prove di scrittura narrativa: Paolo Ferrario, Mi ricordo dell’orto/giardino in fiamme, 9-23 febbraio 2016

Le lancette della sveglia segnavano le quattro e trentacinque. Non così presto e, forse, nemmeno così tardi per dire “Vado”.

Una debolissima luce filtrava tra le strisce delle tapparelle, più occupate a resistere alle raffiche del vento che preoccupate a seguire il percorso del sole.

Il rumore era infernale in quell’alba tardo primaverile e le parole “Speriamo che la brace si sia spenta”, pronunciate da Luciana nel dormiveglia, erano state sufficienti a innescare il pensiero paranoico di Paolo.

Una frase di per sé innocua, ma proprio per questo capace di evocare un potenziale pericolo.

Paolo ripassava le parole ad una ad una: speriamo (confidare in un esito favorevole di qualcosa); brace (legna che arde senza sprigionare fiamma); spenta (che non è accesa). E più il vento soffiava e più la ripetizione di quelle singole parole assumeva forme cupe e distorte.

La brace prendeva corpo e cresceva, rafforzata dal vento; decine di piccoli tizzoni si svegliavano dal torpore e, alimentati dall’ossigeno, davano vita a un vortice di esili lingue fiammeggianti che, l’una appresso all’altra, si rincorrevano nell’arida vegetazione circostante.

Vado”.

La strada era quasi deserta. Se non fosse stato per quel pensiero martellante della brace, sarebbe stato sociologicamente interessante analizzare il passaggio dei pochi mezzi nella penombra del giorno che voleva arrivare.

Sul breve percorso che dalla casa di città conduceva a quella del lago, il traffico era ancora addormentato: il furgoncino della Centrale del Latte, il camion della raccolta dei rifiuti differenziati, qualche auto dei lavoratori turnisti.

Dietro il profilo dei monti lentamente si stagliava una luce che solo Eric Rohmer avrebbe potuto romanticamente definire “raggio verde”. In realtà gli occhi di Paolo assistevano all’innalzamento di mulinelli ardenti, lingue arroventate e colonne infuocate il cui fumo, a contatto con l’umidità dell’aria, spargeva raggi rossi in ogni direzione del cielo.

Il piede schiacciò nervosamente l’acceleratore, come se l’aumento della velocità potesse frenare l’avanzamento delle fiamme che sicuramente, adesso, avevano superato il contenitore di latta adibito alla bruciatura delle fascine, varcato il confine del giardino, aggredito gli alti cedri del libano, arso completamente il secco sottobosco della tenuta dei Colombo e, infine, allertato il pigro risveglio degli ignari paesani, più inclini all’aroma del caffè del bar del borgo, che all’acre odore del devastante incendio.

Quando la macchina si arrestò nel parcheggio, Paolo tutto sudato cercò le tracce di quel che sopravviveva, mentre l’ossessiva ideazione ora era rivolta alle sicure denunce, al risarcimento degli ingenti danni, al pignoramento dei beni, a un futuro sul lastrico e, chissà, forse anche alla carcerazione per l’accusa di incendio doloso.

In realtà non era successo proprio niente. Una brezza amichevole annunciava un cielo terso e privo di angoscianti spettri color porpora. La brace giaceva grigia, ancora umida dopo le secchiate d’acqua che Paolo non mancava mai di gettare sul residuo di fuoco prima di tornare in città.

Le cinque e quaranta. Il tempo per rincasare e ritornare nel tepore del letto, dove Luciana, al contrario, si apprestava all’inizio della giornata.

Tutto a posto”.

Tutto a posto cosa?

Niente, niente”.

Pronto per la prossima paranoia.

prove di scrittura narrativa: Paolo Ferrario si esercita su CHESIL BEACH Ian McEwan (2007), Einaudi

CHESIL BEACH

Ian McEwan (2007), Einaudi

TRAMA

Sono i tempi in cui nell’ingessata e puritana Inghilterra non si è ancora preannunciato il rinnovamento culturale che di lì a poco avrebbe soffiato venti di libertà in materia di sesso e mode.

Florence ed Edward sono entrambi molto giovani.

La prima, appassionata musicista di violino, appartiene ad una famiglia agiata ma affettivamente assente.

Edward, invece, sogna di diventare biografo di personaggi vissuti ai margini dei grandi eventi storici e scopre solo in età adolescenziale che le stranezze della madre sono state causate da una lesione cerebrale nascosta a tutti, ma da tutti accettata e accolta come comportamento naturale.

Edward e Florence, nonostante le diversità di ceto e cultura, scoprono di essere attratti l’uno dall’altra e di amarsi.

Solo a parole, però. In quei primi anni Sessanta è solo il matrimonio ad autorizzare conoscenze più intime. Florence, inoltre, vagheggia un amore platonico, resiste ad oltranza a qualsiasi contatto più spinto e cede solo a lievi carezze, o abbracci e baci innocenti.

Ambedue limitano le loro pulsioni e credono di trovare nel precoce matrimonio la strada per conquistare l’autonomia e la liberazione dai legami familiari.

Finalmente quando il giorno della cerimonia arriva, la notte che segue sarà inevitabilmente portatrice delle inquietudini che la coppia comprime dentro sé. Florence, aggrappata all’dea di un amore intellettuale, scopre di essere totalmente impreparata a donarsi anche all’amore fisico.

Edward, da sempre dedito a masturbazioni solitarie, è sopraffatto dalle anse da prestazione, ora che il corpo desiderato è a sua disposizione.

Al termine di una cena infinita servita presso la suite nuziale affacciata su Chesil Beach, paure e passione bisticciano fra loro e, gesto dopo gesto, la resa dei conti su quel letto dalla sovraccoperta bianca ben tesa si avvicina sempre di più.

Nell’universo delle parole non dette, Florence cerca affannosamente il momento giusto per riuscire ad esprimere il suo disgusto verso l’intimità carnale ed Edward, per contro, frena a stento la sua impazienza di fronte al ripresentarsi di una rigida compostezza da brava ragazza che sperava il matrimonio avesse definitivamente cancellato.

E così “nelle rispettive personalità unite al passato, a ignoranza e paura, timidezza, pruderie, mancanza di fiducia in se stessi, esperienza e disinvoltura, più qualche strascico di divieto religioso, l’educazione britannica e l’appartenenza di classe”, in tutte queste cosucce di non poco conto, in quella notte tutto accade.
Impegnata a non deludere le aspettative dello sposo e a preservare la sua stessa carne, Florence, atterrita al manifestarsi della sua eiaculazione precoce, non riesce a frenare la sua repulsione.

Edward, invece, assiste alla fuga precipitosa della moglie con un senso di smarrimento che viene immediatamente travolto da una crescente rabbia per l’umiliazione subita.

Nello sforzo di un reciproco chiarimento, sulla spiaggia di Chesil Beach volano le accuse più inaudite e spregevoli, sorprendenti anche per chi le pronuncia oltre per chi le ascolta.

I giuramenti di un amore eterno appartengono a un passato molto remoto: nel presente di quella notte si dilegua ogni promessa di fedeltà e l’imminente alba futura cederà all’orgoglio ferito la facoltà di non saper perdonare immaturità e paure.

NUOVO FINALE

Il ritorno a casa di Florence è deludente.

In particolare la madre inveisce contro la sua dedizione al violino e biasima la mancanza della volontà di formarsi una famiglia rispettabile e apprezzata agli occhi di tutti

(“Cosa dirà adesso la gente? Che figura, che figura … un matrimonio durato nemmeno un giorno. Ora bisognerà restituire i regali”).

Florence riflette sulla possibilità di intraprendere un percorso di analisi per verificare se la sua innegabile frigidità derivi dall’imitazione del comportamento materno, ma la concentrazione sui preparativi del prossimo concerto la fa desistere.

L’Ennismore Quartet e la musica di Mozart diventano il suo unico scopo di vita, visto che come donna si sente completamente fallita.

Ma il ricordo di Edward è sempre fisso nella sua mente. Rivede ogni momento di quella fatidica notte e si rimprovera senza pietà di non aver saputo, come già accaduto tante altre volte, dare forma a parole di confessione, di scuse, di comprensione e intercessione nei suoi confronti.

Ha capito che la sublimazione nella musica non le è sufficiente per vivere serena.

Tornano in continuazione le immagini dell’ovale di Edward, il ricordo della sua pacatezza e l’interesse per la natura, la sua conoscenza del nome degli uccelli e dei fiori di campo, persino la passione per il jazz e il rock’n’roll così diversi dalla sua musica: tutto questo le manca terribilmente.

A distanza di un anno da quella che avrebbe dovuto diventare la sua nuova vita, arriva il momento della prima esibizione dell’Ennismore Quartet al Wigmore Hall.

Edward in quell’anno non l’ha mai cercata. Però sa del concerto perché le aveva fatto una promessa: “Giuro che quel giorno, a qualunque costo, io ci sarò. Sarò lì nella terza fila centrale seduto nella poltrona 9c”. Le promesse non possono dissolversi.

Il debutto è trionfale ma la poltrona 9c è vuota.

Florence disdegna i festeggiamenti e in lacrime esce dal teatro, prende l’auto e guida fino alla costa del Dorset.
Ritrova il vecchio albero caduto col tronco levigato dall’acqua di mare. Ricorda quel comodo angolo formato dal ramo che l’aveva accolta come in un dolce riparo dopo la sua fuga dall’hotel.

E’ di nuovo luglio e i ciottoli di Chesil Beach risuonano sotto i suoi passi.

Il giorno dopo il quotidiano locale annuncia la scoperta di un nuovo prodigio musicale, l’entusiasmo del pubblico, gli onori della critica, il talento sublime della violinista che però, nella sua riservatezza, si è voluta sottrarre alla luce dei riflettori.

Sulla spiaggia di Chesil Beach un paio di scarpe azzurre col tacco basso abbracciate dal ramo di un tronco attendono la risacca.

prove di scrittura narrativa: Paolo Ferrario, Imposta un romanzo a più voci con un elemento di tragicità, 17 settembre 2015

ESERCIZIO di Paolo Ferrario, 17 settembre 2015

Imposta un romanzo a più voci con un elemento di tragicità

Scrivi un soggetto in cui si percepiscano questi elementi (anche solo un’idea, ricercare un nucleo)

Butta giù un itinerario di ricerca, di studio, di approfondimento riguardo ai personaggi o alle situazioni di cui vorrai parlare

Fatti prendere anche dalla voglia di scrivere un dialogo o descrivere un’ambientazione


Siamo destinati alla morte. Questa è l‘evidenza che appare.

Eppure Amaltea, osservando quello che accade, ispira un’altra prospettiva: questo è solo ciò che si crede di vedere.

Amaltea abita un luogo solo apparentemente minuscolo.

Perchè lì si muovono uomini e donne, crescono fili d’erba, sbocciano fiori e germogliano alberi, sonnecchiano gatti, volano anatre, cigni, aironi e poiane, estivano tartarughe e lucertole, strisciano lumache e bruchi, ronzano api, vespe e calabroni.

Insomma succedono fatti, si raccontano storie, si fanno sogni, si respira il mondo.

Amaltea è lì e tuttavia è in contatto con l’universo.

E’ tragico credere di dover morire, ma il susseguirsi di quello che racconta Amaltea dimostra che forse la verità è un’altra.

La vera domanda è: “Perché vale la pena di vivere”?

E’ un’ottima domanda. Ci sono molte cose per cui vale la pena di vivere.
Per esempio un luogo dove c’è una casa, un giardino, un orto, un frutteto che si protendono verso il lago.
O l’Eros di Nina Simone che non canta solo una canzone, ma interpreta il contenuto della canzone.

Così come la voce di Ray Charles, quasi sempre, o le note blues e swing di John Lewis o il ballo di Al Pacino in Scent of woman.

O, ancora, il ricordo di Mood Indigo di Duke Ellington che entusiasmava il padre di Paolo, ma anche il “Meglio che in riviera” del padre di Luciana.

Il tempo è una freccia, ma nell’istante in cui sta per essere scoccata è ferma ed immobile. E in quell’attimo il tempo si ferma.

Amaltea racconta e la sua narrazione sembra non terminare mai. E allora, forse, non è vero che siamo destinati alla morte.

****

Li ho visti varcare il cancello che conduce al giardino. So per certo che questo, per loro, è quasi un esercizio psicologico.

Giungono al cancello, si arrestano, danno un’occhiata al cipresso, poi salgono i nove scalini, percorrono un tratto della Via della Vite e si fermano (sempre) alla panchina che si affaccia sopra il pontile del battello.

Nel contatto con le pietre, le piante, i cespugli … loro guardano, ma soprattutto immaginano.

Hanno percorso cinquecento passi per arrivare da me. La loro mente sospende la razionalità della vita pubblica e produttiva. Qui pensano, ma, soprattutto, si pensano.

Capitolo: Gradini

A Paolo e Luciana piace contare i gradini e stupirsi di alcune regolarità ripetitive che un’architettura spontanea ha saputo costruire da tempi più o meno memorabili.

Sono settantasei i gradini che interrompono il sentiero della mulattiera che scende a lago: tra il settantaquattresimo e il settantacinquesimo c’è il respiro di un passo e gli ultimi due degradano più dolcemente.

Ripercorsi in senso contrario, al quarantottesimo c’è una breccia sul muro sassoso che delimita un pezzo di bosco privato. E’ un invito al riposo durante la risalita, un piccolo brandello di scorcio su quella baia protetta che appartiene a un paesaggio così simile a un’esperienza psichica.

So che a loro piace contare i gradini quando aprono il cancello. Sono nove i gradini alti da salire, poi appaiono i due vasi delle aspidistre e il corridoio sotto il cupolone delle viti verdi e pesanti, con i loro grappoli di un colore che muta man mano che le giornate si accorciano.

Contano i gradini che fiancheggiano le azalee, mentre il loro sguardo incontra la statua di Anima sotto l’ulivo.

Nove gradini ancora e una repentina svolta a destra per salirne altri sei. Lì il cipresso si erge imponente puntando direttamente verso il cielo. Ogni anno cresce di un ciuffo e la sua flessibilità contrasta il soffiare del vento ….

seguirà ….

bibliografia per autori: BIOGRAFIE e scritture autobiografiche

Avatar di Paolo FerrarioMAPPE nel sistema dei SERVIZI alla persona e alla comunità, a cura di Paolo Ferrario

AA. VV., DIARIO DAL SERENGETI, NATIONAL GEOGRAPHIC VIDEO, , p.

AA. VV., 1969-1989. I NOSTRI VENT’ANNI, EDIZIONI DELLA FAMIGLIA COMASCA, 1988, p. 150

AA. VV., GIOVANNI BATISTA BOETTI 1743-1794, OEMME EDIZIONI, 1989, p. 191

AA. VV., HISATAK 1865/1930: immagini e memorie da album di famiglie armene fra Ottocento e Novecento,

OEMME EDIZIONI, 1990, p.

AA. VV., CAROSELLO, STORIA DI UN MITO. 9: 1973-1974, VIDEO ERRE, RAI TRADE, RBA, 2011, p.

AA. VV., CAROSELLO, STORIA DI UN MITO. 3: 1961-1962, VIDEO ERRE, RAI TRADE, RBA, 2011, p.

AA. VV., CAROSELLO, STORIA DI UN MITO. 2: 1959-1960, VIDEO ERRE, RAI TRADE, RBA, 2011, p.

AA. VV., CAROSELLO, STORIA DI UN MITO. 8: 1971-1972, VIDEO ERRE, RAI TRADE, RBA, 2011, p.

AA. VV., CAROSELLO, STORIA DI UN MITO. 1: 1957-1958, VIDEO ERRE, RAI TRADE, RBA, 2011, p.

AA. VV., CAROSELLO, STORIA DI UN MITO. 6: 1967-1968, VIDEO ERRE, RAI TRADE, RBA, 2011, p.

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Paolo Ferrario: Scheda del libro: IAN McEWAN, Sabato, Einaudi, 2005, p. 294, traduzione di Susanna Basso, 21 maggio 2015

Paolo Ferrario, 21 maggio 2015

Scheda del libro: IAN McEWAN, Sabato, Einaudi, 2005, p. 294, traduzione di Susanna Basso

Compito

Elaborare una scheda di lettura su un romanzo letto. Le piste orientative sono:

  • cercare il rispecchiamento fra personaggi e quadro storico-sociale

  • valutare le caratteristiche del protagonista e dell’antagonista, sia come singoli soggetti che in relazione fra loro

  • capire lo stile (lo stile è il registro linguistico usato dall’autore: esempio in S. King il registro linguistico è la narrazione)

1. Trama e rispecchiamento

Qualche ora prima dell’alba Henry Perowne, un neurochirurgo, si sveglia per ritrovarsi già in movimento, seduto nell’atto di scostare le coperte e quindi di alzarsi in piedi. Non sa esattamente da quando è cosciente, né del resto la cosa risulta avere rilevanza” (pag. 7)

Gli eventi si svolgono nella sola giornata “senza lavoro” di sabato 15 febbraio 2003. La situazione storica e psicologica è quella del senso di inquietudine nato dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 e che permane ed interagisce (a diversi livelli di sensibilità) con le nostre preoccupazioni quotidiane

C’è gente in giro per il pianeta, una rete di gente bene organizzata che vorrebbe uccidere lui, la sua famiglia e i suoi amici per dimostrare qualcosa” (pag 87)

Henry Perowne è proiettato in due situazioni che gli lasciano un senso di impotenza simile a quella di una catastrofe internazionale. Una è un incidente che gli capiterà con un uomo violento e squilibrato che egli è in grado di esaminare clinicamente ma da cui è difficile difendersi. L’altra è la visita alla madre che soffre di una demenza che la sta privando della memoria:

Il danno prodotto dai coaguli nei piccoli vasi tende ad accumularsi nella sostanza bianca e a distruggere la capacità di connessione mentale … Lily può pronunciare con commovente serietà le proprie tesi strampalate, i suoi monologhi insulsi …. Le fa piacere se Henry annuisce e sorride ….” (pag 170)

Il dottor Perowne non ha ancora 50 anni, è un realizzato padre di famiglia, ama sua moglie e ha due figli: Daisy, che è una promessa della poesia britannica, e Theo, che suona il blues.

Nella notte di sabato vede dalla finestra un aereo che prende fuoco nel cielo di Londra e che atterra senza creare problemi. Questo evento attiva pensieri e ricordi scientifici:

Un gatto, il Gatto di Schrödinger, celato dentro a una scatola coperta, può essere ancora vivo, oppure morto, per via di un martello che, azionato a caso, si abbatte su una fiala di veleno. Fino a quando l’osservatore non solleva il coperchio della scatola entrambe le possibilità, gatto vivo e gatto morto, coesistono l’una accanto all’altra” (pag. 23)

Però l’aereo è atterrato: “Il gatto morto di Schrödinger a quanto pare è vivo

Tutto il vissuto interiore di Henry è influenzato da quell’aereo in fiamme.

Dopo aver fatto l’amore con la moglie indossa una vecchia tuta da ginnastica e va a giocare a squash. Durante il percorso una manifestazione pacifista blocca il traffico e Perowne provoca un piccolo incidente d’auto che si trasforma in una pericolosa rissa quando Baxter, l’altro automobilista, lo aggredisce.

2. Le relazioni fra protagonista e “antagonista”

Perowne riceve un pugno nello stomaco, ma riesce a distrarre Baxter e a fuggire illeso descrivendogli i sintomi del morbo di Huntigton, che lui conosce bene:

La faccia è animata da scosse di infinitesimali tremori che non si compongono mai in un’espressione. Si tratta di una irrequietezza muscolare che un giorno – secondo la ponderata opinione di Perowne – muterà in aterosi, uno strazio di spasmi incontrollabili e involontari” (pag. 100) … “L’ha avuto tuo padre. E adesso ce l’hai anche tu” pag 101) … Perowne conosce bene questa tendenza del paziente, questo aggrapparsi al minimo appiglio. Se un farmaco esiste, Baxter o il suo medico lo conosceranno senz’altro. Tuttavia Baxter non può esimersi dal controllare. E poi controllare di nuovo” (pag. 104)

Dopo l’incidente e la fuga, Perowne va in palestra, gioca una partita senza entusiasmo e con un po’ di astio. Poi va in visita alla madre che è ricoverata in una casa di cura. Torna a casa, dove trova la figlia Daisy e discutono sulla prossima guerra in Iraq:

– Papà, non sarai favorevole alla guerra, spero.

Henry si stringe nelle spalle. – Nessuna persona sensata è favorevole alla guerra. Però da qui a cinque anni potremmo anche non rimpiangere di averla fatta” (pag. 195)

Poi arrivano la moglie Rosalind, il figlio Theo e il suocero Grammaticus . Ma fanno irruzione nella casa anche Baxter e un suo complice. Il nonno viene colpito con un pugno e Daisy viene fatta spogliare ed obbligata a leggere una sua poesia. Lei legge, invece, un altro poema lirico che colpisce emotivamente Baxter. Henry e Theo riescono così a sorprenderlo, disarmarlo e a farlo cadere dalle scale. Verrà ricoverato in ospedale, dove Perowne lo opererà con perizia, attenzione e successo.

Fra protagonista e “antagonista” si è strutturata una relazione intersoggettiva: Baxter è incolpevole della sua violenza e Perowne lo cura utilizzando tutta la sua competenza tecnica, ma anche risolvendo un dilemma etico. Ha capito che la vera ragione della sua aggressività è la malattia. E che, se non avesse questi gravi disturbi, sarebbe (forse) una persona diversa, più sensibile ed equilibrata:

Henry? Sei tu Henry … abbiamo un extradurale, paziente maschio, fra i venti e i trent’anni, caduto da una scala. … Ho visto chirurghi alle prime armi recidere il seno craniale sollevando l’osso, con conseguenti quattro litri di sangue sparsi sul pavimento. Voglio qualcuno che abbia più esperienza qua dentro e tu sei il più vicino. Oltre che il migliore …. Henry? Ci sei ancora?

– Sto arrivando” (pag 242)

La giornata del sabato si conclude alle cinque della mattina di domenica, quando Perowne fa ancora l’amore con la moglie. E’ “salvo dal nulla” e può addormentarsi:

Il sonno ha cessato di essere una astrazione per diventare una cosa concreta, un antico mezzo di trasporto, un lento tapis roulant che lo trasferirà dentro la domenica. Si accomoda intorno a lei, al suo pigiama di seta, al profumo, al calore, a quel corpo adorato, e le si fa più vicino. Nel buio le bacia la nuca, C’è sempre questo, ecco un pensiero tra i pochi rimasti. Poi sarà: c’è solo questo. E alla fine, in caduta, lieve: questo giorno è passato” (pag. 289)

3. Lo stile del romanzo

Lo stile è quello del flusso di coscienza.

Ian McEwan riesce a descrivere in dettaglio i processi mentali con cui il nostro precario benessere individuale si intreccia con le nostre ansie politiche.

Ma McEwan fa anche di più.

Egli riesce a descrivere la reazione empatica di un uomo di fronte ad un mondo fatto non solo di religione o arte ma anche di materia.

Perowne arriva al perdono attraverso la biologia e i meccanismi fisiologici del corpo. Mostra che ci sono vie diverse per diventare soggetti che sviluppano relazioni interpersonali

Sabato è un romanzo su un uomo che si osserva mentre pensa. E’ una storia di chi si osserva mentre prova delle sensazioni.

E questo è ottenuto con il dono della sua scrittura e di quello della sua traduttrice italiana Susanna Basso.

prove di scrittura autobiografica: Paolo Ferrario, LA BIOLOGICA, 2015

Enrico si fermò ansimante a considerare i gradini mancanti all’arrivo a casa.

Li hanno proprio messi giù in qualche modo. Prima, almeno, erano tutti della stessa altezza e si faceva meno fatica”.

Paolo e L., qualche gradino più su, sorrisero annuendo.

Era il tempo in cui l’aria profumava di gelsomino e lavanda. Le case abbarbicate sul sentiero di sasso mostravano finalmente le persiane spalancate: anche quell’anno i tre uomini e le rispettive mogli erano arrivati a trascorrere il tempo estivo nella residenza di campagna.

Coatesa bassa è una piccola frazione a ridosso del lago e raggiungibile unicamente attraverso la lunga gradinata di pietra che, simile a una cicatrice verticale, divide la montagna in due minuscole frazioni. Il fatto di non essere percorribile da auto e di animarsi solo nei mesi caldi, rende Coatesa bassa un luogo fuori dal tempo, un borgo reso interessante soprattutto per l’antico ponte di pietra che si specchia nel lago e da cui è visibile il salto della cascata.

Pochi ormai i nativi del luogo e pochi, del resto, anche i suoi abitatori che da generazioni si tramandano l’uso delle dimore.

A Coatesa gli argomenti di discussione sono quasi sempre centrati sull’avanzamento della modernità, ad esclusione ovviamente delle usuali banalità meteorologiche, delle gare sulla produzione di pomodori, degli aggiornamenti sui pettegolezzi delle vicende umane che costringono alla vendita dei campi, dei boschi o addirittura delle case stesse.

L’arrivo del metano, per esempio, è stato a lungo oggetto delle solite chiacchiere da bar. Ogni anno sembrava fosse giunto il momento di dire: “OK, si parte”. Poi, naturalmente, a ritardare l’evento subentravano le lungaggini burocratiche, il blocco dei finanziamenti, la non convenienza economica data l’esiguità dei residenti, la difficoltà di indire gli appalti, il cambio della giunta, le elezioni amministrative.

C’era voluto lo scossone del probabile rifacimento della diroccata filanda per indurre finalmente l’avvio dei lavori.

L’effetto però era quello rimarcato da E.. Dopo due anni di scala sventrata e di passatoie di legno, ora che il cantiere era stato chiuso, quei gradini stavano a testimoniare un lavoro svolto in economia. Gli iniziali trecento scalini erano, infatti, diventati duecentosettanta e questo, per le artritiche ginocchia di Enrico, non era cosa di poco conto.

I sorrisetti di L. e Paolo non volevano certo sminuire le difficoltà del più anziano della combriccola. E’ che quella scalinata veniva percorsa tutti i giorni e, puntualmente, la stessa frase risuonava come un rimbrotto al tanto sospirato arrivo del metano. Nulla di cui stupirsi, del resto. Enrico era un criticone innato e trovava sempre qualcosa da ridire sull’operato altrui.

L. , che fra i tre si difendeva meglio dai segni del tempo, era invece quello che sapeva accendere gli animi degli altri due con battutine sornione, ma cariche di implicite frecciate cui faceva seguire un irritante risolino. Sia E. che Paolo, entrambi permalosi e irascibili, difficilmente restavano insensibili alle provocazioni, con l’unica differenza che mentre Paolo si imbestialiva, E.  attenuava le proprie intemperanze per negoziare l’imminente conflitto.

E fu proprio L. che, in risposta a quel commento di Enrico, non poté astenersi dal dire: “Pensa che adesso devono tirare di nuovo su tutto per metter giù i tubi del depuratore”. Le parole rimasero cristallizzate nell’aria per qualche secondo.

Poi E. : “Ah … perché? …. si fa?”.

L. , da perfido sobillatore qual era, non mancò di millantare una presunta amicizia con l’assessore di turno, dando dunque per garantito il fatto: “Certo. E’ già stato deliberato in giunta. Me l’ha detto Frigerio: in autunno si parte”. Paolo sbuffò: “Sì certo, come per il metano …”.

Quelle parole tuttavia ottennero l’effetto desiderato: a Coatesa da quel momento si trovò un nuovo argomento su cui dissertare nelle ore serali quando, seduti vicino al pontile nell’attesa che i cani sbrigassero le loro intime funzioni, i tre stavano a costruire ipotesi e ad anticipare possibili soluzioni dell’impresa. Fu così che grazie alle straordinarie competenze tecniche di E. si tentò di esaminare – a parole – il percorso delle tubature, l’enigma della risalita delle acque reflue attraverso un complesso sistema di pompaggio, l’allacciamento delle biologiche private, la partecipazione al costo, il risollevamento della scala di pietra.

Quel luglio fu particolarmente piovoso, tanto che il depuratore scese dalla graduatoria dell’interesse per cedere spazio ai danni dell’orto e ad alcuni tetti diventati a rischio dopo violenti nubifragi.

Fu nuovamente L. a fomentare un’antica questione sulle responsabilità civili delle infiltrazioni, visto che parte del suo spazio esterno si era allagato a causa di una fuoriuscita di acqua maleodorante dalle fessure della roccia. “Quell’acqua dipende dalla fogna di qualcuno che abita più in alto. Se non sei tu, se la biologica dell’Assunta va direttamente a lago, rimane solo quella del Paolo”, furono le parole di L. a E. , il quale, naturalmente (non per nulla chiamato “radio Scarpa”), lo riferì immediatamente a Paolo.

E no, eh, adesso mi hanno proprio spaccato i coglioni!” sbottò Paolo, mentre l’ira saliva pericolosamente come fuoco alla gola. Non ne poteva più di quelle insinuazioni fondate esclusivamente su inconsistenti eredità orali che periodicamente tornavano alla ribalta. Lui era l’unico del luogo a non essere, per così dire, autoctono e nonostante fosse quello più vicino in termini di distanza, si sentiva continuamente considerato il forestiero da colpevolizzare per tutte le nefandezze prodotte da altri.

E così gli toccava di subire, oltre alle ripetitive narrazioni che raccontavano di come il tale avesse ceduto un piccolo lotto di terreno non accatastato o di come il talaltro avesse usufruito di un condono per la sua abusiva espansione edilizia, anche l’ennesima sottolineatura di come il milanese avesse letteralmente svenduto la casa – ora di Paolo – a causa di insanabili conflitti familiari. Fatto questo che aveva sollevato parecchie invidie in chi pensava di poter avere diritto di prelazione solo perché compaesano.

Le classiche storie di campanile che appassionano e infiammano il tempo sospeso delle giornate oziose.

L., per quanto riguardava la regolarità delle norme edilizie relative al caseggiato dei nonni, era sicuramente quello che più avrebbe dovuto stare in silenzio e invece eccolo di nuovo lì a evocare l’esistenza di presunte falle nell’impianto idrico di Paolo. Sì, proprio del draconiano Paolo che, appena insediato a Coatesa bassa, si era subito preoccupato, insieme al suocero, di far controllare lo stato della biologica, vista l’assenza di un depuratore e il timore che le acque reflue si immettessero illegalmente nel lago.

E infatti, ormai col fumo alle narici, Paolo continuò: “Ancora non gli è bastata la prova di colore fatta fare da mio suocero dieci anni fa, ancora me la mena… ma allora è proprio un pirla! Adesso basta, però. Telefono al Sergio e che questa storia finisca una volta per tutte!”

E.  capì che in quel momento non erano possibili mediazioni e si limitò a riferirgli che proprio il giorno dopo il S. sarebbe passato da lui per valutare un danno anch’esso causato dalle recenti alluvioni.

Il S. , per intendersi, è il muratore esperto di tetti.

A Coatesa bassa nessuno vuol prendersi l’impegno di lavori pesanti, data l’impossibilità di accedervi se non a piedi. Il S., invece, è colui che arriva, guarda, tira fuori un pezzo di carta e in piedi ti fa quattro conti, aggiungendo sempre: “Poi naturalmente bisogna vedere che cosa si trova sotto”. E con questa frase triplica il costo finale.

D’altro canto gli interventi di altri artigiani più onesti non davano mai esiti positivi e alla fine era sempre il S. che doveva rimediare ai pasticci altrui. Ovviamente facendosi pagare a peso d’oro.

Il S. naturalmente fu ben felice di accettare la prova colore richiesta per dimostrare che la biologica di Paolo non turbava alcun equilibrio idrico. Oltre tutto aveva il dente avvelenato con L. per il saldo di un certo conto del passato mai pervenuto.

Successe quel martedì in cui Luciana aveva deciso di fare la marmellata di prugne. Operazione consueta, visto che era il periodo delle gocce d’oro. Mentre in cucina mescolava frutta e zucchero con accuratezza, dalla finestra aperta ascoltava le voci sconosciute che spiegavano a Paolo come sarebbe stato condotto l’intervento della prova colore: immettere acqua tinta di rosso nello scarico e verificare se così colorata uscisse dalla fessura segnalata da L.. Dal cancello dischiuso sentì anche sopraggiungere i passi di E. e L.. Poi, improvvisamente, il silenzio seguito da un gran rumore d’acqua.

Dopo aver versato la marmellata nei vasetti di vetro e con ancora nelle narici la fragranza dolce-asprigna della composta, Luciana uscì incuriosita sul balcone del soggiorno.
La prima cosa che vide fu un gruppo di uomini chinati quasi ad angolo retto sulla botola aperta della biologica, fra cui persino C. che, tornando dal suo orto con una borsa piena di pomodori e floride lattughe, si era soffermato attratto da quell’insolito assembramento.

Con grande solerzia il S. reggeva in mano un bastone di circa due metri e rimestava in senso orario dentro il pozzetto, incitando un giovane manovale marocchino a gettare secchi d’acqua di colore rosso. Al contempo dava voce all’altro aiutante che, appostato più sotto nei pressi della porzione di roccia incriminata, doveva verificare di che colore fosse l’acqua uscente.

Come se ciò non bastasse, Paolo, con addosso un paio di stivali di gomma, si affannava a portare secchi all’ultimo piano dello scosceso giardino.

Ma che cosa stai facendo?” gli chiese Luciana.

Sto portando merda, vedi?”, rispose Paolo agitando rischiosamente il secchio colmo di un liquido denso dall’inequivocabile odore. “Con tutta l’acqua che buttano giù, se poi non scarica, finisce che ci esce in cortile”.

E’ chiara o rossa?”, urlava intanto il marocchino al collega di vedetta alla fessura.

E’ chiara”.

E il S.: “Butta ancora un secchio”.

Tutti in religioso silenzio stavano ad ammirare il sapiente lavoro del muratore, incuranti dell’odore nauseabondo che si paralizzava nell’aria afosa.

Chiara o rossa”?

Chiara, chiara”.

Paolo al decimo secchio del putrido liquame sembrava un po’ stravolto.

Direi che è sufficiente, lei cosa dice, professore?” chiese il S. con l’aria cattedratica del gran consulto davanti a un tavolo chirurgico.

Ah, lo dica a quello lì, che sostiene che la sua perdita è causata dal mio impianto fognario”, sbottò Paolo indicando L. .

Ora il gruppo aveva riacquistato la posizione eretta. Lo sguardo di tutti puntato sul S. .

L’acqua che esce dalla roccia è chiara” sentenziò con aria solenne. “Se in autunno partiranno i lavori per il depuratore, forse si scoprirà la causa della perdita. Questa biologica non ha nessun danno”. E questo fu tutto.

Quella notte Paolo continuò a rigirarsi nel letto. Sognava fiumi sotterranei color rubino che si insinuavano negli interstizi rocciosi del sottosuolo, rivoli scarlatti incuneati fra scarichi di water e bidet, scrosci sanguigni sotto la doccia.

Improvvisamente si svegliò tutto sudato.

La stanza era rovente, ma Luciana era stata inamovibile. “Sarà pure merda nostra, ma stasera le finestre restano chiuse”.

Era il tempo in cui l’aria profumava di gelsomino e lavanda. Ben presto l’installazione del depuratore avrebbe allontanato il ricordo di quella fetida giornata.

prove di scrittura autobiografica: Paolo Ferrario, Un’AMICIZIA FINITA, 2015

Ogni volta che il canto di Nina Simone si diffonde nella mia camera non posso fare a meno di pensare a Paola e alla fine del nostro rapporto. Dico rapporto perché, sulla soglia della settantina, ho smesso l’uso di parole impegnative come, nel nostro caso, Amicizia.

Amicizia … in tempi ormai remoti eravamo tutti convinti di essere grandi amici: ci si muoveva sempre in gruppo, dalle gite domenicali alle vacanze estive, e di sabato sera, quando ognuno scartava la proposta dell’altro, la soluzione vincente restava ovviamente la casa di Paola.

Chissà, forse perché era l’unica a conservare un legame affettivo stabile, mentre di noi e delle nostre vicende matrimoniali restavano solo misere macerie.

O forse perché Paola era un’implacabile entusiasta. I suoi repentini innamoramenti delle cose della vita ci obbligavano a dare una scossa al nostro torpore e a tentare di tenerle il passo. Non trascorreva settimana che non fosse connotata da nuove, sensazionali scoperte: un regista straniero, un romanzo, un poeta, una colonna sonora, una ricetta gastronomica …

Così, quando la stanchezza esistenziale cancellava ogni desiderio di relazione, da Paola ci si sentiva protetti e stimolati.

Lei aveva sempre qualcosa da raccontare. Partiva con i suoi lunghi soliloqui dal tono professorale, più catturata dal suo dire che dalle altrui parole.

A me andava benissimo così: bastava lasciarla raccontare, annuire di tanto in tanto con la testa, formulare qualche domanda di approfondimento e abbandonarsi al suono delle sue parole. Non posso negare che qualche volta le “scoperte” annunciate erano davvero interessanti, mentre altre cadevano nella mia più assoluta indifferenza. Ormai ero già diventato bravo a immergermi nei miei pensieri, fingendo uno sguardo vigile e attento.

Paola per me era come la Ferrarelle: un po’ liscia e un po’ gassata.

Nella versione liscia, la serata scorreva piacevole e mai banale. Un classico era diventato la visione del film, che sceglieva lei perché nessuno di solito conosceva il regista. Iniziava una dotta disquisizione sulla biografia dell’autore e delle sue opere e quando tu credevi finalmente di gustare il film proposto, sullo schermo della TV compariva un altro titolo … per carità, sempre dello stesso regista! Inevitabilmente poi, ad ogni colpo di scena, i commenti di Paola rompevano la suspense del silenzio e tutti a fare “Sssst, porca misera, Paola, torna indietro e stai zitta!”. Arrivava naturalmente anche il momento delle lacrime, il tirar su con il naso e la ricerca di un fazzoletto per Paola che aveva le lacrime in tasca, non solo davanti a un film.

Alla fine della serata si usciva comunque soddisfatti, sorridenti e riconciliati con se stessi e il mondo. Questo nella versione per l’appunto liscia.

Ma poi c’era la versione gassata di Paola e lì iniziavano i guai, soprattutto se prendeva il via una discussione politica.

In quei tempi lontani ritenevamo tutti di essere dalla parte del Giusto, di credere in valori inconfutabili, di lottare per una società e un pianeta migliori. In quel magma di ideologie variegate si intersecavano principi, convinzioni e fedi diverse.

Paola era la più accesa e non tollerava assolutamente le opinioni stile chiacchiere da bar. Nella maggior parte dei casi finiva che si inalberava e si scagliava contro chi non aderiva alle sue ragioni e visioni. “Fumantina, iraconda, dispotica, acritica” erano le migliori repliche che volavano in sua direzione, esacerbando ancor più il clima già rovente.

Paola è una donna veramente permalosa, capace di ricordare vividamente per anni anche il minimo sgarbo.

Lei interpreta, classifica e poi decide. Come quella volta che, improvvisamente, ha abbandonato il suo rituale di regalare a capodanno una cassetta con la registrazione di quelli che lei valutava come i migliori pezzi musicali ascoltati e selezionati nel corso dell’anno.

E’ stato sufficiente che Armando le dicesse che l’ultima cassetta era meno entusiasmante delle precedenti per interrompere definitivamente il suo gesto augurale. Per sempre.

Faccio fatica con esattezza a focalizzare il preciso momento della rottura. Dove sono – siamo – finiti tutti?

Probabilmente si è trattato di un graduale allontanamento, di strade diverse, di ridimensionamento di quei credo diventati più sbiaditi di fronte ad altre responsabilità e abitudini.

Resta il fatto che, sulle note di Nina Simone, non riesco a non pensare che Paola sia colei che veramente esprime “la forza del carattere” per dirla con James Hillman. Una forza che le ha permesso – e credo permetta tuttora – di inseguire e incontrare amori sognati, di coltivare pulsioni e di assecondare emozioni.

Per uno come me, inclinato verso la vecchiaia e propenso a lasciare che le giornate si trascinino senza troppi scossoni, Paola è una che va troppo veloce.

Di lei mi restano le sue audiocassette, l’eco del suo sbraitare, le vibrazioni della sua vitalità e, temo, l’invidia della sua resistenza ad essere ciò che veramente è e appare.

Paolo Ferrario, prove di scrittura autobiografica: DELITTO (IM)PERFETTO, 2015

Una morte senza un corpo da seppellire, seppure certa, resta una morte imperfetta.

Da Natale a Natale: questo il destino della gatta bianca Noelle.

Noelle, il corpo smagrito e malato, il muso docile e impaurito, il mantello candido chiazzato di arancio e di grigio.

Noelle, immobile nel giardino, portata da chissà chi.

Noelle, la sua repulsione per gli spazi chiusi senza via di fuga.

Noelle, dolce e mansueta, rifugge il contatto umano.

Noelle, ossessione permanente da quel giorno di capodanno, quando, dal cancello del giardino, non è più spuntato il suo bianco musetto.

Ieri notte è successo il finimondo”, mi dice Ugo, mentre il suo sguardo proteso verso l’alto indica chiaramente la casa di Gerardo. “Non c’è un gatto in giro: quando fanno i fuochi gli viene lo stremizio, ma vedrà che torneranno”.

Certo, torneranno. E infatti sono tornati Luna, Silvestro, Mammagatta, Blu, Belle. Tutti, tranne Noelle.

Maledico, impreco, insulto, bestemmio per cercare di frenare lo strazio che mi cresce dentro. Sul banco degli imputati velocemente raduno persone e fantasmi, immagini e scenari di ogni probabile delitto. E il vano appello inizia:

  • gli scapestrati figli di G., ubriachi fradici che dopo i fuochi torturano Noelle

  • C., che la colpisce a sassate mentre la sorprende vicino al pollaio attiguo al giardino

  • U., che la trascina sotto i cingolati mentre guida la sua motocarriola

Più passano i giorni, più aumentano lo sconforto e la disperazione. Nessuno ha visto Noelle. Perlustro quotidianamente sentieri, scale, mulattiere agitando crocchette, cercando corpi schiacciati, spiando nei cortili, chiamando inutilmente il suo nome.

Gennaio non è ancora finito. Mentre percorro per l’ennesima volta il viottolo che conduce alla mia casa vedo, incastrata fra le rocce del muro e i sassi della scala, un’eterea lanugine, batuffoli di bambagia lievi come soffioni condotti dal vento e atterrati qui e là senza paracadute.

Io so che Noelle è morta. Non so come, dove, quando, perché. E soprattutto non so “chi” è il colpevole. Quel punto del sentiero è assolutamente aperto alla vista. Se Noelle fosse stata catturata da un animale selvatico, ci sarebbero state altre evidenti tracce di sbranamento. Inoltre, quella peluria appare parecchi giorni dopo la scomparsa.

L’essere umano ha bisogno di razionalizzare il dolore per renderlo sopportabile e dotato di senso. Anch’io ho bisogno di ricostruirmi la MIA plausibile ipotesi.

Notte di capodanno e inizio dei fuochi. Noelle è sempre stata una gatta molto timida e schiva, per cui scappa. Imbocca titubante il sentiero, territorio a lei del tutto sconosciuto.

Se i botti fossero rimasti circoscritti ai dintorni della nostra casa, probabilmente al ripristino della calma avrebbe potuto fare ritorno al suo usuale ambiente di vita.

Ma non è così. L’intero paese festeggia ostinatamente la speranza di un anno migliore, riempiendo l’aria con assordanti fragori e tuonanti boati. Noelle continua a correre impazzita e piena di paura. Secondo me le è scoppiato il cuore mentre nel bosco cercava un luogo di riparo.

Se così non fosse stato, nei giorni seguenti avrebbe risposto con un miagolio ai nostri richiami.

Quindi, Noelle muore nella notte di capodanno.

A questo punto i possibili predatori diventano numerosi: la volpe che già nel passato ha sgominato le galline di Cosimo, la faina, il tasso, i corvi.

Resta ancora una perplessità: perché quei ciuffi bianchi isolati e lontani?

La spiegazione più verosimile che mi do è che i corvi siano stati gli ultimi spazzini. Trovando i miseri resti nel bosco, nel volo è scivolato qualche brandello di carne e i mille insetti della terra avrebbero ripulito ciò che restava di commestibile, avanzando solo il pelo.

Guardo Chat Noir abbandonato sulle mie ginocchia col muso sprofondato nell’incavo del gomito.

Il suo dorso nero e lucido è in netto contrasto col candore di Noelle.

Anche lui è comparso improvvisamente nel mio giardino cinque mesi dopo il lutto di Noelle, anche lui emaciato e malandato, anche lui bisognoso di cure e amante di quel luogo che gli ha restituito la sopravvivenza.

Chat Noir ha una piccola macchia immacolata sopra il petto, visibile solo quando disperatamente solleva il muso color carbone reclamando un po’ di cibo.

Voglio credere che in quel ciuffo color latte sia nascosta Noelle.

Noelle che, mascherata da Chat Noir, finalmente mi consola di tutte le carezze che mai sono riuscito a darle.


associato a:

Acting Out per NOELLE: dal buio alla luce, passando attraverso tutti i gradi del chiarore, 18 gennaio 2012

Paolo Ferrario, prove di scrittura autobiografica: L’APPUNTAMENTO, 25 febbraio 2015

Le gocce di pioggia battevano con violenza sui vetri della finestra, mentre un gruppo di nuvole color piombo si muoveva minaccioso e sospinto da raffiche di vento.

Nella stanza silenziosa la lampada sulla scrivania illuminava la pagina dell’8 settembre nella agenda di cuoio. Accanto alla lista dei pazienti una V vergata in rosso segnalava la progressione delle visite.

Con un sospiro la dottoressa Silvia Monteverdi appoggiò il capo sulla spalliera dell’alta poltrona, mentre lo sguardo indugiava sull’ultimo colloquio delle 15 e 15 previsto nel pomeriggio.

Un tuono improvviso la spaventò, suscitandole una sensazione di inquietudine di fronte a quel nome agganciato a un punto interrogativo simile a un cappio.

Il suono del campanello fu lieve.

Nello studio di uno psicanalista anche il trillo di annuncio alla porta riveste un significato. C’è il suono lungo e insistente, che rivela un bisogno imperativo di soccorso; c’è il suono intermittente, simile all’ansia di chi pensa di aver schiacciato il tasto troppo debolmente e quindi lo preme di nuovo; c’è il suono veloce e deciso di chi ormai frequenta quello spazio da tempo; c’è il suono sottile di chi, dall’altra parte dell’uscio, si domanda se stia facendo la cosa giusta.

La dottoressa Monteverdi aprì la porta.

Un uomo sulla trentina le comparve avvolto in un pastrano beige. Dal copricapo impermeabile colore blu grondavano stille di acqua che, incerte sulla strada da imboccare, si arenavano tra i peli della barba. Una mano sorreggeva un ombrello visibilmente provato dallo sferzare dal vento, mentre l’altra stringeva il manico di una cartella di pelle marrone stragonfia, la cui fibbia di chiusura pareva sul punto di soccombere.

Entrato, Paolo si guardò intorno alla ricerca di un portaombrelli.

Il corridoio era ben illuminato, accogliente, con una sequenza di raffinate acqueforti in cornici dorate allineate lungo le pareti e una lunga fioreria di ferro battuto riempita da ortensie blu e steli di lavanda essiccati.

“Lo lasci pure fuori”.

Paolo si accorse in quel momento che sul lato destro, proprio sotto il campanello, era ben visibile un portaombrelli in rame brunito.

“Prego, si accomodi e, mi dica, che cosa la porta qui da me?”.

I due, seduti l’uno di fronte all’altra, erano separati da pochi centimetri, totalmente esposti alla reciproca osservazione.

Ora che si era tolto il soprabito e il cappello, il giovane uomo mostrava la sua magrezza resa ancora più evidente dai jeans attillati e dalla camicia a righe blu, stazzonata e sfilacciata sui polsini. I piedi battevano il ritmo dell’insicurezza, mentre il corpo in bilico sul bordo anteriore della sedia sembrava poco incline a trovare conforto nell’alto schienale. Barba e baffi piuttosto incolti riempivano il viso triangolare quasi a compensare l’incipiente calvizie, già annunciata dalle tempie sguarnite e dalla fronte che si andava allargando sopra l’arco delle sopracciglia sottili. Lo sguardo inquieto vagava, dubbioso se concentrarsi sulla sua borsa o sul paio di occhi che lo fissavano rassicuranti. Infine si decise, si chinò verso la cartella ed estrasse un libro dalla copertina usurata, da cui spuntavano innumerevoli marcatori colorati. “Questo, dottoressa. L’ho letto e ho capito che dovevo incontrarla”.

Così dicendo iniziò a sfogliare le pagine dove il sottolineato delle righe, dei margini e dei paragrafi era molto più consistente di ciò che rimaneva intonso.

Il testo era l’ultima pubblicazione della famosa psicanalista, un trattato complesso ma fondante della sua ricerca ancora in corso sulla “intersoggettività” che si opponeva alla interdipendenza.

L’esordio di Paolo sul suo personale orientamento alla psicanalisi derivato dalle compulsive letture scientifiche degli anni precedenti cedette il passo a un racconto frammentato, permeato da opprimenti riflessioni sul senso della vita e sulla sofferenza causata da un femminile pervasivo che gli impediva di liberare la sua energia e di poter finalmente esprimere la sua identità.

“Come le dicevo poco fa, ho molto studiato prima di prendere questa decisione. Ho letto i suoi libri e sono affascinato dal tipo di pensiero che li attraversa. Sento che solo una persona come lei può aiutarmi a uscire da questo groviglio in cui è precipitata la mia vita”.

Adesso gli occhi di Paolo erano fissi sul volto della psicanalista, interroganti e supplichevoli. Sotto le ascelle si allargavano due macchie di sudore.

“Capisco il problema, ma le devo subito dire che attualmente non ho la possibilità di accogliere la sua richiesta. Posso solo invitarla a un prossimo colloquio fra un anno”.

“Ma secondo lei ce la posso fare ad aspettare ancora così tanto?”, sussurrò Paolo, attonito per quella risposta.

“Ecco … la vede la dipendenza? Solo lei può sapere se ce la farà. Posso dirle che suo Io mi sembra abbastanza strutturato per resistere” fu il responso gentile ma fermo della dottoressa Monteverdi. “La segno per l’8 settembre del prossimo anno con un punto di domanda. Ci rivediamo l’anno prossimo”.

Ebbene, quel giorno del nuovo lunario era giunto, portando con sé l’unica certezza di un tempo meteorologico instabile e bagnato esattamente come l’anno precedente. Quell’interrogativo dell’ultima seduta restava ancora un mistero.

Silvia, a distanza di 12 mesi, aveva intrapreso un nuovo itinerario professionale che la allontanava in modo radicale dal setting psicanalitico, portandola ad esplorare un tipo di ricerca trascendente cui solo un numero limitato di persone poteva collaborare, a conclusione del tragitto terapeutico avvenuto con lei.

Immersa in questi pensieri, Silvia cercava fra sé e sé le parole giuste per fornire una spiegazione plausibile alle richieste di nuovi potenziali clienti, ben consapevole della possibilità di ferire una sensibilità già compromessa dagli eventi della vita. Pure, sul piano dell’evoluzione del suo pensiero, restava determinante il principio del fenomeno intersoggettivo, ovvero della felice condizione dell’esistere con l’altro senza bisogni, così come più volte aveva scritto:

“Quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l’esistere dell’altro mi rivela a me stessa”.

In questo caso era il proprio bisogno di sentirsi libera a prevalere: la scelta era compiuta, si trattava di agire.

E fu lì, alle 15 e 15 in punto, che sentì il campanello squillare con un certo vigore.

La scena si ripeté come il 7 settembre dell’anno precedente, con la differenza che l’ombrello era già accomodato al suo posto, sul lato destro della porta.

Berretto impermeabile intriso d’acqua e borsa rigonfia pronta ad esplodere come il panciotto di un pingue commendatore richiamavano un’immagine già vista.

“Si ricorda di me?”, ancora sul limitare dell’uscio Paolo non disse nemmeno buongiorno.

“Certamente”, rispose la psicanalista, facendogli strada verso lo studio.

“Ho cercato di resistere con tutte le mie forze. La situazione non è cambiata dall’anno scorso, ma ho avuto fiducia nelle sue parole e quindi eccomi qui”. Le parole sgorgavano impetuose, liberate dalla lunga prigionia prescritta da quel bizzarro colloquio appartenente ormai al passato. Sogni, lacrime, disturbi psicosomatici, ire e intensa vita politica avevano riempito le pagine di un’esistenza complicata, ma adesso, finalmente, tutto poteva essere raccontato, descritto, analizzato, interpretato, compreso.

Dopo quindici minuti Paolo era già sul portone dell’ottocentesco palazzo milanese.

In tasca un biglietto da visita e nelle orecchie l’eco delle parole di congedo della dottoressa Monteverdi: “Le do il nominativo di un fidato collega che certamente potrà essere un ottimo compagno di viaggio nella sua ricerca di sé”.

Paolo, di nuovo bloccato su una soglia, sentì di portare l’intero peso del mondo sulle spalle e alzò gli occhi al cielo colmi di una sconsolata disperazione.

Contemporaneamente dalla finestra del terzo piano uno sguardo fissava un orizzonte più lontano.

Dietro quel branco di nuvole, ora spostato ad ovest, spuntava uno squarcio di azzurro.


CONNESSO A:

il concetto di INTERSOGGETTIVITA’ in SILVIA MONTEFOSCHI, anche alla luce di PAOLO CONTE in Bella di giorno (da Psiche), 5 novembre 2008

Silvia Montefoschi, L’ Uno e l’Altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico, Feltrinelli, 1977, p. 32-44

Paolo Ferrario, prove di SCRITTURA AUTOBIOGRAFICA: A PAOLA, 2017

Ricordi ?

Nel periodo fra l’inverno e la primavera del 2015 hai partecipato a un gruppo di autobiografia.

Già dal primo incontro hai imparato qualcosa che non sapevi: che costruire una propria autobiografia consiste, innanzitutto, provare a guardarti da fuori e a vederti come un personaggio che attraversa il suo ciclo di vita.

Era interessante quel gruppo di “allievi”: 12 uomini e 3 donne. Dicono sempre che è il contrario. Dicono che “le donne si raccontano di più”.

Hai anche letto la dispensa del docente è sei subita stata attirata dalla “autobiografia come patchwork”: Questo modo di rappresentarti ti ha tranquillizzata davanti alla paralisi della pagina bianca.

Allora: guardarsi da fuori e provare a concentrarsi sul carattere. Anzi, sugli aspetti più negativi del carattere.

Non è difficilissimo: Luciano, mio marito, è un perfetto aiuto per provare a “vedermi”. I suoi giudizi oscillano costantemente tra due poli. Quello positivo è nell’apprezzare le mie curiosità, la mia voglia di imparare sempre, le mie passioni letterarie e culturali. Apprezza perfino il fatto che mi piace il jazz: non appartengo dunque a quelle “donne che non capiscono il jazz” cantate da Paolo Conte.

Il polo negativo, a suo dire, consiste nel fatto che sono molto permalosa, più esattamente sono una che è capace di legarsela al dito per tutta la vita se qualcuno mi fa un torto o mi contraddice. Quando vuole andare sul tecnico, Luciano mi dice che sono una esperta della comunicazione “simmetrica”. La cosiddetta comunicazione complementare è quella basata sul “ma anche, ma forse, è vero ma …”. Quella simmetrica, invece, sfocia nel conflitto se non si condividono le stesse idee. Spesso Luciano mi sottolinea che sono pure esosa nel volere i complimenti.

A me non sembra di possedere tutte queste caratteristiche, ma probabilmente qualcosa di vero c’è, visto che una amica di università una volta mi ha detto che sono “fumantina”, ossia propensa ad accendermi.

La questione è allora qual è il mio carattere. James Hillman, un autore che amiamo entrambi, afferma che il carattere “conferma, anzi esalta ciò che è unico, singolare, strano”. Mi piace pensare il carattere come una scorza esterna della mia personalità. Voglio dire che la personalità è più ampia e profonda, è fatta di tante sfumature, mentre il carattere è ciò che appare, la scorza per l’appunto.

Tornando all’aspetto per il quale io sono una che se la lega al dito, mi vengono in mente due episodi che mi consentono di raccontare come io vedo da dentro la questione e come invece viene vista da fuori.

Ricordo vent’anni fa, quando eravamo a Carloforte, in Sardegna, con Luciano ed Enzo e Maria. Noi due stavamo insieme da più di una decina di anni. Come fosse oggi rivedo il tavolino, i pini e la vista sul mare. Improvvisamente la discussione finì sulle culture orientali. Enzo era uno per il quale tutto il meglio è da un’altra parte (Oriente), mentre tutto il peggio è da noi (Occidente). Disse che là, in India, i fachiri potevano stare sott’acqua senza respirare anche per intere ore. La mia obiezione era: “Guarda che è impossibile, ci sarà un trucco”. Ricordo, devo dire vagamente, gli sguardi di commiserazione, come se a essere fuori fosse io e non quel racconto. Quella volta neppure Luciano mi diede ragione. Probabilmente la pensava come me, ma non voleva attizzare conflitti. Ancora oggi credo che la frase giusta avrebbe dovuto essere: “E allora gli saranno cresciute le branchie”, ma davvero non penso proprio riuscii a proferire quella frase.

Ora il punto è: sono fumantina io che non sopporto argomentazioni del tipo “ci sono le scie chimiche” o sono fuori di testa loro che pretendono di costruire un mondo o una verità che non esiste.

L’altro ricordo si riferisce alle audiocassette. Per lungo tempo (almeno dieci anni) a Natale regalavo agli amici una raccolta di quelli che ritenevo essere i migliori pezzi musicali dell’anno. Era un lavoro che mi impegnava molto, sia nella scelta che nella produzione della cassetta. A un certo punto dovetti smettere proprio perché uno dei destinatari (per l’esattezza Enzo) disse che la qualità dei brani era veramente scadente. Insomma: prendevo l’iniziativa e dedicavo tempo a costruire una scelta musicale e me la smontavano.

Conclusione: probabilmente è vero che sono una “fumantina”. Tuttavia anche a distanza continua a sembrarmi di non avere ancora tutti i torti nel ricordare con una certa voglia di vendetta questi episodi.

Hillman dice che il carattere è sempre una rappresentazione della persona e che richiede un linguaggio descrittivo, come gli aggettivi “tirchio, acuto, saccente”.

Sì, forse io sono permalosa

Marialuisa Barbera, Simona Bennardo, Roberta Ganzetti, Carla Negretti, Gerarda Veneroso parlano del loro libro collettivo: CONTRODECALOGO. Le Tavole della legge al femminile, un viaggio dentro l’animo umano, New Press edizioni. Presentazione con Andrea Di Gregorio a INCONTRI DELL’UNIVERSITÀ POPOLARE, Istituto Carducci, via Cavallotti 7, ore 15.30, 29 novembre 2018

BENNARDO SIMONA, La vendetta mi renderà felice, Il Seme Bianco editore, 2018

STORIA DELLA FILOSOFIA. TESTI: NOVECENTO, a cura di Umberto Eco e Riccardo Fedriga, Gedi editoriale, 2018. Indice del libro

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SIMONA RIVA, TRADIMENTO, 2019

TRADIMENTO

Care tette, in questi giorni vi osservo spesso, vi sfioro, vi soppeso, vi stringo con delicatezza.

Non che prima non vi degnassi di attenzione.

Penso che ogni donna guardi il proprio seno: controlla se è bello, sodo, sostenuto, ne percepisce il cambiamento durante il ciclo ormonale mensile, quando da morbido diventa più pieno, a volte dolente nell’imminenza della mestruazione e anch’io, fino a poco tempo fa, l’ho osservato in questo modo.

Siete sempre state tette un po’ “ingombranti”, generose, sballonzolanti sotto gli indumenti.

Da adolescente, e poi da giovane donna, vi camuffavo sotto ampi maglioni, perché vivevo con imbarazzo lo sguardo dei maschi su quella voluminosa parte del mio fisico. Col tempo sono arrivata ad accettarvi, senza però giungere mai ad ostentarvi.

Solo negli ultimi anni ho imparato ad amare il mio seno, non lo nascondo più anzi, lo valorizzo coi i reggiseni giusti e scollature a volte un po’ sfrontate, perché ho acquistato sicurezza, sono fiera della mia femminilità, del mio sentirmi Donna. Mi sono resa conto che gli occhi maschili che si soffermano sul mio decolleté mi lusingano, che le loro mani e la loro bocca sui miei soffici seni sono fonte di infinito e reciproco piacere.

Adesso vi guardo, vi tocco e mi sento tradita.

Proprio ora che avevo fatto la pace con voi e che avevo imparato a godere i frutti di questa parte del mio corpo, mi avete fatto questo brutto scherzo.

Doveva solo essere la consueta mammografia di controllo, ed all’improvviso mi sono trovata in un vorticoso percorso di diagnosi e cura per un carcinoma al seno, dal quale spero di uscire guarita, anche se il mio corpo non sarà più lo stesso.

Guardo il seno destro, dove alcune stupide cellule anarchiche hanno deciso di crescere in modo incontrollato ed indifferenziato, non bene in vista bensì in profondità, di nascosto, quasi fosse una cospirazione, per sfuggire perfidamente alla palpazione del senologo ma anche dell’innamorato di turno, anche se dubito che un uomo ti tocchi il seno con l’obiettivo di scovare un nodulo sospetto.

L’ematoma lasciato dalla biopsia si sta assorbendo lentamente, passando dal blu iniziale al verde/giallo attuale; non fa più tanto male come i primi giorni, ma ogni volta che chino gli occhi o mi specchio nuda nel bagno al momento della doccia, sta lì a ricordarmi ciò che devo affrontare. E ho tanta paura.

Paura di non farcela, paura che sia troppo tardi, che dopo l’intervento avrò delle recidive… paura di morire, e di morire male.

Il senologo mi ha rassicurata, mi ha parlato di progressi e di statistiche, di cure innovative, di terapie mirate… ma questa è la parte razionale, l’emotività è un’altra cosa e non è facile gestirla.

Non mi importa se il medico mi ha garantito che l’intervento non sarà demolitivo e che addirittura, adegueranno l’altro seno a quello operato per rendere l’aspetto globale armonioso: mi ritroverò magari con un seno più bello e sostenuto, ma non sarà più il mio.

Vi guardo, vi coccolo, mi sto preparando a non vedervi più col vostro aspetto consueto e faccio una grande fatica ad abituarmi all’idea che cambierete.

Non siete perfette e non rispondete certo al canone di bellezza che vuole il seno ideale posizionato in una coppa di champagne. Per il mio ne occorrono tre di coppe, coppa C per la precisione… sarà forse il richiamo alla coppa di champagne il motivo per cui la dimensione del reggiseno si chiama coppa?

Non divaghiamo e torniamo a noi tre: io e le mie tette. Mi sento davvero tradita da voi e non avevate nessun motivo per farlo

Certo non vi ho mai abbigliate con lingerie di seta e merletti, mi sembrava uno spreco rovinare biancheria costosa buttandola poi in lavatrice, ma vi ho sempre sostenute e dolcemente contenute con reggipetti colorati e allegri, pizzi, fiori e morbide imbottiture.

Vi ho sempre lasciate libere durante il riposo notturno e negli gli anni della gioventù vi ho sfoggiate altrettanto libere sulle spiagge più belle della Sardegna, senza che il pezzo sopra del costume rovinasse l’abbronzatura integrale; ricordo ancora la bella sensazione di nuotare a seno nudo in quel mare così limpido ed invitante!

Lo so che vi ho sottoposte ad un super lavoro quando ho piacevolmente allattato per nove mesi i miei due voraci gemelli, con turni ininterrotti giorno e notte, ma è per quello che siete state progettate! L’allattamento viene considerato un fattore protettivo nei confronti del tumore al seno… è forse questo un modo per dirmi che vi ho fatto lavorare troppo?

Il fatidico giorno è arrivato. Domani vi affiderò fiduciosa alle mani del chirurgo che vi sistemerà per le feste: l’avete voluto voi, stupide tette ribelli e traditrici!

Ma prima un’ultima carezza e una bella foto, per ricordarmi del vostro aspetto. Sdraiata sul letto, nella penombra, nuda, fisso l’obiettivo, scatto, vi immortalo nella vostra generosa bellezza e vedo il mio sguardo… triste e smarrito. 

Severino Emanuele, Testimoniando il destino, Adelphi editore, p. 376, 2019. Indice del libro

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Avatar di Paolo FerrarioIl pensiero di EMANUELE SEVERINO, a cura di Vasco Ursini (1936 - 2023)

Sin dal suo inizio storico la filosofia è stata la volontà di incarnare il sapere assolutamente innegabile. Ma come è possibile «la stabile conoscenza della verità», si chiede Emanuele Severino, «in un clima come quello del nostro tempo, dove non solo la scienza, ma la filosofia stessa ha quasi ovunque voltato le spalle a ciò che essa ritiene il “sogno” di un sapere siffatto?».

In verità, già nel modo in cui la «scienza della verità» compiva i primi passi era presente l’errare più radicale in cui l’uomo possa trovarsi, quella che per Severino è la Follia estrema: «la fede nella quale si crede che le cose diventano altro da ciò che esse sono … affermando che l’evidenza suprema è che le cose escono dal nulla (dal loro non essere) e vi ritornano».

Tutta l’opera di Severino, sin dal suo primo libro (La struttura originaria), è volta dichiaratamente allo…

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NOVELLI Mauro, La finestra di Leopardi. Viaggio nelle case dei grandi scrittori italiani, Feltrinelli, 2018. Indice del libro

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HARUKI MURAKAMI, A Sud del confine a Ovest del sole (1992), Feltrinelli, 2005, riflessione di PAOLO FERRARIO

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Haruki Murakami è, per me, un autore generazionale.

Intendo per generazionale uno che ha attraversato il mio stesso arco di tempo: quello della seconda metà del novecento.

Murakami ha preso la distanza, un po’ come hanno fatto (rispetto alla loro storia) alcuni protagonisti tedeschi del ciclo Heimat di Edgar Reitz, dalla tradizione giapponese, dai loro rituali imperiali, dalle loro culture così difensive verso l’esterno del mondo.

Murakami è un autore che parla di adolescenze, di maturità, di adultità, di musicalità transculturali. Un suo alter ego si racconta così:

”Sono nato il quattro gennaio 1951, nella prima settimana del primo mese del primo anno della seconda metà del ventesimo secolo. Lo si potrebbe quasi considerare un evento da commemorare ed è per questo che i miei genitori mi hanno chiamato Hajime, che significa “inizio” “

A Sud del confine, a Ovest del sole, pag. 9

In questo romanzo Hajime trascorre la…

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Paolo Ferrario, Qui si parlerà della metamorfosi di una canzone: come NINA SIMONE ricrea You’d Be So Nice To Come Home To

Qui si parlerà della metamorfosi di una canzone.

Ossia di come una canzone popolare, nata in una particolare situazione storica, diventa vent’anni dopo musica d’arte, cioè “musica” senza genere e senza aggettivi.
Per fare una simile trasformazione occorre attraversare un confine e occorre qualcuno che sappia fare dei sortilegi.
Nina Simone (1933-2003) sa fare sortilegi e sa attraversare i confini: I Put a Spell on You, dice il testo di un’altra sua canzone. Lei ha percorso tutti i generi della musica popolare del secondo Novecento: blues, pop, jazz, soul. Eppure lei è inclassificabile in ciascuno di essi.

Ma come attraversa queste linee di confine?
Lei lo fa con l’interpretazione del testo. Nina canta il testo della canzone. Lo trascolora, lo ricolora, lo prende e lo rivolta per catturare ciascuno di noi attraverso la testa, il cuore e la pancia.
È questa la chiave per accostarsi a  You’d Be So Nice To Come Home To.
Si tratta di un classico del compositore Cole Porter (1891-1964) che, come molte altre canzoni del tempo, è diventato uno standard, ossia un brano popolare che ha resistito alla prova del tempo e che è stato ri-letto, ri-cantato, ri-suonato migliaia di volte, soprattutto dai musicisti jazz.

La canzone compare nel film d’amore in tempo di guerra Something to Shout About (1943) e si inscrive nell’epoca del trionfo degli standard, ossia delle canzoni di musica “leggera”, spesso provenienti da musical o da spettacoli di Broadway, su cui i jazzisti improvvisano e costruiscono nuovi arrangiamenti. La struttura di queste canzoni si presta facilmente a rielaborazioni jazzistiche, grazie anche alla loro ottima qualità musicale. Sono composizioni agili, dove c’è un recitativo (destinato a delineare la storia raccontata) cui seguono ritornelli melodici sostenuti da ritmi sincopati e ballabili. Sono canzoni basate su meccanismi retorici assai efficaci e seducenti. Nasce qui la distinzione di ruolo fra il compositore (l’autore di un motivo o di una semplice canzone) e l’improvvisatore o l’arrangiatore, che trasformano il pezzo.
Gli iniziatori di questi stili furono Irving Berlin e Jerome Kern, poi ci furono i fratelli George e Ira Gershwin, Richard Rodgers, Lorenz Hart e altri ancora, fra cui, per l’appunto, Cole Porter. Le sue melodie sono lievemente sofisticate e possiedono una raffinatezza che lo pone ad un livello particolare tra gli scrittori di musica leggera. Infatti, le sue combinazioni di suoni sono piene di buon gusto e di eleganza e sa offrire armonie complesse, che ne hanno fatto un autore di fama.
Per apprezzare la metamorfosi realizzata da Nina Simone occorre procedere in forma comparativa.
Si può iniziare ascoltando una prima versione solo strumentale ad opera di Coleman Hawkins e Ben Webster , dove si può ben cogliere la componente swing del jazz. Qui i due giganti del sax interloquiscono fra loro in un caldo fraseggio ben sostenuto dalla base ritmica. L’esecuzione è molto bella e fa sentire il motivo ricorsivo della canzone.

Si prenda poi una seconda versione, questa volta cantata da Helen Merrill, una cantante jazz di nascita croata, ma culturalizzata negli Stati Uniti, che si è fatta notare fin dagli anni Cinquanta in dischi con il trombettista Clifford Brown. Bel ritmo, bella voce: “canto perlaceo, smerigliato”, dice di lei Luciano Federighi.

Oppure si ascolti un’altra classica delle voci afroamericane del jazz: Sarah Vaughan . Gli estimatori di lei hanno detto: grande voce moderna, solenne nei bassi, suadente nei medi, duttile negli acuti. I denigratori (fra cui Frank Sinatra) hanno contrapposto questo giudizio: dizione vezzosamente manierata.

E ora si consideri la versione di un dolente Chet Baker. Il musicista, nella fase della vita più segnata dalla sua biografia, introduce il pezzo e poi gioca di scat con la batteria. Seguono piano, tromba, contrabbasso per assoli. E poi ancora lui a concludere, riprendendo il tema dell’inizio. Sono tutti professionisti del jazz che sanno come impastare gli ingredienti di questa musica. Si ascolta volentieri e si assapora il profumo dell’era dello swing.

Ma si potrebbero anche sentire le interpretazioni di Frank Sinatra e di di Nancy Wilson e altre ancora.

Va notato che ci sono vari elementi che accomunano queste letture e riletture: lo stile leggero, la reiterazione e soprattutto la velocità.
E ora sentiamo lei. Sentiamo Nina, Nina Simone, in una irripetuta interpretazione nel Live at Newport: cantata il 30 giugno 1960 e pubblicata nel 1961 dalla casa discografica Colpix.

Ripeto: una sola volta così e solo quella volta

Il sito JazzStandard.com ci ricorda il tema narrativo della canzone, riportando un passo della biografia di Charles Schwartz su Cole Porter: “La sua malinconica melodia ed il testo evocano un sentimento di fraterna solidarietà per i milioni di persone che sono state separate fra loro a causa della guerra” (Schwartz C., 1979).

Cosa ha cambiato? Nina ha cambiato tutto: velocità, tempo, ritmo.

Inizia creando il climax con una lunga, lenta e struggente esecuzione di piano – mirabilmente accompagnata da Al Schakman (guitar), Chris White (bass) e Bobby Hamilton (drum) – che dura ben oltre la metà della durata del pezzo.

E conclude con una sola strofa, sempre in tono lento e in un crescendo emotivo, del tema narrativo. Perchè sono le parole che lei intende usare per ricreare il pezzo.

You’d be so nice to come home to
You’d be so nice by the fire
While that breeze on night sings a lullaby
You’d be all my heart could desire
Under stars chilled by the winter
Under an August moon shining above
You’d be so nice you’d be paradise
To come home to and love
Sarebbe così bello se tu tornassi a casa
Così bello attorno al fuoco
Mentre la brezza notturna canta una ninnananna
Sarebbe tutto quello che il mio cuore può desiderare
Sotto le stelle gelate dell’inverno
Sotto la luminosa luna d’agosto
Sarebbe  così bello, sarebbe il paradiso
Se tu tornassi a casa e all’amore

Nina Simone non canta solamente: Nina Simone interpreta come un attore teatrale. Questa capacità quasi unica è stata finemente colta da Charles Aznavour, che disse: “Spesso le persone che cantano il jazz cantano la musica. Nina Simone canta il testo allo stesso tempo della musica” (citato in Brun – Lambert, 2008).

Ecco perché You’d Be So Nice To Come Home To, che è uno standard jazz in tempo veloce, con Nina Simone diventa lentissimo fino allo spasimo e perché Strange Fruit è ancora più straziante che in Billie Holiday.
I suoi canti ed il suo piano, ad un ascolto appassionato, possono essere ‘visti’ come pennellate: nere, gialle, blu (molto blu), bianche … Tutto questo lo fa con la voce, con le note del piano, ma soprattutto con i tempi che mette fra le parole. Sono questi attimi di silenzio, queste pause a generare la magia, a gettare il sortilegio.
E così ha oltrepassato quel confine e You’d Be So Nice To Come Home to è diventata un’opera d’arte a se stante. Siamo in molti ad essere rapiti da Nina, l’ammaliatrice.

Racconta lo scrittore Sam Shepard:
Portavo sempre il ghiaccio a Nina Simone. Era sempre carina con me. Mi chiamava ‘Tesoro’, Le portavo un saccone di plastica grigia pieno di ghiaccio per raffreddare lo Scotch.
Lei si strappava la sua parrucca bionda e la gettava sul pavimento. Sotto, i suoi capelli veri erano corti come il pelo tosato d’un agnello nero. Si scollava le ciglia finte e le appiccicava allo specchio. Le sue palpebre erano spesse e dipinte d’azzurro. Mi facevano sempre venire in mente una di quelle Regine Egiziane che vedevo nel National Geographic. La sua pelle era lucida di sudore. Si arrotolava un asciugamano azzurro intorno al collo e si sporgeva in avanti appoggiando entrambi i gomiti sulle ginocchia. Il sudore rotolava giù dalla sua faccia e schizzava sul pavimento di cemento rosso tra i suoi piedi.
Finiva sempre il suo spettacolo con la canzone ‘Jenny Pirata’ di Bertolt Brecht. Cantava sempre quella canzone con una sorta di profonda e penetrante rivalsa come se avesse scritto le parole lei stessa. La sua esecuzione puntava dritta alla gola di un pubblico bianco. Poi puntava al cuore. Poi puntava alla testa. Era un colpo mortale in quei giorni.
La canzone cantata da lei che mi stendeva davvero era ‘You’d Be So Nice to Come Home To’.
Mi lasciava sempre di sale. Magari ero in giro a raccogliere bicchieri di Whiskey Sour in sala e lei attaccava una specie di frana rombante al pianoforte con la sua voce roca che sgusciava attraverso gli accordi “montanti”. I miei occhi si fissavano sul palco dell’orchestra e ci rimanevano mentre le mie mani continuavano a lavorare.
Una volta rovesciai una candela mentre lei cantava quella canzone. La cera bollente sgocciolò tutta sull’abito d’un uomo d’affari. Mi chiamarono nell’ufficio del direttore. L’uomo d’affari era lì in piedi con questo lungo schizzo di cera indurita sul pantaloni. Pareva che si fosse venuto addosso. Fui licenziato quella sera. 
Fuori in strada sentivo ancora la sua voce che arrivava dritta attraverso il cemento. ‘Sarebbe il paradiso se tu tornassi a casa’ ” (Shepard, 1985).

FONTI MUSICALI

Chet Baker, One Night In Tokyo, Immortal, 2008.
Helen Merrill, in AA.VV., The Cole Porter Songbook: Night and Day, Verve, 1990.
Nina Simone, At Newport, Colpix, 1961, ristampa cd, Forbidden Fruit/At Newport, Collectables/Rhino, 1998.
Frank Sinatra, A Swingin’ Affair!, Capitol 1957, ristampa cd A Swingin’ Affair!, Capitol 1998.
Sarah Vaughan, in AA.VV., Cole Porter In Concert: Just One Of Those Five Things, Verve, 1994.
Ben Webster e Coleman Hawkins, in AA.VV., Anything Goes: The Cole Porter Songbook, Instrumentals, Verve, 1992.
Nancy Wilson, The Very Best Of Nancy Wilson, The Capitol Recordings, 1960-1976, Emi, 2007.

LETTURE

Brun–Lambert D., Nina Simone: Une vie, Editons Flammarion, Paris, 2005, trad. it. Nina Simone. Una vita, Kowalsky, Milano, 2008.
Federighi L., Grandi voci della musica americana, Mondadori, 1997.
Schwartz C., Cole Porter: A Biography, Da Capo Press, Usa, 1979.
Shepard S., Motel Chronicles, City Lights, Usa, 1983, trad. it. Motel Chronicles, Feltrinelli, 1986.

intervista a PAOLO FERRARIO, Autobiografia di un infarto, fra biografia e politiche sociali, a cura di ALICE MELZI, in Welfare Oggi n. 6 novembre/dicembre 2014, pagine 7-10, Maggioli editore

Paolo Ferrario, DAI DISCHI AGLI MP3, lungo il percorso delle menti musicali degli over sessantenni – in Muoversi Insieme di Stannah, 9.2.2012

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Su Muoversi Insieme di Stannah abbiamo già parlato del rito” del festival di Sanremo che si rinnova ogni anno all’avvicinarsi della primavera. In quelle serate ci viene ricordato che le parole e le musiche ascoltate dal palcoscenico accompagnano da sessant’anni la storia della società italiana e le nostre personalissime biografie. In quest’articolo prenderemo in analisi un altro aspetto della “memoria musicale” inscritta nelle persone che hanno vissuto quest’arco di tempo: vogliamo mettere al centro dell’indagine i cambiamenti delle tecnologie che rendono possibile l’ascolto e i loro effetti sulle abitudini e comportamenti.
In realtà la storia comincia molto prima, con il Disco: una lastra circolare di materia sintetica per mezzo della quale è possibile riprodurre musiche e suoni incise sulle sue tracce. La “musica di massa”, ossia accessibile a un pubblico vasto e non solo ai ristretti circoli delle aristocrazie della borghesia ottocentesca, comincia attorno al 1877, quando…

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Lorenzo Arduini, Lorenzo Dominioni, Paolo Ferrario, Vasca addio, in LA VASCA periodico studentesco n. 6, Como, 1968

LA VASCA, periodico studentesco, Como, n. 5, 1968. Direttore: Bruno Veronelli. Redattori: Lorenzo Arduini; Lorenzo Dominioni. Collaboratori: Carla Arduini; Walter Ballarini; Fausta Bicchierai; Maria Colombo; Roberto Corbella; Arialdo Dominioni; Carla Fusi; Raffaele A. Galasso; Fiorella Giannone; Viviana Girola; Grazia Italiano; Giacomo Manoukian; Renato Molteni; Bruno Recalcati; Raffaella Resini; Beatrice Sbardella; Alido Sepulcri

Una barca nel bosco, di Paola Mastrocola. Post di ninasblog.home.blog

STORIA DELLA FILOSOFIA. TESTI: OTTOCENTO, a cura di Umberto Eco e Riccardo Fedriga, Gedi editoriale, 2018. Indice del libro

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STORIA DELLA FILOSOFIA. TESTI: SETTECENTO, a cura di Umberto Eco e Riccardo Fedriga, Gedi editoriale,2018. Indice del libro

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Giovanni Mainato: ” … sto battibeccando con l’Essere

Avatar di Giovanni MainatoIl Blog di GIOVANNI MAINATO

– Basta!

– Cosa vuoi da me?

– Che tu la smetta!

– Di fare cosa?

– Continui a dire che sei e che non è possibile che tu non sia.

– E allora?

– Sei noioso!

– Te la prendi sempre con me!

– Non è che me la prendo, è che la tua leggerezza è insostenibile!

– Cattivo!

– Sei o non sei? Questo è il problema.

– Fatti gli affari tuoi!

P.S. Signori, scusate, sono costernato per questa sceneggiata. Come vedete sto battibeccando con l’Essere.

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La cura di Hillman, Un bel tuffo nella mitologia greca. Articolo di Daniela Mambretti pubblicato su “La Provincia” di Como, 3 gennaio 2019

La cura di Hillman
Un bel tuffo nella mitologia greca
Articolo di Daniela Mambretti pubblicato su
“La Provincia” di Como, 3 gennaio 2019
Salute. La “psicologia archetipica” del filosofo Usa spiegata dall’antropologa Selene Calloni Williams: «Affrontare la malattia ritrovando fede nell’invisibile»

Una psicologia che mette al centro della scena il mondo delle immagini e l’ani-ma che vuole essere riconosciuta, superando sterili dati, analisi cliniche e statistiche. Questo l’approccio di James Hillman psicoanalista, saggi-sta e filosofo statunitense che ha sviluppato una psicologia definita come archetipica o immaginale, perché parte dal-la realtà cosciente e la riconduce alla sua immagine originale.

Natura immaginale

«Il pensiero di Hillman presuppone la capacità di vedere la vita come sogno, come una grande imago che non ha nulla di sostanziale e di oggettivo» spiega Selene Calloni Williams, antropologa, viaggiatrice, documentarista e autrice di “James Hillman – Il cammino del fare anima e dell’ecologia profonda” (Edizioni Mediterranee). Ricondurre la realtà alla sua natura immaginale significa, per Hillman, “fare anima”, vale a dire riportare ogni oggetto, persona, evento o luogo alla sua natura originaria che è immagine e appartiene alla dimensione universale. Quando dimentichiamo questo aspetto immateriale, quando non ci rendiamo conto che la nostra anima fa parte di questo mondo sottile e oscuro che, però, ha bisogno di essere visto e considerato, insorgono disturbi e patologie. «Quando si affronta una malattia è necessario affidarsi, ritrovare fede nell’invisibile. Il curarsi, l’agire è necessario e costituisce l’aspetto rituale della tera-pia, ma, contemporaneamente, è necessario ritrovare il contatto con il mistero»sotto-linea l’esperta. Pertanto, per stare bene bisogna ristabilire l’equilibrio universale tra noi e il mondo invisibile, tra noi e la natura, in una sorta di scambio, di “darsi” continuo: nella visione immaginale, la malattia non è altro che la voce del-l’anima che chiede la ricostituzione di quell’armonia primeva e di quella propensione al darsi, esattamente come la natura si dà, si offre, incessantemente.

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La cura di James Hillman, un bel tuffo nella mitologia greca, ce ne parla Selene Calloni Williams

via La cura di Hillman e il Mantra Madre (Mother Mantra)

Emanuele Severino: «Noi siamo Re che si credono Mendicanti. Non metto in discussione solo il Cristianesimo, ma tutta la civiltà occidentale e la sua filosofia, secondo la quale noi veniamo dal nulla e finiamo nel nulla. » – Corriere.it, 30 dicembre 2018

«Noi siamo Re che si credono Mendicanti. Non metto in discussione solo il Cristianesimo, ma tutta la civiltà occidentale e la sua filosofia, secondo la quale noi veniamo dal nulla e finiamo nel nulla. Questa è l’essenza del nichilismo. No, ognuno di noi è un dio con la convinzione di essere contingenza, ombra di un sogno. L’uomo è una povera cosa: lo dice Pindaro, lo dicono Shakespeare e Leopardi, è il clima creato da Bertolt Brecht. In realtà siamo l’eterno apparire del destino. I nostri morti ci attendono come le stelle del cielo attendono che passino la notte e la nostra incapacità di vederle se non al buio. Siamo destinati a una Gioia più intensa di quella che le religioni e le sapienze di questo mondo promettono. …

da

Emanuele Severino: «Un tedesco mi consegnò il mitra e scappò» – Corriere.it

“La tecnica ucciderà la democrazia, a partire dagli Stati più deboli come l’Italia. Tale processo poi investirà anche Usa, Russia e Cina. Gli Stati Uniti a un certo punto prevarranno, ma non in quanto nazione, bensì come gestori primari della potenza tecnologica. Ora fatichiamo a comprenderlo, perché ci troviamo in un tempo intermedio”, in intervista di Pier Luigi Vercesi, Corriere della Sera 31 dicembre 2018

Avatar di Paolo FerrarioIl pensiero di EMANUELE SEVERINO, a cura di Vasco Ursini (1936 - 2023)

«La radice è sempre la stessa, non è che vada a colpire in ordine sparso. La forma più rigorosa di follia oggi è la tecnica: viviamo il tempo del passaggio dalla tradizione a questo nuovo dio. La globalizzazione autentica non è quella economica, è quella tecnica. Commettiamo l’errore di credere che capitalismo e tecnica siano la stessa cosa: no, hanno scopi diversi. Il capitalismo ambisce all’incremento infinito del profitto privato, la tecnica all’incremento infinito della capacità di realizzare scopi, ovvero della potenza. La tecnica ucciderà la democrazia, a partire dagli Stati più deboli come l’Italia. Tale processo poi investirà anche Usa, Russia e Cina. Gli Stati Uniti a un certo punto prevarranno, ma non in quanto nazione, bensì come gestori primari della potenza tecnologica. Ora fatichiamo a comprenderlo, perché ci troviamo in un tempo intermedio. Siamo come il trapezista che ha lasciato un attrezzo (la tradizione) e non si è…

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TEMPUS, antologia musicale a cura di Paolo Ferrario

 

TEMPO FERMO, in una frazione di BLEVIO, sul LAGO di COMO, 24 dicembre 2018, 23

Storia di Roma antica 753 a.C. – 476 d.C. – in Studia Rapido

La storia di Roma antica o storia romana tratta le vicende di Roma dalla sua fondazione nel 753 a.C. alla caduta dell’Impero romano d’Occidente nel 476 d.C., anno in cui si colloca convenzionalmente l’inizio del Medioevo.

VAI A

Storia di Roma antica 753 a.C. – 476 d.C. – Studia Rapido

GIAMETTA SOSSIO, Grandi problemi risolti in piccoli spazi, Bompiani, 2017, p. 176

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i sei amici che mi hanno insegnato tutto quello che so: CHI? CHE COSA? DOVE? QUANDO? COME? PERCHE’, Rudyard Kipling, in Storie sempre così, Mursia editore

perchè FARE MEMORIA? … perchè il RICORDARE E’ IMPORTANTE, video di Emanuele Severino

perchè FARE MEMORIA? … perchè il RICORDARE E’ IMPORTANTE (Emanuele Severino).

“Ogni esser “uomo” è un ricordare . E quindi in ogni uomo il suo ricordare è il suo ricordo eterno degli eterni – dove eterni sono, appunto, sia le cose ricordate, sia il ricordante”, in Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia, Rizzoli, 2011, pagine 136/137

Video “ritagliato” da una trasmissione televisiva sul libro: Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia, Rizzoli, 2011

vai ai video pubblicati qui:

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Stephan Micus, TILL THE END OF TIME. Era (ed è) nell’LP del 1978

Moby Dick o l’ossessione del male” – Con Barbara Spinelli e Gabriella Caramore – Rai Radio 3 – RaiPlay Radio, 2008, 2009

VAI A:

“Moby Dick o l’ossessione del male”

Trasmesso dal 2 al 23 novembre 2008

Aggiornata il 26 Luglio
  1. “Moby DIck o l’ossessione del male”

    “Il pensiero dominante”

    Rai Radio 3

  2. “Moby DIck o l’ossessione del male”

    “Il bianco sudario del mare”

    Rai Radio 3

  3. “Moby DIck o l’ossessione del male”

    “Profezia e malinconia”

    Rai Radio 3

  4. “Moby DIck o l’ossessione del male”

    “Eroi sconfitti”

Vasco Ursini, IL PENSIERO DI EMANUELE SEVERINO SI PONE COME IL LINGUAGGIO CHE TESTIMONIA IL “DESTINO DELLA VERITA’”. Citazione da La Gloria, Adelphi, Milano 2oo1, p. 22

Avatar di Paolo FerrarioIl pensiero di EMANUELE SEVERINO, a cura di Vasco Ursini (1936 - 2023)

Severino nei suoi scritti usa spessissimo l’espressione  “destino della verità” e anche quella “verità del destino”. Sono espressioni che devono essere spiegate ad evitare equivoci interpretativi.

Severino non intende la parola “de-stino” nel suo significato usuale di corso delle cose considerato come predeterminato e indipendente dalla volontà dell’uomo, ma in quello etimologico di stare innegabile dell’essere.

Dunque il de-, per Severino, non ha un valore negativo ma affermativo e potenziante, e stino  significa stare. 

Quindi “destino” indica uno “stare che non cede”, uno “stare” che resiste ad ogni tentativo di abbatterlo e che quindi si pone come “destino della necessità”.

Questo “stare necessario del destino” indica dunque lo stare innegabile ed eterno dell’essere, cioè  l’impossibilità che l’essere non sia. Il fondamento di tale impossibilità sta nell’immediata autonegatività della sua negazione, la quale, nell’implicare la verità di ciò che esplicitamente tenta di negare, nega se stessa proprio…

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MONTAIGNE Michel de, SAGGI, a cura di Virginio Enrico, Mondadori, 1991. Indice

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sul “RIPARO”: il concetto di RAUMGESTALTUNG (configurazione dello spazio), in Emanuele Severino, Tecnica e architettura, Raffaello Cortina editore, 2003, pagg. 87-88

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PEREC GEORGES, W o il ricordo d’infanzia (1975), Einaudi, 2018 | recensione in Doppiozero

recensione in

Testimoniare l’assenza | Doppiozero

CAMPOGRANDE NICOLA, 100 BRANI DI MUSICA CLASSICA da ascoltare una volta nella vita, Rizzoli Bur, 2018. Indice del libro

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Giovanni SOLLIMA, Violoncelles, vibrez!

Jaakko MANTYJARVI (1963), Canticum calamitatis maritimae

Edvard GRIEG (1843-1907), Suites da Peer Gynt

 

Camille Saint-Saens (1835-1921), IL CARNEVALE DEGLI ANIMALI

Modest MUSORGSKIJ (1839-1881), QUADRI DI UNA ESPOSIZIONE

Mark Strand, Edward Hopper. Un poeta legge un pittore. Traduzioni di Damiano Abeni e Moira Egan, Donzelli editore, 2016

Mark Strand

Edward Hopper

Un poeta legge un pittore

Nuova edizione con uno scritto inedito dell’autore. Traduzioni di Damiano Abeni e Moira Egan

via Edward Hopper

FERRANTE ELENA, L’AMICA GENIALE, 4 volumi, edizioni E/O, 2011/2014

“Noi siamo tutti pezzi, e di un insieme così informe e vario, che ogni brano, ogni momento fa la sua parte. E si trova tanta differenza in noi stessi quanta fra  noi”, MONTAIGNE, Saggi, Libro II, cap 1

qui in un’altra traduzione:

Noi tutti siamo un informe assemblaggio di diversi stracci e rattoppi, tanto che ogni cencio sembra vivere di vita propria. E troviamo altrettante differenze in noi stessi quante ne troviamo tra noi e gli altri

Montaigne, a cura di Virginio Enrico, Mondadori, 1991, pag. 361-362

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vedi anche

https://bengelbach.wordpress.com/2010/04/26/il-y-a-autant-de-difference-de-nous-a-nous-meme-que-de-nous-a-autrui-montaigne/

GIANFRANCO CORDI’ (docente di storia e filosofia), L’IMPERFETTIBILE. Ovvero: come salvarsi la vita!, novembre 2018

 

«Il capitano Achab non torna più dal viaggio contro l’impossibile» canta Roberto Vecchioni in Canzone per Sergio contenuta nell’album Samarcanda (Philips, 1977).

Mentre Attilio Meliadò, filosofo di Reggio Calabria, ha pubblicato nel 2001 un libro dal titolo Comunità dell’irreparabile. Saggio di metapolitica del Terzo (Franco Angeli).

Dal canto suo Maurizio Ferraris nel Manifesto del Nuovo Realismo (Laterza, 2012) introduce il concetto dell’inemendabile: ciò che non può essere cancellato.

Per Jacques Derrida (nel libro Marx & sons. Politica, spettralità, decostruzione, Mimesis, 2002) la giustizia rappresenta l’indecostruibile.

L’impossibile ovvero ciò che non può essere possibile, l’irreparabile, ciò che non può essere aggiustato, l’inemendabile, ovvero ciò che non può essere emendato e l’indecostruibile, ovvero ciò che non può essere decostruito sono tutte figure di un unico elemento (del discorso filosofico): l’imperfettibile. Ovvero: ciò che non può essere ulteriormente reso perfetto. Se la perfezione è un punto d’arrivo per l’impossibile, l’irreparabile, l’inemendabile e l’indecostruibile si ha allora che questa perfezione (totalità in sé organicamente sciolta in uno sguardo onnicomprensivo non ulteriormente trascendibile) è il punto d’arrivo del discorso al pari di una sentenza della Corte di Cassazione nella Giurisprudenza. Tribunale, Corte d’Appello e Corte di Cassazione (fatta salva la necessaria – ai fini della delucidazione del nostro discorso – eliminazione dell’eventuale ricorso alla Corte di Strasburgo) costituiscono, alla fine di questo iter, lo stabilirsi di una sentenza definitiva.

Perfetta e definitiva è la figura dell’imperfettibile perché da esso non si può prescindere per rendere ulteriormente perfetta e definitiva ogni altra figura. L’imperfettibile è perfetto perché è definitivo. In definitiva: vi è un punto oltre il quale non si può andare: sia esso impossibile, irreparabile, inemendabile o indecostruibile.

Questo limite – che è in fondo il noumeno kantiano, il quale per parte sua è impensabile – costituisce il segnavia di quella strada che fenomenologicamente porta dai fenomeni all’esperienza. Di quella strada che, attraverso l’esperienza (e quindi i cinque sensi) conduce alla metafisica e alla teoria. Ma con un limite: l’imperfettibile.

A cosa ci serve dunque questo imperfettibile? E che cos’è ciò che non può ulteriormente essere reso perfetto?

Prendiamo l’addizione 2+2. Se stabiliamo che il risultato di questa addizione è 3, l’imperfettibile ci dice che non è mai possibile aggiungere 1 per rendere perfetto il risultato di quella addizione. Non si può migliorare nulla. Nulla può essere reso in maniera meglio conforme di quello che è. Tutto è definitivo, al limite, impensabile e imperfettibile.

Cioè, facendo un altro esempio, se si prende la Cappella Sistina di Roma come il massimo dell’arte mondiale (solo per fare un esempio) allora si ha che il gesto pittorico di Michelangelo viene giudicato imperfettibile: non può essere migliorato.

Certo imperfetti siamo tutti ma imperfettibili siamo veramente (o sono veramente) in pochi. Non puoi aggiungere nemmeno una piuma perché quello che hai già di fronte è già perfetto. Oppure, il che è lo stesso, quello che hai di fronte è talmente imperfetto che non può essere raddrizzato o domato in alcun modo. Questa figura (o elemento) dell’imperfettibile arriva a stabilire – essendo definitivo – un punto di rottura col quotidiano, col transeunte, con l’ordinaria vita di tutti i giorni. La vita e la società, come si sa, sono fatte di tante cose non definitive e che spesse volte non hanno punti d’arrivo stabiliti una volta per tutte: si vive… ed è già abbastanza!

L’imperfettibile è dunque al di fuori di questo mondo? L’imperfettibile ci serve solo per fare della metafisica? L’imperfettibile è la realtà? No: esso non è la realtà. E’ il punto d’arrivo della realtà.

Se sono un fumatore e fumo sessanta sigarette al giorno probabilmente sarà imperfettibile il fatto che io possa rimanere vittima di un tumore ai polmoni. Come punto d’arrivo – passando per il calcolo delle probabilità. Ma cos’è il punto d’arrivo della realtà? Alla fine di un monte c’è sempre una valle. Alla fine del mare c’è la terra. Alla fine di un sogno c’è un risveglio.

L’imperfettibile è proprio alla fine del sogno – quando è ancora, però, lontana l’ora del risveglio. E’ la fine! Il concetto della fine! E la fine, come si sa, arriva per tutti… La fine – ogni volta unica, diceva Derrida, la fine del mondo (Jaka Book, 2005) – arriva sempre in un momento preciso.

C’è un film di Woody Allen del 1985 che si intitola La rosa purpurea del Cairo nel quale il protagonista – attore in un film che viene proiettato sullo schermo di un cinema – esce dallo schermo ed entra nella vita di tutti i giorni. Questa è la fine del cinema, il punto di arrivo dello strumento cinematografico. Ma naturalmente, senza entrare nel surrealismo, bisogna solo dire che la fine è un punto di non ritorno, un punto che non ammette transizione, un punto che non è possibile evadere. E così quel personaggio di quel film proiettato sullo schermo giunge alla fine della sua possibile esistenza cinematografica diventando una persona in carne e ossa. Ma questo suo diventare non fa più parte della realtà e tantomeno della sua realtà. E’ un salto oltre la fine che però rappresenta anche la fine del medium cinematografico: oltre quello il cinema non può andare. Da pellicola a persona; da immagini a cose e oggetti naturali della vita di ogni giorno; da immagini a carne e ossa.

Questa doppia fine (double bind, doppio legame, nel libro Speculare – su «Freud», Raffaello Cortina, 2000) fa si che alla fine l’imperfettibile si trovi nella morsa (nella forbice) di una doppia fine: fine della realtà come punto d’arrivo della stessa e fine delle possibilità irrealizzate della sur-realtà. All’interno di questo double bind: la realtà non c’entra più: c’è una fine che si realizza come fine di qualcosa ma non c’è ancora l’inizio di nulla. E’ la fine tout court. Un po’ come se si stesse parlando della morte. Solo che la morte non è l’imperfettibile perché può essere perfezionata da un po’ di vita.

L’imperfettibile invece metafisicamente è la fine perché prima di esso e dopo di esso non vi è nulla: solo un double bind col suo essere fine della fine e inizio di qualcosa. Alla fine del nostro discorso non c’è che la fine! Speculare sulla fine – come ha fatto Massimo Cacciari nel volume Della cosa ultima, Adelphi, 2004 – vuole dire innanzitutto speculare su un punto d’arrivo.

Una riflessione, quindi, che non si spalanca nella meraviglia-sconcerto di un inizio aurorale della filosofia ma che si dimena nelle secche di un attesa-paura della fine. Questo dal punto di vista delle emozioni che sono investite nella fine. Ma dal punto di vista strettamente metafisico? Speculare sulla fine, attraverso l’imperfettibile, ci porta a concludere che la perfezione non può essere ulteriormente migliorata. E che l’imperfezione, se è imperfettibile, non può essere ulteriormenete perfezionata. O imperfezionata! Insomma l’imperfezione è di questo mondo. La perfezione è la fine stessa: il punto d’arrivo. Ma molto meglio è rimanere un passo più in là della realtà nell’imperfezione!


https://www.facebook.com/gianfranco.cordi?ref=br_rs

 

 

ALIGHIERI DANTE, commentato da Franco Nembrini, illustrato da Gabriele Dell’Otto, prefazione di Alessandro D’Avenia, Mondadori, 2018

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Georges RODITI, Lo spirito di perfezione, a cura di Rolando Damiani, Bompiani, 1985. Indice del libro

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MOLLICA VINCENZO, Scritto a mano pensato a piedi. Aforismi per la vita di ogni giorno, Rai Libri, 2018

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via Rai Libri » scritto a mano pensato a piedi

NUCCIO ORDINE, Gli uomini non sono isole. I classici ci aiutano a vivere | La Nave di Teseo, 2018

Gli uomini non sono isole

“ Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso. ciascuno è un pezzo del continente, una parte dell’oceano. Se una zolla di terra viene portata via dal mare, l’Europa ne è diminuita […]; la morte di qualsiasi uomo mi diminuisce, perché sono preso nell’umanità, e perciò non mandar mai a chiedere per chi suona la campana; essa suona per te.” – John Donne
Prendendo le mosse dalla commovente meditazione di John Donne (1624) a cui si ispira il titolo del volume, Nuccio Ordine arricchisce la sua “biblioteca ideale” invitandoci a leggere (e a rileggere) altre meravigliose pagine della letteratura mondiale. Convinto che una brillante citazione possa sollecitare la curiosità dei lettori e incoraggiarli a impossessarsi dell’opera intera, Ordine prosegue la sua battaglia a favore dei classici, mostrando come la letteratura sia fondamentale per rendere l’umanità più solidale e più umana.
In un’epoca segnata da brutali egoismi, dalla ripresa dei razzismi e dell’antisemitismo, dalle terribili disuguaglianze economiche e sociali, dalla paura dello “straniero”, queste pagine invitano a capire che “vivere per gli altri” è un’opportunità per dare un senso forte alla nostra vita. Sulla scia di L’utilità dell’inutile (tradotto in 32 Paesi) e di Classici per la vita (tradotto in 6 lingue), questo nuovo volume è un inno a ciò che nella nostra società viene considerato ingiustamente “inutile” perché non produce

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Gli uomini non sono isole | La Nave di Teseo

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corso di filosofia: IL FINITO, L’INFINITO, L’ETERNO. Gli interrogativi della SCIENZA, le speculazioni della FILOSOFIA, le indagini della TEOLOGIA. Prima serata: CARLO SINI, Continuità del mondo e discrezione del sapere. Da Aristotele alla scienza attuale. A cura della associazione Noesis, 13 novembre 2018, Auditorium L. Mascheroni, Via Alberico da Rosciate 21/A, Bergamo

IL FINITO, L’INFINITO,

L’ETERNO

Gli interrogativi della SCIENZA,

le speculazioni della FILOSOFIA,

le indagini della TEOLOGIA.

Siamo lieti di invitarLa alla serata di apertura del nuovo corso

di Filosofia Noesis 2018-2019

 

Martedì 13 NOVEMBRE ore 20.00

Auditorium L. Mascheroni Via Alberico da Rosciate 21/A, Bergamo

 

All’ingresso della sala saranno attive le prenotazioni

 

CARLO SINI

Continuità del mondo e discrezione del sapere.

Da Aristotele alla scienza attuale

COVIELLO DOMENICO, Intorno alla filosofia della morte, Edizioni Aracne, 2018, p. 344. Recensione di Paola Mascolo in La Provincia di Como, 7 novembre 2018

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Nicola Gardini e la felicità di leggere i Classici, al Teatro Sociale di Como, 29 ottobre 2018, ore 21

È Nicola Gardini, docente all’Università di Oxford, latinista, scrittore, autore di best seller tutti incentrati sull’erudizione classica.

Tra gli altri:

Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile,

Con Ovidio.

La felicità di leggere un classico

Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo

Protagonista del primo incontro letterario per Como città dei Plinii che si terrà lunedì 29 ottobre alle 21 in Teatro SocialeLa felicità di leggere i Classici è l’argomento della lectio magistralis aperta al pubblico che si inserisce perfettamente nelle finalità di questo ciclo di eventi di studio e celebrazione della civiltà classica volti a diffondere le conoscenze di eccellenti studiosi su temi, autori e opere del mondo greco-romano. L’incontro è organizzato dall’Accademia Pliniana e Parolario con la collaborazione della Società Palchettisti del Teatro Sociale, del Teatro Sociale Aslico, di Sentiero dei Sogni, del liceo classico e scientifico Alessandro Volta e dell’associazione Ex alunni del Liceo Volta. Discussioni legate al passato, anche remoto, ma assolutamente calate nel presente consapevoli che, come sostiene Gardini, «l’avvenire può esistere solo se abbiamo coscienza di quel che è stato e che, mutando, permane».

BiBazz | Nicola Gardini e la felicità di leggere i Classici

Emanuele Severino: … di tutte le cose è necessario dire che è impossibile che non siano, cioè è necessario affermare che tutte sono eterne

Avatar di Paolo FerrarioLUOGHI del LARIO e oltre ...

… la follia essenziale si esprime nella persuasione che le cose escono e ritornano nel niente. Il mortale è appunto questa volontà che le cose siano un oscillare tra l’essere e il niente.

Al di fuori della follia essenziale, di tutte le cose è necessario dire che è impossibile che non sianocioè è necessario affermare che tutte – dalle più umili e umbratili alle più nobili e grandi – tutte  sono eterne

Tutte, e non solo un dio, privilegiato rispetto ad esse.

se il divenire non appare come annientamento, ma come l’entrare e l’uscire delle cose dal cerchio dell’apparire, allora l’affermazione dell’eternità del tutto stabilisce la sorte di ciò che scompare: esso continua a esistere, eterno, come un sole dopo il tramonto.

Non solo la legna fiammeggiante, le braci, la cenere, il vento che le disperde sono eterni astri dell’essere che si succedono nel…

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ERACLITO, di Jorge Luis Borges

 

Eraclito cammina per la sera
di Efeso. La sera lo ha lasciato,
senza che la sua volontà lo decidesse,
sulla riva di un fiume silenzioso
il cui destino e il cui nome ignora.
C’è un Giano di pietra e qualche pioppo.
Si guarda nello specchio fuggitivo
e scopre ed elabora la sentenza
che le generazioni degli uomini
non lasceranno cadere. La sua voce dichiara:
Nessuno scende due volte nelle acque
dello stesso fiume. Si sofferma. Sente
con lo stupore di un orrore sacro
di essere anche lui un fiume e una fuga.
Vuole recuperare quel mattino
e la sua notte e la sua vigilia. Non può.
Ripete la sentenza. La vede stampata
in futuri e chiari caratteri
in una delle pagine di Burnet.
Eraclito non sa il greco. Giano,
dio delle porte, è un dio latino.
Eraclito non ha ieri né adesso.
E’ soltanto un artificio che ha sognato
un uomo grigio sulle rive del Red Cedar,
un uomo che intesse endecasillabi
per non pensare tanto a Buenos Aires
e ai visi amati. Ne manca uno.

FONTE

http://paroleincammino.blogspot.com/2009/05/eraclito.html

PIOLA PERICLE, Il latino per tutte le occasioni. Manuale di conversazione per l’uomo d’oggi. Illustrazioni di Federico Sardelli – Garzanti, 2018

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vai alla scheda del’editore

Il latino per tutte le occasioni – Garzanti

MERINI ALDA, Il suono dell’ombra. Poesie e prose 1953-2009, a cura di Ambrogio Borsani, Mondadori, 2018

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ATKINSON JOHN (creatore di Wrong Hands), Classici in pillole, Herper Collis editore, 2018. INDICE delle opere disegnate e sintetizzate e alcuni assaggi (in inglese) presi dalla rete

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qui alcuni assaggi (in inglese) presi dalla rete

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Wrong Hands | Cartoons by John Atkinson. ©John Atkinson, Wrong Hands

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Wrong Hands | Cartoons by John Atkinson. ©John Atkinson, Wrong Hands

SMITH RICHARD J. , I Ching. Una nuova lettura del libro dei Mutamenti (2012), Il Mulino, 2018

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SEVERINO EMANUELE, Lezioni milanesi: il nichilismo e la terra (2015-2016), a cura di Nicoletta Cusano, Mimesis, 2018. Testo tratto dal ciclo di lezioni, tenute alla Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, con il titolo: Oltrepassare

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LAVIA GABRIELE, Se vuoi essere contemporaneo LEGGI I CLASSICI, Piemme, 2017

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i CLASSICI suggeriti alla lettura da Gabriele Lavia:

Omero, Iliade Odissea

Sofocle, Edipo re

Shakespeare, Amleto

Moliere, Il malato immaginario

Goethe, Faust

Foscolo, Dei sepolcri

Leopardi, Il sabato del villaggio

Melville, Moby Dick

Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo

Tolstoj, Anna Karenina

Nietzsche, Su verità e menzogna in senso exytamorale

Strindberg, La signorina Julie

Cechov, Il gabbiano

Pirandello, Il carnevale dei morti

Kafka, Le metamorfosi

Pasolini, le sue sei tragedie

Leggere Alice Munro, dal sito Ai confini dello sguardo di Gabriele De Ritis

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Leggere Alice Munro : Ai confini dello sguardo

Ciò che nella vita rimane, non sono i doni materiali, ma i RICORDI … Alda Merini

“Ciò che nella vita rimane, non sono i doni materiali, ma i ricordi dei momenti che hai vissuto e ti hanno fatto felice. La tua ricchezza non è chiusa in una cassaforte, ma nella tua mente. È nelle emozioni che hai provato dentro la tua anima.”

Alda Merini

la prima pagina di: POSTORINO ROSELLA, Le assaggiatrici, Feltrinelli, 2018

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Tenere insieme le cose – Mark Strand

Avatar di tittidelucaPoesia in rete

In un campo
io sono l’assenza
del campo.
È
sempre così.
Ovunque io sia
io sono ciò che manca.

Quando cammino
divido l’aria
e sempre
l’aria rifluisce
a riempire gli spazi
in cui era stato il mio corpo.

Abbiamo tutti motivi
per muoverci.
Io mi muovo
per tenere insieme le cose.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Dormendo con un occhio aperto”, 1964, in “L’uomo che cammina un passo avanti al buio”, Mondadori, Milano, 2011

∗∗∗

Keeping Things Whole

In a field
I am the absence
of field.
This is
always the case.
Wherever I am
I am what is missing.

When I walk
I part the air
and always
the air moves in
to fill the spaces
where my body’s been.

We all have reasons
for moving.
I move
to keep things whole.

Mark Strand

da “Sleeping with One Eye Open” (1964), in “Collected Poems”, New York, Alfred A. Knopf/…

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I GIOVANI DELLA CLASSICA, CD pubblicati da: La Repubblica – L’Espresso, 2018

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Verità e Divenire – Oltre il Linguaggio – Emanuele Severino

Avatar di simonarinaldiLa Dimora del Tempo Circolare

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OLTRE IL LINGUAGGIO

EMANUELE SEVERINO

La verità agisce sul divenire, dominandolo, nel senso che gli impedisce di prevaricare, ne annienta la prevaricazione.

L’errore è la convinzione che ciò che non può essere sia.

EPISTÈME E DOXA

La Verità è annientamento

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il Cd di: SEVERINO EMANUELE, Zirkus Suite (1947). Un peccato di gioventù, musica di Emanuele Severino, con la revisione critica di Alessandro Bombonati. Esecuzione dell’Ensemble Consmilano Modern: flauto: Alessandro Schiattone; Oboe: Luca Tognon; corno inglese: Giacomo Piccioni; clarinetto: Niccolò Dainelli; fagotti: Carlo Golinelli, Mario Garavelli; cornetta: Pietro Martinoli; marimba: Ettore Marcolini; timpani: Leonardo Bares. Registrato alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano, il 19 e 20 marzo 2018. Mimesis editore 2018, con i contributi di Alessandro Bombonati, Massimo Donà, Cristina Frosini, Giuseppe Fausto Modugno, Luca Nolasco.

FESTIVAL FILOSOFI LUNGO L’OGLIO EDIZIONE 2018: 5 GIUGNO – 18 LUGLIO Quando la filosofia si fa condivisione

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“IL VALORE DEL CONDIVIDERE”
Dopo Le stagioni della vita, Geografia delle Passioni, Vizi e virtù, Destino, Corpo, Felicità, Dignità, Noi e gli altri, Fiducia, Pane quotidiano per tutta l’umanità, Gratuità, Toccare ruoterà attorno alla plurisignificatività del verbo condividere, la tredicesima edizione del Festival Filosofi lungo l’Oglio.

Una scelta che intende prendere sul serio gli snodi nevralgici della nostra temperie culturale: il logorio del simbolico, la tendenza all’individualismo e alla chiusura quasi autistica da parte del soggetto, la complessità del presente nel quale non si fatica ad intravedere l’evolversi di un processo di grande mutamento senza tuttavia poterne anticipare gli esiti ultimi, l’incessante incremento delle disuguaglianze, l’imperversare della tecnica e dell’uso dei mezzi di comunicazione che tradiscono una realtà altra da quella vissuta, l’avanzata della robotica, l’avvento del transumanesimo, un senso diffuso di paura e di insicurezza. Paura che genera incertezza, disorientamento, a volte rassegnazione, inversione di rotta che si manifesta in ciò che Bauman chiama «ritorno al passato».
Problematizzazioni queste che possono trovare una riflessione accurata allorché ci si interroga sulle chances che ci riserva il tema prescelto: si condividono, nel mondo del web 3.0, post su Facebook, mentre si fatica a trovare l’applicazione pratica e autentica quando ci si trova dinnanzi all’altro in carne ed ossa: il prossimo, lo xénos, il diverso. Condividere chiama in causa la nozione di prossimità, di comunità, di
‘commūnis’ inteso propriamente come ‘chi ha in comune dei mūnia (doni)’ cui si contrappone il senso arcaico di immūnis come ‘ingrato’, ovvero ‘chi non rende il beneficio ricevuto’.

Ciò che torna o dovrebbe tornare al centro è il valore dell’‘avec’, del con della coesistenza (Jean-Luc Nancy). Il per-l’altro ove la condivisione raggiunge la sua acme nel momento in cui non solo mi privo del tozzo di pane per darlo ad Altri, ma rispondo al suo appello dicendo: «Me voici!» (Emmanuel Levinas). Di qui il venire alla luce di nozioni centrali quali quelle di autonomia ed eteronomia, di dignità, responsabilità, fiducia.

Ma condividere, in una società iperindividualista, agonica e antagonista significa altresì tornare a problematizzare l’«homo homini lupus» di Hobbes, la «consolidata abitudine all’ipocrisia, grazie alla quale abbiamo appreso fin dalla culla a nascondere anche a noi stessi tutta l’ampiezza del nostro amore di noi stessi. […] È impossibile – scrive Mandeville ne La favola delle api ovvero, vizi privati, pubblici benefici – che un uomo voglia il bene di un altro più del bene proprio, che non supponga di non potere egli stesso conseguire i suoi desideri»; e ancora: l’«insocievole socievolezza» di Kant, il concetto di contratto sociale inteso come accordo fra gli individui che sta all’origine della società organizzata e dello Stato con la distinzione fondamentale da parte dei contrattualisti tra il patto di unione che dà origine alla vita associata e il patto di soggezione che dà origine alla sovranità. Condividere implica, inoltre, l’esercizio delle virtù, la pratica di una vita buona, il saper ascoltare e il saper prendere sul serio l’Altro – sia questi la vedova, l’orfano, lo straniero. Del resto, cogliere il linguaggio nel suo «realissimo essere parlato» (Franz Rosenzweig) nell’era in cui vigono, se va bene, le «relazioni di superficie» (Marc Augé), comporta altresì problematizzare il dialogo degli uni con gli altri a più livelli a partire dall’accadimento dell’incontro di due «io sono» di carne e di sangue: dialogo tra amato e amata, tra maestro e allievo, tra genitori e figli, tra generazioni, tra culture. Di qui le istanze che provengono dal senso profondo che acquisiscono il valore del coabitare, del syn-pathein , dell’ «insieme» di contro a quella tentazione sempre possibile e sempre presente del delirio di onnipotenza dell’uomo contemporaneo: iperconnesso, solo, condannato a consumare e spesso timoroso di cadere nella classe degli esclusi.

Come a ragione sostiene Vincenzo Paglia ci troviamo nel bel mezzo di una società caratterizzata dal crollo del noi, una società dove l’interessamento diviene l’humus ideale per quell’«io sono» di ventre affamato che trova una sua trascrizione sociologica e senza dubbio oggettivante, ma pur sempre realistica, nell’individuo blasé di Simmel, la cui essenza «consiste nell’attutimento della sensibilità rispetto alle differenze fra le cose, non nel senso che queste non siano percepite – come sarebbe il caso per un idiota – ma nel senso che il significato e il valore delle differenze, e con ciò il significato e il valore delle cose stesse, sono avvertiti come irrilevanti. Al blasé tutto appare di un colore uniforme, grigio, opaco, incapace di suscitare preferenze» al punto che ciò che sovente si registra nell’abitare questa difficile contemporaneità «non è soltanto indifferenza ma, più spesso di quanto non siamo disposti ad ammettere, una tacita avversione, una reciproca estraneità, una repulsione che al momento di un contatto ravvicinato, e a prescindere dall’occasione, può capovolgersi immediatamente in odio e in aggressione».

In un tale orizzonte sembrano di estrema attualità le riflessioni che nel 1929 – lo stesso anno in cui in Germania venne pubblicato il Mein Kampf–, Sigmund Freud raccolse nel suo saggio Il disagio della civiltà spingendosi ad affermare che il soggetto «vede nel suo prossimo non soltanto un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, umiliarlo, farlo soffrire, torturarlo e ucciderlo. Homo homini lupus: chi ha il coraggio di contestare questa affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia? Questa crudele aggressività è di regola in attesa di una provocazione, oppure si mette al servizio di qualche altro scopo, che si sarebbe potuto raggiungere anche con mezzi meno brutali. In circostanze che le sono propizie […] essa si manifesta anche spontaneamente e rivela nell’uomo una bestia selvaggia, alla quale è estraneo il rispetto per la propria specie».
Da questi brevi cenni, si può ben comprendere la vastità del tema che verrà declinato nel corso dell’edizione 2018 del Festival. Sullo sfondo resta la sfida dell’«utopia dell’educazione», secondo la felice intuizione di Augé, e una convinzione: il fatto che questa manifestazione trovi il suo punto di forza nell’alimentare un bisogno di ordine superiore: la richiesta di strumenti interpretativi attraverso i quali scandagliare le urgenze del nostro tempo a partire da una resistenza culturale che tra attori e spettatori, tra relatori e pubblico diventa reciproca e, dunque, con-divisa.

I RELATORI DELL’EDIZIONE 2018:
Enzo Bianchi, Silvia Vegetti Finzi, Marc Augé, Massimo Cacciari, Umberto Galimberti, Remo Bodei, Nando Dalla Chiesa, Maria Rita Parsi, Donatella di Cesare, Luigi Zoja, Maria Tilde Bettetini, Vanni Codeluppi, Leopoldo Sandonà, Mons. Vincenzo Paglia, Gabriella Turnaturi, Marco Ermentini, Massimo Donà, Elena Pulcini, Francesca Nodari, Anna Foa, Francesco Miano, Marco Vannini, Giuseppina De Simone, Francesca Rigotti, Stefano Zamagni, Gabriele Archetti, Giancarlo Pallavicini, Gian Antonio Girelli, Annunziato Vardé, Umberto Curi, Luigi Croce.

Martedì 05 Giugno 2018 21:00
prof. Di Cesare – Coabitare con gli altri. La sfida del terzo millennio
CHIARI – Biblioteca Fausto Sabeo

Giovedì 07 Giugno 2018 21:00
prof.ssa Maria Tilde Bettetini – Quando tra noi qualcosa si spezza: inganni, bugie, finzioni
SAN PAOLO – Chiesa S. Maria Assunta

Venerdì 08 Giugno 2018 21:00
prof. Enzo Bianchi – Insieme
ASOLA – Cattedrale S. Andrea

Lunedì 11 Giugno 2018 21:00
prof. Leopoldo Sandonà – Con-dividere le scelte. Nuovi orizzonti per la bioetica?
SONCINO – Rocca Sforzesca

Martedì 12 Giugno 2018 21:00
prof. Vanni Codeluppi – Condividere con i divi
PASSIRANO – Corte Palazzo Comunale

Mercoledì 13 Giugno 2018 21:00
S. E. Mons. Vincenzo Paglia – Il crollo del noi
ORZINUOVI – piazza Vittorio Emanuele II

Venerdì 15 Giugno 2018 21:00
prof. Turnaturi – L’amore, l’ultimo bene democratico
GARDONE VAL TROMPIA – Convento di Santa Maria degli Angeli

Lunedì 18 Giugno 2018 21:00
Marco Ermentini – Condividere il sogno dell’abitare
SABBIO CHIESE – Santuario della Madonna della Rocca

Martedì 19 Giugno 2018 21:00
prof.ssa Silvia Vegetti Finzi – Nessuno nasce solo. La prima relazione madre-figlio
VILLA CARCINA – Villa Glisenti

Giovedì 21 Giugno 2018 21:00
prof. Luigi Zoja – La violenza sessuale. archetipo, storia e attualità
MONTICHIARI – Pieve S. Pancrazio

Venerdì 22 Giugno 2018 21:00
prof. Massimo Donà – Magiche e sorprendenti condivisioni
MACLODIO – Area eventi

Sabato 23 Giugno 2018 21:00
prof.ssa Elena Pulcini – Passioni empatiche
TAVERNOLE SUL MELLA – Chiesa di San Filastrio

Martedì 26 Giugno 2018 21:00
prof. Massimo Cacciari – L’animale impolitico
LOGRATO – Villa Morando

Giovedì 28 Giugno 2018 21:00
prof.ssa Francesca Nodari – Alla ricerca del maestro perduto
LUDRIANO – Villa Suardi

Lunedì 02 Luglio 2018 21:00
prof.ssa Anna Foa – Condividere le memorie familiari
BARBARIGA – Piazza Aldo Moro

Martedì 03 Luglio 2018 21:00
prof. Francesco Miano – La comunicazione esistenziale
COCCAGLIO – Piazzetta Auditorium S. Giovanni Battista

Mercoledì 04 Luglio 2018 21:00
prof. Marc Augé – Condividere la condizione umana
CALVISANO – Palazzo Lechi

Giovedì 05 Luglio 2018 21:00
prof. Marco Vannini – Io non sono uno che divide
ORZIVECCHI – Palazzo Martinengo

Venerdì 06 Luglio 2018 21:00
prof.ssa Giuseppina De Simone – Condividere e con-patire
COLOGNE – Cortile Palazzo Municipale

Domenica 08 Luglio 2018 21:00
prof.ssa Francesca Rigotti – Condividere torte, mantelli, conoscenza
ORZINUOVI – piazza Vittorio Emanuele II

Martedì 10 Luglio 2018 21:00
prof. Stefano Zamagni – La condivisione in economia, oggi: utopia o ideale storicamente realizzabile?
ROVATO – Palazzo Municipale – Sala del Pianoforte

Mercoledì 11 Luglio 2018 21:00
prof. Galimberti – Cosa condividono genitori e insegnanti con i nostri ragazzi?
VILLACHIARA – Azienda le Vittorie

Giovedì 12 Luglio 2018 21:00
prof. Remo Bodei – Giustizia distributiva
DESENZANO SUL GARDA – Castello di Desenzano

Venerdì 13 Luglio 2018 21:00
serata antimafia: prof. Nando Dalla Chiesa, dott. Gian Antonio Girelli, S.E. il Prefetto di Brescia dott. Annunziato Vardé
VILLACHIARA – Azienda le Vittorie

Lunedì 16 Luglio 2018 21:00
assegnazione della VII edizione del Premio Internazionale di Filosofia/Filosofi lungo l’Oglio/Un libro per il presente.
ERBUSCO – Cortile della Pieve si S. Maria Maggiore

Martedì 17 Luglio 2018 21:00
Prof. Croce – Identità, reciprocità, partecipazione
BORNATO – Palazzo Secco d’Aragona

Mercoledì 18 Luglio 2018 21:00
prof.ssa Maria Rita Parsi – Condividere in famiglia, a scuola, nel sociale, le sofferenze e le gioie del vivere insieme
PALAZZOLO SULL’OGLIO – Auditorium San Fedele

IEROPOLI GIUSEPPE, Giovanni Semerano e la dicotomia indoeuropeisti – semitisti, prafazione di Massimo Cacciari, La Finestra editrice, 2018. Indice del libro

GIACOMO LEOPARDI, riassunti in Studia Rapido

Zibaldone, di Giacomo Leopardi. Riassunto

Zibaldone di Giacomo Leopardi: cos’è e perché si chiama così. In generale, il termine Zibaldone indica una “mescolanza confusa e senza criterio”, in riferimento a oggetti, persone, cibi, idee, ecc. In riferimento allo Zibaldone di Giacomo Leopardi, si tratta di una sorta di vasto e articolato diario cui il poeta, dal 1817 al 1832, affidò […]

Zibaldone di Giacomo Leopardi, riassunto

via Zibaldone di Giacomo Leopardi, riassunto – Studia Rapido

Pessimismo leopardiano

Pessimismo leopardiano: individuale, storico, cosmico. Riassunto di Letteratura italiana Nell’opera poetica di Giacomo Leopardi emerge la sua pessimistica concezione della vita, dominata dal dolore e dall’infelicità. La gioia è solo momentanea, è cessazione del dolore e al di là del dolore c’è la «noia» che spegne nel cuore il desiderio di vivere. Al centro della […]

Pessimismo leopardiano: individuale, storico, cosmico
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La ginestra di Giacomo Leopardi, analisi e commento

 

La ginestra di Giacomo Leopardi, analisi e commento

La ginestra o fiore del deserto fu composta da Giacomo Leopardi nella primavera del 1836 e occupa il trentaquattresimo posto nell’edizione definitiva dei Canti. È un componimento in sette strofe di varia lunghezza e 317 versi, endecasillabi e settenari. È l’opera più importante dell’ultimo Leopardi, il testamento poetico e spirituale del poeta, morto l’anno dopo, […]

La ginestra di Giacomo Leopardi, analisi e commento
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a dieci anni dalla registrazione su WORDPRESS, 19 aprile 2018

sulle MAPPE. A proposito di carte geografiche, Un racconto di Jorge Luis Borges

Borges è stato un grande scrittore argentino. Il suo racconto ha qualcosa a che fare con quello che abbiamo letto sull’impossibilità di una carta geografica di rappresentare fedelmente la realtà.


C’era una volta un imperatore avido e crudele. Aveva fatto costruire un’altissima torre in cima alla quale c’era una stanzetta con quattro finestre aperte ai quattro venti. L’imperatore si richiudeva nella stanzetta per intere giornate.

“Che fa l’imperatore chiuso lassù, nella torre?” si chiedevano i cortigiani. L’imperatore passava le giornate a contare. Affacciato ad una delle quattro finestre, con gli occhi strizzati per vedere più lontano possibile, l’imperatore contava i campi, gli alberi, le case, i fiumi che c’erano nel suo regno sterminato. Dopo aver contato, l’imperatore annotava ogni cosa in certi suoi libriccini unti e pieni di orecchie per il troppo uso che ne aveva fatto.

Un giorno passò sulla sua testa uno stormo di passeri e l’imperatore si mise a contarli. “Milletrecentotrentasette o milletrecentotrentotto? Maledizione ho sbagliato il conto!” Il solo pensiero che ci fosse qualcosa nel suo regno che non fosse segnato nei suoi libriccini lo faceva impazzire. Neppure un passero doveva sfuggire ai suoi conti, perché il regno era suo e di nessun altro.

Aprì la porta della stanzetta e scese a precipizio le ripide scale della torre. Giunto nella sala del trono chiamò attorno a sé i suoi ministri ed ordinò loro che si facesse subito un inventario di tutto ciò che, vivente o inanimato, abitasse nel suo regno. I ministri si grattarono la testa perplessi. Da dove avrebbero incominciato a contare? E quanto era grande il regno? Molti di loro non avevano mai messo il naso fuori del portone del palazzo imperiale. E se una cosa veniva contata due volte? C’era da diventare matti.

Un ministro più scaltro degli altri, e che aveva viaggiato all’estero, disse che ci voleva una carta sulla quale fossero disegnati tutti i monti, i fiumi, le valli, i boschi, le città del regno. Allora sarebbe stato facile contarli.

Gli altri ministri approvarono, una carta geografica dell’impero era quello che ci voleva, che si facesse subito una carta geografica! A nord del paese, in un antichissimo monastero, vivevano dei monaci che sapevano disegnare delle carte geografiche. Quattro di essi furono chiamati a corte e subito si misero al lavoro. Sette anni dopo, la prima carta geografica dell’impero era pronta.

La carta, spiegata sul pavimento, occupava una sala intera del palazzo imperiale. Sulla carta erano disegnate tutte le montagne, le valli, i fiumi, le città e le strade del regno. Per la prima volta i ministri dell’imperatore videro dove si trovavano i freddi paesi del nord e le scoscese montagne delle nevi, dove nasceva il fiume che scorreva nella valle e dove cresceva il grano che dava la farina per gli spaghetti delle loro mense.

Ma l’imperatore non era soddisfatto. Sulla carta c’erano le città, i paesi, ma non c’erano tutte le case delle città, tutte le capanne dei villaggi, tutti gli alberi dei boschi. I monaci risposero che ciò non era possibile perché la carta che avevano disegnato era troppo piccola per contenere quelle cose. “Fate allora una carta più grande!” rispose l’imperatore e tornò a rintanarsi nella stanzetta in cima alla torre. “Che si faccia subito una carta più grande!” fecero eco i ministri in coro. I monaci ripiegarono pazientemente la carta geografica e si misero nuovamente al lavoro. Quattordici anni dopo la nuova carta geografica dell’impero era pronta.

Per mostrarla all’imperatore la carta fu spiegata sul selciato della piazza più grande della città. Tutti erano meravigliati per l’accuratezza e la precisione del disegno. Sulla carta c’erano disegnate tutte le case, tutte le fattorie, tutte le stalle, tutti i porcili ed i pollai del regno. Si vedeva in quali terreni cresceva il grano, in quali il lino e la canapa: dove crescevano i boschi e selve e dove pascoli e brughiere.

L’imperatore arrivò a mezzogiorno, in sella al suo cavallo. Di lassù guardò la carta in lungo ed in largo. Era finalmente soddisfatto? Silenziosi, in disparte, i monaci aspettavano una parola di lode o di ringraziamento per il loro accuratissimo lavoro.

“Dove sono tutte le tegole dei tetti, tutte le foglie degli alberi, tutte le galline dei pollai? Su questa carta non si vedono”. Uno dei quattro monaci rispose timidamente che non c’era posto sulla carta per tutte quelle cose. “Che sia fatta una carta più grande!” rispose l’imperatore e andò via.

Questa volta i monaci persero la pazienza e tornarono sulle loro montagne. I ministri erano disperati. Se la carta non si faceva le loro teste sarebbero finite sotto la mannaia del boia. Pensa e ripensa alla fine ebbero un’idea: che si ordinasse a tutti i sudditi, pena la morte, di ricoprire di carta i loro campi, i boschi, le case, insomma ogni angolo del regno. Poi mille squadre di disegnatori avrebbero disegnato sulla carta tutto quello che c’era sotto: i tetti con tutte le loro tegole, i prati con tutti i fili d’erba.

Per fabbricare tutta la carta necessaria furono tagliati tutti gli alberi del regno. Gli uccelli non sapevano più dove posarsi e sulla carta non c’era nulla da mangiare. La terra non dava più frutti perché ovunque uno strato di carta la ricopriva. Nel paese arrivò la carestia e la gente moriva di fame.

Un giorno il popolo del regno si ribellò.

Tutta la carta fu strappata e fu raccolta in un mucchio enorme intorno al palazzo imperiale. Poi qualcuno accese un fiammifero e dette fuoco alla carta. Subito si alzarono fiamme altissime.

Dell’imperatore e dei suoi libriccini unti e pieni di orecchie non rimase che cenere