Emanuele Severino: “Per tecnica intendo …”, in Etica ed economia, Ethics in Economic Life, Innsbruck University press, 2009 (citata in Nicoletta CUSANO, Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, Morcelliana, 2011, p. 418/419

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citazioni da:

NICOLETTA CUSANO, Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, Morcelliana, 2011, p. 540. Indice del libro

Bibliografia di VINCENZO GUARRACINO in VIOLO Evaldo (a cura di), (io e la BUR). Scrittori, studiosi, lettori raccontano la Biblioteca Universale Rizzoli. New Press edizioni (collana Contro Mossa diretta da Andrea Di Gregorio) , Como, 2019

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in:

… mi ricordo …: VIOLO Evaldo (a cura di), (io e la BUR). Scrittori, studiosi, lettori raccontano la Biblioteca Universale Rizzoli. New Press edizioni (collana Contro Mossa diretta da Andrea Di Gregorio) , Como, 2019. Indice del libro

Atlante dei paesaggi letterari: alla scoperta dei luoghi in cui sono ambientati i grandi romanzi, a cura di John Sutherland, Rizzoli, 2018

VIOLO Evaldo (a cura di), (io e la BUR). Scrittori, studiosi, lettori raccontano la Biblioteca Universale Rizzoli. New Press edizioni (collana Contro Mossa diretta da Andrea Di Gregorio) , Como, 2019. Indice del libro

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Articolo completo ALIAS

“Emanuele Severino si rivolge al significato «ente» con il rigore e la radicalità della filosofia teoretica, che non accetta presupposti ingiustificati, e ne mette in luce il tratto fondamentale: essere ente significa essere un certo «esser-sé» “, citazione da Emanuele Severino. La lezione infinita, articolo di Nicoletta Cusano, in Corriere della Sera, 17 febbraio 2020

….

Cosa ha scoperto Severino? Un significato rivoluzionario di «ente». E in cosa consisterebbe questa rivoluzionarietà?

Severino si rivolge al significato «ente» con il rigore e la radicalità della filosofia teoretica, che non accetta presupposti ingiustificati, e ne mette in luce il tratto fondamentale:

essere ente significa essere un certo «esser-sé»: la penna è penna, la carta è carta, eccetera.

Ma cos’è e cosa significa «esser sé»? — chiede Severino.

Con le sue parole: «Esser sé è insieme il proprio non essere altro».

Esempio: penna è penna in quanto è insieme non foglio, non tavolo, non cielo e non-niente. Se non si tenesse fermo questo, non vi sarebbe alcuna penna. Non la si potrebbe nemmeno pensare e dire.

Severino non sta dicendo nulla che la filosofia non sappia; sta solo richiamando l’attenzione su un tratto essenziale dell’ente.

Quando si dice «carta» non si dice cenere ovvero si dice già non-cenere. Ecco il rilievo di Severino: cosa succede quando si dice che la carta (bruciata) è (diventata) cenere? Si dice che la non-cenere è cenere.

Il dire (il pensare) entra immediatamente in contraddizione con sé stesso:crede di dire qualcosa, ma non dice niente .

Perché?

Perché rende impossibile il soggetto e il predicato dell’affermazione.

Toglie loro senso. Come se chi parla dicesse: Garibaldi, che è Pinocchio, è Napoleone.

Da qui l’affermazione di Severino che la storia della filosofia è stata «storia della follia». Volontà dell’impossibile. Certo, anche la volontà dell’impossibile esiste, non è niente; ma non è quello che crede di essere.

 

Il nucleo del pensiero severiniano è dunque semplicemente questo:

appare immediatamente che l’esser sé è insieme il proprio non essere altro.

Da ciò si deduce l’impossibilità che una qualsiasi cosa possa diventare altro da sé (trasformarsi, nascere e morire) e che dunque ogni cosa sia eterna.

in

Emanuele Severino. La lezione infinita, articolo di Nicoletta Cusano, in Corriere della Sera, 17 febbraio 2020

“Sulla scacchiera logica vi sono tre possibili alternative: 1. esistono enti eterni e divenienti; 2. esistono solo enti divenienti; 3. esistono solo enti eterni. La mossa filosofica di Severino è l’ultima “, citazione da Emanuele Severino. La lezione infinita, citazione da un articolo di Nicoletta Cusano, in Corriere della Sera, 17 febbraio 2020

Se considerata sotto il profilo storico, la riflessione di Severino è affermazione della via logicamente mancante al cammino della filosofia.

Sulla scacchiera logica vi sono infatti tre possibili alternative:

1. esistono enti eterni e divenienti;

2. esistono solo enti divenienti;

3. esistono solo enti eterni.

La mossa filosofica di Severino è l’ultima. Qui l’eterno ha un senso completamente nuovo, perché non coesiste con il diveniente: è affermato sulla base dell’impossibilità del diveniente.

da

Emanuele Severino. La lezione infinita, articolo di Nicoletta Cusano, in Corriere della Sera, 17 febbraio 2020

Emanuele Severino. La lezione infinita, articolo di Nicoletta Cusano, in Corriere della Sera, 17 febbraio 2020

vai a

Emanuele Severino, la lezione infinita – Corriere.it

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FOLIN Alberto, Il celeste confine. Leopardi e il mito moderno dell’infinito, Marsilio editori, 2019. Indice del libro

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POL DROIT Roger, 101 esperienze di filosofia quotidiana, Blackie edizioni, 2020. Indice del libro e indice degli effetti

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KOVIELLO Domenico, prefazione di Nicola Abbagnano, Intorno alla filosofia della morte, Laura Rangoni editore, 1996. Indice del libro

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BALLO Guido, OCCHIO CRITICO. Il nuovo sistema per vedere l’arte, volume 1 e 2, Longanesi, 1973. Indice dei libri

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Roberta DE MONTICELLI, Lettera a Emanuele SEVERINO Intorno a una – eterna – lezione, in Il Mulino 24 gennaio 202

Avatar di Paolo FerrarioIl pensiero di EMANUELE SEVERINO, a cura di Vasco Ursini (1936 - 2023)

Caro professore,

se l’essere nella Gioia, come spero, le consente di ricevere qualche lettera senza che la Gioia sia interrotta dalla noia di leggerla, lasci pure che questa mia si depositi come foglia, soffio, ombra, umana illusione, fiato di voce o scintillio d’inchiostro là dove i più fra noi, tardi di mente e innamorati del visibile, stoltamente dimorano: nel Cerchio dell’Apparenza.

Non turberà l’eternità dell’esser suo, caro professore, questo cicaleccìo di una collega invisibile, sì, proprio quella dell’aula accanto, quella del giovedì. O forse era martedì? Che cosa conta, e chissà mai perché poi avevamo quest’abitudine di onorare gli orari di lezione, questa conformistica, veramente illogica acquiescenza alla misurazione di ciò che non esiste, il tempo.

Lei poi arrivava puntualissimo, molto più di me. Ben me ne accorgevo ogni volta che la folla dei suoi allievi in festosa attesa faceva barriera davanti a tutte le porte dello stretto corridoio su…

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Il Cantico dei Cantici di Roberto Benigni , al festival di Sanremo 2020

https://www.raiplay.it/video/2020/02/sanremo-2020-roberto-benigni-il-cantico-dei-cantici-99002db8-7f1c-4266-88d6-489da47261a0.html

SAUDINO Matteo, La filosofia non è una barba, Vallardi, 2020. Indice del libro

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In memoria di Emanuele Severino, video lezione di Paolo Dai Prà, 27 gen 2020

EPICURO: la teoria del tetrafarmaco e la ricerca della felicità, video lezione di Matteo Saudino / Barbasophia

Emanuele Severino: l’ultimo parmenideo, video lezione di Matteo Saudino/Barbasophia, 26 gen 2020

Eraclito VS Parmenide – da Matteo Saudino / Barbasophia

via (39) Eraclito VS Parmenide – YouTube

Quando Emanuele Severino disse: «Avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla Gioia» – in Vita.it, 21/01/2020

”  Si teme la morte perché la si confonde con l’agonia, con la sofferenza che sono fenomeni della vita.

Ma dopo l’agonia che cosa c’è? Ecco dunque il problema della morte. La nostra cultura concepisce la morte come annientamento.

Ma è davvero così? O la morte, piuttosto, è un proseguire infinito oltre il dolore che caratterizza la nostra vita?

Quando mi chiedono se ho paura della morte o perché la guardo con serenità rispondo che l’Occidente crede che morire sia andare verso il nulla. Dobbiamo capire che questo che crediamo un andare nel nulla è, in verità, lo scomparire degli Eterni.

Quando la legna diventa cenere, crediamo si annienti la legna e nasca la cenere. Ma se sappiamo guardare a fondo, vediamo lo scomparire progressivo di singoli eventi (la legna che brucia, poi che brucia un po’ meno, la cenere che compare…): la morte ci appare nella forma dell’agonia, morire è il progressivo scomparire degli Eterni che escono dal cerchio dell’apparire.

Ma l’uomo è destinato alla Gioia.

Ecco il tema della Gioia. Gioia, il superamento di tutte le contraddizioni che attraversano la nostra vita.

Viviamo nella contraddizione, ma esiste un luogo in cui ogni contraddizione è oltrepassata? E noi, che cosa siamo, rispetto alla totalità di quel luogo? Quel luogo non è, forse, ciò che realmente siamo? La risposta è “sì, siamo quel luogo”.

Un luogo che chiamo Gioia. Gioia non è la felicità, che è sempre una volontà soddisfatta. La Gioia, invece, è infinitamente più alta. Non è volontà, ma eliminazione di ogni contraddizione.

Ecco perché avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla Gioia.

vai a  Quando Emanuele Severino disse: «Avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla Gioia» (21/01/2020) – Vita.it


ala radice delle parole: MEMORIA, da Guarracinismi tra antico e odierno | LimesLettere

Memoria – [Vc dotta, lat. memoria(m), dalla radice mens (“principio pensante, spirito, intelligenza”), memini (“mi ricordo, faccio menzione”), imparentata col greco μνήμη, dalla base semitica manu, “conoscere, sapere”]

– implica molte cose: non solo capacità di ricordare, ma anche di capire, di scoprire dentro di sé, di riconoscere negli eventi ciò che si teme o si desidera: qualcosa insomma che va oltre l’ambito strettamente personale per estendersi ad una durata, ad un sapere vitale che implica, oltre il calcolo puramente personale (manu, è molto vicino a mensura, “misura”), anche decisione, slancio, capacità di tradurre in azioni concrete ciò che abita il pensiero.

da Guarracinismi tra antico e odierno | LimesLettere

Emanuele Severino: PARMENIDE, 2 video a cura di Logos e Pathos

Katia Trinca Colonel RICORDA i passaggi a COMO del pensatore EMANUELE SEVERINO (1929-2020), in Corriere di Como, allegato locale del Corriere della Sera, 25 gennaio 2020

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Katia Trinca Colonel

si è laureata in Filosofia all’Università Statale di Milano e si è specializzata in counseling filosofico presso l’Istituto superiore di ricerca e formazione in filosofia, psicologia e psichiatria – ISFiPP – di Torino.

È giornalista culturale per il quotidiano Corriere di Como, allegato locale del Corriere della Sera.

Da sei anni tiene laboratori di filosofia nel Carcere del Bassone di Como e si adopera per la divulgazione della giustizia riparativa.

via Il pensiero di Emanuele Severino nella sua “regale solitudine” rispetto all’intero pensiero contemporaneo – a cura di Vasco Ursini, autore di: Il dilemma verità dell’essere o nichilismo?

Biblioteca: LIBRI di EMANUELE SEVERINO (1929-2020)

qui la lista dei LIBRI di EMANUELE SEVERINO

https://emanueleseverino.com/category/libri-di-emanuele-severino/

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Umberto Galimberti, allievo di Emanuele Severino, in ricordo del grande filosofo appena scomparso, Milano, Casa della Cultura 22 gennaio 2020

CARRIERE Jean-Claude, ECO Umberto, a cura di Jean-Pierre de Tonnac, NON SPERATE DI LIBERARVI DEI LIBRI, Bompiani, 2009. Indice del libro

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per EMANUELE SEVERINO (1929-2020): la poesia di Massimo Cacciari, in La Repubblica, 22 gennaio 2020

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E’ morto il filosofo Emanuele Severino (1929-2020)

Avatar di Paolo FerrarioIl pensiero di EMANUELE SEVERINO, a cura di Vasco Ursini (1936 - 2023)

Addio al filosofo Emanuele Severino: nato il 26 febbraio 1929 a Brescia.

È scomparso il 17 gennaio scorso

vai a:

https://tinyurl.com/sfmulj7

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Candido ovvero l’ottimismo – Voltaire, la lettura di Ninas, 21 gennaio 2020

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Franco Volpi, con la collaborazione di Guido Boffi, DIZIONARIO DELLE OPERE FILOSOFICHE, Bruno Mondadori, 2000. Elenco delle voci e degli autori

STORIA DEL PENSIERO OCCIDENTALE: IL PENSIERO ANTICO. Volume 1°: DALLE ORIGINI DELLA FILOSOFIA A PLATONE, a cura di Emanuele Severino, Mondadori editore, 2019. Indice del libro

Gaston BACHELARD, LA POESIA DELLA MATERIA , traduzione di Chiara Ruffinengo, da: Causeries: la poésie e les éleménts. Dormeurs éveillés (1952, 1954), Red edizioni, 1997, Como, pag. 62. Indice del libro

Avatar di Paolo FerrarioTRACCE e SENTIERI

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AUDIO

1 La poesia e gli elementi naturali, 13 minuti:

https://drive.google.com/file/d/1F4vFefZFrpezsuqOo2dSWhnOqDthWeqa/view?usp=sharing

2 La poesia dell’acqua, 14 minuti:

https://drive.google.com/file/d/1EJpkKQhhau7xO0lIJxLMDVh14vXMy8Wu/view?usp=sharing

3. La poesia del fuoco, 14 minuti

https://drive.google.com/file/d/1d92KEo961BR91mxabzlx3GPCkMCgQK9L/view?usp=sharing

4. La poesia dell’aria, 14 minuti

5. La poesia della terra, 11 minuti

6. La poesia della mano, 13 minuti

7. Il lirismo della forgia, 12 minuti

8. Dormienti a occhi aperti: la rèverie lucida, 17 minuti


la collana della Red edizioni dedicata a Gaston Bachelard è curata da Claudio Risè

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BACKMAN Fredrik, L’uomo che metteva in ordine il mondo (2012), Mondadori, 2018. Incipit e prima pagina. Da questo romanzo è stato tratto il film: MR. OVE, di Hannes Holm, con Rolf Lassgard, Bahar Pars, I. Engvoli, 2015

schede sugli scritti di ALBERT CAMUS ( 1913 – 1960)

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Leggere Murakami Aruki, L’uccello che girava le viti del mondo, Einaudi 2007

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Leggere Murakami Aruki, L’uccello che girava le viti del mondo, Einaudi 2007

Leggere ALICE MUNRO, in Ai confini dello sguardo di Gabriele De Ritis

da Leggere Alice Munro : Ai confini dello sguardo

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L’enigma Alice Munro è il titolo dato dalla curatrice Marisa Caramella al saggio che apre il volume de I Meridiani Mondadori Alice Munro Racconti.
Sulla copertina de Il sogno di mia madre compare la citazione da Citati: “Da Henry James, Alice Munro ha imparato che la prima qualità di un racconto è l’enigma”.
Non andremo a cercare, allora, un segreto da svelare, se non sia la stessa scrittrice a farlo per noi. Lasceremo che sia la scrittura a guidarci nel mondo poetico costruito intorno a personaggi spesso secondari, minori, che si portano dietro, tuttavia, una scia luminosa che continua a brillare dopo che avremo terminato la lettura del racconto.

Un elemento della sua poetica è contenuto in un’intervista del 1994: “Tutta la letteratura del Sud degli Stati Uniti che davvero amavo era scritta da donne. Faulkner non mi piaceva poi tanto. Amavo Eudora WeltyFlannery O’ConnorKatherine Ann PorterCarson McCullers. Avevo la sensazione che solo le donne riuscissero a scrivere di cose marginali, strane, anomale… Sono arrivata alla conclusione che era quello il nostro territorio, mentre il grande romanzo sulla vita reale era territorio degli autori di sesso maschile. Non so come sia nata dentro di me la sensazione di essere ai margini, dato che non vi ero certo stata spinta. Forse perché ero nata in una situazione marginale. Sapevo che c’era qualcosa, qualche modo di vedere il mondo, proprio dei grandi autori, da cui ero tagliata fuori, ma non capivo bene cosa fosse. Per esempio, quando cominciai a leggere D.H. Lawrence, trovai inquietante la sua visione della sessualità femminile” (pag.13 de L’enigma Munro, di Marisa Caramella)

Nella narrativa di Alice Munro sono le vicende dei personaggi a primeggiare. Ed è il paesaggio geografico e culturale, più di quello politico o sociale, a fare da sfondo a tali vicende, che proprio per questo assumono quelle caratteristiche di normale straordinarietà che fa spesso gridare al miracolo critici e recensori. (pag. XIV de L’enigma Munro)

Dice Alice Munro nell’introduzione a un’edizione del 1997 di Selected Stories: “La ragione per cui scrivo così spesso del paese a est del lago Huron è che amo quel luogo. Significa per me qualcosa che nessun altro paese, non importa quanto storicamente importante, o “bello”, o vivace, o interessante, potrà mai significare. Sono innamorata di quel particolare paesaggio, dei campi quasi piatti, delle paludi, del bush, dei boschi, del clima continentale con I suoi inverni bizzarri, eccessivi. Mi sento a casa tra le costruzioni di mattoni, i granai cadenti, le rare fattorie dotate di piscina e campo di atterraggio, gli agglomerati di roulotte, le vecchie chiese ingombranti, I Wal-Mart e i Canadian Tire. Io parlo la loro lingua.” (pag. XIX de L’enigma Munro)

Ma c’è un’altra ragione per la ben nota ritrosia della scrittrice a dichiararsi tale, e ad apparire in pubblico, una ragione più complessa e difficile da identificare con precisione. Per capire questi e altri atteggiamenti caratteristici della Munro, bisogna risalire a tempi lontani. A quando i suoi antenati paterni presbiteriani scozzesi, e materni, anglicani irlandesi, emigrarono dalla Scozia e dall’Irlanda per stabilirsi nel Canada settentrionale, precisamente nell’Ontario, e portarono con sé nella nuova terra costumi e abitudini di quella d’origine restando fedeli ai dettami morali, molto rigorosi, delle rispettive religioni. Abbiamo già visto come la madre Anne si attenesse a un codice morale puritano, ed esigesse dalla figlia lo stesso comportamento. La confessione presbiteriana, quella paterna, la più diffusa nelle piccole comunità dell’Ontario abitate dai discendenti degli immigrati scozzesi, non vede invece di buon occhio ogni forma di ostentazione di sé, ogni tentativo di emergere grazie a un particolare talento mondano, e predica la modestia, la riservatezza, il controllo dell’immaginazione, mentre approva incondizionatamente le opere, il duro lavoro, il sacrificio, la fedeltà e la solidarietà familiari. […]
Da questa complessa mescolanza di forti condizionamenti religiosi e culturali derivano da una parte la famosa “doppia vita” di Alice Munro, ma anche, soprattutto, l’insicurezza riguardo al proprio talento, il perfezionismo che la spinge a continue revisioni dei testi, e la riluttanza a esporsi in qualunque modo: da quello, peraltro necessario, per insegnare scrittura creativa, alla promozione dei propri libri agli interventi di critica letteraria, alla sponsorizzazione di altri scrittori: alla presenza sulla scena letteraria. È solo in età avanzata e quando la sua fama si è consolidata universalmente che la scrittrice comincia ad accettare inviti e a “esporsi”. (pp. XXXIII-XXXVI de L’enigma Munro)

È solo a partire dal 1998 che ogni nuova raccolta pubblicata dall’autrice viene salutata dalla critica con parole che sottolineano un cambiamento decisivo nella sua voce, soprattutto per quanto riguarda lo stile, sempre più sicuro, coinvolgente, e sempre più caratterizzato da sottrazioni, silenzi, squarci nel tempo e nel luogo, e contemporaneamente da un’estrema precisione nella descrizione di dettagli apparentemente insignificanti ma indispensabili invece proprio ad ancorare il racconto nel tempo e nel luogo in modo da coinvolgere il lettore e impedirgli di perdersi tra una sospensione e l’altra; la Munro sceglie una tecnica opposta a quella dei romanzieri, e anche di tanti scrittori di racconti: invece di ricorrere a descrizioni storiche o sociali o ambientali per inquadrare le vicende dei suoi personaggi, mette a fuoco particolari significativi; e anziché cimentarsi in lunghe e pericolose immersioni nella psicologia dei medesimi personaggi, preferisce sottolinearne i comportamenti rivelatori. Ne risultano un’ingannevole semplicità, una trasparenza profonda, paragonabili soltanto a quelle che J.M. Coetzee riesce a raggiungere in alcuni suoi romanzi. Il paragone non è azzardato: anche Coetzee è uno scrittore del Commonwealth, molto legato al suo territorio natale, il Sudafrica, e a quello di adozione, l’Australia, entrambi marginali; anche Coetzee scrive romanzi che sono in realtà memoir trasfigurati, per di più scanditi dalle tre “classiche” fasi della vita: Infanzia, Gioventù, Tempo d’estate, tutti sottotitolati Scene di vita di provincia; oltre a una raccolta di racconti, Elizabeth Costello, eccezionale per l’abilità con cui l’autore riesce a trarre conclusioni filosofiche e concettuali senza filosofeggiare o concettualizzare, servendosi solo di grandi metafore, sottrazioni, silenzi. (pag. XL de L’enigma Munro)

[Nota in costruzione, che arricchiremo nel corso della lettura dei racconti]

Il segreto di Alice Munro, di Paolo Cognetti
Riempire gli spazi del tempo, dal sito Il mondo urla dietro la porta
Liliana Rampello intervista Marisa Caramella
Alice Munro, In Her Own Words: 2013 Nobel Prize in Literature
Intervista a Marisa Caramella Su Alice Munro, alfabeta 2 del 14 ottobre 2013

OPERE di ALICE MUNRO
Danza delle ombre felici (1968)
Lives of Girls and Women (1971)
Una cosa che volevo dirti (1974)
Chi ti credi di essere? (1978)
Le lune di Giove (1982)
Il percorso dell’amore (1986)
Stringimi forte, non lasciarmi andare (1990)
Amica della mia gioventù (1990)
Segreti trasparenti (1994)
Il sogno di mia madre (1998)
Nemico, amico, amante… (2001)
No Love Lost (2003)
Vintage Munro (2004) – Mobili di famiglia [24 racconti dal 1995 al 2014], Super ET Einaudi 2016
In fuga (2004)
Lasciarsi andare [17 racconti scelti dall’Autrice] Einaudi 2014
La vista da Castle Rock (2006)
Troppa felicità (2009)
Uscirne vivi (2012)
I titoli delle raccolte sottolineati sono quelli che compaiono nel Meridiano Mondadori
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Una lettura ‘metodica’ dell’opera di Alice Munro dovrà partire dalla motivazione del Premio Nobel, dalla definizione della sua poetica, dalla descrizione della natura dei suoi racconti, per facilitare il godimento del testo attraverso la lettura.
Se poi vorremo realizzare un rapporto stretto tra ogni racconto e il titolo del volume, dovremo chiederci ogni volta come i personaggi si abbandonino alla danza, di che cosa sia metafora la danza, come partecipino della condizione di ‘ombre’, in che cosa consista la loro ‘felicità’.
Il brano dell’Orfeo ed Euridice di Gluck, suonato dalla fanciulla disabile nel racconto finale che dà il titolo al volume, ha come protagonisti due personaggi mitologici che hanno sempre incarnato la tragicità a cui spesso l’amore è consegnato: una separazione irrimediabile prevale su ogni altra considerazione sulla natura dei personaggi, sulle loro propensioni e sulle loro scelte.
Si potrebbe dire che tutti i personaggi del volume sono ‘ombre felici’, ancorché tutto sembri testimoniare il contrario. Vuol dire che la loro felicità andrà ricercata nella capacità di abbandonarsi all’onda della vita, pur in mezzo alle tempeste che la agitano.
Alice Munro è stata premiata – come si legge nella motivazione – per essere “master of the contemporary short story”.
Al centro delle sue opere, in gran parte ambientate nel Southwestern Ontario, vi sono sempre le relazioni umane lette attraverso la “normalità” della vita quotidiana. Il suo stile narrativo – caratterizzato da una voce narrante che spiega il senso degli avvenimenti – spinse l’autrice statunitense di origine russa Cynthia Ozick a definirla “la nostra Cechov”.
“Alice Munro è nota soprattutto come autrice di racconti ma sa portare in ciascuna storia altrettanta profondità, intelligenza e precisione come la maggior parte dei romanzieri in tutta la loro opera: leggere Alice Munro è imparare ogni volta qualcosa cui non si era mai pensato prima”, si legge nelle motivazioni della giuria del Nobel.

Segue online il riassunto dei quindici racconti. Alcuni sono accompagnati da una breve notazione critica in neretto. Un utile esercizio potrebbe essere quello di
a) aggiungere un brano del racconto che aiuti a fissarne il punto nevralgico, quando le cose sembrano giungere a chiarezza,
b) esprimere per tutti gli altri un giudizio che restituisca il punto di vista della voce narrante o un senso nascosto che ci sembra illumini il racconto stesso, come ho fatto solo per i primi tre,
c) cercare ciò che i personaggi hanno in comune, cosa tenga insieme la raccolta, ma anche cosa distingua ogni racconto da tutti gli altri: dopo tutto, non è detto che una raccolta debba necessariamente rispondere ad un criterio ‘unificatore’ posto alla sua base; il titolo sembra indicarci questa strada critica, ma si tratta di cosa da verificare e da illustrare. E’ quello che mi ripropongo di fare, tornando a rimaneggiare questo messaggio.
Conservare i sunti dei racconti aiuta a non dimenticare quello che si è letto.

Alcune recensioni di Danza delle ombre felici

E’ stata richiamata la suggestione esercitata dal danzare – assieme al correre – in Murakami. Che la danza abbia significati da chiarire rientra nei compiti del lettore esperto. Ci accontenteremo di dire qui soltanto che nell’opera di Alice Munro si nasconde il significato comune ai racconti che potremmo riassumere così: danzare è abbandonarsi all’onda della vita. E’ quello che fanno tutti i personaggi, che incarnano i loro ruoli senza residui, con un Sì alla vita che ci segnala i loro drammi e le loro sconfitte, ma anche la felicità dell’ascolto prudente, come ‘accade’ alla fanciulla che racconta nel primo componimento, di fronte al mistero della vita di suo padre. Per lei, quello che a noi appare chiaro è segreto da custodire e basta.
Prima ancora di Murakami, ci sembra che Paul Valéry abbia dedicato alla danza pagine memorabili. Leggere L’anima e la danza.
Ho acquistato i quindici volumi dei racconti di Alice Munro e il Meridiano Mondadori dedicato a lei, che è aperto dal saggio della curatrice, Marisa Caramella, (L’enigma Munro), come le opere di Eudora Welty, Margaret Atwood, Katherine Anne Porter, Flannery O’Connor e Carson McCullers, scrittrici amate da lei, per rendermi conto di una scrittura, quella femminile, che si schiera qui programmaticamente dalla parte di ciò che è marginale, come le vite dei loro personaggi. (Netflix propone la miniserie L’altra Grace, dedicata all’opera omonima di Margaret Atwood).
Sappiamo bene che una sola lettura non basta per una scrittura che si riveli appieno nelle raccolte successive. L’apparente semplicità della scrittura stessa, poi, potrebbe essere fuorviante, se non torniamo sui nostri passi a considerare ancora che cosa abbia contribuito a fare di un breve racconto una storia paragonabile a quella di un romanzo lungo.
Più che le ragioni tematiche e le suggestioni forti esercitate su di noi da questo o quel racconto, conta il respiro di un’opera che andrà ‘assaporata’ risalendo ogni volta alle ragioni della scrittura, al piacere del testo, che costituisce ormai la prima ragione della grande Letteratura.
Assieme alle nuove proposte mensili, continuerò a leggere Munro, come continuerò a leggere Ishiguro. Di questo sono grato a voi.
La mia lettura delle opere letterarie è sempre sostenuta dalla nozione di poetica di Walter Binni, che contiene definizioni e metodi.

Il cowboy della Walker Brothers

Il piacere del testo si materializza subito in noi, fin dalla prima lettura del racconto Il cowboy della Walker Brothers, che apre la prima raccolta di Alice Munro: non è un sentimento comune quello che prova la fanciulla che si ritrova a considerare quello che ci sia da fare, rientrando a casa, cioè tacere sulla visita fatta alla donna che vive fuori della zona commerciale in cui opera suo padre. Come voce narrante, ci informa su tutti i particolari di quella visita per niente innocente, eppure vissuta da lei alla giusta distanza, senza presumere apertamente alcunché su ciò che ‘lega’ suo padre a quella donna.
Questa reticenza del Narratore conferisce grande valore emotivo al non detto e all’implicito delle ultime pagine. È subito arte!
Il testo ‘genera’ il lettore, lo chiama in causa, gli impone di mettere in moto la ‘macchina’ narrativa, istituendo il patto narrativo, che prevede sempre, da parte del lettore, l’adesione alle ragioni dell’arte. Noi condividiamo con la ragazza quella pausa dell’anima, che si ferma perplessa, ma non smarrita, sulla soglia dell’esperienza del padre. Ammessa a farne parte, non si congeda da essa, distratta da altre ragioni. Ne condivide il mistero, tacendo sul suo senso ultimo. Di fronte all’indecidibile che la coinvolge e la chiama in causa, finisce per custodire in sé quella ‘verità’ che non può essere svelata, pena il ‘tradimento’ di suo padre.
Il sentimento del tempo che esprime la ragazza ora è segnato dal nuovo che irrompe nella sua coscienza, a cui è pronta a dare un nome: «… e io ho la sensazione che la vita di mio padre si sganci dall’auto e fluttui all’indietro nel tardo pomeriggio, sempre più scuro e strano, come un paesaggio sotto un incantesimo che lo rende dolce e rassicurante mentre lo guardi, ma per sempre sconosciuto appena gli volti le spalle, un luogo esposto a tutti i tipi di intemperie e a distanze inimmaginabili». È come perdere la memoria di ciò che una persona è sempre stata per noi: il suo significato si perde ora nell’impermanenza delle cose, fluttua nell’aria, è sganciato dalle cose di sempre. La grandezza di ciò che sta accadendo è la causa del sentimento della grazia, cioè dell’arrendevolezza della fantasia, che prevale in lei: «mio padre non mi dice di non parlare a casa di quello che è successo ma lo so da me, mi basta vedere come è pensieroso, come esita quando ci passa la liquirizia, per sapere che di certe cose è meglio non fare parola». Alla profondità di questo sentire corrisponde l’emozione estetica che proviamo noi, consapevoli del fatto che non dobbiamo fare altre inferenze, non dobbiamo chiedere altro al personaggio che racconta, preso com’è, ora, dall’incanto del cielo che «si rannuvola gentilmente come fa sempre, quasi sempre, nelle sere d’estate in riva al lago»: perfino il cielo sa bene che quello che c’è da fare va fatto delicatamente.

Le case bianchissime

Allo stesso modo, nel racconto Le case bianchissime, Mary è costretta a custodire in cuore il suo malcontento, di fronte alla volontà dei vicini di sbarazzarsi della vecchia casa della signora Fullerton, che tanto contrasta con le loro case ‘bianche’. Lei sa che «non c’è niente che tu possa fare, lì per lì». La riunione è finita. «Le voci della stanza sono volate via, pensava Mary. Se solo fossero volate via davvero portandosi appresso il ricordo dei loro piani, se almeno una cosa al mondo potesse essere lasciata in pace».
Anche qui sembra essere la natura a fare giustizia delle impazienze umane: «Ormai era buio, le case bianche si andavano offuscando, le nuvole continuavano ad aprirsi e il fumo a salire dal comignolo di Mrs Fullerton. Lo schema di Garden Place, tanto nitido e ardito alla luce del giorno, sembrava ritirarsi, di notte, nel fianco nero e inospitale della montagna». Tutto questo Mary lo sapeva bene.

Immagini

Anche in Immagini è una giovane donna che parla. Esce di casa con il padre, a vedere le trappole per topi muschiati lungo il fiume. Ne trovano alcune e proseguendo nel loro cammino incontrano Joe, che vive da solo in una baracca sotto terra. La bimba è inizialmente un po’ spaventata a causa dell’accetta che Joe fa vibrare nell’aria. Joe li invita nella sua “cantina” che si trova in un campo poco distante; unico suo compagno un gatto, al quale ogni tanto offre del whisky. Quando Ben e la figlia tornano a casa è ormai buio e la donna che assiste sua moglie è furente, ma subito si prodiga per togliere stivali e calze bagnati alla bimba e servire la cena. Ben, che aveva chiesto alla bambina di non nominare l’accetta, racconta altro di Joe. La cena si svolge in una complice atmosfera tra padre e figlia. La donna chiede se Joe aveva fatto bere anche la bambina. «- Nemmeno una goccia – disse mio padre guardandomi fisso, dall’altra parte del tavolo. Come certi bambini delle fiabe che hanno visto i genitori stringere patti con strane creature terrificanti, scoprendo così che le nostre paure affondano le proprie radici in nient’altro che la verità, ma poi in modo rocambolesco tornano sani e salvi e sono pronti a impugnare coltello e forchetta e, sottomessi e beneducati, a vivere per sempre felici e contenti, come loro, turbata e rinvigorita da quei segreti, non dissi mai una sola parola». L’essenziale era avvenuto: di fronte alla donna che sbrigativamente le diceva di mangiare, «per un momento non mi resi conto che non avevo più paura di lei».

Grazie del passaggio

– Grazie del passaggio! – sono le parole (danno il titolo al racconto) che provengono dalla “voce femminile che ci urlava dietro, una voce forte, cruda, oltraggiosa e sconsolata”. Si tratta di Lois che, assieme all’amica Adelaide, è stata accompagnata a casa, al termine di una notte trascorsa fuori di casa con due ragazzi. Dopo le ore passate nel fienile con Lois, vissute come “un viaggio a precipizio” nell’amore, la nostra voce narrante ci confessa che era la prima volta. Per questo, in macchina non seppe dire nulla a Lois. Di lei ci dice ora che “ci sono persone che non sanno andare molto in là nell’atto d’amore, e altre che vanno lontanissimo invece, che sanno ingigantire l’abbandono, come i mistici. E Lois, mistica dell’amore, sedeva ormai all’estremità del sedile, infreddolita, pesta e completamente chiusa in se stessa”. E’ la tristezza del dopo che la fa gridare con voce forte, cruda, oltraggiosa e sconsolata, come chi si sciolga dalla danza, accompagnato dal silenzio intorno a sé. Tutti i gesti e le parole mancate avevano fatto il resto.

Lo studio

“Dunque è per questo che voglio uno studio (dissi a mio marito): per scrivere”.
La voce narrante femminile ci informa sul rito che accompagnò la decisione presa, le reazioni intorno a lei, la ricerca, l’arredo sobrio dei locali presi in affitto, il padrone di casa, che occupa la scena per tutto il tempo del racconto, nei panni del seccatore che in un crescendo grottesco mette la scrittrice in condizione di doversene andare.
Sembra che il narratore voglia dirci come andò la prima volta, quello che dovette fare per liberarsi dall’invadenza del signor Malley. E fu indubbiamente danza. Evitando accuratamente ogni scontro possibile, cercò di navigare nelle acque mosse di una relazione che non le lasciava scampo. Dopo tutto, non si trattò di muovere passi difficili né di abbandonarsi confidente all’aria di una casa che non riuscì a sentire sua.
“Non ho ancora trovato un altro studio. Credo che un giorno o l’altro ci proverò, ma non adesso. Dovrò almeno aspettare che svanisca l’immagine che ho tanto chiara in testa, benché non l’abbia mai vista in realtà”: il signor Malley intento a ripulire le pareti del bagno situato nel corridoio, imbrattate non si sa bene da chi.
“Io intanto organizzo le parole, e ritengo sia mio diritto liberarmi di lui”.
Friedrich Nietzsche avrebbe detto di lei che aveva saputo risolvere a passo di danza il problema che la vita le aveva messo davanti.

Il rimedio

Di tutt’altro tenore è la lezione che è costretta a trarre dagli eventi la studentessa protagonista del racconto intitolato Il rimedio. Impegnata a fare la baby sitter in una serata sfortunata per lei, si ubriaca per non pensare alle sue delusioni sentimentali, chiede aiuto ai suoi amici, i quali invadono la casa, facendosi sorprendere dai padroni che rientrano in anticipo. In seguito, racconta tutto a sua madre, che a sua volta racconta tutto, compreso il nome del ragazzo di cui sua figlia si era invaghita. L’effetto delle chiacchiere fu lo stato di isolamento in cui lei si ritrovò a vivere a lungo, almeno fino a quando la scuola non fu distratta dalle disavventure di una ragazza che era fuggita di casa con un uomo sposato. Allora, tutti si dimenticarono di lei.
Un risvolto positivo ed inatteso fu la scoperta che la cotta le era passata. Più di tutto, però, contribuì a riportarla con i piedi per terra “la tangibilità atroce e ammaliante del mio disastro; fu vedere “come andavano le cose”. Non che mi fosse piaciuto; ero timida e tutta quella risonanza mi fece soffrire molto. Ma il concatenarsi dei fatti di quel sabato sera mi affascinò; ebbi la sensazione di aver gettato un’occhiata sulla prodigiosa, devastante e spudorata assurdità con cui si improvvisano le trame della vita, a differenza di quelle dei romanzi. Non riuscivo a distogliere lo sguardo”.
A cose fatte, è motivo di conforto, talvolta, scoprire come il concatenarsi fortuito degli eventi abbia influito sul corso della nostra vita. Accettarne la lezione è l’estrema forma di saggezza di chi comprende come sia indispensabile abbandonarsi all’onda della vita stessa.

L’ora della morte

L’ora della morte è il titolo del racconto. Siamo indotti a cercare il senso di quel titolo nella trama del racconto stesso, che ci appare in tutta la sua evidenza quando ci viene detto che la madre è convinta di essersi trattenuta poco a casa della vicina, mentre in casa il figlio di diciotto mesi moriva, a causa dell’acqua calda posta sulla stufa da Patricia, bambina prodigio che indossa abiti di scena confezionati per lei dalla madre, orgogliosa delle sue doti canore. Sua madre ora non vuole vederla. Patricia reagisce in modo scomposto al passaggio dell’arrotino, che le ricorda i momenti drammatici della morte del fratellino.
Qui la vita è incarnata crudelmente dalle vicine di casa che, finalmente, possono ridere delle virtù canore della ragazza, sulla quale possono infierire senza sensi di colpa. A volte, bisogna danzare sull’orlo del baratro e bisogna continuare a farlo, insistendo nel credere che le cose siano andate in un certo modo non per colpa nostra, ma per l’insipienza di qualcun altro. Edgar Lee Masters direbbe, però, che non dobbiamo lamentarci, se la vita ci prende in giro.

Il giorno della farfalla

A causa dell’incontinenza del fratellino Jimmy, Myra deve stare spesso accanto a lui per accudirlo, soprattutto durante l’intervallo tra le lezioni. I bambini intorno a loro sono crudeli nei giochi che si traducono sempre in scherno e offesa. Inutilmente le maestre invitano i compagni di Myra ad essere buoni con lei. Un giorno, la protagonista si ritrova a fare la stessa strada di Myra. Parla con lei delle materie scolastiche, le offre dei popcorn e una farfalla di latta che è nascosta nella busta. Da quel giorno le due bambine si parlano. Ritrovandosi in ospedale per una grave malattia, Myra riceve doni da tutti i suoi compagni. Mentre tutti vanno via, allo scadere del tempo per le visite, Myra chiamò Helen, la protagonista, e volle darle alcuni dei suoi doni. Helen resistette a lungo. Immaginò anche che suo fratello li avrebbe distrutti. Si sentì liberata da quella prigione, quando l’infermiera le ricordò l’ora di uscita dall’ospedale. Nel salutarsi le due bambine si sfiorarono le mani, come era accaduto il giorno della farfalla. Myra invitò Helen a casa sua.
Il racconto della protagonista non contiene nessuna concessione facile al sentimento. Anzi, sembra voler registrare le remore e le esitazioni provate di fronte a una compagna alla quale si avvicina, vincendo le resistenze che le venivano dalla mentalità ostile che condivideva con gli altri bambini. Fino alla fine, è Myra che occupa la scena fungendo da richiamo per lei. Myra la aiuta, senza volerlo, a compiere gesti che sembrano preludere a qualcosa di diverso dall’indifferenza e dalla distrazione colpevole di chi sembra non conoscere il moto degli affetti. Nelle parole della voce narrante, alla fine, non possiamo dire che siano presenti indifferenza né distrazione.
“Disse ciao anche Myra? Poco probabile. Seduta sul suo letto alto con il colle esile e bruno che usciva dalla camicia dell’ospedale troppo grande per lei, e il bel viso bruno immune da ogni slealtà, forse aveva già dimenticato il suo dono, ed era pronta ad avviarsi da sola nel destino leggendario che già abitava anche quando stava nel portico dietro la scuola” E’ facile avvertire in questo breve vissuto personale l’affacciarsi nitido di un sentimento nuovo in lei.
Quest’ombra felice avanza per esitazioni successive, compiendo da sola i passi del cuore che la avvicinano ad una compagna che riconosce e ricambia gli incerti passi della sua danza.

Maschi e femmine

Questa volta, la voce narrante femminile si ritrova a sperimentare direttamente cosa significhi nella testa del padre e nelle convinzioni della famiglia essere maschi e femmine. Il fratello Laird condivide con lei il contatto ravvicinato con il padre, che alleva volpi argentate, di cui vende la pelle pregiata. Le volpi si nutrono di carne di cavallo. Tutti i contadini ne hanno. Quando i cavalli diventano vecchi o si azzoppano o cadono, il proprietario chiama il padre, che si mette il cavallo sul furgone o provvede ad ucciderlo subito, con un colpo di pistola. Quando la protagonista aveva undici anni, nella stalla c’erano due cavalli. Furono uccisi, prima l’uno e dopo l’altro. Quando toccò alla femmina, la ragazza si ritrovò vicino a un cancello, che avrebbe dovuto chiudere per impedire all’animale di fuggire. Invece, lo spalancò. Si chiese subito perché lo stesse facendo, ma non seppe rispondere.
A tavola, il fratellino disse la verità a tutti. Il padre non reagì in modo scomposto. Si limitò a dire: – E’ soltanto una femmina. –
La voce narrante conclude: “Non protestai, nemmeno in cuor mio. Forse era vero”.
Il ‘contenuto’ di questo racconto potrebbe deludere, per i riferimenti che contiene alla mentalità della famiglia, che riserva attenzioni al piccolo maschio, limitandosi ad immaginare che la figlia aiuterà la madre nelle faccende di casa. Potremmo dire che ci restituisce un’educazione sentimentale. Le battute finali suonano come accettazione di una condizione che non dispiace alla ragazza, memore dell’impresa in cui si era distinta, lasciando la cavalla libera di fuggire, per regalarle forse poche ore di vita ancora.

Cartolina

Il sentimento chiaro di sé e della natura della sua relazione con Clare viene espresso da Helen così: “In principio mi faceva pena, perché ce la metteva proprio tutta. Mi ricordo che gli guardavo la testa un po’ pelata, lo ascoltavo gemere e ansimare e mi dicevo, e adesso che cosa posso fare se non essere gentile? Lui non si aspettava altro da me, non si è mai aspettato altro; solo che mi sdraiassi e lo lasciassi fare, e a poco a poco mi ci sono abituata. Mi guardavo indietro e pensavo, sarò senza cuore a starmene lì immobile lasciando che mi tocchi e mi ami e mi gema sul collo e mi dica tutte quelle cose, senza mai dirgli una parola d’amore anch’io? Essere senza cuore non mi è mai piaciuto, perciò l’ho sempre trattato bene, Clare, e l’ho lasciato fare, nove volte su dieci, o no?”
La sfida del senso vissuto – la ricostruzione che facciamo della nostra esperienza e l’attribuzione di senso che ne consegue – è esemplarmente raccontata in Una cartolina. La voce narrante femminile ci restituisce per intero il breve cammino di una relazione amorosa che la porta a scoprire che il suo ‘fidanzato’ si è sposato con un’altra donna.
La sua danza si interrompe quando scopre, al termine di un litigio sotto alle finestre della casa di lui, che ora vorrebbe allungare una mano e toccarlo.

Il vestito rosso – 1946

La protagonista de Il vestito rosso – 1946 deve fare i conti con una madre che si improvvisa sarta e con una festa nella quale scopre ancora che nessuno la inviterà a ballare, almeno fino a quando questo accadrà, senza che lei stessa si renda conto che sta accadendo. Il giovane ballerino, un suo compagno di scuola, la accompagnerà poi a casa e prima di salutarla la bacerà su un angolo della bocca, ignaro di averla traghettata nel mondo normale.
“Feci il giro della casa per passare dalla porta sul retro e intanto pensavo, sono stata a ballare e un ragazzo mi ha riaccompagnata e mi ha dato un bacio. Era tutto vero. La mia vita era possibile. Passai davanti alla finestra della cucina e vidi mia madre. Stava seduta coi piedi sullo sportello aperto del forno e beveva un tè da una tazza senza piattino. Era lì solo in attesa che io tornassi a casa a raccontarle tutto quello che era successo. E io non intendevo farlo, mai e poi mai. Ma vedendo la cucina che mi aspettava e mia madre in vestaglia di flanella sbiadita a disegni cashmere e la faccia assonnata ma carica di tenace aspettativa, mi resi conto dell’imperativo misterioso e opprimente che mi gravava addosso, l’obbligo di essere felice che avevo rischiato di non onorare in quella occasione, come in altre a venire, probabilmente, ogni volta, e senza che lei lo sapesse”.
La voce narrante, qui, ci svela il potere della sua ritrosia, che la porta a transigere sul suo desidero, inducendola a rifiutarsi di abbandonarsi ai momenti di felicità che pure la vita concede. Sa bene che accadrà ancora e che questo sarà il segreto piacere di negarsi a sua madre.

Domenica pomeriggio

Alva fa la domestica dalla famiglia Gannet, che è proprietaria di un’isola nella Georgian Bay, dove ha fatto costruire tre ville, una per ogni figlia. La casa che occupano abitualmente è spesso invasa da molti ospiti, che Alva deve servire, e i suoi piatti sono graditi. Lei pranza nella cucina e a volte prende in prestito dei libri nello studio del Signor Gannet: nel tempo libero ha voglia di leggere; un giorno scriverà alla famiglia, descrivendo l’ambiente nel quale lavora. La figlia minore dei Gannet ha 14 anni ed Alva s’intrattiene piacevolmente con lei, che ha molti abiti e sta scegliendo quali portare sull’isola per la prossima vacanza. Al sopraggiungere della padrona di casa, Alva scende al piano di sotto e torna in cucina, dove ci sono ancora molti bicchieri da lavare. Sta pensando all’isola, alle nuotate che potrà fare; forse l’avrebbero anche portata in barca; si apre la porta ed entra il cugino della Signora Gannet che, consegnandole un altro bicchiere da lavare, le cinge le spalle ed indugia leggermente sulle sue labbra. Poi le dice di essere stato invitato a trascorrere una settimana sull’isola, ma già lo stanno reclamando ed Alva rimane immobile, appoggiata al bancone della cucina, sentendosi però rilassata da quel rapido contatto. Questo non lo aveva previsto, qualcosa ancora le sfuggiva e pensando all’isola non può escludere il desiderio di andarci.

Un viaggio sulla costa

L’undicenne May vive a Black Horse, borgata di tre case, un negozio e un cimitero, con la nonna di settantotto anni che ipotizza di fare un viaggio sulla costa, e la zia Hazel, in età da marito che lavora in un negozio del paese, un po’ più distante. Nel tempo libero frequenta feste da ballo e la domenica canta nel coro. May e la nonna gestiscono l’unico negozio della borgata, che fornisce anche la benzina ai viaggiatori di passaggio, come l’ipnotizzatore che un giorno si ferma e girando qua e là illustra le sue capacità “terapeutiche”. L’anziana donna è alquanto diffidente, May pone domande e lui decide di darle una dimostrazione, utilizzando proprio la nonna, che sostiene di poter resistere a tale condizionamento. L’esperimento inizia con l’ausilio di un apribottiglia, che la donna deve fissare. May osserva e stenta a trattenere le risa, mentre l’uomo domanda all’anziana se ci veda ancora: il viso della vecchia è alla stessa altezza del suo. L’ipnotizzatore indietreggia ed esclama: – Ehi, ma cosa succede? Signora, si svegli, si svegli! – Ma la nonna, senza perdere l’espressione di disprezzo verso l’uomo, cade riversa sul bancone con un tonfo. – Non è colpa mia! – si affretterà ad aggiungere il mago provetto, lasciando cadere l’apribottiglia – non mi era mai successo prima – dopo di che fuggirà e May, correndo fuori dal negozio, udrà il motore dell’auto che si allontana. Non c’è nessuno, i cortili sono deserti, comincia a piovere; May torna indietro e si siede sui gradini del negozio, osservando la strada. La nonna giace riversa sul bancone, morta, ma vittoriosa.

La pace di Utrecht

Le due sorelle Maddy ed Helen si ritrovano nella casa natale dopo la morte della madre per Parkinson. Nel cassetto di un vecchio tavolino Helen ritrova alcuni appunti sulla pace di Utrecht, che nel 1713 mise fine alla guerra di successione spagnola. Helen ha due figli e Maddy un amico, Fred, forse amante, sposato, la cui moglie è invalida. La sera trascorrono un po’ di tempo sulla veranda, bevendo e fumando e spesso Fred fa loro compagnia. Durante una visita alle anziane zie nubili, Annie e Lou, che conservano tutti gli abiti dell’anziana deceduta, Maddy viene a conoscenza del tentativo di fuga della madre dall’ospedale, prima di morire. A seguito di questo fatto, le infermiere la bloccano nel letto, utilizzando una tavola di legno posta di traverso. Fu Maddy ad accompagnarla in ospedale; l’anziana era convinta di uscire dopo tre settimane. Tornando a casa dalla visita alle zie, Helen trova la sorella in cucina, intenta a preparare la cena, ha invitato Fred, ma nel parlare delle due anziane, ricordando la madre e il proprio desiderio d’indipendenza, una fruttiera le scivola dalle mani e si rompe. Helen suggerisce alla sorella di andarsene dal paese; – Lo farò – afferma Maddy – ma poi aggiunge di non riuscirci.

La danza delle ombre felici

La perfezione inattesa di una sonata, eseguita da una bambina, dona un istante di bellezza a una comunità sempre più chiusa nella propria solitudine.

La Signorina Marsalles, insegnante di pianoforte, vive con la sorella, ex insegnante di francese e tedesco, che purtroppo ha perso l’uso della parola e spesso è accudita dalla vicina di casa, la signora Clegg. Ogni anno le due anziane signorine organizzano una festa, nella quale gli ex alunni della signorina Marsalles si esibiscono al pianoforte. Segue sempre un rinfresco e la consegna di un dono a ciascun partecipante; poi tutti i bambini andranno a giocare nel piccolo giardino, mentre le madri resteranno in casa a conversare. Un anno, però, ci saranno dei nuovi invitati: gli alunni della Greenhill School, lievi insufficienti mentali, ai quali la Signorina Marsalles si sta dedicando. L’esibizione di ogni bambino è annunciata con tono festoso dall’anziana insegnante; una fanciulla di nome Dolores Boyle, magra, biondissima, dall’aspetto malinconico, sonerà La danza delle ombre felici, musica gaia e serena, tanto da sembrare impossibile che sia una ragazza così triste ad eseguirla. Questo fatto impedirà ai partecipanti, al termine della festa, l’uso dei prevedibili toni di compatimento nei confronti dell’anziana insegnante, considerata ormai fuori gioco…

i versi di GIACOMO LEOPARDI letti dai grandi della canzone italiana, Dvd realizzato dalla Rai e Mibact, informazione di Pierluigi Panza, 20 dicembre 2019

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Emanuele Severino, Siamo re che si credono mendicanti, in Remo Bodei, Roberta De Monticelli, Giovanni Reale, Aldo Schiavone, Emanuele Severino, Vito Mancuso, CHE COSA VUOL DIRE MORIRE, a cura di Daniela Monti, Einaudi, 2010, pagg. 135-164. Indice del libro

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alla trasmissione Rai 3 “QUANTE STORIE, DAI LIBRI ALLA REALTÀ”, A CURA DI GIORGIO ZANCHINI si parla del libro: GALIMBERTI UMBERTO, MERLINI IRENE, PETRUCCELLI MARIA LUISA, PERCHE’ ? 100 STORIE DI FILOSOFI PER RAGAZZI CURIOSI, FELTRINELLI, 2019

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Umberto Galimberti e i perché dei bambini - RaiPlay

Umberto Galimberti e i perché dei bambini


GALIMBERTI UMBERTO, MERLINI IRENE, PETRUCCELLI MARIA LUISA, PERCHE’ ? 100 STORIE DI FILOSOFI PER RAGAZZI CURIOSI, FELTRINELLI, 2019. ILLUSTRAZIONI DI: ISABELLA BORSELLINI; NANÀ DELLA PORTA; ANNA GRIMAL LOPEZ; GAIA INSERVIENTE; GIORGIA MARRAS; ANNA MASINI; MARTA PANTALEO; GIULIA TOMAI; LUCILLA TUBARO. INDICE DEL LIBRO


All’Alexander Girardi Hall di Cortina d’Ampezzo (Belluno), nell’ambito della rassegna «Una montagna di libri», presentazione di Perché? 100 storie di filosofi per ragazzi curiosi di Umberto Galimberti, Irene Merlini e Maria Luisa Petruccelli, con la partecipazione di Umberto Galimberti (Feltrinelli) (ore 18). Francesca Amé su Io donna (Corriere della Sera): «La filosofia è un gioco da ragazzi, e questa generazione è terreno fertile per il pensiero libero: ne è convinto il filosofo Umberto Galimberti, che ha appena pubblicato Perché? 100 storie di filosofi per ragazzi curiosi (Feltrinelli, pagg. 224, euro 19), un viaggio filosofico-illustrato in compagnia di Socrate, Platone, Kant, Ipazia, Voltaire, Hume e di tanti altri uomini e donne che in ogni epoca e a ogni latitudine si sono interrogati sul senso della vita, sul valore della morale, sulla natura che ci circonda, sul linguaggio che usiamo, sull’esistenza di un Altrove. Sono storie per giovani lettori curiosi, e anche un po’ ribelli, che non si accontentano di ciò che sentono in giro, ma vogliono capire meglio. […] Umberto Galimberti, […] lei spesso dice che nasciamo tutti filosofi. “Lo penso davvero: i bambini sono naturalmente filosofi, sono portati a porsi le domande fondamentali. S’interrogano sul senso della vita, sulla morte e su Dio, spesso ci mettono in crisi con le loro richieste. Una volta ho assistito al dialogo tra una mamma e una bambina che le chiedeva come mai Dio non avesse a sua volta una madre. La donna rispose: ‘Lo capirai da grande’. Non si fa così: non svicoliamo, prendiamoci magari qualche giorno di tempo, ma proviamo a dare risposte, altrimenti alimentiamo l’angoscia dei più piccoli. Quella bambina non si stava avventurando in una disputa teologica, ma applicava la semplice legge di causa ed effetto: se io sono al mondo ed esisto perché ho una madre, è così anche per Dio?”. Qual è, secondo lei, il pensatore dell’antichità che i nostri ragazzi di oggi dovrebbero assolutamente leggere e conoscere? “Platone: è lui ad averci insegnato a parlare in modo logico. Il suo pensiero è alla base della cultura occidentale”».

QUANTE STORIE, dai libri alla realtà, a cura di Giorgio Zanchini, 2019/2020, Rai 3

Ogni giorno storie, personaggi e temi con l’intento di approfondire alcuni aspetti della complessità che ci circonda.

Dall’arte alla letteratura, dalla musica alla storia recente, dalla filosofia alla politica, Giorgio Zanchini e i suoi ospiti offrono spunti di riflessione per comprendere le mille facce di un paese meraviglioso e contraddittorio

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https://www.raiplay.it/programmi/quantestorie

La lettura secondo Pennac. Sul libro: Come un romanzo, Feltrinelli

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Quante volte ci è capitato di sentirci frustrati ed esausti di fronte ad un libro che ci imponiamo di finire? Ci sono momenti in cui le pagine non scorrono e, pur concentrando tutte le energie nel capire il senso della frase, questo ci rimane ignoto anche dopo la quinta volta che la rileggiamo. Ne segue una lista di giudizi – decisamente poco lusinghieri – che rivolgiamo a noi stessi, ritenendoci incapaci di portare a termine un compito iniziato, di rivolgere l’attenzione a dei fogli ricoperti parzialmente di inchiostro, di seguire la trama di una storia. Tutte cose che, naturalmente, dovremmo saper fare da anni. E la nostra autostima crolla irrimediabilmente.

Non disperiamo, però: c’è un libro che viene in nostro soccorso. Esatto, è proprio un libro che ci aiuta a superare il blocco con la lettura. Non si tratta di un “libro scaccia libro” (un volume più appassionante o leggero…

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SCRIVERE E LEGGERE, di Georges PEREC, in Linea d’Ombra n. 20, 1987

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BENJAMIN Walter, citazioni

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BENJAMIN Walter, scheda di Giacomo Marramao

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FROMM Erich, scheda di Adriano Zamperini

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HUSSERL Edmund, citazioni

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HUSSERL Edmund, scheda di Roberta De Monticelli

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KANT Immanuel, Citazioni

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KANT Immanuel, scheda di Maurizio Ferraris

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MACHIAVELLI Niccolò, citazioni

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SCHOPENHAUER Arthur, citazioni

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SCHOPENHAUER Arthur, scheda di Umberto Galimberti

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SPINOZA Baruch, citazioni

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VOLTE DI PIETRE E SOCIETA’, testo di Giancarlo Pontiggia, in Catone, Distici, Medusa editore, 2005, pag. 24

Avatar di Paolo FerrarioLUOGHI del LARIO e oltre ...

“La nostra società è molto simile a una volta di pietre, essa cadrebbe se le pietre non si sostenessero a vicenda, sostenendo così tutta la volta”

PonteLibro

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Giacomo Leopardi: i “Canti” letti con tutti i loro strati, articolo di Antonella Antonia Paolini, in Il Sole 24 Ore

recensione del libro:

GIACOMO LEOPARDI, CANTI

a cura di Luigi Biasucci

Ugo Guanda editore, 2019

articolo copyright letto in edizione cartacea

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https://www.archiviodomenica.ilsole24ore.com/

VANNIER Leon, La tipologia omeopatica e le sue applicazioni. Prototipi e metatipi. I temperamenti, edizioni RED, Como, 1983. Indice del libro

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“La macchina tecnologicamente più efficiente che l’uomo abbia mai inventato è il LIBRO”, Northrop Frye

“La macchina tecnologicamente più efficiente che l’uomo abbia mai inventato è il LIBRO

Northrop Frye

citazione tratta da Guida tascabile per i maniaci dei libri, Edizioni Clichy

DAVIDSON Arnold I., WORMS Frederic, PIERRE HADOT, l’insegnamento degli antichi, l’insegnamento dei moderni, edizioni ETS

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mi scrive SEBASTIANO DELL’ALBANI su Antologia del Tempo che resta … 4 dicembre 2019

Sebastiano Dell’Albani (da facebook)

Secondo il mio punto di vista e le letture che vado approfondendo si può filosofare in tanti modi.

Uno di questi modi è il tuo raccogliere documenti di filosofia, letteratura e poesia selezionando le parti più importanti di tutto ciò che è degno di nota. E’ un modo valido di contribuire alla “costruzione di quel meraviglioso edificio che è la filosofia“(E. Severino).

Le persone intelligenti e sensibili come te – non sono in molti – contribuiscono in maniera notevole a creare una comunità realmente colta e amante della filosofia, l’humus culturale formato da lettori colti, preparati e competenti da cui nascono le grandi idee e i grandi studiosi che a loro volta sono le sole persone che possono emettere un giudizio legittimo e fondato sulla validità delle nuove idee.

Ad ogni grande filosofo occorrono di necessità dei grandi lettori. “Essere buon lettore colto è altrettanto importante quanto essere filosofo“(Soren Aabye Kierkegaard).

Questo, secondo me, è il reale valore culturale della tua antologia.

Un caro saluto.


(ricordo qui gli obiettivi della Antologia del Tempo che resta:

https://antemp.com/about/ )

tipologie dei TESTI: il TESTO REGOLATIVO, nell’indimenticabile RISOTTO ALLA MILANESE di Carlo Emilio Gadda, in Le meraviglie d’Italia, 1964

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GALIMBERTI Umberto, MERLINI Irene, PETRUCCELLI Maria Luisa, PERCHE’ ? 100 STORIE DI FILOSOFI PER RAGAZZI CURIOSI, Feltrinelli, 2019. Illustrazioni di: Isabella Borsellini; Nanà Della Porta; Anna Grimal Lopez; Gaia Inserviente; Giorgia Marras; Anna Masini; Marta Pantaleo; Giulia Tomai; Lucilla Tubaro. Indice del libro

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Parmenide, La domanda delle domande, intervento di Hans-Georg Gadamer

Parmenide II. interventi.Hösle Vittorio-E.Severino-Hans Georg Gadamer”:

PARMENIDE, SULLA NATURA: traduzione e analisi filologica ed etimologica di Vincenzo Guarracino, 28 novembre 2019


Caro Paolo,
eccoti (te l’avevo promesso molto tempo fa) un mio piccolo contributo da filologo su Parmenide, del quale ti invio la traduzione e le note al Proemio.
Ti chiedo venia se non sono stato capace di inserire gli accenti corretti alle parole.
Con tutta la mia stima
Como,  28 novembre 2019

PARMENIDE   SULLA NATURA

Il titolo

Il poema, così come ci è stato tramandato, presenta il titolo concordemente accettato di Perì phýseos”Sulla natura”, conservatoci da Sesto Empirico (Contro i matematici, VII, 111), in armonia con una tradizione che si riscontrerà poi in Empedocle e in molti altri filosofi greci (Melisso, Alcmeone, Gorgia, Prodico) e successivamente in Lucrezio (De rerum natura), fino in epoca rinascimentale con Bernardino Telesio (De rerum natura iuxta propria principia, 1586).

Citato anche come Physikòn(Porfirio, L’antro delle Ninfe, 22) e Physiologhìa (Suida, alla voce; Plutarco, Contro Colote, 1114 b), il poema evidenzia subito, fin dal titolo, il suo stretto legame con il concetto centrale nella filosofia presocratica, la Phýsis, “natura”, intesa come unità ed essenza dei fenomeni, non solo nel senso di qualcosa di finito, ma anche di realtà vitale e creativa.

Va comunque precisato che in ambito neoplatonico (Proclo, Simplicio), interessato a una lettura degli Eleati in senso più metafisico, con tale titolo sembra indicarsi soprattutto la seconda parte del poema, concernente argomenti più propriamente legati alla fisica; tale notizia troverebbe conferma anche da come il poema è citato in Plutarco (Erotico, 13, 756 F), Kosmogonìa, discorso cioè essenzialmente sull’origine delle cose, salvo poi estendersi ad indicare tutta l’opera in quanto concernente il kósmos, ossia il mondo inteso “quale un tutto nel suo splendido ordine” (M.Untersteiner, 1967, p.26).

fr.1 Diels-Kranz

Cavalle, che conforme mi conducono al sentire,

mi portarono, dopo avermi avviato sull’armonica

via della Dea che guida il sapiente in ogni dove;

là ero condotto: nell’impeto del carro mi menavano

accorte le cavalle e il sentiero fanciulle mi additavano.

L’asse dei mozzi con gran strepito, fumando,

sibilava, nel vortice simmetrico dei cerchi,

allorquando le Eliadi sorelle si affrettavano

lasciando le dimore della Notte, denudandosi

il capo dei veli, per guidare il mio carro verso la luce.

Là è la porta ove fondono i sentieri Notte e Giorno:

un architrave e una soglia di pietra l’incorniciano

ed enormi l’occupano in tutta la sua luce due battenti;

per chiuderla ed aprirla è Dike a disporre delle chiavi.

Con parole suadenti a lei volgendosi, in un attimo,

la convinsero a togliere all’istante le fanciulle

per esse dalla porta il chiavistello: ed ecco

un vuoto infinito si spalanca, sollevatasi

la porta e facendo ruotare sopra i perni

gli assi enormi di bronzo, ben connessi di borchie;

d’un balzo quelle l’attraversano col cocchio.

C’era ad accoglierle la Dea, che benevola,

presa la mia destra nella sua, così mi disse:

O giovane, che assieme giungesti ad infallibili

cocchieri, portato da cavalle, alla mia casa,

ti saluto! Non fu certo una Moira perversa ad indurti

a questa via, lontana dai sentieri degli altri uomini,

ma Themi e Dike: perciò conviene che tu apprenda

tanto il cuore saldo della rotonda Verità, quanto

le opinioni dei mortali, vuote di credibile certezza.

In più anche questo apprenderai: che deve ammetterle reali le apparenze chi di tutto in ogni senso fa esperienza”

NOTE

Fr.1. Sesto, Contro i matematici, VII (vv.1-30); Simplicio, Commento al De caelo, 557,20 (vv.28-32)

Il fr.1, che costituisce il Proemio del poema, introduce ai motivi e temi dell’intera opera, presentandoli in una cornice di grandiosa solennità attraverso echi e suggestioni di diversa provenienza, dalla grande tradizione letteraria (Omero, Esiodo, Pindaro, Eschilo) alla religiosità orfico-pitagorica, in un complesso intrecciarsi di elementi simbolici ed espressivi, originalmente rifusi allo scopo di creare un’aura sacrale all’insieme e un’attesa quasi mistica nei confronti del “disvelamento” di un messaggio nuovo e ardito.

In esso viene descritto un “viaggio”, che porta attraverso un sentiero lontano da quello percorso dagli altri uomini a oltrepassare la Porta della conoscenza, al cospetto di una Dea dai molteplici aspetti e nomi. Questa, dopo averlo accolto con amabilità, offre al poeta-filosofo la chiave della verità, consistente nel saper distinguere e fondere in un unico sapere, vedendoli come aspetti strettamente e dialetticamente collegati, il discorso “vero”, scientifico, fondato sull’evidenza di rigorose dimostrazioni logico-matematiche, dal discorso fondato sulle sensazioni, esperienze ingannevoli perché legate al mondo “fisico”, le cui verità appartengono al dominio del probabile e del verosimile e perciò non posseggono un grado di rigorosa certezza.

Particolarmente dibattuta la questione se il suo contenuto debba intendersi in chiave allegorica, in senso letterale, o addirittura in chiave politica.

Nel primo caso, il mythologhèin, “parlare per miti”, costituirebbe essenzialmente una forma di abbellimento per imprimere forza e calore ad una complessa materia di carattere filosofico-scientifico. Tra i sostenitori di questa lettura, già tra gli antichi, c’è Sesto Empirico, medico e filosofo greco (180-220 d.C.), secondo il quale il proemio adombrerebbe l’itinerario della conoscenza filosofica: specificamente, le cavalle rappresentano gli impulsi e i desideri irrazionali dell’anima, la via è l’itinerario che la stessa anima compie con la guida della dea, ossia della ragione filosofica, le fanciulle che guidano le cavalle sono le sensazioni, i cerchi rappresentano le facoltà uditive, così come il passaggio verso la luce allude alle facoltà visive (Contro i matematici, VII, 112 segg.).

Nel secondo caso, invece, il poema rifletterebbe il contenuto di una genuina esperienza religiosa, che, adombrata nel motivo archetipico del “viaggio”, conduce l’uomo ad un autentico acquisto di sapere, ad una trasformazione della sua stessa natura per via di ”illuminazione”. Secondo i sostenitori di questa lettura, che a diverso grado annovera in epoca recente studiosi come Jaeger (1953), Mansfeld (1964) e Verdenius (1942), il proemio del poema sarebbe il racconto di una sorta di teofania, ossia di una visione e di una iniziazione mistica, vissuta come momento necessario e consapevole di fondazione della verità della dottrina ricevuta e trasmessa nel prosieguo dal poeta-filosofo, sulle base delle parole della Dea. In questo senso, l’adozione stessa del linguaggio della poesia epica, con i suoi metri e il suo armamentario di figure e immagini mitiche, risponderebbe a un’esigenza ben precisa, quella di fondarsi su una forma incontestabilmente veneranda e al tempo stesso allusiva allo sforzo della mente nel suo difficile ma esaltante “viaggio” di conquista del sapere.

Comunque sia, il frammento vale di per sé e non necessariamente abbisogna di un’indagine troppo puntuale per rivelare tutta la sua suggestiva forza poetica, a testimonianza della capacità di convogliare mýthos e lógos in una esperienza di linguaggio innovativa nello specchio della grande tradizione letteraria e religiosa in cui l’opera affonda le proprie radici.

Per quanto riguarda la terza lettura, infine, quella filosofico-politica, essa è stata avanzata dallo studioso Antonio Capizzi (1975), secondo il quale il poema sarebbe una riflessione sulle dinamiche politiche e sociali all’interno della città. Per restare specificamente al prologo, Parmenide descriverebbe un viaggio reale attraversando Elea lungo la via che congiungeva il porto fluviale nord alla Porta Marina passando attraverso la maestosa Porta (oggi detta “Rosa” dal suo scopritore, l’archeologo Mario Napoli) collocata sulla sommità del colle. Un punto importante di questa lettura, che trasforma in chiave metaforica situazioni ed elementi del testo (le Eliadi, ad esempio, sono per lo studioso nient’altro che i pioppi fiancheggianti, ieri come oggi, la strada), è la presenza della Dea, Dike, che “dispone delle chiavi”, dell’agibilità cioè del passaggio da una parte all’altra della città: questione dunque politica, che, chiamando in causa interessi molto concreti relativi alla gestione dei due porti, viene demandata a uno, come Parmenide, incaricato di convincere i concittadini “che era giusto riaprire la porta e l’arteria, ristabilendo i normali rapporti tra le parti della città e facendo dei molti una sola ” (cfr.Capizzi, 1975, p.41). La plausibilità di un siffatto discorso potrebbe trovare conferma dall’abbinamento della dea suddetta, Dike, con Themis (cfr.v.28), fatto che riflette la necessità dell’incontro di due concezioni contrastanti della Giustizia e dunque della società: la prima più dinamica e innovativa, fondata sul logos e la razionalità, espressione dei nuovi ceti mercantili; la seconda, più tradizionalista, legata al vecchio ordinamento sociale ed espressione della vecchia aristocrazia terriera.

1. : “cavalle”, m. e f.; l’animale, in virtù delle sue qualità fisiche (velocità, agilità, forza e fecondità), considerato dagli antichi un essere superiore a tutti gli altri e dotato addirittura di doti intellettive e spirito profetico, rappresenta una tensione verso l’assoluto, “l’aspetto cosmico della volontà” che mira alla conoscenza (cfr.Verdenius, 1942, p.11), intesa come forma stessa dell’esistenza, nel momento in cui volere divino (le cavalle) e “desiderio” umano si muovono in armonia. Per la preferenza accordata al femminile, cfr. più avanti, v.22 e nota. – : indicativo presente; più che un’azione specifica, indica la natura di definizione perifrastica contenuta nella relativa strettamente connessa con il soggetto . Da rilevare che il sintagma iniziale, con evidente carattere formulare, è ripreso da Iliade, 2,770 (: il sostantivo (lett. “desiderio”), che rimanda all’area semantica della “sentimentalità”, implica una potente spinta emozionale e al tempo stesso intellettuale nella consapevolezza della meta da conquistare, ossia “il cuore saldo della rotonda Verità” (v.29), in cui “sentimenti e intelligenza” trovano una sintesi perfetta (cfr.Casertano, 1978, p.41). In questi termini, il poeta-filosofo allude a un volere umano, che si muove in armonia con quello cosmico e divino (rappresentato dalle cavalle), trovando piena coincidenza sullo specifico terreno della conoscenza (cfr.Untersteiner, 1967, pp.LX-LXI), intesa come forma stessa dell’esistenza. Un particolare interessante da rilevare è l’assolutezza con cui qui è usato thymòs, senza cioè alcun aggettivo possessivo, lasciando intendere la reciprocità della sua attribuzione. – : da ”giungere”, ottativo presente 3^ sing.

2. da , “porto”, imperf. a. 3^pl., il passaggio dal presente del v.1 all’imperfetto denota il tempo di un racconto nello spazio durativo del suo svolgimento nel passato; da rilevare il carattere sacrale del verbo, che ricorre ancora più avanti nei vv.8 e 26 e fr.12,5, connesso sempre figure o funzioni del divino (cfr.Untersteiner, 1967, p.LXVIII, n.78). –: è la “via della conoscenza”, motivo essenziale e centrale del Poema (cfr. fr.2,2): implica un convinto coinvolgimento dell’uomo nell’atto in cui si accinge a percorrerla (“la parola meno religiosa, quella che più denuncia l’intervento umano”, cfr.Untersteiner, 1967, p.LXVI). L’attributo polýphemov, “che dice molte cose, ricca di canti”, connota l’oggetto come pertinente all’ambito di una poesia, che è connessa con la “sapienza”, come suggerisce il verso successivo.

3. : “della divinità”, inizialmente in senso generico e solo in seguito specificato (il sostantivo è infatti sia maschile che femminile), genitivo di possesso, intendendola come una “via divina, appartenente alla divinità”, in contrapposizione a una via umana; per altri, invece, come il Diels, si tratterebbe di un genitivo oggettivo, “verso la divinità”, nel senso che questa costituisce il fine del viaggio (cfr.Diels, 1897, pp.46-47). Il sostantivo è stato corretto da alcuni (Wilamowitz, 1931-32, p.367; Kranz, 1916, p.1161) in ”dee”, intese come “impulsi conoscitivi” (cfr.Albertelli, 1939, p.122).- : “per tutte le città”, intendendo che attraverso la via della Dea il saggio può metaforicamente attraversare tutti i campi del sapere; altri, invece, vi legge letteralmente un riferimento al fatto che Parmenide, itinerante alla maniera dei filosofi sofisti, avrebbe predicato le sue dottrine passando “di città in città” (cfr.Burnet, 1930, p.172, nota1); la lezione del Diels-Kranz è stata corretta in vari modi, tra i quali recentemente ”per tutte le cose che siano” (cfr.Cerri, 1997, pp. 57-63, e 1999, p.169), intendendole come le esperienze del mondo sensibile, quelle che sembrano essere (il congiuntivo potenziale-eventuale, esprime proprio questo concetto).- lett. “l’uomo che sa”, il “sapiente”, dominato da un’ansia di conoscere la verità che ha qualcosa di religioso e di mistico. In questo senso, appare quanto meno paradossale che ciò che costituisce l’obiettivo sia già posseduto dal filosofo, a meno di non intendere il sintagma nel senso di “iniziato” (cfr.Jaeger, 1953, p.331), di individuo cioè degno e preparato a ricevere l’insegnamento della dea, in virtù della sua disposizione al sapere (“In qualche modo noi siamo da sempre nella via, ma insieme essa si manifesta solo in quanto la sappiamo come tale”, cfr.Ruggiu, 1991, p.178), fatto questo che trova conferma nelle cosiddette lamine orfiche contenenti i precetti per l’anima nell’atto di affrontare il viaggio extramondano (cfr.Pugliese Carratelli, 1988, p.339).

4. : l’aggettivo (“capaci di molte parole e pensieri assennati”), non altrove attestato, contiene un’evidente allusione alle speciali doti intellettive delle “cavalle” (cfr. nota v.1). – : avverb. di luogo. – : per  da ”porto”, imperf.m. 1^sing. – imperf.a.3^ pl. (cfr.v.2 nota); da rilevare l’alternanza medio-attivo nello stesso verso, che rende il faticoso armonizzarsi tra attività divina e volere umano.

5. : il “carro”, motivo che si ritrova nella tradizione letteraria (da Omero a Pindaro) e che ritornerà nel Fedro di Platone, rappresenta, secondo M.Untersteiner (1967, p.LIV), “l’aiuto divino necessario per poter salire fino alla dea”, che richiede comunque da parte dell’uomo una totale e incondizionata adesione: simbolo di questa assoluta consonanza tra i due elementi, tra impulso divino e “desiderio”umano, è, assieme allo “strepito” e al sibilo dell’”asse dei mozzi” del carro, il “vortice simmetrico dei cerchi” che rende anche visivamente e sonoramente la grande tensione conoscitiva dell’esperienza del poeta. –: si tratta, come si preciserà più avanti (v.9), delle Eliadi, ossia delle mitiche “figlie del Sole”, dagli dei impietosi per il loro pianto per la morte del fratello Fetonte trasformate in pioppi e le loro lacrime in ambra, il mito delle quali, oltre che da Esiodo, fu trattato da Eschilo in una tragedia perduta omonima; qui simboleggiano l’illuminazione, la luce della conoscenza, in virtù della loro verginità (“forze della luce”, le definisce con bella immagine poetica il Frankel, 1955), e assolvono la funzione di far scoprire al poeta-filosofo il cammino, facendolo emergere dal suo stesso animo come un bisogno innato, perché possa giungere al cospetto della Dea.

11. : la “porta” (plurale nel testo, in quanto costituita da una coppia di elementi, i battenti), dove si incontrano i sentieri della Notte e del Giorno, allegoria della fusione tra reale e vero, tra concretezza e astrazione, tra mondo sensibile della temporalità dell’esperienza (dóxa) e dominio atemporale dell’Essere (alétheia), tra loro complementari e necessari.

13. : lett. “esse, alte fino al cielo, sono chiuse da grandi battenti”; l’aggettivo variamente interpretato (cfr.Untersteiner, 1967, p.LXXIV), qui ha una connotazione essenzialmente estensiva e quantitativa. – : forma non altrove attestata, da ”riempire”.

14. : propriamente “la Giustizia”, intesa come uno degli aspetti in cui si mostra la potenza della Dea (più avanti, nello stesso testo, sarà Moirav.21, Themisv.28, Aletheiav.29; in altri frammenti, Peithofr.2,4, Anankefr.8,30, Afroditefr.13), a significare la legge fisica che vincola gli elementi in un rapporto di equilibrio e di reciproca dipendenza, come si dirà esplicitamente nel fr.8,14-15. L’epiteto a lei qui attribuito di polýpoinos, “colei che molto punisce-ricompensa” (il sostantivo poiné, lat.poena, indicando proprio ciò con pregnante ambiguità), di derivazione orfica, elegge la divinità a figura antonomastica della Punizione-Ricompensa connessa con l’atto conoscitivo (“ella dunque ricompensa con l’aprire la porta e punisce col tenerla chiusa”, cfr.Casertano, 1978, p.44).

18. : lett. “un’apertura immensa, infinita”, indica il vano della porta in tutta la sua ampiezza, che si spalanca su una dimensione dove spazio e tempo si fondono annullandosi. – : da , “levarsi verso l’alto”, participio aoristo medio; il verbo suggerisce “un’immagine che parifica l’aprirsi dei battenti allo spalancarsi delle ali di un grande uccello; dunque ‘la porta, spalancate le ali, fece un vuoto infinito al posto dei battenti’” (cfr.Cerri, 1999, p.179).

21. : “d’un balzo”, avverbio, indica il procedere entusiasticamente rapido e diritto (una sorta di “raptus lirico che attinge il suo oggetto nell’immediatezza dell’intuito”, cfr.Stefanini, 1952, p.38), in opposizione all’ottuso errare dei mortali sulla via del non-essere (cfr. fr.6,5).

22. : “la Dea”, qui presentata con epiteto generico e onnicomprensivo che si riferisce al suo carattere di depositaria e “rivelatrice della verità in senso globale” (cfr.Reale, 1991, p.87), identificata da molti con Dike, dea della Giustizia; altri invece, la identifica, in stretta connessione con l’orfismo, con Mnemosyne, madre delle Muse e personificazione della memoria, fondamento della vita intellettuale (cfr.Pugliese Caratelli, 1988, pp.337-346), o, sulla base anche di non poche testimonianze archeologiche e letterarie, con Persefone (cfr.Cerri, 1999, pp.107-108; Kingsley, 1999, pp.93-100). Particolare importante in questa rappresentazione è comunque la sua natura, che qui, come nel resto del Poema, fa della femminilità un principio vitale assoluto e immutabile (in un processo che coinvolge figure divine e personificazioni allegoriche e perfino le “cavalle” del v.1, ad eccezione di Eros, fr.13), in cui è possibile vedere un riflesso dell’antica religiosità pre-ellenica, incentrata sul culto della Grande Madre, a differenza dalla successiva religiosità di tipo olimpico con dei dalle molteplici e contrastanti identità e qualità.

24. : “o giovane”. L’epiteto è stato variamente interpretato: come attestazione della giovane età del filosofo all’atto del “viaggio” e della rivelazione, o piuttosto in senso metaforico come allusione alla condizione del discepolo nei confronti della sua guida spirituale (ipotesi, questa, che sembra prevalente).

26. : “Destino”, inteso come Legge del Tutto; si tratta di un epiteto della Dea, che allude alla sorte dell’uomo come norma e necessità che vincola sia il destino individuale che l’Essere (“La rivelazione dell’Essere, che la Dea affida a Parmenide, esprime la stessa legge del reale”, cfr.Ruggiu, 1991, p.187); l’espressione  , “sorte malvagia, perversa”, indicando del Destino l’aspetto negativo, è sinonimo di “morte” e vuole dire che Parmenide, a differenza di tutti gli altri uomini che arrivano al cospetto della Dea soltanto dopo la morte, ha potuto godere da vivo di un privilegio mai prima toccato ad altri se non a figure di eroi straordinari (Orfeo, Odisseo, Eracle, Teseo) solo in virtù della sua sete di sapere.

27. : si tratta della “via” di una conoscenza che, come si dice subito dopo, si colloca “lontana dai sentieri degli altri uomini”, alludendo a una scelta responsabile in grado di indirizzare le decisioni del “sapiente”; particolarmente interessante da rilevare è il genere del sostantivo, femminile (come, del resto, femminili risultano tutti gli altri sostantivi esprimenti lo stesso concetto di “via” per indicarne il carattere positivo e “creativo”).

28. : “Legge, Ordine”, altro epiteto, che indica la sacralità della Norma fondata sulla tradizione, di contro a una concezione fondata sulla razionalità, sul logos; in coppia con Dike, con cui si fa garante della giustezza del “viaggio”, riassume dunque il significato più profondo della Dea, costituendone il “centro semantico-concettuale nel nome e nella funzione della Giustizia” (cfr.Ruggiu, 1991, p.188).

29. : “Verità”, personificazione della Dea (cfr. fr.2,4), incarna l’epistéme, un sapere cioè pienamente consapevole, cui l’uomo deve giungere attraverso la “via”, il metodo cioè di conoscenza di cui il Poema intende essere la “rivelazione”, giusta l’etimologia stessa del termine (a-létheia, “senza nascondimento”) che allude allo sforzo di “non occultare”, di svelare che cosa c’è sotto, portandolo allo scoperto e collocandolo in piena luce. L’idea della “rotondità”, propria dell’aggettivo eukyklésrinvia all’immagine della sfera, simbolo della perfezione dell’Essere e dunque anche della Verità (cfr. fr.8, 43); da rilevare il sintagma, di notevole pregnanza concettuale oltre che poetica, Alethéies étor”il cuore della Verità”, atremès (“immobile, saldo nello spazio”), per indicare l’essenza stessa dell’Essere, la parte più intima e profonda da ciò il Tutto acquista senso e consistenza.

28-32. : è sintetizzato in questi versi il “programma” del poema, che consiste nell’apprendimento di un “sapere” capace di far distinguere l’eidòs phòs, “l’uomo che sa”, dalla massa dei mortali: un sapere della Totalità, capace di coniugare la Verità dell’Essere, perfetta, senza contraddizioni o manchevolezze (“il cuore saldo della rotonda Verità”), con il campo delle esperienze umane (tà dokoúnta), il mondo cioè della del “sapere comune”, (“la verità dell’apparire”, fondata sui sensi, cfr.Ruggiu, 1991, p.200), per giungere insomma alla consapevolezza che “le cose che appaiono, i fenomeni, sono il suo manifestarsi nei suoi contenuti” (cfr.Reale, 1991, p.14).

30 – : propriamente “le cose che appaiono”, dunque le esperienze umane quali sono fornite dai sensi e alle quali i “mortali” concedono erroneamente credibilità senza vederle nella loro relazione con l’Essere; deriva da ciò la traduzione più comune del sintagma, ossia “le opinioni dei mortali”, ritenuta impropria dal Capizzi, secondo il quale “il termine in quest’epoca significa ‘apparenza’ e solo in età ellenistica assume il significato di “opinione” (cfr.Capizzi, 1972, p.41). – : lett. “vera certezza”, nel senso di una validità fondata su principi razionali, scientifici, che soltanto rendono “credibile” il discorso.

31-32. : il sintagma introduttivo dei due ultimi versi, che, riprendendo e ribadendo quanto appena enunciato (vv.28-30), proclamano il dovere del filosofo-scienziato, appare preferibile intenderlo con un valore riassuntivo-rafforzativo traducendolo con “in più, insomma”, invece che con quello concessivo-avversativo di “ma tuttavia”, con cui generalmente viene reso (cfr. anche Casertano, 1978, p.201). – : lett. “che è necessario ( che colui che penetra (ogni cosa in tutti i sensi stimi ’) che esistono ( le cose che appaiono( ”: si tratta di una proposizione dichiarativa il cui verbo reggente è , imperfetto, che indica una necessità non in senso cronologico ma ideale, seguito da una proposizione infinitiva (acc. con inf.) Il concetto risulta particolarmente controverso a causa della difficoltà di lettura di ’ (inf.aor.a. con elisione, letto avv., da Verdenius, 1942e (inteso come  sulla scorta della lezione di Simplicio): ove si accettassero le due varianti in questione (  il testo suonerebbe “che le cose che appaiono (tà dokoúnta) / è necessario che siano come appaiono (dokìmos), essendo (onta) tutte in ogni senso”, lettura questa che escluderebbe la presenza attiva di “colui che indaga”, contraddicendo a mio parere l’insistenza iniziale sulla necessaria cooperazione tra umano e divino (v.1 e nota). In ogni caso, comunque, va notata nella presenza del sintagma dià pantòs pánta il richiamo del katà pánt’áste, “in ogni dove”, del v.3, così da creare una caratteristica struttura “ad anello”, a suggello quasi del concetto espresso al v.29.

 

DIPALO Francesco, Liberi dentro. Il Manuale di EPITTETO da praticare, Il Giardino dei Pensieri editore, 2013. Indice del libro. Testo integrale del Manuale di Epitteto: introduzione, traduzione e testi a commento di Francesco Dipalo

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Roberto Radice, Guide alla lettura di PARMENIDE, Corriere della Sera, 2017 e 2019. Indici dei due libri

Corriere della Sera 2017

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Corriere della Sera 2019

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alle radici della parola DESTINO

de-stino: significa lo ‘stare innegabile’ dell’essere.

Il termine deve essere inteso in senso etimologico:

il de– non ha significato depotenziante ma potenziante (Severino richiama il caso del verbo latino ‘de-amo’ che significa “amare più intensamente”);

stino‘ deriva (come ‘epi-steme’) dal corrispondente verbo greco che significa ‘stare’.

Il de-stino è lo stare innegabile ed eterno che ‘sta e non cede’ (‘ne-cedo) alla propria negazione.

Borghi d’Europa (a cura di), ITALIA: borghi d’arte e di poesia, De Agostini, 2019. Indice del libro

BOR PèOE2552BOR PèOE2553

Audiolibri | in il Narratore Audiobook- Download MP3 – EPUB3 – Audiolibri Download MP3

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DICKINSON Emily, a cura di Silvio Raffo, Il giardino della mente, La Vita Felice editore, 2017

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YALOM Irvin D., Psicoterapia esistenziale, Neri Pozza, 2019. Indice del libro

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le caratteristiche del DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’, in Luciano Masi, i Miti secondo lo psicologo, Effatà editrice, 2016, a pagina 50 e 48

Avatar di Paolo FerrarioMAPPE nel sistema dei SERVIZI alla persona e alla comunità, a cura di Paolo Ferrario

  • senso grandioso di sè
  • fantasie di successo personale illimitate
  • convinzione di essere “speciale”
  • richiesta di ammirazione continua
  • aspettative di gratificazione continue
  • tendenza a usare le altre persone per i suoi fini nevrotici
  • mancanza di empatia e di capacità di entrare in contatto con i sentimenti altrui
  • tendenza a invidiare gli altri o credenza che gli altri lo invidino
  • tendenza ad atteggiamenti presuntuosi e arroganti

“Chi sono , psicologicamente , i Narcisi?

Sono dei nevrotici raffinati , autosufficienti dal punto di vista erotico, che si eccitano solo (o soprattutto) quando vedono la loro immagine”

pag. 48


da:

Luciano Masi, i Miti secondo lo psicologo, Effatà editrice, 2016. Indice del libro


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BARALDI Massimo, Tre giorni nella vita, Multimedia edizioni, 2019. Indice del libro

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Storytel – Audiolibri sempre con te

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Alessandro Baricco spiega e legge “La cognizione del dolore” di C.E.Gadda. – YouTube

da (662) Alessandro Baricco spiega e legge “La cognizione del dolore” di C.E.Gadda. – YouTube

presentazione delle antologie curate da VINCENZO GUARRACINO: LUNARIO DEI DESIDERI e POETI PER L’INFINITO, alla Università popolare di Roma, 7 dicembre 2019

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Pierre HADOT, La cittadella interiore. introduzione ai “pensieri” di Marco Aurelio (1992). Presentazione di Giovanni Reale, Vita e Pensiero editore, 2006. Indice del libro

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Emanuele Severino, I PRESOCRATICI, lezione da Il caffè filosofico/la Nascita della Filosofia, Digital edizioni, 2017. AUDIO lezione

ASCOLTA L’AUDIO LEZIONE

https://tinyurl.com/y2ahqpw5

 


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vedi anche

EMANUELE SEVERINO racconta i PRESOCRATICI e la NASCITA DELLA FILOSOFIA, La Repubblica editore, 2019. Indice del libro

Emanuele Severino, Vincenzo Vitiello, Il Decalogo: RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE, CD pubblicato nella collana Chorus / cultura libri da ascoltare, a cura di alboversorio.wordpress.com. AUDIO del cd

 

seve vit2384


AUDIO del cd

https://drive.google.com/open?id=1bB7XkoZLyZBe82X9AqcxY_bkWc2xPC9L

https://drive.google.com/open?id=1bWx5pO_xOmW2LXxOAb04F0pZSLQES9il

https://drive.google.com/open?id=1Eq_mtRmurqm9vvDcH50bON92hFKNm83C

https://drive.google.com/open?id=13rbTcLuhO9gIqlgweGmMF6tlJWnfye-9

 


vai a:

https://alboversorio.wordpress.com

GL’INFINITI SEMPRE CARO MI FU, variazioni su un tema di LEOPARDI, a cura di Gerardo Monizza, Nodo Libri, 2019

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Vincenzo GUARRACINO, Guida alla lettura di LEOPARDI, Mondadori, 1987. Indice del libro

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