BARBARO, BARBARI: alla radice della parola (attraverso Franco Rendich e Giovanni Semerano)

dal sanscrito Bal “respirare”, “vivere”

nel greco diventa barbaros, “che balbetta”, “che parla in modo incomprensibile”, “straniero”

in latino diventa balbus . “balbuziente, e barbarus, “straniero

dal Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee di Franco Rendich, Palombi editore, 2010 si apprendono queste sequenze di significati:

barebaro158

Dal DIZIONARIO DI LINGUA GRECA nelle ORIGINI DELLA CULTURA EUROPEA di Giovanni Semerano, Olschki editore si impara questo:

barbaro172

Una ulteriore ricerca dall’Etimologico di Alberto Nocentini e Alessandro Parenti, Le Monnier editore insegna:

per i greci e i romani, appartenente a una stirpe o civiltà diversa, straniero; appartenente a un mondo considerato incivile, primitivo, selvaggio

il greco barbaros corrisponde al latino balbus (balbuziente) nel senso di straniero che parla una lingua incomprensiblie, che balbetta sillabe senza senso

A lezione da Emanuele Severino: Pòlemos, Mimesis editore

corso per intero tenuto da Severino all’Università Vita-Salute San Raffele, dove dal 2002 insegna Ontologia Fondamentale

Albert Einstein con Emanuele Severino

uomini che hanno una fiducia incommensurabile dell’uomo e credono nelle possibilità illimitate degli stessi

vai all’intero articolo   Albert Einstein con Emanuele Severino.

Che cosa intende Bachelard quando parla di rêverie?, in Saggio su Gaston Bachelard di Giovanni Piana

Che cosa intende Bachelard quando parla di rêverie? Se incontrassimo questo termine in un contesto non troppo impegnativo, potremmo tradurlo con fantasticheria, ma in riferimento alla problematica che stiamo illustrando questa parola sarebbe inadatta, se non altro per quella sfumatura un po’ peggiorativa che essa riceve in molti impieghi correnti. |164|

In realtà mentre, come vedremo subito, tra sogno e rêverie dobbiamo porre una netta differenza, è proprio al sogno che converrà richiamarsi per illustrare il senso della rêverie. Anche in italiano infatti la parola «sogno» non viene impiegata solo per indicare quegli strani eventi che ci accadono mentre dormiamo, ma anche le nostre fantasticherie diurne. E ancor più converrà tenere presenti espressioni come «atmosfera sognante» o «paesaggio sognante»: qui ci troviamo molto prossimi alla sfumatura di senso della parola rêverie. La rêverie è una fantasticheria sognante – forse potremmo esprimerci così. |165|

da Saggio su Gaston Bachelard.

Fare immaginazione sulla materia: Gaston Bachelard e Claude Monet

Assecondo la tendenza al diario.
“Molto con poco” potrei dire.
Perchè è davvero un piccolo miracolo delle relazioni faccia a faccia poter andare, in orario tardo pomeridiano e a pochi chilometri dalla mia città, ad ascoltare 4 lezioni del professore di storia della filosofia Mario Porro in tema di immaginazione sugli elementi materiali (acqua, terra, aria, fuoco), a partire da Gaston Bachelard (1).
Farò un rapporto più dettagliato su queste lezioni, in modo che anche a te, amico/lettore di blog, possa sembrare di avervi partecipato.
Oggi vorrei solo evocare la suggestiva connessione fra Gaston Bachelard e Claude Monet (le sottolineature sono di Mario Porro):

“E tutto lo stagno è avvolto nel profumo del suo fiore fresco, il fiore giovane, il fiore ringiovanito dalla notte.
Al calar della sera — Monet l’ha visto migliaia di volte — il giovane fiore va a coricarsi sotto l’onda. Non si dice forse che il suo peduncolo la rievoca, la notte, ritraendosi sino al tenebroso fondo del limo? E così ad ogni aurora, il fiore della ninfea — immensa sensitiva delle acque — ristorato da un buon sonno nella notte estiva, rinasce con la luce, e perciò è fiore eternamente giovane, figlio immacolato dell’acqua e del sole.
Tanta giovinezza ritrovata, una così costante sottomissione al ritmo del giorno e della notte, una tale esatta puntualità nel segnare l’attimo dell’aurora, tutto ciò fa della ninfea il fiore stesso dell’impressionismo.
La ninfea è un istante del mondo, un mattino degli occhi, il sorprendente fiore d’un’alba estiva.”

e poi ancora:

Il mondo vuol essere visto. Innanzi che avesse occhi per vedere, l’occhio dell’acqua, il grande occhio delle acqua tranquille, guardava i fiori sbocciare. E’ proprio in simile rispecchiamento – come dubitarne? – che il mono per la prima volta prese coscienza della sua bellezza”

in Gaston Bachelard, Il diritto di sognare (traduzione di Marina Bianchi), Dedalo libri, 1974, p. 10 e 13

(1) Invito alla filosofia: il simbolismo degli elementi materiali (acqua, terra, fuoco, aria), docente Mario Porro – Storia della filosofia, Liceo statale E. Fermi, Cantù, 12, 19, 26 aprile, 10 maggio 2007
a cura dell’Auser Canturium

ANGELI, per riconoscere nell’animo umano un corpo sottomesso a SPAZIO e TEMPO, un’ANIMA libera dal corpo e un terzo principio estraneo ai due, da Eugenio D’Ors, sull’esistenza degli angeli, Morcelliana, 2012, pag. 83

angeli140

Walter Benjamin – One Way Street: Fragments for Walter Benjamin, Regia di John Hughes, 1993, da U B U W E B – Film & Video

Regia di John Hughes strada a senso unico esplora la vita e l’opera di critico tedesco ebreo e filosofo, Walter Benjamin, morto sfuggire alla Gestapo nel 1940. Anche se il lavoro di Benjamin è poco conosciuto in questo paese, è considerato in Europa come una delle figure più influenti del pensiero del 20 ° secolo. strada a senso unico fornisce presentazioni chiare e accessibili ad alcune delle idee centrali negli scritti di Benjamin. Il commento di esperti da una serie di studiosi inglesi collocare il lavoro di Benjamin, nel contesto del loro tempo ed evocano un senso di eccitazione che il suo lavoro ha generato. . Uno stile visivo elevato, struttura montaggio e forti trattamenti musicali corrispondono in modi suggestivi e potenti con le preoccupazioni e le strategie di Benjamin stesso

vai a  U B U W E B – Film & Video: Walter Benjamin – One Way Street: Fragments for Walter Benjamin (1993).

Walter Benjamin (1892 Berlino – 1940 Portbou)

Walter Benjamin (1892 Berlino – 1940 Portbou):

pensatore, autore, critico letterario e traduttore tra i più importanti nel pensiero tedesco del primo Novecento, è nato e cresciuto nei quartieri eleganti di Berlino-Charlottenburg da un’agiata famiglia ebraica assimilata.

Già in gioventù ha affrontato la questione delle sue radici ebraiche ponendola in fertile contrasto con l’identità tedesca incontrando, tra gli altri, Gerhard Scholem, cui resterà legato per tutta la vita.

Entrato in contatto con l’Institut für Sozialforschung di Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, pubblicò sulla rivista diversi saggi e si dedicò alla composizione di 

Passagen-Werk 

lavoro che l’avrebbe impegnato per il resto della vita e destinato a restare incompiuto.

Alla presa del potere da parte dei nazisti emigrò a Parigi, dove continuò la sua attività intellettuale tra mille difficoltà economiche. Mentre tentava di attraversare il confine con la Spagna per raggiungere gli amici dell’Istituto francofortese, già in esilio negli Stati Uniti, si uccise per non essere ricondotto in Francia dalle autorità doganali spagnole.

Tra le sue pubblicazioni in lingua italiana ricordiamo: 

Angelus Novus, 

Il dramma barocco tedesco, 

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 

Sul concetto di storia.

l’angelo e, in particolare l’angelo custode non sono solo fantasie adatte alla infanzia, ma pongono interrogativi sulla struttura umana

Rilke, Klee, Bulgakov, Benjamin … mostrano che

l’angelo e, in particolare l’angelo custode non sono solo fantasie adatte alla infanzia, ma pongono interrogativi sulla struttura umana.

L’uomo in quanto persona esprime desideri di senso e in questa ricerca si imbatte in una molteplicità di tensioni umane, raffigurate anche attraverso gli angeli

Tema: La domanda sull’originario (Dialegesthai)

vai a  Tema: La domanda sull’originario (Dialegesthai).

Alessandro Pizzo, Ontologia in Parmenide: come e cosa si pensa quando si dice «è» (Dialegesthai)

vai a Alessandro Pizzo, Ontologia in Parmenide: come e cosa si pensa quando si dice «è» (Dialegesthai).

“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, DANTE Alighieri, DIVINA COMMEDIA, Inferno, Canto III, 51

“Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”

Da: Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto III, 51

La frase “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa” è tratta dall’Inferno di Dante Alighieri, precisamente dal Canto III. Questo verso viene pronunciato da Virgilio, la guida di Dante, mentre si trovano all’ingresso dell’Inferno. La citazione esprime un invito a non soffermarsi a riflettere sugli dannati che incontrano, ma piuttosto a proseguire il cammino senza lasciarsi influenzare dalla loro presenza.

Significato e Contestualizzazione

Contesto: Nel Canto III, Dante e Virgilio si trovano davanti alla porta dell’Inferno, dove è scritto “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”. Qui Virgilio esorta Dante a non fermarsi a contemplare i dannati, sottolineando l’importanza di mantenere il focus sul viaggio e sulla ricerca della verità.

Interpretazione: Questa frase può essere interpretata come un richiamo all’azione e alla determinazione. In un contesto più ampio, riflette il pensiero dantesco riguardo alla necessità di affrontare le sfide della vita senza lasciarsi distrarre dalle sofferenze altrui. È un invito a guardare oltre il dolore e a proseguire con il proprio percorso.

Riflessioni

Dante utilizza questa espressione per enfatizzare la necessità di avanzare nel proprio cammino personale e spirituale. Essa risuona con l’idea che ogni individuo deve affrontare le proprie prove e tribolazioni, senza lasciarsi sopraffare da ciò che lo circonda. La frase è diventata un simbolo di resilienza e determinazione.

In sintesi, “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa” non solo rappresenta un momento chiave nell’opera dantesca, ma offre anche una lezione universale sulla perseveranza e l’importanza di mantenere la propria direzione nella vita.


[1] https://www.goodreads.com/author/quotes/5031312.Dante_Alighieri
[2] https://italy.mytour.eu/en/blog/dante-alighieri-quotes
[3] https://it.wikiquote.org/wiki/Dante_Alighieri
[4] https://quotefancy.com/dante-alighieri-quotes
[5] https://en.wikiquote.org/wiki/Dante_Alighieri
[6] https://www.goodreads.com/work/quotes/2377563-inferno
[7] https://www.frasicelebri.it/frasi-di/dante-alighieri/

Emanuele Severino, Nella nobile rinuncia di Benedetto il grande turbamento della fede, da Corriere della Sera 19 febbraio 2013

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Conversazione in casa delle sorelle B.: PERCHE’ LEGGERE MONTAIGNE (1533-1592) nel 2013. Traccia a cura di Paolo Ferrario, Como 19 febbraio 2013

AUDIO DELLA SERATA  SU MONTAIGNE, 19 FEBBRAIO 2013

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da una e-mail di Luca Noseda:
mi faccio precedere da questa foto scattata lo scorso weekend a Parigi.
Montaigne Parigi
Non l’ho cercata ma mi si è presentata davanti e non ho potuto fare a meno di fermarmi e scattarla, perchè mi è parso che mi sia venuta incontro lei a cercarmi.
E’ il monumento di Montaigne,davanti a un lato del quartiere-edificio della Sorbona.
L’edificio che invece si intravvede dietro alla statua è l’Hotel de Cluny, prospiciente Boulevard St Germain, giusto per darvi l’esatta ubicazione casomai voleste rintracciarlo essendo già sur place.
Era mia intenzione in qs raro viaggio di piacere nel mio luogo eletto di lavoro poter vedere la chiesa della Sorbona in cui è sepolto il Cardinale di Richelieu, in quanto grande benefattore di qs Universitas,una delle più antiche d’Europa celeberrima per la facoltà di teologia! guarda un po’. Credo che Tommaso d’Aquino ed Erasmo da Rotterdam abbiano o studiato o dato lezioni qui.
Non ho potuto perchè chiusa al pubblico e visibile solo su richiesta preventiva.
Però Montaigne paziente mi attendeva dietro l’angolo.
Anche se ho visto con la coda dell’occhio che mentre fotografavo gruppi di turisti gialli ed anche di altri colori mi osservavano incuriositi di cosa mai stessi fotografando.

la lingua sanscrita

[youtube http://youtu.be/6d1zAvouytg]

Emanuele Severino, il tema del RICORDO e del RICORDARE | di Laura Bottegoni, in nuova-mente.it – Psicologo Bologna

vai a:  ricordo emanuele severino | nuova-mente.it – Psicologo Bologna.

L’origine delle lingue indoeuropee (nuova edizione) Struttura e genesi della lingua madre del sanscrito, del greco e del latino, di Franco Rendich, Palombi editore

L'origine delle lingue indoeuropee (nuova edizione)

L’origine delle lingue indoeuropee (nuova edizione)

Struttura e genesi della lingua madre del sanscrito, del greco e del latino

Franco Rendich

ABITATORI DEL TEMPO, nona edizione, 2013:rassegna di incontri filosofici ideata da Rosanna Lissoni,

PROGRAMMA degli incontri

EMANUELE SEVERINO – L’ISOLAMENTO DELLA TERRA

Venerdì 8 febbraio 2013
Monza – Teatro Manzoni
Via Manzoni, 23

Filosofo tra i più noti in Italia, intellettuale pubblico, a partire dai saggi giovanili è venuto articolando un organico sistema filosofico che muovendo dalla riflessione su temi come l’essere, il divenire e il nulla, fornisce un’analisi di fenomeni quali la natura della tecnica, il nichilismo, la fede religiosa.

MICHELE LENOCI – REALTÀ, APPARIRE, APPARENZA, PARVENZA: IL MONDO È FORSE UN SOGNO COERENTE?

Giovedì 14 febbraio 2013
Cesano Maderno – Teatro Excelsior
Via San Carlo, 20

Professore ordinario di Storia della filosofia presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna Ontologia e metafisica e Storia della filosofia contemporanea. Sue pubblicazioni più recenti: “Le filosofie cristiane”, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani 2012, “Il materiale e il formale nell’etica: Scheler vs. Kant”, Guida 2011, “Si può amare la verità?”, Mimesis 2011.

MASSIMO CACCIARI – LA REALTÀ E I NOMI DEI MORTALI

Lunedì 25 febbraio 2013
Monza – Teatro Manzoni
Via Manzoni, 23

Filosofo, uomo politico, intellettuale pubblico, ha sviluppato, a partire da figure di riferimento quali Nietzsche e Heidegger, un percorso filosofico che ha tra i suoi motivi principali i temi del pensiero negativo e del tragico.

GIULIO GIORELLO – FILOSOFI E FANTASMI

Lunedì 4 marzo 2013
Lissone – Palazzo Terragni
Piazza Libertà

Filosofo, matematico, intellettuale pubblico, la sua riflessione ha al suo centro l&rsquointreccio tra impresa scientifica e pensiero libertario.

FRANCESCO BOTTURI – FILOSOFIA DELL’AMORE APPARENTE

Venerdì 8 marzo 2013
Giussano – Sala Consiliare
Piazzale Aldo Moro, 1

Professore ordinario di Filosofia morale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna Etica e Filosofia morale. Sue pubblicazioni più recenti: “Experience: Reason and Faith”, Peter Lang 2012, “Affettività e generatività”, il Mulino 2011, “La generazione del bene. Gratuità ed esperienza morale”, Vita e Pensiero 2009.

CLOTILDE CALABI – CHE COSA È UN’ILLUSIONE PERCETTIVA?

Venerdì 15 marzo 2013
Vimercate – Centro Omnicomprensivo
Via Adda, 6

Professore associato di Filosofia e teoria dei linguaggi presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell&rsquoUniversità degli Studi di Milano, dove insegna Teorie del linguaggio e della mente. Suoi campi di ricerca: filosofia della percezione, teorie dell’intenzionalità, filosofia dell’azione. E’ autrice di numerosi articoli su riviste internazionali; tra le sue pubblicazioni: con A. Voltolini, “I problemi dell’intenzionalità”, Einaudi 2009 e “Filosofia della percezione”, Laterza 2009.

ELIO FRANZINI – ARTE TRA APPARENZA E REALTÀ?

Venerdì 5 aprile 2013
Arcore – Teatro Nuovo
Via S. Gregorio, 25

Studioso di estetica, ha condotto le sue ricerche ispirandosi alla tradizione della fenomenologia e concentrando la sua attenzione soprattutto sul ruolo dell’immaginazione e del sentimento nell’esperienza dell’arte.

ANDREA MORO – L’EFFETTO “BABELE”. CERVELLI E GRAMMATICHE

Venerdì 12 aprile 2013
Villasanta – Teatro Astrolabio
Via Mameli, 8

Professore ordinario di Linguistica generale presso la Scuola Superiore Universitaria ad Ordinamento Speciale IUSS di Pavia dove dirige il NeTS, centro di ricerca per la Neurosintassi e la linguistica teorica e il dottorato in Neuroscienze cognitive e filosofia della mente. Oltre a molti importanti studi internazionali, è autore di: “Parlo dunque sono”, Adelphi 2012, “Breve storia del verbo essere”, Adelphi 2010, “I confini di Babele”, Longanesi 2006.

ROBERTO MORDACCI – LA LIBERTÀ NON APPARE

Lunedì 15 aprile 2013
Desio – Auditorium Liceo Scientifico E. Majorana
Via Agnesi, 20

Filosofo morale, si è occupato di questioni di bioetica e dei fondamenti della filosofia pratica, in particolare attraverso i due temi delle ragioni morali e dell&rsquoidentità personale.


Conduce gli incontri
FABIO BOTTO
Insegna scienze umane al Liceo “Legnani” di Saronno. È dottorando in Scienze dell’Educazione presso l’Università di Milano-Bicocca. Si occupa del rapporto tra nichilismo e rimozione del pensiero simbolico. Tra le sue pubblicazioni: Da Yahwèh ai Fantastici Quattro, Atì, 2008; Madre della filosofia, vol. I, Nichilismo e immaginazione, Mimesis, 2005.

 

Emanuele Severino, APPARENZA, REALTA’ E L’ISOLAMENTO DELLA TERRA, rassegna “Abitatori del Tempo”, Monza, 8 febbraio 2013. Audio e Video della lezione

E’ affidata ad Emanuele Severino – filosofo tra i più noti in Italia ed intellettuale pubblico – l’apertura della nona edizione della rassegna “Abitatori del Tempo“, il ciclo itinerante di incontri con i più grandi filosofi e pensatori contemporanei, tutti dedicati alla riflessione sull’oggi, per offrire “una maggiore consapevolezza del tempo che abitiamo”

abitatori2013103

Intitolata quest’anno al tema “Apparenza e Realtà” la rassegna

si aprirà venerdì 8 febbraio 2013 al teatro Manzoni di Monza – ore 21, ingresso gratuito –

con l’ intervento del prof. Emanuele Severino dal titolo “L’isolamento della terra” 

da   Monza e Brianza


  • Audio della presentazione:

  • Audio della Lezione magistrale di Emanuele Severino:

  • Audio della risposta su Parmenide


Lezione magistrale, prima ora:

gli ultimi 20 minuti della lezione:


Associo ai contenuti della lezione questa pagina tratta da Emanuele Severino, LA MORTE E LA TERRA, Adelphi, 2011, pag. 188- 189

mortee terra104 mortee terra105

Un ricordo della serata in fotografia:

il professor Fabio Botto, l’amico dottore in scienze pedagogiche Maurizio Fratea e il professor Emanuele Severino

severino-fratea-botto


caro maurizio
anche per me ieri sera è stato un grande piacere incontrarti
questa fotografia è BELLISSIMA !!!mi spiace di essere andato via alle 11 e 10, ma avevo un treno alle 11 e 25. comunque è stato un ritorno pieno di pensieri legati alla lezione (realtà , apparenza, terra, verità, uomo, pensiero arcaico, miti, presente,  passato, scienza ….)
ho perso l’occasione di essere immortalato in una fotografia con emanuele severino!
tuttavia questa vostra fotografia “fa memoria” ancora di più. ci sei tu, con il tuo coraggio e la tua forza di “essente”, c’è il tuo amico che fa con tanta passione il suo lavoro culturale  e c’è questo straordinario interprete filosofico della nostra appartenenza alla “terra isolata dal destino”.
oggi metto sul mio blog filosofico video e audio della lezione di ieri sera e ti darò qualche suggerimento su come accostare la architettura del pensiero severiniano
mi autorizzi a pubblicare anche questa “eterna” fotografia?
un caro saluto
e a rileggerci

Paolo


PROGRAMMA degli incontri

EMANUELE SEVERINO – L’ISOLAMENTO DELLA TERRA

Venerdì 8 febbraio 2013
Monza – Teatro Manzoni
Via Manzoni, 23

Filosofo tra i più noti in Italia, intellettuale pubblico, a partire dai saggi giovanili è venuto articolando un organico sistema filosofico che muovendo dalla riflessione su temi come l’essere, il divenire e il nulla, fornisce un’analisi di fenomeni quali la natura della tecnica, il nichilismo, la fede religiosa.

MICHELE LENOCI – REALTÀ, APPARIRE, APPARENZA, PARVENZA: IL MONDO È FORSE UN SOGNO COERENTE?

Giovedì 14 febbraio 2013
Cesano Maderno – Teatro Excelsior
Via San Carlo, 20

Professore ordinario di Storia della filosofia presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna Ontologia e metafisica e Storia della filosofia contemporanea. Sue pubblicazioni più recenti: “Le filosofie cristiane”, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani 2012, “Il materiale e il formale nell’etica: Scheler vs. Kant”, Guida 2011, “Si può amare la verità?”, Mimesis 2011.

MASSIMO CACCIARI – LA REALTÀ E I NOMI DEI MORTALI

Lunedì 25 febbraio 2013
Monza – Teatro Manzoni
Via Manzoni, 23

Filosofo, uomo politico, intellettuale pubblico, ha sviluppato, a partire da figure di riferimento quali Nietzsche e Heidegger, un percorso filosofico che ha tra i suoi motivi principali i temi del pensiero negativo e del tragico.

GIULIO GIORELLO – FILOSOFI E FANTASMI

Lunedì 4 marzo 2013
Lissone – Palazzo Terragni
Piazza Libertà

Filosofo, matematico, intellettuale pubblico, la sua riflessione ha al suo centro l&rsquointreccio tra impresa scientifica e pensiero libertario.

FRANCESCO BOTTURI – FILOSOFIA DELL’AMORE APPARENTE

Venerdì 8 marzo 2013
Giussano – Sala Consiliare
Piazzale Aldo Moro, 1

Professore ordinario di Filosofia morale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna Etica e Filosofia morale. Sue pubblicazioni più recenti: “Experience: Reason and Faith”, Peter Lang 2012, “Affettività e generatività”, il Mulino 2011, “La generazione del bene. Gratuità ed esperienza morale”, Vita e Pensiero 2009.

CLOTILDE CALABI – CHE COSA È UN’ILLUSIONE PERCETTIVA?

Venerdì 15 marzo 2013
Vimercate – Centro Omnicomprensivo
Via Adda, 6

Professore associato di Filosofia e teoria dei linguaggi presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell&rsquoUniversità degli Studi di Milano, dove insegna Teorie del linguaggio e della mente. Suoi campi di ricerca: filosofia della percezione, teorie dell’intenzionalità, filosofia dell’azione. E’ autrice di numerosi articoli su riviste internazionali; tra le sue pubblicazioni: con A. Voltolini, “I problemi dell’intenzionalità”, Einaudi 2009 e “Filosofia della percezione”, Laterza 2009.

ELIO FRANZINI – ARTE TRA APPARENZA E REALTÀ?

Venerdì 5 aprile 2013
Arcore – Teatro Nuovo
Via S. Gregorio, 25

Studioso di estetica, ha condotto le sue ricerche ispirandosi alla tradizione della fenomenologia e concentrando la sua attenzione soprattutto sul ruolo dell’immaginazione e del sentimento nell’esperienza dell’arte.

ANDREA MORO – L’EFFETTO “BABELE”. CERVELLI E GRAMMATICHE

Venerdì 12 aprile 2013
Villasanta – Teatro Astrolabio
Via Mameli, 8

Professore ordinario di Linguistica generale presso la Scuola Superiore Universitaria ad Ordinamento Speciale IUSS di Pavia dove dirige il NeTS, centro di ricerca per la Neurosintassi e la linguistica teorica e il dottorato in Neuroscienze cognitive e filosofia della mente. Oltre a molti importanti studi internazionali, è autore di: “Parlo dunque sono”, Adelphi 2012, “Breve storia del verbo essere”, Adelphi 2010, “I confini di Babele”, Longanesi 2006.

ROBERTO MORDACCI – LA LIBERTÀ NON APPARE

Lunedì 15 aprile 2013
Desio – Auditorium Liceo Scientifico E. Majorana
Via Agnesi, 20

Filosofo morale, si è occupato di questioni di bioetica e dei fondamenti della filosofia pratica, in particolare attraverso i due temi delle ragioni morali e dell&rsquoidentità personale.


Conduce gli incontri
FABIO BOTTO
Insegna scienze umane al Liceo “Legnani” di Saronno. È dottorando in Scienze dell’Educazione presso l’Università di Milano-Bicocca. Si occupa del rapporto tra nichilismo e rimozione del pensiero simbolico. Tra le sue pubblicazioni: Da Yahwèh ai Fantastici Quattro, Atì, 2008; Madre della filosofia, vol. I, Nichilismo e immaginazione, Mimesis, 2005.

 

Così la Terra cominciò a parlare. Scavando nell’etimologia del greco, del latino e del sanscrito, Giovanni Semerano ha rintracciato la madre di tutte le lingue. Arriva dalla Mesopotamia

Così la Terra cominciò a parlare

Scavando nell’etimologia del greco, del latino e del sanscrito, Giovanni Semerano ha rintracciato la madre di tutte le lingue. Arriva dalla Mesopotamia

Qualcosa di nuovo, anzi di antico. Antico e sorprendente. Mettiamo Adamo… Di solito si parte da lui e si viene avanti, fino a noi.
A un certo punto, quando racconta dell’Eden, anche il professor Giovanni Semerano s’imbatte in Adamo: ma a quel punto ti sorprende e va all’ indietro: prima nell’ebraico dove “adam” vuol dire uomo e “dama” terra. Poi, scava scava, si spinge ancora più in là, e finisce per arrivare all’ugaritico di “adam”, ovvero “umanità”.
Anche la sua Eva è molto più antica della Bibbia, c’è da sempre: “Ama” in sumero significa madre, e siccome con la pronunzia accadica la emme si legge “w”, eccola già presente nel nome “Awa, Ewe”…
E Zeus, il dio trionfante degli inizi? Il professore – analizzando il beotico Deus, il miceneo Diwe, le basi delle lingue omeriche con Zen e Zena- ne – fa il punto d’arrivo di termini molto, molto antecedenti come ziu o zinnu e zananu ( pioggia, piovere) anch’essi termini accadici che ben quadrano con l’appellativo che al primo degli dei affibbiò prima Omero (“adunatore di nubi”), poi Roma (“Giove pluvio”). E con Crono suo terribile padre, allora? Finora al suo nome non fu mai data una spiegazione plausibile. (La storia del tempo è infatti roba recente, greca). Il professore, invece, ci si è messo al solito di buzzo buono: ha perlustrato Omero, vi ha rintracciato un Crono dalla falce ricurva, simbolo della Luna. Ha controllato poi in Macrobio, ha consultato Ovidio, e – scoprendovi una Crane divinità latina che qualcuno ha identificato nella Dea Luna – oggi è finalmente certo che sia Crono che Crane, siano imparentati da vicino con il “cornu” latino, che a sua volta ci arriva dall’accadico “qarna ” (corna, anche quelle della Luna). E così via, parola per parola: il vecchio mondo tutto nuovo… Un tempo nel VII secolo a. C., per incontri così, ci si doveva sbattere fino alla sacra Sais, in Egitto. E si aspettava. Si aspettava.
Se poi, a qualcuno dei sacerdoti di lì – ultimi depositari della grande sapienza dei faraoni e dei loro archivi – girava bene, potevi magari avere con uno di loro uno di quegli incontri che ti spalancano la testa, ti aprono mondi, ti forniscono parole chiave per entrare nella memoria del passato.
Giovanni Semerano, invece ….. SEGUE

VAI A    Sito Web Italiano per la Filosofia-La Repubblica-29 APRILE 2000.

PARADIGMA: alla radice della parola, dal Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee di Franco Rendich, Palombi editore, 2010

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I viventi e l’ambiente. Ossia gli essenti sulla Terra isolata da Destino

Ogni uomo è l’apparire eterno degli eterni. Un cerchio in cui è destinato a sopraggiungere quell’eterno che è la Terra, Emanuele Severino

Ascolta l’audio: http://www.divshare.com/download/13657984-da1

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da Siamo re che si credono mendicanti, in Che cosa vuol dire morire, a cura di Daniela Monti, Einaudi, 2010, p. 139

Cusano, Nicoletta, Capire Severino. La risoluzione dell’aporetica del nulla, da Recensioni filosofiche

Cesare Musatti, Infanzia

Turri, Maria Grazia, Gli oggetti che popolano il mondo, da Recensioni filosofiche

James Hillman, Il sapere dell’anima, Festival di filosofia di Modena, 2007

serata di riflessione su LA FORZA DEL CARATTERE di James Hillman, 29 gennaio 2013, ore 21,15 – 23,30, ritagli scelti da Paolo Ferrario

Avatar di Paolo FerrarioTRACCE e SENTIERI

Ritagli scelti da Paolo:

Diapositiva1Diapositiva2Diapositiva3Diapositiva4Diapositiva5Diapositiva6

vai al file Pwp   CARATTERE CIT pao

Ritagli  scelti da AnnaLIBRO HILLMAN 1LIBRO HILLMAN 2

Ritagli  scelti da Luciana:

hillmann 145063hillmann 146065hillman1057

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Recensione “Il gatto di Montaigne” di Saul Frampton Pubblicato da Germana Maciocci

Vai a     DIARIO DI PENSIERI PERSI: Recensione “Il gatto di Montaigne” di Saul Frampton.

Monza, nona edizione della rassegna filosofica ABITATORI DEL TEMPO. Tema: “Apparenza e Realtà”

Torna la seguitissima rassegna filosofica voluta da Rosanna Lissoni

Torna la seguitissima rassegna filosofica voluta da Rosanna Lissoni

Si aprirà venerdì 8 febbraio 2013 al teatro Manzoni di Monza la nona edizione della rassegna “Abitatori del tempo”, un ciclo itinerante di incontri dedicati alla riflessione sull’oggi, con la partecipazione dei più grandi filosofi e pensatori contemporanei.

La rassegna sarà introdotta da un intervento del filosofo e scrittore Emanuele Severino, docente presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e autore del libro “Abitatori del tempo”, che darà il via alla serie di appuntamenti destinati a diffondere  “una maggiore consapevolezza del tempo che abitiamo”. Si deve proprio ad un’intuizione della ex-allieva di Emanuele Severino – divenuta poi professoressa di filosofia al liceo classico Zucchi – Rosanna Lissoni, la nascita della Rassegna, che ha saputo offrire nel corso degli anni  uno sguardo sui grandi temi del presente e sulle questioni più vere e autentiche della dimensione umana.

L’edizione 2013 prevede un ciclo di 9 appuntamenti che termineranno il 15 aprile e saranno interamente dedicati al rapporto tra “Apparenza e Realtà“, con la direzione scientifica del preside della facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, prof. Michele Di Francesco, e la presentazione dei singoli incontri da parte del prof. Fabio Botto.

Protagonisti saranno i maggiori pensatori ed esponenti del pensiero filosofico contemporaneo in Italia: oltre ad Emanuele Severino, si avvicenderanno nelle varie location Michele Lenoci, Massimo Cacciari, Giulio Giorello, Francesco Botturi, Clotilde Calabi, Elio Franzini, Andrea Moro e Roberto Mordacci.

Rassegna seguita in modo particolare – l’edizione 2012 ha fatto registrare 4mila presenze –  si svolge in collaborazione con i comuni di Monza, Cesano Maderno, Lissone, Giussano, Vimercate, Arcore, Villasanta e, per la prima volta, Desio. Sono coinvolti anche prestigiosi atenei lombardi, dall’Università Statale di Milano all’Università Vita Salute San Raffaele, dall’Università Cattolica alla Scuola Superiore Universitaria IUSS di Pavia.

Tutti gli incontri avranno inizio alle ore 21.00, con ingresso libero fino ad esaurimento posti.

Il Calendario degli incontri 2013 – “Apparenza e Realtà”

8 FEBBRAIO 2013 – MONZA – TEATRO MANZONI – VIA MANZONI, 23
EMANUELE SEVERINO: “L’isolamento della terra”

14 FEBBRAIO 2013 – CESANO MADERNO – TEATRO EXCELSIOR
MICHELE LENOCI (PARTECIPA PER LA PRIMA VOLTA): “Realtà, apparire, apparenza, parvenza: il mondo è forse un sogno coerente?”

25 FEBBRAIO 2013 – MONZA – TEATRO MANZONI
MASSIMO CACCIARI: “La realtà e i nomi dei mortali”

4 MARZO 2013 – LISSONE – PALAZZO TERRAGNI –  PIAZZA LIBERTÀ
GIULIO GIORELLO: “Filosofi e fantasmi”.

8 MARZO 2013 -GIUSSANO – SALA CONSILIARE –  PIAZZALE ALDO MORO, 1
FRANCESCO BOTTURI (PARTECIPA PER LA PRIMA VOLTA):  “Filosofia dell’amore apparente”

15 MARZO 2013 – VIMERCATE – CENTRO OMNICOMPRENSIVO – VIA ADDA, 6
CLOTILDE CALABI (PARTECIPA PER LA PRIMA VOLTA): “Che cosa è un’illusione percettiva?”

5 APRILE 2013 – ARCORE – TEATRO NUOVO – VIA S. GREGORIO, 25
ELIO  FRANZINI: “Arte tra apparenza e realtà?”

12 APRILE 2013 – VILLASANTA –TEATRO ASTROLABIO – VIA MAMELI, 8
ANDREA MORO (PARTECIPA PER LA PRIMA VOLTA): “L’effetto “Babele”. Cervelli e grammatiche”

15 APRILE 2013 – DESIO – AUDITORIUM LICEO SCIENTIFICO E. MAJORANA – VIA AGNESI

ROBERTO MORDACCI: “La libertà non appare”

da Abitatori del Tempo: torna la seguitissima rassegna di filosofia tra “Apparenza e Realtà” Eventi a Monza.

serata di riflessione su LA FORZA DEL CARATTERE di James Hillman, 29 gennaio 2013, ore 21,15 – 23,30, ritagli scelti da Paolo Ferrario

Ritagli scelti da Paolo e proposti al gruppo di conversazione:

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vai al file Pwp   CARATTERE CIT pao

Ritagli  scelti da AnnaLIBRO HILLMAN 1LIBRO HILLMAN 2

Ritagli  scelti da Luciana:

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LA VITA NON E’ UNO SCHERZO, di Nazim Hikmet

LA VITA NON E’ UNO SCHERZO
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non é uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla é più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Nazim Hikmet

Rodin: LE PENSEUR

pensose

Carlo Sini, I NOMI E LE COSE, L’epopea dimenticata. Il cammino delle cose nelle parole

vai a  http://www.youtube.com/watch?v=wq83hbZ5Jz8

Elémire ZOLLA, Che cos’è la Tradizione? – Storia della Filosofia l AM

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Emanuele Severino sull’attualità di Giambattista Vico – in Corriere della Sera 04.01.2013

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Carl Gustav Jung, DAL PROFONDO DELL’ANIMA, video raccolto da Marco Suadoni e segnalato da Grazia Apisa

Emanuele Severino, intervista a Lettera 43. Nessuno dà la giusta attenzione a ciò che sta succedendo veramente: La distruzione non solo del capitalismo, ma di tutte le ideologie del nostro tempo

severino

Da tempo si dà per scontato, ormai anche a sinistra, che l’unico tipo di organizzazione sociale sia quella capitalista.
D. Marx si starà rivoltando nella tomba…
R.
 Oggi la sinistra italiana si vanta di ispirarsi al modello democratico americano. Nessuno dà la giusta attenzione a ciò che sta succedendo veramente.
D. Cioè?
R.
 La distruzione non solo del capitalismo, ma di tutte le ideologie del nostro tempo.
D. Perché stanno scomparendo?
R.
 Ognuna di queste forze vuole escludere le altre. E questo le rende meno potenti rispetto alla tecnica, che invece  cerca di incrementare all’infinito la capacità di realizzare i suoi obiettivi, aumentando così la potenza a disposizione dell’uomo.
D. Quindi la fine del capitalismo non sarà la fine del mondo?
R.
 Che il capitalismo vada in malora non è un esito negativo, perché questo mette a disposizione dell’uomo quelle potenzialità che nella civiltà occidentale il dominio delle ideologie ha tenuto a freno.
D. Può spiegarlo meglio?

R. La tecnica vuole essere aumento della potenza e mira quindi alla eliminazione della scarsità. Scopo questo del capitalismo, che vuole perpetrare la carenza delle merci. Il capitalismo quindi si serve di un servitore, la tecnica, che lavora contro gli interessi del padrone.

tutta l’intervista qui   Severino: capitalismo senza futuro – ECONOMIA.

Pietro Citati, Nel pentolone magico di Gadda – Corriere.it

La maggior parte dei libri di Gadda, dall’Adalgisa alla Cognizione del dolore al Pasticciaccio, sono delle immense costruzioni, che raccontano di tutto, parlano di tutto, si estendono da tutte le parti, sfidano ogni limite; e poi, improvvisamente, la costruzione si interrompe, e rimangono delle grandiose rovine. Come diceva Proust, l’arte moderna, giunta alla vetta, deve includere in se stessa l’esperienza del fallimento. 

tutto l’articolo qui   Nel pentolone magico di Gadda – Corriere.it.

“La ferocia dei moralisti è superata soltanto dalla loro profonda stupidità”, Filippo Turati

La ferocia dei moralisti è superata soltanto dalla loro profonda stupidità

Filippo Turati

Antonio Saccà: Emanuele Severino ha dedicato gran parte della sua esistenza al capitalismo, e allo studio del capitalismo

Per Severino l’Occidente ha un destino, il destino dell’Occidente è quello di scadere nella volontà di potenza, privandosi di concezioni di ben diversa consistenza e validità. La volontà di potenza caratterizza l’Occidente, perché l’Occidente è in balia del «divenire». Il divenire è, in Severino, il sottrarsi continuo delle cose a se stesse, un essere e non essere contemporaneamente, un venire dal niente e andare verso il niente, esso contiene l’antitesi insormontabile, ritenere l’essere idoneo a morire. Cosa da folli: come può l’essere non essere! Il peccato originale dell’Occidente, è considerare che la realtà diviene e muore. Che rapporto ha questa convinzione di Severino con il capitalismo? L’Occidente è passato da una visione della società in cui era la filosofia a guidare la politica, ad una situazione in cui era l’economia a guidare la politica, ad una fase in cui è la tecnocrazia a guidare la politica. 

da   Il Tempo – Spettacoli – di Antonio Saccà Emanuele Severino ha dedicato gran parte della sua esistenza al capitalismo, e allo studio del capitalismo..

su tre libri di JAMES HILLMAN: Storie che curano, Il codice dell’anima, L’anima dei luoghi. Video di Paolo Ferrario, 21 minuti, dicembre 2012

Emanuele Severino: capitalismo senza futuro – intervista di Antonietta Demurtas, Lettera 43, 28 dicembre 2012

vai a:

Severino: capitalismo senza futuro – ECONOMIA.

FESTIVAL DELLA FILOSOFIA Modena (interventi e lezioni magistrali complete) – PODCAST FILOSOFIA

VAI A   FESTIVAL DELLA FILOSOFIA Modena (interventi e lezioni magistrali complete) – PODCAST FILOSOFIA.

QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE VIA MERULANA – AD ALTA VOCE VINTAGE

Jean Amery sul “concetto” di HEIMAT

La “Heimat” è il paese della infanzia e della giovinezza.

Chi l’ha smarrita resta spaesato, per quanto all’estero possa avere appreso a non barcollare come un ubriaco e ad appoggiare il piede in terra senza timori

da

DI QUANTA PATRIA HA BISOGNO L’UOMO? (da  amery  AMERY)

Seguendo i sentieri dei contrabbandieri attraversavamo la Eifel notturna e invernale, in direzione di un paese, il Belgio, i cui doganieri e gendarmi non ci avrebbero consentito di passare il confine legalmente: eravamo privi di passaporto e visto, privi di un’identità civile giuridicamente valida, eravamo profughi. Fu un lungo cammino nella notte. Affondavamo nella neve sino al ginocchio; gli abeti scuri non erano diversi dai loro fratelli in patria, eppure erano già abeti belgi, e noi sapevamo che non ci volevano. Un vecchio ebreo, che perdeva ogni momento le calosce, si aggrappò alla cintura del mio cappotto e gemendo mi promise tutte le ricchezze del mondo se solo gli avessi permesso di sostenersi a me: ad Anversa suo fratello era un uomo grande e potente. Da qualche parte, forse nei pressi della città di Eupen, un camion ci raccolse e ci portò all’interno del paese. La mattina successiva la mia giovane moglie e io ci recammo all’ufficio postale di Anversa da dove in cattivo francese scolastico telegrafammo di essere bene arrivati. “Heureusement arrivé”: erano i primi di gennaio del 1939. Da allora ho passato clandestinamente tanti di quei confini che ancora adesso è fonte di stupore e meraviglia passare una dogana in macchina, ben equipaggiato con tutti i documenti necessari: ogni volta il cuore mi batte più forte, rispondendo a un riflesso pavloviano.
Felicemente giunti ad Anversa e confermato il nostro arrivo con un cablogramma ai parenti rimasti a casa, cambiammo il denaro in nostro possesso, complessivamente quindici marchi e cinquanta pfennig, se ben ricordo. Questo era il patrimonio con il quale dovevamo iniziare, come si dice, una nuova vita. La vecchia ci aveva abbandonati. Per sempre? Per sempre. Ma l’ho capito solo adesso, dopo quasi ventisette anni. Con qualche banconota e qualche moneta straniera affrontavamo l’esilio: che desolazione! Chi non lo sapeva, apprese nella sua vita quotidiana di profugo che l’esilio trova la migliore definizione proprio nella parola “Elend” [desolazione] che etimologicamente ha in sé il concetto di messa al bando.
Chi ha conosciuto l’esilio ha trovato risposta a non poche questioni vitali e si è posto un numero ancora maggiore di interrogativi. Fra le risposte la coscienza, a prima vista banale, che non vi è ritorno, poiché ritrovare uno spazio non significa mai riconquistare anche il tempo perduto. Fra gli interrogativi invece che sin dal primo giorno si mettono per così dire alle costole dell’esiliato per non abbandonarlo più, ve n’è in particolare uno che tenterò di chiarire – in modo vano, lo so prima ancora di avere veramente iniziato – in queste considerazioni: di quanta “Heimat” [patria, terra natia] ha bisogno l’uomo? L’esito delle mie riflessioni avrà scarsa validità generale poiché prendo lo spunto dalla situazione molto specifica dell’esule dal Terzo Reich, di colui che abbandonò il suo paese perché, viste le circostanze, lo avrebbe voluto lasciare in ogni caso, ma che in più andò in esilio perché “costrettovi”. Le mie riflessioni per vari motivi si differenzieranno dunque notevolmente da quelle che potrebbero fare ad esempio i tedeschi che sono stati cacciati dai loro luoghi d’origine nell’Europa orientale. Essi sono stati allontanati dagli affari, privati delle loro proprietà, delle loro case, del loro patrimonio – o anche solo del loro modesto impiego – e inoltre della loro terra, dei prati, delle colline, di un bosco, del profilo di una città, della chiesa in cui avevano fatto la cresima. Anche noi perdemmo tutto ciò e in aggiunta perdemmo gli esseri umani: il compagno di banco, il vicino, l’insegnante. Si erano trasformati in delatori o picchiatori, nel migliore dei casi si conformavano a un imbarazzato attendismo. E perdemmo la lingua. Ma su questo torneremo in seguito.
Il nostro esilio non era paragonabile nemmeno a quello volontario degli esuli che abbandonarono il Terzo Reich esclusivamente a causa delle loro convinzioni. Per loro era possibile trovare un accordo con il Reich, tornare, magari ravveduti, oppure osservando un leale silenzio: alcuni di loro infatti lo fecero, come il romanziere tedesco Ernst Glaeser. Per noi, ai quali allora il ritorno era precluso e che quindi non sono in grado di tornare nemmeno oggi, il problema si pone in termini più gravi e angosciosi. Esiste a questo proposito un aneddoto, che vogliamo citare non tanto per la sua carica umoristica, quanto per il valore illustrativo. Si narra che lo scrittore Erich Maria Remarque, dopo il 1933, nella sua casa nel Canton Ticino sia stato più volte contattato da emissari del ministero di Goebbels: si intendeva convincere gli scrittori emigrati «ariani», e quindi mai completamente soggiogati dal Male, a tornare a casa, a convertirsi. Accorgendosi infine che Remarque non cedeva, l’inviato del Reich gli chiese: ma insomma, in nome di Dio, non ha nostalgia di casa? Nostalgia di casa? e perché mai, pare gli abbia risposto Remarque, sono forse ebreo?
Quanto a me, ero invece proprio un ebreo, come mi resi conto nel 1935, allorquando furono annunciate le leggi di Norimberga, e per questo motivo soffrivo, e tuttora soffro, di nostalgia di casa, una nostalgia dolorosa, struggente, lontana dall’intimità della canzone popolare, non consacrata da convenzioni sentimentali, una nostalgia della quale non si può parlare nei toni cari a Eichendorff. Per la prima volta l’avvertii in maniera acuta quando, con in tasca quindici marchi e cinquanta pfennig, mi ritrovai ad Anversa davanti allo sportello dei cambi; da allora non mi ha più lasciato, come non mi ha lasciato il ricordo di Auschwitz o della tortura o del ritorno dal campo di concentramento, quando mi ritrovai collocato nel mondo con quarantacinque chili di peso vivo e con indosso un vestito a righe, tornato ancora una volta a sentirmi più leggero dopo la morte dell’unica persona per la quale avevo tenute deste per due anni le mie forze vitali.
Che cos’era, cos’è la nostalgia di casa provata da coloro che dal Terzo Reich erano stati cacciati allo stesso tempo a causa delle loro opinioni e del loro albero genealogico? Impiego malvolentieri in questo contesto un termine oggi non più di moda, ma forse non ne esiste uno più adatto: la mia, la nostra nostalgia di casa era una forma di autoestraniazione. Il passato era di colpo sepolto, e non si sapeva più chi si era. All’epoca non avevo ancora il “nom de plume” di origine francese con il quale oggi firmo i miei lavori. La mia identità era legata a un nome sinceramente tedesco e al dialetto della mia regione. Il dialetto, tuttavia, non mi sono più concesso di usarlo dal giorno in cui una disposizione ufficiale mi vietò di indossare il costume tradizionale che, sin da piccolo avevo quasi sempre portato. A quel punto aveva poco senso anche il nome che gli amici avevano sempre usato con un’inflessione dialettale. Servì giusto per iscriversi nel registro degli stranieri non graditi del municipio di Anversa, dove i funzionari fiamminghi lo pronunciarono in modo tanto strano, che quasi non lo intesi. Ed erano cancellati anche gli amici, con i quali avevo parlato il dialetto di casa. Solo loro? Ma no, tutto ciò che aveva contribuito a formare la mia coscienza, dalla storia del mio paese – che non era più mio – sino ai paesaggi il cui ricordo reprimevo: tutto mi era divenuto insopportabile da quella mattina del 12 marzo 1938, quando anche in sperduti poderi avevano esposto il drappo rosso sangue con il ragno nero in campo bianco. Ero un uomo che non poteva più dire «noi» e che quindi solo per abitudine, ma senza avere la sensazione di possedere appieno sé stesso, diceva «io». Talvolta discorrendo con i miei ospiti di Anversa, più o meno ben disposti nei miei confronti, mi veniva fatto di dire: da noi è diverso. «Bij ons», per i miei interlocutori era la cosa più naturale del mondo. Io invece arrossivo, sapendo che si trattava di una pretesa. Io non ero più un Io e non vivevo in un Noi. Non avevo né passaporto né passato, non avevo né denaro né storia. C’era solo un albero genealogico composto da tristi cavalieri Senzaterra, colpiti da anatema. Erano stati a posteriori privati del loro diritto alla patria e io dovevo portare le ombre con me in esilio.
«V’n wie kimmt Ihr?» – da dove venite – mi chiese una volta in yiddish un ebreo polacco, per il quale l’errare e l’essere profughi erano parte della storia familiare, quanto per me lo erano una ormai insensata stabilità di dimora. Gli avessi risposto che ero originario di Hohenems, non avrebbe naturalmente potuto sapere dove si trova. E la mia provenienza non era forse del tutto indifferente? I suoi antenati si erano trascinati con il loro fagotto da un villaggio all’altro nella zona di Lwow, i miei, col caffettano, tra Feldkirch e Bregenz. Non c’era più alcuna differenza. Quelli delle S.A. e delle S.S. erano un po’ meno buoni dei cosacchi. E l’uomo che nel mio paese chiamavano FŸhrer, era molto peggio dello zar. L’ebreo errante aveva più Heimat di me.
Se mi è consentito dare a questo punto una prima, provvisoria risposta al nostro quesito iniziale, direi che l’uomo ha tanto più bisogno di Heimat quanto meno può portarne via con sé. Esiste infatti qualcosa come una Heimat mobile o quanto meno un surrogato della Heimat. Può essere la religione, come quella ebraica. «L’anno prossimo a Gerusalemme», si promettono sin dai tempi antichi gli ebrei durante il rito pasquale, ma non era importante raggiungere veramente la Terra Santa, era sufficiente che si pronunciasse insieme la formula e ci si sapesse uniti nella magica cerchia patria di Yahweh, il Dio della stirpe.
Surrogato della Heimat può essere anche il denaro. Vedo ancora quell’ebreo di Anversa costretto nel 1940 a fuggire di fronte ai tedeschi: seduto in un prato delle Fiandre, estrasse dalle scarpe i suoi dollari e si mise a contarli con severo contegno. Che fortuna per lei, avere con sé tanto denaro! gli disse pieno d’invidia un altro. Al che il primo nel suo fiammingo mescolato a yiddish dignitosamente rispose: «In dezen tijd behoord de mens bij zijn geld», in tempi come questi l’uomo deve essere dove sono i suoi soldi. Portava con sé la Heimat in buona valuta americana: “ubi dollar ibi patria”.
Anche fama e stima possono temporaneamente sostituirsi alla Heimat. Nel suo libro di memorie “Ein Zeitalter wird besichtigt” Heinrich Mann scrive: «Al sindaco di Parigi era stato fatto il mio nome. A braccia aperte mi venne incontro: c’est vous, l’auteur de L’Ange Bleu! Questo è stato per me l’apice della fama.» Il grande scrittore intendeva essere ironico, poiché era evidentemente offeso dal fatto che una personalità francese di lui sapesse solo che era l’autore del romanzo da cui era stato tratto il film “L’angelo azzurro”. Quanto sanno essere ingrati i grandi scrittori! Heinrich Mann era al sicuro nella Heimat della fama, per quanto questa facesse spassosamente capolino dietro le gambe della Dietrich.
Quanto a me, ero – sperso fra gli esuli in fila davanti alla sede del Comitato di soccorso ebraico di Anversa per ottenere il sussidio settimanale – privo di qualunque riparo. Gli scrittori di lingua tedesca emigrati allora famosi o anche solo relativamente noti – i cui documenti dell’esilio sono oggi raccolti nel volume “Verbannung” edito da Wegner-Verlag – si incontravano a Parigi, Amsterdam, Zurigo, Sanary-sur-mer, New York. Anch’essi avevano delle preoccupazioni, parlavano dei visti, dei permessi di soggiorno, dei conti degli alberghi. Ma fra loro discutevano anche dei libri di più recente pubblicazione, della riunione dell’Associazione scrittori, di un congresso antifascista internazionale. Vivevano inoltre nell’illusione di essere la voce della «Germania autentica» che all’estero poteva alzarsi alta a favore di quella Heimat che il nazionalsocialismo aveva reso schiava. Nulla di tutto ciò per noi anonimi. Non potevano distrarci con l’immaginaria Germania autentica che avremmo portato con noi, non possedevamo nessun rituale formale di una cultura tedesca conservata nell’esilio in attesa di giorni migliori. I profughi senza nome vivevano un’esistenza sociale più conforme alla realtà tedesca e internazionale: la coscienza determinata da questa esistenza consentiva, esigeva, pretendeva una più approfondita conoscenza della realtà. Essi sapevano di essere degli esuli e non i conservatori di un invisibile museo della storia spirituale tedesca. Comprendevano meglio di essere stati privati della Heimat e potevano, non disponendo di alcun surrogato mobile della stessa, riconoscere con maggior precisione quanto fosse profondo il bisogno di Heimat di un essere umano.
Certo, non è gradevole essere considerato l’ultima retroguardia dell’esercito del «sangue e suolo», e voglio quindi chiarire che mi rendo perfettamente conto dell’arricchimento e delle occasioni che l’essere senza Heimat ci offrì. So ben valutare cosa significò per me l’apertura verso il mondo offertaci dall’emigrazione. Quando andai all’estero, di Paul Eluard conoscevo a malapena il nome, mentre ritenevo fosse una importante figura letteraria uno scrittore di nome Karl Heinrich Waggerl. Ho alle spalle ventisette anni di esilio e i miei connazionali spirituali sono Proust, Sartre, Beckett. Sono però tuttora convinto che sia necessario avere connazionali nelle strade dei villaggi e delle città, se si vuole apprezzare sino in fondo i connazionali spirituali, e che un internazionalismo culturale cresce bene solo nell’humus della sicurezza nazionale. Thomas Mann viveva e discuteva nell’atmosfera internazionale anglosassone della California e scrisse con le forze dell’autoconsapevolezza nazionale il “Faustus”, un romanzo esemplarmente tedesco. Si legga “Le parole” di Sartre e si raffronti questo libro con “Il traditore”, l’autobiografia del suo allievo, l’esule André Gorz: in Sartre, francese purosangue, il superamento e l’assimilazione dialettica del retaggio spirituale dei Sartre e degli Schweitzer, danno valore e peso al suo internazionalismo; in Gorz, l’emigrante austriaco mezzo ebreo, l’affannosa ricerca di un’identità, dietro la quale si cela il bisogno di trovare quel radicamento nella terra natale, dal quale l’altro orgogliosamente e virilmente si affranca. Bisogna avere una Heimat per potervi rinunciare, per non averne bisogno, così come nel pensiero bisogna essere in possesso della logica formale per potere procedere oltre, verso più fertili sfere dello spirito.
E’ giunto il momento di spiegare quale significato attribuisca a questa entità imprescindibile che è la Heimat. Dapprima è però necessario liberarci da concezioni tramandate, da cliché romantici che tuttavia noi – modificati – ritroveremo a loro volta modificate – a un livello più alto di riflessione. «Heimat» significa, limitandoci al contenuto psicologico positivo del termine, “sicurezza”. Ripensando ai primi giorni di esilio ad Anversa, ricordo in particolare il mio barcollare su un terreno instabile. Il solo fatto che non si potessero decifrare i volti della gente già incuteva terrore. In una birreria al tavolo con me c’era un uomo grande e grosso, con la testa quadrata: poteva essere un solido borghese fiammingo, forse addirittura un patrizio, ma non era da escludere che fosse un portuale sospetto, pronto a spaccarmi la faccia per prendersi mia moglie. Volti, gesti, abiti, case, parole (anche quando più e meno le capivo) erano realtà sensoria, ma non segni decifrabili. Quel mondo per me era privo di ordine. Il sorriso del poliziotto che controllava i nostri documenti era benevolo, indifferente o sarcastico? La sua voce profonda tradiva astio o esprimeva benevolenza? Non lo sapevo. Il vecchio ebreo con la barba, i cui suoni gorgoglianti io interpretai come frasi, nei nostri confronti era ben disposto o invece ci odiava perché con la nostra sola presenza in città gli aizzavamo contro una popolazione locale già stanca degli stranieri, tormentata dalle difficoltà economiche e di conseguenza incline all’antisemitismo? Barcollavo attraverso questo mondo i cui segni erano per me indecifrabili quanto i caratteri etruschi. A differenza tuttavia del turista per il quale una simile condizione può rappresentare un eccitante momento di straniamento, io dipendevo da questo mondo pieno di enigmi. L’uomo con la testa quadrata, l’agente di polizia dalla voce astiosa, l’ebreo gorgogliante, erano i miei signori e padroni. In certi momenti nei loro confronti mi sentivo più vulnerabile di quanto non accadesse a casa al cospetto di una S.S., perché di lei almeno sapevo con certezza che era stupida e crudele e che intendeva farmi fuori.
La Heimat è sicurezza, dicevo. Nella Heimat dominiamo perfettamente la dialettica tra conoscere e riconoscere, fra attesa fiduciosa e fiducia assoluta: poiché la conosciamo, la riconosciamo, e ci fidiamo a parlare e ad agire, perché possiamo avere ragionevolmente fiducia nella nostra capacità di conoscenza-riconoscimento. Il campo semantico dei termini affini, fedele, fidarsi, fiducia, affidare, confidenziale e fiducioso, si riallaccia alla sfera psicologica del «sentirsi sicuri». E sicuri ci si sente dove non incombe la casualità, dove non si deve temere qualcosa di totalmente estraneo. Vivere nella Heimat significa che quanto è a noi noto torna a riproporsi con varianti minime. E’ una condizione che, se si conosce solo il proprio luogo d’origine, può condurre all’imbarbarimento, all’avvizzimento nel provincialismo. Ma se non si ha una Heimat si è vittime della mancanza di ordine, di turbamenti, della dispersione.
Si potrebbe al più obiettare che l’esilio non è forse un male incurabile poiché è possibile, soggiornando e vivendo all’estero per molto tempo, trasformare l’estero in Heimat; non a caso si dice: trovare una nuova patria. Ed è vero nel senso che con molta lentezza s’impara a decifrare i segni. In certi casi nel paese straniero ci si può sentire a tal punto «a casa» che si acquista la facoltà di collocare socialmente e intellettualmente gli uomini in base alla lingua, ai tratti del volto, agli abiti, che si riconosce al primo sguardo l’età, la funzione, il valore economico di un edificio, che si ricollegano senza fatica i nuovi concittadini alla loro storia e al loro folclore. Anche in questo caso favorevole, tuttavia, per l’esule che sia giunto nel nuovo paese da adulto, la decifrazione dei segni non sarà spontanea, ma un atto intellettuale che richiede un certo sforzo spirituale. Solo i segnali che abbiamo recepito molto presto, che abbiamo imparato a interpretare mentre prendevamo possesso del mondo esterno, divengono elementi costitutivi e costanti della nostra personalità: come si apprende la lingua madre senza conoscerne la grammatica, così si sperimenta l’ambiente patrio. Lingua madre e ambiente patrio crescono insieme a noi, crescono in noi e si trasformano così in quella confidenza che ci garantisce sicurezza.
E a questo punto torniamo a imbatterci in quella concezione tradizionale di Heimat, mediata dalle canzoni popolari e dalla semplice saggezza dei proverbi, che ho sin qui evitato di affrontare. Quante indesiderate reminiscenze porta con sé! Le fiabe narrate dalla vecchia bambinaia, il volto della mamma prima di prendere sonno, il profumo di lillà del giardino dei vicini. E magari anche la stanza per filare e, sotto il tiglio del paese, il tradizionale canto alternato, che noi del resto conosciamo solo a livello letterario. Ben volentieri si scaccerebbero i toni imbarazzanti eppure gradevoli che si collegano alla parola Heimat e che fanno riemergere associazioni assai negative: pensiamo alla “Heimatkunst” [arte regionale], alla “Heimatdichtung” [poesia regionale], a sciocchezze regionali d’ogni sorta. Ma sono tenaci, non ci mollano, ribadiscono la loro validità. Lungi da me del resto associare alla parola Heimat necessariamente un’inferiorità intellettuale. Carossa resta lo scrittore mediocre che è sempre stato. Ma cosa sarebbero Joyce senza Dublino, Joseph Roth senza Vienna, Proust senza Illiers? Anche le vicende della domestica Franoise e di zia Léonie nella “Recherche” sono Heimatdichtung. Il fatto che il concetto di Heimat nel suo complesso sia appannaggio di una retrograda inerzia, non significa che non dobbiamo tenerne conto. Ripeto quindi con estrema chiarezza: una «nuova patria» non esiste. La Heimat è il paese dell’infanzia e della giovinezza. Chi l’ha smarrita, resta spaesato, per quanto all’estero possa avere appreso a non barcollare come un ubriaco e ad appoggiare il piede in terra senza troppi timori.
In questa sede mi preme determinare l’entità e le conseguenze della perdita della Heimat per noi esuli dal Terzo Reich. Ritengo dunque necessario approfondire quei temi ai quali sin qui ho solo accennato. Compresi veramente tutte le implicazioni di questa perdita solo quando, nel 1940, la Heimat ci seguì sotto forma di truppe di occupazione. Ricordo un episodio particolarmente inquietante nel quale fui coinvolto nel 1943, poco prima del mio arresto. Il nostro gruppo aveva allora una base nell’appartamento di una ragazza; qui avevamo collocato il ciclostile con il quale stampavamo i nostri volantini illegali. La giovane e sin troppo impavida ragazza, che in seguito pagò infatti con la vita, aveva di sfuggita accennato al fatto che nella stessa casa abitavano anche dei «soldati tedeschi»: riguardo alla sicurezza dell’appartamento, si trattava di una circostanza che tutto sommato ci era parsa favorevole. Un giorno un tedesco – il cui appartamento era sotto il nostro rifugio – si sentì disturbato nel suo riposino pomeridiano dal nostro parlare e armeggiare. Salì le scale, bussò rumorosamente alla porta e fragorosamente oltrepassò la soglia: era una S.S., con i risvolti neri e il distintivo del Servizio di sicurezza! Ci spaventammo a morte perché nella stanza attigua avevamo gli attrezzi di quel nostro lavoro propagandistico che, ahimè, così poco turbava l’esistenza del Reich. Quel tale tuttavia – la giacca dell’uniforme sbottonata, i capelli arruffati, gli occhi pieni di sonno, – non intendeva in alcun modo svolgere il proprio mestiere di segugio e, urlando, pretese soltanto un po’ di silenzio per sé e per il suo camerata, entrambi stanchi dal servizio notturno. La sua protesta – e per me fu questo il lato realmente spaventoso della vicenda – avvenne nel dialetto della mia regione. Da molto tempo non avevo più udito quella cadenza e questo suscitò in me il folle desiderio di rispondergli nel suo stesso dialetto. Mi trovavo in una disposizione paradossale, quasi perversa, fatta di enorme paura e al contempo di improvvisa, familiare cordialità, perché quel tizio, che in quel preciso istante non mirava alla mia vita, ma il cui compito, gioiosamente svolto, era quello di avviare quelli come me in folta schiera ai Lager della morte, mi apparve d’un tratto come un potenziale compagno. Non sarebbe stato sufficiente apostrofarlo nella sua, nella mia lingua, per poi celebrare tra compatrioti, con una bottiglia di buon vino, una festa di riconciliazione?
Fortunatamente, paura e controllo razionale furono abbastanza forti da impedirmi quel gesto assurdo. Borbottai qualche scusa in francese che parve calmarlo. Sbattendo la porta abbandonò sia il luogo della sovversione sia il sottoscritto, vittima designata del suo dovere di soldato e della sua passione per la caccia. In quell’istante compresi “sino in fondo” e definitivamente che la Heimat era terra nemica e che il buon compagno era stato inviato dalla patria-nemica per eliminarmi.
Fu un’esperienza in fin dei conti banale. Ma non sarebbe mai potuta accadere né a un profugo dai territori orientali della Germania, né a un esule dal Terzo Reich che a New York o in California fosse intento a fantasticare sulla cultura tedesca. Il profugo dagli ex territori orientali della Germania sa che una potenza straniera lo ha privato del suo paese. Nel suo rifugio sicuro l’esule esponente della cultura credeva di continuare a tessere i destini di una nazione tedesca solo provvisoriamente soggiogata dal nazionalsocialismo, un potere anch’esso estraneo. Noi invece non avevamo perso il paese: dovevamo riconoscere di non averlo mai posseduto. Ciò che riguardava questo paese e la sua gente rappresentava per noi l’equivoco di un’intera esistenza. Quello che ciascuno di noi pensava fosse stato il suo primo amore era, come dicevano laggiù, “Rassenschande” (contaminazione razziale). Era dunque solo mimetismo ciò che ritenevamo avesse determinato il nostro essere? Nessuno di noi che durante la guerra viveva sotto l’occupazione della patria-nemica, poteva, conservando un minimo di rettitudine spirituale, ritenerla soggiogata da un potere estraneo: troppo di buon umore erano i compatrioti che noi, celati dietro le lingue del Belgio, mimetizzati in abiti di foggia e gusto belgi, casualmente incontravamo per le strade o nelle taverne. Troppo unanimemente essi si schieravano accanto al loro FŸhrer e alle sue imprese, quando noi, in un tedesco volutamente stentato, attaccavamo discorso. Cantavano, con le forti voci di una gioventù fiduciosa, di voler muovere contro il paese degli angli. E durante le marce sovente intonavano anche una canzone piuttosto cretina in cui si diceva che gli ebrei, vagando di qua e di là, attraversavano il Mar Rosso, finché i flutti non si chiudevano su di loro e il mondo trovava finalmente pace; e trasparivano nuovamente l’energia del ritmo e l’assenso. La Heimat ci aveva raggiunti sotto queste sembianze, e in questo modo la campana della lingua madre risonava alle nostre orecchie.
Si comprenderà meglio adesso cosa intendessi con qualità del tutto inedita della nostra nostalgia di casa, non determinata dalle convenzioni letterarie del sentimento. La nostalgia di casa tradizionale: beh, noi l’avevamo avuta così, in sovrappiù. La facevamo emergere noi sotto forma di pretenziosa mestizia – perché in fondo non ne avevamo il diritto – quando durante l’esilio parlavamo di casa nostra con gli abitanti del paese ospite. Allora compariva e faceva valere i suoi diritti, nella beatitudine delle lacrime, perché nei confronti dei belgi dovevamo bene o male presentarci come tedeschi o come austriaci, o meglio, in quei momenti eravamo tedeschi, perché i nostri interlocutori ci imponevano la patria e prescrivevano il ruolo da recitare. La nostalgia di casa tradizionale per noi era – ed è per tutti coloro che mestamente vi si crogiuolano – una forma di consolatoria autocommiserazione, sempre minata tuttavia dalla consapevolezza che si trattava di un’appropriazione indebita. Accadeva talvolta che, sotto l’influsso dell’alcool, agli anversesi cantassimo in dialetto le nostre canzoni popolari, che raccontassimo loro dei monti e dei fiumi di casa, asciugandoci furtivamente le lacrime. Che inganni dell’anima! Erano viaggi a casa fatti con documenti falsi e tavole genealogiche rubate. Dovevamo far finta di essere ciò che effettivamente eravamo, ma che non avevamo il diritto di essere: che impresa folle, da commedianti!
La nostalgia di casa autentica, la «nostalgia primaria», se mi è consentito attingere rispettosamente a Thomas Mann, era di altro tipo e ci coglieva quando eravamo soli con noi stessi. Allora non c’entravano più le canzoni, l’evocazione entusiasta di paesaggi perduti, allora cessavano le lacrime e l’occhio non vagava più in cerca di complicità. La nostalgia di casa autentica non era autocommiserazione ma autodistruzione. Era il progressivo smantellamento del nostro passato, il che non poteva avvenire senza disprezzo verso sé stessi e odio per l’Io perduto. Distruggevamo la patria nemica e al contempo cancellavamo quel pezzo di nostra vita che ad essa si collegava. L’odio per sé stessi abbinato all’odio per la Heimat faceva male, e il dolore diveniva insopportabile se nel bel mezzo del faticoso lavoro di autoannientamento, reclamando la sua parte anche la nostalgia di casa tradizionale di tanto in tanto si faceva largo. Ciò che era nostro urgente desiderio e nostro dovere sociale odiare, improvvisamente si parava di fronte a noi, chiedendo di essere vagheggiato: una condizione insostenibile, nevrotica, contro la quale anche la psicoanalisi è impotente. L’unica terapia avrebbe potuto essere la prassi storica, ossia la rivoluzione tedesca, e con essa il forte desiderio da parte della patria di vederci tornare. Ma la rivoluzione non ci fu e quando infine il potere nazionalsocialista venne spezzato dall’esterno, il nostro ritorno per la Heimat fu solo fonte d’imbarazzo.
Affine al rapporto con la Heimat negli anni dell’esilio fu quello con la lingua madre. In un senso ben preciso abbiamo perduto anche lei, senza poter avviare un procedimento di restituzione. Nel già citato volume “Verbannung” – una raccolta di documenti di scrittori tedeschi sul tema dell’esilio – leggo la seguente osservazione del filosofo GŸnther Anders:

“Nessuno può muoversi per anni esclusivamente in ambiti linguistici che non conosce e i cui idiomi nella migliore nelle ipotesi ripete pappagallescamente, senza divenire vittima della sua minore capacità comunicativa… Non avevamo ancora imparato l’inglese, il francese, lo spagnolo, e già il nostro tedesco iniziava a sgretolarsi pezzo dopo pezzo, il più delle volte in maniera tanto furtiva e graduale che non ci accorgevamo della perdita”.

Il problema della lingua dell’esule non si esaurisce tuttavia qui. Piuttosto che di uno «sgretolarsi» della lingua madre preferirei parlare di un suo ridursi. Non ci muovevamo infatti solo nella lingua straniera, ma anche – quando usavamo il tedesco – nello spazio vieppiù limitato di un lessico costantemente ripetuto. Per forza di cose i discorsi con i compagni di sventura vertevano su argomenti sempre uguali: in una prima fase sulle questioni del sostentamento, sui documenti di soggiorno e di viaggio, successivamente, con l’occupazione tedesca, sul puro e semplice pericolo di morte. I nostri interlocutori non fornivano nuova linfa alla lingua, la loro non era che l’immagine speculare della nostra. Giravamo intorno agli stessi argomenti, alle stesse parole, alle stesse frasi fatte e al massimo arricchivamo i nostri discorsi attingendo incuranti e nel modo più orrendo alle formulazioni della lingua del paese ospitante.
Laggiù, nella patria-nemica, i fatti linguistici seguivano il loro corso. Quella che vi nasceva non era una lingua bella, questo no. Ma era – compresi i “Feindbomber” [bombardieri nemici], la “Kriegseinwirkung” [effetti della guerra], la “Frontleitstelle” [ufficio al fronte], e comprese anche tutte le espressioni dello slang dei nazisti in senso stretto – una lingua della “realtà”. Ogni discorso evoluto è discorso allegorico, che esso ci narri dell’albero che ostinatamente protende verso il cielo un ramo spoglio, o dell’ebreo che instilla veleno asiatico nel popolo tedesco. Il materiale per l’allegoria è fornito sempre dalla realtà percettibile. Noi eravamo esclusi dalla realtà tedesca e quindi anche dalla lingua tedesca. La maggioranza degli esuli rifiutava comunque quei brandelli di lingua che dalla Germania giungevano nei paesi occupati, adducendo l’argomento, corretto in linea di principio e tuttavia solo parzialmente utilizzabile nella pratica, secondo cui in Germania si stava corrompendo il tedesco, mentre era loro compito conservarlo «puro». In realtà questi compagni parlavano da un lato il loro maccheronico da emigranti, e dall’altro una lingua d’arte che vedevamo progressivamente invecchiare e deteriorarsi; non si rendevano inoltre conto di quanta parte del patrimonio linguistico, o, se si vuole, della perversione linguistica di quest’epoca si sarebbe conservato in Germania, ben oltre il crollo di Hitler, e fosse destinato a sua volta a entrare a far parte della lingua letteraria.
Altri, io fra loro, fecero il disperato tentativo di seguire l’evoluzione della lingua tedesca. Nonostante una profonda ripugnanza, leggevo quotidianamente la «BrŸsseler Zeitung», l’organo delle forze d’occupazione sul fronte occidentale. Il mio patrimonio linguistico non ne risentì, tuttavia nemmeno se ne avvantaggiò, perché ero escluso dal destino della comunità tedesca e quindi anche dalla lingua. “Feindbomber”, d’accordo, ma per me erano gli aerei tedeschi, che radevano al suolo le città inglesi, e non le fortezze volanti degli americani che in Germania facevano altrettanto. Per noi si modificò il contenuto di fondo di ogni parola tedesca, e infine la lingua madre divenne, che lo volessimo o meno, altrettanto ostile quanto coloro che intorno a noi la parlavano. Anche in questo senso il nostro destino era molto diverso da quello degli esuli che si trovavano al sicuro negli Stati Uniti, in Svizzera, in Svezia. Le parole erano gravide di una realtà concreta che si chiamava minaccia di morte. “FŸllest wieder Busch und Tal” [Ancora riempi bosco e valle] (1): non vi era una sola parola che non avrebbe potuto pronunciare anche il nostro potenziale assassino. Nel bosco e nella valle magari cercavamo di nasconderci. Ma nel nimbo di luce venivamo scoperti. E’ necessario aggiungere come il pesante contenuto di verità della lingua madre – tanto opprimente nel paese d’esilio occupato – sia stato spaventosamente duraturo e a tutt’oggi per noi gravi sulla lingua?
Il fatto che la lingua madre si mostrasse ostile, non implicò che quella straniera, in compenso, ci divenisse autenticamente amica. Essa si mostrava e si mostra riservata, e ci riceve solo per brevi visite di cortesia. Si passa a trovarla, “comme on visite des amis”, il che suona diverso dal dire che si va a trovare degli amici. “La table” non sarà mai “der Tisch”, nella migliore delle ipotesi la sua funzione è legata al cibo. Persino singole vocali, per quanto potessero seguire le stesse regole fisiche delle vocali tedesche, erano, e tuttora restano, estranee. Ricordo che nei primi giorni dell’esilio, ad Anversa sentii un ragazzino che consegnava il latte a domicilio, pronunciare in un olandese con forte cadenza dialettale fiamminga, un «Ja» che presentava la stessa a chiusa, affine alla o, usata in quella stessa parola anche nel dialetto della mia regione. Lo Ja era allo stesso tempo noto ed estraneo, e in quel momento compresi che nell’altra lingua sarei sempre stato un ospite appena tollerato. La posizione della bocca del ragazzo nel dire Ja non era quella che conoscevo. La porta davanti alla quale parlava era diversa dai portoni tipici della mia terra. Il cielo sopra di noi era un cielo fiammingo. Ogni lingua è parte di una realtà complessiva nei confronti della quale, se si vuole accedere alla sfera linguistica con la coscienza tranquilla e a passo sicuro, è necessario avere un ben fondato diritto di proprietà.
Ho cercato di ricostruire e di capire cosa abbia significato per noi, esuli dal Terzo Reich, la perdita della Heimat e della lingua madre. S’impone tuttavia l’interrogativo – e il titolo delle mie riflessioni esige una risposta – quale significato abbia in generale, indipendentemente dal destino individuale, la Heimat per l’uomo contemporaneo. E’ evidente che lo spirito dell’epoca non è favorevole al concetto di Heimat: viene subito fatto di pensare a un angusto nazionalismo, alle rivendicazioni territoriali delle associazioni di rifugiati, a nostalgie del passato. Heimat: non è forse un valore sbiadito, un concetto che ancora conserva una certa carica emotiva ma che va progressivamente svuotandosi di significato, un rimasuglio del passato, privo di riferimenti reali nella moderna società industriale? Torneremo su questo problema. Dapprima tuttavia è necessario chiarire in modo dovutamente sintetico il rapporto esistente fra “Heimat” e “Vaterland” [patria, nazione], poiché secondo una interpretazione assai diffusa si ritiene di poter ancora salvare almeno in quanto valore pittoresco, il concetto di Heimat nella sua limitatezza regionale, folcloristica, mentre appare profondamente sospetto quello di Vaterland, parola d’ordine demagogica ed espressione di ostinatezza reazionaria. “L’Europe des patries”: suona male, è solo l’ossessione di un vecchio generale che in un prossimo futuro sarà spazzato dal vento della storia.
Io non sono un vecchio generale. Non ho sogni di grandezza nazionale, il mio album di famiglia non comprende militari e alti funzionari dello Stato. Provo inoltre profonda avversione per le “SchŸtzenfeste” [feste dei tiratori], per manifestazioni canore o in costume; in genere sono proprio ciò che non molto tempo addietro in Germania era definito una “Intelligenzbestie” [mostro di sapienza], e so di non essere privo di tendenze distruttive. Ma dato che sono un esperto senza-patria, oso schierarmi a favore del valore Heimat, respingo la sottile distinzione fra Heimat e Vaterland e ritengo infine che la mia generazione difficilmente possa rinunciare alle due cose, che sono poi una sola. Chi non ha un Vaterland, ossia chi non ha un rifugio in un organismo sociale indipendente e costituente un’unità statale autonoma, non ha, io credo, nemmeno una Heimat. “Kde domow muj” – dov’è la mia patria – cantavano i cechi ai tempi in cui nello Stato plurinazionale della monarchia austro-ungarica non riuscivano a individuare e a sentire la loro terra ceca – che non era uno Stato autonomo – né in quanto Heimat né in quanto Vaterland. Cantavano queste parole perché intendevano conquistare un Vaterland e così realizzare la loro Heimat. Qualcuno potrebbe obiettare che si trattava della reazione di un popolo culturalmente ed economicamente oppresso, «colonizzato» dalla maggioranza etnica tedesca esistente in Austria. Quando invece nazioni con uguali diritti, per libera scelta si uniscono in una più vasta comunità, esse possono conservare la loro Heimat, nella salvaguardia di un particolarismo regionale e linguistico, senza avere più bisogno del «Vaterland» sotto forma di Stato. Il loro Vaterland sarà più vasto: una piccola Europa domani, una grande Europa dopodomani, il mondo in un futuro non ancora riconoscibile ma che s’avvicina a grandi passi.
Ho i miei dubbi. Da un lato credo di avere sperimentato con sufficiente chiarezza, come la Heimat cessi di essere tale quando non è al contempo anche Vaterland. Il mio paese mi divenne totalmente estraneo quando il 12 marzo 1938 fu privato della sua autonomia statale e annesso al Reich tedesco. Le uniformi dei poliziotti, le cassette della posta sui muri delle case, gli stemmi negli uffici pubblici, molte insegne dei negozi avevano un aspetto nuovo e persino i menu nei ristoranti presentavano piatti nuovi, a me sconosciuti. D’altro canto il Vaterland più vasto perde la sua qualità di Vaterland quando s’ingrandisce troppo oltre una dimensione ancora sperimentabile come Heimat. Allora diviene un impero che, come l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, comunica ai suoi abitanti una coscienza e un esasperato nazionalismo imperiali. Se un domani i nordamericani dovessero conquistare tutto il continente, compresi gli stati latinoamericani, la loro coscienza imperiale rimarrebbe la stessa di oggi. Come oggi si trasferiscono dal New England nello Iowa o in California, così domani si trasferirebbero con le loro famiglie da New York a La Paz, entusiasti del fatto che tutto questo sterminato paese appartenga a loro e sia soggetto alla Casa Bianca. Allora non avrebbero una quantità maggiore di Vaterland e di Heimat di quanta non ne posseggano attualmente, quando tra il Texas e il New Jersey il loro impero, in quanto organismo sociale complesso e avvolgente, si palesa più attraverso i beni di consumo standardizzati prodotti dai colossi industriali che non attraverso la lingua. Dov’è la General Motors, là sono il loro pseudoVaterland e la loro pseudoHeimat.
E se anche fosse, penserà qualcuno? Non è una tragedia per un essere umano perdere Heimat e Vaterland. Al contrario. L’uomo cresce con lo spazio che naturalmente considera il suo. Per tedeschi, francesi, italiani, belgi, olandesi, lussemburghesi, la nascente piccola Europa, che in senso tradizionale non è né Vaterland né Heimat, non rappresenta già oggi un patrimonio toccato loro in sorte? Affermano di muoversi con la stessa sicurezza a Karlsruhe come a Napoli, a Brest come a Rotterdam. Ritengono di essere nella condizione dell’uomo che essendo ricco, è libero di muoversi e di decidere, al quale già appartiene il “mondo”: i jet in effetti lo portano più in fretta da Parigi a Tokio, da New York a Toronto, di quanto, una quarantina d’anni or sono, un trenino potesse portarmi da Vienna in un villaggio del Tirolo. L’uomo moderno baratta la Heimat con il mondo. Un ottimo affare!
“La belle affaire!” Non è necessario essere un oscurantista ottuso e stanziale, per diffidare anche di questa soluzione. Non pochi infatti cedono, barattando ciò che ieri si chiamava Heimat con un cosmopolitismo di second’ordine, i passerotti che tengono in mano per i colibrì ancora sul tetto. C’è chi crede sia sufficiente andare da Furth alla Costa Azzurra con la propria piccola utilitaria e sorseggiare “deux Martinis” sul lungomare, per sentirsi un cosmopolita della seconda metà del secolo e ritenere di avere già incassato gli utili del baratto Heimat-mondo. Ma se si ammala e il “médecin” gli prescrive un medicinale locale, allora diviene preda di cupi pensieri circa la farmacologia francese e rimpiange la Bayer e lo “Herr Doktor”. Le conoscenze mondane e linguistiche superficiali, acquisite grazie al turismo e ai viaggi d’affari non compensano la Heimat. Il baratto non sempre si rivela vantaggioso.
Con questo non si vuole dire che le future generazioni non potranno, o dovranno fare a meno della Heimat. Quella che il sociologo francese Pierre Bertaux definisce la mutazione dell’uomo, ossia la sua assimilazione a livello psichico della rivoluzione tecnico-scientifica, è inevitabile. Il nuovo mondo sarà molto più radicalmente “uno” di quanto il più ardito sogno di una grande Europa attualmente possa vagheggiare. Gli oggetti di uso quotidiano, che noi oggi ancora carichiamo di valori emozionali, diverranno globalmente rimpiazzabili. Gli urbanisti americani pensano ad esempio di trasformare in futuro la casa in un bene di consumo. A intervalli di venti, venticinque anni – ci viene detto – interi quartieri verranno rasi al suolo e ricostruiti, poiché le riparazioni di una casa allora non saranno più convenienti, così come già oggi accade in certi casi per le automobili.
Come potrebbe in un mondo siffatto formarsi ancora il concetto di Heimat? Città, autostrade, stazioni di servizio, piatti e cucchiai saranno uguali ovunque. E’ pensabile che anche la lingua del futuro sarà quel mezzo di comunicazione puramente funzionale che oggi già è per gli scienziati: i fisici comunicheranno nel linguaggio della matematica, e per un cocktail-party, basterà un po’ di basic english. Il nascente mondo del domani proscriverà certamente la Heimat e forse la lingua madre, lasciandole sussistere marginalmente, come oggetto di dotte analisi storiche.
Ma ci vorrà del tempo. Molto tempo. Per ora ciò che chiamiamo Heimat ci permette di accedere a una realtà che per noi consiste nella percezione sensoria. A differenza del fisico che non riconosce la realtà nell’ampiezza delle oscillazioni del pendolo bensì nella formula matematica, noi dipendiamo dalla vista, dall’udito, dal tatto. Noi – e forse non parlo solo a nome della generazione ormai in fase declinante, di coloro che come me sono intorno alla cinquantina – abbiamo bisogno di vivere in mezzo a cose che ci narrano storie. Abbiamo bisogno di una casa della quale sapere chi l’ha abitata in passato, di un mobile, nelle cui piccole irregolarità riconosciamo l’artigiano che vi mise mano. Abbiamo bisogno di una silhouette nella città che, sia pure vagamente, richiami alla memoria l’incisione vista in un museo. Per gli urbanisti del domani, ma anche per gli abitanti che solo provvisoriamente si stabiliranno in determinati punti topografici, la realtà di una città consisterà nelle tabelle statistiche che anticipano l’evoluzione demografica, nei piani urbanistici e nei progetti di nuove strade. La nostra coscienza invece nella sua globalità percepisce la realtà urbana ancora attraverso l’occhio – la cara fenestrella del vecchio Gottfried Keller! – e la rielabora in un processo mentale che chiamiamo “ricordare”.
Ricordare. E’ questo il punto decisivo; le nostre riflessioni tornano al loro oggetto principale: la perdita della Heimat da parte dell’esule dal Terzo Reich. E’ invecchiato, e in un lasso di tempo che ormai si conta in decenni, ha dovuto rendersi conto che non gli è stata inferta una ferita che si rimargina col passare degli anni: la sua è una malattia subdola che con l’andare del tempo peggiora.
La vecchiaia, infatti, ci rende in misura crescente dipendenti dal ricordare. Se ripenso ai primi anni dell’esilio, mi rendo conto che già allora sentivo nostalgia di casa e del passato, ma ricordo anche che la nostalgia era in una certa misura annullata dalla speranza. Chi è giovane concede a sé stesso quel credito illimitato che di norma gli è concesso anche dall’ambiente. Egli non è solo quello che è, ma anche quello che sarà. Mi rivedo con in tasca quindici marchi e cinquanta pfennig, smarrito nella fila degli aspiranti al sussidio, accovacciato nel vagone della tradotta, mi rivedo mentre scucchiaio la zuppa da una lattina. Non ero in grado di definirmi con precisione, perché mi erano stati confiscati passato e origine, perché non vivevo in una casa ma nella baracca numero tal dei tali, perché avevo anche un secondo nome, Israel, un nome che non mi avevano dato i miei genitori ma un tale di nome Globke. Non era una buona cosa. Ma non era nemmeno esiziale. Perché io ero, se non un passato e un presente decifrabili, in ogni caso un futuro: magari un uomo che uccide un luogotenente generale, magari un operaio a New York? un colono in Australia, uno scrittore di lingua francese a Parigi, un “clochard” che sul lungosenna se la spassa con una bottiglia di acquavite.
Chi invece invecchia esaurisce il proprio credito Il suo orizzonte si avvicina, i suoi domani e dopodomani non posseggono più né forza né certezza. E’ solo ciò che è. L’avvenire non lo circonda più e quindi non è più nemmeno in lui. Non può richiamarsi a un divenire. Al mondo mostra un nudo Essere. Tuttavia egli può sussistere se, equilibrato in questo Essere, esiste un Essere stato. Vede, dice l’anziano il cui Essere privo di futuro ha in sé un Essere stato non sconfessato socialmente, vede, Lei magari scorge solo il piccolo contabile, il pittore mediocre, l’asmatico che arranca su per le scale. Lei scorge solo ciò che sono, non ciò che sono stato. Ma anche ciò che “sono stato” determina il mio Io, e Le posso quindi giurare sul mio onore che il mio professore di matematica riponeva grandi speranze in me, che la mia prima mostra riscosse critiche eccellenti, che ero un buono sciatore. La pregherei di aggiungere anche questo all’immagine che si fa di me. Accetti la dimensione del mio passato, altrimenti sarei fortemente incompleto. Non è vero, o non è del tutto vero, che l’uomo è solo ciò che ha realizzato. Non è del tutto esatto ciò che ha detto Sartre, ossia che per una vita che volga al termine, la fine sia la verità dell’inizio. E’ stata un’esistenza meschina? Forse. Ma non lo fu in tutte le sue tappe. Le mie potenzialità di allora sono parte di me quanto il mio successivo fallimento o insufficiente riuscire. Mi sono ritirato nel passato, in lui ho trovato un rifugio, vivo in pace; grazie, non me la passo male. Queste all’incirca le parole di chi ha diritto al proprio passato.
L’esule dal Terzo Reich non potrà mai pronunciarle, nemmeno pensarle. Volge indietro lo sguardo essendo il futuro qualcosa cui vanno incontro solo i giovani e che quindi spetta solo a loro – e non riesce a scorgersi in nessun luogo. Giace irriconoscibile fra le rovine degli anni che vanno dal 1933 al 1945 . E non da oggi. Ricordo assai bene quei commercianti ebrei dall’animo semplice che all’inizio dell’esilio, quando popolavano le sale d’attesa di consolati esotici, facevano appello alla posizione sociale che avevano da poco perduto in Germania. Uno era stato proprietario di una grande ditta di confezioni a Dortmund, l’altro di un rinomato negozio di porcellane a Bonn, il terzo aveva addirittura avuto la nomina a Consigliere di commercio ed era membro del Tribunale commerciale. Lasciarono da parte in fretta le loro spacconate e abbassarono la testa come gli altri che mai avevano tenuto in mano una banconota da mille marchi. Capirono con sorprendente velocità che i clienti di Dortmund o di Bonn nel 1933 avevano annullato tutti gli ordini. Il loro passato inteso come fenomeno sociale era stato revocato dalla società; in queste condizioni era impossibile conservarlo ancora come proprietà psicologica soggettiva. E tanto più invecchiavano, tanto più grave diveniva per loro la perdita, anche se a New York o a Tel Aviv erano tornati a commerciare con successo in abiti o stoviglie, il che, sia detto per inciso, riuscì solo a un numero relativamente limitato fra loro.
Per altri invece non si trattava di merci, ma dell’effimero patrimonio spirituale e in questo caso la perdita di ciò che era stato portava con sé l’imbarbarimento totale del mondo. Un fatto, questo, che solo chi al momento della emigrazione era già anziano non riconobbe esattamente. Nel campo di Gurs nella Francia meridionale, dove nel 1941 mi trovai per qualche mese, era internato, quasi settantenne, il poeta Alfred Mombert, di Karlsruhe, all’epoca assai noto, che a un amico scrisse:

“Tutto scivola via da me, come una forte pioggia… Ho dovuto abbandonare tutto, proprio tutto. L’appartamento, sigillato dalla Gestapo. Consentito portare con sé cento, dicasi cento, marchi. Nel giro di qualche ora alla stazione, con mia sorella settantaduenne e con tutta la popolazione ebraica del Baden e del Palatinato, compreso il lattante e il più anziano vegliardo, e poi il trasporto, via Marsiglia, Tolosa verso i Bassi Pirenei in un grande campo d’internamento… Chissà se a un altro poeta tedesco è mai successo qualcosa di simile?”

Di queste frasi quasi insopportabili a noi interessano solo la prima e l’ultima: fra le due affermazioni c’è una contraddizione che ha in sé tutta la problematicità del nostro esilio e la cui soluzione non poteva certo venire da un uomo anziano, morto in Svizzera un anno dopo avere scritto la lettera. Tutto scivolava via come una forte pioggia, non lo si può negare. Il passato del poeta neoromantico Alfred Mombert, autore del volume “Der himmlische Zecher”, defluì dal mondo il giorno in cui il settantenne di nome Alfred Israel Mombert venne deportato da Karlsruhe, e nessuna mano si levò in sua difesa. E tuttavia, quando l’irreparabile era ormai avvenuto, egli si definì un «poeta tedesco». Nella baracca di Gurs, affamato, tormentato dai parassiti, forse angariato da un ignaro gendarme del regime di Vichy, non avrebbe in nessun caso potuto riconoscere quanto molti di noi poterono comprendere solo in anni di intense riflessioni e indagini: e cioè che poeta tedesco può essere solo colui che non solo compone “in tedesco”, ma “per” i tedeschi, per loro esplicito desiderio; che quando tutto scivola via, scompaiono anche le ultime tracce del passato. A ripudiare questo uomo anziano fu la mano che non si levò in sua difesa. I lettori di un tempo che non protestarono contro la sua deportazione, annullarono i suoi versi. Nel momento in cui scriveva la tragica lettera, Mombert non era più un poeta tedesco, così come il Consigliere di commercio non era più tale quando andava al Comitato di soccorso a prendersi un vecchio cappotto. Per essere l’uno o l’altro necessitiamo del consenso della società. Ma se la società smentisce che lo siamo mai stati, allora non lo siamo mai stati. Nella baracca di Gurs, Mombert non era un poeta tedesco: questo aveva deciso la mano che non si mosse quando lo portarono via. E’ morto senza un passato: e noi possiamo solo sperare che egli, non sapendolo, sia morto in pace.
Che tutto scivolava via come una forte pioggia lo sperimentarono più a fondo coloro che sopravvissero al Terzo Reich ed ebbero tempo di vedere chiaro in sé stessi. Al più tardi lo compresero il giorno in cui per la prima volta si accorsero di invecchiare. Si invecchia male in esilio. Perché l’uomo ha bisogno di Heimat. Di quanta? Era una domanda fasulla, s’intende, utile solamente per intitolare un capitolo e forse nemmeno la più indovinata. Il bisogno di Heimat dell’uomo non è quantificabile. Eppure, proprio in questi giorni in cui la Heimat perde molto della propria reputazione, si è tentati di fornire una risposta a questa domanda puramente retorica e di dire: ha bisogno di molta Heimat, e in ogni caso più di quanto possa immaginare un mondo composto da persone che posseggono una Heimat, il cui orgoglio maggiore è però una vacanza all’insegna del cosmopolitismo. E’ necessario difendersi da una inammissibile esasperazione passionale che condurrebbe fuori della sfera riflessiva nel sentimentale. Pensiamo a Nietzsche, alle sue cornacchie che gridano e tra un frullo d’ali a stormo volano alla città, e alla neve invernale che minaccia il solitario. “Weh dem, der keine Heimat hat!” [misero chi non ha un focolare], dice la poesia. Non si vuole apparire troppo esaltati, e si rimuovono le reminiscenze liriche. Resta la più banale delle constatazioni: non è bene non avere una Heimat.

Emanuele Severino, Perché il divenire è un eterno errore – Corriere.it 18 dicembre 2012

 Chiedo a de Giovanni di indicarmi, per uscire dalla supposta monocromia, da un lato un solo punto, nella storia dell’uomo, dove non si creda nell’esistenza della trasformazione delle cose – almeno di quelle mondane, e dall’altro lato un solo errore che non presupponga questa fede. Poi, se vorrà, potremo discutere il punto decisivo, ossia i motivi per i quali affermo che tale fede, nonostante la sua apparente plausibilità ed «evidenza» è l’Errore più profondo a cui l’uomo è stato destinato (ma dal quale l’Inconscio più profondo dell’uomo è già da sempre libero).

tutto l’articolo qui   Perché il divenire è un eterno errore – Corriere.it.

Intervista a MARIE LOUISE VON FRANZ

Intervista a CARL GUSTAV JUNG, di John Freeman, 1959

TECNICA, MORTE, GIOIA, Alessandro Aleotti intervista Emanuele Severino, a cura del sito di Milania

a partire dal libro:

Emanuele Severino, LA MORTE E LA TERRA, Adelphi, 2011, p. 560

vai al sito di Milania

COMPASSIONE

Il termine compassione deriva dal latino: [cum] insieme [patior] soffro. La sua radice semantica è quindi portatrice di un significato ampio e positivo: la compassione è la partecipazione sincera ed amorevole alle sofferenze dell’altro, e non va confusa con la pena, sentimento quest’ultimo che viene “concesso” dall’alto verso il basso, portando con sé un giudizio di valore che si realizza in termini negativi nei confronti di colui che di tale pena è fatto oggetto.

Il Buddhismo  fa di questo concetto uno dei capisaldi del suo apparato filosofico: per il buddisti la compassione è il sentimento profondo che porta a desiderare il bene per ogni essere senziente. Nasce dalla consapevolezza che tutti gli esseri viventi sono in questo mondo uniti, interdipendenti, continui e contigui.

FRANCESCO ALBERONI, intervista di Maria Giovanna Farina | in Siamo Donne

vai a: INTERVISTA A FRANCESCO ALBERONI | Siamo Donne – le migliori video ricette di cucina.

DUCCIO DEMETRIO intervistato da Maria Giovanna Farina | in Siamo Donne

vai a:  DIALOGO CON IL FILOSOFO: DUCCIO DEMETRIO | Siamo Donne – le migliori video ricette di cucina.

Emanuele Severino, la scienza e il rimedio secondo Prismi – Pensieri filosofici

 

secondo Severino, tutti i rimedi tentati fin qui, incluso quello tecnologico, sono ugualmente fallimentari. Diversamente, però, dai suoi precursori, che imputavano l’inefficacia del rimedio alla sua incapacità di reggere l’urto con il “reale”, per Severino è proprio la fede in questo reale a costituire il presupposto indiscusso della filosofia e la sentina di tutti i mali del genere umano. Qual è, infatti, si domanda Severino, la sotterranea persuasione che, affermatasi con la filosofia greca, ha permeato le strutture profonde della psiche occidentale (e ormai del globo intero), se non la persuasione che reale sia unicamente il divenire, e dunque l’annichilamento, mentre illusori sono tutti i rimedi o gli espedienti per sfuggirgli, come appunto la filosofia e la religione? Il nichilismo, insomma, è il destino dell’Occidente. E anche se oggi le previsioni riguardo alla scienza sono più ottimistiche, Severino non dubita che quest’ennesima illusione sia destinata a cadere. La scienza, infatti, appare come il rimedio più efficace perché è realmente capace di governare il divenire, cioè il passaggio dall’essere al nulla e viceversa (un solo esempio: l’ingegneria genetica). Ma non si sfugge alla trappola nichilista se la cura è identica al male. E il male, nell’ottica di Severino, è appunto la fede nel divenire che la follia dell’Occidente, contraddicendosi, ha prima teorizzato e poi negato (senza successo); fede nella quale anche la scienza è fatalmente irretita.

tutto il post è qui   Il Senso, Severino e Münchhausen « Prismi – Pensieri filosofici.

Ferruccio De Bortoli, LEGGERE E’ AMARE, da Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera

Quando, un anno fa, lanciammo «la Lettura», mi capitò tra le mani un libretto di Giuseppe Pontiggia —Leggere (Lucini editore) — illuminante, come lo sono del resto i testi dell’indimenticato Peppo. L’autore raccontava di aver partecipato a un convegno dal titolo «Il tempo e il libro», scoprendo soltanto all’ultimo di essersi preparato, vittima delle assonanze e della distrazione, su un altro tema: «Il tempo libero». Non così distante, però. L’etimologia non giustificava la sovrapposizione fra «libro» e «libero», ma la convergenza era irresistibile, mediata da una terza parola: «tempo». Pontiggia non buttò via la sua relazione. La adattò insistendo sul legame indissolubile fra libro e libertà, citando Seneca che, nelleLettere a Lucilio, parla del tempo come dell’unico bene che ci appartiene veramente. E il tempo che dedichiamo alla lettura è forse, nello spazio di una giornata, lo squarcio di libertà di cui siamo unici titolari. Non lo condividiamo con nessuno, ma lo facciamo idealmente insieme agli altri, come accadeva nell’antica Grecia, quando un testo veniva letto ad alta voce. «Dobbiamo difendere — scriveva Pontiggia — la lettura come esperienza che non coltiva l’ideale della rapidità, ma della ricchezza, della profondità, della durata. Una lettura concentrata, amante degli indugi, dei ritorni su di sé, aperta più che alle scorciatoie, ai cambiamenti di andatura che assecondano i ritmi alterni della mente». Sono parole straordinarie che descrivono, meglio di tante altre, la bellezza del leggere, l’attività umana più inebriante e ricca. Forse la più sedentaria, ma quella nella quale la mente corre con il coraggio di un eroe mitologico o la temerarietà di Baumgartner che supera il muro del suono in caduta libera. La lettura richiede impegno, sacrificio, costanza, ma non va vissuta come una costrizione o un obbligo. Se un testo non piace lo si può abbandonare senza colpa. Non salva nessuno, non redime nessuno, ma ci dà l’emozione di viaggiare nel tempo, di essere contemporaneamente in più luoghi. Ammette le distrazioni, la poligamia letteraria. Perdona i tradimenti quando abbiamo voglia di passare da un autore all’altro o da un genere all’altro per riposarci, ritemprarci, divertirci. Ma soprattutto ci fa uscire dall’anonimato e dalla massa, dai recinti dei nuovi reclusi, dalle solitudini di un mondo interconnesso, ma composto da molecole che non comunicano tra loro. Non importa il mezzo, il libro o il giornale di carta, il web o l’e-reader. Conta lo spirito. Contiamo noi, come individui e le collettività che rappresentiamo. La lettura misura il nostro grado di civiltà. 

da    Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera.

Emanuele Severino, È il crepuscolo delle tradizioni – Corriere.it 15 novembre 2012

vai a   È il crepuscolo delle tradizioni – Corriere.it

Emanuele Severino, È il crepuscolo delle tradizioni. Pdf

Giacomo Leopardi: ALLA LUNA – Lettura di Gianni Caputo

Poesie – Playlist su YouTube

Giacomo Leopardi: CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA, Lettura di Gianni Caputo

Eugenio Montale, Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale. Lettura di Domenico Pelini

“Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue. ”

(Eugenio Montale)

il Tempo, Oral – La Legna e la Cenere, Sul Sacro Emanuele Severino, Massimo Cacciari

vai a   KENNINGAR personale tributo a Jorge Luis Borges: Il Tempo, Oral – La Legna e la Cenere, Sul Sacro Emanuele Severino.

GIORNATE DELLA FILOSOFIA 14-15 NOVEMBRE BOLOGNA

GIORNATE DELLA FILOSOFIA 14-15 NOVEMBRE BOLOGNA
Moderatore: Cristina Demaria. Maria Cecilia Guerra Sottosegretario al
Lavoro. Il welfare e la crisi. Christian MarazziSUPSI, Lugano. Crisi,
scenari, resistenze …


<http://m.unibo.it/NR/rdonlyres/5D216335-FEA0-4E3E-B3F6-7DFE34A5E930/258786/LocandinaGdF2012.pdf>

La lezione. Storie del teatro in Italia. Con 4 DVD – Rizzoli BUR e Rai Eri

 

La lezione. Storie del teatro in Italia. Con 4 DVD

Albertazzi Giorgio – Fo Dario

Prezzo € 24,90
Editore BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Anno pubblicazione 2012
Numero pagine 175
ISBN 9788817055857
Collana Senzafiltro
Stato Disponibile in 1 giorno lavorativo
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La trama di La lezione. Storie del teatro in Italia. Con 4 DVD

Nei dvd due guide d’eccezione conducono lo spettatore in un percorso attraverso i volti, le incarnazioni, le mutevoli forme del teatro in Italia. In otto lezioni raccontate e recitate. Giorgio Albertazzi e Dario Fo ripercorrono e rivivono il meglio della nostra produzione teatrale, dai miti della Magna Grecia alla magnificenza degli spettacoli di Pompei, dalle giullarate medievali alla raffinatezza delle corti del Rinascimento. Visitando storici teatri e piazze. Fo e Albertazzi attraversano l’Italia da Nord a Sud, per seguire le tappe di una storia che ha origine con l’uomo e non conosce fine, salda epoche e generi, passato e presente, tradizione e contemporaneità. Il volume offre un’ampia selezione di brani tratti dai testi di riferimento delle lezioni di Albertazzi e Fo, dai capolavori classici di Plauto all'”Aminta” di Tasso, passando per i “Fioretti” di san Francesco e gli strambotti di Machiavelli.

da    La lezione. Storie del teatro in Italia. Con 4 DVD di Albertazzi – Libreria Rizzoli.

Emanuele Severino, “Scienza e società. Aspetti etici, politici e cognitivi”, 30 settembre 2006

Il Corpo e la parola, Tributo a Carlo Rivolta, Regia di Giancarlo Molaschi | Centro Asteria Cultura

Tributo a Carlo Rivolta, Regia di Giancarlo Molaschi

Vai a: Il Corpo e la parola | Centro Asteria Cultura

GIACOMO LEOPARDI, LA GINESTRA (1836). Lettura di Carmelo Bene e un commento di Emanuele Severino (2010)

 

Carmelo Bene recita LA GINESTRA: 
Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς
E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.
Giovanni,  III, 19

Qui su l’arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro allegra arbor nè fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti. Anco ti vidi
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
che cingon la cittade
la qual fu donna de’ mortali un tempo,
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante,
e d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell’impietrata lava,
che sotto i passi al peregrin risona;
dove s’annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fur liete ville e colti,
e biondeggiàr di spiche, e risonaro
di muggito d’armenti;
fur giardini e palagi,
agli ozi de’ potenti
gradito ospizio; e fur città famose
che coi torrenti suoi l’altero monte
dall’ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
una ruina involve,
dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola. A queste piagge
venga colui che d’esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in cura
all’amante natura. E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrà dell’uman seme,
cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
son dell’umana gente
le magnifiche sorti e progressive.

Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e volti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e proceder il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
di cui lor sorte rea padre ti fece,
vanno adulando, ancora
ch’a ludibrio talora
t’abbian fra se. Non io
con tal vergogna scenderò sotterra;
ma il disprezzo piuttosto che si serra
di te nel petto mio,
mostrato avrò quanto si possa aperto:
ben ch’io sappia che obblio
preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
vuoi di novo il pensiero,
sol per cui risorgemmo
della barbarie in parte, e per cui solo
si cresce in civiltà, che sola in meglio
guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci diè. Per questo il tergo
vigliaccamente rivolgesti al lume
che il fe palese: e, fuggitivo, appelli
vil chi lui segue, e solo
magnanimo colui
che se schernendo o gli altri, astuto o folle,
fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme
che sia dell’alma generoso ed alto,
non chiama se nè stima
ricco d’or nè gagliardo,
e di splendida vita o di valente
persona infra la gente
non fa risibil mostra;
ma se di forza e di tesor mendico
lascia parer senza vergogna, e noma
parlando, apertamente, e di sue cose
fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
non credo io già, ma stolto,
quel che nato a perir, nutrito in pene,
dice, a goder son fatto,
e di fetido orgoglio
empie le carte, eccelsi fati e nove
felicità, quali il ciel tutto ignora,
non pur quest’orbe, promettendo in terra
a popoli che un’onda
di mar commosso, un fiato
d’aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge sì, che avanza
a gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
che a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire
fraterne, ancor più gravi
d’ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l’uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
che veramente è rea, che de’ mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in pria
l’umana compagnia,
tutti fra se confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune. Ed alle offese
dell’uomo armar la destra, e laccio porre
al vicino ed inciampo,
stolto crede così, qual fora in campo
cinto d’oste contraria, in sul più vivo
incalzar degli assalti,
gl’inimici obbliando, acerbe gare
imprender con gli amici,
e sparger fuga e fulminar col brando
infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
quando fien, come fur, palesi al volgo,
e quell’orror che primo
contra l’empia natura
strinse i mortali in social catena,
fia ricondotto in parte
da verace saper, l’onesto e il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade, altra radice
avranno allor che non superbe fole,
ove fondata probità del volgo
così star suole in piede
quale star può quel ch’ha in error la sede.

Sovente in queste rive,
che, desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
seggo la notte; e sulla mesta landa
in purissimo azzurro
veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vòto Seren brillar il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch’a lor sembrano un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare
veracemente; a cui
l’uomo non pur, ma questo
globo ove l’uomo è nulla,
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor più senz’alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o così paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa; al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell’uomo? E rimembrando
il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
che te signora e fine
credi tu data al Tutto, e quante volte
favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
per tua cagion, dell’universe cose
scender gli autori, e conversar sovente
co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
sogni rinnovellando, ai saggi insulta
fin la presente età, che in conoscenza
ed in civil costume
sembra tutte avanzar; qual moto allora,
mortal prole infelice, o qual pensiero
verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
cui là nel tardo autunno
maturità senz’altra forza atterra,
d’un popol di formiche i dolci alberghi,
cavati in molle gleba
con gran lavoro, e l’opre
e le ricchezze che adunate a prova
con lungo affaticar l’assidua gente
avea provvidamente al tempo estivo,
schiaccia, diserta e copre
in un punto; così d’alto piombando,
dall’utero tonante
scagliata al ciel, profondo
di ceneri e di pomici e di sassi
notte e ruina, infusa
di bollenti ruscelli,
o pel montano fianco
furiosa tra l’erba
di liquefatti massi
e di metalli e d’infocata arena
scendendo immensa piena,
le cittadi che il mar là su l’estremo
lido aspergea, confuse
e infranse e ricoperse
in pochi istanti: onde su quelle or pasce
la capra, e città nove
sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
son le sepolte, e le prostrate mura
l’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
dell’uom più stima o cura
che alla formica: e se più rara in quello
che nell’altra è la strage,
non avvien ciò d’altronde
fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento
anni varcàr poi che spariro, oppressi
dall’ignea forza, i popolati seggi,
e il villanello intento
ai vigneti, che a stento in questi campi
nutre la morta zolla e incenerita,
ancor leva lo sguardo
sospettoso alla vetta
fatal, che nulla mai fatta più mite
ancor siede tremenda, ancor minaccia
a lui strage ed ai figli ed agli averi
lor poverelli. E spesso
il meschino in sul tetto
dell’ostel villereccio, alla vagante
aura giacendo tutta notte insonne,
e balzando più volte, esplora il corso
del temuto bollor, che si riversa
dall’inesausto grembo
sull’arenoso dorso, a cui riluce
di Capri la marina
e di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
del domestico pozzo ode mai l’acqua
fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
desta la moglie in fretta, e via, con quanto
di lor cose rapir posson, fuggendo,
vede lontano l’usato
suo nido, e il picciol campo,
che gli fu dalla fame unico schermo,
preda al flutto rovente
che crepitando giunge, e inesorato
durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
dopo l’antica obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
scheletro, cui di terra
avarizia o pietà rende all’aperto;
e dal deserto foro
diritto infra le file
dei mozzi colonnati il peregrino
lunge contempla il bipartito giogo
e la cresta fumante,
ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
per li vacui teatri, per li templi
deformi e per le rotte
case, ove i parti il pipistrello asconde,
come sinistra face
che per voti palagi atra s’aggiri,
corre il baglior della funerea lava,
che di lontan per l’ombre
rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
dopo gli avi i nepoti,
sta natura ognor verde, anzi procede
per sì lungo cammino,
che sembra star. Caggiono i regni intanto,
passan genti e linguaggi: ella nol vede:
e l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,
che di selve odorate
queste campagne dispogliate adorni,
anche tu presto alla crudel possanza
soccomberai del sotterraneo foco,
che ritornando al loco
già noto, stenderà l’avaro lembo
su tue molli foreste. E piegherai
sotto il fascio mortal non renitente
il tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
al futuro oppressor; ma non eretto
con forsennato orgoglio inver le stelle,
nè sul deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti;
ma più saggia, ma tanto
meno inferma dell’uom, quanto le frali
tue stirpi non credesti
o dal fato o da te fatte immortali.

Emanuele Severino commenta LA GINESTRA DI LEOPARDI:


Emanuele Severino, Le ‘Opere di Genio’: Leopardi

intervista di Renato Parascandolo rilasciata a Napoli Nella sede Vivarium il 4 giugno 1993

Professor Severino, in che modo è stata considerata e si considera oggi, dal punto di vista filosofico, l’opera di Leopardi?

Che Leopardi fosse un genio e che la sua opera avesse una rilevanza filosofica, apparì subito chiaro a Nietzsche, a Schopenhauer, a Wagner, e, per quanto riguarda la cultura italiana, a De Sanctis. Nonostante che negli ultimi tempi il pensiero filosofico di Leopardi sia andato incontro ad una consistente rivalutazione, rimaniamo tuttavia ancora ben lontani dal comprendere la sua eccezionale potenza e radicalità. Personalmente, sostengo che si tratti del maggior pensatore della filosofia contemporanea. Leopardi ha infatti posto anticipatamente le basi di quella distruzione della tradizione occidentale che sarà poi continuata e sviluppata – ma non resa più radicale – dai grandi pensatori del nostro tempo, da Nietzsche, da Wittgenstein e da Heidegger.

Purtroppo, si deve riconoscere – pur non volendo ora sottovalutare i meriti di questa attività culturale – che la critica letteraria ha contribuito a mettere in ombra l’importanza filosofica di Leopardi. Il critico letterario si è mosso nelle pagine di Leopardi senza rendersi conto che il loro autore è in un grande colloquio con il pensiero greco, ovvero con la grande tradizione filosofica dell’Occidente.

Ma non vi sono stati studiosi che hanno considerato anche questo aspetto del genio di Leopardi ?

Certo, proprio in Italia, il pensiero di Leopardi è stato oggetto dell’attenzione di De Sanctis, che lo riconduceva a Schopenhauer, e, in ambito marxista, di Luporini, che invece scorgeva in lui un precursore di Marx. Credo, però, che queste letture, nonostante il loro indubbio merito, abbiano offuscato più che messo in rilievo, il peso filosofico di Leopardi, e che vada rovesciata l’impostazione loro sottesa. Se, infatti, si studia l’interpretazione di Luporini, ci si accorge facilmente che, nella sua prospettiva, Leopardi, pur avendolo potentemente anticipato, rimane comunque un semplice antesignano di Marx. Questa rapporto va invertito: se Marx o Nietzsche possono dire qualcosa, ciò accade perché essi si pongono sulla strada che solo Leopardi ha aperto loro.

Si potrebbe obiettare che, nella cultura contemporanea, la fortuna di Leopardi non è minimamente equiparabile a quella di Nietzsche, perché questi è stato percepito nella sua importanza storica mentre quello è stato, per così dire, un “emarginato”. Si osservi, però, che Nietzsche conosceva Leopardi. Si potrebbe dire che Leopardi, anche se emarginato, ha fatto sentire la propria voce in tutto il pensiero contemporaneo attraverso Nietzsche. Questi parlava di Leopardi come del maggior prosatore del secolo non rendendosi conto di occultarne, così affermando, l’importanza filosofica. Ciò nonostante, attraverso Nietzsche, Leopardi ha parlato al nostro tempo, nel senso che ha contribuito a stabilire le condizioni fondamentali perché noi operassimo quel rifiuto radicale della tradizione filosofica, che è oggi il terreno normale su cui ci manteniamo in ambito scientifico-filosofico.

Professor Severino, che cosa unisce Leopardi a Nietzsche e, più in generale, al pensiero occidentale?

Avendo Nietzsche ereditato il centro del pensiero di Leopardi, si può dire che questi anticipa la sostanza del discorso nietzschiano. Come noto, il motivo fondamentale dell’opera di Nietzsche è costituito dall’idea secondo cui la poesia è menzogna, ma è anche l’illusione senza la quale la vita è impossibile. Si tratta, in realtà, di un tema essenziale del pensiero di Leopardi. Mentre Platone era convinto che “i poeti mentono molto”, e ciò costituiva, per lui, motivo per scacciarli dalla città, Leopardi, pur nutrendo la stessa convinzione platonica, è anche persuaso che non ci può essere vita senza poesia. Essendo la poesia l’erede della festa arcaica, cioè del momento in cui l’uomo respira al di sopra dell’oppressione del dolore della vita, Leopardi, pur riconoscendo che “i poeti mentono molto”, sa che non può esservi vita senza l’illusione della poesia. E’, questo, il momento della festa in cui l’uomo si raccoglie, raggiungendo, così, uno stato paradisiaco. E’ dall’anima della festa, dalla danza, dal canto primordiale, che nasce la poesia. La festa è dunque pensata, in questa prospettiva, come rimedio originario, da cui, successivamente, prendono origine la filosofia, la scienza e la tecnica. Per Leopardi, alla fine dell’età della tecnica, la poesia ha ancora un’ultima parola da dire prima dell’annientamento definitivo dell’uomo.

Leopardi è stato il primo nella cultura occidentale a mostrare che la verità, come visione autentica delle cose, mette in luce il loro uscire dal nulla e il loro ritornare nel nulla. Si tratta, a ben vedere, dei grandi temi dell’ontologia greco-moderna. Se l’uomo appartiene al movimento dell’uscire dal nulla e del ritornare nel nulla, allora la contemplazione di questo movimento – come dice Leopardi in uno dei suoi Pensieri – “è verissima pazzia”. “Pazzia”, perché chi guarda la nullità, propria di sé e delle cose, non può che essere isterilito in ogni volontà di sopravvivere. La “pazzia”, inoltre, è “verissima” perché mostra come stanno effettivamente le cose.

Professor Severino, nella Sua interpretazione di Leopardi, acquistano particolare rilievo quelle che, nei Pensieri, vengono chiamate le “opere di genio”. Può chiarire il significato di questa espressione collocandola nel quadro complessivo del pensiero leopardiano?

L’espressione “opere di genio”, sulla quale ho tentato di richiamare l’attenzione, si trova in quell’opera che io, seguendo Carducci, preferisco chiamare Pensieri e che, invece, è normalmente intitolata lo Zibaldone.
Per giungere a chiarire l’espressione “opere di genio”, sarà meglio tener presente anche un celeberrimo e grande – forse il più grande – canto di Leopardi, “La ginestra”. Ricordo innanzitutto che questa poesia è stata scritta nei primi anni della stesura dei Pensieri. Avverto, però, che non è mia intenzione ricavare a forza, a partire dalla prosa filosofica di Leopardi, il significato del canto. Mi propongo soltanto di mostrare che quanto “La ginestra” dice a suo modo è anticipato nella prosa filosofica di Leopardi e, più precisamente, in quel giro di frase dei Pensieri che contiene l’espressione “opere di genio”. A mio avviso, questo passo, insieme ad altri paralleli, è la chiave per comprendere l’importanza che ha il “genio” quale rimedio al dolore.

Leggiamo il testo 259/61 dei Pensieri, scritto nell’ottobre del 1820:
“Hanno questo di proprio le opere di genio, cioè le opere del genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia, ad un animo grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, servono sempre di consolazione”.

L’opera è del genio perché essa – come il poeta canta nel “La ginestra” – pur mostrando il carattere devastante del fuoco, consola con la forza con cui vede questa devastazione. La forza della visione, non lasciandosi risucchiare dalla devastazione, è capace di consolazione. Essa è quindi come il profumo del fiore del deserto di cui parla il canto, che si solleva al di sopra della nullità prodotta dal fuoco devastante.
Il cielo verso cui porta il profumo non è un cielo abitato da divinità alle quali ci si possa rivolgere con una supplica. Il canto chiude, infatti, dicendo che la ginestra non supplica, ma è un profumo che consola il deserto. Analogamente, l’opera del genio consola l’animo grande che avverte la nullità e si trova “in uno stato di estremo abbattimento” e disinganno. Tra il testo dei Pensieri e “La ginestra” c’è addirittura identità di termini: così come il fiore del deserto “consola” anche l’opera del genio è “di consolazione”.

Infine, Professor Severino, vorrei chiederle cosa, per Lei, ha ancora da dire l’opera leopardiana alla cultura occidentale?

Se vuole rimanere coerente con se stessa, la cultura dell’Occidente non può che consentire con quanto dice Leopardi. Leopardi non è una stravaganza all’interno della nostra cultura. Egli è pessimista come lo sono i Padri della Chiesa, Hegel, Aristotele, ma lo è in modo più radicale di loro. Alla radice della cultura occidentale sta ormai la persuasione che le cose reali con cui abbiamo a che fare sono effimere. Possiamo anche tentare di accaparrarne e trattenerne presso di noi il maggior numero possibile, ma rimane comunque incontestato il fatto che non ci sono più i grandi dèi immutabili che costituiscono il senso stabile del mondo.
Il messaggio che la nostra cultura trasmette all’uomo contemporaneo, è che tutto è nulla, nel senso che tutto esce dal nulla e va nel nulla. Mi chiedo, allora, se coloro che assumono atteggiamenti psicologicamente devianti, i pazzi, i depressi, coloro che non diciamo normali, non siano, in realtà, lungimiranti. Lungimiranti perché, con il loro comportamento, traggono la conseguenza inevitabile che si deve trarre dalla visione della nullità delle cose. A ben vedere, infatti, l’incitamento a vivere per quel tanto che ci è concesso, a organizzarci il più possibile, a resistere, a darci da fare, a costruire mondi, ad attraversare le galassie, è operato sulla base di una verità di fondo per la quale tutte le cose sono nulle. Questa verità non si esprime solo attraverso la consapevolezza che non ci sono più dèi eterni, ma anche nella tesi della cosmologia astronomica secondo cui all’origine c’è un nulla iniziale e tutte le cose sono soggette ad un processo entropico di distruzione. Il messaggio inviatoci dalla nostra cultura produce ciò che Leopardi chiama la “verissima pazzia”. Tutto il resto è soltanto un tentativo di mascherare l’orrenda verità delle cose con alternative provvisoriamente devianti che non riescono a togliere dall’orizzonte dell’uomo la minaccia radicale della nullificazione che investe ormai tutto.
Leopardi è un grande maestro del nichilismo. Prendere in considerazione Leopardi è importante nella misura in cui è necessario vedere se esiste un’alternativa alla storia dell’Occidente. Se l’Occidente incomincia così come è incominciato, la filosofia dell’Occidente è quella di Leopardi. Ma la domanda decisiva, anche e soprattutto nei riguardi di questo errore puro in cui consiste Leopardi, è se non sia da mettere in questione la fede nel divenire, da cui muove l’intera civiltà occidentale e di cui Leopardi è il seguace più rigoroso.
Sulla base della fede costitutiva dell’Occidente – la fede nel divenire – è inevitabile la caduta di tutti i rimedi. L’esigenza stessa di un rimedio, sia esso rappresentato dalla filosofia, dalla religione, dalla tecnica, dalla poesia o dalla festa arcaica, è possibile solo a partire dalla fede nel divenire. Dobbiamo allora chiederci: si deve continuare a considerare la fede nel divenire come qualche cosa che sta assolutamente fuori discussione, fuori dell’ambito su cui si esercita il nostro spirito critico, oppure, essendo tale fede responsabile dell’intera storia dell’Occidente, occorre che ci si interroghi su di essa e sulla sua consistenza?

da http://www.emsf.rai.it/articoli/articoli.asp?d=36


Emanuele Severino

Giacomo Leopardi. “La ginestra”

da “Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche. L’universo della conoscenza”, intervista del giugno 1993
(trascrizione integrale della video-lezione).

tratta dal sito del professor Casanova: http://nonquidsedquomodo.altervista.org/italiano/programma-di-5/512-severino-la-ginestra-di-leopardi

Tutti avevano capito che Leopardi era un genio: lo sapeva molto bene Nietzsche, lo sapeva Schopenhauer, lo sapeva anche Wagner; e certamente, per quanto riguarda la cultura italiana, De Sanctis se n’era ampiamente accorto, e si era accorto anche dell’importanza filosofica di Leopardi. E la rivalutazione alla quale è andato incontro il pensiero filosofico di Leopardi negli ultimi tempi è consistente. Però siamo ancora lontani dal comprendere la potenza eccezionale di questo pensatore, tanto radicale da poter far sostenere legittimamente la tesi, che da parte mia da tempo sostengo, che si tratta del maggiore pensatore della filosofia contemporanea. Cioè di colui che in modo anticipato e radicale pone le basi della distruzione della tradizione occidentale, quella distruzione che poi sarà sviluppata, ma non resa più radicale, dai grandi pensatori del nostro tempo: da Nietzsche, a Wittgenstein, a Heidegger.

  1. La nullità di tutte le cose

Potremmo dire molto sinteticamente che, se Eschilo è il primo a pensare che il rimedio contro il dolore è la verità, cioè la conoscenza vera delle cose, non il mito, Leopardi è il primo a rilevare che la conoscenza della verità non può essere il rimedio del dolore, ma è la causa del dolore, perché ormai con Leopardi viene in prima luce che la verità è la nullità di tutte le cose.

Purtroppo il lavoro dei critici letterari è quanto mai meritorio, ma un poco è successo questo: che il critico letterario si è mosso nelle pagine di Leopardi senza rendersi conto che Leopardi è in un grande colloquio con i tratti essenziali del pensiero filosofico; e quindi il critico letterario, pur con i meriti che indubbiamente si devono ascrivere a questo tipo di attività culturale, ha contribuito a tenere nascosto questo grande colloquio che Leopardi ha col pensiero greco, con la grande tradizione filosofica dell’occidente. Può non essere inutile ricordare che Leopardi mostra di muoversi nel Sofista di Platone, uno dei testi più difficili del pensiero filosofico; conosce naturalmente i testi di Aristotele; sviluppa una delle critiche più radicali, pressoché ignota, del principio di non-contraddizione; sviluppa delle considerazioni, esse stesse pressoché ignote, formidabili, sul senso della matematica.

Leopardi – dicevo – per primo nella cultura occidentale mostra che la verità come visione autentica delle cose mette in luce il loro uscire dal nulla e il loro ritornare nel nulla: questi sono i grandi temi dell’ontologia greco-moderna. Se l’uomo è appartenente a questo movimento dell’uscire dal nulla e del ritornare nel nulla, allora la contemplazione di questo movimento – dice Leopardi in uno dei suoi Pensieri – è «verissima pazzia»: pazzia, perché chi guarda la propria nullità e la nullità di tutte le cose non può che essere isterilito in ogni volontà di sopravvivere, di continuare a vivere; ma è pazzia verissima, perché questa pazzia mostra come stanno effettivamente le cose.

  1. La ginestra o il fiore del deserto

Attraverso una poesia che è quanto mai nota di Leopardi, un grande canto, forse il più grande canto, che è La ginestra, mi propongo di far vedere che quanto il canto dice a suo modo (e La ginestra è scritto poco tempo prima della morte: sono gli ultimi tempi della vita di Leopardi), nei primi anni della stesura dello Zibaldone (mi riferisco al 1820) e quanto il canto fa e dice era anticipato nella prosa filosofica di Leopardi, precisamente in quella prosa che contiene l’espressione «opere di genio», e che è la chiave, a mio avviso, insieme ai passi paralleli, per comprendere l’importanza che ha il genio relativamente al rimedio contro il dolore.

Tutti sanno che il canto incomincia con l’avverbio «qui»: quando dico a qualcuno che è qui, vuol dire vicino a me, mi è vicino: il canto intende dire che la vicinanza è identità tra ciò che è qui e il cantore. Che cosa è qui? lo sappiamo tutti: il canto si rivolge al fiore del deserto, all’«odorata ginestra» (vv. 1-3),

Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,

«formidabil» vuol dire ciò che produce formido, terrore, e produce terrore perché sterminatore. E poco dopo il canto usa le parole decisive per dire che questa metafora della distruzione, che costituisce il luogo in cui noi viviamo, è la metafora di ciò che annulla: il canto dice «con lieve moto in un momento annulla» (v. 45);  e poi «con moti | Poco men lievi ancor subitamente | Annichilare in tutto» (vv. 46-48). Annichilare in tutto l’uomo: abbiamo qui le parole decisive dell’ontologia occidentale.

«Qui su l’arida schiena» non è semplicemente un’immagine poetica, ma qui nel luogo della distruzione, è in riferimento alla situazione dell’uomo: l’uomo di fronte alla fonte della distruzione, che incomincia ad essere il vulcano, l’elemento igneo del vulcano; elemento igneo che poi nel prosieguo del canto si estende fino a diventare il fuoco del cielo, e su questo fuoco del cielo vorrei poi richiamare l’attenzione.

Ma intanto: se è la ginestra che è «qui su l’arida schiena | del formidabil monte», e il testo dice una schiena «la qual null’altro allegra arbor né fiore» (v. 4), poco dopo il canto dice che è il cantore stesso a essere «qui sull’arida schiena | del formidabil monte», perché intorno al v. 160 il canto dice:

Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,           160
Seggo la notte; …

Il cantore siede là dove si trova la ginestra, siede nel luogo della ginestra, è la ginestra. Sarebbe interessante mostrare come c’è una fitta rete di riscontri in cui il canto si rivolge al cantore, e dunque il canto parla di se stesso. Si dice continuamente che quella di Hölderlin è una poesia che canta la poesia: certamente il discorso vale per Hölderlin, ma vale supremamente per questo canto, che dunque è un canto in cui il cantore si rivolge a se stesso.

È notevole come compaiano dei termini apparentemente difficili da interpretare: sempre nei primi versi del canto: «l’arida schiena | … la qual null’altro allegra arbor né fiore» (v. 4): il canto parla qui dell’assenza di ogni elemento rallegrante, là dove l’unico elemento rallegrante è il fiore del deserto, cioè il canto, cioè la poesia, se sta ferma la vicinanza-identità che abbiamo cominciato a indicare analizzando il senso della parola «qui».

Il fiore del deserto «allegra»; e poco dopo si dice che «l’odorata ginestra» è «contenta dei deserti» (vv. 6-7). Il deserto è il luogo abbandonato, il luogo della nullificazione: vuol forse dire Leopardi qualche cosa di simile a ciò che afferma Nietzsche, quando nel Crepuscolo degli idoli afferma che il super-uomo è il “sì alla vita”? Qui Leopardi non lo dice, ma non lo dice proprio perché, parlando mezzo secolo prima di Nietzsche, si pone dopo il pensiero nietzschiano e mostra l’inconsistenza su questo punto della metafisica idealistica in base alla quale Nietzsche può dire “sì alla vita”. In Nietzsche si dice “sì alla vita” (lo dice in Quel che devo agli antichi) “per essere noi stessi il piacere dell’annientamento”: ora questa frase è comprensibile, cioè che si provi piacere per l’annientamento, solo in quanto l’individuo, l’uomo si è spostato sul piano del divenire eterno, si sente identico al divenire eterno, e può guardare con piacere l’annientamento delle cose. Ma questa è appunto una metafisica super-idealistica, che Leopardi ante litteram ha tolto di mezzo: l’uomo non può identificarsi allo stesso divenire eterno, non può diventare il super-uomo che, essendo eterno come il divenire, si rallegra dell’annientamento delle cose. E quindi, quando il testo dellaGinestra dice che il fiore del deserto è «contenta dei deserti», questa affermazione vuol dire innanzitutto qualcosa di completamente diverso da quello che poi sentiamo dire a Nietzsche, ma positivamente accenna appunto al tema dal quale siamo partiti: accenna all’opera del genio.

Sono altre le espressioni apparentemente sconcertanti, perché lo scenario è terrificante, si è di fronte al nulla e alla fonte del nulla, e ci sono queste parole: «allegra», «contenta dei deserti»; e poi poco dopo si dice che essa è «di tristi | Lochi e dal mondo abbandonati amante | E d’afflitte fortune ognor compagna» (vv. 14-16); e potremmo proseguire in quei tre/quattro versi formidabili, dove sempre della ginestra si dice:

Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo            35
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola.

C’è il profumo, c’è la consolazione, c’è la commiserazione dei danni altrui.

Ecco: come prima dicevamo che e il fiore del deserto e il poeta, poiché sono lo stesso, sono entrambi di fronte al pericolo dell’annientamento, così anche qui questo amore della ginestra per i «lochi dal mondo abbandonati», questa consolazione della ginestra e questo profumo che essa emana, corrispondono all’atteggiamento che è proprio, come poi dice il canto, della nobile natura che è la nobile natura del cantore, il quale è preso da vero amore per i propri simili.

Se ci sono degli equivoci da abbandonare leggendo la Ginestra, sono proprio gli equivoci della lettura progressista di Leopardi: per un uomo, per un filosofo che sa che tutto è illusione, che non esiste alcuna verità definitiva, pensare che a questo livello di radicalità egli si lasci prendere dal mito del vero amore per i propri simili, o si vuole attribuire un’incoerenza eccessivamente vistosa a Leopardi, oppure non se n’è colto il senso.

Bisogna prepararsi a intendere il vero amore, non come fondato sull’etica, ma come fondato sulla poesia. Se si capisce questo, si comprende anche il senso dell’opera di genio: siamo ancora qualche passo indietro rispetto alla chiarificazione dell’espressione «opera di genio».

Ma vorrei richiamare l’attenzione su quel notturno che è nella Ginestra, che a chi vedeva in Leopardi il sommo lirico, ha fatto pensare che si fosse davanti a uno dei grandi squarci di poesia lirica nel discorso di Leopardi. È una lirica ambigua: se dovessimo usare delle metafore musicali, direi che questo notturno è multi-tonale (la multi-tonalità in musica vuol dire la presenza di ritmi sonori diversi, di consistenze sonore diverse, e quindi la multi-tonalità è essenzialmente ambigua). Dov’è l’ambiguità di questo, che ho chiamato il grande notturno della Ginestra? Leggendolo mi propongo di far vedere quell’amplificazione dell’elemento igneo, cioè quel distendersi del fuoco annientante, quell’oltrepassare il «bipartito giogo» del Vesuvio, e il collocarsi nella totalità del cielo, come sì luce, ma luce che è costituita da quello stesso fuoco che è la radice dell’annientamento di tutte le cose.

Certo che si può essere presi dalla potenza di quello che stiamo chiamando notturno, ma di che cosa parla questa potenza? parla della nullificazione. E d’altra parte, la nullificazione come è vista? è vista con potenza: questa visione potente della nullificazione è ciò che Leopardi chiama «opera del genio». La visione potente della nullità delle cose, la potenza con cui si vede la vanità di tutte le cose.

  1. Le opere di genio

Dice il canto:

Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,             160
Seggo la notte; e su la mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro                           165
Per lo vòto seren brillare il mondo.

Ecco: fiammeggiare, scintille, brillare, sono i termini che qualificano il fuoco. Poi prosegue ancora il canto:

E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare           170
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti                   175
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle                 180
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio …

Questo è il notturno.

Dunque è una notte riempita di luce, cioè riempita di fuoco. L’ambivalenza o la multi-tonalità di cui parlavo, è appunto – se posso ripetere – data dalla circostanza che da un lato l’animo del lettore di fronte alla potenza della descrizione della notte, se vogliamo usare un’espressione un po’ enfatica, si ingrandisce, si potenzia, si innalza; ma dall’altro lato questo innalzamento dell’ascolto, questo potenziamento dell’ascolto, è il potenziamento di un ascolto che ascolta la voce del fuoco, il potenziamento di una visione che vede la luce annientante del fuoco.

Forse abbiamo gli elementi per prendere in mano quel testo dove è contenuta l’espressione «opere del genio». È un testo del 4 ottobre 1820, che anticipa ciò che il canto fa o deve fare quando è canto autentico. Il genio – dice Leopardi – è unità di filosofia e di poesia, non più il semplice poeta che non vede il vero, perché dice la Ginestra che la nobile natura del genio non detrae nulla al vero («nulla al ver detraendo», v. 115), non è semplice filosoficità, e non è nemmeno semplice poesia; è unità di poesia e di filosofia; questo è il genio.

Tra l’altro Leopardi, che ogni parola che usava la usava consapevolmente, e cioè estremamente attento alla storia e alla potenza del linguaggio, quando pronuncia la parola genio ha in mente, sente la parola gigno: genero, produco, sono forte, cioè esplico quel tipo di forza che l’occidente oggi sente come civiltà della tecnica, come tecnica; il genio è diverso dal tecnico, ma ha la stessa natura del tecnico: è il portatore della potenza.

Ma dunque, in relazione all’ambivalenza, alla multi-tonalità del notturno, sentiamo dunque questo testo dello Zibaldone (pp. 259-261):

Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della vita, o nelle più acerbe e mortifere disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa); servono sempre di consolazione,

L’opera del genio è del genio in quanto, pur mostrando il carattere devastante del fuoco, consola con la forza con cui essa vede questa devastazione; la forza della visione si solleva al di sopra della devastazione, e questo sollevarsi, che non si lascia risucchiare dalla devastazione, ma in qualche modo dà forza e consolazione, è come un profumo che nel deserto si solleva al di sopra della nullità prodotta dal fuoco devastante. È appunto il profumo del fiore del deserto, che consola – come dice il canto – e che si porta verso il cielo, non nel senso che ci sia un cielo abitato da dèi verso i quali ci si possa rivolgere con una supplica (il canto conclude infatti dicendo che la ginestra non supplica), ma è un profumo che consola il deserto, così come appunto l’opera del genio serve sempre di consolazione. C’è un’identità anche di termini: il fiore del deserto consola; l’opera del genio è di consolazione.

E aggiunge il testo:

raccendono l’entusiasmo, e non trattando né rappresentando altro che la morte,

perché la morte è la verità delle cose, e se il genio vede la verità, non può che parlare della morte e della nullità delle cose,

le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta. […]

L’animo grande, guardando la nullità delle cose, perde la vita e appunto sprofonda verso quella «verissima pazzia» della noia, che è appunto verità, ma che insieme è disfacimento della mente, perché se la verità è il nulla, la vita è insopportabile. Il canto evita questo sprofondare nel niente, nel senso che la potenza della visione del niente rende almeno momentaneamente quella vita che aveva perduta.

Il testo ha ancora alcune espressioni che vale la pena di sentire, perché chiariscono questo concetto della potenza salvifica della forza con cui la visione del genio, la visione della nobile natura, coglie la nullità delle cose: la potenza della visione del nulla, una potenza che, in quanto tale, non si lascia risucchiare dal nulla, ma è positività, è essere, è un galleggiare provvisoriamente ancora per poco sul nulla. Dice il testo:

E lo stesso conoscere l’irreparabile vanità e falsità di ogni bello e di ogni grande è una certa bellezza e grandezza che riempie l’anima, quando questa conoscenza si trova nelle opere di genio.

Lo stare davanti al vulcano, non vedendo altro che la potenza devastante del vulcano; questo stare davanti al vulcano è lo stare del fiore-cantore: allora è profumo, è consolazione.

E lo stesso spettacolo della nullità, è una cosa in queste opere, che par che ingrandisca l’anima del lettore, la innalzi, e la soddisfaccia di se stessa e della propria disperazione. […] Ma se questo sentimento è vivo, come nel caso ch’io dico, la sua vivacità prevale nell’animo del lettore alla nullità della cosa che fa sentire,

Il lettore qui è colui che contempla l’opera del genio: può essere il genio che guarda se stesso. La vivacità del sentimento del nulla prevale sullo spettacolo che questo sentimento ha dinanzi:

e l’anima riceve vita (se non altro passeggiera) dalla stessa forza con cui sente la morte perpetua delle cose, e sua propria.

Direi che basterebbe questa pagina per fare di un pensatore un grande pensatore, anche perché un risvolto di questo tipo di considerazioni è quello che potremmo chiamare il rovesciamento dell’argomento contro lo scettico: lo scettico dice “non esiste verità”; si obietta allo scettico “dunque quello che tu dici: che non esiste verità, è la verità”. Dunque la negazione della verità è accompagnata dalla verità.

Leopardi mostra come la verità, quando è grandemente, autenticamente espressa, è inevitabilmente accompagnata dalla non-verità, e la non-verità è appunto la forza del canto, perché se tutto è illusione, se ogni positività è illusione, nel senso che si illude di permanere salva al di fuori del nulla, laddove è destinata a sprofondarsi daccapo nel nulla, se la verità è questa, e se lo sprofondare nel nulla è la verità, e allora se ogni positività è un’illusione, è illusione allora anche la forza del canto con cui il canto vede la nullità.

E quindi, se l’argomento contro lo scettico dice che la negazione della verità è necessariamente accompagnata dalla verità, cioè si presenta inevitabilmente come verità, Leopardi mostra come la verità sia necessariamente accompagnata dall’illusione. Cioè nel canto del genio la visione vera è espressa con quella forza, con quella positività, che d’altra parte, come tutte le positività, è illusione e non-verità; e d’altra parte è quella non verità da cui il genio non può separarsi, e la visione della verità non può separarsi.

Nella Ginestra, il monte sterminatore ha ai suoi piedi le città distrutte: Pompei è chiamata «scheletro», viene alla luce lo scheletro di Pompei. Quindi la situazione del fiore del deserto non è semplicemente quella dell’attualità in cui l’uomo si trova di fronte alla minaccia radicale del nulla, ma guarda al futuro, perché tutte le città, le grandi epoche, giacciono distrutte ai piedi del vulcano. È vero che il canto fa un accenno alle nuove città che si sono costituite, ma è un accenno in un contesto in cui si parla della natura «ognor verde», che vede passare le epoche, e quindi vedrà passare anche queste città attuali che sopravvivono alla grande distruzione. La metafora cioè si riferisce a un futuro in cui le possibilità della tecnica si sono già sviluppate, e hanno mostrato il loro fallimento.

Allora il fiore del deserto è la situazione in cui, dopo il fallimento del paradiso della tecnica, c’è questo, Leopardi lo chiama «quasi ultimo rifugio», che è il rifugio della poesia. Ma non è un rimedio stabile: consente all’uomo di cantare ancora per un poco, di stare ancora per un poco nella festa. La poesia si ricollega al senso originario della festa.

Ora tutto questo vale la pena di dirlo perché, se l’occidente, se la nostra cultura vuole essere coerente a se stessa, non può che dire quello che dice Leopardi; Leopardi non è una stravaganza all’interno della nostra cultura: Leopardi è pessimista tanto quanto lo sono i Padri della chiesa, Hegel, Aristotele. È pessimista come loro, ma più radicalmente di loro, perché alla base di tutta la nostra cultura sta questa persuasione: ormai le cose reali con cui noi abbiamo a che fare sono effimere; possiamo sì tentare di accaparrarle il più possibile, di trattenerle il più possibile presso di noi; per esempio maggiore, non ci sono più i grandi dèi che stanno eterni e che costituiscono il senso stabile del mondo, così come in Eschilo viene potentemente alla luce: tutti gli dèi della tradizione sono perenni.

Allora il messaggio che trasmette la nostra cultura all’uomo contemporaneo è che tutto è nulla, nel senso che tutto esce dal nulla e tutto va nel nulla. Da questo punto di vista, quando noi consideriamo quegli atteggiamenti su cui ama intrattenersi la psicopatologia, gli atteggiamenti psicologicamente devianti: i pazzi, i depressi, coloro che noi non diciamo normali, costoro sono devianti, o non dobbiamo dire piuttosto che sono lungimiranti? Lungimiranti perché traggono col loro comportamento la conseguenza inevitabile che si deve trarre dalla visione della nullità delle cose.

È chiaro che ci può essere l’incitamento a vivere, a vivere per quel tanto che ci è concesso, a organizzarci il più possibile, a resistere, a darci da fare, a costruir mondi, a attraversare le galassie. Ma questo incitamento è operato su una base in cui la verità di fondo è la nullità di tutte le cose: non ci sono più dèi eterni, quindi nelle cose reali – lo dice anche la cosmologia astronomica – c’è un nulla iniziale, poi c’è un processo entropico di distruzione delle cose.

Il messaggio che ci dà la nostra cultura è quello che produce ciò che Leopardi chiama la «verissima pazzia»; tutto il resto è il tentativo di mascherare la verità orrenda delle cose con veli, con alternative provvisoriamente devianti, che non riescono a togliere dall’orizzonte dell’uomo la minaccia radicale della nullificazione che ormai investe tutto.

 

Emanuele Severino – Il destino della tecnica

Emanuele Severino – Il destino della tecnica.

MATER TERRA: Letture da Esiodo, Lucrezio, Virgilio, Seneca, Goethe, Nietzsche, Schmitt. Interpretazione: Monica Guerritore e Roberto Herlitzka. Commentano: Massimo Cacciari e Cornelia Isler-Kerényi

Centro Studi “La permanenza del Classico”- Università di Bologna, Dipartimento di Filologia Classica e Medioevale.
“Madri” (2007).
Giovedì 10 maggio 2007.
“Mater terra”
Commentano: Massimo Cacciari e Cornelia Isler-Kerényi.
Letture da Esiodo, Lucrezio, Virgilio, Seneca, Goethe, Nietzsche, Schmitt.
Interpretazione: Monica Guerritore e Roberto Herlitzka.
Fonte video: sito internet Università di Bologna.

Giacomo Leopardi, ALLA LUNA, recitata da Carmelo Bene

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
0 mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!

Emanuele Severino parla di EDUCARE AL PENSIERO, a cura di Sara Bignotti, Editrice La Scuola, 2012, intervista di Maria Giovanna Farina

Maria Giovanna Farina scrive su http://www.laccentodisocrate.it/

Qui la scheda del libro edito dalla editrice La Scuola e curato da Sara Bignotti: http://www.lascuola.it/index.php?i_tree_id=26&plugin=news&i_category_id=5&i_news_id=363

 

Emanuele Severino, Verità e natura umana, Festival della filosofia 2011, Video e Audio

Emanuele Severino, SUL SACRO. Audio in occasione del Premio Alessandro Manzoni, Lecco (provincia di Como), 26 ottobre 2012

Emanuele Severino sul SACRO: 

  • per ascoltare l’Audio clicca su: 

Emanuele Severino, SUL SACRO, Lecco 26 ottobre 2012

Qui, in formato dbf, la bella

DISPENSA della giornalista/filosofa  Vera Fisogni  

connessa all’articolo “Severino e Manzoni: dialogo a distanza alLa ricerca del  Sacro”, pubblicato sulla Provincia di Como e di Lecco del 26 ottobre 2012, pagg 42-43

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Questo ricordo è associato al  mio Diario dell’intero pomeriggio:

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Premio Alessandro Manzoni a Emanuele Severino e Boris Pahor, in un piovoso pomeriggio a Lecco il 26 ottobre 2012

Leggendo le velate critiche della stampa locale (in particolare resegoneonline, probabilmente influenzato dalle gerarchie cattoliche ) cresce il mio apprezzamento per la intellettualmente coraggiosa giuria che ha assegnato il premio per la carriera ad Emanuele Severino.

Inoltre la giornata, che ho vissuto personalmente, è stata particolarmente toccante per il racconto della esperienza biografica e storica di Boris Pahor, che ha parlato delle persecuzione subita dagli sloveni e su cui solo da poco tempo  si sta sollevando il telo della colpevole dimenticanza.

Ho registrato i vari interventi dell’indimenticabile pomeriggio

1 la motivazione per il premio a Emanuele Severino: MotivazioniPremioSeverino

2. Emanuele Severino sul SACRO: SeverinoSacro26ott12

3. Lettura di Boris Pahor da Figlio di nessuno, Rizzoli 2012PahorLettura1

4. Motivazioni per i premio a Boris Pahor: motivazioniupremiopahor

5. Seconda lettura di Boris Pahor: PahorLettura2

6. Intervento di Boris Pahor: PahorIntervento1

7. Cristina Battocletti, che ha raccolto la testimonoianza di Pahor: BattoclettiPahor

8. Paolo racconta l’emozionante pomeriggio a Lecco: Paolo26Ottobre12

Qui la bella Dispensa della giornalista/filosofa Vera Fisogni (da la Provincia di Como e Lecco del 26 ottobre) ad Emanuele Severino

Ottavo premio al Romanzo Storico a Boris Pahor e premio alla Carriera a Emanuele Severino. Due grandi personalità che nel pomeriggio di venerdì presso la Casa dell’Economia di via Tonale hanno ricevuto i due riconoscimenti, entrambi parte del Premio Internazionale Alessandro Manzoni – Città di Lecco.

Articoli della stampa locale:

Manzoni, il Sacro, l’eternità Le riflessioni del filosofo EMANUELE SEVERINO raccolte da Vera Fisogni, in La Provincia di Como e di Lecco, in occasione del Premio Internazionale Alessandro Manzoni di Lecco (26 ottobre 2012) (Testo registrato e trascritto a Brescia, l’11 ottobre 2012)

vai a: Manzoni, il Sacro, l’eternità Le riflessioni del filosofo EMANUELE SEVERINO, nella trascrizione del dialogo con La Provincia, in occasione del Premio Internazionale Alessandro Manzoni di Lecco (26 ottobre 2012) (Testo registrato e trascritto a Brescia, l’11 ottobre 2012)

EMANUELE SEVERINO, SCIENZA E TECNICA TRA VOLONTÀ DI POTENZA E ASCOLTO DEL. ‘SOTTOSUOLO, Science & Democracy, 2012

sul sito noesis di Bergamo è pubblicato il programma del corso di filosofia dell’anno 2012-2013

Corso di filosofia anno XX 2012-2013

Vedi Programma del Corso 

da Noesis.

lezioni magistrali della VII edizione del Festival Filosofi lungo l’Oglio, che si è svolta dal 6 giugno al 23 luglio 2012, sull’emittente bresciana Teletutto, fino a domenica 10 febbraio 2012

L’Associazione culturale Filosofi lungo l’Oglio e il suo Consiglio Direttivo unitamente al Comitato scientifico del Festival Filosofi lungo l’Oglio sono lieti di comunicare che, da domenica 28 ottobre, a partire dalle ore 21 , sull’emittente bresciana Teletutto, fino a domenica 10 febbraio 2012, sempre alla medesima ora, andranno in onda le lezioni magistrali della VII edizione del Festival Filosofi lungo l’Oglio, che si è svolta dal 6 giugno al 23 luglio 2012.

Dignità è il tema attorno al quale hanno riflettuto, dinnanzi a un pubblico in costante aumento, figure eminenti del pensiero contemporaneo: da Andrea Tagliapietra a Marc Augé, da Giovanni Ghiselli a Maria Rita Parsi, da Paolo Becchi a Luigi Zoja, da Massimo Donà a Eberhard Schockenhoff, da Marco Vannini a Remo Bodei, da Bernhard Casper – insignito della I edizione del Premio Internazionale di Filosofia/Filosofi lungo l’Oglio. Un libro per il presente – a Michela Marzano, da Salvatore Natoli a Stefano Semplici fino a Piero Coda. La Kermesse – posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con il Patrocinio del MIBAC, della Prefettura di Brescia, della Consigliera Nazionale di Parità della Provincia di Brescia, dell’Assessorato all’Istruzione, Formazione e Cultura della Regione Lombardia, delle Province di Brescia e Cremona, dei Parchi Oglio Nord e Sud nonché degli enti ospitanti e in partnership con la Fondazione Movimento Bambino – ha toccato i seguenti Comuni: Brescia, Brandico, Castrezzato, Chiari (Fondazione Morcelli Repossi), Orzinuovi, Orzivecchi, Ostiano, Pompiano, Soncino, Villachiara, Barbariga, Cortefranca, Corzano, Erbusco, Travagliato. Qui di seguito vengono riportati i titoli delle quindici lezioni magistrali:

  •  28/10/2012 ANDREA TAGLIAPIETRA Natura della dignità e dignità della natura– Brandico (Bs)
  • 04/11/2012 MARC AUGÉ Degno, indegno – Erbusco (Bs)
  • 11/11/2012 GIOVANNI GHISELLI  La dignità degli eroi – Barbariga (Bs)
  • 18/11/2012 MARIA RITA PARSI   Dignitoso come un bambino – Nigoline di Cortefranca (Bs)
  • 25/11/2012 PAOLO BECCHI  Il duplice volto della dignità umana – Orzivecchi (Bs)
  • 02/12/2012 LUIGI ZOJA   Scomparsa del prossimo – Orzinuovi (Bs)
  • 09/12/2012 MASSIMO DONA Dignità e identità: quale dignità per quale soggetto? – Castrezzato (Bs)
  • 16/12/2012 EBERHARD SCHOCKENOFF  Comprendere la dignità umana – Chiari (Bs)
  • 23/12/2012 MARCO VANNINI Nobiltà – Ostiano (Cr)
  • 30/12/2012 REMO BODEI Il prezzo della dignità – Brescia
  • 06/01/2013 BERNHARD CASPER Dignità e responsabilità. Una riflessione fenomenologica – Travagliato (Bs)
  • 13/01/2013 I Edizione del Premio Internazionale di Filosofia/Filosofi lungo l’Oglio. Un libro per il presente. Proclamazione del vincitore BERNHARD CASPER – Iseo (Bs)
  • 20/01/2013 MICHELA MARZANO Dignità e vulnerabilità – Corzano (Bs)
  • 27/01/2013 SALVATORE NATOLI  Dignità e rispetto: l’obbligo di renderlo, il dovere di meritarlo – Villachiara (Bs)
  • 03/02/2013 STEFANO SEMPLICI  E’ possibile una bioetica condivisa? – Gerolanuova di Pompiano (Bs)
  • 10/02/2013 PIERO CODA Dignità e libertà religiosa. La lezione del Concilio Vaticano II – Soncino (Cr)

Le trasmissioni andranno in onda sul canale 12 (Teletutto, numerazione automatica sul telecomando) alle ore 21. Auguriamo ai nostri spettatori sensibili e a chiunque fosse interessato una felice visione.

In memoria di Joseph Brodskij – Mark Strand

Si potrebbe dire, anche qui, che ciò che rimane dell’io si srotola in una luce che si perde e si assottiglia come polvere e si dirigeverso un luogo dove conoscenza e nulla trasmutano uno nell’altro e si attraversano;che si muove, srotolandosi ancora , oltre la volta della fulgida intelligenza conclusa, e continua verso un luogo che può non essere mai trovato, dove l’indicibile, infine, ancora una volta è proferito, ma piano,in fretta come uno scroscio di pioggia che scorre nel sonno, che uno immagina scorra nel sonno. Ciò che rimane dell’io si srotola e si srotola, perché nessuno dei confini tiene – né quello confuso fra noi, né quello che cade fra il tuo corpo e la tua voce, Joseph,caro Joseph, quegli improvvisi richiami del tuo essere stato – i luoghie i momenti la cui vita più piena è stata quella che tu hai donato loro- ora sembranocome spettri al tuo seguito . Ciò che rimane dell’io si srotolaal di là di noi, per i quali il tempo è solo una misura del frattantoe il futuro non più di un eccetera, eccetera …..ma rapido e per sempre.

In Memory of Joseph BrodskyIt could be said, even here, that what remains of the self Unwinds into a vanishing light, and thins like dust, and headsTo a place where knowing and nothing pass into each other, and through;That it moves, unwinding still, beyond the vault of brightness ended,And continues to a place which may never be found, where the unsayable,Finally, once more is uttered, but lightly, quickly, like random rainThat passes in sleep, that one imagines passes in sleep.What remains of the self unwinds and unwinds, for noneOf the boundaries holds – neither the shapeless one between us,Nor the one that falls between your body and your voice. Joseph,Dear Joseph, those sudden reminders of your having been – the placesAnd times whose greatest life was the one you gave them – now appearLike ghosts in your wake. What remains of the self unwindsBeyond us, for whom time is only a measure of meanwhileAnd the future no more than et cetera et cetera … but fast and forever

 

da   http://www.scribd.com/doc/110578008/In-Memoria-Di-Joseph-Brodskij-Mark-Strand-b

Armando Torno su: EDUCARE AL PENSIERO di Emanuele Severino, a cura di Sara Bignotti, editrice La Scuola

libro-intervista a Emanuele Severino dal titolo Educare al pensiero (pagine 162, 9). Curato da Sara Bignotti, responsabile editoriale della Morcelliana, il volume è diviso in tre parti e affronta i temi della pedagogia e dell’ educazione tradizionali, ma trasformati radicalmente alla luce delle categorie filosofiche care a Severino. Il pensatore, dopo una perplessità lunga un anno, ha accettato l’ invito. Ci ha confidato in proposito: «Dal punto di vista glottologico la parola “educare” (da cui “educazione”) è molto lontana dalla parola “pedagogia”. Tuttavia “educare” proviene dal latino e-ducere, “trar fuori, condurre fuori”; e anche in tedesco la parola Er-ziehung (“educazione”) alla lettera significa “trar fuori”. Da che cosa? Da uno stato di carenza, di povertà, di pochezza, insomma di mancanza. Ora, la parola “pedagogia” è costruita sulla parola greca páis (“fanciullo”). Ma páis è, dal punto di vista linguistico, strettamente imparentato alla voce paus, sulla quale si costruiscono parole come pauros (“povero”), pausis (“pausa”), a cui il latino risponde con parole come paucus (poco), pauper (povero). Ma questa povertà e pochezza è, appunto, quella condizione iniziale da cui l’ e-ducere, a cui facevo riferimento prima, trae fuori». Tutta questa riflessione linguistica a cosa mira? Severino risponde: «La forma fondamentale dell’ e-ducere, nella civiltà occidentale, è il “trar fuori da sé” il mondo, da parte di Dio. Dio fa uscire il mondo dalla sua originaria nullità (nella formula teologica: ex nihilo sui, cioè “dal nulla del mondo”). Tutta l’ azione educativa e pedagogica dell’ Occidente ripropone nel rapporto tra docente e discente questa fondamentale impostazione metafisico-teologica e concepisce l’ educare come un trar fuori l’ umano dalla povertà e pochezza dell’ iniziale condizione quasi animale in cui si trova l’ educando (il pais)». A questo punto – il lettore se ne sarà accorto – siamo al centro della filosofia di Severino, laddove si avverte che lo sforzo educativo riflette l’ azione creatrice di Dio. Ma questo implica la nota conclusione di Severino, per la quale l’ estrema «Follia» è credere che una qualsiasi cosa, anche la più irrilevante, provenga dal nulla e vi ritorni. Il filosofo aggiunge, illustrando l’ itinerario percorso nel libro: «Appunto per questo l’ intervista Educare al pensiero è, come abbiamo prima rilevato, la trasformazione radicale del senso che è stato sempre dato alla pedagogia e all’ educazione. Il “pensiero” al quale si tratta di educare, infatti, è proprio la negazione del valore dell’ educazione in quanto Follia dell’ e-ducere le cose e l’ umanità dal niente e da quel niente che è la povertà della condizione iniziale dell’ essere umano». A questo punto chiediamo a Severino come si concilia tutto questo con il titolo della seconda parte dell’ intervista Educare alla tecnica. Il compimento del nichilismo. La sua risposta non si fa attendere: «Aspettavo questa domanda, del tutto pertinente. La tecnica è diventata, sul Pianeta, la forma suprema dell’ e-ducere le cose dal nulla (produzione, trasformazione, invenzione, manipolazione) con le corrispettive forme di distruzione. Analogamente Dio, alla fine dei tempi, dopo averlo fatto essere, annienta il creato. Non è possibile per ora saltar fuori dalla dominazione della tecnica (che ha sì sostituito quella di Dio, ma nemmeno essa ha l’ ultima parola). All’ interno di questo dominio l’ educazione non può essere che il condurre l’ uomo a favorire la crescente potenza della tecnica. È vero, è l’ educare all’ Errore estremo, alla Follia estrema, al nichilismo, ma è necessario che l’ errore e la Follia e il nichilismo si facciano innanzi in tutta la loro concretezza proprio per essere oltrepassati dal non-errore, dalla non-Follia e dal non-nichilismo, ossia da ciò che chiamo “Destino della verità”. Senza l’ apparire dell’ errore e degli erranti, la verità è impossibile. Tra l’ altro questa educazione all’ errore è la Grande Politica, che le politiche mondiali di destra e di sinistra non sono ancora capaci di realizzare». Severino, dopo Educare al pensiero per La Scuola, pubblicherà in autunno presso Rizzoli un saggio sul futuro del capitalismo e, alla fine dell’ anno, da Adelphi, una nuova indagine sul senso del nulla.

da   Severino, educare alla verità.

Fausto Paravidino, IL DIARIO DI MARIAPIA, al Teatro Franco Parenti di Milano, dal 10 al 17 Ottobre 2012

Fausto Paravidino, Il diario di Mariapia

al Teatro Franco Parenti di Milano, dal 10 al 17  Ottobre 2012

Recita la sintesi proposta dal programma del Teatro Franco Parenti:

“da uno dei pochissimi italiani rappresentati dalla Comédie Francaise, una commedia chetrasforma il dolore di una storia comune e personale, quella della malattia terminale di sua madre, in una vittoria sul tabù della morte.”

Una scarna scenografia riempita dallo spessore degli sguardi, dei silenzi, dei sussurri, delle esitazioni, dei sorrisi, dell’amore.

Così sul palco – al centro Mariapia che vive il suo ultimo tratto – si rincorrono i diversi protagonisti che accompagnano questa vicenda, rappresentati da Fausto Paravidino e Iris Fusetti, che oltre ad essere se stessi, diventano man mano parenti, medici, operatori che si avvicendano intorno al letto della malata.

Fausto, da figlio qual è veramente anche nella realtà, diventa lo zio Cesare, fratello di Mariapia, incapace di accostare il dolore e perennemente concentrato sull’ora dei pasti.

Inoltre, con cappello e bastone, si trasforma nel vicino di camera che, con una lapidaria battuta sottolinea alla morente, circondata dai figli in un momento di lucida ilarità, che lì “c’è gente che soffre”.

Iris, compagna di Fausto, impersonifica Marta, infantile e immatura secondogenita di Mariapia che, ancora sconvolta dalla perdita del padre, trova nell’impegno universitario il falso alibi per mantenere una non troppo coinvolgente distanza da quel letto di agonia.

Veste pure i panni della rispettata dottoressa Varese, integerrima oncologa ma rincuorante terapeuta di Mariapia alla quale spiega l’origine della sua sorprendente stanchezza: la fatigue.

Iris, ancora, gioca il ruolo dell’insulsa e svicolante fisioterapista alle prese con l’ineluttabilità di un corpo in precipitoso decadimento, di cui decanta con falsi complimenti un inesistente miglioramento.

Al centro lei, Mariapia (nella magistrale recita di Monica Samassa) e le sue parole. Una voce sommessa che cerca di catturare i pensieri sfuggenti per consentire a Fausto di scriverli e consegnarli al mondo, così come le ha suggerito l’oncologa.

Parole che si ripetono mentre sfumano nella fatigue: il rullo compressore, il mare d’ovatta,l’inutilità delle “corse” della vita, il tempo perso a studiare Rifkin, il “non sentire niente”. Ripetizioni che si accavallano, confusioni della memoria che a sprazzi ritorna e mescola nomi e ruoli delle persone amate, luoghi e sapori di tempi lontani, mentre la penna di Fausto scorre veloce sulle pagine del quaderno che si riempie giorno dopo giorno.

E se lo zio Cesare rimane interdetto e fatica a ricollocare i nomi che Mariapia rievoca, Fausto accetta e interroga la madre su ciò che sente, riconducendola lentamente dal baratro depressivo al sorriso dei riccioli delle guglie e dei rotolini dietro le orecchie.

Fausto che è lì, per se stesso, per la sorella che abbraccia e conforta, per la madre che sta morendo, per fermarsi di scrivere quando non ci sono più parole e per interrompere di dar da mangiare a quel corpo che, stando alle parole dei medici, avrebbe dovuto cessare di vivere già da tempo.

Una morte in diretta?

No, non è questo ciò che accade, quanto piuttosto la rappresentazione della rarefatta visione di una storia sprofondata nel mare d’ovatta, dove però galleggiano e riaffiorano i volti più amati, quelli che la fatigue non riesce ad annullare.

Morte in diretta? No. Il volto di Mariapia sorride mentre guarda Fausto e Marta. Ci si attenderebbe l’ultimo respiro e invece improvvisamente Mariapia si eleva con un balzo sul proscenio, tenendo per mano i figli, mentre gli spettatori , sorpresi, indugiano qualche istante prima di scoppiare in un commovente applauso che richiamerà alla ribalta per quattro volte gli attori.

Vai anche alla intervista (video ed audio)  di Daria Bignardi a Fausto Paravidino (Invasioni barbariche del 30 marzo 2012)

Testo e regia Fausto Paravidino
con Monica SamassaIris Fusetti, Fausto ParavidinoProduzione Fondazione Teatro Regionale Alessandrino

Durata 98 minuti
Fausto Paravidino, trentasei anni,fuori classe della scena,attore, regista e autore,

è uno dei pochissimi italiani rappresentati

alla Comédie Française.Il diario di Maria Pia è una commedia

che trasforma il dolore di una storia comune e personale,

quella della malattia terminale di sua madre, in una vittoria sul tabù della morte,

che ci commuove e sorprendentemente ci diverte.

Una festa del teatro che comincia con Shakespeare,

alla ricerca del senso della vita, e diventa una sfida alla recitazione,

con Fausto Paravidino

Iris Fusetti impegnati, oltre che nel ruolo di se stessi,

anche in quello di medici e parenti,

Monica Samassa, elogiatissima, in quello della madre.