Emanuele Severino: la fede, ogni fede, è violenza

Prigioniero della volontà, l’intelletto del credente assume come incontrovertibile il controvertibile, come indubitabile il dubitabile, come certo l’incerto, come visibile l’invisibile, come chiaro l’oscuro. Anche per questo motivo nei miei scritti si sostiene che la fede – ogni fede (e oggi tutto è diventato fede) – è violenza e che l’essenza della violenza è la volontà che vuole l’impossibile, la contraddizione. Anche per questo motivo, ogni fede – religiosa, scientifica, politica – che oggi tenta di salvare l’uomo è animata da quella stessa violenza che essa intende combattere.
(Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, Milano 1995, pp. 108 – 109)

Se l’uomo avesse soltanto la fede ( di qualsiasi forma essa possa essere), non potrebbe sopportare un istante di vivere. Se l’uomo avesse soltanto la fede, sarebbe completamente circondato dalla notte che nasconde ciò in cui egli ripone la propria fiducia, Emanuele Severino

Se l’uomo avesse soltanto la fede ( di qualsiasi forma essa possa essere), non potrebbe sopportare un istante di vivere. Se l’uomo avesse soltanto la fede, sarebbe completamente circondato dalla notte che nasconde ciò in cui egli ripone la propria fiducia.
L’oscurità e la disperazione gli entrerebbero nel sangue, nelle ossa, nei pensieri. Non sarebbe mai apparso ciò che chiamiamo ” umanità “. Ciò che, da quando l’uomo vive sulla Terra, gli impedisce di sopprimersi per l’insopportabilità della notte della fede, è quindi qualcosa di infinitamente diverso e di infinitamente più alto della fede. Lo si può chiamare con una vecchia parola carica di ambiguità: ” la verità “. Nel suo senso autentico, la verità non è un dono fatto agli uomini dagli dèi. La verità appare ad ogni uomo: all’idiota, al folle, al delinquente, al dotto e all’ignorante, al ricco e al miserabile, all’uomo anonimo e imbecille della moderna società di massa. L’uomo è l’apparire della verità ed è quindi la gioia che splende in tale apparire. Anche se non se ne rende conto. Al fondo della disperazione estrema dell’uomo splende la gioia. La disperazione estrema avverte di essere sostenuta e circondata dalla gioia estrema. La gioia della verità giace nel fondo dell’anima di ogni uomo.
Chi si uccide non si uccide per mancanza di fede, ma per fede, per troppa fede: perché si crede ridotto al mondo che la fede gli presenta, o perché crede che non esista altro mondo che quello della fede, o perché il cielo della verità gli sta davanti come l’azzurro del cielo sta davanti al cacciatore che non vuol far altro che catturare gli uccelli, e il cielo lo vede ma non lo guarda.
Nel suo senso autentico, la verità illumina i focolari degli uomini. Essi si rifugiano presso i loro focolari e li trovano caldi e luminosi e dinanzi ad essi fan festa. Ma la pura gioia della festa ha altra provenienza: non si spegne quando il ceppo è finito e la fiamma ha lasciato il posto alla cenere.
(Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli,Milano 1995, pp. 174 – 175)

estratto da Vasco Ursini

Sorgente: Amici a cui piace Emanuele Severino

BENEDETTO CROCE, Perché non possiamo non dirci cristiani, EMANUELE SEVERINO, Perché non possiamo non dirci post-cristiani, ALDO BERGAMASCHI, Perchè non posso dirmi “post cristiano”

  • BENEDETTO CROCE, Perché non possiamo non dirci cristiani, in La mia filosofia
  • EMANUELE SEVERINO, Perché non possiamo non dirci post-cristiani, CORRIERE DELLA SERA, 27 dicembre 2002
  • P. ALDO BERGAMASCHI, PERCHE’ NON POSSO DIRMI “POST-CRISTIANO”, FRATE FRANCESCO – Anno 78 – n°2 – Febbraio 2003

 

BENEDETTO CROCE

Perché non possiamo non dirci cristiani

in La mia filosofia

 

 

Rivendicare a se stessi il nome di cristiani non va di solito scevro da un certo sospetto di pia unzione e d’ipocrisia, perché più volte l’adozione di quel nome è servita all’autocompiacenza e a coprire cose assai diverse dallo spirito cristiano, come si potrebbe provare con riferimenti che qui si tralasciano per non dar campo a giudizi e contestazioni distraenti dall’oggetto di questo discorso. Nel quale si vuole unicamente affermare, con l’appello alla storia, che noi non possiamo non riconoscerci e non dirci cristiani, e che questa denominazione è semplice osservanza della verità.

 

Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo.

 

Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate. Tutte, non escluse quelle che la Grecia fece della poesia, dell’arte, della filosofia, della libertà politica, e Roma del diritto: per non parlare delle più remote della scrittura, della matematica, della scienza astronomica, della medicina, e di quant’altro si deve all’Oriente e all’Egitto. E le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni, in quanto non furono particolari e limitate al modo delle loro precedenti antiche, ma investirono tutto l’uomo, l’anima stessa dell’uomo, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana, in relazione di dipendenza da lei, a cui spetta il prima perché l’impulso originario fu e perdura il suo.

 

La ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e, conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità.[…] La coscienza morale, all’apparire del cristianesimo, si avvivò, esultò e si travagliò in modi nuovi, tutt’insieme fervida e fiduciosa, col senso del peccato che sempre insidia e col possesso della forza che sempre gli si oppone e sempre lo vince, umile ed alta, e nell’umiltà ritrovando la sua esaltazione e nel servire al Signore la letizia. E si tenne incontaminata e pura, intransigente verso ogni allettamento che la traesse fuori di sé o la mettesse in contrasto con se stessa, guardinga persino contro la stima e la lode e il luccicore sociale; e la sua legge attinse unicamente dalla voce interiore, non da comandi e preconcetti esterni, che tutti si provano insufficienti al nodo che di volta in volta si deve sciogliere, al fine morale da raggiungere, e tutti, per una via o per un’altra, risospingono nella bassura sensuale e utilitaria. E il suo affetto fu di amore, amore verso tutti gli uomini, senza distinzione di genti e di classi, di liberi e schiavi, verso tutte le creature, verso il mondo, che è opera di Dio e Dio che è Dio d’amore, e non sta distaccato dall’uomo, e verso l’uomo discende, e nel quale tutti siamo, viviamo e ci moviamo.[…] Continuatori effettivi dell’opera religiosa del cristianesimo sono da tenere quelli che partendo dai suoi concetti e integrandoli con la critica e con l’ulteriore indagine, produssero sostanziali avanzamenti nel pensiero e nella vita.

 

Furono dunque, nonostante talune parvenze anticristiane, gli uomini dell’umanesimo e del Rinascimento, che intesero la virtù della poesia e dell’arte e della politica e della vita mondana, rivendicandone la piena umanità contro il soprannaturalismo e l’ascetismo medievali, e, per certi aspetti, in quanto ampliarono a significato universale le dottrine di Paolo, slegandole dai particolari riferimenti, dalle speranze e dalle aspettazioni del tempo di lui, gli uomini della Riforma; furono i severi fondatori della scienza fisico-matematica della natura, coi ritrovati
che suscitarono di mezzi nuovi alla umana civiltà; gli assertori della religione naturale e del diritto naturale e della tolleranza, prodromo delle ulteriori concezioni liberali; gl’illuministi della ragione trionfante, che riformarono la vita sociale e politica, sgombrando quanto restava del medievale feudalismo e dei medievali privilegi del clero, e fugando fitte tenebre di superstizioni e di pregiudizi, e accendendo un nuovo ardo e un nuovo entusiasmo pel bene e pel vero e un rinnovato spirito cristiano e umanitario; e, dietro ad essi, i pratici rivoluzionari che dalla Francia estesero la loro efficacia nell’Europa tutta; e poi i filosofi, che procurarono di dar forma cristiana e speculativa all’idea dello Spirito, dal cristianesimo sostituita all’antico oggettivismo, Vico e Kant e Fichte e Hegel, i quali, per diretto o per indiretto, inaugurarono la concezione della realtà come storia, concorrendo a superare il radicalismo degli enciclopedisti con l’idea dello svolgimento e l’astratto libertarismo dei giacobini con l’istituzionale liberalismo, e il loro astratto cosmopolitismo col rispettare e promuovere l’indipendenza e la libertà di tutte le varie e individuate civiltà dei popoli questi, e tutti gli altri come essi, che la chiesa di Roma, sollecita (come non poteva non essere) di proteggere il suo istituto e l’assetto che aveva dato ai suoi dommi nel concilio di Trento, doveva di conseguenza sconoscere e perseguitare e, in ultimo, condannare con tutta quanta l’età moderna in un suo sillabo, senza per altro essere in grado di contrapporre alla scienza, alla cultura e alla civiltà moderna del laicato un’altra e sua propria e vigorosa scienza, cultura e civiltà. E doveva e deve respingere con orrore, come blasfemia, il nome che a quelli bene spetta di cristiani, di operai nella vigna del Signore, che hanno fatto fruttificare con le loro fatiche, coi loro sacrifici e col loro sangue la verità da Gesù primamente annunciata e dai primi pensatori cristiani bensì elaborata, ma non diversamente da ogni altra opera di pensiero, che è sempre un abbozzo a cui in perpetuo sono da aggiungere nuovi tocchi e nuove linee. Né può a niun patto piegarsi al concetto che vi siano cristiani fuori di ogni chiesa, non meno genuini di quelli che vi son dentro, e tanto più intensamente cristiani perché liberi. Ma noi, – che scriviamo né per gradire né per sgradire, agli uomini delle chiese e che comprendiamo, con l’ossequio dovuto alla verità, la logica della loro posizione intellettuale e morale e la legge del loro comportamento –, dobbiamo confermare l’uso di quel nome che la storia ci dimostra legittimo e necessario..[…]

 

E il Dio cristiano è ancora il nostro, e le nostre affinate filosofie lo chiamano lo Spirito, che sempre ci supera e sempre è noi stessi; e, se noi non lo adoriamo più come mistero, è perché sappiamo che sempre esso sarà mistero all’occhio della logica astratta e intellettualistica, immeritatamente creduta e dignificata come «logica umana», ma che limpida verità esso è all’occhio della logica concreta, che potrà ben dirsi «divina», intendendola nel senso cristiano come quella alla quale l’uomo di continuo si eleva, e che, di continuo congiungendolo a Dio, lo fa veramente uomo.

 

 

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CORRIERE DELLA SERA, 27 dicembre 2002

 

Perché non possiamo non dirci post-cristiani

di EMANUELE SEVERINO

 

 

La Chiesa non intende «per prima cosa condannare gli errori dell’epoca», ma vuole «innanzitutto impegnarsi a mostrare serenamente la forza e la bellezza della dottrina della fede». (Sono parole del Papa). Il progetto è risultato vincente. Soprattutto perché la cultura del nostro tempo dà un consistente contributo perché i propri «errori» diventino meritevoli di condanna. Essi si raccolgono attorno a uno, fondamentale. La cultura «laica» grida sempre di più che nessuno, nemmeno essa stessa, può pretendere di possedere la verità assoluta e incontrovertibile. In questo modo, avvalora la critica che la Chiesa le rivolge: di essere semplice «relativismo», «scetticismo», «agnosticismo», che fa acqua da tutte le parti.

 

Eppure la cultura «laica» ha ereditato dal proprio formidabile inizio – cioè da pensatori come Nietzsche, Gentile e altri, ma innanzitutto Leopardi – una straordinaria potenza concettuale, capace di distruggere il grande passato dell’Occidente. Ma, come i Proci, non ha saputo impugnare e tendere l’arco di questa potenza, non ne ha capito l’invincibilità, quindi vive oggi come se ne fosse priva. Figlia imbelle di una potente genitura.
Che cosa aveva ereditato? L’unica verità assoluta che può e dev’essere affermata dal pensiero dell’Occidente – divenuto ormai planetario – e che il grande inizio della filosofia del nostro tempo sa scorgere: che l’esistenza del divenire implica necessariamente l’inesistenza di ogni Dio eterno. Questa tesi non ha nulla a che vedere con lo scetticismo, perché essa si fonda su ciò che per tutti gli abitatori dell’Occidente (cristianesimo incluso) è la verità più indiscutibile, ossia che nel loro divenire le cose e gli eventi sporgono provvisoriamente dal nulla.
Ma che sa di tutto questo la cultura «laica», «critica», «aperta», «liberale» del nostro tempo? che sa di quel suo potente inizio che ha portato inevitabilmente al tramonto la tradizione dell’Occidente? Essa ripete che Dio e la verità sono morti. Un ritornello innocuo perché è ridotto a un opinione, a una fede non più consistente di quella cristiana. E tanto più assordante quanto più vuoto nell’idiozia delle masse che vivono inconsapevolmente la morte di Dio. Il vero grande nemico della tradizione religiosa dell’Occidente (il grande inizio a cui accennavo) giace infatti addormentato nel sottosuolo, nascosto dall’idiozia e dai ritornelli sapienti. Il che facilita, per ora, la vita della chiesa, che a buon diritto può celebrare il successo dei propri concili e sostenere che la «fiducia» nel patrimonio cristiano è la «base» su cui «si possono affrontare con lucidità i problemi, pur complessi e difficili, del momento presente – come ha detto recentemente il Papa -. Lo Stato può essere vero Stato solo se è guidato dalla verità cristiana. Lo Stato ha il dovere di essere Stato cristiano».
Esiste una oggettiva omogeneità tra questa concezione della Chiesa e le forme teocratico-integralistiche delle diverse religioni mondiali. Lo vado indicando da tempo col seguente argomento. Non c’è Stato cristiano senza leggi cristiane, cioè leggi che proibiscono di violare il messaggio cristiano. Ma una legge dello Stato è tale solo se la sua trasgressione implica una sanzione terrena. Pertanto, quando nella società viene trasgredito un tratto qualsiasi del messaggio cristiano, il vero Stato, secondo la Chiesa, deve mettere in moto il proprio apparato repressivo per punire le trasgressioni.
A «Rainews» il cardinale Silvestrini mi ha recentemente risposto, con la sua consueta amabilità, che la Chiesa non intende compiere alcuna pressione di tipo politico, ma «si rivolge alle coscienze».
D’accordo, questa è indubbiamente l’intenzione della Chiesa. Ma che cosa dice la Chiesa alle coscienze? Di costruire in coscienza e liberamente uno Stato cristiano. Ma uno Stato cristiano non può che essere teocratico e integralista. Non cessa di esserlo per il fatto di essere liberalmente voluto dall’intimo convincimento degli individui. In piena buona coscienza si può volere uno Stato dove il comportamento non cristiano è raggiunto da sanzioni giuridico-penali. In piena buona coscienza si può volere anche di peggio.

 

I «laici» del nostro tempo sono imbelli, ma lo strumento con cui la Chiesa vorrebbe «affrontare i problemi, complessi e difficili del momento presente» è, proprio esso, uno dei grandi problemi che rimangono ancora, non risolti, sul tappeto.

 

 

***

 

 

FRATE FRANCESCO – Anno 78 – n°2 – Febbraio 2003

 

PERCHE’ NON POSSO DIRMI “POST-CRISTIANO”

di P. ALDO BERGAMASCHI

 

 

 

“Io ho fatto la mia parte; la vostra ve la insegni Cristo”

(S.Francesco, morente, ai frati)

 

 

Con questo titolo intendo rispondere all’Elzeviro del Prof. Emanuele Severino, pubblicato nella terza pagina del CORSERA del 27 dic. 2002, sotto il titolo “Perché non possiamo non dirci post-cristiani”.

Il Prof. Severino inizia citando queste parole del Papa: (La Chiesa) “per prima cosa (non intende) condannare gli errori dell’epoca” (ma vuole) innanzitutto impegnarsi a mostrare serenamente la forza e la bellezza della dottrina della fede”. A giudizio del Prof. questo “progetto è risultato vincente”. Soprattutto perché la cultura (laica) del nostro tempo espone alla condanna i propri “errori”.

 

Ebbene, no: nego che il progetto papale sia risultato vincente e nego che la cultura laica sia vittima di “errori”. Il progetto papale è antico di almeno diciotto secoli e nacque il giorno in cui anziché scrivere l’Apologia dei Cristiani (Giustino), qualcuno dovette limitarsi a scrivere l’Apologia del Cristianesimo. Poi Giustiniano dà ordine di chiudere la Scuola (filosofica) di Atene e su su si arriva fino al SILLABO che condanna gli errori dell’epoca nell’atto in cui afferma la propria verità. Breve: il progetto papale è risultato vincente solo per metà; la cultura laica – negando il possesso della verità anche per se stessa – è colpevole fino a metà, perché il “relativismo”, lo “scetticismo”, “l’agnosticismo”, non sono “errori” ma visioni del mondo. E qui comincia il problema.

 

Che Platone dica: «Dio è la massima misura di tutte le cose»; e che Protagora replichi: «l’uomo è misura di tutte le cose», ci crea qualche problema di logica, ma non è il caso di perdere la calma. Certamente uno dei due ha torto, se le due proposizioni sono “contraddittorie”; ma con strumenti mentali, forse non è possibile decidere. A questo punto io esco dal “linguaggio” e seguo la via evangelica dell’esame dei risultati (ex fructibus). Qualifico quelle due affermazioni come due “visioni del mondo”, legittime alla stadio enunciativo. Il vero problema, adesso, è di vedere come Platone e Protagora – partendo da quei principi – risolvono i problemi esistenziali. Si dovrebbe dire: ognuno faccia la sua Repubblica e si vedrà a occhio nudo dove sta la soluzione dei problemi (il volto eterno del divenire).

 

Il Prof. Severino dice che la cultura laica ha un formidabile inizio e una potenza concettuale “capace di distruggere il grande passato dell’Occidente”. Mamma li turchi! Mi viene subito in mente Epimenide, qualificato da Aristotele come “Profeta sul passato”; nel senso che distrugge le fondamenta teologiche del tempio di Delfo, monopolizzato dagli Achemenidi. Egli, infatti, nega che ci sia l’Omphalos – se mai c’è lo conoscono gli Dei, i mortali lo ignorano – e che dunque sia lì l’ombelico del mondo.

 

Così – a giudizio del Prof. Severino – il grande passato dell’Occidente sarebbe stato distrutto dalla potenza concettuale della cultura laica identificata in Nietzsche, Gentile, Leopardi. Sicché – guardando in bocca ai tre cavalli – la potenza della cultura laica niciana, sarebbe la scelta di Dioniso che sgambetta per la foresta senza pedagogia, pronto a identificare la sua etica con la verità, a fronte del Cristo statico, legato alla croce. Oppure sarebbe la celebrazione di Napoleone come esempio di “volontà di potenza”? Oppure la teoria dell’eterno ritorno?

 

E la forza della cultura laica gentiliana, sarebbe questo tratto de La mia religione (1943): «La religione cresce, si espande, si consolida e vive dentro la filosofia che elabora incessantemente il contenuto immediato della religione e lo immette nella vita della storia»? Oppure la forza della cultura laica leopardiana sarebbe la santificazione del naufragio?

 

Ahi ahi! Questo è il cristianesimo abbassato al rango di religione e perduto per sempre come “rivelazione” (unico luogo del divenire in cui appare l’eterno). In questo modo posso ammettere che la potenza della cultura laica sia capace di distruggere non solo la “religione cristiana” (il troncone più importante del passato dell’Occidente) ma anche tutte le “religioni” esistenti. E ciò che essa ha infatti distrutto è il cristianesimo ridotto al rango di religione dagli stessi cristiani (Gentile insegni).

Ma per uscire dalla palude, ai cristiani è sufficiente riguadagnare la metánoia e cioè la capacità di attuare il Messaggio e di trasformare il divenire nell’apparire dell’eterno!

 

Ma ecco come il Prof. Severino presenta sinteticamente la “potenza” teoretica ereditata dalla cultura laica: «L’esistenza del divenire implica necessariamente l’inesistenza di ogni Dio eterno». Per altri filosofi, invece, il divenire è portatore di uno scandalo per la ragione – contiene il non-essere dell’essere – che può essere tolto con l’ipotesi del teorema di Creazione. Per il Prof. Severino – visto che «gli eventi sporgono provvisoriamente dal nulla» – il divenire è l’apparire dell’eterno e in definitiva tutto è eterno (anche l’inferno Prof.?).

 

Forse questo colossale colpo di coda, mi aiuta a capire qualcosa della novità cristiana. Il cristianesimo, infatti, dice che Dio si è fatto uomo (il Logos si è fatto carne) e i cristiani dovrebbero attuare ciò che tale Logos ha loro suggerito per presentare Dio al mondo (ut videant opera vestra bona est). Ora, la cultura laica non ha saputo esprimersi come non ha saputo esprimersi il cristianesimo reale. Essa “ripete che Dio e la verità sono morti” ma si tratta di ritornello innocuo, ridotto a “religione” non più consistente di quella cristiana.

Non a caso il Prof. Severino dice che «il vero grande nemico della tradizione religiosa dell’Occidente (…) giace addormentato nel sottosuolo, nascosto dall’idiozia e dai ritornelli sapienti». Tutto bene se il bersaglio è la “tradizione religiosa dell’Occidente”; ma il Messaggio non è “religione”, ergo… frecce per mulini a vento!

 

Il Prof. Severino – con amara ironia – dice che tutto ciò «facilita, per ora, la vita della Chiesa, che a buon diritto può celebrare il successo dei proprii Concili e sostenere che la “fiducia” nel patrimonio cristiano è la “base” per avere la soluzione dei problemi complessi del momento». Infatti «Lo Stato può essere vero Stato solo se è guidato dalla verità cristiana. Lo Stato ha il dovere di essere Stato cristiano». E siamo al punto, caro Professore! Questo non è il Messaggio cristiano, ma la “religione cristiana”. Già il Manzoni, in polemica con Helvetius – il quale suppone che esista o debba o possa esistere uno Stato cattolico – osservava che siamo di fronte a una tesi assurda, se si ammette che il cristianesimo è indipendente dalle relazioni politiche. I cristiani non fanno mai “nazione a sé” perché essi, per costituzione, ipotizzano lo svuotamento e il superamento del concetto stesso di “nazione”.

Un disimpegno di tale specie può convogliare su di essi l’odio dì tutto il mondo; ma proprio in quell’istante diventano i testimoni della Verità e dunque i salvatori dell’umanità (i costruttori di pace). E infatti, se il soggetto è la “religione cristiana”, il Prof. Severino centra il bersaglio: «Esiste una oggettiva omogeneità tra questa concezione della Chiesa e le forme teocratico-integralistiche delle diverse religioni mondiali». Questa è la logica della “religione” già denunciata da Lucrezio e applaudita dai primi scrittori cristiani.

Caro Prof. Severino, io, al Card. Silvestrini avrei risposto: «Non è la Chiesa che si rivolge alle coscienze; ma il Messaggio che le interpella attraverso (medium quo) la Chiesa». II Manzoni, appena citato, è in linea diretta con un altro laico intellettuale cristiano del secondo secolo, conosciuto come l’autore della Lettera a Diogneto. Aveva capito che, per il cristiano «Ogni paese straniero è patria e ogni patria è paese straniero». In termini attuali: lo Stato Nazionale sovrano è il nemico numero uno del secondo comandamento «ama il prossimo tuo come te stesso». Sì, certo: in piena buona coscienza «si può volere anche di peggio». Esattamente il pensiero di Gesù: «Vi uccideranno credendo di dar gloria a Dio».

 

Conclude il Prof. Severino: i laici sono “imbelli” perché – aggiungo io – sono caduti essi pure al rango di “religione” (laica); ma la proposta della Chiesa – Stato guidato dalla verità cristiana – è proposta inaccettabile per lei; per me è proposta antievangelica. Se posso sommessamente esprimere la mia opinione, dico: «io sono per la costituzione di uno Stato planetario unico, con il compito di presiedere alla divisione delle etiche, perché la democrazia sia “compiuta” (libera determinazione dei gruppi); vanificando in questo modo la tentazione delle religioni di addossarsi allo Stato per guidarlo e la tentazione degli Stati di blandire le religioni per assicurarsi la stabilità».

Concludendo: io mi sento un post-religioso in attesa di essere cristiano. Non posso essere post-cristiano per il semplice motivo che non posso dirmi cristiano nemmeno nel senso crociano. Breve: non posso dirmi post-cristiano, perché il cristianesimo deve ancora essere attuato, soprattutto in re sociali, laddove il divenire picchia in testa a laici e religiosi, devastando l’uomo e ciò che in lui dovrebbe essere eterno: il rapporto di fratellanza.

le fedi secondo FRANÇOIS CAVANNA (fra i fondatori di CHARLIE HEBDO): “… Tutti voi, che vi siete fabbricati un dio “perfetto” e “buono” tanto stupido, tanto meschino, tanto sanguinario, tanto geloso, tanto avido di lodi quanto il più stupido, il più meschino, il più sanguinario, il più geloso, il più avido di lodi tra voi. Voi, oh, tutti voi NON ROMPETECI I COGLIONI!!!”

FRANÇOIS CAVANNA (1923-2014, scrittore e vignettista, fondatore di Charlie Hebdo):
“Voi, i cristiani, gli ebrei, i musulmani, i buddisti, gli scintoisti, gli avventisti, i panteisti, i testimoni di questo e di quello,

i satanisti, i guru, i maghi, le streghe, i santoni,

quelli che tagliano la pelle del pistolino ai bambini, quelli che cuciono la passerina alle bambine,

quelli che pregano ginocchioni, quelli che pregano a quattro zampe, quelli che pregano su una gamba sola,

quelli che non mangiano questo e quello, quelli che si segnano con la destra, quelli che si segnano con la sinistra,

quelli che si votano al Diavolo, perché delusi da Dio, quelli che pregano per far piovere, quelli che pregano per vincere al lotto, quelli che pregano perché non sia Aids,

quelli che si cibano del loro Dio fatto a rondelle, quelli che non pisciano mai controvento, quelli che fanno l’elemosina per guadagnarsi il cielo,

quelli che lapidano il capro espiatorio, quelli che sgozzano le pecore,

quelli che credono di sopravvivere nei loro figli, quelli che credono di sopravvivere nelle loro opere, quelli che non vogliono discendere dalla scimmia,

quelli che benedicono gli eserciti, quelli che benedicono le battute di caccia, quelli che cominceranno a vivere dopo la morte…

Tutti voi, che non potete vivere senza un Papà Natale e senza un Padre castigatore.

Tutti voi, che non potete sopportare di non essere altro che vermi di terra con un cervello.

Tutti voi, che vi siete fabbricati un dio “perfetto” e “buono” tanto stupido, tanto meschino, tanto sanguinario, tanto geloso, tanto avido di lodi quanto il più stupido, il più meschino, il più sanguinario, il più geloso, il più avido di lodi tra voi.

Voi, oh, tutti voi NON ROMPETECI I COGLIONI!!!

Fate i vostri salamelecchi nella vostra capanna, chiudete bene la porta e soprattutto non corrompete i nostri ragazzi.”

sul libro: Francesco Dipalo Introduzione al pensiero buddhista Edizioni del Giardino dei Pensieri, Bologna 2012

Francesco Dipalo
Introduzione al pensiero buddhista
Edizioni del Giardino dei Pensieri, Bologna 2012
ISBN: 978-88-98227-07-5

Con questo testo ci ripromettiamo di tratteggiare, in breve, le idee fondamentali del Buddhismo. Non miriamo ad un’esposizione completa ed esauriente. I lettori più esigenti avranno modo di placare la propria sete di conoscenza con l’attingere a ben altre fonti. Per questo, non esitiamo a rimandarli alla bibliografia commentata che completa la nostra trattazione. L’intento che ci anima è piuttosto quello di pungolare la curiosità intellettuale ed esistenziale di quanti, pur avendo qualche conoscenza filosofica, magari acquisita negli anni di studio liceale, non si sono mai accostati a questa sconfinata galassia del pensiero umano, ma sono disponibili al confronto con ciò che è diverso, provano gusto a mettersi in discussione come persone “integrali”, non disdegnando indossare i panni del “principiante”.

«Se la vostra mente è vuota, è sempre pronta per qualsiasi cosa; è aperta a tutto. Nella mente di principiante ci sono molte possibilità; in quella da esperto, poche (Mente Zen. Mente di principiante)» – ci ricorda il maestro zen giapponese Shunryu Suzuki (1904 – 1971), uno degli “apostoli” del Buddhismo in Occidente. “Apertura” è un termine importante per chi ama la filosofia, non importa che segua la tradizione “occidentale” o quella “orientale”. Aprirsi all’Altro da sé, a ciò che non si conosce è un gesto d’amore, soprattutto verso se stessi. E chi ama, sospinto dal desiderio, si mette in cammino verso la meta del suo amore. È questo il significato della parola greca “philo-sophìa” (amore per la sapienza). Il vero filosofo, dunque, è un eterno principiante, perché si è perfezionato nell’arte del meravigliarsi dinanzi a ciò che è nuovo e per lui inaudito. E custodisce un piccolo segreto, ignorato dai più: che «ogni giorno sorge un sole nuovo (Eraclito fr. 6 DK)», ossia ad ogni attimo, ad ogni batter di ciglia corrisponde una nuova esperienza conoscitiva.

Ecco, possiamo dire, in estrema sintesi, che l’essenza del messaggio buddhista stia proprio in questo invito a guardare se stessi e il mondo con occhi sempre nuovi, scientificamente oggettivi e compassionevoli allo stesso tempo, traducendo in pratiche di vita tale atteggiamento filosofico di fondo, in modo che esso penetri sin nel midollo del proprio essere. È la stessa “volatilità” del tempo ed imprevedibilità dei casi della vita a renderlo urgente. La vita è adesso, solo qui ed ora. Nell’illusione di un “prima” o di un “poi” la sofferenza è in agguato. Per questo, il Sandokai, poema buddhista dell’VIII secolo d. C., si chiude con questo appello: «Voi che ricercate la Via, vi prego, non lasciate che i giorni e le notti passino invano».

Là dove è stato possibile (e si è rivelato opportuno), per puntualizzare con maggiore chiarezza alcuni principi della visione buddhista si è fatto ricorso alla comparazione con il pensiero occidentale, utilizzando spunti ed autori dell’antichità greco-romana nonché della filosofia moderna e contemporanea. Si tratta, evidentemente, solo di suggestioni e di tracce che meriterebbero di essere seguite con maggiore attenzione. Ci interessa qui sottolinearlo per mostrare come certe distinzioni alle quali siamo superficialmente abituati – del genere “Occidente” versus “Oriente” – siano decisamente fuorvianti. Credo che oramai – a tutti i livelli, a cominciare da quello scolastico – sia giunto il momento di riconsiderarle in toto e di superarle in una più ampia e fruttifera sintesi che metta al centro l’individuo filosofante e le sue concrete esigenze esistenziali e spirituali di essere umano e di cittadino globale.

Scorribande Filosofiche

LA COMPAGNIA DELL’ARCOBALENO

Vi invita per

Venerdì 17 ottobre 2014 alle ore 21,00

alla tisana filosofica col professor Francesco Dipalo

 

La visione del mondo buddista può aiutarci a stare meglio?

 

In un clima pacato, semplice e diretto ne parleremo insieme al prof. Francesco Dipalo docente al liceo Vian, consulente filosofico e autore di diversi testi sull’argomento.

 

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Compagnia dell’Arcobaleno

Via di Santo Stefano 18/c – Anguillara S. (RM)

Per informazioni: tel 347 8164464

compagniadellarcobaleno@gmail.com

http://compagniadellarcobaleno.org

L’ingresso per i non-soci è di euro 3.

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Il testo della lettera del Papa ad Eugenio Scalfari (le sottolineature in rosso sono mie, PF)

regiatissimo Dottor Scalfari,

è con viva cordialità che, sia pure solo a grandi linee, vorrei cercare con questa mia di rispondere alla lettera che, dalle pagine di Repubblica, mi ha voluto indirizzare il 7 luglio con una serie di sue personali riflessioni, che poi ha arricchito sulle pagine dello stesso quotidiano il 7 agosto.

La ringrazio, innanzi tutto, per l’attenzione con cui ha voluto leggere l’EnciclicaLumen fidei. Essa, infatti, nell’intenzione del mio amato Predecessore, Benedetto XVI, che l’ha concepita e in larga misura redatta, e dal quale, con gratitudine, l’ho ereditata, è diretta non solo a confermare nella fede in Gesù Cristocoloro che in essa già si riconoscono, ma anche a suscitare un dialogo sincero e rigoroso con chi, come Lei, si definisce «un non credente da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazaret».

Mi pare dunque sia senz’altro positivo, non solo per noi singolarmente ma anche per la società in cui viviamo, soffermarci a dialogare su di una realtà così importante come la fede, che si richiama alla predicazione e alla figura di Gesù.

Penso vi siano, in particolare, due circostanze che rendono oggi doveroso e prezioso questo dialogo. Esso, del resto, costituisce, come è noto, uno degli obiettivi principali del Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII, e del ministero dei Papi che, ciascuno con la sua sensibilità e il suo apporto, da allora sino ad oggi hanno camminato nel solco tracciato dal Concilio.

La prima circostanza — come si richiama nelle pagine iniziali dell’Enciclica — deriva dal fatto che, lungo i secoli della modernità, si è assistito a un paradosso: la fede cristiana, la cui novità e incidenza sulla vita dell’uomo sin dall’inizio sono state espresse proprio attraverso il simbolo della luce, è stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione. Così tra la Chiesa e la cultura d’ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d’impronta illuminista, dall’altra, si è giunti all’incomunicabilità.

È venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro.

La seconda circostanza, per chi cerca di essere fedele al dono di seguire Gesù nella luce della fede, deriva dal fatto che questo dialogo non è un accessorio secondario dell’esistenza del credente: ne è invece un’espressione intima e indispensabile. Mi permetta di citarLe in proposito un’affermazione a mio avviso molto importante dell’Enciclica: poiché la verità testimoniata dalla fede è quella dell’amore — vi si sottolinea — «risulta chiaro che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti» (n. 34). È questo lo spirito che anima le parole che le scrivo.

La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l’accesso all’intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagine vera del Signore.

Senza la Chiesa — mi creda — non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità. Ora, è appunto a partire di qui, da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi trovo a mio agio nell’ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme.

Mi perdoni se non seguo passo passo le argomentazioni da Lei proposte nell’editoriale del 7 luglio. Mi sembra più fruttuoso — o se non altro mi è più congeniale — andare in certo modo al cuore delle sue considerazioni. Non entro neppure nella modalità espositiva seguita dall’Enciclica, in cui Lei ravvisa la mancanza di una sezione dedicata specificamente all’esperienza storica di Gesù di Nazaret.

Osservo soltanto, per cominciare, che un’analisi del genere non è secondaria. Si tratta infatti, seguendo del resto la logica che guida lo snodarsi dell’Enciclica, di fermare l’attenzione sul significato di ciò che Gesù ha detto e ha fatto e così, in definitiva, su ciò che Gesù è stato ed è per noi. Le Lettere di Paolo e il Vangelo di Giovanni, a cui si fa particolare riferimento nell’Enciclica, sono costruiti, infatti, sul solido fondamento del ministero messianico di Gesù di Nazaret giunto al suo culmine risolutivo nella pasqua di morte e risurrezione.

Dunque, occorre confrontarsi con Gesù, direi, nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda, così come ci è narrata soprattutto dal più antico dei Vangeli, quello di Marco. Si costata allora che lo “scandalo” che la parola e la prassi di Gesù provocano attorno a lui derivano dalla sua straordinaria “autorità”: una parola, questa, attestata fin dal Vangelo di Marco, ma che non è facile rendere bene in italiano. La parola greca è exousìa, che alla lettera rimanda a ciò che “proviene dall’essere” che si è. Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé. Gesù in effetti colpisce, spiazza, innova a partire — egli stesso lo dice — dal suo rapporto con Dio, chiamato familiarmente Abbà, il quale gli consegna questa “autorità” perché egli la spenda a favore degli uomini.

Così Gesù predica «come uno che ha autorità», guarisce, chiama i discepoli a seguirlo, perdona… cose tutte che, nell’Antico Testamento, sono di Dio e soltanto di Dio. La domanda che più volte ritorna nel Vangelo di Marco: «Chi è costui che…?», e che riguarda l’identità di Gesù, nasce dalla costatazione di una autorità diversa da quella del mondo, un’autorità che non è finalizzata ad esercitare un potere sugli altri, ma a servirli, a dare loro libertà e pienezza di vita. E questo sino al punto di mettere in gioco la propria stessa vita, sino a sperimentare l’incomprensione, il tradimento, il rifiuto, sino a essere condannato a morte, sino a piombare nello stato di abbandono sulla croce.

Ma Gesù resta fedele a Dio, sino alla fine.

Ed è proprio allora — come esclama il centurione romano ai piedi della croce, nel Vangelo di Marco — che Gesù si mostra, paradossalmente, come il Figlio di Dio! Figlio di un Dio che è amore e che vuole, con tutto se stesso, che l’uomo, ogni uomo, si scopra e viva anch’egli come suo vero figlio. Questo, per la fede cristiana, è certificato dal fatto che Gesù è risorto: non per riportare il trionfo su chi l’ha rifiutato, ma per attestare che l’amore di Dio è più forte della morte, il perdono di Dio è più forte di ogni peccato, e che vale la pena spendere la propria vita, sino in fondo, per testimoniare questo immenso dono.

La fede cristiana crede questo: che Gesù è il Figlio di Dio venuto a dare la sua vita per aprire a tutti la via dell’amore. Ha perciò ragione, egregio Dott. Scalfari, quando vede nell’incarnazione del Figlio di Dio il cardine della fede cristiana. Già Tertulliano scriveva caro cardo salutis, “la carne (di Cristo) è il cardine della salvezza”. Perché l’incarnazione, cioè il fatto che il Figlio di Dio sia venuto nella nostra carne e abbia condiviso gioie e dolori, vittorie e sconfitte della nostra esistenza, sino al grido della croce, vivendo ogni cosa nell’amore e nella fedeltà all’Abbà, testimonia l’incredibile amore che Dio ha per ogni uomo, il valore inestimabile che gli riconosce.

Ognuno di noi, per questo, è chiamato a far suo lo sguardo e la scelta di amore di Gesù, a entrare nel suo modo di essere, di pensare e di agire. Questa è la fede, con tutte le espressioni che sono descritte puntualmente nell’Enciclica.

Sempre nell’editoriale del 7 luglio, Lei mi chiede inoltre come capire l’originalità della fede cristiana in quanto essa fa perno appunto sull’incarnazione del Figlio di Dio, rispetto ad altre fedi che gravitano invece attorno alla trascendenza assoluta di Dio.

L’originalità, direi, sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare, in Gesù, al rapporto che Egli ha con Dio che è Abbà e, in questa luce, al rapporto che Egli ha con tutti gli altri uomini, compresi i nemici, nel segno dell’amore. In altri termini, la figliolanza di Gesù, come ce la presenta la fede cristiana, non è rivelata per marcare una separazione insormontabile tra Gesù e tutti gli altri: ma per dirci che, in Lui, tutti siamo chiamati a essere figli dell’unico Padre e fratelli tra di noi.

La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione. Certo, da ciò consegue anche — e non è una piccola cosa — quella distinzione tra la sfera religiosa e la sfera politica che è sancita nel «dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare», affermata con nettezza da Gesù e su cui, faticosamente, si è costruita la storia dell’Occidente. La Chiesa, infatti, è chiamata a seminare il lievito e il sale del Vangelo, e cioè l’amore e la misericordia di Dio che raggiungono tutti gli uomini, additando la meta ultraterrena e definitiva del nostro destino, mentre alla società civile e politica tocca il compito arduo di articolare e incarnare nella giustizia e nella solidarietà, nel diritto e nella pace, una vita sempre più umana.

Per chi vive la fede cristiana, ciò non significa fuga dal mondo o ricerca di qualsivoglia egemonia, ma servizio all’uomo, a tutto l’uomo e a tutti gli uomini, a partire dalle periferie della storia e tenendo desto il senso della speranza che spinge a operare il bene nonostante tutto e guardando sempre al di là.

Lei mi chiede anche, a conclusione del suo primo articolo, che cosa dire ai fratelli ebrei circa la promessa fatta loro da Dio: è essa del tutto andata a vuoto? È questo — mi creda — un interrogativo che ci interpella radicalmente, come cristiani, perché, con l’aiuto di Dio, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, abbiamo riscoperto che il popolo ebreo è tuttora, per noi, la radice santa da cui è germinato Gesù. Anch’io, nell’amicizia che ho coltivato lungo tutti questi anni con i fratelli ebrei, in Argentina, molte volte nella preghiera ho interrogato Dio, in modo particolare quando la mente andava al ricordo della terribile esperienza della Shoah. Quel che Le posso dire, con l’apostolo Paolo, è che mai è venuta meno la fedeltà di Dio all’alleanza stretta con Israele e che, attraverso le terribili prove di questi secoli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio. E di questo, a loro, non saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanità. Essi poi, proprio perseverando nella fede nel Dio dell’alleanza, richiamano tutti, anche noi cristiani, al fatto che siamo sempre in attesa, come dei pellegrini, del ritorno del Signore e che dunque sempre dobbiamo essere aperti verso di Lui e mai arroccarci in ciò che abbiamo già raggiunto.

Vengo così alle tre domande che mi pone nell’articolo del 7 agosto. Mi pare che, nelle prime due, ciò che Le sta a cuore è capire l’atteggiamento della Chiesa verso chi non condivide la fede in Gesù. Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che — ed è la cosa fondamentale — la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire.

In secondo luogo, mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: «Io sono la via, la verità, la vita»? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa.

Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione… assoluta, reimpostare in profondità la questione. Penso che questo sia oggi assolutamente necessario per intavolare quel dialogo sereno e costruttivo che auspicavo all’inizio di questo mio dire. Nell’ultima domanda mi chiede se, con la scomparsa dell’uomo sulla terra, scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio. Certo, la grandezza dell’uomo sta nel poter pensare Dio. E cioè nel poter vivere un rapporto consapevole e responsabile con Lui. Ma il rapporto è tra due realtà. Dio — questo è il mio pensiero e questa la mia esperienza, ma quanti, ieri e oggi, li condividono! — non è un’idea, sia pure altissima, frutto del pensiero dell’uomo. Dio è realtà con la “R” maiuscola. Gesù ce lo rivela — e vive il rapporto con Lui — come un Padre di bontà e misericordia infinita. Dio non dipende, dunque, dal nostro pensiero. Del resto, anche quando venisse a finire la vita dell’uomo sulla terra — e per la fede cristiana, in ogni caso, questo mondo così come lo conosciamo è destinato a venir meno —, l’uomo non terminerà di esistere e, in un modo che non sappiamo, anche l’universo creato con lui. La Scrittura parla di «cieli nuovi e terra nuova» e afferma che, alla fine, nel dove e nel quando che è al di là di noi, ma verso il quale, nella fede, tendiamo con desiderio e attesa, Dio sarà «tutto in tutti».

Egregio Dott. Scalfari, concludo così queste mie riflessioni, suscitate da quanto ha voluto comunicarmi e chiedermi. Le accolga come la risposta tentativa e provvisoria, ma sincera e fiduciosa, all’invito che vi ho scorto di fare un tratto di strada insieme. La Chiesa, mi creda, nonostante tutte le lentezze, le infedeltà, gli errori e i peccati che può aver commesso e può ancora commettere in coloro che la compongono, non ha altro senso e fine se non quello di vivere e testimoniare Gesù: Lui che è stato mandato dall’Abbà «a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Luca, 4, 18-19).

Con fraterna vicinanza

Francesco

Fede è sustanza di cose sperate e argomento de le non parventi, Dante Alighieri

« Fede è sustanza di cose sperate
e argomento de le non parventi,
e questa pare a me sua quiditate »

Dante Alighieri, Divina commedia: Paradiso XXIV, 64

Un evidente riferimento tomista alla Lettera agli Ebrei (XI, 1):

Est fides sperandarum substantia rerum, argumentum non apparentium

Gerardo Monizza In principio era il kaos Creazione Innovazione Conoscenza, NodoLibri 2013

In principio era il kaos
Gerardo Monizza
In principio era il kaos
Creazione Innovazione Conoscenza “Il racconto è stato scritto seguendo la traccia dei primi tre capitoli della Bibbia (Genesi 1; 2; 3) molto liberamente interpretati e unendo diverse traduzioni. Il lettore attento si sarà accorto che il finale – soprattutto – è molto differente dalla Vulgata e dunque mi assumo tutta la responsabilità d’aver mutato il presunto desiderio del Grande Architetto Giardiniere e la narrazione fattane – in modo non lineare – dagli Scrittori. Del resto, nei Testi si parla di “un indirizzo obbligato” mentre in questo racconto si narra di creatività, innovazione e conoscenza. Non poteva che finire così”

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Como, 2013
Edizione: NodoLibri
Pp. 48, Illustrazioni: 9, F.to cm. 16×11
Confezione: Brossura fresata
ISBN: 978-88-7185-231-7

Euro: 5.00

Disponibilità libro: In Uscita
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LIBRI DI QUESTO AUTORE
InForme (Lux Bradanini, Giorgio De Giorgi, Gerardo Monizza)
Colpi di remo (Gerardo Monizza)
Di grano antico (Gerardo Monizza)
Madonna de la sanitate (Saveria Masa, Gerardo Monizza, Battista Rinaldi)
Como e la sua storia I (Fabio Cani, Gerardo Monizza)
Como e la sua storia II (Fabio Cani, Gerardo Monizza)
Como e la sua storia III (Fabio Cani, Gerardo Monizza)
Como e la sua storia IV (Fabio Cani, Gerardo Monizza)
Como e la sua storia (2a Ed) (Fabio Cani, Gerardo Monizza)
Grytzko Mascioni. Scrittori a confronto (Gerardo Monizza)
Guida di Teglio (Fabio Cani, Gerardo Monizza)
InFormeArmoniche (Lux Bradanini, Carlotta Ferrari Valcepina, Gerardo Monizza, Paolo Valcepina)
Enrico Romanò (Gerardo Monizza)
Pace scaduta (Gerardo Monizza)
Doppia spirale (Diego Coletti, Gerardo Monizza)
Como e il viaggio dei Re Magi (Fabio Cani, Gerardo Monizza)
Nove giorni alla Notte (Gerardo Monizza)
In principio era il kaos (Gerardo Monizza)

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Creazione Innovazione Conoscenza

da    NodoLibri

la FEDE e le FEDI spiegate da Emanuele Severino: analisi del tema “argumentum non apparentium”

la fede è

“argumentum non apparentium”

è cioè l’argomento che la volontà umana dà alle cose che non sono di per se stesse evidenti

argomentum

argomentum

argomentum2

argomentum3

argomentum 4

da EMANUELE SEVERINO, Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli Bur

vai a: http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=88

I Comandamenti, undici riflessioni a due voci, Il Mulino

Bollino CACCIARI M., CODA P.
Io sono il Signore Dio tuo
Voci
Bollino NATOLI S., SEQUERI P.
Non ti farai idolo né immagine
Voci
Bollino GALLI C., STEFANI P.
Non nominare il nome di Dio invano
Voci
Bollino DONÀ M., LEVI DELLA TORRE S.
Santificare la Festa
Voci
Bollino LARAS G., SARACENO C.
Onora il padre e la madre
Voci
Bollino CAVARERO A., SCOLA A.
Non uccidere
Voci
Bollino CANTARELLA E., RICCA P.
Non commettere adulterio
Voci
Bollino PRODI P., ROSSI G.
Non rubare
Voci
Bollino PADOVANI T., VITIELLO V.
Non dire falsa testimonianza
Voci
Bollino RAVASI G., TAGLIAPIETRA A.
Non desiderare la donna e la roba d’altri
Voci
Bollino BIANCHI E., CACCIARI M.
Ama il prossimo tuo
Voci

Massimo Cacciari, La rinuncia di papa Benedetto XVI, a Le Frontiere dello Spirito, audio da Canale 5, 24 febbraio 2013

Audio di Massimo Cacciari, La rinuncia di papa Benedetto XVI

Punti chiave della conversazione:

  • gesto di umiltà
  • mostra la propria finitezza ed impotenza
  • un Papa che si umilia
  • un Papa che chiede alla Chiesa di “fare penitenza”
  • la differenza fondamentale fra ciò che chiamiamo “Dio” e gli uomini: Dio non è geloso del proprio potere. Paradossalmente Dio non vorrebbe essere onnipotente
  • una scelta come “scandalo”
  • riporta alla idea originale del “sacro”
  • è un gesto dopo il quale nulla potrà più essere come prima
  • la Chiesa deve capire cosa è questo secolo e ritornare all'”Essenziale”

“Creatio est productio rei ex nihilo sui et subjecti”, Sant’Agostino

Nel mito di Adamo l’uomo vuole “uccidere dio” per impossessarsene.

Ma è altrettanto vero che, PRIMA ANCORA,  dio è il primo omicida, perchè pretende di creare l’uomo dal niente.

Pretendendo di crearlo afferma il principio che l’uomo era il nulla assoluto.

Creatio est productio rei ex nihilo sui et subjecti ” dice Sant’Agostino

Traduco alla buona: “la creazione è produzione della cosa da un precedente niente sia di se stesso che di ogni oggetto“.

La parola “creazione” vuole, dunque, imporre la totale inesistenza dell’ “essere” (e quindi del mondo) prima della sua produzione da parte di dio.

La nozione di creazione pone l’accento sul NULLA del punto di partenza (“ex nihilo“) dell’azione creatrice.

Ecco perchè Emanuele Severino indica che tutte le religioni partecipano delle visioni nichiliste.

Ben prima di Nietzsche

FEDE E VERITA’, Video/Lezione di Emanuele Severino, da Filosofia.rai.it

Emanuele Severino, professore di filosofia teoretica presso l’Università di Venezia, in studio, risponde alle domande degli alunni del liceo Plauto di Roma sul tema “La fede e la verità”:

GLI ABITATORI DEL TEMPO, lezione del filosofo Emanuele Severino, al Teatro Sociale di Bergamo Alta, incontro organizzato e curato dalla associazione Noesis, 3 aprile 2012. AUDIO DELLA LEZIONE MAGISTRALE

martedì sera, 3 aprile 2012,  ho avuto il grande privilegio di essere a Bergamo, ad ascoltare la sapienza filosofica che si esprime attraverso EMANUELE SEVERINO.

Ci sono filosofi che rendono chiaro il sentiero della storia che abbiamo imparato a conoscere nella nostra evoluzione culturale e personale.

Emanuele Severino fa un’altra cosa: spalanca la vista su una strada completamente nuova e diversa

Paolo Ferrario

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3 aprile 2012, ore 20.00, al Teatro Sociale, Città Alta

Emanuele Severino

GLI ABITATORI DEL TEMPO

Le nostre vite sono le più lunghe della storia dell’umanità e, tuttavia, nella nostra società il tempo non basta mai. Il filosofo Emanuele Severino ci porta in un viaggio non nel tempo, ma nel valore del tempo per gli uomini.

In collaborazione con il XIX Corso di Filosofia, promosso dall’Associazione Culturale Noesis.

VERBA MANENT vuole essere un appuntamento fisso di alto livello culturale che non disdegna, nel suo intento di divulgazione la partecipazione di personaggi noti anche ad un pubblico più popolare. Il programma è suddiviso in slots e verrà aggiornato durante il corso dell’anno

  • Audio della lezione magistrale di Emanuele Severino:

PS l’audio è disturbato: ho dovuto tenerlo in una tasca e non avevo una buona posizione nel teatro.
Quella che segue è una prima bozza della schedatura ricavata dalla trascrizione della lezione.

il tema è: ABITATORI DEL TEMPO

sembra che ogni riflessione che non si riferisca ai problemi concreti in cui ci troviamo infastidisca.

Perchè viviamo dentro la crisi economica, la crisi demografica,  la crisi ecologica, la crisi nucleare

Sembra che di fronte alla pericolosità e incertezza del mondo sia un lusso parlare di Tempo

D’altra parte l’incertezza e il pericolo del mondo bisogna guardarli in faccia, perchè non capiti che, non sapendo dove ci si trova, succeda come a quel tizio che,  stando sulla barca  e non sapendo dove si trova, scende nell’acqua per fare quattro passi ed annega.

E’ essenziale sapere DOVE ci troviamo

Soprattutto è essenziale capire il SENSO dell’incertezza e del pericolo in cui l’uomo in quanto tale si trova.

Perchè il tema gli ABITATORI DEL TEMPO?

Si abita un luogo quando si è protetti da quel luogo e, insieme, lo si protegge e se ne ha cura.

Abitare un luogo, una casa è  esserne protetti e, insieme, averne cura.

E allora cosa vuol dire aver cura del tempo e essere protetti dal tempo?

Perché diciamo di “abitare il tempo”?

la risposta nella sua formulazione più semplice è che:  Abitiamo il tempo per poter vivere.

Andiamo con la mente ai primi passi dell’uomo. Andiamo all’uomo dal punto di vista ontogenetico

Portiamoci agli inizi dell’esser uomo.

L’uomo arcaico ( e dunque ognuno di noi da quando gli è dato essere uomo) vive in una situazione in cui deve smuovere l’ambiente in cui vive.

Di questo possiamo fare esperienza anche noi. Se ci troviamo in situazioni in cui non possiamo smuovere nè la nostra volontà, nè il contesto da cui siamo circondati non riusciamo a vivere.

Vivere significa smuovere ciò che dapprima si crede inflessibile.

L’uomo arcaico dapprima si trova in un ambiente in cui c’è una barriera davanti a lui e dentro di lui che lo irrigidisce nella sua immobilità. E se non vuol morire deve smuovere e flettere l’immobilità da cui è circondato

Vivere è: flettere il proprio ambiente

Dunque c’è una prima forma di terrore per la barriera

Si vive solo se si flettono le barriere.

Questa opera di frazionamento non è soltanto una cosa che possiamo pensare in astratto

Per esempio il pensiero mitico raccoglie un’ampia serie di racconti nei queli il mondo esiste solo se un dio è smembrato

Solo se un dio è smembrato, se c’è questo sacrificio del dio può cominciare ad esistere il mondo.

Lo smembramento del dio corrisponde a ciò che ho chiamato “flessione dell’inflessibile”

Si trovano queste tracce nei miti del Pacifico (la dea Inuele- ?-), del Medio Oriente (kiamat) , dell’Egitto (Osiride), della Grecia ( Dioniso), dell’India (Purusha, Prajapati). Tutti dei che con il loro smembramento rendono possibile la vita dell’uomo

Ma nella nostra cultura c’è l’esempio più significativo: il sacrificio di Cristo. E’ vero che quando Cristo muore il mondo c’è già, però il mondo con quel sacrificio rinasce. e viene rifondato.

La vicenda cristologica riconduce anche al momento originario vetero testamentario: quello in cui il serpente tenta Adamo

“eritis sicut dii”, sarete come dei, se mangerete il frutto proibito

Ma cosa vuol dire essere come dio? vuoldire occupare il suo posto.

Significa detronizzarlo, comunque spartire con lui un regno in cui lui prima era il padrone, il controllore.

Allora il “mangiare il frutto” ha un significato profondo. Se mangiando  il frutto che è stato proibito si è come dio e cioè si uccide dio, allora anche qui abbiamo l’esempio di un tentativo di smembramento che va per il momento a finir male, perchè dio lo punisce.

Ma poi il tentativo è ripreso dall’intervento di  Cristo il quale, per iniziativa divina, rende l’uomo dio.

Tutto questo per richiamare che c’è  un terrore iniziale per l’immobilità cui costringe la barriera che circonda l’uomo all’inizio della nostra storia. E per richiamare che c’è un terrore che scaturisce dalle conseguenze  di questa decisione che ci consente di vivere e di  sopravvivere.

Di nuovo: cosa c’entra l'”abitare il tempo”? Perchè abitare il tempo?

Abitiamo il tempo per vivere. Aristotele dice che il tempo è “il numero del movimento secondo il prima e il poi” (Aristotele, Fisica, D,10 e G,11). Il tempo è  impensabile senza il movimento, senza il divenire che è appunto quel sommovimento, quello smuovere per cui l’uomo comincia a vivere vive solo se flette l’inflessibile.

Abitatori del tempo perchè se non si abita il tempo, pensano gli umani, si muore di fronte alle barriere.

E questo è il primo terrore: il terrore di morire perchè non si è in grado di smuovere il luogo in cui ci si trova.

Vedere l’inflessibile significa vedere la forma originaria del dio.

Proviamo a pensare se ci trovassimo di fronte a un cristallo non scalfibile: non sarebbe possibile alcuna azione.

Allora noi possiamo agire solo se lo frantumiamo, lo smembriamo.

Lo smembramento è ciò che nella definizione aristotelica si chiama DIVENIRE

Il divenire è la forma astratta dell’indicare tutte le situazioni estremamente concrete.

Ma c’è un seconda forma di angoscia da cui è preso l’uomo quando smembra il dio.

La prima è l’angoscia per non poter respirare.

La seconda è che, operando lo smembramento,  si produce proprio quell’incertezza, qualla pericolosità che scaturisce dal divenire delle cose. Nascita, morte, insondabilità della nascita e della morte.

L’uomo per vivere smembra il dio, ma ottiene un ulteriore pericolo che è dato da ciò che egli con lo smembramento ha evocato:  il fluire delle cose, fino a quello che Nietsche chiama il Caos.

C’è una parola interessante con la quale il pensiero indica questa seconda angoscia, l’angoscia per l’imprevedibilità del fluire delle cose.

THAUMA

Ha una gamma di significati straordinari.

Tradotta male con “meraviglia”.

Il significato vero è:

Angosciato terrore del divenire del mondo

Volevamo arrivare qui.

C’è un primo terrore perchè non si riesce a respirare. E’ il terrore provocato dall’inflessibile.

Ma poi c’è il secondo terrore: l’incertezza per la pericolosità del mondo.

E si procede dal terrorizzante e si cerca UN RIMEDIO a ciò che terrorizza.

Il mito: mithos vuol dire “parola”,  “racconto” .

Il modo in cui i greci usano la parola mithos indica il racconto su come stanno le cose.

C’è la capacità del mito di indicare che di fronte al pericolo suscitato dallo smembramento si va alla ricerca di un rimedio che è indicato  dalla parola sacrificio. Che non è il sacrificio del dio, ma è il sacrificio che l’uomo fa in quanto si sente colpevole dello smembramento, della uccisione del padre.

Il tema centrale della angoscia per la vendetta dell’antenato ucciso.

Il concetto che si fa avanti con il sacrificio ha a che fare con la necessità che l’uomo sente di ricostituire le fonti iniziali di potenza che egli ha dovuto smembrare per vivere.

Smembramento

Vita

Colpa

Sentirsi in debito

Rafforzamento della fonte che si è dovuto spezzare per poter vivere.

Stiamo parlando dei modi in cui l’uomo, per vivere, abita il tempo.

Quando si parla di RIMEDIO si intende ciò che consente di sopportare la seconda forma di angoscia, cioè Thauma.

I rimedi nella storia dell’uomo sono raccoglibil in alcuni pochi tratti:

– il racconto mitico

– il Logos, la Ragione

– la Tecnica

La vita è pericolosa, è’ insopportabile, è tragica per il suo fluire, per il suo divenire, per la sua temporalità, per la imprevedibilità del divenire.

Il rimedio, cioè ciò che consente di sopravvivere al Thauma angoscia del divenire, a sopportare l’imprevedibile

Il cristiano autentico è, dopotutto, in pace con se stesso e con le cose: “siamo nelle mani di dio”. Essere nelle mani di dio significa, sentirsi nelle mani di dio, significa avere dinanzi già tutto raccolto , tutto il futuro. Perchè tutto il futuro fa parte del materiale che è nelle mani di dio.

Quindi il dolore, l’angoscia, il pericolo del mondo è reso sopportabile da questo sue essere avvolto dal senso in cui l’uomo è riuscito ad ALLEARSI CON LA POTENZA SUPREMA

Smembramento, colpa, sacrificio: il mito aggiunge la categoria della previsione, che rende sopportabile il dolore.

due modi di abitare il tempo

1 pre- ontologico: non conoscenza delle parole essere e nulla

Il divenire e il tempo conducono nel nulla

2 ontologico

tre forme di rimedio

apparato mitico: vanno e ritornano

ma con il nulla il rimedio comincia ad essere pensato in modo ontologico

si comincia a morire di fronte al nulla

apparato razionale

apparato della scienza e tecnologia

il relativismo è una concezione debole

andare nel sottosuolo

morte di dio: è morto ogni limite

si ripropone il tema dello smembramento di dio

troppo poco il mito

da cui l’alleanza con dio

eschilo

se l’uomo è deicida

il dio è originariamente omicida

giovanni 8/44

la radice dell’omicidio:

fare andare nel nulla

spingere nel nulla da dove non si può tornare

persuasione che le cose siano nulla

dio come satana

dio è il primo tecnico

demiurgo

ergon azione

crazione ex nihilo et subiecti

far uscire dal nulla le cose e la materia

dio pensa la nullità del mondo

pensa la nostra nullità e quella delle cose

poiesis

tecnica la forma più radicale di

se perpetua la scarsità delle merci e si serve della tecnica

… indefinito della potenza

Tecnica deve eliminare la scarsità può farlo finchè non c’è un limite

Il capitale deve aumentare la scarsità

Paradiso della tecnica

Viviamo un periodo intermedio

Quando prevarrà la tecnica

Verso un tempo di benessere

Più cresce la felicità più temiamo di perderla

Ma la tecnica dice che sono un sapere probabilistico e ipotetico

Felicità senza sicurezza

Manca la verità della felicità

Quello sarà il tempo

Le stelle

Un senso diverso

bergamoalta4381

Emanuele Severino, RAGIONE, FEDE, VERITA’ (1h 09′) [“Abitatori del tempo” 2008, a cura di R. Lissoni], rintracciato in Filosofia.it

Emanuele Severino
“Ragione, fede, verità”
 (1h 09′)
[“Abitatori del tempo” 2008, a cura di R. Lissoni]

la Chiesa corre il rischio – ma è più di un rischio – di trascurare il nemico autentico della religiosità e della tradizione: la forza con cui la filosofia degli ultimi due secoli elimina la tradizione e, da Leopardi a Nietzsche a Gentile, dimostra l’impossibilità di ogni verità assoluta e quindi di ogni “presupposto”».

lei sul «Corriere» replicò al cardinale che aveva proposto di uscire dalla «immagine vecchia dell’idea e della pratica della laicità»…
«È una considerazione diffusa, nel mondo cattolico. Scola diceva di non condividere la persuasione di Habermas, secondo il quale “una democrazia costituzionale, per giustificarsi, non ha bisogno di un presupposto etico o religioso”. Per Scola invece ne ha bisogno. Né lui né Habermas, però, approfondivano la radice di quella persuasione. Ma proprio questo è il punto da discutere. Così io obiettavo che, impostando il problema del laicismo in quel modo, prendendosela al solito con il “relativismo”, la Chiesa corre il rischio – ma è più di un rischio – di trascurare il nemico autentico della religiosità e della tradizione: la forza con cui la filosofia degli ultimi due secoli elimina la tradizione e, da Leopardi a Nietzsche a Gentile, dimostra l’impossibilità di ogni verità assoluta e quindi di ogni “presupposto”».

Scola e la Chiesa non vedono l’autentico pensiero contemporaneo?

«Se è per questo non lo vede neanche il mondo laico, che continua a presentarsi in modo debole, erede com’è di una fortuna che ignora di possedere. Bisogna saper guardare il sottosuolo del pensiero contemporaneo, oltre la superficie. È come quando, nel Simposio di Platone, si dice che Socrate è un sileno: fuori è bruttissimo, è vero, però dentro è Socrate! Il sottosuolo del pensiero contemporaneo – che peraltro non dice affatto l’ultima parola, bisogna andare ben oltre – è una potenza che non viene non dico riconosciuta, ma nemmeno intravista».

Severino: «È stato mio allievo Da laico gli ho dato 30 e lode» – Milano.

Emanuele Severino e Giovanni Reale. Voci delle filosofia: Dio dei filosofi , da Voci dei filosofi a cura della Fondazione Corriere della Sera, 28 Ottobre 2010

 

Vito Mancuso, SE LA VITA È SENZA FEDE

A distanza di due anni dal duro attacco contro L’ anima e il suo destino a firma di padre Corrado Marucci, “La Civiltà Cattolica” (quaderno n° 3831) torna a criticare frontalmente il mio pensiero. Lo fa con un articolo più profondo, meno aggressivo e apparentemente meno insidioso del precedente, scritto da padre Giovanni Cucci sul mio ultimo saggio, La vita autentica. Dopo aver presentato finalità e struttura del mio lavoro a cui viene persino riconosciuto che “non mancano osservazioni interessanti e gradevoli”, “La Civiltà Cattolica” scrive che “la conduzione del discorso risulta molto ambigua ed equivoca, per non dire contraddittoria” e giunge a esplicitare la sua critica con questa domanda: “In fin dei conti, per Mancuso, Dio è necessario o no ai fini del discorso sull’ autenticità? Le risposte che giungono dal libro non consentono di stabilirlo, poiché si afferma in una pagina quanto viene negato alla pagina successiva”. Sono accuse senza fondamento.

Ma prima di argomentare la mia replica desidero chiarire quello che ritengo il vero obiettivo della rivista dei gesuiti, le cui bozze, com’ è noto, passano al vaglio della Segreteria di Stato vaticana: l’ obiettivo, a mio avviso, consiste nel mostrare ai cattolici che a me non è concesso “presentarsi come un teologo cristiano”. È questo il vero disegno della “Civiltà Cattolica”, e forse di qualcun altro dietro di essa. La questione sollevata è tale da riguardare da vicino ogni uomo pensante: “In fin dei conti, Dio è necessario o no ai fini del discorso sull’ autenticità?”. Padre Cucci, per il quale la risposta è un inequivocabile sì, mi accusa di presentare una risposta “ambigua”, “equivoca”, “contraddittoria”.

Io, al contrario, ritengo di aver espresso il mio pensiero molto chiaramente, oserei dire “papale-papale” se non temessi che qualcuno poi concluda che mi sono montato la testa. Ecco ciò che ho scritto nel mio libro: “Per una vita autentica è necessario credere in Dio? Sono convinto di no“.

Lo ribadisco: un uomo nell’ intimo della sua coscienza può escludere esplicitamente ogni riferimento al divino e al contempo vivere nel modo più autentico, cioè servendo il bene, la giustizia, la ricerca della verità, la bellezza. E viceversa un uomo può professarsi credente, magari rivestirsi di sontuosi paramenti, e tuttavia rappresentare la negazione più drammatica del bene e della giustizia: la storia della Chiesa offre migliaia di esempi al riguardo, non pochi dei quali sono purtroppo ancora attuali ai nostri giorni.

Se qualcuno avesse dei dubbi, provi a pensare da un lato al non credente Primo Levi e dall’ altro a uno dei tanti prelati incriminati per pedofilia, e vedrà che in un istante gli si chiariscono le idee. Il senso del messaggio spirituale di Gesù, del resto, consisteva proprio in questo primato della concretezza etica rispetto alle idee dottrinali proclamate a parole: “Non chi dice ‘ Signore, Signore’ entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre” (Matteo 7,21), prospettiva che Gesù realizzava preferendo ai clericali del suo tempo (scribi, farisei, sacerdoti) altre tipologie più laiche di persone quali pubblicani, prostitute, poveri, pescatori.

Per una vita autentica, caro padre Cucci, la fede in Dio non è necessaria. Poi il mio ragionamento proseguiva così: “Ritengo, però, che non sia possibile una vita pienamente autentica senza credere nel bene e nella giustizia, e che se un uomo crede nel bene e nella giustizia deve poi giustificare a se stesso perché lo fa e provare a pensare quale sia la concezione dell’ essere più ragionevole che giustifica tale suo affidamento esistenziale al bene e alla giustizia”. La vita quotidiana quale ciascuno sperimenta non è tale da mostrare inequivocabilmente il primato del bene e della giustizia, anzi al contrario sono spesso i furbi e gli ingiusti a prevalere. Per praticare il bene e la giustizia e risultare interiormente puliti occorre quindi una certa “fede” in questi valori, senza la quale è quasi inevitabile che la sola verifica sperimentale porti al cinismo, a non credere più a nulla, a sorridere amaramente al solo sentire parlare di etica. Affermo quindi che per una vita autentica, se non è necessaria la fede in Dio,è però necessaria la fede nel bene e nella giustizia quali dimensioni più alte del vivere. Affermo cioè che la pienezza della vita suppone il riconoscimento pratico del primato dell’ etica e che il vero uomo non è il ricco, non è il potente, non è il dotto, non è il pio, ma è il giusto, di quella giustizia che non è fredda legalità ma saggezza del bene. Per essere giusti, però, in un mondo che spesso giusto non è, occorre avere fede nella giustizia (o, che è lo stesso, nell’ armonia dell’ essere). Questo mio ragionamento per “La Civiltà Cattolica” condurrebbe a escludere la possibilità di Dio e di conseguenza a minare il mio statuto di teologo. Le cose però non stanno per nulla così, perché il mio percorso pone semmai le basi per una rinnovata fondazione del discorso teologico, andando a indagare la profondità dell’ essere che il primato dell’ etica (smentito dalla cronaca, ma avvertito dalla coscienza) porta con sé.

È quanto sosteneva già Immanuel Kant nella Critica della ragion pura: “Io avrò fede nell’ esistenza di Dio e in una vita futura, e ho la certezza che nulla potrà mai indebolire questa fede, perché in tal caso verrebbero scalzati quei principi morali cui non posso rinunciare senza apparire spregevole ai miei stessi occhi”. Una coscienza matura non fa il bene perché lo dice il papa, eseguendo quello che dice il papa, all’ insegna della morale eteronoma; la coscienza matura fa il bene autonomamente, lo fa perché sente che è suo dovere farlo, senza temere, quando è il caso, di andare persino contro quello che dice il papa (come quei cattolici che nell’ Ottocento si battevano per la libertà religiosa, condannata aspramente dai papi del tempo). Mi chiedo però di che cosa sia segno questo senso del dovere rispetto al bene che la coscienza avverte dentro di sé, mi chiedo che cosa dica dell’ uomo. E rispondo dicendo che esso è l’ attestazione di una dimensione più profonda dell’ essere, la quale, se risulta così affascinante e normativa per la coscienza retta,è perché ne costituisce l’ origine da cui viene e il fine verso cui tende, ovvero quel “principium universitatis” che Tommaso d’ Aquino in Summa contra gentiles I,1 dice essere il nome filosofico di Dio. “In fin dei conti, per Mancuso, Dio è necessario o no ai fini del discorso sull’ autenticità?”, si chiedeva padre Cucci. Spero che a questo punto il mio pensiero risulti chiaro anche per lui: soggettivamente no (la fede non è necessaria), oggettivamente sì (la giustizia è indispensabile). Questo mio legare Dio all’ oggettività del bene e della giustizia, ben lungi dall’ escluderlo come mi si accusa, riproduce la medesima prospettiva di Gesù: “In quel giorno molti mi diranno: «Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome?». Ma io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’ iniquità»” (Matteo 7,22-23).

È solo la concretezza della giustizia quale forma stabile della nostra più intima energia vitale a condurre in quella dimensione eterna dell’ essere che chiamiamo Dio, mentre non serve a nulla riempirsi la bocca delle più devote professioni di fede se, dentro, si è iniqui (“non vi ho mai conosciuti”). Rimarrebbe da affrontare il discorso altrettanto importante sulla logica alla guida della natura e della storia, se essa sia di tipo personale come vuole padre Cucci, oppure impersonale come sostengo io, e spero di poterlo fare in un prossimo articolo. Per ora concludo dicendo che sarei lieto se “La Civiltà Cattolica” rivedesse il duro e ingiusto giudizio su di me e sul mio piccolo saggio, ma temo che ciò non avverrà. In ogni caso non ho mai aspirato al patentino ufficiale di teologo cattolico-romano, visto che da tempo parlo di una teologia “laica”, cioè abitata dall’ aria pulita della libertà di pensiero, unica condizione, a mio avviso, perché l’ occidente torni a interessarsi della sua religione.

VITO MANCUSO

Repubblica — 26 febbraio 2010

fu chiesto a Jung se credeva in Dio. La sua risposta, "Adesso lo so. Non ho bisogno di credere"

Alla fine degli anni ’70 mi capitò di confidare ad una collega di lavoro (una femminista ed aspirante antropologa) che leggevo con gusto della conoscenza e con significativi riflessi sul corso della mia unica esistenza gli scritti di Carl Gustav Jung.
Mi guardò malamente è disse con disprezzo : ” … un religioso …”
A quell’epoca ero all’avvio del mio processo di analisi (il più fortunoso investimento economico ed esistenziale che ho fatto per significare il corso della vita) e mi sembrava – al contrario della superficiale rappresentazione che ne aveva la collega – che Jung fosse un empirico. Leggendo nelle pieghe della sua magmatica scrittura mi appariva come uno straordinario osservatore dei fatti che metteva sotto osservazione: sia che fossero fatti interni alla psiche o esterni ad essa e rappresentati nei simboli della umanità.
Ne ho oggi conferma illuminante nella nota di un libro bellissimo:

In una famosa intervista della BBC con John Freeman, fu chiesto a Jung se credeva in Dio. La sua risposta, “Adesso lo so. Non ho bisogno di credere“, suscitò molte domande e commenti, Jung proseguì dicendo che non avrebbe mai potuto “credere” alcunchè sulla base dell’autorità e dell’insegnamento della tradizione; la sua era piuttosto una mente scientifica e aveva bisogno di conoscere le cose sulla base di fatti e di prove. Intendeva dire che sapeva di Dio per esperienza personale. Questo genere di “sapere”, tuttavia, è personale e “gnostico”, e non è verificabile o confutabile scientificamente.

in Murray Stein, Trasformazione, compito umano fondamentale, Moretti & Vitali, 2005, nota 1 a pag 119-120