nel 1982 W.J. Ong pubblicava un saggio molto interessante, “Orality and literacy. The technologizing of the word” (trad. it., Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, 1986), con il quale venivano studiate le modificazioni e le trasformazioni legate al crescere dell’uso della parola scritta nella storia del pensiero occidentale

nel 1982 W.J. Ong pubblicava un saggio molto interessante, “Orality and literacy. The technologizing of the word” (trad. it., Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, 1986), con il quale venivano studiate le modificazioni e le trasformazioni legate al crescere dell’uso della parola scritta nella storia del pensiero occidentale. In altre parole, Ong esaminò – anche avvalendosi di studi antropologici – come si modificava la capacità di pensare degli uomini a seguito del passaggio da una cultura prettamente orale (“comunità senza scrittura”) ad una cultura chirografica (caratterizzata dalla presenza di scrittura). Egli scoprì, ad esempio, che “il pensiero analitico […] non può essere comunicato, e neppure pensato, in una cultura che non conosca la scrittura alfabetica: le culture ad oralità primaria […] non hanno filosofia” (p. 8) e, aggiungerei, non hanno neppure scienza. Con queste precise parole si esprimeva W.J. Ong: “Differenze di fondo sono state scoperte in anni recenti tra i modi della conoscenza e dell’espressione verbale nelle culture ad oralità primaria, vale a dire culture senza scrittura, e quelli delle culture profondamente influenzate dall’uso della stessa. Con sorprendenti implicazioni: molti dei tratti per noi ovvi del pensiero e dell’espressione letteraria, filosofica e scientifica, nonché della comunicazione orale tra alfabetizzati, non sono dell’uomo in quanto tale, ma derivano dalle risorse che la tecnologia della scrittura mette a disposizione della coscienza umana” (p. 19). 

da Bazzani, Fabio, Vitale, Sergio, Lanfredini, Roberta (a cura di), La verità in scrittura.

Nel 1927 Heisenberg formulò il principio di indeterminazione che governa, appunto, alcune possibilità di conoscenza a livello quantistico

Nel 1927 Heisenberg formulò il principio di indeterminazione che governa, appunto, alcune possibilità di conoscenza a livello quantistico; egli stabilì che “in ragione del carattere intrinseco delle particelle subatomiche (i quanti) e del loro peculiare e imprevedibile comportamento dovuto alle duplici dimensioni in campo, l’ondulatorietà e la matericità, non è possibile individuare alcuna verità onnicomprensiva dal momento che le due dimensioni [posizione e velocità] sono osservabili solo separatamente, e mai simultaneamente” (ivi). In altre parole, il comportamento delle particelle subatomiche non è prevedibile, semmai può essere oggetto solamente di una probabilità statistica. Con la teoria dei quanti vengono stabiliti inquietanti rapporti tra il reale ed il possibile, “tra il non visibile e l’osservabile”, tra l’immaginario e il reale, rapporti tradizionalmente ritenuti appannaggio non certo del campo scientifico, semmai del campo filosofico-artistico-letterario” (ivi).

E’ chiaro, quindi, che alla luce di tali problematiche acquisizioni avvenute anche in campo scientifico (matematica e fisica), il tema della verità e della sua possibilità di scrittura assume un’immagine poco confortante, per nulla salda. Russel sosteneva che ciò che gli uomini vogliono veramente non è la conoscenza, ma la certezza, o meglio: delle certezze. Se le cose stanno come abbiamo mostrato, emerge che anche la non certezza della verità è una verità, con gli annessi rischi di cortocircuito che l’affermazione comporta.

da Bazzani, Fabio, Vitale, Sergio, Lanfredini, Roberta (a cura di), La verità in scrittura.

XI Ritiro Filosofico | Ritiri Filosofici: Arthur Schopenhauer, Il Mondo come volontà e rappresentazion, 2014

Si è concluso domenica 7 settembre 2014 l’XI Ritiro Filosofico, svoltosi come di consueto al Domus Seminario di Nocera Umbra (PG). I tre giorni di Ritiro, come da programma, sono stati impegnati da un’analisi organica dell’opera centrale di Arthur Schopenhauer, Il Mondo come volontà e rappresentazione, anche grazie al notevole contributo del professor Marco Segala.

tutto il resoconto qui:

XI Ritiro Filosofico | Ritiri Filosofici.

A DUE VOCI DIALOGHI DI MUSICA E FILOSOFIA Como – 13, 14 settembre 2014, PINACOTECA – SCUOLA FOSCOLO BROLETTO – PORTICI DEL BROLETTO

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A DUE VOCI

DIALOGHI DI MUSICA E FILOSOFIA

Como – 13, 14 settembre

PINACOTECA – SCUOLA FOSCOLO
BROLETTO – PORTICI DEL BROLETTO

A due voci è l’ultima manifestazione estiva promossa dalla Casa della musica in collaborazione con il Comune di Como nell’ambito di Como Live 2014.

Due intense giornate nel corso delle quali si terranno 8 appuntamenti di musica e filosofia in 4 spazi della città. Incontri dove ritrovare il piacere del dialogo e del confronto, lontano dagli eventi vetrina di una cultura dedita al commercio.

La prima edizione di un’iniziativa che intente inoltre affermare la posizione centrale che la musica e la filosofia hanno rispetto alla vita.

Vi aspettiamo!

Quì il programma

ESSERE O NON ESSERE, incontri di filosofia per tutti, al Centro universitario, Padova, dal 4 ottobre al 30 maggio 2014

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… se un filo d’erba non fosse, nulla sarebbe …, Emanuele Severino

Avatar di Paolo FerrarioLUOGHI del LARIO e oltre ...

Giacchè, se tutto è eterno, tutto è legato a tutto, sì che, se un filo d’erba non fosse, nulla sarebbe

Emanuele Severino in IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI, autobiografia, Rizzoli, 2001, pag. 47

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un Eschilo che non solo coglie nel sapere dell’epistéme “un sapere che salva” dal dolore, ma soprattutto parla di Zeus non intendendo un dio mitico, bensì il Principio di tutte le cose | da Ritiri Filosofici

Il quadro che ne emerge parla di un Eschilo che non solo coglie nel sapere dell’epistéme “un sapere che salva” dal dolore, ma soprattutto parla di Zeus non intendendo un dio mitico, bensì il Principio di tutte le cose. Proprio qui risiede il cuore della sua ricchezza filosofica: nell’aver compreso come solo attraverso la sapienza l’essere umano può essere in grado di dominare il dolore, perché conosce la Verità del senso del Tutto. Solo il conoscere con verità infatti, cioè in maniera incontrovertibile, può costituire un rimedio reale all’angoscia e al dolore, e quindi permette di oltrepassare la dimensione del mito. Ma qual è questa “dimensione del mito”? La pregnanza del passaggio è decisiva: sebbene anche in campo mitico ci si muova alla ricerca di un rimedio al dolore, il senso essenziale e complessivo del mondo che esso rivela fa sempre capo alla divinità, cioè ad una forza suprema che l’uomo deve sconfiggere per poter affermare se stesso. Finché si è nel mito quindi, ci si muove nel campo della volontà, nel campo di rimedio al dolore illusorio perché non risolutivo, solo la conoscenza della verità inatti lo può salvare, solo questa può metterlo al riparo dall’annientamento. 

da L’Orestea di Eschilo secondo Severino | Ritiri Filosofici.

filosofia: “l’aver cura della verità”», Emanuele Severino

in sophós, “sapiente” (su cui si costruisce il termine astratto sophía),

risuona come nell’aggettivo saphés (“chiaro”, “manifesto”, “evidente”, “vero”),

il senso di pháos, la “luce”,

allora “filosofia” significa […] “l’aver cura della verità”»

da E. Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo. La filosofia antica e medievale, BUR Milano 2010, p. 22

risposta ai “critici” di Emanuele Severino: dissertatazione su Spinoza, di alexandro23

In genere sembrerebbe esserci una certa unanimità nel giudicare della grandezza di Severino, ma si è tentati di dire che – nonostante alcune eccezioni – le cose non stiano esattamente così.

La sua filosofia è ritenuta una sorta di monolite impenetrabile, imponente, certamente affascinante, ma sostanzialmente “inutile” ai fini della vita : le sue difficoltà, le sue incongruenze, la sua liquidità. Prendiamo Galimberti: numerosissime le citazioni dell’opera di Severino che compaiono sui suoi libri – specie in relazione all’argomento Tecnica -, ma totalmente assenti, o quasi, i riferimenti all’ontologia severiniana. Troppo rischiosa per la sua “filosofia del viandante”…

L’ontologia severiniana è radicalmente alternativa nella storia della filosofia occidentale, e in considerazione di questo fatto è curioso notare alcuni degli atteggiamenti più ricorrenti coi quali ci si accosta al suo pensiero – apparentemente diversi, ma in realtà tutti accomunati dallo stesso intento.

Generalmente la si semplifica, la si fraintende, la si ignora oppure non le si riconosce alcuna originalità: “Non è la prima volta nella storia del pensiero filosofico che si affermano determinate cose” , dicono alcuni…sic. Ed allora ci si pone alla ricerca di altri sistemi filosofici nei quali sono rintracciabili elementi che consentano di accostarsi alla sua filosofia (accostamenti che, il più delle volte, evitano di soffermarsi sui fondamenti in base ai quali tesi apparenti simili vengono sostenute). Il tentativo è chiaro: depotenziare la carica rivoluzionaria dell’ontologia severiniana e ricondurla al già noto, al familiare. L’ennesimo riferimento alla filosofia di Spinoza soggiace a questa logica.Sono realmente ridicoli i continui ritorni da parte di critici (o pseudo-critici) e intervistatori vari sui medesimi temi – quasi che non fossero state già sufficientemente esaustivi i numerosi scritti, le spiegazioni e delucidazioni che il filosofo bresciano ha espresso più volte in tutte le salse.
Ed allora, ecco per l’ennesima volta l’accostamento a Spinoza…
La domanda mi sorge spontanea: questa gente li legge i suoi libri?
Vi pare che si parli di Divenire? Della contraddizione insita nel concetto di divenir altro? Vi pare che si formulino reali obiezioni al suo pensiero capaci di scardinarne le basi? Si dice: “All’interno del suo sistema tutto pare tornare…” Ma si è totalmente incapaci di colpire realmente il suo sistema esponendo qualcosa di alternativo, anche perchè si parte da un presupposto che non ci si sogna neppure di mettere in questione: il divenire delle cose. Si parte da una fede, e partendo da quella fede indiscussa non si è comunque capaci di argomentare razionalmente alle stoccate del pensiero severiniano. Allora ci si rifugia nell’inconscio, nel metarazionale (altro gigantesco pregiudizio), nell’Altro… Inoltre vi pare che la filosofia di Severino proceda disinteressandosi di ciò che è finora apparso lungo la storia del pensiero filosofico occidentale? La sua è sempre stata una filosofia in continuo dialogo con i grandi della Storia, non un sistema chiuso in se che eviti sistematicamente ogni confronto. Semmai è vero il contrario!

Diamo una rapida occhiata ad alcuni passaggi dell’Etica di Spinoza:

Etica, De Deo, 1° Definizione del Dio-Sostanza: Per causa di sé intendo ciò la cui essenza implica l’esistenza, ossia ciò la cui natura non può essere concepita se non come esistente. (Come in Tommaso, ad esempio)

PROPOSIZIONE XXIV: L’essenza delle cose PRODOTTE da Dio NON IMPLICA l’esistenza.
Corollario.
Da ciò deriva che Dio non solo è CAUSA per cui le cose COMINCIANO A ESISTERE, ma anche per cui continuano ad esistere, cioè (per usare un termine scolastico) E’ CAUSA ESSENDI DELLE COSE. Infatti SIA CHE LE COSE ESISTANO, SIA CHE NON ESISTANO, ogni volta che consideriamo la loro ESSENZA, troviamo che essa NON IMPLICA NE’ L’ ESISTENZA NE’ LA DURATA.

Spinoza contraddittoriamente per un verso fa derivare tutto dalla Sostanza:
PROPOSIZIONE XVIII.
Dio è causa immanente, e non transitiva, di tutte le cose.

ma poi sostiene che l’Infinito (Sostanza, Attributi e Modi) genera l’infinito e il Finito genera il Finito
creando un insostenibile dualismo all’interno del suo monismo metafisico:

PROPOSIZIONE XXIII.
Ogni modo che esiste necessariamente ed è infinito deve per forza essere derivato o dall’assoluta natura di un attributo di Dio, o da un attributo modificato da una modificazione che esiste necessariamente ed è infinita.

PROPOSIZIONE XXVIII.
Una qualunque cosa singola, cioè qualsiasi cosa finita che abbia una esistenza determinata, non può esistere né essere determinata a operare se non è determinata ad esistere e a operare da un’altra causa anch’essa finita e dotata di un’esistenza determinata: a sua volta questa causa non può esistere né essere determinata a operare se non è determinata ad esistere e a operare da un’altra causa, anch’essa finita e dotata di una esistenza determinata, e così via all’infinito.

Un sistema dal quale il Finito non è sostanzialmente deducibile: da una parte “l’Ente sempre salvo dal nulla” e dall’altra gli enti contingenti. Sennonché si deve pur render conto di questi, non foss’altro che ci sono, appaiono. Ed allora cominciano le ambiguità da parte di Spinoza:

PROPOSIZIONE XXIX.
NELLA NATURA NON VI E’ NULLA DI CONTINGENTE, ma tutte le cose sono determinate dalla necessità della divina natura ad esistere e a operare.

Come conciliare l’affermazione secondo la quale tutto procede sotto il segno della necessità, ma allo stesso tempo ritenere che vi sono degli enti (i modi finiti) per i quali l’essenza non implica l’esistenza? (Degli enti originati dal nulla e destinati a ritornare nel nulla).
Se la necessità implica l’eternità: se è necessità che un ente esista, è assolutamente contraddittorio affermarne la contingenza; ossia la possibilità della sua non esistenza. Se è necessario che esista, è necessario riconoscerne l’eternità.

Se la relazione tra Infinito e Finito è necessaria, è anche eterna – non può sopraggiungere a un dato momento costituendosi come necessaria considerando che il legame scaturirebbe dal nulla.

Fondandosi sul presupposto incondizionatamente accettato fin dagli albori della filosofia,
che interpreta gli enti mondani come contingenti e provenienti da nulla, anche Spinoza è incapace di giustificare l’esistenza dei “modi finiti” all’interno di un sistema che, all’insegna del più radicale monismo, intende far derivare dal Dio-Sostanza la totalità dell’esistente attraverso la costituzione di nessi necessari.
Ancora una volta il tentativo di conciliare Ragione ed Esperienza, Mondo e Dio fallisce ed è destinato a fallire perché si fonda sul medesimo terreno che accomuna tutta la filosofia occidentale: l’evidenza del divenir altro degli enti.
Il tentativo spinoziano di tenere insieme il divenire degli enti e la necessità di tale accadimento è l’impossibile tentativo di conciliare Divenire e Determinismo.
Ciò chiama in causa anche il concetto essenzialmente autocontraddittorio di creazione: esplicitamente è l’espressione di un legame tra Creatore e Creatura, ma che implicitamente viene ad essere esclusa. Perché? Ma perché è una relazione tra due termini assolutamente irrelati: il Nulla e L’Essere.
Il concetto di creazione/produzione implica una relazione tra due elementi laddove ne è presente uno solo, perché l’altro è nulla. Creazione significa legame, risultato di una relazione tra due elementi che vengono pensati come originariamente irrelati. Se la creatura preesiste nell’Archè (relazione originaria), allora l’ente è già presente e non si genera; ma se è nulla (e se si genera lo deve pur essere), allora la separazione tra l’Originante e l’Originato è assoluta e non può stabilirsi alcun legame tra essi. Impossibilità della creazione.

Ed infatti, lo stesso Spinoza, sembra rendersi implicitamente conto di ciò quando afferma:
De Deo, DEFINIZIONI V
Le cose che non hanno niente in comune fra loro non possono essere comprese l’una per mezzo dell’altra, ossia il concetto dell’una non implica il concetto dell’altra.

Non ci resta che attendere l’ennesimo accostamento tra la filosofia di Spinoza e il monolitico e, tutto sommato, non originale Severino…

Potremmo dire la stessa cosa in riferimento al fenomenale lavoro effettuato da Severino sul pensiero di Nietzsche: in un colpo solo ha spazzato via quelle ridicole interpretazioni psicologistiche, incongruenti o addomesticate che del pensiero del grande Nietzsche erano apparse fino al suo Anello del ritorno…Vi pare sia servito a qualcosa? Testardamente si ripropongono le solite riserve relative alla lettura severiniana di Nietzsche, senza tuttavia che si sia capaci di fornire una visione alternativa e altrettanto valida.
Qui si tira in ballo perfino l’inconscio di Nietzsche…sic.

E’ errato considerare il superuomo come un individuo. Il superuomo ha un carattere trascendentale, nonostante sia lo stesso Nietzsche in alcuni punti della sua opera ad attardarsi implicitamente e incoerentemente su delle forme di realismo naturalistico.

“Questo mondo è un mostro di forza, senza principio, senza fine, una quantità di energia fissa e bronzea, (…) che non si consuma, ma solo si trasforma…
Questo mondo è la volontà di potenza – e nient’altro! E anche VOI siete QUESTA volontà di potenza – e nient’altro” (Volontà di potenza. 1067)

“Il carattere complessivo del mondo è invece caos per tutta l’eternità”(Gaia scienza – 109)
“Noi siamo soltanto incarnazione, soltanto strumento sonoro, soltanto medium di poteri che ci sovrastano.”(Ecce homo)
Relativamente al superuomo, scrive Nietzsche: “Concepisce la realtà come essa è..”. Ed ancora: “Non è estraniato da essa, non è separato da essa, contiene in sé tutto ciò che è problematico…”.
“La verità è in me” = identità di superuomo e verità.
Il superuomo è il Tutto, la Verità, Dio:”L’unica possibilità di conservare un senso al concetto di “Dio” sarebbe questa: intenderlo non come forza propulsiva, ma come STATO MASSIMO, come UN’EPOCA – un punto nello sviluppo della volontà di potenza…” (Volontà di potenza 639).
Lo stato massimo rappresenta il suo esser giunta alla piena consapevolezza di sé da parte della verità del divenire in quanto volontà di potenza. Non è un discorso che riguardi le sole élites come si continua a sostenere. Zarathustra non rappresenta quel compimento trattandosi di un singolo individuo; e neppure lo sono quei pochi isolati apostoli:”i più nascosti”, gli “uomini della mezzanotte”. Dioniso è il manifestarsi di un Epoca, nella quale sarà l’umanità intera, oltrepassandosi, a rivelarsi superumanità.” Chi è colui che un giorno non potrà non venire?”, si chiede Zarathustra riferendosi al destinale avvento di Dioniso: ” Spirito che regge il mondo, un destino” (Ecce homo). Volontà di potenza, Dioniso, Caos, Superuomo sono dei sinonomi per indicare l’orizzonte trascendentale ed eterno della totalità dell’essere.
Dioniso è infatti “l’Uno primigenio” (Nascita della tragedia), l’orizzonte trascendentale proprio perché “si frantuma nella singolarità” (La visione dionisiaca del mondo). E’ inoltre chiaro che l’affermazione: “Ma ciò che è reale, ciò che è vero, non è né unitario, né riducibile all’unità” (Volontà di potenza 536), non la si deve intendere trascendentalmente, ma relativamente alla verità della tradizione. (Diversamente si ridurrebbe il pensiero di Nietzsche ad una forma di banale scetticismo relativistico). “E’ mia intenzione mostrare l’assoluta omogeneità in tutto ciò che avviene…” (VdP 272). “Se la natura intima dell’essere è volontà di potenza (…) la creatura ha bisogno di contrasti, di resistenze, quindi, correlativamente, di unità che l’aggrediscano..”(VP 693). “La volontà di potenza può manifestarsi solo quando incontra resistenze” VP 656). Se la volontà di potenza è l’essenza del Tutto (fuori della quale non vi è nulla), la ricerca di sè da parte della Volontà non ha un carattere empirico da cercarsi in una realtà altra, ma è lo stesso venire a sè della Verità delle cose – questo attraverso l’oltrepassamento delle forme incoerenti degli eterni manifestatisi lungo la storia dell’Occidente: Dio, le Idee di Platone, ecc. “…la stessa moralità è una forma dell’immoralità. Le cose sono liberate dalla contraddizione, è salvata l’OMOGENEITA’ di tutto ciò che accade” (VP 308).

 

(tratto da un commento a questo post:

https://antemp.com/2014/08/01/colloquio-con-emanuele-severino-di-saverio-mariani-e-andrea-cimarelli-da-ritiri-filosofici/)

Colloquio con Emanuele Severino, di Saverio Mariani e Andrea Cimarelli | da Ritiri Filosofici, 2014

Vai a:

Colloquio con Emanuele Severino | Ritiri Filosofici.

 

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Emanuele Severino, LA TECNICA DA MEZZO DIVENTA FINE, intervista a Maurizio Assalto. La Stampa, 30 luglio 2014

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Emanuele Severino su alcuni concetti per i quali ha elaborato l’immagine della LEGNA E LA CENERE, 1972, 1983, 1989, 1995, 1999, 2001. Scheda di studio a cura di Paolo Ferrario, 29 luglio 2014

Qui la scheda in formato pdf

PREMESSE (per punti chiave e per tentativo di comprensione):

  • Essenza del nichilismo (1972)
    • La storia della filosofia occidentale è la vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’essere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei greci [Parmenide].
    • Parmenide 1. L’essere è uno; 2. L’essere è eterno; 3. L’essere è continuo; 4. L’essere è indivisibile e non composto di parti; 5. L’essere è immobile; 6. L’essere non è soggetto a nascita o corruzione.
    • E in questa vicenda la storia della metafisica è il luogo ove l’alterazione e la dimenticanza si fanno più difficili a scoprirsi: proprio perché la metafisica si propone esplicitamente di svelare l’autentico senso dell’essere, e quindi richiama ed esaurisce l’attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si impone.

 

  •  La strada (1983)
    • la follia estrema è la persuasione che le cose – cioè gli enti, i non-niente- siano niente
    • “Ente” (“essente”) significa “ciò che è”
    • il destino sta
    • Eterno non significa “immortale”
    • Nessuna cosa è “creatura” e nessuna è un “creatore”
    • Noi siamo la Gioia. Noi, i mortali.  I mortali sono la Gioia del Tutto, ma credono di essere mortali
    • per conoscere la sorte del sole dopo il tramonto occorrono delle teorie. di queste teorie è dominante quella che afferma che, incenerendosi, la legna è diventata niente

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  • La filosofia futura (1989)
    • Tutto è eterno significa che ogni momento della realtà è.  ossia non esce e non ritorna nel nulla; significa che anche alle cose e alle vicende più umili e impalpabili compete il trionfo che si è soliti riservare a Dio.
    • Eterno ogni nostro sentimento e pensiero, ogni forma e sfumatura del mondo, ogni gesto degli uomini.
    • E anche tutto ciò che appare in ogni giorno e in ogni istante: il primo fuoco acceso dall’uomo, il pianto di Gesù appena nato, l’oscillare della lampada davanti agli occhi di Galileo, Hiroshima viva ed il suo cadavere.
    • Eterni ogni speranza ed ogni istante del mondo, con tutti i contenuti che stanno nell’istante, eterna la coscienza che vede le cose e la loro eternità e vede la follia della persuasione che le cose escano dal niente e vi ritornino – la follia che domina il mondo.
    • Eterna anche questa follia; e il suo esser già da sempre oltrepassata nella verità e nella gioia”
    • Eterno è ogni essente, eterno è l’apaprire di ogni essente, eterno è ogni legame, ogni relazione, ogni istante, ogni sopraggiungere, ogni dileguare
    • è impossibile che uno creda, ad un tempo, che la stessa cosa sia e non sia

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  •  Tautotes (1995)
    • l’incominciare ad essere della venere è qualcosa di diverso dal diventare cenere da parte della legna
    • per la scienza la combustione della legna è trasformazione di una certa quantità di energia. nel modo di pensare della scienza non si può dire che la legna è diventata cenere. Ma si deve dire che la legna è diventata un insieme di nuove forme di energia
    • la legna non diventa cenere: non c’è l’identità dei diversi. A non può essere Non A, cioè B
    • è sempre il qualcosa, e non il nulla, a diventare altro
    • per pensare che la legna è diventata cenere è necessario pensare la relazione tra legna e cenere. Ogni essente è legato ad ogni altro essente da un nesso necessario
    • inteso come divenir altro , il divenire è impossibile. E’ nulla
    • l’esser sè dell’essente (identità dell’essente) è l’esser sè di ogni essente
    • E’ impossibile che l’essente sia nulla e quindi esca e ritorni nel nulla: ogni essente è eterno
    • necessario ed eterno è il nesso tra ogni essente e il suo non essere tutto ciò che è altro da esso
    • il non isolamento del qualcosa (A, “soggetto”) dal qualcosa (A,B; “predicato”) che esso è implica il loro nesso necessario e l’eternità del loro nesso
    • Necessario ed eterno è il nesso tra ogni essente e il suo non essere tutto ciò che altro è da esso
    • la totalità dell’apparire è l’apparire del divenire, in quanto comparire dell’eterno
    • quando un essente incomincia ad apparire, incomincia ad apparire quell’eterno che è questo stesso incominciante

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  • La legna e la cenere (1999)
    • il nichilismo, nella sua essenza è credere che gli essenti escano dal niente e vi ritornino. Questa persuasione è la persuasione che gli essenti sono niente
    • il “destino” è lo stare che, a differenza dell’epistéme, riesce a non essere tolto dalla negazione di esso
    • l’eternità dell’essente, che appare nello sguardo del destino, non è una fede: essa è proprio la non fede, lo stare dell’innegabilità del destino
    • legna e cenere, lampada: il prima continua ad apparire anche quando appare il poi: appunto perchè, altrimenti, il poi non potrebbe apparire come poi – visto che appare come poi in relazione al prima
    • la “Gioia” è l’inconscio della struttura originaria del destino. Cioè “noi” (ossia l’essenza del nostro esser-uomo) siamo la Gioia (siamo la struttura totale del destino)
    • è impossibile che l’essente sia niente (o che l’essente sia altro da sè)
    • il progressivo apparire è il permanere della identità: il suo permanere nell’apparire

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  • Il mio ricordo degli eterni (2011)
    • Si cerca un riparo, quando si crede di essere un luogo in cui le cose si intrattengono un poco e subito diventano altro, si trasformano e la trasformazione è l’andarsene via delle vecchie cose che, appunto, se ne vanno via e non tornano più, per lasciare il posto alle nuove, che a loro volta subiranno la stessa sorte.
    • È inevitabile che, da che nasce, l’uomo avverta come prioritario l’andare alla ricerca di un Rimedio, di un Riparo che gli consenta di sopportare o addirittura di vincere l’angoscia, la sofferenza, la morte.
    • Lo scopo essenziale, fondamentale di ogni forma di civiltà e di cultura è il continuo potenziamento del Riparo.
    • Siamo destinati a una Gioia infinitamente più intensa di quella che le religioni e le sapienze di questo mondo promettono. E’ necessario che quella luce risplenda e illumini qualcosa di infinitamente più alto di Dio. Non è chiesta: è il nostro destino. E non riposeremo «in pace». In pace riposano i cadaveri. Lasciandosi alle spalle il dolore e la morte, quella luce mostrerà all’infinito una Gioia sempre più infinita.
    • Non c’è nessuno che non sia più. Tutto è eterno. È vero che ricordare è sognare; ma anche i sogni e ciò che essi mostrano sono eterni. Anche l’errare, la contraddizione, la stessa follia del nichilismo sono eterni. Eterno è tutto il contenuto dei nostri ricordi, anche se grigio, dis-
    • L’essenza del nichilismo è pensare che le cose vengono dal nulla e vi ritornano. Questo pensiero implica che si creda che gli esseri (ossia ciò che non è nulla) siano nulla. E questa è l’impossibilità estrema. Appunto per questo i nostri morti ci attendono, come le stelle del cielo attendono che passino la notte e la nostra incapacità di vederle se non al buio.
    • Ciò che se ne va scompare per un poco. I morti che se ne vanno scompaiono per un tempo maggiore. Ma poi, tutto ciò che è scomparso riappare. Ogni cosa può dire: «Ancora un poco e non mi vedrete; e un poco ancora e tornerete a vedermi, perché vado al Padre»; «E nessuno toglierà via da voi la vostra gioia».
    • L’«uomo», in quanto «uomo», è un aver fede. O anche volontà, e la volontà è fede; non è una causa che, facendo diventar altro le cose, riesca a ottenere che qualcosa divenga e quindi sia altro da sé.
    • Noi non siamo soltanto un esser «uomo»: già da sempre siamo oltre l’uomo – in un senso abissalmente diverso dal «superuomo» di Nietzsche, che incarna la forma suprema della volontà, cioè della fede, cioè della Follia.
    • Ognuno di Noi è l’eterno apparire del destino. Ciò in cui credo è dunque il mio esser «uomo» a crederlo e a ricordare i vari modi in cui sono stato credente e lo sono tuttora.
    • La grande veglia è ciò che chiamo «destino della necessità» o «destino della verità», o, semplicemente, «destino». La parola destino indica lo stare: lo stare assolutamente incondizionato.
    • Il destino è l’apparire di ciò che non può essere in alcun modo negato, rimosso, abbattuto, ossia è l’apparire della verità incontrovertibile; e questo stesso apparire appartiene alla dimensione dell’incontrovertibile. Al di là di ciò che crede di essere, l’uomo è l’apparire del destino.
    • Al centro di ciò che non può essere in alcun modo negato sta l’impossibilità che un qualsiasi essente sia stato un nulla e torni ad esserlo. Questa impossibilità è la necessità che ogni essente sia eterno.
    • Nella sua essenza, ogni uomo è l’eterno apparire del destino; e nel cerchio del destino, in cui l’essenza dell’uomo consiste, va via via apparendo la manifestazione del mondo, cioè il grande sogno che include anche questo esser uomo che sono io e che sta scrivendo intorno ai propri ricordi.
    • Come ogni altra, anche questa autobiografia appartiene a quel sogno. L’io del sogno è il narrante. L’Io del destino guarda il narrante e la narrazione. Poi ci sarà il risveglio

 

Visita ai Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, Hangar Bicocca, Milano 27 luglio 2014

Avatar di Paolo FerrarioTRACCE e SENTIERI

Zoele disegna le torri di Kiefer:

Entrata:

Ludovico Einaudi:

“Nel corso della mia attività concertistica, mi è capitato di suonare in alcuni spazi che emananavano un’energia speciale, in alcuni casi il luogo sprigionava una tale forza che mi ha spinto a modificare radicalmente il concerto, a creare qualcosa che vibrasse insieme allo spazio. Così è stato il 10 febbraio del 2005 quando suonai all’Hangar della Bicocca attorniato da “I Sette Palazzi Celesti” di Anselm Kiefer.

Due giorni prima del concerto feci le prove, era come suonare dentro un’immensa cattedrale, il suono viaggiava verso l’alto, non finiva mai, le “sette torri” evocavano una potenza misteriosa con cui non si poteva non dialogare. Decisi di fare qualcosa di completamente diverso da quello che avevo pensato, avevo solo un giorno a disposizione per prepararmi, e buttai giù una serie di schizzi, decidendo che mi sarei lanciato a improvvisare intorno alle nuove idee che avevo…

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Nietzsche Friedrich, SCHEDE a cura della Comunità parrocchiale S. Antonino Martire di Castelbuono e raccolte da Michela Mazzola su Slideshare

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  • 22 Ottobre: F. Nietzsche 19 Novembre: E. Severino 10 Dicembre: E. Scalfari 14 Gennaio: H. Küng 25 Febbraio: C.M. Martini 24 Marzo: E. Bianchi 21 Aprile: E. De Luca 19 Maggio: E. Hillesum
  • F. Nietzsche (1844 – 1900)
  • “Nei prossimi anni il mondo sarà sottosopra: dopo che è stato licenziato il vecchio Dio, sarò io d’ora in poi a regnare sul mondo” (F. Nietzsche)
  • 1. Il Nietzsche di Nietzsche 2. Il Nietzsche degli altri 3. Il Nietzsche dei teologi 4. Il Cristianesimo dopo Nietzsche 5. Il primo e l’ultimo Nietzsche
  • 1. Il Nietzsche di Nietzsche
  • 1. L’uomo si trova spezzettato, diviso tra parecchie verità parziali, nessuna delle quali lo soddisfa: così l’uomo soffre in se stesso della “più terribile malattia”: egli nonhapiù identità. 2. A quest’uomo malato egli vuole proporre la guarigione attraverso: – una viva polemica – una pedagogia positiva.
  • La guarigione via polemica pedagogia positiva
  • La guarigione via polemica pedagogia positiva
  • Vuole spazzare via l’illusione di una salvezza assicurata al di fuori del mondo.
  • Per questo attacca tutti gli ideali che, da Socrate a Platone, strappano l’uomo all’affermazione del divenire sotto tutte le sue forme, senza riuscirvi, e lo rigettano in un aldilà illusorio.
  • La guarigione via polemica pedagogia positiva
  • Propone una guarigione attraverso una lunga convalescenza con cui l’uomo deve passare progressivamente dalla bestia all’“oltre”uomo:
  • – sottrarre l’uomo ad una totalità di senso chiusa che lo strappa al divenire, lo rende colpevole e disagiato; – il rimedio: fargli scoprire una pienezza di senso che s’iscrive nell’innocenza del divenire.
  • “… il funambolo si era messo all’opera: camminava sulla fune tesa fra due torri, sospesa quindi sopra il mercato e il popolo… … gettò via la pertica e, più veloce di essa, come un vortice di braccia e di gambe, precipitò nel vuoto”.
  • “Ma io ti chiedo: sei un uomo cui è lecito desiderare un figlio? Sei tu il vincitore, il dominatore di te stesso, il padrone dei tuoi sensi, il signore delle tue virtù? Questo ti chiedo”.
  • O nel tuo desiderio parla l’animale la necessità? O l’isolamento? O l’insoddisfazione di te stesso?”.
  • Così parlò Zarathustra Dei Preti
  • E una volta Zarathustra fece ai suoi discepoli un cenno e disse loro queste parole: «Qui ci sono dei preti: ma anche se sono miei nemici, passate loro accanto in silenzio lasciando dormire la spada!
  • Anche tra voi ci sono eroi; molti di voi soffrirono troppo: – così vogliono far soffrire altri. Sono nemici cattivi: nulla è più vendicativo della loro umiltà. E facilmente s’imbratta chi li assale. Ma il mio sangue è parente del loro; e io voglio sapere il mio sangue onorato nel loro».
  • E quando furono passati oltre, Zarathustra fu preso dal dolore; e non aveva lottato ancora a lungo col suo dolore che prese così a parlare:
  • «Questi preti mi fanno pietà! E sono contrari al mio gusto; ma questo sarebbe il meno, da quando io sono fra gli uomini.
  • Ma io soffro e soffersi con loro: per me sono dei prigionieri e dei segnati. Colui che chiamano liberatore li mise in catene. In catene di falsi valori e folli parole! Ah, se uno li redimesse dal loro redentore!
  • Su un’isola credettero allora di approdare, quando il mare li circondò da ogni parte; ed ecco che era un mostro addormentato!
  • Falsi valori e folli parole: sono i peggiori mostri per i mortali, – a lungo dorme e attende in essi il destino. Ma alla fine giunge: si desta e divora e inghiotte chi si edificò capanne sopra di lui.
  • Oh, guardate le capanne che questi preti si edificarono! Chiese chiamano essi le loro spelonche dolce odoranti! O questa luce falsa, quest’aria pesante! Qui dove all’anima non è dato di volare alle sue vette!
  • Perché così comanda la loro fede: «Su per la scala in ginocchio, voi peccatori!».
  • In verità, preferisco vedere uno spudorato, piuttosto che gli occhi stravolti del loro pudore e della loro adorazione. Chi si creò simili spelonche e scale di penitenza? Non furono coloro che si volevano nascondere e si vergognavano del cielo puro?
  • E solo quando il cielo puro guarderà attraverso le volte squarciate, guarderà l’erba e il rosso papavero lungo i muri squarciati, – voglio rivolgere di nuovo il mio cuore ai luoghi di questo dio.
  • Chiamarono Dio quel che li contraddiceva e faceva loro male: e in verità c’era molto di eroico nella loro adorazione! E non seppero amare il loro dio in altro modo se non crocifiggendo l’uomo!
  • Come cadaveri pensarono di vivere, di nero pararono il loro cadavere; anche nei loro discorsi sento lo sgradevole aroma delle camere mortuarie. E chi vive vicino a loro, vive vicino a negri stagni, da cui il rospo fa sentire il suo canto pieno di dolce profondità.
  • Canti migliori dovrebbero cantarmi, perché io imparassi a credere al loro redentore: più redenti dovrebbero apparirmi i suoi discepoli! Nudi vorrei vederli: perché solo la bellezza dovrebbe predicare penitenza. Ma chi dovrebbe essere convinto da questa mestizia travestita!
  • In verità, i suoi redentori non vennero dalla libertà e dal settimo cielo della libertà! In verità, essi non camminarono mai sui tappeti della conoscenza! Di lacune consisteva lo spirito di questi redentori; ma in ogni lacuna avevano messo la propria illusione, il riempitivo che chiamarono dio.
  • Nella loro compassione era affogato il loro spirito, e quando essi si riempivano e traboccavano di compassione, sopra galleggiava sempre una grande stoltezza.
  • Con zelo e alte grida spingevano il loro gregge sul loro sentiero: quasi vi fosse un solo sentiero verso il futuro! In verità, anche questi pastori erano ancora pecore!
  • Piccoli spiriti e anime spaziose avevano questi pastori: ma, fratelli, che piccoli paesi erano finora anche le anime più spaziose! Fecero segni di sangue sul cammino che percorrevano e la loro stoltezza insegnò che la verità si dimostra col sangue.
  • Ma il sangue è il peggior testimone della verità; il sangue avvelena la dottrina più pura e la cambia in follia e odio dei cuori. E se uno va nel fuoco per la propria dottrina, che cosa dimostra! In verità è meglio che la propria dottrina venga da un incendio proprio.
  • Cuore torbido e testa fredda: quando s’incontrano, nasce il vento impetuoso, il “redentore”. Ci furono uomini più grandi e di più alta nascita di quelli che il popolo chiama redentori, questi venti impetuosi che travolgono!
  • E da uomini più grandi di tutti i redentori dovete essere redenti, fratelli, se volete la via della libertà! Non ci fu mai finora un “oltreuomo”.
  • Nudi vidi entrambi, il più grande e il più piccolo: Sono troppo simili fra loro. In verità, anche il più grande lo trovai – troppo umano!». Così parlò Zarathustra.
  • 2. Il Nietzsche degli altri
  • Antipositivista Profeta del nazismo Esistenzialista Nietzsche Esistenzialista Irrazionalista Vitalista
  • Il Nietzsche di A. Gramsci (Quaderni dal carcere)
  • Ogni volta che ci si imbatte in qualche ammiratore del Nietzsche, è opportuno domandarsi e ricercare se le sue concezioni «superumane», contro la morale convenzionale, ecc. ecc., siano di pretta origine nicciana, (…) oppure abbiano origini molto piú modeste, siano, per esempio, connesse con la letteratura d’appendice.
  • Il Nietzsche di M. Kùndera (L’insostenibile leggerezza dell’essere)
  • … Nietzsche esce dal suo albergo a Torino. Vede davanti a sé un cavallo e un cocchiere che lo colpisce con la frusta. Nietzsche si avvicina al cavallo e, sotto gli occhi del cocchiere, gli abbraccia il collo e scoppia in pianto.
  • Ciò avveniva nel 1889 e a quel tempo Nietzsche era già lontano dagli uomini. In altri termini, proprio allora era esplosa la sua malattia mentale. Ma appunto per questo mi sembra che il suo gesto abbia un significato profondo.
  • Nietzsche era andato a chiedere perdono al cavallo per Descartes. La sua pazzia (e quindi la sua separazione dall’umanità) inizia nell’istante in cui piange sul cavallo. È questo il Nietzsche che amo.
  • Lo vedo che si allontana dalla strada sulla quale l’umanità, «signora e padrona della natura», prosegue la sua marcia in avanti.
  • Il Nietzsche di Benedetto XVI Meditazione davanti alla Sindone Torino, 2 maggio 2010
  • Sul finire dell’Ottocento, Nietzsche scriveva: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”. Questa celebre espressione, a ben vedere, è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo.
  • Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.
  • 3. Il Nietzsche dei teologi
  • H. de Lubac
  • Alla morte di Dio subentra anche la morte dell’uomo Il suo sferzante disprezzo ha di mira le nostre mediocrità, le nostre ipocrisie. L’alternativa: – il cristianesimo eroico. – la forza della carità.
  • H.U. von Balthasar
  • Nietzsche è colui che ha compreso come al cuore del cristianesimo, prima di norme etiche o dogmatismi filosofico-teologici, stia il Crocifisso, cioè il Dio che è morto per noi sulla croce.
  • H. Küng
  • Nietzsche più anti-cristiano che anti-Cristo. una salutare provocazione per i cristiani. Se il cristianesimo fosse … Se Dio fosse … Se il concetto di “al di là” fosse … Se il concetto di anima fosse … Se il concetto di “peccato” fosse …
  • Non si può essere cristiani senza essere uomini. Essere cristiani come – un essere uomini radicale, -veramente umano, capace cioè di assorbire pienamente, persino in tutta la sua negatività, l’umano, troppo umano.
  • S. Quinzio
  • La volontà di potenza deve essere interpretata come una categoria escatologica, – la categoria che permette di prospettare nuovi cieli e nuove terre: il superuomo, l’uomo al di là di così com’era. – un Nietzsche escatologico è un Nietzsche cristiano.
  • 4. Il Cristianesimo dopo Nietzsche
  • 1. Il suo pensiero è indissolubilmente legato al cristianesimo. 2. La sua critica è come una riflessione in profondità sul fatto cristiano, sulla sua storia, sul suo futuro. 3. A questa chiamata personale non si può rispondere che con una riflessione esistenziale.
  • Il cristianesimo andrebbe riletto non ricorrendo alle metafore passive – della visione – e della fusione
  • Il cristianesimo andrebbe riletto non ricorrendo alle metafore passive – della visione – e della fusione ma ricorrendo alle metafore di – collaborazione, – costruire-con
  • perché la vita eterna non è una dissoluzione in Dio, un benefico letargo,
  • perché la vita eterna non è una dissoluzione in Dio, un benefico letargo, ma giubilo di partecipare “corpo e anima”all’Atto creatore infinito quale è il Dio Vivente
  • 5. Dal primo all’ultimo Nietzsche
  • Al Dio sconosciuto (poesia composta nel 1864, quando aveva appena vent’anni)
  • Ancora una volta, prima che m’avvii con lo sguardo rivolto innanzi io levo solitario a te le mani, chiedendoti rifugio, a te cui alzo nel profondo cuore grandi altari solenni perché la voce tua sempre mi chiami, lassù risplende profondamente incisa la parola: al Dio sconosciuto.
  • Ed io son suo, anche se son rimasto fino a quest’ora fra le schiere empie; io son suo, e sento le catene che mi voglion portare alla battaglia, sicché, se fuggo, mi costringono a servirlo.
  • Ti voglio conoscere, o Sconosciuto, che afferri la mia anima, che la mia vita sconvolgi come una tempesta, o Inafferrabile, eppure a me congiunto, voglio conoscerti e servirti.
  • Il lamento di Arianna (Opera terminata il 3 gennaio del 1889; il 9 gennaio è ricoverato in una clinica per malattie mentali)
  • No! torna indietro! Con tutte le tue torture! Tutte le lacrime mie corrono a te e l’ultima fiamma del mio cuore s’accende per te. Oh torna indietro, mio dio sconosciuto! dolore mio! felicità mia ultima!…

Emanuele Severino: schede a cura della Comunità parrocchiale S. Antonino Martire di Castelbuono e raccolte da Michela Mazzola su Slideshare

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Severino

 

  • Emanuele Severino (1929 –
  • 1. Emanuele prima di Severino 2. Il pensiero. Le strutture 3. Il pensiero. La forma autobiografica 4. Il Cristianesimo secondo Severino 5. Severino secondo il Cristianesimo 6. Il Cristianesimo dopo Severino 7. Da Emanuele a Federico Severino
  • 1. Emanuele prima di Severino
  • Gli affetti
  • Il fratello Giuseppe
  • Mio fratello Giuseppe aveva otto anni più di me. Studente alla Scuola Normale Superiore di Pisa,studente di Filosofia, frequentava le lezioni di Giovanni Gentile. Il primo dei miei morti. Sin da bambino avevo incominciato a studiare il pianoforte. Mio fratello lo suonava bene, ma a me piaceva soprattutto improvvisare qualcosa di mio.
  • Crescendo, sono diventato un bambino allegrissimo. Fino a quando mio fratello se ne è andato. Mi sembrava naturale proseguire il cammino di mio fratello, ma non mi sarebbe nemmeno dispiaciuto diventare ingegnere o fisico.
  • Pensavo di più alla morte di mio fratello al fatto che avesse solo ventun anni, al dolore che aveva scavato il volto di mia madre e di mio padre – e alla musica, che a quanto stava accadendo nel mondo.
  • Quando – avevo circa dodici anni – mio fratello incominciò a parlarmi della filosofia, mi sembrò di scorgere un cielo nuovo. Era una percezione confusa, ma si faceva strada. La religione era diventata in me una specie di scala per restare vicino a mio fratello: non era il dolore del mondo a presentarmisi come una scala per raggiungere Dio.
  • La moglie Esterina
  • Mio fratello – il primo dei miei morti. Dopo di lui mio padre, e poi mia madre, e infine la ferita più profonda, mia moglie, Esterina. Il suo nome non le piaceva. In casa la chiamavano cosi. L’ho fatto sempre anch’io. Ma il suo vero nome era Ester Violetta o Estervioletta.
  • Violette: sua nonna materna era francese e qualcosa di quella grazia femminile d’Oltralpe mia moglie se l’è sempre portato dietro. Ci siamo conosciuti quando avevamo sedicianni. Siamo stati insieme fino ai nostri ottant’anni. Insieme a tutti i miei morti – e insieme a tutti i morti – mi aspetta.
  • Mi si lasci dire che era donna splendida. Anche in età avanzata. «È una delle ragazze più belle di Brescia» si diceva. Uscendo con me confermava la sentenza che le belle donne non amano gli uomini belli. Ed era di grande intelligenza. Alla carriera universitaria preferì il nostro matrimonio, i figli, la casa. Riteneva inconciliabili le due cose. Come poi avrebbe fatto mia figlia con la matematica.
  • Alla grazia franceseEsterina univa il fascino di certe donne ebree. Alla discussione della mia tesi di laurea parteciparono i miei genitori ed Esterina con i suoi. Quando si laureò, Esterinavolle invece che alla discussione della tesi ci fossi soltanto io.
  • Se sono andato in giro, in Italia o all’estero, è stato solo per fare una vacanza insieme a Esterina, non per partecipare ai convegni a cui ero stato invitato o per tenere le conferenze che mi erano state richieste.
  • Anche Esterina era stata abituata al cattolicesimo, ma suo padre era un uomo di cultura laica. Da quando ci siamo sposati, Esterina ha sempre scritto a macchina le mie cose. Fino a quando mi sono deciso a usare il computer, ma eravamo già sessantenni.
  • Nell’imminenza del parto, dove ora si trova la libreria era stato disposto un lettino e lì Esterina diede alla luce Federico. Io ero pressappoco qui o accanto al lettino e la levatrice mi teneva su di morale. Mi sembrava di aver già esagerato con l’esibizione di quanto pesi sulla mia vecchiaiala mancanza di Esterina.
  • Ora aspetto che Esterina mi prenda ancora una volta la mano e mi dica di guardare il sole.
  • I maestri
  • Mi stava davanti un filosofo: don Zani. Non doveva e non voleva infatti introdurrai alla teologia, ma alla filosofia. E non voleva che la filosofia si facesse aiutare dalla fede. Mi ha introdotto alla filosofia con la serietà profonda di chi parla dell’essenziale, e lo sa e vuol farlo capire all’interlocutore.
  • Intelligente e aperto, si è sempre tenuto in disparte. Ha continuato a seguire il mio cammino, facendomi pervenire il suo compiacimento affettuosoper quanto andavo scrivendo.
  • Bontadini pensava di riproporre il discorso metafisicoche negli ultimi due secoli era stato sempre più emarginato, e soprattutto la metafisica classica. Per Bontadini non si trattava di rilevare la concordanza tra filosofia e cristianesimo guardando alla filosofia patristica e scolastica, ma valorizzandoinnanzitutto la riflessione greca sul senso dell’essere. Era in gioco il destino della filosofia e dell’intera sua storia.
  • 2. Il pensiero Le strutture
  • Essenza del nichilismo (1972)
  • La storia della filosofia occidentale è la vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’essere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei greci [Parmenide].
  • Parmenide 1. L’essere è uno; 2. L’essere è eterno; 3. L’essere è continuo; 4. L’essere è indivisibile e non composto di parti; 5. L’essere è immobile; 6. L’essere non è soggetto a nascita o corruzione.
  • E in questa vicenda la storia della metafisica è il luogo ove l’alterazione e la dimenticanza si fanno più difficili a scoprirsi: proprio perché la metafisica si propone esplicitamente di svelare l’autentico senso dell’essere, e quindi richiama ed esaurisce l’attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si impone.
  • La storia della filosofia non è per questo un seguito di insuccessi; si deve dire piuttosto che gli sviluppi e le conquiste più preziose del filosofare si muovono all’interno di una comprensione inautentica dell’essere.
  • La filosofia futura (1989)
  • Tutto è eterno significa che ogni momento della realtà è ossia non esce e non ritorna nel nulla; significa che anche alle cose e alle vicende più umili e impalpabili compete il trionfo che si è soliti riservare a Dio.
  • Eterno ogni nostro sentimento e pensiero, ogni forma e sfumatura del mondo, ogni gesto degli uomini.
  • E anche tutto ciò che appare in ogni giorno e in ogni istante: il primo fuoco acceso dall’uomo, il pianto di Gesù appena nato, l’oscillare della lampada davanti agli occhi di Galileo, Hiroshima viva ed il suo cadavere.
  • Eterni ogni speranza ed ogni istante del mondo, con tutti i contenuti che stanno nell’istante, eterna la coscienza che vede le cose e la loro eternità e vede la follia della persuasione che le cose escano dal niente e vi ritornino – la follia che domina il mondo.
  • Eterna anche questa follia; e il suo esser già da sempre oltrepassata nella verità e nella gioia”.
  • 3. Il pensiero La forma autobiografica
  • Le domande di Emanuele e le risposte di Severino
  • Il primo ricordo? Un bambino sui quattro anni seduto per terra sotto il grande tavolo della cucina: una metafora, ci indica il rimedio, il riparo, il sotto in cui ogni «uomo» cerca di rifugiarsi sin dal momento in cui si sente un mortale, cioè sente che ogni momento e ogni stato della sua esistenza se ne va via e non ritorna.
  • Si cerca un riparo, quando si crede di essere un luogo in cui le cose si intrattengono un poco e subito diventano altro, si trasformano e la trasformazione è l’andarsene via delle vecchie cose che, appunto, se ne vanno via e non tornano più, per lasciare il posto alle nuove, che a loro volta subiranno la stessa sorte.
  • In qualche modo, ho sempre trovato un tavolo sotto cui stare, senza chieder niente a nessuno. È per i miei morti, invece, che il tavolo mi è mancato. Qui, nessuno è al riparo. Ma chi sono «io» (e «tu» e «lui») a cui è mancato il riparo?
  • Sono l’errante, l’errare di un certo esser «uomo» – sono cioè la fede che, errando, crede nel diventar altro delle cose, nel loro andarsene via senza ritornare, e che quindi ha bisogno di un riparo in cui quelle amate possano essere trattenute e protette.
  • È inevitabile che, da che nasce, l’uomo avverta come prioritario l’andare alla ricerca di un Rimedio, di un Riparo che gli consenta di sopportare o addirittura di vincere l’angoscia, la sofferenza, la morte.
  • Lo scopo essenziale, fondamentale di ogni forma di civiltà e di cultura è il continuo potenziamento del Riparo. È la stessa atmosfera del cristiano profondamente convinto, che crede di potersi unire a Cristo e a Dio e vivere all’interno del Riparo, in qualche modo identificandovisi.
  • I nostri morti? Mio fratello – il primo dei miei morti. Dopo di lui mio padre, e poi mia madre, e infine la ferita più profonda, mia moglie, Esterina. Insieme a tutti i miei morti – e insieme a tutti i morti – mi aspetta. I nostri morti ci aspettano. Ora sono degli Dèi. Per ora stanno fermi nella luce. Come le stelle fisse del cielo.
  • Siamo destinati a una Gioia infinitamente più intensa di quella che le religioni e le sapienze di questo mondo promettono. E’ necessario che quella luce risplenda e illumini qualcosa di infinitamente più alto di Dio. Non è chiesta: è il nostro destino. E non riposeremo «in pace». In pace riposano i cadaveri. Lasciandosi alle spalle il dolore e la morte, quella luce mostrerà all’infinito una Gioia sempre più infinita.
  • Non c’è nessuno che non sia più. Tutto è eterno. È vero che ricordare è sognare; ma anche i sogni e ciò che essi mostrano sono eterni. Anche l’errare, la contraddizione, la stessa follia del nichilismo sono eterni. Eterno è tutto il contenuto dei nostri ricordi, anche se grigio, dis-
  • L’essenza del nichilismo è pensare che le cose vengono dal nulla e vi ritornano. Questo pensiero implica che si creda che gli esseri (ossia ciò che non è nulla) siano nulla. E questa è l’impossibilità estrema. Appunto per questo i nostri morti ci attendono, come le stelle del cielo attendono che passino la notte e la nostra incapacità di vederle se non al buio.
  • Ciò che se ne va scompare per un poco. I morti che se ne vanno scompaiono per un tempo maggiore. Ma poi, tutto ciò che è scomparso riappare. Ogni cosa può dire: «Ancora un poco e non mi vedrete; e un poco ancora e tornerete a vedermi, perché vado al Padre»; «E nessuno toglierà via da voi la vostra gioia».
  • Sono credente? Certamente si! Tuttavia «credente» non significa senz’altro chi ha fede nella dottrina cristiana o cattolica, ma chi ha fede – qualsiasi sia.
  • Chi crede qualcosa senza esitazioni nel suo cuore non sa di crederlo: si consegna completamente a ciò in cui crede e lo tratta come qualcosa di indiscutibile. Ma si illude.
  • Si crede – si ha fede – proprio perché non si vede; e d’altra parte il credente è tale proprio perché tratta l’invisibile come visibile. Il suo illudersi è un contraddirsi. È un errare: ricordare è errare.
  • L’«uomo», in quanto «uomo», è un aver fede. O anche volontà, e la volontà è fede; non è una causa che, facendo diventar altro le cose, riesca a ottenere che qualcosa divenga e quindi sia altro da sé.
  • Io credo che esista un prossimo che creda, come me, che il mondo esiste, con tutte le cose che io credo che anche il mio prossimo crede che esistano. E io credo che le cose del mondo divengono altro.
  • Noi non siamo soltanto un esser «uomo»: già da sempre siamo oltre l’uomo – in un senso abissalmente diverso dal «superuomo» di Nietzsche, che incarna la forma suprema della volontà, cioè della fede, cioè della Follia.
  • Ognuno di Noi è l’eterno apparire del destino. Ciò in cui credo è dunque il mio esser «uomo» a crederlo e a ricordare i vari modi in cui sono stato credente e lo sono tuttora.
  • Qual’è il tema centrale della mia riflessione filosofica?
  • Che cos’è quella «verità definitiva, incontrovertibile», di cui tutta la filosofia degli ultimi due secoli afferma la morte? La morte delle sue forme storiche è la morte di ogni senso possibile dell’incontrovertibile? E in che luogo ci si trova quando si mette in questione il senso dell’incontrovertibile?
  • E l’incontrovertibile in che consiste, finalmente? È possibile indagare il suo senso senza sapere quale sia il suo contenuto? Il problema non è più soltanto il senso dell’incontrovertibilità della metafisica, ma dell’incontrovertibilità in quanto tale.
  • Che cos’è la verità incontrovertibile?
  • La grande veglia è ciò che chiamo «destino della necessità» o «destino della verità», o, semplicemente, «destino». La parola destino indica lo stare: lo stare assolutamente incondizionato.
  • Il destino è l’apparire di ciò che non può essere in alcun modo negato, rimosso, abbattuto, ossia è l’apparire della verità incontrovertibile; e questo stesso apparire appartiene alla dimensione dell’incontrovertibile. Al di là di ciò che crede di essere, l’uomo è l’apparire del destino.
  • Al centro di ciò che non può essere in alcun modo negato sta l’impossibilità che un qualsiasi essente sia stato un nulla e torni ad esserlo. Questa impossibilità è la necessità che ogni essente sia eterno.
  • Nella sua essenza, ogni uomo è l’eterno apparire del destino; e nel cerchio del destino, in cui l’essenza dell’uomo consiste, va via via apparendo la manifestazione del mondo, cioè il grande sogno che include anche questo esser uomo che sono io e che sta scrivendo intorno ai propri ricordi.
  • Come ogni altra, anche questa autobiografia appartiene a quel sogno. L’io del sogno è il narrante. L’Io del destino guarda il narrante e la narrazione. Poi ci sarà il risveglio.
  • 4. Il Cristianesimo secondo Severino
  • 4.1. La fede e la ragione
  • La teoria della Chiesa La fede non può essere in contrasto con la ragione. La ragione è all’interno della fede, con la funzione di seguire la signora teologia, reggendo lo strascico.
  • La ragione proviene da Dio, le verità di ragione provengono da Dio, e il kerigma, cioè la rivelazione, proviene da Dio: due verità che hanno la stessa fonte non possono essere in contraddizione tra di loro.
  • Le domande di Severino
  • L’armonia di ragione e fede
  • L’armonia di ragione e fede un’affermazione
  • L’armonia di ragione e fede un’affermazione di ragione
  • L’armonia di ragione e fede un’affermazione di ragione di fede
  • L’armonia di ragione e fede un’affermazione di ragione di fede non si può escludere che emerga l’incompatibilità tra ragione e fede: perché la fede non è un’evidenza, non garantisce.
  • L’armonia di ragione e fede un’affermazione di ragione di fede Se è una verità di ragione, allora la fede perde quel carattere soprannaturale che essa intende avere, e cioè il messaggio di Cristo diventa filosofia.
  • Oggi la scienza di sé dice: “non sono una verità voluta, sono un sapere ipotetico”. Oggi questo scontro non è più così drammatico, perché si tratta dello scontro tra due fedi.
  • Oggi (…) la Chiesa cattolica ammette di aver avuto torto nei confronti di Galilei. Una mossa sbagliata. Il cardinal Bellarmino – il grande avversario di Galilei, che gli consigliava di esporre le sue teorie sotto forma di ipotesi e non di verità assolute – possedeva una coscienza critica del sapere scientifico superiore non solo a quella del grande scienziato, ma anche a quella della Chiesa attuale.
  • 4.2. La risurrezione di Cristo
  • Sulle spalle della risurrezione di Gesù si è voluto caricare un peso che essa non può reggere.
  • … anche se l’ evento straordinario della risurrezione di Gesù (e in generale dei morti) si fosse realizzato (o si realizzasse) per davvero, rimarrebbe ancora interamente da spiegare perché il protagonista di tale evento debba essere Dio: perché debba essere Dio ciò che la conoscenza attuale dell’ uomo non riesce a spiegare.
  • Si ammetta pure che la risurrezione di Gesù sia «veramente» accaduta, cioè sia, come vuole la teologia cattolica, una «verità storica». Per il credente tale «verità» sarà un «motivo» per aver fede nella divinità di Gesù. Non potrà tuttavia mai essere un motivo così cogente da trasformare il contenuto della sue fede in una verità assolutamente innegabile.
  • 5. Severino secondo il Cristianesimo
  • Il mio discorso filosofico non prescinde affatto dalla Chiesa e dal cristianesimo. Anzi, le dirò di più: ho sempre rispettato e sottolineato la serietà con cui la Chiesa ha affrontato le mie posizioni filosofiche, anche nel momento in cui è avvenuto lo scontro, la frattura.
  • Io ho sempre espresso ammirazione per la serietà con cui l’autorità ecclesiastica ha esaminato le mie posizioni e mi ha invitato a discuterle. Non condivido affatto quindi chi mi ha ritenuto una vittima. Anzi, per me è stata, anche quella circostanza, un’esperienza culturale interessantissima e feconda.
  • La Chiesa non è mai stata leggera con me, e di questo la ringrazio. Quanto ai teologi devo dire che sono colpito dell’attenzione e del dialogo che hanno avviato.
  • I membri della commissione che avrebbe esaminato i miei scritti: Karl Rahner, Cornelio Fabro, Johannes B. Lotz(allievo di Heidegger e professore alla PUG), e il sacerdote professor Enrico Nicoletti: Paul Ricoeur scrisse la prefazione di alcuni suoi libri, ma in uno Nicoletti affermò di essersi convinto di quanto aveva letto nei miei e non volle più continuare ad essere sacerdote.
  • Il suo schema nella ricezione teologica
  • La ragione naturale arriva fino alla giustificazione razionale dell’atto di fede senza bisogno (né possibilità) di occuparsi dei suoi contenuti propri.
  • Le verità credute sono affermate esclusivamente in base alla loro appartenenza al dogma.
  • L’atto di fede è per sua natura opposto al sapere perché si mantiene per sua natura estraneo all’evidenza.
  • Il cuore della questione: l’evidenza
  • Giovanni Paolo II FidesetRatio circa i rapporti tra fede e ragione (14 settembre 1998)
  • Differenti stati della filosofia, 76
  • La Rivelazione propone chiaramente alcune verità che, pur non essendo naturalmente inaccessibili alla ragione, forse non sarebbero mai state da essa scoperte, se fosse stata abbandonata a se stessa.
  • Il concetto di un Dio personale (…) che tanto rilievo ha avuto per lo sviluppo del pensiero filosofico e, in particolare, per la filosofia dell’essere.
  • La realtà del peccato (…) la quale aiuta a impostare filosoficamente in modo adeguato il problema del male.
  • La concezione della persona come essere spirituale è una peculiare originalità della fede (…) ha certamente influito sulla riflessione filosofica che i moderni hanno condotto.
  • 6. Il Cristianesimo dopo Severino
  • Immerso nell’alienazione, il cristianesimo è come una casa invisibile di cui qualcuno dice, indicando un gran banco di nebbia: “Là c’è una casa”.
  • Che cosa si riuscirebbe a vedere se la nebbia (l’alienazione) diradasse? Forse una casa. Ma forse nulla.
  • Nel primo caso, il cristianesimo avrebbe ancora qualcosa da dire, e di grande, anche qualora fosse liberato dalla nebbia dell’ontologia dell’Occidente;
  • nel secondo caso, con lo svanire della nebbia dovrebbe ammutolire anche ogni parola cristiana. Questo problema rimane aperto. Credo che sinché resta nella nebbia dell’alienazione la casa del cristianesimo sia inabitabile.
  • 7. Da Emanuele a Federico Severino
  • Federico [il figlio] ha una natura profondamente religiosa, cristianamente religiosa. La sua scultura va dall’orrore dell’assoluta assenza di Dio alla sua lacerante presenza e lui sa bene che ciò a cui si rivolgono i miei scritti non ha nulla a che vedere né con l’ateismo né con il suo contrario.
  • 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (4giugno – 27 novembre 2011)
  • Federico vive a modo suo il cristianesimo; ma il Dio cristiano sarebbe più compiaciuto del cristianesimo di Federico che non di quello di tanti sepolcri imbiancati. La speranza non è ebetudine, ma fiorisce in haclacrimarum valle, sì che l’arte non può dimenticarselo.
  • … Ho già detto a suor Giusy che quando toccherà a me, vorrò andare da loro per morire come è morta mia moglie. Si è detta d’accordo.

Le precedenti schede sono state pensate e offerte all’interno di questo ciclo di lezioni:

I SEGNALI SILENZIOSI E I MOLTEPLICI INDIZI

in dialogo con i mendicanti dell’Assoluto

da: http://psantoninomartire.blogspot.it/2013/11/la-comunita-parrocchiale-di.html

 

La Comunità Parrocchiale di Sant’Antonino Martire in Castelbuono (PA), guidata dal parroco Don Mimmo Sideli, ha intrapreso da due anni un percorso di conoscenza e  dialogo con tutte le voci alla ricerca della senso della vita. Lo spirito con cui si vuole condurre questo dialogo è quello del “sapiente” che il filosofo giudeo-alessandrino Filone chiamava methorios, ovvero “colui che sta sul crinale”, guardando dall’una e dall’altra parte, pur mantenendo i piedi ben saldi nel proprio territorio.
Il percorso intrapreso il primo anno (2011-2012)  muove i  suoi passi dall’invito proveniente dal IV Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona (2006) che avverte:

“La società in cui viviamo va compresa nei suoi dinamismi e nei suoi meccanismi, così come la cultura va compresa nei suoi modelli di pensiero e di comportamento, prestando anche attenzione al modo in cui vengono prodotti e modificati. Se ciò venisse sottovalutato o perfino ignorato, la testimonianza cristiana correrebbe il rischio di condannarsi a un’inefficacia pratica”.

Un panorama dei “modelli di pensiero” è stato presentato durante il corso dell’anno da padre Filippo Cucinotta, docente di Teologia Orientale presso la Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista”. Sono uomini e donne che  hanno parlato attraverso “segnali silenziosi e molteplici indizi”, che da “mendicanti” ci offrono spunti di riflessione e confronto, andando oltre i deserti della storia e le oasi della spiritualità, verso quell’Assoluto che tutti richiama a sé

XI Ritiro Filosofico Nocera Umbra, Domus Seminario, 5 – 7 settembre 2014, a cura di Ritiri filosofici

Nocera Umbra, 5 – 7 settembre 2014

XI Ritiro Filosofico

Nocera Umbra, Domus Seminario, 5 – 7 settembre 2014

La filosofia di di Arthur SchopenhauerIl Mondo come volontà e rappresentazione

a cura di Maurizio Morini e Marco Segala

Programma

venerdì 5 settembre 
19,00 – 20,00: arrivo e sistemazione.
20,00: cena.
21,30: presentazione di Ritiri Filosofici e del tema dell’ XI ritiro.


Sabato 6 settembre
8,00: colazione.
9,00 –  10,30Maurizio Morini, Il mondo come rappresentazione, ovvero il problema della conoscenza.
10,30 – 11,00
coffee break.
11,00 – 12,30:  Tavola rotonda: interventi dei partecipanti e repliche del relatore.
13,00: pranzo.

15,30 –  17,00: Marco Segala, La metafisica della volontà, ovvero l’esigenza di spiegare il mondo.
17,00 – 17,30: coffee break.
17,30 – 19,30: Tavola rotonda: interventi dei partecipanti e repliche del relatore.
20,00: cena.
21,30: visita al museo civico di Nocera Umbra.

Domenica 7 settembre 
8,00: colazione.
9,00 – 10,30: Marco Segala, Conoscenza, arte e morale, ovvero l’esigenza di salvarsi dal mondo.
10,30 – 11,00: 
coffee break.
11,00 – 12,30:  Tavola rotonda: interventi dei partecipanti e repliche del relatore.
13,00: pranzo.

Nel pomeriggio, prima dei saluti, ci sarà l’opportunità di una visita guidata al centro storico e alla Cattedrale di Nocera Umbra.

*** ************ ***

I relatori

Maurizio Morini
Insegnante di scuola superiore.
Lauree in Scienze politiche, Scienze religiose e Filosofia. Dottorando nelle Università di Macerata e Mainz.
Principali temi di ricerca: Spinoza e lo spinozismo, Schopenhauer,  filosofia tedesca del XVIII e XIX secolo. Articoli e monografie su questi temi.

Marco Segala
Professore di storia della filosofia, Dipartimento di scienze umane, Università dell’Aquila. Chercheur associé al Centre Alexandre Koyré del Centre Nationale de la Recherche Scientifique, Paris.
Laurea in filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dottorato di ricerca all’Università di Firenze, borse di ricerca a Firenze, Parigi, Frankfurt (Humboldt Fellowship), e di nuovo Parigi (Marie Curie Fellowship).
Principali temi di ricerca: filosofia postkantiana (Schopenhauer, Schelling), storia della scienza tra Sette e Ottocento, storia della geologia (1850-1950). Articoli su questi temi in Italia, Germania, Francia, Spagna e Stati Uniti.

Monografie sulla storia della geologia, sulla relazione tra filosofia e fisiologia (1770-1850), su metafisica e scienze in Schopenhauer.

da XI. Nocera Umbra, 5 – 7 settembre 2014 | Ritiri Filosofici.

La filosofia, condizione della potenza della tecnica, intervista a EMANUELE SEVERINO di Romolo Paradiso, da Elementi numero 32, 2014

Un caffè con…
Emanuele Severino*

*Filosofo, scrittore, docente universitario,
accademico dei Lincei

La filosofia, condizione della potenza della tecnica



Emanuele Severino

di Romolo Paradiso

E’ considerato il fondatore del neoparmenidismo. Nella sua concezione filosofica l’essere non può finire nel nulla, perché eterno. La visione del nichilismo da lui intesa ha fatto scuola. Giustifica la condizione di subordinanza odierna dell’uomo alla tecnica come conseguenza della forza e dell’attualità della filosofia. Una condizione, a suo modo di intendere, irreversibile. Una “follia” di questi tempi, dice, destinata a durare negli anni. E quanto a Dio, come è comunemente inteso, nel suo pensiero non c’è posto. Stiamo parlando di Emanuele Severino, uno dei pensatori di spicco nel quadro filosofico della modernità.

Prof. Severino, perché la filosofia dovrebbe essere di grande attualità?

Fin dall’inizio della civiltà occidentale la filosofia porta alla luce i significati di fondo entro i quali si sviluppa ogni forma del pensiero e dell’agire umani. Il concetto di essere, di nulla, di divenire, di ente, di causa, di relazione e così via, restano definitivamente alla base di ciò che si andrà sviluppando come storia dell’occidente. Questo vuol dire che la dimensione aperta dal filosofare è sempre presente. E’ la circolazione sanguigna che ci tiene in vita, anche inconsapevolmente. Soprattutto la filosofia ha posto alla base del pensiero occidentale una determinazione di fondo: cioè che la trasformazione delle cose è il loro provenire dal nulla e andare nel nulla. Una cosa si trasforma se perde parte di ciò che essa è. Tale perdita vuol dire annullamento. Il concetto della trasformazione delle cose sostiene ogni ambito della cultura e della prassi della nostra civiltà. E’ l’aria che respiriamo e senza la quale non muoveremo un passo.

Il filosofare quindi chiarisce come tale trasformazione abbia senso solo se intesa come il non esser più e non essere ancora da parte delle cose del mondo, uomo compreso?

Questo è un primo significato di “attualità” della filosofia. Ma c’è un secondo aspetto che ci riguarda più da vicino. E’ quello per il quale la civiltà dell’occidente sta diventando la civiltà della tecnica. La tecnica tende a dominare forme di azione e di pensiero che sono apparse via via lungo la strada dell’occidente. Il cristianesimo, l’umanesimo, il comunismo e il capitalismo stesso, hanno inteso o intendono servirsi della tecnica per incrementare la loro forza. Il capitalismo si serve dell’operare tecnologico per incrementare il profitto. Il cristianesimo capisce che non può più svolgere un’attività di carità planetaria, senza un’organizzazione tecnica della carità.


 La tecnica prospetta il suo
dominio sull’universo


Quindi, la conflittualità esistente tra queste forze fa sì che ognuna, per prevalere sull’altra, usi proprio la potenza della tecnica?

Esatto. Ma ancora, tale progressivo rafforzamento della tecnica fa sì che si riduca lo spazio disponibile per lo scopo che ognuna di queste forze intende raggiungere. Si sta arrivando a un punto in cui non si userà più la tecnica per realizzare un incremento indefinito del capitale, ma si userà il capitale per un incremento infinito delle potenzialità tecnologiche. In questa situazione la tecnica prospetta l’universo intero come dominabile da essa. Significa che la tecnica, rafforzando la propria potenza, non considera più come limiti invalicabili i valori proposti dalle forze tradizionali che intendono servirsi della tecnica. Essa progettando il dominio del mondo è convinta che non esista alcun limite al progressivo allargamento del regno da lei instaurato. Nella tradizione dell’occidente il limite di tutti i limiti è Dio. Ora, perché la tecnica possa operare incondizionatamente è necessario che alcun limite si possa frapporre a essa, Dio compreso. Certo, non si può dimostrare scientificamente che Dio è morto, occorre un sapere che dimostri l’inevitabilità della morte di Dio, e tale sapere ce lo offre proprio la filosofia degli ultimi due secoli, che aveva dichiarato la necessità della morte di Dio.

Significa che la tecnica può progettare il dominio totale solo se ascolta la voce della filosofia del nostro tempo.

L’attualità della filosofia è data dall’essere la condizione della potenza reale della tecnica. Ciò smentisce quanti sostengono che la filosofia sia una scienza astratta che non ha nulla a che vedere con i processi del mondo reale.

Ma al contempo, così come la filosofia offre alla tecnica argomenti per credere nella propria forza e nella capacità di dominio sulle cose, può, per inverso, offrire all’uomo le prospettive, le condizioni e i valori necessari per non essere dominato dalla tecnica, ma esserne il dominatore.

Se l’uomo pensa di progettare un mondo che non sia il mondo che la tecnica intende controllare totalmente, quest’uomo è l’uomo ideologico appartenente a quelle ideologie che abbiamo visto destinate a essere travolte dalla tecnica. L’aver mostrato il senso della radicale attualità della filosofia, non vuol dire che quanto la filosofia ha manifestato lungo la strada dell’occidente sia la verità. Anzi. La filosofia, proprio per essere stata estremamente utile, ci mette in guardia dal credere che l’utilità sia verità. La filosofia è attuale e anche utile, ma è l’utilità di Lucifero, che è il portatore di luce ma anche il negativo assoluto. Il concetto che la filosofia è l’attualità assoluta è anche la follia del filosofare, che è diventata la follia della nostra civiltà.

La follia di divinizzare la tecnica…

Dio è il primo tecnico. La tecnica è l’ultimo dio. L’uomo prima evoca Dio per essere salvato. Dio è lo strumento di cui l’uomo si serve per essere salvato. Ma se si rende conto che lo strumento per essere salvato non è potente, allora ha la necessità di potenziare lo strumento. Che si riconosca a Dio la funzione di non essere semplice strumento per la felicità o la salvezza dell’uomo, fa sì che l’uomo capisce che per salvarsi deve dire a Dio: “sia fatta la tua volontà”. Se l’uomo dice: no, Dio, salvami per fare la mia volontà, non potrà essere salvo. Analogamente, l’uomo oggi dice alla tecnica: “salvami, perché ho bisogno di te per vivere, per vivere bene, per fare tutto ciò che voglio”.

Anche qui si riproduce la situazione precedente.

Chiaro. Se cioè la tecnica è uno strumento che deve servire all’uomo per salvarsi, ciò può accadere unicamente se lo strumento è sempre più rafforzato. Quindi, solo se l’uomo non dice più alla tecnica: “rafforzati per fare la mia volontà di essere salvo”, ma chiede a essa quello che chiedeva a Dio, cioè: “sia fatta la tua volontà”. Non possiamo più considerare l’uomo come l’avente il diritto di essere il padrone della tecnica, ma è la tecnica che ha il diritto d’essere padrona dell’uomo. Con i mezzi che oggi abbiamo a disposizione non possiamo dire alla tecnica: fermati perché io ho le mie esigenze”. Rimane un’illusione.

Non siamo messi proprio bene…

Indubbiamente, ma questa è la storia dell’occidente. L’esigenza dell’individuo passa in secondo piano rispetto a quella della tecnica, che in questo momento, e non solo in questo momento, è destinata ad avere il sopravvento su tutto.

 Il problema del nulla


E alle potenzialità della tecnica l’uomo demanda il superamento del nulla.

La tecnica è la forma più radicale di trasformazione del mondo, portata alla luce dalla filosofia. Non è un concetto astratto, perché prima del filosofare non si è ancora in rapporto al nulla e l’uomo vive la propria morte in modo del tutto diverso da quando incomincia a viverla pensando che essa sia annullamento. Tanto è vero che nel tempo del mito i morti vanno via ma tornano e anche i vivi temono il ritorno dei morti e tendono a farseli amici. La morte non è vissuta come la chiusura definitiva dei conti, determinata dall’annientamento della vita. Quando il clima filosofico inizia a espandersi e il tema del nulla a presentarsi in ogni campo dell’attività dell’uomo, questo pensa che la morte sia la fine del tutto. Tale pensiero fa sì che l’uomo cominci a morire in modo diverso rispetto a prima.

Si è allora andati alla ricerca dei rimedi concettuali o religiosi che ci permettessero di liberarci dal nulla, di non essere definitivamente conquistati dal nulla.

Termina l’evocazione mitica di un dio e inizia quella degli dei che sono il modo in cui Dio è presente nel mondo. Anche il capitalismo in tal senso è un dio. Perché intende i rapporti di mercato come legge naturale eterna. Un altro modo di essere un dio che rispecchia nel mondo il Dio teologico è il diritto naturale. L’affermazione cioè che esiste uno statuto giuridico naturale che non può essere violato da alcuna azione dell’uomo. Oggi non si vive più nel diritto naturale ma in quello positivo.

Lei ha detto che siamo sempre scontenti di ciò che siamo e abbiamo. E’ stato sempre così o è il risultato di questi tempi?

L’uomo è scontento da quando il serpente gli dice: “sarai come Dio”. Egli è scontento della situazione in cui si trova, per ciò che è e ha. Cercherà in tutti i modi di emulare Dio. Non riuscendoci.

Non crede che questa inquietudine possa derivare dalla imperfetta conoscenza che abbiamo della potenzialità dell’amore, inteso come sentimento per un tutto frutto di un dono, elemento capace di posizionare l’uomo in una dimensione non materiale e quindi più vicina allo spirito e alla serenità d’animo?

Personalmente preferisco una civiltà fondata sull’amore ad una lontana da questa concezione. Ma il mio desiderio conta poco. “Amore” è una di quelle parole, come “libertà”, che fa breccia nel cuore di tutti. E’ una delle forme più radicali di volontà di trasformare il mondo. Ma l’amore oggi si può sottrarre alla volontà di potenza della tecnica di mutare il mondo?

Il nostro rapporto con il tempo è troppo spesso condizionato dal fare. Non bisognerebbe invece recuperare il tempo interiore, quello del pensarsi e del pensare. Utile alla crescita personale e anche a quella professionale, cioè, del fare?

E’ una variante di quello che prima lei ha detto sull’amore. Un fare senza il pensare è caduco e ottiene poco. Il fare si potenzia se si appoggia al pensare. Ma è un pensare disposto sempre al fare alla fine. Siamo comunque in presenza del dominio assoluto del tutto da parte della tecno-scienza.

Sì, ma se il mio fare è condizionato da un pensiero che tenga conto di ciò che può determinare “il bene” dell’uomo, esso sarà migliore di un fare assolutamente finalizzato all’utilitarismo economico-materiale. Sarà un fare che giunge al risultato economico o tecnologico, senza aver trascurato, o leso addirittura, un segmento della sfera etica umana. E se questo non potrà essere possibile, la conseguenza sarà la rinuncia del fare.

Il concetto da me espresso non è certo l’espressione dell’ultima parola. E’ l’assurdo degli assurdi di questi tempi, purtroppo. E’ la tensione di cercare, attraverso le forme più disparate governate dalla tecnica, di voler essere come Dio. E’ un aspetto subordinato di ciò che prima ho chiamato “follia”.

Ha ragione Seneca quando afferma che solo il presente ha una verità ontologica?

No. Perché significherebbe dare al passato e al futuro la definizione di nulla.

Addirittura, l’affermazione di Seneca per essere vera non può escludere il valore della memoria e dell’esperienza vissuta. Altrimenti il presente non offrirebbe quei presupposti necessari per vivere al meglio il momento.

E’ così.

 Gentile, uno dei massimi
pensatori della modernità


Lei ha spesso parlato di Giovanni Gentile come uno dei massimi pensatori della modernità. Ci spieghi perché, visto che il pensiero di Gentile è stato costretto all’oblio da una sconsiderata e faziosa vulgata filosofica che ne ha offuscato la portata e la lungimiranza.

Gentile è uno dei più grandi filosofi in senso assoluto. E’ un lungimirante, perché è una di quelle voci che sanno dire al mondo che Dio è morto. Gentile non è distante dalla scienza e dalla tecnica, contrariamente a quel che si crede, perché affermando la morte del vecchio Dio, consente alla tecnica di progettare il dominio del mondo.

Anche se Gentile diceva di essere cattolico.

Ma il suo cattolicesimo era tutt’altra cosa. Il dio di cui parla non è il vecchio Dio che egli distrugge, ma è l’atto del nostro pensare. E’ la capacità di trasformare il mondo in cui consiste il nostro pensare. Chiama Dio noi, in quanto atto del pensare.

Siamo tutti debitori a Nietzsche?

Certo. Anche se Gentile è più rigoroso di Nietzsche. Io poi, con Gentile e Nietzsche metterei anche Leopardi. Dimenticato ingiustamente dalla filosofia internazionale. Solo ora il mondo anglosassone comincia ad accorgersi della grandezza di Leopardi. E’ tardi, ma non mai troppo, per fortuna.

da Elementi numero 32.

Intervento di EMANUELE SEVERINO al convegno: Verso un superamento del diritto? Il destino del diritto e la “volontà di potenza” della tecnica, a cura della Fondazione Italiana del Notariato, 2014

AUDIO DELL’INTERVENTO DI EMANUELE SEVERINO:

Nel video gli interventi di:

Natalino Irti
Piero Schlesinger
Emanuele Severino
Coordina
Piergaetano Marchetti

Fondazione Italiana del Notariato
http://www.fondazionenotariato.it

intervento di Paolo Ferrario su SPAZIO, TEMPO E MUSICA in occasione della Mostra FREQUENZE di Doriam Battaglia BATT, allo Spazio Natta, Como 12 luglio 2014

Mostra FREQUENZE 140621/0712 Spazio Natta, Como, 12 luglio 2014
Nell’ambito della mostra di Doriam Battaglia BATT realizzata con il patrocinio del Comune di Como, Assessorato alla Cultura è stato organizzato un incontro-conversazione sul tema “Spazio, Tempo e Musica” che si è svolto sabato 12 luglio (giorno di chiusura della mostra) alle ore 18,30 presso lo Spazio Natta.

I relatori sono stati l’Arch. Angelo Monti 

ed il Prof. Paolo Ferrario (docente presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca)

che dialogheranno con me e con l’artista Benny Posca che ha realizzato una installazione nel giardino antistante lo spazio della mostra

Parto dal testo di BATT che introduce le opere esposte:

“alcune considerazioni sulle opere recenti: sguardo verso l’infinito e l’eterno; pittura “preformale” (vibrazioni, frequenze, particelle, atomi); l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande; regola dei frattali; l’opera come memoria nello spazio; il pensiero che genera la materia; l’attimo fugace (pag. 9-11)

la sua idea di invitarmi parte da questa canzone di Nina Simone: “He was too good to me” (1961) dove l’emozione dell’ascolto dipende dalle pause di silenzio che lei sa introdurre nel suo canto. Di lei diceva Charles Aznavour: “Nina Simone canta le parole delle canzoni”

Da qui una prima suggestione sul rapporto fra spazio (di una tela, di un pannello, di un quadro) e musica: spesso mi capita di rappresentarmi dentro la mia percezione uditiva la musica come delle pennellate gialle, rosse, blu.

E infatti il blu, nella musica jazz (basta ricordarsi di Duke Ellington) è molto ricorrente. E ora lo vediamo nel video  in quella tela di Batt.

A me sembra che i fondamenti del nostro percorso di attraversamento della vita siano:

il Tempo

lo Spazio

l’Eros

la Polis

il Destino

Sul Tempo possiamo fare riferimento ad una splendida lezione del fisico Carlo Rovelli al TedXlakeComo del 2002 nella quale “mostrava ” questi concetti:

  • il tempo non esiste. E’ una concezione utile ma la scienza dimostra, con le argomentazioni degli orologi,  che il tempo non esiste perchè è influenzato dalla gravità. Non esiste un unico orologio, ma tanti orologi diversi, tanti tempi diversi
  • come pure la nozione di alto e basso: che non c’è nell’universo
  • l’universo è sterminato e noi vi occupiamo un angolo piccolissimo, dove percepiamo alcune cose e che interpretiamo con i nostri necessari criteri appresi nella cultura. Il mondo è molto più ricco di come lo percepiamo
  • sull’estremamente piccolo e sull’estremamente grande abbiamo meno nozioni

Ecco: a mio avviso l’arte, la pittura, la musica riescono a rappresentare, tramite l’uso di spazio, colori, note soggettivamente rielaborate, questa complessità che ci appartiene

Qui il video di Carlo Rovelli:

Il Tempo nella musica è ben raccontato dal violoncellista Mario Brunello nel libro Il silenzio, Il Mulino, 2014. Vediamo alcuni passaggi del suo dire:

  • il silenzio è parte dell’ascolto
  • la musica ha bisogno di tempo per essere “sentita”. Occorrerebbe dedicare tempo all’ascolto
  • il silenzio valorizza i suoni
  • il silenzio consente al suono di essere valorizzato

Leggiamo:

ogni forma d’arte ha il suo spazio per il silenzio: la pittura, sorda a ogni commento, vive nel silenzio, ma arriva a descriverlo. La scultura, muta, silenziosa suo malgrado, custodisce gelosamente un insieme di suoni, parole o rumori. La poesia scritta o detta vive nel silenzio, rotto dalle parole, vive nel silenzio degli spazi bianchi non misurabili perchè possono durare all’infinito. La musica addirittura del silenzio ne fa materia prima. Il silenzio che precede la prima nota eil silenzio dopo l’ultima sono indispensabili affinchè la musica si riveli ed esista.” (pag14)

Qui una lezione di Mario Brunello nella quale farà “vedere” come John Cage è il cantore del silenzio, quando rovescia i rapporti fra suono e silenzio. Il silenzio diventa accettazione dei “suoni altri esistenti ” all’interno dello spazio concesso all’autore:

Ma è lo Spazio ad avvicinare molto la musica alla pittura.

Qui l’associazione mentale ed emotiva che faccio è al concetto di Cerchio dell’apparire, insegnato dal filosofo Emanuele Severino. Un quadro e una musica fanno apparire qualcosa. Lo fissano nel tempo.

Leggiamo le sue parole:

“La parola “apparire” non indica la parvenza, l’apparenza illusoria. Anche le parvenze e le apparenze appaiono – e appare il loro rapporto con la “realtà” di cui sono parvenze. L’apparire non è l’apparenza che altera e nasconde l’essere, ma è la manifestazione dell’essere, il suo illuminarsi, il suo mostrarsi. … Appaiono anche i sogni e i silenzi; anche i pensieri e gli affetti – tutte cose che, insieme a tante altre, non sono illuminate dalla luce del sole … e la stessa parola “apparire” proviene dal latino apparere, che è riconducibile a pario, che significa “partorisco” e a paro, “preparo, allestisco”. (in La filosofia futura, Rizzoli, 1989, p. 195-196)

e ancora:

“L’uomo e le altre cose vanno lungo una strada, così come gli astri eterni percorrono la volta del cielo. Il loro sorgere non è il loro nascere, il loro tramontare non è il loro morire, essi brillano eterni anche prima di sorgere e dopo essere tramontati. Tutte eterne, le cose, dalle più umili alle più grandi, tutte ingenerabili e incorruttibili, esse vanno lungo una strada, nel senso che vanno via via mostrandosi, vanno entrando e uscendo dalla volta dell’apparire del mondo.  (in La strada, Rizzoli, 1983, p.  134)

Ecco, a me la figura del cerchio dell’apparire -guardo voi nella sala con i quadri di Batt  ed effettivamente apparite come dentro a un cerchio- sembra perfetta per vedere le vicinanze percettive ed esistenziali fra una musica e un quadro. L’arte produce questo effetto: renderci consapevoli della eternità di ogni attimo.

C’è un’altra immagine molto adatta a far riflettere su questo tema. Le immagini di una pellicola fotografica sono una sequenza di fotogrammi. Noi percepiamo quell’attimo, che poi scompare, e nella sequenza della comparsa e scomparsa ottemiamo l’effetto della visione e dell’ascolto. Dunque i fotogrammi scorrono lungo la linea del tempo, compaiono nello spazio e scompaiono: Ma la struttura della pellicola rimane. Dunque quelle singole immagini non finiscono nel nulla, ma sono eterne.

Spiega meglio questo passaggio il filosofo Aldo Natoli, in una intervista alla vicina Radio Svizzera:

A me sembra che quando Doriam Battaglia dice “ciò che provo a rappresentare sono le vibrazioni, le frequenze dello spettro visibile, le particelle, gli atomi e le molecole che vengono a costruire la materia  di cui siamo fatti e di cui è fatto l’universo” ci avvicini, con il linguaggio dell’arte, a fare esperienza diretta della struttura sottostante  ad ogni evento che compaia nel cerchio dell’apparire

Cosa resta della scomparsa o affievolimento, nella pittura dell’ultimo secolo, dei volti, dei paesaggi? Resta la struttura delle cose. Le cose non sono solo “cose”, ma energia. La natura del mondo è un fluire di energia. La materia è un “campo” in cui le diverse espressioni dell’energia si muovono incessantemente. Il mondo fisico non è una serie di oggetti, ma una rete di interazioni in costante flusso.

I frattali, presenti nella espressione pittorica di BATT, ne sono una delle manifestazioni. Il frattale è una figura geometrica, sostenuta dalle regola matematiche, in cui un motivo identico si ripete su scala continuamente ridotta. le zone del dettaglio fanno vedere la struttura ricorsiva che si ripete, ma è  l’effetto visivo quello che ci emoziona. Apputo: struttura sottostante e risultato complessivo. C’è una struttura che sostiene ciò che entrerà nel nostro campo della visione

Un’altra associazione mi è indotta dai pannelli di Batt, soprattutto di quello “bianco” che si vede anche nel video: il rapporto fra mente e cervello.

Qui mi sostiene il libro di Daniel J. Levitin, Fatti di musica, Codice edizioni, 2006. L’autore è un neuroscienziato che ci propone una visione cognitiva dell’ascolto estetico della musica. La mente è la parte di noi che incarna pensieri, speranze, desideri, ricordi, convinzioni, esperienze. Il cervello è un organo fisico (materia) fatto di cellule, acqua, sostanze chimiche. E’ costituito da 100 miliardi di neuroni ed è capace di una quantità enorme di connessioni. Dunque: strutture e connessioni sono alla base della nostra presenza ed identità. Una struttura di base è capace di produrre esiti infiniti. E l’opera d’arte ci offre, per via emozionale, questa vertiginosa e profonda esperienza.

La musica è una combinazione organizzata di suoni nel tempo e nello spazio. E un”arte che sa esprimere i sentimenti per mezzo di un linguaggio delle note che il cervello sa elaborare, sia per la sua struttura biologica, sia per la sua capacità di “fare memoria” e di rielaborala.

Concludo con  la musica che accompagna il lavoro produttivo delle opere pittoriche di Batt. Questa mostra è stata costantemente accompagnata dalla musica di Roberto Cacciapaglia.In riferimento al suo disco “Canone degli spazi” Cacciapaglia dice: “Per comporre i miei brani io uso le triadi, che sono elementi elementari alla base dell’armonia. Usufruisco dei cicli, in cui lo strumento solista rimane sempre al centro, mentre l’orchestra ruota intorno ad esso, facendo delle fasce che vanno dal pianissimo al fortissimo, dando vita a delle orbite, come quelle dello spazio. L’orchestra diviene così come una sorta di costellazione che gira intorno, come fossero onde planetarie. Lavoro sulla presenza del suono, cercando di creare una alchimia fra gesto, suoni e intenzioni per cercare di toccare le emozioni di chi ascolta. Ad ogni modo per me è importantissimo comporre immerso nel silenzio“.

Di Nina Simone e della sua straordinaria capacità di usare il silenzio per agire con il canto e il suo pianoforte nel creare il momento “unico” dell’ascolto interiore ho già detto all’inizio.

Ma ci sono tre musicisti australiani che suonano da una trentina d’anni ad offrire, a mio avviso, una eccezionale base musicale al modo di fare pittura di Batt. Si tratta dei The Necks (Chris Abrahams, tastiere, Tony Buck batteria, Lloyd Swanton, basso).

In Italia sono praticamente sconosciuti. Io li ho inseguiti dove ho potuto, una volta a Forlì e un’altra a Berna

Ascoltiamo questo frammento musicale:

E’ difficile per i Necks proporre dei frammenti perchè la loro specificità consiste nel creare, nel qui ed ora di una serata, un unico pezzo musicale di circa un’ora. Per ascoltarli (e nel tempo di internet oggi questo sembra impossibile) occorre darsi un’ora di tempo

Vi invito a sentire i due pezzi di Aquatic e se volete a inseguire le mie successive note di ascolto.

Qui c’è un estratto di Aquatic:

I The Necks creano e suonano assieme dal 1989, fanno un jazz nuovissimo, esplorano nuove frontiere come hanno fatto i loro predecessori, che cercavano

la nota impossibile, quella che non esiste, che non c’è sulla terra” (Steve Lacy su Thelonius Monk). 

Il loro ascolto lascia sempre il segno. Eppure non hanno attraversato quella invisibile linea che passa fra il notturno trascinare gli strumenti per il piccolo pubblico e la notorietà. Ripeto: almeno in Italia.
Dipenderà anche dal fatto che abitano in una terra straordinaria, ancestrale e moderna nello stesso tempo: l’Australia. Là devono essere molto famosi, visto che continuano il loro progetto musicale difficile e inusuale: in quasi vent’anni hanno realizzato solo 34 pezzi per un totale di 20 ore. Effettivamente la loro musica assomiglia molto a quel paesaggio: sanno creare uno spazio psichico e visivo che è bello e coinvolgente attraversare con la loro guida. Sì, sanno costruire un percorso ipnotico. Come nel film Picnic ad Hanging Rock ha fatto Peter Weir (1975):


C’è una zona d’ombra su di loro e allora vorrei colmare la lacuna e illuminare qua e là.
In “Aquatic” (1999) Chris Abrahams è al Piano e all’organo Hammond, Lloyd Swanton al Contrabbasso acustico ed elettrico, Tony Buck alla batteria e alle percussioni. Questa volta c’è anche Stevie Wishart all’”Hurdy-Gurdy” (
una specie di violino elettrico che ha un suono simile alla cornamusa).
I pezzi sono due: uno di 27 minuti, e l’altro di 25. Una eccezione rispetto al loro standard, che quello di un’unica scultura musicale di circa un’ora.
L’ascolto lascia vigilmente intontiti per la bellezza del ritmo (Tony Buck è un batterista eccezionale), per le armonie degli accordi pianistici, per la ripetizione ipnotica, per tutte le cose che accadono in quella che non è solo un’iterazione minimalista.
Già il primo movimento è di grande soddisfazione per la mente musicale. Suoni raffinati che alimentano l’immaginazione, rintocchi pianistici di forte energia, un drumming-beat davvero unico, rumori ambientali appena accennati e stimolatori di benessere psichico. Come a dire: “sei in un altro spazio, ma qui si può stare bene. E’ solo diverso”.
Ma il secondo movimento è incredibilmente bello (cercherò di scegliere un assaggio  che lo rappresenti). Uno “Swing” che è indubbiamente jazzistico, ma che si avventura in un’Ambient Music di gran cultura. Inizia subito a grande velocità, con il contrabbasso violineggiante di Swanton, incalzato dal terribile Tony Buck, un vero monello della batteria. Poi il piano di
Abrahams comincia a spingere avanti. Sempre di più: trilli, battiti, con il basso a contenere. Ecco di nuovo gli archi. Sempre più veloce, impercettibilmente veloce. Viene voglia di chiudere gli occhi. Ecco: nel nero si vede lo spazio che è attraversato dalle note del piano sorrette da quel tappeto volante che è la batteria, baroccheggiata dal contrabbasso. Ora il ritmo si fa un po’ meno frenetico. E comincia il gioco fra di loro. Sì: l’interplay jazzistico inventato dal trio di Bill Evans risorgesi riattualizza in un’altra dimensione ! I tre improvvisano dentro un sonno spaziale reso possibile dalla (leggera) elaborazione elettronica dei suoni. La conclusione è di grande pace.
Sì è bello stare qui. E dove siamo ?

Ma guarda un po’: ancora in Drive By.

La loro è un’architettura musicale: siamo sempre a casa ! O meglio: si ritorna sempre a casa. Come insegna la cadenza d’inganno, qui raccontata da Alessandro Baricco:

Infine una esperienza musicale irripetibile è quella di Prism , suonato dal trio Keith Jarrett, Gary Peacock, Jack Dejhonette.

Irripetibile perchè questo pezzo è stato suonato così solo quella sera del 1985 a Tokyo e poi mai più:

Guardate Keith Jarret che vola sul pianoforte inseguendo quel frammento di mondo che ha trovato in quell’istante

Guardate Gary Peacock che ride  con il batterista come per dire: “hai visto … è partito …

E non dimentichiamoci di Dejohnette che umilmente si mette al servizio di questa esperienza unica di spazio, tempo e suoni.

Infine: grazie Doriam Battaglia Batt che ha reso possibile questo inimmaginabile incontro nell’imbrunire sul centro storico di Como, nella giornata di sabato 12 luglio 2014.

Paolo Ferrario

I sette palazzi celesti di Anselm Kiefer, in mostra permanente all’hangar Bicocca di Milano

Tutto questo è rappresentato in uno spazio di 7000 metri quadrati decorati come un’immensa navata blu sulla quale si stagliano sette monumentali torri di cemento armato: Sefirot,

Melancolia,

Ararat,

Linee di campo magnetico,

JH&WH,

Torre dei quadri cadenti.

Sono alte tutte dai 14 ai 18 metri ed hanno la forma di contaniners per il trasporto delle merci; per Kiefer sono l’espressione e simbolo dei sette livelli della spiritualità, del cammino che deve intraprendere colui che intende arrivare al cospetto di Dio.

La torre più imponente dell’intera installazione è “Linee di campo magnetico”: misura 18 metri di altezza. Essa è caratterizzata da una pellicola di piombo che la percorre interamente fino a depositarsi ai piedi dell’edificio, dove si trova una bobina cinematografica e di una cinepresa. La scelta del piombo, in quanto materiale che non può essere attraversato dalle radiazioni luminose e non permette quindi la produzione di alcuna immagine, si presta a diverse interpretazioni: dal tentativo nazista di cancellare la cultura ebraica e le minoranze etniche, alla lotta iconoclasta che percorre periodicamente la cultura occidentale dall’epoca bizantina fino all’epoca luterana, alla concezione, più volte enunciata da Kiefer, che “ogni opera d’arte cancella la precedente”.

Questa molteplicità di lettura è connaturata all’opera stessa nel suo complesso che vuole essere insieme interpretazione della religione ebraica, ma anche rappresentazione delle macerie dell’Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale, e proiezione in un futuro possibile – al quale l’artista ci invita a guardare a partire dall’oggi, dal nostro presente rovinoso. Come qualcuno ha scritto, quest’opera è “il ritratto di una catastrofe avvenuta, la rappresentazione di un pianeta disabitato e ridotto in macerie, rappresentazione di un pianeta disabitato, ridotto a maceria”.

I sette palazzi celesti di Anselm Kiefer – Mosaico.

Alessandro Baricco sulla CADENZA D’INGANNO

Emanuele Severino, LA GLORIA, a Modena, sabato 13 settembre 2004

Emanuele Severino è professore emerito di Filosofia teoretica presso l’Università di Venezia e insegna Ontologia fondamentale presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. È Accademico dei Lincei. Ha offerto un’interpretazione della filosofia che sottolinea lo scacco del pensiero metafisico da Platone a Nietzsche e Heidegger. Per superare le aporie nichilistiche della tradizione metafisica evidenti anche nel discorso moderno della tecnica, ha promosso un ritorno a una filosofia dell’Essere che escluda rigorosamente il non-essere e il divenire. Fra le sue opere recenti: La gloria (Milano 2001); Nascere e altri problemi della coscienza religiosa (Milano 2005); Fondamento della contraddizione (Milano 2005); La filosofia futura. Oltre il dominio del divenire (Milano 2006); La tendenza fondamentale del nostro tempo (Milano 2008); Immortalità e destino (Milano 2008); La buona fede. Sui fondamenti della morale (Milano 2008); L’identità del destino. Lezioni veneziane (Milano 2009); Il destino della tecnica(Milano 2009); Democrazia, tecnica, capitalismo (Brescia 2009); Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia (Milano 2011). La Casa Editrice Adelphi pubblica la collana “Scritti di Emanuele Severino”.

Mario Brunello: MUSICA E SILENZIO, a TedxCaFoscari e John Cage, 4’33”

Emanuele Severino sulla GLORIA: “L’ uomo non è un essere effimero ma è il luogo eterno che accoglie la Terra”

Emanuele Severino

La Gloria

hássa ouk élpontai: risoluzione di «Destino della necessità»

«La morte ha un significato che sta al di là di ciò che si intende comunemente con questo termine. Sta al di là della stessa contrapposizione tra morte e immortalità. L’ Occidente, la cui preistoria è l’ Oriente, la intende invece come annientamento, salvando in alcuni casi l’ anima o la coscienza che continuerebbero ad avere una loro vita».

Lei, invece, cosa pensa in proposito? «Da cinquant’ anni cerco di dimostrare che la persuasione che una qualsiasi cosa o evento (uomo, pianta, stella, situazione, istante) possa annientarsi – e annientato sia niente – è Follia essenziale».

Cosa intende con questa espressione? «È la Follia più profonda che possa manifestarsi non soltanto nel mondo umano, ma nel Tutto. In diverse forme la Follia domina la storia della Terra; al di fuori della Follia appare l’ eternità di ogni cosa e di ogni evento».

La sua opera, quel lavoro che da cinquant’ anni svolge, mi sembra che si proponga di offrire una serie di indicazioni per «mantenersi fuori dalla Follia»… «Sì, ma chiariamo. Ho cercato di indicare come “mantenersi fuori dalla Follia essenziale” che non è una semplice fede, un mito, un desiderio vano o un dono divino. Non è nemmeno un atteggiamento scientifico, proprio perché nel suo significato autentico questo “mantenersi fuori dalla Follia” ha una verità e una necessità più radicali di quelle che competono al sapere scientifico».

Il nostro è stato però il tempo che ha negato il concetto di verità assoluta. «Sì, lo ha negato. E la negazione di ogni verità assoluta è conseguenza inevitabile della persuasione che gli eventi possano annientarsi: e questa è, appunto, la Follia essenziale». Ma allora cos’ è l’ uomo? «L’ uomo non è un essere effimero, preda del tempo e del nulla, più o meno raggiunto dalla grazia di un Dio o di un Salvatore, ma è il luogo eterno che accoglie la Terra. O, per dirla in breve, l’ essenza dell’ uomo è l’ apparire eterno degli eterni». E la morte? «La morte appartiene alla manifestazione degli eterni; è un evento interno a tale manifestazione. Essa non ci travolge, ma è una parte del nostro esistere. È una condizione necessaria della felicità. Noi siamo destinati alla felicità, cioè alla Gioia, che è l’ oltrepassamento di tutte le contraddizioni e non un premio concesso a chi avrebbe usato “bene” la propria “volontà libera”. È necessità. È inevitabile che, dopo il tramonto della Terra isolata dalla verità – e dunque dopo il tramonto della vita e della morte, della volontà e dell’ abulia – l’ uomo sia felice.

..

Cosa si intende allora, secondo il suo pensiero, con Gloria? «L’ uomo non solo è l’ eterno apparire degli eterni, ma è una luce che si allarga senza fine sulla distesa degli eterni. Questo infinito dispiegamento è la Gloria». Le pongo una domanda antica. Se questa è la vera dimensione, perché ci sono male e sofferenza? «La Gioia è concreta perché non è oblio del dolore, ma lo conserva integralmente, oltrepassandolo. Senza il dolore non ci sarebbe la Gioia». Scusi professore, ma la sua Gioia mi sembra Dio… «Si tratta di intendersi sul significato della parola Dio. Se Dio non è il demiurgo ma l’ apparire infinito degli eterni, allora, sì, la Gioia è Dio. Ma allora Dio è essenzialmente diverso da quello della tradizione religiosa e filosofica. E poi Dio non sta in un altro mondo: nel profondo noi siamo la Gioia, ovvero l’ oltrepassamento della totalità delle contraddizioni».

da SEVERINO Niente paura, ci aspetta la felicità.

Emanuele Severino, LA GLORIA, Adelphi editore

Le cose perse e salvate di Emanuele Severino, DA Ritiri Filosofici

VAI A:

 

Ritiri Filosofici – Le cose perse e salvate di Emanuele Severino..

Periodizzazione storica: la “filosofia antica” o il pensiero “ellenistico e romano”, secondo Pierre Hadot

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Epitteto: “Solo l’uomo colto è veramente libero”

Solo l’uomo colto

è veramente libero

Epitteto: “Checchè dica qualcuno sul tuo conto, non badargli, perchè non è cosa che ti riguardi”

Checchè dica qualcuno sul tuo conto,

non badargli,

perchè non è cosa che ti riguardi

Epitteto: “Uno è fatto per una cosa, un altro per un’altra”

Uno è fatto per una cosa,

un altro per un’altra

EPITTETO: accetta le cose come vanno

Non devi cercare di fare in modo che le cosa vadano come vuoi,

ma accetta le cose come vanno.

Così vivrai sereno

Epitteto sulle OPINIONI

Non sono le cose reali a turbare gli uomini,

ma le opinioni che essi si fanno delle cose

Francesco Dipalo, Liberi dentro. Il manuale di Epitteto da praticare | da Scorribande Filosofiche

questo libriccino aveva una funzione eminentemente pratica. Encheirìdion in greco significa, letteralmente, “che sta in mano” (en chèir), che si può facilmente “maneggiare”. Qualcosa, insomma, che ci si può (o ci si deve) portare sempre appresso, perché all’occorrenza serve.

A cosa? A “ben vivere”, nel momento presente, a sbrigarsela con se stessi in rapporto “a ciò che è esteriore” (fatti, persone, vicissitudini), ovvero al saper essere e al saper fare. O, per dirla più chiaramente, al “saper stare al mondo”, affrontando nella maniera più idonea le circostanze che la vita ci pone dinanzi in termini più o meno problematici, col bipartire ciò che è in nostro potere (la sfera personale, il modo in cui consideriamo le cose) e ciò su cui non abbiamo alcun controllo (le cose in sé). Per difendere gelosamente la propria libertà interiore bisogna imparare a riconoscere ed applicare tale differenziazione ai nostri casi concreti. Questo, in essenza, è il messaggio di Epitteto. Ma egli non ci dice solo cosa occorra fare (e perché): ci spiega anche come farlo.

Il Manuale è anche “filosofia” nel senso corrente del termine, d’accordo, quindi si tratta di “pensiero astratto”. La sua funzione, però, non è affatto “astratta”. Conoscere per il gusto di conoscere è una bellissima esperienza. Ma ancor più bella è quella conoscenza che dalla concretezza del vissuto (personale) ascende faticosamente alle vette dell’astrazione per ridiscenderne purificata e fresca come torrente montano, nuova vita e nuove prospettive fornendo all’esser presenti a se stessi nel qui e nell’ora.

Insomma, conosco per stare bene, conosco per provare ad essere felice

….

tutto l’articolo qui

Liberi dentro. Il manuale di Epitteto da praticare | Scorribande Filosofiche.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrée Bella (2014), Socrate in giardino, Passeggiate filosofiche tra gli alberi, Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano |di TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrée Bella (2014), Socrate in giardino, Passeggiate filosofiche tra gli alberi, Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrée Bella (2014), Socrate in giardino, Passeggiate filosofiche tra gli alberi, Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano | TartaRugosa.

Epitteto in mezza riga, in 50 classici della spiritualità, Alessio Roberti editore, 2008, p. 128

Apprezza il mondo com’è,

e non come vorresti che fosse

 

Le citazione basiche di Epitteto:

Delle cose che esistono alcune sono in nostro potere, altre no.

In nostro potere sono l’opinione, il desiderio, l’avversione e, in una parola, tutte le nostre azioni.

Non sono invece in nostro potere il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche pubbliche e, in una parola, tutte le azioni che non sono nostre.

 

Non devi cercare di fare in modo che le cosa vadano come vuoi,

ma accetta le cose come vanno.

Così vivrai sereno

 

Giorgio Ficara su: Pietro Citati, LEOPARDI, Mondadori, La Stampa Tuttolibri 23 ottobre 2010

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EPITTETO: ricordarsi di distinguere fra le cose che dipendono da noi da quelle che NON dipendono da noi. Le traduzioni di Martino Menghi, Giacomo Leopardi. E la lettura attuale di Jules Evans

da Epitteto, MANUALE, nella traduzione di Martino Menghi (1996), Rizzoli Bur, 2001

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dalla “volgarizzazione” del Manuale di Epitteto di Giacomo Leopardi:

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dalla lettura attualizzata di Jules Evans, FILOSOFIA PER LA VITA, Mondadori, 2014

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Jacques Schlanger e la sua riproposta del pensiero stoico romano, attualizzato al tempo presente: l’anima bassa

mi sollecitano soprattutto le interprezioni “moderne” di questo pensiero antico:
Jacques Schlanger, Come vivere felici: conversazioni con Epicuro, Epitteto e altri amici, Il melangolo, 2000;
Jules Evans, Filosofia per la vita e altri momenti difficili: come Socrater & Co possono aiutarti a stare meglio, Mondadori, 2014;
Jacques Schlanger, Filosofia da camera, Feltrinelli 2004
(di Schlanger ho ordinato tramite amazon il francese: Du bon usage de Montaigne)
 
Da FILOSOFIA DA CAMERA di F. Schlanger estraggo:
“per “anima bassa” intendo l’insieme delle funzioni e dei funzionamenti fisiologici, sensoriali e motori propri del nostro organismo.
per “anima media” intendo tutto ciò che in noi riguarda gli affetti e le passioni.
Accanto e a completamento di queste due anime sta l'”anima alta“, l’anima pensante, l’anima intellettuale, ciò che in noi pensa, medita, ragiona, calcola, valuta, giudica, decide”
 
e poi applica questa classificazione ( che arriva da molto lontano, dal pensiero antico greco e latino) al respirare, al sognare, al dolore, al mangiare e bere, al dormire, al fare l’amore, al vedere, al camminare
 
e conclude:
“preferisco parlare del gioioso stupore che mi coglie di fronte a me stesso, di fronte al miracolo del mio essere, di fronte alla grandezza della mia anima bassa. Amo ciò che in me è il mio corpo organico, amo questa mia anima in ciò che essa fa per me. La ringrazio di essere ciò che è e di avermi permesso di essere ciò che sono. Non sono nè  il più bello, nè il più forte, nè il più abile, e molte altre qualità mi mancano. Ma sono io, e sono contento di esserlo”
 
e poi, (ma solo alla fine del saggio), Schlanger scrive:
 
“E ancora grazie , Epicuro, per avermi mostrato la via”
 
come a dire: lo dico oggi, ma il pensiero arriva da lì
 
Schlanger è un professore di filosofia della università di gerusalemme.
Una scoperta per me: e i due libri giacevano nella mia biblioteca da molto tempo fa
è arrivato il momento di riprenderli

Federico Roncoroni, Margherita Sboarina, MODELLI TESTUALI, dal testo descrittivo al testo letterario, Arnoldo Mondadori Scuola editore, 1992, pagg. 1260. Indice della antologia

Nella mia esperienza è la più bella e utile antologia che sia stata pubblicata, perchè la sua struttura ed i suoi contenuti si prestano anche a comprendere e valorizzare  la “scrittura professionale” che si esprime nei servizi alla persona.

Purtroppo questo libro è esaurito presso l’editore. Però può essere recuperato in qualche bilblioteca e consultato soprattutto per i testi scelti e le presentazioni dei vari tipi di scrittura

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Emanuele Severino al tavolo di studio e scrittura

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tratta da:

http://www.europaquotidiano.it/2014/06/07/se-il-nuovo-ceto-politico-fa-crollare-il-malaffare-lo-sguardo-del-filosofo-severino/

 

IL LIBRO ROSSO DI JUNG, UN’APOCALISSE MODERNA Seminario a cura di Marco Garzonio MARTEDÌ 10 GIUGNO 2014, ORE 21.00 Presso: Associazione culturale Fluidoflusso Via M. Gioia 41, Milano

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IL LIBRO ROSSO DI JUNG, UN’APOCALISSE MODERNA

Seminario a cura di Marco Garzonio

MARTEDÌ 10 GIUGNO 2014, ORE 21.00 

Presso: Associazione culturale Fluidoflusso

Via M. Gioia 41, Milano  0266703433 – 3772862282

info@fluidoflusso.eu  www.fluidoflusso.eu

Per affrontare la crisi bisogna imparare a leggerne i segnali: solo con il”sapere” si può andare oltre il malessere. La vicenda di Carl Gustav Jung è istruttiva. Il fondatore della Psicologia Analitica, componendo il Libro Rosso, resoconto di come lui è uscito da una crisi personale difficile, ha offerto un modello del percorso che le persone possono fare per conoscere se stesse e quindi per affrancarsi dallo “spirito del tempo” e dai suoi condizionamenti,tipo: mete collettive (carriera, potere,danaro); violenze; menzogne; rivalità;risentimenti; insufficienze etiche. A tale percorso Jung ha dato il nome di “processo di individuazione”-

Il seminario presenterà, commentandole, immagini tratte dal Libro Rosso e le metterà a confronto con momenti di storia, arte, esperienze religiose, storie individuali. Mostrerà, proprio attraverso Jung e la sua crisi, che apocalissi significa”rivelazione”, non catastrofe e distruttività come di solitosi crede

Per maggiori dettagli clicca qui  IL LIBRO ROSSO DI JUNG, UN’APOCALISSE MODERNA

Michel De Montaigne: OPINIONI

Gli uomini, secondo un antico detto greco, sono torturati dalle opinioni che essi hanno sulle cose stesse più che dalle cose stesse

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UMBERTO CURI APRE LA NONA EDIZIONE DEL FESTIVAL FILOSOFI LUNGO L’OGLIO, giugno 2014

Mercoledì 4 giugnoAmore, passione, fiducia
Corte Margherita, via Curzio
Corzano (Bs)
«I modi in cui ci prepariamo alle relazioni basate sull’amore, e, più generalmente, a tutti i tipi di legame
personale e di conoscenza approfondita possono essere interpretati come strumenti con i quali mettere alla prova e apprendere le relazioni di fiducia».
N. Luhmann, La fiducia

Si alza il sipario sulla nona edizione del Festival Filosofi lungo l’OglioFiducia la parola chiave del 2014. Il Festival – posto sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – si pregia altresì dei Patrocini del Ministero dei Beni e delle Attività culturali, dell’Adesione del Prefetto di Brescia, della Consigliera di Parità della Provincia di Brescia, dell’Assessorato  alle Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia, delle Province di Brescia e Cremona nonché dei numerosi enti ospitanti. Passando da diciassette a venti incontri – tutti ad ingresso libero – ilFestival – in partnership con la Fondazione Movimento Bambino e sotto la direzione scientifica di Francesca Nodari – si snoderà in un entusiasmante itinerario filo-rivierasco tra piazze, chiese, corti, pievi, cascine, dimore signorili avvalendosi della partecipazione dei maggiori pensatori contemporanei.
Ad aprire ufficialmente la serata inaugurale del Festival – in programma mercoledì 4 giugno,   a partire dalle ore 21.15, nella suggestiva cornice di Corte Margherita, in  via Curzio a Corzano (Bs);  [In caso di pioggia nella Chiesa Parrocchiale di San Martino Vescovo sita nella medesima via] – è atteso Umberto Curi, professore emerito di Storia della filosofia all’Università di Padova e docente presso l’Università “Vita e salute” San Raffaele di Milano. Il filosofo rifletterà sul complesso intrico che si dà tra Amore, passione e fiducia.

 
CHI È UMBERTO CURI
 

Umberto Curi è professore emerito di Storia della filosofia presso l’Università di Padova e docente presso l’Università “Vita e salute” San Raffaele di Milano. È stato visiting professor presso numerosi atenei europei e americani. Nei suoi studi si è occupato della storia dei mutamenti scientifici per ricostruirne l’intima dinamica epistemologica e filosofica. Più di recente si è volto a uno studio della tradizione filosofica imperniato sulla relazione tra dolore e conoscenza e sui concetti di logos, amore, morte, guerra e visione. Dal 2009 contribuisce alla ricerca epistemologica in ambito socio-sanitario, grazie a cui ha vinto il Premio Oscar Luigi Scalfaro per l’interdisciplinarità nella ricerca. Ha vinto inoltre l’edizione 2010 del Praemium Classicum Clavarense. Ideatore e curatore scientifico di Popsophia. Festival del contemporaneo, è editorialista del «Corriere della Sera» e collabora con numerose testate. Tra le sue pubblicazioni:Endiadi. Figure della duplicitàFeltrinelli, Milano 1995; La cognizione dell’amore. Eros e filosofia, Feltrinelli, Milano 1997; Polemos. Filosofia come guerraBollati Boringhieri, Torino 2000; Lo schermo del pensiero. Cinema e filosofia, Raffaello Cortina, Milano 2000; Filosofia del Don Giovanni. Alle origini di un mito moderno, Bruno Mondadori, Milano 2002; Il farmaco della democrazia, Marinotti, Milano 2003; La forza dello sguardo, Bollati Boringhieri, Torino 2004; Un filosofo al cinema, Bompiani, Milano 2006;Terrorismo e guerra infinita, Città Aperta, Assisi 2007; Meglio non essere nati. La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche, Bollati Boringhieri, Torino 2008 (Premio Capalbio); Miti d’amore. Filosofia dell’eros, Bompiani, Milano  2009; L’immagine-pensiero. Tra Fellini, Wilder e Wenders: un viaggio filosofico, Mimesis, Milano 2009;Pensare con la propria testa, Mimesis, Milano 2009; Straniero, Raffaello Cortina, Milano 2010; Leggere l’«Introduzione del ‘57», a cura di Chora, Ibis, Pavia 2011; Via di qua. Imparare a morire, Bollati Boringhieri, Torino 2011; Le verità del cinema, AlboVersorio, Milano 2012; Passione, Raffaello Cortina, Milano 2013; Prolegomini per una popsophia, Mimesis, Milano 2013; L’apparire del bello. Nascita di un’idea, Bollati Boringhieri, Torino 2013; Prendersi cura della morte, a cura di  A. Marques Pinto; M. Baldoni, A. Finucci, Ponte Blu Edizioni Recanati 2013.

Festival Filosofi lungo l’Oglio, 9° edizione: FIDUCIA, 4 – 20 luglio 2014

SCARICA LA CARTELLA STAMPA,
 E IL MANIFESTO 
DELLA NONA EDIZIONE DEL FESTIVAL FILOSOFI LUNGO L’OGLIO – FIDUCIA

 

Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con il Patrocinio del MIBACT e l’Adesione del Prefetto di Brescia, con il Patrocinio della Consigliera di Parità della Provincia di Brescia, dell’Assessorato alle Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia, delle Province di Brescia e Cremona nonché degli enti ospitanti e in partnership con la Fondazione Movimento Bambino prende il via la nona edizione del Festival Filosofi lungo l’Oglio.

Essenziale e di grande pregio per la nostra Associazione il contributo della Fondazione Cariplo insieme al rinnovato sostegno della Bcc di Pompiano e Franciacorta, realtà queste cui va la nostra più profonda gratitudine per aver scommesso convintamente – di concerto agli amministratori dei Comuni e degli Enti ospitanti nonché agli sponsor che hanno assicurato il loro contributo – su questo Simposio di Pensiero e di Parole. Desideriamo, inoltre, rivolgere un particolare ringraziamento al grande Lorenzo “Jova” Cherubini, per la gentile concessione del brano: “Mi fido di te” come soundtrack del trailerdel nostro Festival.

Una manifestazione che, ormai prossima al giro di boa del decennale, torna puntuale ogni anno ad animare la valle resa feconda dal Sommo Vegliardo, il Fiume Oglio, come se sempre maggiore si avvertisse, per un verso, la necessità di rispondere a quel dovere di restituzione nei confronti di queste terre chiamate a nutrire, di generazione in generazione, la numerosa popolazione che le abita, per l’altro, il desiderio di saziare un bisogno che potremmo senz’altro chiamare di ordine superiore. Bisogno di ascolto, di approfondimento, di dialogo, di incontro, di apertura di piste di riflessione, di Maestri da incontrare «nel mezzo del cammin di nostra vita [….] ché la diritta via era smarrita» come canta il Sommo Poeta.

Il Festival, in programma dal 4 giugno al 20 luglio 2014, si presenta con un calendario accattivante e un ritmo incalzante, passando da diciassette a venti lezioni magistrali – tutte ad ingresso libero – diciotto nella Provincia di Brescia e due in quella di Cremona.
Accanto ai Comuni già teatro delle precedenti edizioni: Brescia, Barbariga, Brandico, Corte Franca, Corzano, Chiari (Fondazione Morcelli Repossi), Erbusco, Orzinuovi, Orzivecchi, Ostiano, Rovato, Palazzolo sull’Oglio, Soncino (Chiesa S. Maria delle Grazie), Villachiara,Travagliato (Chiesa S. Maria dei Campi) spicca l’ingresso significativo di una nuova realtà municipale: il comune di Flero. Partendo dalla Bassa bresciana e toccando le località rivierasche e/o attigue al fiume Oglio, per poi ampliare il proprio orizzonte in Franciacorta e giungere alle estremità dei Parchi Oglio Nord e Sud, il Festival farà, in questa edizione, una doppia tappa nella città di Brescia, nel Comune di Villachiara e nella città franciacortina di Palazzolo sull’Oglio.

I relatori che illumineranno con i loro acuti interventi la prossima edizione saranno, come di consueto, di elevata caratura. Per il mondo francese tornerà l’antropologo deinonluoghi Marc Augé. Per la scuola tedesca ha confermato la sua presenza uno dei massimi filosofi della religione viventi, Bernhard Casper, vincitore con il suo volume: Das Dialogische Denken. Franz Rosenzweig, Ferdinand Ebner und Martin Buber (Alber 1967; 2002) tr. it. Il pensiero dialogico. Franz Rosenzweig, Ferdinand Ebner e Martin Buber(Morcelliana 2009) della Prima Edizione del Premio Internazionale di Filosofia/Filosofi lungo l’Oglio. Un libro per il presente. Il noto filosofo di Freiburg i. B. terrà due lezioni magistrali: l’una ispirata al tema del Festival; l’altra, dedicata alla città di Travagliato che gli ha conferito la cittadinanza onoraria lo scorso
7 luglio 2012, e che sarà incentrata sulla disamina, dal punto di vista di una teologia monumentale, delle ripercussioni filosofiche della pittura di Vincenzo Civerchio. Per l’occasione sarà presentato in prima nazionale il volume: Evento della pittura ed esistenza umana vissuta. Su due opere di Vincenzo Civerchio a Travagliato, tr. it. di L. Bonvicini, intr. e cura di F. Nodari, Morcelliana, Brescia 2014.

Interverrà poi il meglio del pensiero italiano: Salvatore Natoli e Maria Rita Parsi – rispettivamente padrino e madrina del Festival – Remo Bodei, Roberto Mordacci, Franco La Cecla, Michela Marzano, Chiara Saraceno, Massimo Donà, Adriano Fabris, Francesca Rigotti, Massimo Cacciari, Stefano Semplici, Umberto Curi, Francesco Miano, Sergio Givone,Armando Savignano. Nel corso della manifestazione, inoltre, avrà luogo, in data 6 luglio 2014, nella Sala Franciacorta dell’Hotel Iseolago a Iseo (Bs), la cerimonia di proclamazione del vincitore della III edizione del sopracitato Premio Internazionale di Filosofia/Filosofi lungo l’Oglio. Un libro per il presente, che si avvale di una giuria composta dai Professori: Ilario Bertoletti – direttore editoriale Morcelliana e Scuola; Azzolino Chiappini – Magnifico Rettore della Facoltà di Teologia di Lugano; Adriano Fabris (Presidente) dell’Università di Pisa; Amos Luzzatto – Presidente emerito dell’UCEI; Aldo Magris dell’Università di Trieste; Salvatore Natoli dell’Università Milano-Bicocca; Maria Rita Parsi – Presidente Fondazione Movimento Bambino e membro del Comitato ONU per i Diritti del Fanciullo e dalla scrivente, direttore scientifico del Festival e segretario del Premio.

Come è noto, l’individuazione del vincitore avviene sulla base di due elementi essenziali: da un lato, la segnalazione di un’opera particolarmente pregnante per il suo essere strettamente legata alla peculiarità del premio in oggetto; dall’altro il calibro, l’alto valore scientifico e la capacità comunicativa del candidato, il cui nominativo verrà annunciato nei giorni immediatamente precedenti l’evento. Quasi facendo proprie le parole di Hegel: «la filosofia è il proprio tempo appreso col pensiero», e sulla base di quanto recita l’articolo 1 dello Statuto di istituzione del Premio, questo viene assegnato, su giudizio insindacabile della Commissione giudicatrice, «all’opera di uno studioso che abbia elaborato, attraverso il suo pensiero, idee capaci di fornire agili strumenti per abitare la nostra contemporaneità. Saranno privilegiate, quindi, opere che sono state in grado di segnare non soltanto la recente storia della filosofia e, più in generale, del pensiero, ma soprattutto la realtà effettuale in cui ogni uomo si trova a vivere nel qui e ora dei nostri giorni».

Ora a noi non resta che augurare buon viaggio e auspicare di ritrovarci al suo termine con una maggiore fiducia gli uni per gli altri e con gli altri. Per un futuro in cui il «fare fiducia» prevalga sull’indifferenza, l’ipocrisia, la finzione, la contrapposizione, la disperazione, la solitudine, la notte. Un futuro, insomma, in cui evenga davvero il bisogno dell’altro o, che è lo stesso, il prendere sul serio il tempo.

Paul Eluard, tutte le donne felici hanno ritrovato il loro marito …

Robert Lanza, La morte non esiste: la fisica quantistica lo dimostra

La sua teoria del biocentrismo, spiega che la morte non può rappresentare un punto d’arrivo, una fine. 

Il biocentrismo è il credere che la vita e la biologia siano centrali nella realtà, e che siano queste a creare l’universo, non il contrario. 

Ciò suggerisce, quindi, che sono le coscienze stesse delle persone a determinare forma e dimensioni degli oggetti nell’universo

DA La morte non esiste: la fisica quantistica lo dimostra | Fisica Quantistica e Conoscenze al confine

Esiste un numero infinito di universi, e tutto ciò che potrebbe accadere, si verifica in qualche universo. Tutti gli universi possibili esistono simultaneamente, indipendentemente da ciò che accade in ciascuno di essi. Quindi significa che le leggi che regolano gli infiniti universi possono essere, appunto, infinite.

Chi o cosa pone le regole che sono alla base di questi infiniti universi? Un noto esperimento di fisica quantistica, dimostra che l’osservatore è in grado di determinare il comportamento delle particelle.

Cosa significa ciò? Qual è la relazione che c’è tra la percezione del mondo e il mondo in sè? E’ possibile che il mondo che abbiamo sotto gli occhi sia determinato, in larga parte, dalla nostra mente? Lo spazio è il tempo sono dimensioni che esistono a prescindere dall’osservatore, oppure il nostro cervello, in qualche modo, li determina?

Secondo il biocentrismo, lo spazio e il tempo non sono quelle dimensioni immutabili e rigide che abbiamo sempre pensato. Secondo le considerazioni degli esperimenti di fisica quantistica, tutta la nostra esperienza sensoriale non è altro che un vortice di informazioni che si verificano nella nostra mente.

da: http://www.huffingtonpost.com/robert-lanza/does-death-exist-new-theo_b_384515.html

e da http://www.ilnavigatorecurioso.it/2012/12/03/la-morte-non-esiste-alla-scoperta-del-biocentrismo-del-dott-robert-lanza/

Gustavo Bontadini e EMANUELE SEVERINO su San Tommaso, in San Tommaso, a cura di Carlo Chiurco, edizioni Corriere della sera, 2014, pp. 141/142

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Montaigne Michel de, a cura di Nicola Panichi, Corriere della Sera, 2014, p. 166

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esercizi dell’io con Michel de Montaigne: “dire” per imporsi le cose da fare

“Nelle iniziative che implicano me solo ed in cui sono completamente libero, se dico quanto mi ripropongo di fare mi sembra di prescriverlo a me stesso, e mi pare che metterne a conoscenza altri equivalga a imporlo a me stesso”

(III 9)

da Ermanno Bencivegna, Il metodo della follia, saggio su Montaigne, Il Saggiatore, 1994, p. 22

Emanuele Severino recensisce LABIRINTO FILOSOFICO di Massimo Cacciari, Adelphi, 2014

Ancora oggi, come sempre, le religioni stanno al centro della storia. Sia pure in modi tra loro conflittuali, aiutano i popoli a risolvere le forme più profonde delle loro inquietudini. Parlano un linguaggio che si fa capire. Dicono quel che l’uomo vuol sentirsi dire. Inevitabile quindi che venga il tempo in cui egli voglia sapere anche perché le cose debbano stare come egli vuole che stiano. Il tempo della filosofia. Vi si rimane anche quando si dice che la filosofia è morta e che le cose stanno come è stabilito dalla scienza moderna. Le cose ! Conosciamo il significato della parola «cosa»? È proprio così ovvio? O non dovrebbe essere il primo a venir messo in luce? Iniziando il proprio cammino, proprio questo si domanda la filosofia. Essa chiama «essente» (ón, «ente») la cosa. L’intero sviluppo storico della filosofia riguarda il modo in cui essa pensa l’essente . Ma ovunque si guardi — in terra o in cielo, nella veglia o nei sogni, nella vita quotidiana e in ogni attività pratica, nella scienza, nell’arte, nella normalità psichica o nella pazzia — ci si imbatte in cose , essenti, in «qualcosa che è». Il modo in cui la filosofia ha inteso la «cosa» e l’«essente» è il terreno in cui cresce la storia dell’Occidente. L’Europa non è più il centro del mondo, ma il mondo è ormai dominato dal modo in cui l’Europa — cioè la filosofia — ha pensato l’essente.
Credo che questo discorso possa venir condiviso anche da Massimo Cacciari,

vai all’intero articolo qui:  Oltrepassare la Follia. L’uomo nel labirinto – Filosofia.it.

Emanuele Severino alla Scuola della Cattedrale, il 5 maggio 2014

Emanuele Severino sul dominio della tecnica, Otto e Mezzo 3 aprile 2014

Alessandro Baricco, Tucidide, SULLA GIUSTIZIA, PALLADIUM LECTURES

 

Karl Polanyi, L’economia come processo istituzionale, in AA.VV., Traffici e mercati negli antichi imperi, Einaudi, 1978, pp. 297 e segg.

Avatar di Paolo FerrarioMAPPE nel sistema dei SERVIZI alla persona e alla comunità, a cura di Paolo Ferrario

Karl Polanyi, L’economia come processo istituzionale,

in AA.VV., Traffici e mercati negli antichi imperi, Einaudi, 1978, pp. 297 e segg.

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Bronislaw MALINOWSKI , Bisogni fondamentali e risposte culturali, in Teoria scientifica della cultura, Feltrinelli 1971 (prima edizione: 1944)

Bronislaw Malinowski, Bisogni fondamentali e risposte culturali, in Teoria scientifica della cultura, Feltrinelli 1971 (prima edizione: 1944)

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Pieraolo Baini: Stasera parliamo di FRIEDRICH NIETZSCHE: il suo pensiero, la sua rivoluzione, 15 maggio 2014,

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Emanuele Severino, in Mp3 Ouch

vai a: Emanuele Severino Mp3 download.

Cesare Segre (1928-2014) contro il DECOSTRUZIONISMO, in Pier Vincenzo Mengaldo, Corriere della sera 11 aprile 2014

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HANNAH ARENDT, di Margarethe von Trotta – dvd e libro, Feltrinelli

“Hannah Arendt”. Un film di Margarethe von Trotta.
In libreria dal 26 marzo 2014. Per saperne di più:
http://www.feltrinellieditore.it/oper…

“Ai poeti si perdona tutto” scrisse una volta Hannah Arendt di Bertolt Brecht, maestro insuperabile nel rendere possibile l’identificazione in un personaggio mantenendo la distanza necessaria per giudicarlo.
Hannah Arendt di Margarethe Von Trotta racconta il coraggio di bere fino in fondo l’amaro calice della storia del Novecento e il fatale incrocio tra due pensieri, quello debole di un assassino incapace di capire il male prodotto e quello lacerante di una donna che del pensiero ha fatto il centro della propria vita.
Perché l’importante, alla fine, è contribuire alla trasformazione del mondo.

diretto da MARGARETHE VON TROTTA

DURATA: 109’ – PRODUZIONE: Heimatfilm – ANNO: 2012

FORMATO VIDEO: 2:35:1 16/9 Anamorfico
AUDIO: Originale DOLBY Digital 2.0 con Sottotitoli Italiani

TIPO DVD: dvd 9

BARBARA SUKOWA   AXEL MILBERG   JANET McTEER

JULIA JENTSCH   ULRICH NOETHEN   MICHAEL DEGEN   NICHOLAS WOODESON   SASCHA LEY   VICTORIA  TRAUTTMANSDORFF   KLAUS POHL   FRIEDERIKE BECHT   MEGAN GAY   TOM LEICK   HARVEY FRIEDMAN

scritto da PAM KATZ, MARGARETHE VON TROTTA  direttore della fotografia CAROLINE CHAMPETIER   casting director SUSANNE RITTER  casting ROS & JOHN HUBBARD  trucco ASTRID WEBER  costumi DESIGN FRAUKE FIRL  scenografia VOLKER SCHAEFER  suono GREG VITTORE  mix dialoghi RAINER HEESCH mix suono MICHAEL KRANZ   registrazione suono MICHAEL BUSCH  musiche ANDRÉ MERGENTHALER  montaggio BETTINA BÖHLER  line producer SASCHA VERHEY  delegati alla produzione BETTINA REITZ, HANS-WOLFGANG JURGAN, BIRGIT TITZE, CORNELIA ACKERS, MICHAEL ANDRÉ  co-produttori BADY MINCK, ALEXANDER DUMREICHER-IVANCEANU, ANTOINE DE CLERMONT-TONNERRE, SOPHIE DULAC, MICHEL ZANA, DAVID SILBER  prodotto da BETTINA BROKEMPER, JOHANNES REXIN  diretto da MARGARETHE VON TROTTA

una produzione HEIMATFILM in coproduzione con AMOUR FOU LUXEMBOURG, MACT PRODUCTIONS, SOPHIE DULAC PRODUCTIONS, METRO COMMUNICATIONS e ARD DEGETO, BR, WDR con il supporto di FILM-UND MEDIENSTIFTUNG NRW, FFF BAYERN, FFA, DEUTSCHER FILMFÖRDERFONDS, FILMFUND LUXEMBOURG, EURIMAGES, MEDIA PROGRAMME I2I, CNC, ISRAEL FILM FUND, JERUSALEM FILM FUND

Il libro
Sulla normalità del male
 con scritti di Simona Forti, pp. 80
Le ricerche sulla “psicologia del male” riconoscono un forte debito intellettuale nei confronti di La banalità del male di Hannah Arendt, un libro che riesce a trasformare avvenimenti specifici in eventi emblematici di un’epoca. Ha contribuito a tradurre il processo ad Adolf Eichmann in un vero e proprio a priori teorico. Quanto è penetrato davvero dell’interrogazione di Arendt nelle scienze storiche e nelle scienze sociali? Quanto è stato frainteso? La filosofia politica ne ha saputo trarre le dovute conclusioni? L’indagine di Simona Forti sull’essenza del male e sulla figura provocatoria e “scomoda” di Hannah Arendt. Come risolvere il dilemma fra etica e obbedienza alla legge, quando la legge è tutt’altro che “etica”? Chiude il libro una preziosa galleria di immagini tratte dal film.

 

Emanuele Severino, Perché non siamo figli del nulla, in Corriere della sera 9 aprile 2014

Perché non siamo figli del nulla

Il timore della morte ci accompagna. Ma ogni cosa viene da qualcosa Anche se non vogliamo riconoscerlo, noi, in fondo, siamo sempre scontenti di tutto ciò che siamo ed abbiamo ….

tutto l’articolo qui:

Perché non siamo figli del nulla.

LOMBARDI VALLAURI E. , La linguistica in pratica, Il Mulino

E. LOMBARDI VALLAURI

La linguistica

In pratica

Collana “Itinerari”

pp. 352, € 27,00
978-88-15-24605-9
anno di pubblicazione 2014

in libreria dal 09/01/2014

Note: Nuova edizione

Copertina 24605


Prefazione

Parte prima. La linguistica e la vita

I. Capire la realtà 
1. Scienza del linguaggio, scienza del pensiero
2. La nascita della linguistica
2.1. La linguistica storica
2.2. La linguistica generale 

– Quadro 1.1. Tipi di segni
Esercizi

II. Spiegarsi e convincere 

1. Usare con abilità lo strumento lingua
1.1. La teoria degli atti linguistici
1.2. La teoria delle implicature 

2. Convincere
2.1. Essere convincenti 
– Quadro 2.1. La deissi e l’anafora
3. Sapere come è stato fabbricato lo strumento
– Quadro 2.2. Partire dal passato della lingua per parlare meglio
4. Comunicazione costruttiva
4.1. Intonazione e gentilezza
4.2. Scelte di registro e familiarità 

Esercizi

III. La linguistica e la comunicazione moderna 
1. Comunicazione tendenziosa
2. Trucchi linguistici nei messaggi persuasivi
2.1. Messaggi volutamente poco espliciti
2.2. Influssi sonori
2.3. Influssi stranieri
2.4. Sviare l’attenzione: la grammatica della persuasione 

3. Quando serve essere persuasivi?
4. Creatività nomenclatoria
– Quadro 3.1. La creazione di un oggetto linguistico
Esercizi

IV. La linguistica e la società: diritti, deprivazione, varietà 

1. La deprivazione linguistica
2. Le varietà del repertorio
– Quadro 4.1. Perché in chat si litiga molto
3. La variazione e le lingue
4. La consapevolezza delle scelte di registro
4.1. La componente diatopica
4.2. Lessico

– Quadro 4.2. Competenza attiva e competenza passiva
4.3. Forestierismi
4.4. Ridondanza
4.5. Unificazione di pronomi
4.6. Tempi, modi e diatesi verbali
4.7. Che polivalente
4.8. Figure retoriche 

– Quadro 4.3. Metafora e metonimia nella lingua
5. Caveat!
– Quadro 4.4. Italo Calvino e il burocratese
6. Consapevolezza politica
7. Nuove frontiere: la corpus linguistics
Esercizi

Parte seconda. La linguistica e le lingue

V. Fonetica e fonologia
1. Fonetica
– Quadro 5.1. Gli spettrogrammi
– Quadro 5.2. I principali segni dell’alfabeto fonetico internazionale (IPA) usati per la trascrizione fonologica di alcune lingue europee
2. Fonologia
2.1. Fonologia e pronuncia delle lingue straniere 
3. Intonazione
3.1. Intonazione e illocutività 
– Quadro 5.3. Spettrogrammi dell’intonazione
3.2. Intonazione e struttura informativa dell’enunciato
Esercizi

VI. Lessico 
Esercizi

VII. Morfologia 

1. Tipi di morfemi e tipologia morfologica. La flessione
– Quadro 7.1. Morfemi e allomorfi
2. La formazione delle parole: derivazione e composizione
– Quadro 7.2. Tipi di composti
Esercizi

VIII. Sintassi 

1. La struttura
2. Testa e modificatore
3. L’ordine basico degli elementi
– Quadro 8.1. Marcato e non marcato; di default
4. La struttura argomentale
4.1. Allineamento dei ruoli argomentali: la tipologia ergativo-accusativo 
Esercizi

IX. Semantica 

1. Che cos’è il significato
2. Tipi di significati
3. Schemi di ordinamento dei significati
4. La delimitazione del significato
Esercizi

X. Pragmatica

1. Macropragmatica: atti linguistici e implicature conversazionali (un rimando)
2. Micropragmatica: la struttura informativa dell’enunciato
Esercizi

XI. Interfacce tra livelli 

1. Interfaccia tra fonologia e morfologia: la perdita delle desinenze, la metafonesi
2. Interfaccia tra morfologia e sintassi: flessione e ordine delle parole
3. Interfaccia tra sintassi e pragmatica: costrutti marcati e messa in evidenza
– Quadro 11.1. Livelli della lingua e difficoltà di apprendimento
Esercizi

Parte terza. La linguistica e il sapere

XII. La linguistica, l’uomo, il cervello: che cosa siamo?
1. Gli universali linguistici
1.1. Gli universali implicazionali
2. Spiegare gli universali del linguaggio
3. Un esempio: due tipi di memoria, e il «magico numero sette»
Esercizi

XIII. La linguistica diacronica e l’antico: storia, archeologia, filologia

1. Il mutamento
1.1. Il mutamento fonetico
1.2. Il mutamento morfologico
1.3. Il mutamento semantico
1.4. Le «leggi» del mutamento

2. Parole e cose: la ricostruzione linguistica e quella culturale
3. L’interpretazione dei testi
Esercizi

Chiave degli esercizi

Indice analitico

Università – E. LOMBARDI VALLAURI, La linguistica.

Antonino Pennisi, L’ERRORE DI PLATONE, biopolitica, linguaggio e diritti civili in tempo di crisi, Il Mulino, 2014. recensione di Antonio Carioti

Quando si parla di biopolitica, soprattutto in Italia, il richiamo obbligato è al filosofo francese Michel Foucault, che introdusse questo concetto per definire i conflitti causati dalla tendenza del potere, in epoca moderna, a controllare e regolare l’esistenza delle persone in quanto esseri viventi, attraverso misure profilattiche, sanitarie, demografiche, fino agli orrori dell’eugenetica nazista. Diversi autori di spicco, da …  a Roberto Esposito, da Toni Negri a Felice Cimatti, s’ispirano oggi a questo lascito foucaultiano.

Esiste però una visione alternativa della biopolitica, proposta dal filosofo del linguaggio Antonino Pennisi, sulla scorta di una vasta letteratura anglosassone, nel saggio L’errore di Platone (il Mulino). Malgrado il titolo, il grande pensatore greco non è al centro della trattazione: il suo sbaglio sarebbe consistito nell’affidare alla volontà umana la missione impossibile di plasmare la convivenza politica sulla base di progetti intellettualistici. Invece Pennisi dice alla «Lettura» di ritenere «che per difendere l’umanità occorra guardare più ai limiti che alle possibilità della nostra specie». Il contrario di quanto è successo nel Novecento, «un secolo presuntuoso, antropocentrico, che non ha voluto riconoscere i vincoli biologici dell’uomo e lo ha giudicato onnipotente, solo perché dotato di linguaggio e coscienza», fino a produrre «i più efferati delitti contro l’umanità».

segue qui:

L’OFFICINA DI UN CLASSICO L’edizione critica dei Malavoglia e la nuova Edizione Nazionale di Giovanni Verga edita da Interlinea


La nuova edizione critica e definitiva dei “Malavoglia”

Per la rinnovata Edizione Nazionale di Verga su inediti ritrovati

 

 

La S.V. è invitata

MERCOLEDÌ 9 APRILE 2014 ALLE 17

Milano, Università Cattolica, largo Gemelli 1, Aula Benedetto XV

all’anteprima della nuova edizione dei Malavoglia:

 

L’OFFICINA DI UN CLASSICO

L’edizione critica dei Malavoglia

e la nuova Edizione Nazionale di Giovanni Verga

edita da Interlinea

 

Dopo un saluto di

Giuseppe Langella

(Università Cattolica)

interventi di

Gabriella Alfieri

(Università di Catania, presidente del Comitato 

per l’Edizione Nazionale di Giovanni Verga e della Fondazione Verga)

Carla Riccardi

(Università di Pavia, vicepresidente del Comitato 

per l’Edizione Nazionale delle opere di Giovanni Verga)

Ferruccio Cecco

(curatore dell’edizione critica dei Malavoglia)

Con presentazione di Roberto Cicala (editore di Interlinea)

 

A cura del Centro di ricerca Letteratura e cultura dell’Italia unita 

e Laboratorio di editoria dell’Università Cattolica 

in collaborazione con la Fondazione Verga

 

Ingresso libero

 

 


La nuova serie dell’Edizione Nazionale delle Opere di Giovanni Verga s’inaugura con la pubblicazione del capolavoro dell’autore, I Malavoglia, nell’edizione critica a cura di Ferruccio Cecco, condotta sulla base dello studio di tutto il ricco materiale manoscritto esistente che consente di entrare nel vivo del laboratorio verghiano per documentare la travagliata elaborazione del romanzo dal primo abbozzo del 1874 sino all’edizione definitiva del 1881 pubblicata a Milano dall’editore Treves. La nuova edizione critica dei Malavoglia presenta il testo corretto e definitivo del grande romanzo accogliendo anche autografi e documenti inediti sequestrati nei mesi scorsi dai Carabinieri presso Christie’s di Milano e una galleria di Roma salvando lettere e abbozzi inediti dopo un’odissea di ottant’anni, tra l’altro proprio con la primissima stesura del capolavoro.I Malavoglia ora escono con una veste editoriale che nella nuova Edizione Nazionale avrà una fascetta che in ogni opera proporrà uno scorcio siciliano da una fotografia originale dello stesso Verga.

 

Giovanni Verga, I Malavoglia. Edizione critica, a cura di Ferruccio Cecco
Interlinea, pp. XCVI + 568, euro 30, isbn 978-88-8212-900-2

 

OFFERTA PER CHI PRENOTA IL VOLUME ENTRO IL 15 APRILE 2014:

SOLO EURO 24 (SCONTO DEL 20%)

comprese le spese di spedizione per l’Italia

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IL DESTINO DELL’ESSERE. Dialogo con Emanuele Severino, a cura di Davide Spanio, Morcelliana, 2014. Relazioni del Convegno: IL DESTINO DELL’ESSERE, dialogo con (e intorno al pensiero di) EMANUELE SEVERINO, Venezia, Università Ca’ Foscari, Ca’ Dolfin, aula magna Silvio Trentin, 29 e 30 maggio 2012

Ho avuto il fortunato destino di essere presente a questo convegno:

Ora ci sono anche le relazioni pubblicate:

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Marco Pellegrino anticipa alcuni contenuti del suo prossimo libro, Filosofare: la struttura concreta dell’infinito: Su “Le Materie Prime della coscienza”: reinterpretare la “Storia della Filosofia”

Marco Pellegrino anticipa alcuni contenuti del suo prossimo libro

Il fondamento per il quale il mio linguaggio filosofico sostiene, ad esempio, che la Filosofia Antica (interna alla dominazione occidentale) incomincia con la riflessione di Talete e si conclude con la Seconda Sofistica (includente anche ciò che viene solitamente chiamato Terza Sofistica), e che laFilosofia Medioevale (sempre interna alla medesima dominazione occidentale) incomincia colNeoplatonismo e finisce con quella che chiamo Tecnica Medioevale (la Filosofia Modernaincominciando con Cartesio e concludendosi con Hegel) ebbene, tale fondamento potrà essere studiato ne Le Materie Prime della coscienza (un’opera ancora in via di sviluppo e quindi non ancora conseguita, per la cui pubblicazione definitiva bisognerà attendere ancora per qualche tempo).

Queste tesi (e relative fondazioni) sono soltanto alcune tra le numerosissime nuove tesi (e relative fondazioni) che compariranno in quella nuova opera, tesi che si estendono al senso della “filosofia contemporanea” (cioè di quella che chiamo Filosofia Planetaria), e della Filosofia del Regno della similarità prevalente (cioè di quella che chiamo la dominazione della volontà pubblica di potenza, di indicare l’autentica verità dell’essere, una dominazione appunto interna a quello che chiamo “Regno della similarità prevalente”, un Regno che non è la totalità dei Regni di similarità prevalenti, bensì si riferisce al Regno specifico di ciò che solitamente vien detto “regno umano” e “regno animale” – lasciando aperta la possibilità di accertare l’esistenza di ulteriori “regni” pur sempre interni a tale Regno); e, ancora, tesi che si occupano dell’intera vicenda dell’uomo animale sulla Terra (e non solo), includendo l’età primordiale degli animali, l’età mitica e orientale (e non solo). Si discorrerà, inoltre, sul senso della dominazione del rapporto tra la non ideologia della Tecnica e le ideologie (Capitalismo, Comunismo, Democrazia, Tecnocrazia, ecc.) della volontà privata di potenza, in relazione a cosa di esse è destinato ad accadere nel prossimo e lontano futuro (un futuro interno pur sempre a quel Regno). Fino, chiaramente, al senso specifico di ciò che, nel mio linguaggio, chiamo “il Ritorno” (cioè il prevalere della Filosofia Autentica, cioè del Tutto stesso), con nuove analisi logiche-matematiche legate appunto al preciso numero finito di essenti che governano il Tutto, ed anche in relazione a quelle che, primariamente, sono le Materie Prime del cammino finito del Tutto.

Si aggiunga, infine, che la reinterpretazione dell’intera Storia della Filosofia, quale appare (almeno) nel mio discorso filosofico, include la reinterpretazione delle riflessioni di tutti quei filosofi (da quelli orientali a quelli occidentali, come Eraclito, Platone, Gesù, Plotino, Agostino, Tommaso, Cartesio e così via, anche quelli meno conosciuti) che, di tale Storia, siamo in grado di conoscere.

da Filosofare: la struttura concreta dell’infinito: Su “Le Materie Prime della coscienza”: reinterpretare la “Storia della Filosofia”.

La sapienza del sogno, di Loretta Zorzi Meneguzzo Davide Lopez, Mimesis, 2012

La sapienza del sogno
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La sapienza del sogno

Autore: Loretta Zorzi Meneguzzo
Davide Lopez
Editore: Mimesis
Anno: 2012 
Pagine: 410
ISBN: 9788857509051


Prezzo di copertina: € 28,00

Sconto:15%  € 23,80

Disponibile – E’ possibile ordinare

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I sogni sono un aspetto importante del nostro dialogo interiore. Ma come interpretarli? Come sfuggire alle facili suggestioni, alle decodificazioni semplici ma ingannevoli? Non siamo tutti psicoanalisti, ma alcuni strumenti di base possiamo impararli. Questo libro aiuta a farlo con il supporto di un approccio serio ma semplice. Dal sogno si impara a sostare più confortevolmente nella veglia. Capire il linguaggio immaginifico dei sogni è un compito possibile per ciascuno di noi, soprattutto se ci apriamo al dialogo creativo con la nostra coscienza. La concezione sapientemente elaborata dagli autori costituisce il più innovativo approccio alla comprensione dei sogni. La vita è anche sogno e accogliere questa condizione come un dono renderà più lieve il nostro cammino

Massimo Donà presenta il suo libro su Leopardi – a Pane quotidiano del 24/03/2014

vai al: Video Rai.TV – Pane Quotidiano 2013-2014 – Massimo Donà – Pane quotidiano del 24/03/2014.

 

ne scrive Gabriele Simino

Troppo poco riconoscimento al suo maestro prof Emanuele Severino i cui testi su Leopardi non sono forse stati pienamente capiti dal suo allievo prof Massimo Donà, ciò nonostante rimanendo la libertà di dire quel che si vuole.
Per Leopardi la ragione vede la nullità di tutte le cose e per questo per soprav(vivere) a questa visione terrificante l’uomo deve illudersi, deve sperare. Non è uno sperare cristiano nelle cose che non si vedono ma che saranno chiare in paradiso. L’uomo per Leopardi al contrario vede fin troppo bene l’essenziale nullità di ogni cosa e si angoscia di ciò e per vivere (per non rimanerne pietrificato) vuole illudersi (Pascal diceva divertirsi, ditogliere la vista). L’unica “speranza” è data propio dalla potente visione del nulla che temporaneamente riesca a non essere preda del nulla. (il profumo de La ginestra, canto ultimo e toltrepassante l’Infinito).
Leopardi era pessimista ai massimi livelli proprio perchè era realista (o meglio forse “materialista”)(credere nella nullità di ogni cosa, che cos’è d’altronde), sapendo che gli ottimisti sono solo inconsci pessimisti che illudendosi se lo nascondono (chiedere ai depressi che hanno perso l’illusione)
Se avessero cercato bene esiste un video di Rai Educational di introduzione a Leopardi del prof Emanuele Severino purtroppo solo spezzetato e incomprensibile su youtube ma forse interessa di più parlare del cacio lodigiano o della povera fine del goloso Giacomino con buona pace del ricordo del povero Leopardi.
Comunque nonostante il mio sarcasmo forse eccessivo RINGRAZIO la Rai di cui ho pagato il canone. Meglio questo di tanto grigezza televisiva, sempre encomiabile portare al centro grandi pensatori!

e aggiunge

mi dispiace per il tono poco rispettoso della serietà del prof Massimo Donà.
Il fatto è che sempre ammesso che Donà non debba per forza riportare il pensiero severiniano, e quindi possa benissimo sviluppare la propria interpretazione sul pensiero di Leopardi, rincresce veder sprecare un’occasione così sui media per non portare la profondità del’interpretazione severiniana di cui Donà non può non essere a conoscenza dichiarandosene allievo (adirittura ha portato il libro Cosa arcana e stupenda in studio e non ne accenna!?!). “Irriconoscenza” e “fraintendimenti” che spesso ho trovato nelle dichiarazioni di un altro noto allievo, il prof Galimberti Umberto a cui spesso al contrario Severino si è riferito con elogi.

Premio Internazionale di Letteratura Città di Como, 2014

vai a:

Premio Internazionale di Letteratura Città di Como.

“La cura del bene comune” — Rel. Luigi Vero Tarca (docente di Filosofia teoretica — Università Ca’ Foscari Venezia).

YouTube.

Orilia, Francesco, Filosofia del tempo: Il dibattito contemporaneo Roma, Carocci, 2012, pp. 150, euro 16, ISBN 978-88-430-6635-3 Recensione di Fausto Carcassi

Orilia, Francesco, Filosofia del tempo: Il dibattito contemporaneo

Roma, Carocci, 2012, pp. 150, euro 16, ISBN 978-88-430-6635-3
 

Recensione di Fausto Carcassi – 09/11/2013

da Info e contatti.

Incontro-dialogo sul saggio Giorello G., Cozzaglio I. (2014), LA FILOSOFIA DI TOPOLINO, Guanda, Chiasso (Svizzera) Data: 26/03/2014 Ora: 20:30

Avatar di Paolo FerrarioLUOGHI del LARIO e oltre ...

Giorello G., Cozzaglio I. (2014), LA FILOSOFIA DI TOPOLINO, Guanda

Incontro-dialogo sul saggio

La filosofia di Topolino

TOPOLINO topo filosofico.

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Bibliothèque du Palais du Luxembourg, Paris

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Shakespeare 450°: A partire dal 21 marzo/Giornata Mondiale della Poesia e fino al 23 aprile/Giornata Unesco del Libro, Radio3 proporrà la lettura di tutti i 154 sonetti

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A partire dal 21 marzo/Giornata Mondiale della Poesia e fino al 23 aprile/Giornata Unesco del Libro, Radio3 proporrà la lettura di tutti i 154 sonetti del grande drammaturgo, di cui si celebra quest’anno il 450° anniversario della nascita.

Il 21 marzo, lungo tutto il palinsesto, ascolteremo 21 sonetti.
La versione in lingua originale è quella di alcune grandi voci del teatro britannico da John Gielgud a Fiona Shaw, da Natasha Richardson a Jeremy Irons. A queste viene accostata la versione italiana affidata a grandi interpreti: da Umberto Orsini a Giuliana Lojodice, da Ottavia Piccolo a Roberto Herlitzka, da Anna Maria Guarnieri a Luciano Virgilio accanto ad attori di generazioni diverse come Massimo Popolizio, Valerio Binasco, Elio De Capitani, Fabrizio Gifuni, Anna Bonaiuto, Alba Rohrwacher, Laura Marinoni, Maria Paiato, Roberto Latini e molti altri.

Inoltre, ogni giovedì alle 22.50 un ascolto per frammenti delle tante registrazioni di commedie e tragedie di Shakespeare conservate negli archivi radiofonici e interpretate da voci storiche della scena italiana, mentre sul sito radio3.rai.it si può ascoltare la versione integrale di queste opere.

i religiosi del creazionismo e i religiosi della matematica che odiano Emanuele Severino

scrivo ad alcuni cultori della filosofia e del linguaggio:

segnalo una lezione di emanuele severino trascritta da ritiri filosofici
nel post ho riportato solo l’analisi linguistica, ma c’è il link che rimanda all’intero testo
non aggiungo gli aggettivi dei miei elogi, per evitare di urtare la sensibilità chi di voi è ipercritico
saluti
e buon futuro
———————————————-
mi scrive una persona :

Ciao, stai tranquillo sei molto misurato. Accettiamo sbilanciamenti fatti per il puro godimento intellettuale. Grazie mille  per quanto mi mandi. ***

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rispondo:

grazie ***
fra i miei “amici” ci sono dei “religiosi della matematica” (come quello che recentemente ha detto che il tribunale di norinberga è stata una ingiustizia … non ricordo neppure come si chiama ..  ) che, se potessero, tornerebbero alla inquisizione per bruciare vivo emanuele severino
ciao
ecco
mi è venuto in mente come si chiama
odifreddi (detto anche, da me, torquemada)
———————————————————————–
mi scrive la persona
In effetti  hai toccato un punto sensibile, Severino, mi dicono quelli che lo frequentano, a volte prende precauzioni contro gli inevitabili fanatici religiosi, sia cristiani che sopratutto islamici.Brescia è in percentuale  la città col maggior numero di immigrati. C’è uno zoccolo duro dei cattolici locali e romani ,che lo vede come il fumo negli occhi.
———————————————————————————————————-
rispondo:
temevo che ci fosse un problema così
lui fa parlare la filosofia per mettere in discussione il creazionismo (

“Creatio est productio rei ex nihilo sui et subjecti”, Sant’Agostino, 

(da cui si deve trarre la logica conseguenza che il primo omicida è dio, perchè lo ha annullato ancor prima di farlo nascere)
figuriamoci cosa gli vorrebbero fare i religiosi di ogni religione
lo strano è che lo vorrebbero morto anche omuncoli come odifreddi, che più volte lo ha insultato
ed infatti emanuele severino non si degna neppure di nominarlo nel suo libro LA LEGNA E LA CENERE con cui discute con tutti i suoi interlocutori. tutti, tranne che i minimi di cui sopra
speriamo che il “dolore” inaspettato non gli arrivi proprio dagli islamici che popolano ormai i nostri habitat
ciao

Emanuele Severino, FATO E LIBERTA’, lezione tenuta a Carpi il 19 settembre 2010 (Festival della filosofia di Modena) e trascritta da Mauro Longo, in RitiriFilosofici.it

Il 19 settembre 2010 MM ha seguito la lezione magistrale di Severino a Carpi su Fato e Libertà, nell’ambito del Festival della Filosofia 2010 e Mauro Longo ha curato la trascrizione integrale, che potete leggere di seguito.
…………..
Fortuna/Fato.
Qui si è parlato della fortuna. Credo che molti abbiano rilevato la parentela della parola fortuna con la parola latina fors.
Forse molti hanno rilevato questo. Ho detto “forse molti”: ma la parola “forse” è una parola che sta alla radice della parola fortuna.
La fortuna è il destino buono o cattivo? “Forse” può essere buono o può essere cattivo. Il “forse” indica l’ambiguità del concetto.
Da un lato la fortuna è ciò che ineluttabilmente accade. Dall’altro lato è ciò che accade inspiegabilmente, e non ineluttabilmente, ma casualmente.
Ma guardiamo l’altra faccia della medaglia. Noi diciamo “fortuna” che è parola latina che ha un accompagnamento di parole quanto mai significative.
Il forse per esempio equivale al “fortasse” latino, al “forsitan“, che indicano l’incertezza, l’incertezza degli accadimenti. Se la fortuna indica anche la necessità, allora la parola latina è preceduta da una serie di parole greche che indicano a loro modo con intensità particolare il fato.
Per esempio la parola δικη (dike) che vuol dire giustizia: ma la parola giustizia suona debole perché δικη in greco è costruita sulla parola δεικνυμι (deiknimi) che vuol dire mi mostro, mi mostro con autorità.
I greci dunque per indicare il fato utilizzano la parola δικη, αναγκη (ananke), ovvero la necessità, ma poi anche la parola λογος (logos), νομος(nomos) e questo per quanto riguarda l’ambiguità del linguaggio che insegna mostrando la polivalenza della parola fortuna, fato.
Libertà.
Ma il titolo dice fato e libertà. Le cose si complicano sempre di più…Anche qui la parola libertà, nostra italiana, deriva dal latino libertasliber: alla radice sta il termine liber, il concreto liber, che anche foneticamente suona simile al greco ελευϑερος (eleutzeros). Senonché le lingue anglosassoni hanno un modo del tutto diverso per indicare la libertà. Il tedesco usa per esempio la parola frei: anche acusticamente loro sentono che c’è differenza tra liber e frei. L’inglese dice free: almeno apparentemente, dal punto di vista acustico, i suoni dei due gruppi di parole suonano foneticamente
molto divaricato.
Che cosa vuol dire liber? Anche qui la glottologia fa risalire la parola liber e anche la parola  ελευϑερος (poi prenderemo congedo da questa introduzione glottologica ma intanto è opportuno sentire che cosa la riflessione sul linguaggio e che cosa innanzitutto il linguaggio dice). Ebbene rilevavo che la glottologia fa derivare la parola liber dalla radice indoeuropea leut che ha stranamente questi due significati: vuol dire gente ma anche crescita. Il tedesco dice leute (per gente, ndr): perché la stessa parola indica due ambiti semantici così diversi, gente e crescita? Innanzitutto crescita nel senso della fioritura arborea: la fioritura indica lo stato in cui il vivente vegetale si solleva dall”oscurità del terreno, si espande nell’aria, si libera dall’oscurità e dai vincoli che la terra costituiscono rispetto ad esso.  
Crescita è appunto il liberarsi dal vincolo, dall’ostacolo, dalla tenebra, dal limite. Bene, si dirà…Questo lo abbiamo capito: ma cosa c’entra “gente”? (perchè abbiamo detto che la radice leut vuol dire insieme crescita e gente). Ora, la gente è quell’insieme di eventi che ad un certo momento percepisce se stessa come capace di affrancarsi dall’incombere della natura del mostro più forte e di respirare così come respira la vegetazione. Quando ad un certo momento il gruppo sociale si sente autonomo, ecco che chiama se stesso col nome con cui aveva indicato in un primmo tempo la crescita, la fioritura. Allora ci spieghiamo come mai la radice leut possa significare ad un tempo e la crescita degli alberi e la crescita di quella vegetazione umana che il gruppo sociale che è riuscito a svincolarsi (prima avevo usato la parola mostro…) dai mostri archetipici, originari, arcaici e si sente espansa così come si espande nell’aria la vegetazione. E questo andrebbe bene per quanto riguarda allora il gruppo di parole che si rifanno alla radice leut e che risuona nella parola latina liber.
Solo che avevamo detto che c’è quell’altro gruppo di parole anglosassoni, altotedesche, gotiche che usano quel timbro tutto diverso che avevamo esemplificato con la parola tedesca frei e la parola inglese free. Anche qui è interessante sentire cosa dice la glottologia in proposito che fa risalire queste parole a una radice indoeuropea che suona così: pri da cui proviene probabilmente l’aggettivo πριαμος (priamos) che vuol dire caro, amabile, diletto. Ed anche qui è strano come mai ciò che poi viene detto libero è il diletto, il caro, l’amabile..Eppure si può spiegare con relativa facilità. Perché che cos’è il diletto e l’amato se non quello rispetto al quale l’amante sgombra il campo, libera gli ostacoli, gli rende la vita vivibile, lo lascia espandere, lo lascia accrescere. Ciò che mi è caro è ciò rispetto a cui esercito la mia facoltà di lasciarlo crescere e di incentivare la sua crescita.
Ecco che i due gruppi linguistici apparentemente lontani, liber/ελευϑερος da una parte, frei/free dall’altra, finiscono per dire la stessa cosa: la liberazione, il riuscire a respirare senza ostacolo dell’oscurità della terra che limita la crescita. Si presenta cioè il concetto di libertà come liberazione. E sempre dicevamo che fato significa, in uno dei suoi due lati, l’irrevocabilità degli eventi e quindi ciò che non è forsitan, ciò che non è fortasse ma che è necessitàallora la libertà come liberazione è liberazione dal fato.
E allora anche qui nulla di strano ma molto di vicino a noi anche se non ci interessiamo di filosofia o di scienza o di religione. Molto vicino a noi perché quando l’uomo incomincia a guardarsi attorno nei primi tempi della sua esistenza sulla terra, ciò da cui si sente soprattutto legato e vincolato è il dolore, la morte. Infatti molte delle parole che nominano il fato nominano anche la morte. Per esempio la parola μοιρα (moira) in greco, che alla lettera vuol dire parte, la parte data a ciascuno, nomina molto spesso quella parte che è la morte. Qui non è il caso di avere passione per la filosofia, per la scienza o per la religione o per altro. Qui tutti noi siamo toccati in ciò che più ci preme da vicino: liberarci o allontanare il più possibile o esercitare al massimo la liberazione dal dolore e dalla morte, che sono il fato!
La liberazione dal fato originario: il mito.
Il fato iniziale, l’ineluttabilità iniziale. In effetti il mito, se prima dicevamo è organizzazione della vita politica, è tale proprio in quanto insieme e il modo più antico di far fronte al dolore e alla morte perché iscrive il dolore e la morte all’interno di un senso del mondo che in qualche modo anticipa gli eventi futuri e anticipandoli li rende sopportabili. Perché nulla è più pericoloso dell’ignoto che noi attendiamo e non conosciamo e nulla è più salvifico dello sguardo anticipante, previdente che squarcia le nubi e guarda che cosa sarà in futuro. Il mito e poi tutte le religioni hanno questo scopo: squarciare i veli del futuro ed assicurare l’uomo. E intorno a ciò che è il fato originario e che è il dolore e la morte. Liberazione dal fato originario è dapprima il mito, l’esistenza mitica e la liberazione originaria.
La liberazione dal mito: la filosofia.
Ma loro comprendono che la posta in gioco è troppo importante perché ci si possa accontentare del mito e della religione. 
continua (e grazie, grazie tantissime al trascrittore)

tutta la trascrizione qui: Ritiri Filosofici – Emanuele Severino, Fato e libertà..

Benveniste Emile, Vocabolario delle istituzioni indoeuropee

Cesare Segre (1928-2014), genio timido della filologia – di Paolo De Stefano Corriere.it

Citava Propp, Jakobson e Lévi-Strauss. Aveva avviato dal ‘66, con Maria Corti, d’Arco Silvio Avalle e Dante Isella, una rivista di critica pionieristica, «Strumenti critici». Cesare Segre era l’opposto di Isella e Corti nel proporsi agli studenti: non faceva nulla per piacere.

Tutto il suo fascino stava in quel che diceva, non nel come lo diceva. Dunque, per apprezzarne la qualità, bisognava rileggere gli appunti a casa, con calma, e solo da quella lettura veniva fuori tutta la straordinaria rete di collegamenti e di richiami: solo allora l’entusiasmo dei suoi allievi si poteva accendere.

Segre, genio timido della filologia – Corriere.it.

Dorato, Mauro, Che cos’è il tempo? Einstein,Gödel e l’esperienza comune

Dorato, Mauro, Che cos’è il tempo? Einstein,Gödel e l’esperienza comune

Roma, Carocci, 2013, pp. 138, euro 12, ISBN 978-88-430-6696-4. 
Recensione di Deborah Sanaz Conti – 21/01/2014
 
Mauro Dorato sostiene che uno dei problemi principali in filosofia della scienza sia di chiarire il rapporto tra l’immagine manifesta e l’immagine scientifica del mondo.
L’autore cerca di dare il proprio contributo alla soluzione di tale problema concentrandosi sulla discrasia che esiste tra le caratteristiche che ha il tempo nell’esperienza umana e le caratteristiche del tempo che seguono dalla teoria della relatività. 
Per riuscire in tale confronto esemplifica, in tre punti, 

quali siano le caratteristiche che possiede il tempo secondo l’esperienza umana: 
1. Presentismo: presente distinto ontologicamente da passato e futuro perché è l’unico ad esistere;
2. divenire temporale: il presente scorre portando in essere fatti prima solo possibili;
3. irreversibilità e immutabilità del passato contrapposta alla mutabilità del futuro.

Chiarisce poi, attraverso sei definizioni, le nozioni principali della teoria della relatività in modo molto semplice ed essenziale. Riesce così a fornire gli strumenti necessari alla comprensione del dibattito anche al lettore meno esperto.

il resto qui   Dorato, Mauro, Che cos’è il tempo? Einstein,Gödel e l’esperienza comune.

Odysseus Elytis: ho il privilegio di chiamare nella mia lingua di tutti i giorni ilios il sole, thalassa il mare, uranòs il cielo, esattamente come Omero

mi scrive un amico ritrovato:

mi sento in compagnia di Elytis che scrisse più o meno:

sì certo, il mio paese è povero, sgarrupato, tecnologicamente arretrato.

Ma io ho il privilegio di chiamare nella mia lingua di tutti i giorni ilios il sole, thalassa il mare, uranòs il cielo, esattamente come Omero

alle radici della parola ECONOMIA (da oikos)

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da http://mappeser.com/2014/03/15/veraldi-roberto-a-cura-di-etica-economia-societa-edizioni-universitarie-romane-2009/

alla ricerca delle radici del significato di ETICA (ethos), con l’aiuto di Giovanni Semerano, Emile Benveniste, Emanuele Severino, Salvatore Natoli

GIOVANNI SEMERANO (da Giovanni Semerano, LE ORIGINI DELLA CULTURA EUROPEA, dizionario della lingua greca, Leo Olschi editore, 2007, p. 108)

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EMILE BENVENISTE (da Emile Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee (1969), Einaudi, 2001, p. 255)

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EMANUELE SEVERINO:

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SALVATORE NATOLI:

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