l`Europa – Rai Storia

QUATTRO LEZIONI SUL TEMPO, alla fondazione Corriere della Sera, 9, 16, 23 febbraio 2016

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teatro di NANDO GAZZOLO, Visione – da H. P. Lovecraft 

Liberamente tratto da H. P. Lovecraft – adattamento, voce, live electronics e musiche di Matteo Gazzolo.
“Visione” è uno studio di teatro sonoro sull’opera del controverso e oscuro scrittore H. P. Lovecraft, considerato uno dei padri del fantasy e della fantascienza.

Quando diversi anni fa mi resi conto che il teatro mette in scena, in realtà, un mondo invisibile, cominciai ad indagare (senza mai più interrompere questa mia ricerca, realizzando molte versioni di teatro sonoro) nei testi sacri, nei miti, nelle leggende, nelle fiabe, nell’opera dei poeti classici e, ovviamente, anche nella vasta produzione di racconti del mistero che fin dall’800 hanno invaso, e con sempre maggiore successo, il mercato editoriale mondiale.

L’opera di Lovecraft, pur essendo molto affascinante, mi ha sempre ispirato una certa diffidenza, sia per lo stile a tratti molto ridondante, sia perché il suo è un immaginario senza speranze, dove il nulla, l’estinzione della vita e la fine di tutto il mondo sono ineluttabili conseguenze.
Eppure, Lovecraft ha anche un aspetto profetico, chirurgicamente critico verso il mondo moderno, che egli (a mio dire, giustamente) vede intriso di una scienza fredda, meccanicista, che invece di illuminare le nostre coscienze sui segreti del vivente ci porta ad una conoscenza oscura, che genera incubi, paure e dannazione.

In “Visione”, storia di carattere onirico, tipica dell’autore, ho dato una mia personale interpretazione dei testi originali, in alcun modo filologica, cercando una luce, “quale-che-fosse”, nell’incubo senza speranze dell’opera di Lovecraft.
Ho costruito un mondo sonoro cinematico, ma non ho spinto su musiche dalle tonalità più scure e sulle dissonanze, bensì su tratti anche ariosi, su accordi che possono aprire spazi e permettere al respiro di prendere tempo.
Nella recitazione, un vero esercizio di tenuta vocale che spazia tra ampi cambi di registro e canto, non ho cercato di far troppo prevalere la velocità reattiva della follia e dell’orrore, bensì ho dato ampio spazio anche al più cauto ritmo del ragionamento, della presa di coscienza, per fare uscire dall’incubo il personaggio che racconta la storia.

 

DAL SASSO ANDREA, Creatio ex nihilo. Le origini del pensiero di Emanuele Severino tra attualismo e metafisica, Mimesis edizioni

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Uno spaccato sulla storia della filosofia italiana del Novecento, interpretata alla luce del significato ontologico della creatio ex nihilo nel dibattito tra attualismo, problematicismo e metafisica, con il proposito di introdurre il lettore al pensiero di Emanuele Severino, mediante l’analisi delle sue origini e delle maggiori influenze (Gentile, Bontadini). L’analisi storica è affiancata all’intento teoretico di problematizzare l’inizio del filosofare severiniano, allo scopo di esplicitare le condizioni di possibilità per un ripensamento radicale del significato della prassi e dell’etica al di fuori di una comprensione nichilistica del divenire.

Andrea Dal Sasso (Feltre 1982) è dottore di ricerca in Filosofia. Nel 2009-2010 è stato borsista presso l’Istituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli. È autore del volume Dal divenire all’oltrepassare. La differenza ontologica nel pensiero di Emanuele Severino (Roma 2009) e di vari articoli su riviste internazionali. I suoi interessi sono rivolti alla filosofia italiana del Novecento nelle sue relazioni con la filosofia europea, con particolare riferimento all’ontologia e alla metafisica.

Sorgente: Creatio ex nihilo

Domenica — Il Sole 24 Ore, Archivio Storico

Sorgente: Domenica, Archivio Storico — Il Sole 24 Ore

Nicla Vassallo. Che è accaduto alla caverna di Platone?

ATTILA JOZSEF, Il dolore, tratta dal blog di Titti de Luca