Un nuovo format del Servizio Pubblico in quattro puntate in prima serata su Rai3, il 12, il 19, il 27 dicembre e il 3 gennaio – pensato per sostenere e dare la possibilità di esibirsi a moltissime realtà dello spettacolo dal vivo bloccato dal lockdown: “Ricomincio da RaiTre”. Il programma nasce da una idea di Rai3 per dare risposta ad una situazione drammatica in cui si muove lo spettacolo dal vivo in Italia a causa della pandemia: migliaia di operatori del settore rimasti senza lavoro, un flusso di arte interrotto, consuetudini e centri di arricchimento culturale congelati. “Ricomincio da RaiTre” si propone di offrire uno spazio al teatro in cui mostrarsi in tutto il suo splendore, creando una sorta di gigantesco cartellone nazionale mai rappresentato prima d’ora. Tanti rappresentanti del mondo teatrale, ma non solo, hanno aderito immediatamente ed entusiasticamente a questo richiamo. Chi portando un estratto dello spettacolo interrotto, chi regalando le prove del prossimo, chi creando qualcosa ad hoc, e chi, semplicemente, venendo a raccontare e raccontarsi. Direttore artistico del programma sarà Massimo Romeo Piparo, anche autore insieme a Felice Cappa e Stefano Massini. Sarà quest’ultimo a tenere le fila di tutto e, con la sua capacità affabulatoria, costruirà legami, creerà racconti, svelerà storie nelle storie. Accanto a lui Andrea Delogu che del mondo dello spettacolo ha una visione a 360 gradi come attrice, conduttrice e scrittrice.
Il luogo in cui questa magia si ricostruisce è il Teatro Sistina di Roma dove le produzioni interrotte troveranno la loro ribalta e la possibilità di lavorare di nuovo dal vivo con i propri attori, ballerini, musicisti, cantanti, tecnici, creativi. Prosa, Musical, Danza, Varietà, Commedia, Monologhi, ma anche ensemble e cast di eccellenze artistiche italiane che rappresentano centinaia di migliaia di lavoratori del comparto e che di solito non appaiono in televisione.
Una selezione degli spettacoli sospesi raccontati di volta in volta da Stefano Massini e Andrea Delogu che trasporteranno lo spettatore dalla platea di casa al palcoscenico – non solo attraverso la presentazione sul palco di un estratto dello spettacolo o attraverso le immagini registrate della versione integrale- ma anche con interviste, racconti, curiosità. Si conosceranno gli interpreti più da vicino, si sbircerà dietro le quinte delle loro produzioni, ripercorrendo le tappe della gestazione delle Opere, le storie e gli aneddoti correlati. Come in un “ideale” cartellone multidisciplinare, con “Ricomincio da RaiTre” il telespettatore diventa “l’abbonato in prima fila” per continuare a godere della bellezza dello spettacolo dal vivo e ricordare che L’Arte è viva, ma anche, e sempre, che deve tornare dal vivo.
GLI OSPITI DELLA LA PRIMA PUNTATA
Alessio Boni porterà un monologo dallo spettacolo Il Visitatore scritto dal grande drammaturgo francese Eric-Emmanuel Schmitt nel 1993 e diretto da Valerio Binasco.
Luca & Paolo faranno un pezzo sui negazionisti per poi farci entrare in clima natalizio con un estratto da Canto di Natale di Charles Dickens.
Tullio Solenghi e Massimo Lopez porteranno uno dei loro cavalli di battaglia, lo sketch dei due papi e la canzone natalizia Let it snow, con Tullio Solenghi nei panni di Dean Martin e Massimo Lopez nei panni di Frank Sinatra.
E ancora Full Monty, il musical di Terrence Mc Cally e David Yazbec dall’omonimo film del 1997, nella messa in scena di Massimo Romeo Piparo, con Luca Ward, Paolo Conticini, Nicolas Vaporidis, Gianni Fantoni e Jonis Bascir.
L’attrice Valentina Lodovini reciterà un estratto dallo spettacolo Tutta casa letto e chiesa, il primo testo che Dario Fo ha scritto a quattro mani con Franca Rame.
Marco Paolini sarà in collegamento dal Teatro Villa dei Leoni di Mira in provincia di Venezia per commentare le immagini del suo ultimo spettacolo Teatro fra parentesi. Le mie storie per questo tempo, storie brevi che ci riportano ad una ipotetica antologia intima dell’autore.
Paolo Jannacci canterà alcuni brani e, nel corso dello spettacolo, accompagnerà alcuni monologhi dei presentatori Stefano Massini e Andrea Delogu.
Ci sarà anche la danza contemporanea, con un pezzo creato per l’occasione dal coreografo fiorentino Virgilio Sieni. Il suo linguaggio parte dal concetto di trasmissione e tattilità e, attraverso l’ Accademia sull’arte del gesto, viene ulteriormente approfondito in contesti di formazione rivolti a persone di qualsiasi età, provenienza e abilità.
Un inedito duo teatrale, formato da Vinicio Marchioni e Francesco Montanari, si esibirà in un brano concepito con Stefano Massini sui luoghi comuni del mondo del teatro e della cultura (e non solo) in questo periodo di lockdown.
La giovane attrice e drammaturga Marta Cuscunà tornerà sul tema della discriminazione di genere con un estratto dal suo spettacolo La semplicità ingannata. Satira per attrice e pupazze sul lusso d’esser donne,
mentre, in collegamento da Palermo, l’attrice e regista Emma Dante ci mostrerà le immagini del suo nuovo progetto sulle fiabe che ha sviluppato insieme a suo figlio durante quest’ultimo lockdown.
Si chiuderà con il teatro più classico di William Shakespeare, insieme a Glauco Mauri e Roberto Sturno.
Questi solo alcuni dei numerosi ospiti previsti nelle successive puntate: Luca Zingaretti, Renzo Arbore, Amanda Sandrelli, Flavio Insinna, Ascanio Celestini, Arturo Brachetti, Serena Autieri, Toni Servillo, Fabrizio Gifuni, Anna Foglietta, Gabriele Lavia, Sonia Bergamasco, Elena Sofia Ricci, Lella Costa, Valerio Mastandrea.
Un programma di Felice Cappa, Stefano Massini, Massimo Romeo Piparo – Scritto con Serena Fornari, Pamela Maffioli – Direzione artistica Massimo Romeo Piparo – Produttore esecutivo Giulia Lanza –
Questa volta ho deciso di approcciarmi diversamente alla recensione del libro. Non sono impazzita, il motivo è molto semplice: a scuola abbiamo partecipato a un progetto basato sulla lettura dentro e fuori le carceri e il compito era quello di leggere Candido e, successivamente, di scrivere un testo. Non ci sono state date altre informazioni o altri parametri da seguire: dovevamo riempire il foglio di carta con qualsiasi riflessione ci venisse in mente. Abbiamo quindi letto questo libro in contemporanea ai detenuti di un carcere della zona che hanno poi, come noi, messo per iscritto i loro pensieri che poi abbiamo confrontato.
Ecco quindi ciò che Candido mi ha fatto provare, buona lettura!
RIFLESSIONE:
Non credo di aver mai riso così tanto come ho fatto con Candido.
Non mi sarei nemmeno mai aspettata, sinceramente parlando…
<<Perchè noi non facciamo la rivoluzione sociale, ma la liberazione nazionale.>>
Dal libro Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino
INFORMAZIONI GENERALI:
TITOLO: Il sentiero dei nidi di ragno
AUTORE: Italo Calvino
GENERE: romanzo storico
VOTO:
★★★
IL LIBRO:
Nel suo primo romanzo, Calvino racconta il fenomeno della Resistenza visto attraverso gli occhi di un bambino di nome Pin.
Nella sinossi del libro sono riportate le parole dell’autore stesso:
<<Tutto doveva essere visto dagli occhi di un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi. Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l’aspro sapore, il ritmo…>>
Italo Calvino
Non amo particolarmente il modo di scrivere di questo autore, ma non posso fare a meno di riconoscere la genialità della sua idea, genialità dovuta all’insolito…
Massimo Gramellini sul Corriere della Sera: «Prima che il settecentesimo anniversario della morte dell’Alighieri (1265-1321) tracimi su tutti gli schermi, con il rischio di farcelo venire quasi in uggia, Aldo Cazzullo ci offre un prezioso manuale di sopravvivenza dantesca: A riveder le stelle (Mondadori). […] L’idea di Cazzullo è semplice e necessaria. Raccontare il viaggio immaginario di Dante scena per scena, rendendo a noi lo stesso servizio che Virgilio rese a lui. Qualcuno, scrive l’autore, gli aveva suggerito di selezionare la folla d’anime di cui pullula la Commedia, limitandosi a tratteggiare i personaggi più famosi. Si vede che quel qualcuno lo conosceva poco. Non c’è contemporaneo che possa rivaleggiare con Cazzullo nella capacità di trasformare la scrittura in una corsa a perdifiato, ma al tempo stesso in punta di piedi, dove si passa da Francesca da Rimini a Vasco Rossi da Zocca nel giro di un capoverso, senza tralasciare un’informazione né un’emozione. Ignavi, taccagni, scialacquatori, demoni, giganti, lonze, sodomiti e traditori: nessuno resterà impunito. Se la Commedia è un compendio del sapere universale, il riassunto che ne ha fatto Cazzullo non è da meno: gli basta un verso di Dante sul golfo del Carnaro per apparecchiare un excursus sull’irredentismo, Alcide De Gasperi e Nazario Sauro, e non farete in tempo a riprendervi che vi avrà già scaraventato nella polvere della battaglia di Montaperti o tra le pieghe di qualche mito, raccontandovi di Ercole, di Medea, ma anche di Nesso e della camicia omonima. […] Su tutto il racconto, naturalmente, incombe la parabola umana di Dante, che Cazzullo cattura con una frase: “La dura prova dell’esilio e le divisioni tra italiani e tra cittadini sono la tragedia della sua vita”. […] Quanto ai difetti (perché un difetto bisogna pur trovarlo, in una recensione che si rispetti), l’unico che ho riscontrato è che finisce troppo presto. Si ferma alla prima cantica, lasciandoci sulla porta del Purgatorio e completamente a digiuno di Paradiso».
(Renno é una renna peluche nata nel dicembre 2017. Indossa la maglietta della Roma. Sin dal suo apparire ha manifestato il desiderio di favole prima di addormentarsi).
IL LAGO
C’era una volta un lago molto profondo, circondato da montagne di altezza diversa che fungevano da barriera all’ingresso degli intrusi.
Su quel lago circolavano molte teorie che vantavano il privilegio di conoscerne i segreti. C’era chi parlava della presenza di luci improvvise che danzavano sull’acqua nelle notti più buie. Alcuni erano certi di aver visto fate e folletti che si rincorrevano scivolando sulla superficie senza mai riuscire a toccarsi. La voce più diffusa ed accreditata sosteneva che nel profondo delle acque s’intravedeva Atlantide scomparsa, abitata da gente vestita di bianco che celebrava riti dedicati al Sole e alla Luna.
Nel corso degli anni si era intensificata l’attività di ricerca per scoprire il segreto del lago. C’era un motivo. Una profezia di origine misteriosa avvertiva che il lago sarebbe scomparso nel corso di una ricorrenza molto importante per l’umanità, a causa del franare delle montagne intorno. La parola d’ordine era accelerare la ricerca del segreto del lago prima della scomparsa di quest’ultimo.
Il tempo passava senza risultati attendibili e le domande continuavano a restare domande senza risposta. Uno dopo l’altro i ricercatori si arresero e abbandonarono il lago ai suoi misteri. Il lento e inesorabile trascorrere del tempo, la tranquilla stabilità delle montagne intorno convinsero il mondo che la profezia era falsa, un espediente per impedire la colonizzazione dei luoghi atta a favorire lo sviluppo dell’urbanesimo.
La frenetica ricerca perse la sua forza fino a spegnersi, prima nell’indifferenza, poi nella dimenticanza. In tutto il mondo si sviluppò un nuovo progetto per violentare le montagne attraverso l’abbattimento dei loro boschi e delle loro scoscese pareti per adattarle a luogo di turismo.
Nel corso di una notte di dicembre dei primi anni del nostro secolo, una notte speciale, quella in cui si attende l’apparire di una cometa, una ragazzina scelse di trascorrere il tempo dell’attesa sulla riva del lago. Faceva molto freddo ma lei, la ragazzina, s’inoltro’ lo stesso nel fitto bosco e percorse il sentiero che conduceva ad un salotto naturale fatto di tronchi e pietre, proprio vicino alla riva del lago. Si sedette e alzò lo sguardo verso il cielo in cerca della cometa. Sentì all’improvviso crescere in sé un dolore sordo, una malinconia struggente che si tradussero in un pianto senza lacrime. Nascose il volto tra le mani e ascoltò una voce sommessa che le parlava con dolcezza. Non capiva le parole, ma il suono della voce la indusse ad alzarsi e dirigersi verso l’acqua del lago. Accarezzo’ con tenerezza una piccola onda. Improvvisa, la cometa saetto’ e, come una freccia, si diresse verso il centro del lago illuminandone il fondo.
Quello che la ragazzina vide non fu altro che la propria vita come aveva sempre desiderato che fosse.. Si guardo intorno, chiamò per nome la voce, alzò lo sguardo verso le montagne inventandosi una muta preghiera. Una mano si tese verso la sua, quella mano che aveva sempre cercato e si lascio’ andare verso il fondo, nell’ assoluta consapevolezza che non c’era niente altro da desiderare.Le montagne si sgretolarono in pietre che favoriscono la sua discesa e si adagiarono , le une sulle altre, fino a coprire tutto il lago e il suo mistero.Più in là, il mondo scartava regali sotto gli abeti addobbati così come accadeva e sarebbe accaduto ancora ogni Natale.Per la ragazzina il regalo più bello. Il silenzio.
A riveder le stelle, lo speciale concerto inaugurale della stagione 2020/2021 del Teatro alla Scala di Milano
Alberto Mattioli su La Stampa: «La prima della Scala covidata più strana di tutti i tempi: niente pubblico in sala, niente opera, ma un concertone lirico per la tivù (quasi tutto registrato). Titolo: A riveder le stelle, insieme un augurio e una constatazione, dato che le stelle del canto ci sono quasi tutte. Unica certezza: sul podio, come sempre, il direttore musicale della Casa, Riccardo Chailly. Rimpianti? “Sinceramente sì. Dovevamo inaugurare con una Lucia di Lammermoor che non abbiamo nemmeno mai potuto annunciare ufficialmente. Avevamo però già fatto due settimane di prove, lo spettacolo iniziava a prendere forma. È un grande dolore, una sofferenza, non vederlo in scena. Era dal ’67, dalla famosa edizione Abbado-De Lullo, che la Scala non apriva con Donizetti. Allora c’ero, sarebbe stato bello riportare Lucia alla prima”. Parliamo di questo 7 dicembre. Il programma è lungo e in gran parte sarà registrato prima. Che effetto le fa? “Intanto bisogna venirne a capo. La gabbia organizzativa è molto complessa, con arrivi e partenze continui di cantanti che raggiungono Milano da tutto il mondo, in un momento in cui viaggiare non è esattamente facile”. […] Però non c’è l’opera, ma una specie di antologia… “L’idea è che non sia soltanto un serie di arie staccate, ma un vero percorso sia dentro i singoli titoli, con più brani di ognuno, sia attraverso un secolo di opera italiana, dal Tell di Rossini a Turandot di Puccini. Più qualche brano non italiano, come Carmen o il finale del primo atto di Walküre di Wagner. Per l’orchestra si tratta chiaramente di un impegno enorme: non solo per la quantità di musica, circa tre ore, ma anche per le differenze stilistiche, che ovviamente non bisogna appiattire. Per chi suona, un viaggio epocale”. La fine è l’inizio: il programma si chiude con l’apoteosi finale del Tell. “L’ho voluto in italiano e non nell’originale francese perché si capiscano le parole di Calisto Bassi sulla musica sublime di Rossini: “Tutto cangia, il ciel s’abbella,/ L’aria è pura, il dì è raggiante”. Un messaggio di speranza che dalla Scala si alzerà verso Milano, l’Italia e il mondo, sperando che questa pandemia non sia soltanto una tragedia ma anche una catarsi purificatrice”. Come sarà fare musica senza pubblico? “Sono sincero: non lo so. Non mi è mai capitato. Ma so che senza il calore del pubblico, senza l’applauso finale, sarà diverso, si avvertirà un vuoto. Stiamo facendo un lavoro che non è il nostro, in condizioni che non sono quelle abituali, in una situazione di emergenza dove tutto è inusuale, a cominciare dal fatto che l’orchestra suona in platea, il coro canta nei palchi e io dirigo guardando verso il palco reale. È un unicum, un’esperienza eccezionale e non ripetibile”».
Burro, quantum sufficit, non più, ve ne prego; non deve far bagna, o intingolo sozzo: deve untare ogni chicco, non annegarlo. Il riso ha da indurarsi, ho detto, sul fondo stagnato. Poi a poco a poco si rigonfia, e cuoce, per l’aggiungervi a mano a mano del brodo, in che vorrete esser cauti, e solerti: aggiungete un po’ per volta del brodo, a principiare da due mezze ramaiolate di quello attinto da una scodella « marginale », che avrete in pronto. In essa sarà stato disciolto lo zafferano in polvere, vivace, incomparabile stimolante del gastrico, venutoci dai pistilli disseccati e poi debitamente macinati del fiore. Per otto persone due cucchiaini da caffè.
(…)
Il risotto alla milanese non deve essere scotto, ohibò, no! solo un po’ più che al dente sul piatto: il chicco intriso ed enfiato de’ suddetti succhi, ma chicco individuo, non appiccicato ai compagni, non ammollato…
“Esistono dunque due forme del pensare: il pensare indirizzato, e il sognare o fantasticare. Il primo, operando con gli elementi del linguaggio, serve a comunicare ed è faticoso e sfibrante. Il secondo, per contro, opera senza sforzo, spontaneamente potremmo dire, con contenuti già belli e pronti e guidato da motivi inconsci. Il primo crea acquisizioni nuove, adattamenti, imita la realtà e cerca di influire su di essa. Il secondo invece volge le spalle alla realtà, mette in libertà tendenze soggettive ed è, per quel che concerne l’adattamento, improduttivo” (5)
“si può studiare solo ciò che si è prima sognato. La scienza si forma più su una fantasia che su una esperienza e sono necessarie parecchie esperienze per cancellare le nebbie del sogno […]” (32) .
riporto qui una conversazione che si è presentificata su facebook, dove avevo rilanciato la scheda del libro:
mi scrive Margherita
Sembra interessante. Lo stile e l’approccio didattico è come nel precedente testo dell’autrice (Il filosofo che c’è in te), finalizzato a fornire della filosofia un’ immagine semplificata e, perché no?, un mezzo per capire il mondo e se stessi. È il manuale scolastico che tenta di rispondere alla tormentata domanda “A che serve la filosofia?” Il fatto è che la filosofia, a mio parere, non “serve”, nel senso che non dà risposte. La filosofia è ricerca, una corsa agli ostacoli che sono singoli traguardi che si susseguono l’uno dietro l’altro, un confine che si sposta ininterrottamente.
rispondo
grazie !!! hai del tutto ragione: le tue parole chiariscono benissimo i contenuti di questo libro. Io non ho, purtroppo , avuto una cultura filosofica. Da studente di un istituto tecnico (perito edile alla magistri cumacini) invidiavo miei amici del liceo classico. Ma ora con questo libro riesco davvero a capire cosa è la filosofia e come essa ci aiuta nel nostro vivere con occhi attenti dentro il nostro tempo. saluti cordialissimi e ancor GRAZIE !!!
risponde Margherita
Faccio fatica a non pensarti come filosofo. Tutto il tuo lavoro e il tuo impegno i “Coatesa sul Lario” , compresa la foto recente di Gin e Noirette al computer dicono il contrario. Tu ci offri una vasta gamma di ambiti di interesse – poesia, arte, musica, flora fauna, politica, foto …e tanto altro. E ci fai pensare, esprimere. Come Vincenzo Guarracino, ci offri spunti e opportunità di esprimerci. Filosofia è questo. Spinta a cercare senza sosta. Quando insegnavo al Giovio filosofia s storia ho scoperto che i miei studenti preferiti non erano quelli che ripetavono le mie parole e quelle dei testi, ma quelli che contestavano contenuti ed esprimevano punti di vista. Nulla da eccepire per la Tassinari, ma non credo che possa darti di più di quello che già possiedi in abbondanza. Dico questo perché lo penso per davvero. Ciao
rispondo
carissima: mi hai commosso. Davvero. E mi hai fatto capire che “filosofia” è anche uno sguardo su tanti aspetti del vivere. e trovo bellissimo sentirti dire che sono filosofia anche i nostri nuovi gatti Gin e Noirette (che vanno verso gli otto mesi). mi permetto di segnalarti un mio blog che ho chiamato “antologia del tempo che resta” https://antemp.com/ dove pubblicherò questa nostra per me importante conversazione (in forma del tutto anonima , a meno che tu mi autorizzi a citare il tuo nome) GRAZIE infinite
riporto qui una conversazione che si è presentificata su facebook, dove avevo rilanciato la scheda del libro:
mi scrive Margherita
Sembra interessante. Lo stile e l’approccio didattico è come nel precedente testo dell’autrice (Il filosofo che c’è in te), finalizzato a fornire della filosofia un’ immagine semplificata e, perché no?, un mezzo per capire il mondo e se stessi. È il manuale scolastico che tenta di rispondere alla tormentata domanda “A che serve la filosofia?” Il fatto è che la filosofia, a mio parere, non “serve”, nel senso che non dà risposte. La filosofia è ricerca, una corsa agli ostacoli che sono singoli traguardi che si susseguono l’uno dietro l’altro, un confine che si sposta ininterrottamente.
rispondo
grazie !!! hai del tutto ragione: le tue parole chiariscono benissimo i contenuti di questo libro. Io non ho, purtroppo , avuto una cultura filosofica. Da studente di un istituto tecnico (perito edile alla magistri cumacini) invidiavo miei amici del liceo classico. Ma ora con questo libro riesco davvero a capire cosa è la filosofia e come essa ci aiuta nel nostro vivere con occhi attenti dentro il nostro tempo. saluti cordialissimi e ancor GRAZIE !!!
risponde Margherita
Faccio fatica a non pensarti come filosofo. Tutto il tuo lavoro e il tuo impegno i “Coatesa sul Lario” , compresa la foto recente di Gin e Noirette al computer dicono il contrario. Tu ci offri una vasta gamma di ambiti di interesse – poesia, arte, musica, flora fauna, politica, foto …e tanto altro. E ci fai pensare, esprimere. Come Vincenzo Guarracino, ci offri spunti e opportunità di esprimerci. Filosofia è questo. Spinta a cercare senza sosta. Quando insegnavo al Giovio filosofia s storia ho scoperto che i miei studenti preferiti non erano quelli che ripetavono le mie parole e quelle dei testi, ma quelli che contestavano contenuti ed esprimevano punti di vista. Nulla da eccepire per la Tassinari, ma non credo che possa darti di più di quello che già possiedi in abbondanza. Dico questo perché lo penso per davvero. Ciao
rispondo
carissima: mi hai commosso. Davvero. E mi hai fatto capire che “filosofia” è anche uno sguardo su tati aspetti del vivere. e trovo bellissimo sentirti dire che sono filosofia anche i nostri nuovi gatti Gin e Noirette (che vanno verso gli otto mesi). mi permetto di segnalarti un mio blog che ho chiamato “antologia del tempo che resta” https://antemp.com/ dove pubblicherò questa nostra per me importante conversazione (in forma del tutto anonima , a meno che tu mi autorizzi a citare il tuo nome) GRAZIE infinite
Noi assistiamo alla morte altrui, non ci è dato di assistere alla nostra! Noi siamo eterni, non siamo un diventare altro. Siamo destinati a un ritorno. Noi siamo già da sempre oltre la vita, più che vita.” (Emanuele Severino, filosofo)
Sincerità «Una delle interpretazioni più fuorvianti è quella di pensare che, quando noi comunichiamo con immediatezza una emozione, siamo nella verità. Siamo invece nella sincerità, che è una cosa diversa. Siamo sinceri, ma possiamo esprimerci con un linguaggio che non è il nostro, che è ricalcato sui modelli. L’importante non è di essere sinceri con parole altrui, ma di interessare gli altri con parole proprie. […] Ricordo una tavola di Novello che rappresenta un gruppo di turisti in deliquio in un museo.Non hanno ancora appreso che il vero Raffaello è nella stanza vicina. Sono sinceri, tanto che Raffaello li ha fatti cadere in deliquio. Sono sinceri, però il quadro è altrove» [Giuseppe Pontiggia Per scrivere bene imparate a nuotare Mondadori].
Opere di Gianni Rodari (Mondadori): volume edito nella collana «I Meridiani». Gino Ruozzi su Domenica (Il Sole 24 Ore): «Rodari non è solo un grande scrittore per bambini: è un grande scrittore. Perciò benissimo hanno fatto i Meridiani Mondadori ad accoglierlo nel centenario della nascita e a quarant’anni dalla morte (1920-1980) nella collezione più prestigiosa dei nostri autori del Novecento, dandogli il rilievo che merita nella letteratura italiana. In questa prospettiva la curatela e l’introduzione di Daniela Marcheschi, già curatrice per i Meridiani delle opere di Collodi e di Pontiggia, è tanto precisa quanto illuminante, perché riconosce a Rodari la giusta dimensione di classico del Novecento, capace di parlare a tutti, di rivolgersi sia ai piccoli sia ai grandi, nell’ottica più volte ribadita di “dual audience”. Autori “anfibi” li chiamava Luigi Malerba, che nel 1983 nell’introduzione alla prima edizione postuma di Favole al telefono (1962) ne sottolineava la forza penetrante ed eversiva, di erosione e opposizione al potere, perché c’è “qualcosa di inafferrabile e di stregonesco nel raccontatore di favole, qualcosa che ha finito per mettere in sospetto le autorità senza fantasia”. È già dal 1937-1938 che Rodari pensa e fonda la “grammatica della fantasia”, cercando a suo modo di rispondere alle dittature del proprio tempo, provando a fornire un pensiero divergente a quello repressivo del potere. Credo che sia stato questo il filo conduttore del suo lavoro di scrittore, maestro, giornalista, uomo di cultura. Cercare risposte alternative alle narrazioni autoritarie, ai linguaggi e ai codici uniformanti. […] Favole, filastrocche, fiabe, favolette sono titoli che indicano intrecci e contaminazioni coscienti di generi letterari e nello stesso tempo volontà di superamento di ogni rigida barriera, nel segno costante di un’utopia edificatrice. Questo Meridiano è una miniera di testi e di informazioni, fertili e coinvolgenti occasioni di lettura e di riflessione. Un altro versante messo in opportuna evidenza da Marcheschi è quello del giornalismo, che “all’insegna dell’umorismo” Rodari praticò con esattezza e insieme felice creatività. Secondo il principale modello di Collodi, che Rodari ripercorre sul “filo dell’ironia, della satira di costume, del paradosso”. L’edizione è arricchita da un prezioso secondo volume che raccoglie le copertine e le illustrazioni che hanno accompagnato nei decenni i libri di Rodari».
Il Nobel per la Letteratura 2020 è stato assegnato alla poetessa statunitense Louise Glück. L’Accademia svedese l’ha premiata «per la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende l’esistenza individuale universale». Settantasette anni, nata a New York da genitori ebrei ungheresi, oltre a scrivere Glück insegna alla Yale University. Ha pubblicato dodici antologie di poesie. Nel 1993 ha vinto il Premio Pulitzer per la raccolta The Wild Iris («L’iris selvatico», tradotto in italiano da Massimo Bacigalupo, per l’editore Giano, che ha anche reso nella nostra lingua Averno pubblicato da Dante&Descartes). Nel 2014 ha ricevuto il National Book Award con Faithful and virtuous night. «Non è l’America di Don DeLillo o di Cormac McCarthy, gli scrittori statunitensi che, morto Philip Roth, in molti si aspettano di vedere ricevere la medaglia dal re di Svezia, ma un universo poetico con molti riferimenti al mondo classico, ai miti greci e romani, (ma anche Gretel e Giovanna d’Arco per esempio) che Glück mescola a temi come la solitudine, i legami familiari, l’infanzia, le separazioni, la morte, in un viaggio interiore severo che non teme di affrontare il dolore» [Taglietti, CdS]. • «I bookmaker si guadagnano da vivere con le scommesse, sono gente pratica, guardano alle probabilità non al merito della puntata. Louise Glück era data 25 a 1 come Marylinne Robinson e Edna O’Brien. Scovare l’intruso. […] Pare che in Svezia Louise Glück sia molto tradotta e gli svedesi abbiano accolto con gioia l’annuncio. Meglio non riportare per intero la frase sul jazz di John Coltrane: sosteneva che, come certe manifestazioni fisiologiche del corpo umano, piace solo a chi lo fa. In Italia è stata pubblicata da un piccolo e coraggioso editore napoletano. Complimenti a lui in ogni caso. L’Accademia di Svezia ribadisce in ogni caso autonomia di giudizio, austerità e indipendenza. Potrebbe anche permettersi di cambiare la ragione sociale: SNOB-EL» [Dario Olivero, Rep].
La dimostrazione è quel ragionamento che porta da premesse assunte come vere a una conclusione vera grazie a un processo inferenziale codificato da alcune regole, le regole della deduzione.
La logica è quella disciplina che ha individuato e definito queste regole. Essa prende le mosse dallalogica classica, che ha avuto inizio con i lavori di Aristotele (IV sec. a.C.) ed è stata perfezionata in epoca medievale – e che chiameremologica classica aristotelico-medievale.
Solo a fine XIX sec., in particolare grazie ai lavori di Gottlob Frege, essa ha raggiunto la forma tuttora considerata – chiameremo questa formulazionelogica classica fregeanaologica formale.
La cura dello sguardo. Nuova farmacia poetica di Franco Arminio (Bompiani) (ore 18.30). Gianluigi Simonetti su Il Sole 24 Ore: «Nella nota introduttiva, l’autore si presenta come un malato e insieme un guaritore, armonizzando due sottogeneri narrativi oggi fra i più diffusi: opere che raccontano un’infermità, opere che propongono qualche forma di assistenza o auto-aiuto. Alla confluenza tra i due ambiti, Arminio offre “istruzioni semplici”, “consigli che posso dare, piccoli precetti fatti in casa” – dove l’accento cade tanto sull’artigianato quanto sull’efficacia della scrittura (“la poesia è letteralmente un farmaco”; “la lingua è una grande cura”; “la medicina del futuro è la poesia”). […] Per funzionare, cioè per agire sul numero più alto possibile di lettori, un testo deve essere veloce: “un mondo che si è fatto velocissimo richiede una letteratura semplice e breve, diretta e limpida”; “molti ancora indugiano a scrivere come se le persone avessero ancora tempo per star dietro ai giochi con la lingua”. […] Aprendo il libro di Arminio troviamo innanzitutto una grande quantità di “poesia”, intesa come emotività decomplessata; ma una poesia che si dispiega quasi sempre nella prosa – cioè senza la fatica, la scommessa e il rischio dell’andare a capo (i testi versificati sono sei in duecento pagine). […] Nella Cura dello sguardo c’è un passo, rivelatore, in cui chi scrive esprime il proprio umanissimo bisogno di conferme: “Ho sempre cercato vanamente l’approvazione del paese, come quella del padre. Ma forse per un poeta questa è la cosa più difficile”. Infatti. Per molto tempo Arminio ha cercato l’approvazione della critica, che lo ha consacrato scrittore “di qualità”; adesso cerca l’approvazione di un pubblico vasto, che lo consacri scrittore “di successo”. E tuttavia non si può dire che il suo impianto retorico sia sostanzialmente cambiato (come non è cambiato il suo ansioso bisogno di padri); si è solo adeguato a un posizionamento differente, attenuando i marcatori stilistici associati alla qualità “per pochi” (per esempio il registro lugubre e autoptico, l’ipocondria nera, l’ironia fantastica, la fissità elencatoria) ed enfatizzando quelli che si associano alla letteratura “per tutti” (per esempio l’enfasi sentimentale, lo slancio terapeutico, i picchi patetici, i dispositivi oratori). Ma gli uni e gli altri erano già presenti nella sua scrittura. […] Il percorso di questo autore, al di là di ogni liquidazione o idolatria, è interessante per almeno due ragioni: mostra dove va la letteratura che vuole farsi leggere da molti, e quale prezzo può pagare per realizzare questo scopo; fa riflettere sulle contraddizioni della critica – su come la qualità, al pari dell’impegno, possa rivelarsi niente più che un’etichetta». Un estratto, da Doppiozero: «Con grande sorpresa sono arrivato al sessantesimo anno. Sono nato a Bisaccia, Irpinia d’oriente, il 19 febbraio del 1960. Mio padre Luigi e mia madre Flora tenevano l’osteria, allora la chiamavano cantina. Era appartenuta a mio nonno Vito, morto a trentasette anni, e al mio bisnonno. Quando avevo tre mesi fui ricoverato al Cotugno di Napoli. Avevo la difterite, malattia per cui mia madre mi raccontava che morivano tanti bambini che erano in quell’ospedale. Lei divenne cardiopatica, e mi diceva sempre che era per colpa della mia malattia. Mio padre aveva un malumore di fondo, mischiato a una straordinaria capacità, anche comica, di intrattenere i clienti. Niente sembrava che gli andasse bene: neppure io, ovviamente. Non aver goduto della sua stima forse mi ha creato quella voragine di incredulità intorno a cui ruota tutta la mia vita. Anzi, le voragini sono due. L’altra viene da mia madre, dal suo perenne sentirsi malata. Per anni ho temuto la sua morte, poi sono passato a temere la mia. Evento cruciale un attacco di panico sulla sedia del barbiere, il 29 maggio 1986. Da allora vivo come se avessi davanti a me un’ora di vita. L’ansia e la scrittura si sono ben presto intrecciate, formando un nodo inestricabile nel mio corpo. Nella scrittura si fondono le due voragini: scrivo a oltranza perché ogni giorno c’è un guasto da riparare, sono la vittima e il miglior custode della mia nevrosi».
La realtà si divide in cose soggette al nostro potere e cose non soggette al nostro potere.
In nostro potere sono:
il giudizio
l’impulso,
il desiderio
l’avversione
e, in una parola, ogni attività che sia propriamente nostra.
Non sono in nostro potere:
il corpo
il patrimonio
la reputazione
le cariche pubbliche
e, in una parola, ogni attività che non sia nostra.
E ciò che rientra in nostro potere è per natura libero, immune da inibizioni, ostacoli,
mentre quanto non vi rientra è debole, schiavo, coercibile, estraneo.
Ricorda , allora, che se considererai libere le cose che per natura sono schiave, e tuo personale ciò che è estraneo, sarai impedito, soffrirai, sarai turbato, ti lamenterai degli dèi e degli uomini;
se invece riterrai tuo solo ciò che è tuo , ed estraneo , come in effetti è, ciò che è estraneo, nessuno ti potrà mai coartare, nessuno ti impedirà , non…
In questo Parmenide e Zenone sophoi a Elea Livio Rossetti ci propone una marcia di avvicinamento a due pensatori antichi di primissimo ordine. Il suo proposito è stato di lavorare su due ‘pezzi da museo’ che ci sono stati trasmessi pieni di polvere e di incrostazioni esegetiche, riportarli alla luce e tornare a osservarli da vicino. Pretesa eccessiva? Non proprio, perché di Parmenide si sta riscoprendo solo ora lo stupefacente sapere naturalistico che pure formava parte integrante del suo poema, e di conseguenza il suo insegnamento richiede di essere visto da una prospettiva profondamente rinnovata. Quanto poi ai paradossi di Zenone, essi sono stati per lo più trattati come problemi da risolvere o calcoli da eseguire, senza considerare che Zenone avrà avuto interesse a idearli, non certo a risolverli e dissolverli. Quindi, anche qui, netto cambio di prospettiva. L’autore ci invita dunque a guardare a questi due personaggi estremamente creativi senza pensare alle tradizioni interpretative, con la mente sgombra, con rinnovata curiosità. Lo fa con competenza, ma usando un linguaggio piano, cordiale, arioso, partendo dai luoghi e dal contesto. Avvicinarsi a quel mondo sarà una scoperta.
Livio Rossetti
Parmenide e Zenone, sophoi ad Elea. Presentazione di Mariana Gardella Hueso.
ISBN 978-88-7588-256-3, 2020, pp. 160, formato 130×200 mm., Euro 15 – Collana “Il giogo” [112]
In copertina: Parmenide e Zenone alla porta di Elea.
Come ordinare una biblioteca di Roberto Calasso (Adelphi). Emanuele Trevi sul Corriere della Sera: «Con Il libro di tutti i libri, uscito nello scorso autunno, Roberto Calasso ha aggiunto la decima parte a un’opera immensa, affascinante quanto inclassificabile, il cui primo volume, La rovina di Kasch, risale ormai a trentasette anni fa. […] Accanto all’opus magnum, poi, Calasso pubblica di tanto in tanto dei volumi di scritti minori, dove si esaltano le sue qualità di saggista, come in La letteratura e gli dèi e in questo Come si ordina una biblioteca, che raccoglie vari interventi (alcuni già apparsi parzialmente sulle pagine di questo giornale) legati a una riflessione sugli oggetti, le istituzioni, i modelli mentali che ruotano intorno al concetto di libro, a partire dalla sua materialità fisica di oggetto ormai più volte dato per obsoleto e morituro ma, come osserva Calasso, insostituibile come i letti, o i cucchiai. […] Forse Calasso sottovaluta eccessivamente l’e-book, che permette un’esperienza del tutto nuova e molto avvincente: leggere al buio. Ma ha perfettamente ragione quando afferma che il mondo è ancora pieno di libri, alla faccia di tanti futurologi, perché il nostro corpo ci permette un numero molto limitato di gesti e “gli oggetti sono tentativi più o meno felici di adattarsi alle caratteristiche inevitabili di quei gesti”. Oltre alle riflessioni promesse dal titolo sull’ordinamento di biblioteche pubbliche e private, il libro di Calasso affronta, nell’ordine, l’epoca d’oro delle riviste letterarie (all’incirca dal 1920 al 1945); la recensione (il cui archetipo risale a un articolo del 1665); e infine le librerie: queste, sì, come tutti sappiamo, a rischio di estinzione con l’avvento di Amazon. Il filo rosso di queste meditazioni ci sembra quello della teoria del “buon vicinato”, che risale ad Aby Warburg, che, oltre a essere stato un formidabile precursore nella storia dell’arte e nello studio dei simboli, diede forma a una biblioteca che nacque come privata ed è diventata un vero e proprio patrimonio dell’umanità. Ebbene, alla base dell’intuizione di Warburg c’è il fatto che i libri non esauriscono mai in se stessi i loro significati, come se fossero autosufficienti monadi verbali, ma ne generano di nuovi e imprevisti attraverso il loro accostamento: ovviamente nella mente di chi legge, ma anche sugli scaffali di una biblioteca o di una libreria. E lo stesso vale anche per gli indici delle grandi riviste letterarie del Novecento, dove si potevano trovare fianco a fianco, mettiamo, una prosa di Paul Valéry e un capitolo dell’Ulisse di Joyce. Si tratta pur sempre, come scrive Calasso con una formula che potrebbe applicarsi anche alle sue opere maggiori, di “moltiplicare e complicare i significati”» (leggi qui).
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