PASSATO, di Vincenzo Cardarelli

I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m’appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapido!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.

Essere Sopravvissuti – riApparire | di Simona Rinaldi, kolonistuga

Brani dal Poema di Parmenide “Sulla natura” e due interventi di Hans-Georg Gadamer ed Emanuele Severino, che unisce idealmente Parmenide ad Einstein

viaBrani dal Poema di Parmenide “Sulla natura” e due interventi di Hans-Georg Gadamer ed Emanuele Severino, che unisce idealmente Parmenide ad Einstein.

Buon 2012 e Buon futuro, alla insegna della Polis, Paolo Ferrario e Luciana Quaia, nella notte del 31 dicembre 2011

Continua il tempo della crisi e, proprio per questo, il 2012 sarà più che mai centrato sulle risorse della Polis, ossia sul vincolo del “tenersi assieme”, perché nessuno può farcela da solo.

E, dunque, questi saranno auguri tutti sotto il segno della Polis.

Gli ultimi mesi dell’anno hanno mostrato sulla scena pubblica una Italia satura di Io divisi.

Il solo progetto di una riforma delle pensioni fondata sulla equità generazionale (conservare il decrescente risparmio previdenziale dei giovani lavoratori e non consumarlo tutto per le pensioni attuali) ha mobilitato i sindacati, che ormai tutelano solo chi il lavoro lo ha già, contro questa tardiva e necessaria riforma transgenerazionale.

E in quale considerazione vengano tenuti i giovani e le giovani è simbolicamente testimoniato da questa registrazione (per fortuna espressiva solo di una parte della cultura degli italiani):

In un orizzonte fosco e malmoso, tuttavia, si è manifestato un segno di speranza sostenuto dal “grande vecchio” (tutt’altro che Senex) Giorgio Napolitano.

Il Governo Monti, come ci ricorda Massimo Cacciari, è “politicus maxime” per tre essenziali motivi: perché governo del Presidente, secondo la lettera costituzionale; perché accetta le difficoltà sistemiche delle istituzioni di fronte alla crisi; perché manifesta in modo incontrovertibile il fallimento delle due coalizioni che si sono finora affrontare sulla scena politica italiana.

Il 2012 imporrà a ciascuno cambiamenti molecolari nella vita psichica e nelle relazioni interpersonali.

L’augurio è di viverlo nel quadro prospettico anticipato anni fa da Alberto Melucci, del quale ricorre il decennale della morte ma che qui si rivela “eterno”:

“Non esiste più un ancoraggio stabile ai criteri e ai valori che guidano le nostre scelte se non quello che possiamo produrre insieme, riconoscendone il carattere costruito e i confini temporali. Per gli individui come per le collettività si tratta di accettare di esistere a termine e di poter cambiare. E’ il tema della metamorfosi, della capacità di mutare forma, anche come condizione per la convivenza.

Una simile scelta può riannodare tutti i fili che ci legano alla specie, ai viventi e al cosmo. Ciascuno può riconoscere allora la sua parte di responsabilità verso il destino del genere umano e verso le generazioni future. Ma anche ritrovare il rispetto per le altre specie viventi e per l’universo di cui l’uomo è parte (da Il gioco dell’Io, Feltrinelli, 1991, pag. 134-135)

BUON 2012

E BUON FUTURO

Paolo Ferrario e Luciana Quaia

nella notte del 31 dicembre 2011

Lentamente muore, di Martha Medeiros, Lettura di Nando Gazzolo

Nando Gazzolo legge “Lentamente muore” (titolo originale “A Morte Devagar”) scritta nel 2000 da Martha Medeiros, giornalista e scrittrice brasiliana. Questa poesia viene erroneamente attribuita dal web a Pablo Neruda.

“Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e chi non cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero sul bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno.

Lentamente muore chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

IOSIF BRODSKIJ: letture di Domenico Pelini

TOMAS TRANSTROMER: letture di Domenico Pelini

http://www.youtube.com/watch?v=CpFJVziNdto&feature=uploademail

Biografia e libri della poetessa Marisa Zoni (1935-2011)

Marisa Zoni (1935-2011) è stata una poetessa italiana nata a Castel San Pietro Terme, in provincia di Bologna. Ha vissuto a Bologna e ha insegnato lettere per circa quarant’anni tra il nord e il centro Italia.

La sua produzione poetica è stata significativa nell’ambito della letteratura italiana contemporanea.

Tra le sue opere si ricorda “La scarpinata” (Mondadori, 1967) tra altri libri di poesie, e ha lavorato anche con importanti figure come Paolo Volponi e Lalla Romano.

È nota per un linguaggio poetico ricco e personale e ha mantenuto un ruolo rilevante nel panorama culturale fino alla sua morte a 75 anni circa nel 2011.

Insegnante di lettere per tutta la vita, Marisa Zoni ha percorso con la sua poesia uno spazio espressivo originale, e il suo lavoro è oggetto di studi e ricostruzioni da parte di studiosi e amici, come riportato in ricordi e raccolte dedicate a lei.

Il primo libro di poesie risale al 1959, “Testa o croce del soldone” e la sua attività letteraria ha avuto una lunga durata nel tempo.

Queste informazioni offrono un quadro biografico essenziale di Marisa Zoni, evidenziando la sua nascita, attività professionale e contributo alla poesia italiana del Novecento.nuovo-opac.sbn+6

  1. https://nuovo-opac.sbn.it/c/opac/autori/view?groupId=20122&id=RAVV031476
  2. https://www.peacelink.it/marenostrum/a/14999.html
  3. https://www.abebooks.it/scultore-carta-Poesie-Marisa-Zoni-Logogrifi/9310096315/bd
  4. https://traccesent.com/2018/09/10/in-ricordo-di-marisa-zoni-1935/
  5. https://www.satisfiction.eu/addio-a-marisa-zoni/
  6. https://www.noidonne.org/articoli/le-parole-che-incidono-la-carta-00235.php
  7. https://antemp.com/2025/11/11/marisa-zoni-fra-qualche-anno-1966/
  8. https://www.ebay.it/itm/115413879694
  9. https://www.facebook.com/Poesia2.0/photos/marisa-zoni/465357433503559/
  10. https://traccesent.com/category/autori/zoni-marisa/

Le opere principali di Marisa Zoni con le rispettive date di pubblicazione sono:

  • “Testa o croce del soldone” (1959), suo primo libro di poesie.
  • “La scarpinata” (1967), pubblicato da Mondadori.
  • “Lo scultore di carta” (1975), opera composta da 46 poesie.
  • “Come un metallo o un tamburo” (1999), pubblicato da Manni Editore.
  • “Tu paria dai mille occhi” (2004), pubblicazione che raccoglie i suoi ultimi lavori inediti.

Queste opere rappresentano alcuni dei contributi più significativi di Marisa Zoni alla poesia italiana contemporanea, con una produzione che copre diversi decenni e mostra l’evoluzione del suo stile poetico.lin+4

  1. https://www.lin.it/libri-autore/marisa-zoni.html
  2. https://www.lafeltrinelli.it/scultore-di-carta-libri-vintage-marisa-zoni/e/2560031014028
  3. https://www.bibliomo.it/SebinaOpac/query/baldassini%20l?context=catalogo
  4. https://www.ebay.it/itm/297481282130
  5. https://www.mondadoristore.it/autore/marisa-zoni/c/00034891
  6. https://traccesent.com/2018/09/10/in-ricordo-di-marisa-zoni-1935/
  7. https://www.ibs.it/libri/autori/marisa-zoni
  8. https://traccesent.com/category/autori/zoni-marisa/
  9. https://www.pendragon.it/catalogo/manufacturers/marisa-zoni.html?tmpl=component
  10. https://www.abebooks.it/scultore-carta-Poesie-Marisa-Zoni-Logogrifi/9310096315/bd
  11. https://antemp.com/2025/11/11/marisa-zoni-fra-qualche-anno-1966/

Kaseniya Simonova, Sand animation

Domenico Pelini legge LA PAROLA di Vladimir Nabokov

Lettura tratta da “Una Bellezza Russa”Adelphi editore su musica di Arvo Part (Spiegel im Spiegel)

Nella biblioteca di Emanuele Severino, in La Banda del Book, Rai5

vai a: Video Rai.TV – Rai5 – Emanuele Severino.

L’Annunciazione di Rainer Maria Rilke nella traduzione di Giaime Pintor, con musica di Alejandro Fasanini e voce di Domenico Pelini

CICERONE, Cato Maior, De Senectute

CICERONE, Cato maior, de senectute

(a cura di DIEGO FUSARO)


I 1 «O Tito, se ti aiuto e ti libero dell’angosciache ora, confitta nel cuore, ti brucia e ti tormenta, che ricompensa avrò?» Posso davvero rivolgermi a te, Attico, con gli stessi versi con cui a Flaminino si rivolge «quell’uomo non di grandi ricchezze, ma pieno di lealtà» anche se sono sicuro che, diversamente da Flaminino, non «ti agiti così, Tito, giorno e notte».

Conosco la misura e l’equilibrio del tuo animo e so che da Atene non hai riportato solo il tuo soprannome, ma anche cultura e saggezza. E tuttavia sospetto che, talvolta, ti assillino molto gravemente i problemi che travagliano anche me. Consolarsi da essi è impresa assai ardua e da differirsi ad altro momento.

Ora, invece, mi è sembrato opportuno comporre per te qualcosa sulla vecchiaia. 2 Del peso, comune a entrambi, della vecchiaia che già abbiamo addosso o almeno si avvicina a grandi passi intendo alleviare me e te, benché sia sicuro che, come ogni evento, la sopporti e la sopporterai con equilibrio e ragionevolezza. Ma quando avvertivo il desiderio di scrivere qualcosa sulla vecchiaia, eri tu che ti presentavi alla mia mente, degno di un dono che potesse giovare all’uno e all’altro di noi, in comune. Davvero la stesura di questo libro è stata per me così piacevole che non solo ha cancellato tutte le noie della vecchiaia, ma ha reso la vecchiaia persino dolce e piacevole. Mai, dunque, si potrà lodare abbastanza degnamente la filosofia che permette, a chi la segue, di vivere ogni stagione della vita senza noie.

3 Su altri argomenti molto ho detto e molto dirò. Questo libro sulla vecchiaia lo dedico a te. Ho attribuito l’intero discorso non a Titono, come fa Aristone di Ceo – ci sarebbe del resto poca autorità in una leggenda -, ma a Marco Catone il vecchio, per dare maggiore autorità alla dissertazione. Vicino a lui immaginiamo Lelio e Scipione pieni di stupore perché sopporta la vecchiaia con tanta serenità e Catone intento a rispondere loro. Se ti sembrerà che discuta con più cultura di quanto non sia solito fare nei suoi libri, attribuiscilo alla letteratura greca di cui, com’è noto, fu accanito studioso da vecchio. Ma perché dilungarmi? Ormai il discorso di Catone in persona illustrerà appieno la mia idea della vecchiaia.

II 4 SCIPIONE. Spesso mi sono stupito insieme a Caio Lelio, qui con me, della tua saggezza eccellente in tutte le cose, o Marco Catone, e perfetta, ma soprattutto del fatto che non mi hai mai dato la sensazione di vivere la vecchiaia come un peso. Eppure essa risulta così odiosa alla maggior parte dei vecchi che, a sentirli, sosterrebbero un carico più pesante dell’Etna.

CATONE. Non è davvero un’impresa difficile, cari Scipione e Lelio, quella di cui sembrate stupirvi. Chi infatti non abbia dentro di sé risorse per vivere bene e felice subisce il peso di tutte le età; chi invece trae da se stesso ogni bene non può considerare un male quel che necessità di natura impone. La vecchiaia fa parte di queste cose più delle altre. Tutti desiderano raggiungerla, ma, una volta raggiunta, la investono di accuse: tanta è l’incoerenza e l’assurdità della stoltezza! Dicono che si insinui prima di quanto pensassero. Primo: chi li ha indotti a credere il falso? Forse che la vecchiaia subentra furtiva alla giovinezza più rapidamente di quanto la giovinezza subentri furtiva all’infanzia? Secondo: come può la vecchiaia essere per loro meno pesante se avessero ottocento anni anziché ottanta? Quando infatti gli anni passati, per lunghi che siano, sono volati via, non c’è consolazione che possa mitigare la vecchiaia degli stolti. 5 Perciò, se siete soliti stupirvi della mia saggezza – possa essere degna del vostro giudizio e del mio soprannome! – sono saggio in questo: seguo la natura, ottima guida, come se fosse un dio e le obbedisco; non è verosimile che essa abbia descritto bene tutte le altre parti della vita per poi buttare giù l’ultimo atto, come un poeta senz’arte. Ma era pur necessario che esistesse qualcosa di ultimo, qualcosa, per così dire, di vizzo e sul punto di cadere, per maturità compiuta, come accade ai frutti degli alberi e ai prodotti della terra. Il saggio deve sopportare questa realtà con condiscendenza: la lotta dei Giganti contro gli dèi che altro è se non una ribellione contro la natura?

6 LELIO. Ebbene, Catone, sarà per noi un grandissimo piacere – e lo dico anche a nome di Scipione – se impareremo da te, molto tempo prima, come poter affrontare nel migliore dei modi il peso crescente degli anni, poiché speriamo, o almeno ci auguriamo, di diventare vecchi.

CATONE. Va bene, lo farò, Lelio, soprattutto se, come dici, sarà un piacere per tutt’e due.

LELIO. Vorremmo davvero vedere, se non ti rincresce, Catone, come sia questo luogo cui sei giunto, dopo aver percorso, per così dire, una lunga strada, la stessa che si dovrà intraprendere anche noi.

III 7 CATONE. Farò del mio meglio, Lelio. Spesso, infatti, mi sono trovato in mezzo alle lamentele dei miei coetanei – come dice un antico proverbio «il simile si accompagna più facilmente al simile» – . Come Caio Salinatore, come Spurio Albinio, ex consoli, più o meno miei coetanei, si lamentavano ora perché non provavano più quei piaceri senza i quali la vita, secondo loro, non era vita, ora perché erano disprezzati da chi, prima, li trattava con abituale deferenza! Secondo me non accusavano quel che si doveva accusare. Se infatti la vecchiaia fosse responsabile di ciò, gli stessi mali patirei io e tutti gli altri anziani; invece ho conosciuto molti che non si lamentano di esser vecchi, perché considerano tutt’altro che un dispiacere l’essersi liberati dai vincoli delle passioni e non sono guardati dall’alto in basso da amici e parenti. Ma responsabile di tutte queste lagnanze è il carattere, non l’età: i vecchi equilibrati, che non sono difficili né scontrosi, trascorrono una vecchiaia sopportabile. L’intrattabilità e la mancanza di cortesia, invece, sono un peso a tutte le età.

8 LELIO. Hai ragione, Catone. Ma forse qualcuno potrebbe ribattere che la vecchiaia ti risulta più sopportabile perché hai potere, ricchezza e prestigio, privilegi che non possono toccare a molti.

CATONE. Eh sì, caro Lelio, questi privilegi valgono qualcosa, ma non sono certamente tutto. Per esempio, si racconta che Temistocle, in un litigio, abbia risposto a uno di Serifo che gli rimproverava di aver raggiunto lo splendore per gloria non sua, ma della patria: «Mai, perdio, disse, sarei diventato famoso se fossi di Serifo, ma nemmeno tu, se fossi di Atene». Altrettanto si può dire della vecchiaia: nella più grande povertà non può essere leggera neppure per il saggio, per lo stolto non può essere pesante anche nella più grande ricchezza. 9 Le armi in assoluto più idonee alla vecchiaia, cari Scipione e Lelio, sono la conoscenza e la pratica delle virtù che, coltivate in ogni età, dopo una vita lunga e intensa, producono frutti meravigliosi non solo perché non vengono mai meno, neppure al limite estremo della vita – cosa di per sé importantissima -, ma anche perché la coscienza di una vita spesa bene e il ricordo di molte buone azioni sono una grandissima soddisfazione.

IV 10 Come a un coetaneo, volli bene, io giovane lui vecchio, a Quinto Massimo, il riconquistatore di Taranto. C’era in quell’uomo grande una severità condita dall’affabilità e la vecchiaia non aveva cambiato il suo carattere. Veramente, iniziai a rendergli onore quando non era molto anziano, ma tuttavia già avanti negli anni: era stato console per la prima volta l’anno successivo alla mia nascita e, quando lo fu per la quarta volta, partii con lui – ero un giovincello – come soldato semplice per Capua e cinque anni dopo per Taranto. Divenuto questore, esercitai tale magistratura sotto il consolato di Tuditano e Cetego quando lui, ormai molto vecchio, sosteneva la legge Cincia «sui doni e le ricompense». Sapeva al tempo stesso combattere come un ragazzo nonostante l’età molto avanzata e fiaccare con la pazienza un Annibale pieno di ardore giovanile. Di lui scrisse magnificamente il mio amico Ennio:

«Un solo uomo, temporeggiando, salvò la nostra patria;

non anteponeva il mormorar della gente al bene pubblico.

Così, risplende e sempre più risplenderà la sua gloria.»

11 E Taranto, con che instancabilità, con che intelligenza la riprese! In tale occasione con le mie orecchie lo sentii ribattere a Salinatore che, persa la città, si era rifugiato nella rocca e si gloriava con queste parole: «Per opera mia, Quinto Fabio, hai ripreso Taranto!» «Certo!» rispose ridendo. «Se tu non l’avessi persa io non l’avrei mai ripresa!» E davvero non fu più eccellente nelle armi che in toga: console per la seconda volta, sebbene il suo collega Spurio Carvilio non prendesse posizione, si oppose finché poté al tribuno della plebe Caio Flaminio che, contro il volere del senato, intendeva procedere a una distribuzione fra i singoli individui del territorio piceno e gallico. Quando fu augure osò dire che hanno i migliori auspici le iniziative intraprese a vantaggio dello stato mentre le proposte avanzate a suo danno hanno auspici sfavorevoli. 12 Ebbi modo di apprezzare in lui molte eccellenti qualità, ma nessuna più ammirevole del modo in cui sopportò la morte del figlio, uomo illustre ed ex console. Il suo elogio funebre è nelle mani di tutti; quando lo leggiamo, quale filosofo non ne esce sminuito? E non solo si rivelò grande alla luce del sole e agli occhi dei suoi concittadini, ma ancora più notevole nell’intimità e in casa. Che modo di esprimersi, che insegnamenti, che conoscenza dell’antichità, che competenza nel diritto augurale! E vasta era la sua cultura letteraria, per essere un romano: ricordava non solo tutte le vicende interne, ma anche quelle estere. Godevo del suo conversare con tanta avidità come se già presagissi quanto si sarebbe avverato in seguito: morto lui, non avrei avuto più nessuno da cui imparare.

V 13 Allora, perché tante parole su Massimo? Per farvi capire bene che sarebbe un’empietà dire infelice una simile vecchiaia. È pur vero che non tutti possono essere degli Scipione o dei Massimi per ricordarsi città espugnate, battaglie terrestri e navali, guerre da loro condotte, trionfi. Ma anche la vecchiaia di una vita trascorsa nella calma, nell’onestà e nella distinzione è tranquilla e dolce, come fu, secondo la tradizione, quella di Platone, che mori a ottantun anni mentre era impegnato a scrivere, e quella di Isocrate, che dice di aver composto, novantaquattrenne, l’opera intitolata Panatenaico e visse ancora cinque anni; il suo maestro, Gorgia di Leontini, compì centosette anni senza smettere mai di studiare e lavorare; quest’ultimo, a chi gli chiedeva perché volesse vivere così a lungo, rispondeva: «Non ho niente da rimproverare alla vecchiaia!» Risposta eccezionale e degna di un uomo colto!14 Sono infatti gli ignoranti a imputare alla vecchiaia vizi e colpe loro, diversamente da chi ho menzionato poco fa, Ennio:

«Come destriero impetuoso, che spesso nel tratto finale

vinse a Olimpia, ora, dalla vecchiaia stremato, riposa …»

Paragona la sua vecchiaia a quella di un cavallo impetuoso e vincitore. Lo potete ricordare bene: diciannove anni dopo la sua morte sono stati eletti i consoli ora in carica, Tito Flaminino e Manlio Acilio; mori l’anno in cui erano consoli Cepione e, per la seconda volta, Filippo, quando io, allora sessantacinquenne, sostenevo la legge Voconia con gran voce e buoni polmoni. Ebbene, a settant’anni – tanto visse Ennio – sopportava così bene i due pesi considerati più gravi, povertà e vecchiaia, da sembrare quasi compiacersene.

15 In realtà, quando esamino il problema sotto tutti gli aspetti, trovo quattro motivi che fanno sembrare la vecchiaia infelice. Primo: allontana dalle attività. Secondo: indebolisce il corpo. Terzo: priva di [quasi] tutti i piaceri. Quarto: è a un passo dalla morte. Analizziamo, se siete d’accordo, la portata e il valore di ciascun motivo.

VI La vecchiaia ci porta via dalle attività. – Da quali? Da quelle che si compiono con le energie della giovinezza? Non ci sono forse occupazioni che gli anziani possano svolgere con la mente, anche senza forze fisiche? Allora non faceva niente Quinto Massimo, niente Lucio Paolo, tuo padre, suocero di quell’uomo eccellente che era mio figlio? E gli altri vecchi, i Fabrizi, i Curi, i Coruncani, quando difendevano lo stato con senno e autorità non facevano niente? 16 Alla vecchiaia di Appio Claudio si aggiungeva la cecità. Eppure, quando il senato era incline a stipulare il trattato di pace con Pirro, non esitò a dire quel che Ennio trascrisse in versi:

«Dove piegano le vostre menti, dementi,

che sin qui solevano proceder rettè?»

e così via con stile molto solenne. Vi è nota l’opera e, del resto, esiste ancora il discorso di Appio. Ebbene, parlò così diciassette anni dopo il suo secondo consolato, quando erano trascorsi dieci anni tra il suo primo e secondo mandato ed era già stato censore prima del consolato iniziale. Da ciò si capisce che durante la guerra di Pirro era molto avanti con gli anni; e tuttavia così ci hanno tramandato i Padri. 17 Non adduce quindi nessuna valida ragione chi sostiene che la vecchiaia non abbia parte attiva nella vita pubblica; è come se dicesse che il timoniere, nel corso della navigazione, non fa niente perché, mentre gli altri salgono sugli alberi, corrono su e giù per i ponti e svuotano la sentina, lui invece siede tranquillo a poppa a reggere il timone. Il vecchio non fa le stesse cose dei giovani, ma molto di più e meglio: le grandi azioni non sono frutto della forza, della velocità o dell’agilità fisica, ma del senno, dell’autorità, della capacità di giudizio, qualità di cui la vecchiaia, di solito, non solo non si priva, ma anzi si arricchisce.

18 A meno che, dopo aver partecipato a ogni tipo di guerra come soldato semplice, tribuno, luogotenente e console, non vi dia l’impressione di stare con le mani in mano perché ho smesso di combattere. Ma consiglio al senato che politica seguire e con quali strategie: molto in anticipo dichiaro guerra a Cartagine che da tempo trama contro di noi; non smetterò di temerla finché non la saprò rasa al suolo. 19 Gli dèi immortali ti riservino questa palma, o Scipione, e ti concedano di portare a termine l’impresa lasciata incompiuta da tuo nonno! Sono passati trentatré anni dalla sua morte, ma tutti gli anni a venire manterranno vivo il ricordo di quel grande. Morì l’anno prima della mia censura, nove anni dopo il mio consolato durante il quale fu eletto console per la seconda volta. Ebbene, se fosse vissuto sino a cento anni, sarebbe forse scontento della propria vecchiaia? Certo non potrebbe fare incursioni, saltare, combattere da lontano con la lancia o da vicino con il gladio, ma farebbe valere il senno, la ragione, la capacità di giudizio. Se tali qualità non fossero nei vecchi, i nostri antenati non avrebbero chiamato «senato» il consiglio supremo. 20 A Sparta, appunto, chi esercita la magistratura più alta ha l’età e quindi il nome di «vecchio». Se poi volete leggere o ascoltare la storia delle nazioni straniere, scoprirete che sono stati i giovani a mandare in rovina gli stati più forti, i vecchi a sostenerli e a rimetterli in piedi.

«Dite, come perdeste in così poco tempo il vostro stato, tanto potente?»

A tale domanda, formulata nel Ludo del poeta Nevio, si risponde, tra le altre cose, in primo luogo così:

«Spuntavano nuovi oratori, stupidi sbarbatelli.»

Naturale: la temerarietà è tipica dell’età in fiore, la saggezza dell’età declinante.

VII 21 Ma la memoria diminuisce. È vero, se non la eserciti o se per natura sei un po’ tardo. Temistocle sapeva a memoria il nome di tutti i suoi concittadini; credete forse che, arrivato a una certa età, si sia messo a salutare Aristide chiamandolo Lisimaco? Da parte mia, non solo conosco le persone vive ai giorni nostri, ma anche i loro padri e i loro avi, e quando leggo le iscrizioni sepolcrali non ho paura, come si dice, di perdere la memoria: anzi, nel leggerle, rinnovo il ricordo dei morti. In realtà non ho mai sentito dire che uno da vecchio si sia dimenticato del luogo in cui aveva nascosto il tesoro; i vecchi ricordano quanto hanno a cuore, le malleverie prestate, i debitori, i creditori.22 E i giureconsulti? E i pontefici? E gli àuguri? E i filosofi? Sono vecchi, ma quante cose ricordano! I vecchi conservano le capacità intellettuali purché preservino interessi e dinamismo; e questo non solo negli uomini famosi e insigniti di cariche, ma anche nella tranquilla vita privata. Sofocle compose tragedie sino all’estremo limite della vecchiaia; poiché, per questa sua passione, sembrava trascurare il patrimonio familiare, fu chiamato in giudizio dai figli: volevano che, allo stesso modo in cui, da noi, si è soliti interdire quei padri che gestiscono male le loro sostanze, così i giudici lo rimuovessero dal controllo del patrimonio familiare come se fosse un rimbambito. Allora il vecchio, così si racconta, declamò ai giudici la tragedia che, da poco composta, aveva tra le mani, l’Edipo a Colono, e chiese se quell’opera sembrava scritta da un rimbambito; finita la declamazione, i giudici decisero di proscioglierlo. 23 Ebbene, forse Sofocle e forse Omero, Esiodo, Simonide, Stesicoro e quelli prima nominati, Isocrate e Gorgia, e i primi filosofi, Pitagora, Democrito, Platone, Senocrate, e successivamente Zenone e Cleante o colui che voi stessi avete visto a Roma, Diogene lo stoico, vennero ridotti al silenzio nei loro interessi dalla vecchiaia? O in tutti loro il fervore intellettuale non durò quanto la vita?

24 Orbene, per tralasciare questi studi divini, potrei menzionare i contadini romani della Sabina, miei vicini e amici, senza i quali non si eseguono mai lavori agricoli di una certa importanza, non si semina, non si raccolgono i frutti e non si ripongono. Ma, nel loro caso, c’è meno da stupirsi: nessuno, infatti, è così vecchio da non pensare di poter vivere almeno un altr’anno; eppure si danno un gran da fare anche in lavori che – lo sanno bene – non presentano per loro nessuna utilità:

«Pianta alberi che daranno frutti alla generazione successiva.»

come dice il nostro Stazio nei Sinefebi. 25 L’agricoltore, in realtà, per quanto vecchio sia, se gli viene chiesto per chi pianta, non esita a rispondere: «Per gli dèi immortali, i quali vollero che non solo ricevessi tali doni dai miei antenati, ma li trasmettessi anche ai posteri.»

VIII E meglio si esprime Cecilio a proposito del vecchio che provvede alla generazione futura rispetto a quando dice:

«Perdio, vecchiaia, se non portassi al tuo arrivo

nessun altro male, questo solo basterebbe:

vedere, vivendo a lungo, molte cose che non si vorrebbero.»

e forse molte che si vorrebbero! Anzi, anche la giovinezza si imbatte spesso in quel che non vuole. Ma ecco un passo di Cecilio ancora peggiore:

«Della vecchiezza questo reputo il male più grande:

sentire che, da vecchi, si è odiosi agli altri.»

26 – benvoluti, non odiosi! Come i ragazzi di indole onesta piacciono ai vecchi saggi e la vecchiaia di chi è onorato e amato dai giovani diventa più leggera, così i ragazzi ricevono con gioia i precetti dei vecchi dai quali son condotti all’amore della virtù; e so di piacere a voi non meno di quanto voi piacciate a me.

Vedete dunque come la vecchiaia, lungi dall’essere fiacca e inerte, sia invece attiva e sempre impegnata a fare e meditare qualcosa, in relazione, s’intende, alle attitudini che ciascuno aveva negli anni precedenti. E le persone che si aggiornano sempre? Per esempio, vediamo Solone vantarsi, nei suoi versi, quando dice di invecchiare imparando ogni giorno qualcosa di nuovo. L’ho fatto pure io, che da vecchio ho studiato la letteratura greca. L’ho abbordata con tanta avidità, come se desiderassi spegnere una lunga sete, da riuscire ad apprendere le nozioni che ora mi vedete usare a mo’ di esempio. E quando sento dire che Socrate fece lo stesso con la lira, vorrei imitarlo anch’io – gli antichi, infatti, studiavano la lira -, ma almeno mi sono dedicato anima e corpo alle lettere.

IX 27 E ora non rimpiango davvero la forza di un giovane – ecco il secondo punto sui difetti della vecchiaia – più di quanto, da giovane, non desiderassi la forza di un toro o di un elefante. Conviene valersi di quel che si ha e, qualunque cosa si faccia, farla secondo le proprie forze. Si possono immaginare parole più spregevoli di quelle di Milone di Crotone? Si racconta che, mentre assisteva, ormai vecchio, a un allenamento di atleti nello stadio, si guardò i bicipiti ed esclamò in lacrime: «Ahimè, sono belli e morti!» Non tanto loro, quanto te stesso, cialtrone, perché sei diventato famoso, non per merito tuo, ma dei tuoi polmoni e dei tuoi bicipiti! Niente del genere Sestio Elio, né, molti anni prima, Tiberio Coruncanio, né, di recente, Publio Crasso, che fornivano consulenze ai loro concittadini in materia giuridica; sino all’ultimo respiro conservarono la loro competenza. 28 L’oratore, temo, perde vigore con la vecchiaia; la sua professione, infatti, non dipende solo dall’intelletto, ma anche dai polmoni e dalla forza fisica. È vero che la sonorità della voce continua a spiccare, non so come, anche in vecchiaia; io non l’ho ancora persa e vedete gli anni che ho. Tuttavia il conversare calmo e disteso si addice a un vecchio e i suoi discorsi eleganti e dolci si conciliano da soli l’attenzione del pubblico. Se non ci riuscissi più, potresti sempre fornire precetti a Scipione o a Lelio: infatti, cosa c’è di più bello di una vecchiaia circondata dal fervore dei giovani? 29 O non vogliamo lasciare alla vecchiaia neppure forze sufficienti per istruire i giovani, per formarli e prepararli a tutti i compiti imposti dal dovere? Può esistere missione più nobile di questa? Davvero fortunati mi sembravano Cornelio e Publio Scipione, e i tuoi due nonni, Lucio Emilio e Publio Africano, per il loro séguito di giovani; e non c’è maestro di arti liberali che non sia da considerar felice nonostante il declino e il venir meno delle forze fisiche. Del resto, proprio questa defezione delle forze dipende più spesso dai vizi della giovinezza che dai difetti della vecchiaia: una giovinezza sfrenata e intemperante, infatti, consegna alla vecchiaia un corpo esaurito. 30 Ciro appunto, nel discorso che tenne in punto di morte quando era molto vecchio, come scrive Senofonte, dice di non essersi mai accorto di esser diventato, da anziano, più debole di quanto lo fosse da giovane. Mi ricordo di Lucio Metello – ero allora un ragazzo – che, eletto pontefice massimo quattro anni dopo il suo secondo consolato, esercitò quel sacerdozio per ventidue anni: ebbene, conservò sino alla fine forze così prospere da non rimpiangere la giovinezza. Non è necessario che parli di me, benché questo sia un comportamento senile e lo si perdoni alla nostra età. X 31 Non vedete come Nestore, in Omero, vanti molto spesso le proprie virtù? Vedeva ormai la terza generazione di uomini e non aveva da temere, vantandosi a ragione, di sembrare troppo presuntuoso o troppo loquace: come dice Omero, «dalla sua lingua la parola fluiva più dolce del miele». E non aveva bisogno della forza del corpo per ottenere questa soavità; tuttavia il grande condottiero della Grecia non si augura mai di avere dieci uomini come Aiace, ma come Nestore sì; nel qual caso non ha dubbi: Troia cadrebbe in poco tempo.

32 Ma ritorno a me. Vado per gli ottantaquattro anni e vorrei davvero vantarmi come Ciro: ma almeno posso dire questo, che, anche se non ho più le forze di quando ero soldato semplice nella guerra punica o questore nella stessa guerra o console in Spagna o, quattro anni dopo, di quando ho combattuto strenuamente alle Termopili come tribuno militare sotto il console Manlio Acilio Glabrione, nonostante ciò, come vedete, la vecchiaia non mi ha tolto il nerbo, non mi ha messo a terra, e non lamentano l’assenza delle mie forze il senato, i rostri, i clienti, gli ospiti. Mai, infatti, ho approvato l’antico e lodato proverbio che consiglia di invecchiare prematuramente se si voglia restare vecchi a lungo; per quanto mi riguarda, preferirei esser vecchio meno a lungo che diventarlo prima del tempo. E così, finora, nessuno che abbia voluto un appuntamento con me non è stato ricevuto perché ero occupato.

33 Ma ho meno forze di ciascuno di voi due. – Neppure voi, però, avete le forze del centurione Tito Ponzio: averle, lo rende superiore? L’importante è che ciascuno usi le forze con moderazione e si sforzi quel tanto che può: non ne sentirà così una grande mancanza. Si racconta che Milone abbia attraversato lo stadio di Olimpia con un bue sulle spalle. Ebbene, preferiresti avere le forze fisiche di Milone o le forze intellettuali di Pitagora? Insomma, usa questa risorsa finché c’è, quando non ci sarà più non rimpiangerla, a meno che i giovani non debbano rimpiangere l’infanzia e, più avanti negli anni, la giovinezza. La vita ha un corso determinato, la natura segue una via unica e questa è semplice; ogni fase dell’esistenza ha ricevuto una fisionomia tale che la fragilità dei bambini, la spavalderia dei giovani, la serietà dell’età adulta e la maturità della vecchiaia corrispondono a una predisposizione naturale da cogliersi a tempo opportuno. 34 Credo che tu sappia, Scipione, cosa fa oggi a novant’anni Massinissa, ospite di tuo nonno: quando inizia un viaggio a piedi non sale mai a cavallo, quando invece lo inizia a cavallo non smonta mai; non c’è pioggia, non c’è vento che lo inducano a coprirsi il capo; il suo fisico è asciuttissimo; in questo modo adempie a tutti i doveri e gli obblighi di un re. L’esercizio e la temperanza permettono dunque di conservare parte dell’antica forza anche da vecchi.

XI Non ci sono forze in vecchiaia? – Ma dalla vecchiaia non si richiede neppure la forza fisica! Tant’è vero che le leggi e le consuetudini dispensano la nostra età da quei compiti non assolvibili senza vigore fisico. Così non solo non siamo tenuti a fare ciò che non possiamo, ma nemmeno quel tanto che potremmo.

35 Molti vecchi, però, sono così deboli da non poter attendere a nessun compito imposto dal dovere o addirittura dalla vita. Sì, ma non è un difetto tipico della vecchiaia quanto in generale della salute. Com’era debole il figlio di Publio Africano, tuo padre adottivo! Che salute cagionevole o addirittura inesistente! In caso contrario si sarebbe levato come secondo faro della città: alla grandezza d’animo paterna, infatti, si aggiungeva una cultura più ricca. Allora, che c’è di strano se talvolta i vecchi sono malati quando neppure i giovani possono evitarlo? Bisogna affrontare la vecchiaia con coraggio, cari Lelio e Scipione, e compensare i suoi difetti con le cure, bisogna combattere contro di essa come contro una malattia, aver riguardo della salute, 36praticare esercizi con moderazione, mangiare e bere quel tanto da ricostituire le energie, non da schiacciarle. Non bisogna provvedere solo al corpo, ma molto di più alla mente e all’animo: come se in una lampada non versassi più olio, la vecchiaia li spegne; ma mentre il corpo per lo sforzo degli esercizi si sente pesante, l’animo esercitandosi si fa più leggero. Quando Cecilio dice «stupidi vecchi da commedia» intende i creduloni, gli smemorati, gli scapestrati; e questi non son difetti di ogni vecchiaia, ma di una vecchiaia inerte, imbelle e sonnacchiosa. Come l’insolenza, come il piacere dei sensi è più dei giovani che dei vecchi, e non di tutti i giovani ma di quelli che non sono perbene, così la demenza senile chiamata di solito rimbambimento è dei vecchi poveri di spirito, non di tutti. 37 Quattro figli nel fiore degli anni, cinque figlie, una grande casa, una numerosa clientela: ecco su chi dominava Appio Claudio, ed era cieco e vecchio. Teneva infatti l’animo teso come un arco e non soccombeva alla vecchiaia cedendo all’inerzia. Conservava non solo l’autorità, ma anche il comando sui suoi; i servi lo temevano, i figli lo rispettavano, tutti lo avevano caro; in quella casa vigeva la tradizione e la disciplina dei Padri. 38 La vecchiaia è infatti rispettata soltanto se sa difendersi da sola, se mantiene inalterati i propri diritti, se non si rende schiava di nessuno, se sino all’ultimo respiro esercita il dominio sui suoi. Come infatti approvo il giovane in cui ci sia qualcosa di senile, così il vecchio in cui ci sia qualcosa di giovanile; chi si attiene a tale norma potrà essere vecchio di corpo, ma non lo sarà mai di spirito.

Sto lavorando al settimo libro delle Origini, sto raccogliendo tutti i documenti storici e proprio ora do l’ultimo ritocco alle orazioni di tutte le cause famose che ho difeso, mi occupo di diritto augurale, pontificale e civile, dedico molto tempo anche alle lettere greche e, come i Pitagorici, per esercitare la memoria, ricordo di sera ciò che ho detto, ascoltato, fatto ogni giorno. Questi sono gli esercizi dell’intelligenza, questa la palestra della mente, in questi sudo e mi sforzo senza sentire una grande mancanza del vigore fisico. Assisto gli amici, vado spesso in senato, di mia iniziativa vi porto idee meditate a fondo e a lungo e le difendo con le forze dell’animo, non del corpo. Se non riuscissi ad adempiere a tutto ciò, troverei ugualmente conforto nel mio caro divano dove farei rivivere con il pensiero quelle attività per me non più accessibili; ma a renderle accessibili contribuisce la mia vita passata: chi infatti dedica tutta l’esistenza a studi e a fatiche di questo genere, non avverte l’insinuarsi della vecchiaia. Così, a poco a poco e senza farsene accorgere, la vita invecchia, non si interrompe di colpo, ma si spegne col tempo.

XII 39 Segue la terza critica: la vecchiaia, dicono, è priva dei piaceri dei sensi. O magnifico dono dell’età se ci strappa il male più dannoso della giovinezza! Ascoltate, nobili giovani, le antiche parole di Archita di Taranto, uomo tra i più grandi ed eminenti, parole che mi furono riferite quando, da giovane, mi trovavo a Taranto con Quinto Massimo. La natura non ha dato agli uomini peste più esiziale del piacere sensuale, diceva Archita, e le voglie, ingorde di tal piacere e sfrenate, si lanciano ciecamente a conquistarlo. 40 Da qui i tradimenti della patria, da qui i colpi di stato, da qui nascono le collusioni segrete con il nemico, insomma, non c’è delitto, non c’è crimine che la brama del piacere non spinga a commettere; e poi stupri, adulteri e ogni infamia del genere non sono provocati da altro incitamento se non dal piacere dei sensi. Se è vero che la natura o un dio non ha dato all’uomo niente di più bello dell’intelligenza, è altresi vero che niente, come il piacere, è nemico di questo munifico dono divino. 41 Infatti, dove domina la passione non c’è posto per la temperanza e nel regno del piacere non può certo resistere la virtù. Per rendere il concetto più comprensibile, consigliava di immaginare un uomo eccitato dal piacere sensuale più grande che si possa provare: secondo Archita, nessuno avrebbe dubitato che costui, finché fosse immerso in un godere così intenso, potesse pensare, giudicare, intendere qualcosa. Perciò nulla è così detestabile e pestilenziale come il piacere, se è vero che, quanto più è intenso e prolungato, tanto più spegne ogni lume della ragione. Queste le parole di Archita al sannita Caio Ponzio, padre di colui che sconfisse i consoli Spurio Postumio e Tito Veturio nella battaglia di Caudio, e Nearco di Taranto, mio ospite e incrollabile amico del popolo romano, diceva di averle apprese dai suoi vecchi; avrebbe assistito alla conversazione l’ateniese Platone che, come mi risulta, si era recato a Taranto all’epoca del consolato di Lucio Camillo e Appio Claudio.

42 Cosa si propone questo racconto? Vuole farvi capire che, se non fossimo in grado di respingere il piacere con la ragione e la saggezza, molto dovremmo esser grati alla vecchiaia capace di non farci desiderare quel che non si deve. Il piacere, infatti, ostacola la capacità di giudizio, è nemico della ragione, abbaglia, per così dire, gli occhi della mente e non ha niente a che vedere con la virtù. A malincuore feci espellere dal senato, sette anni dopo il suo consolato, Lucio Flaminino, fratello del valorosissimo Tito Flaminino, ma credetti mio dovere bollarne la dissolutezza. Quando si trovava in Gallia come console, durante un banchetto si lasciò persuadere dalle preghiere di una prostituta a giustiziare personalmente uno dei prigionieri che erano condannati a morte. Finché fu censore suo fratello Tito – che esercitò tale carica subito prima di me – se la cavò; ma né io né Flacco potemmo ammettere in alcun modo una dissolutezza tanto scandalosa e depravata, che associava alla vergogna privata il disonore della carica.

XIII 43 Spesso ho sentito dire dai più anziani, i quali lo avrebbero appreso nella loro infanzia dai loro vecchi, che Caio Fabrizio non finiva di meravigliarsi del discorso che, all’epoca della sua ambasceria presso il re Pirro, aveva sentito dal tessalo Cinea: ad Atene viveva un tale che si professava saggio e nonostante ciò sosteneva che tutte le nostre azioni devono tendere al piacere. Alle parole di Fabrizio, Manlio Curio e Tiberio Coruncanio si auguravano che i Sanniti e lo stesso Pirro si persuadessero di tale teoria perché sarebbe stato più facile vincerli se si fossero dati ai piaceri. Manlio Curio era stato compagno di Publio Decio, l’uomo che, quando era console per la quarta volta, cinque anni prima del consolato di Curio, si era sacrificato per la patria. Lo aveva conosciuto anche Fabrizio, lo aveva conosciuto Coruncanio. Entrambi, a giudicare sia dalla loro vita sia dal gesto del Decio di cui parlo, credevano fermamente nell’esistenza di qualcosa di bello e nobile per natura, tale da essere ricercato per il suo valore intrinseco ed essere seguito da tutti i migliori nel disprezzo e nella condanna del piacere. 44Perché insisto tanto sul piacere? Perché la vecchiaia, lungi dal meritare rimproveri, è degna invece della massima lode in quanto non sente molto la mancanza di nessun piacere. Ignora i festini, le tavole imbandite e le coppe una dietro l’altra; ignora perciò l’ubriachezza, le indigestioni e i sonni agitati.

Ma se bisogna concedere qualcosa al piacere, ché non resistiamo facilmente alle sue tentazioni, – Platone lo definisce in modo divino «esca dei mali» proprio perché gli uomini vi abboccano come pesci – la vecchiaia, pur ignorando i bagordi, può sempre godere di conviti moderati. Da bambino vedevo spesso tornarsene da cena il vecchio Caio Duilio, figlio di Marco, il primo a sconfiggere i Cartaginesi sul mare: gli procuravano diletto una torcia di cera e un suonatore di flauto, lusso che, ormai privato cittadino, si era preso senza precedenti.Tanta libertà gli concedeva la gloria! Ma perché parlare degli altri? 45 Ritorno subito a me. In primo luogo ho sempre avuto compagni di sodalizio; i sodalizi si costituirono durante la mia questura quando fu introdotto il culto ideo della Gran Madre. Banchettavo, dunque, con i miei compagni con moderazione, è vero, ma si faceva sentire un certo ardore giovanile; col passare degli anni, poi, di giorno in giorno tutto si calma. E infatti misuravo il diletto di questi conviti non tanto dal piacere dei sensi quanto dalla compagnia e dal conversare tra amici. Bene i nostri antenati chiamarono «con-vivio» lo stare insieme degli amici a banchetto poiché comporta una comunione di vita, meglio dei Greci che lo definiscono ora «bere in compagnia» ora «mangiare in compagnia», mostrando così di apprezzare di più ciò che, in questi casi, vale molto di meno. XIV 46 In realtà, proprio per il piacere della conversazione amo anche i lunghi banchetti e non solamente in compagnia dei miei coetanei – ormai ne restano ben pochi -, ma anche delle persone della vostra età e di voi, e sono molto riconoscente alla vecchiaia di aver accresciuto in me il desiderio di conversare e di aver eliminato quello di mangiare e bere. Se poi c’è chi si diverte anche a mangiare e bere – non si pensi che ho dichiarato, senza mezzi termini, guerra al piacere, di cui forse esiste un limite naturale – credo che la vecchiaia, anche nei confronti di simili piaceri, non sia insensibile. A me, anzi, piacciono i magisteri conviviali, istituiti dagli antenati, e quel conversare con le coppe in mano che, secondo tradizione, parte dall’ospite d’onore, e mi piacciono le coppe, come nel Simposio di Senofonte, «piccole e stillanti», e il fresco d’estate e, al contrario, il sole o il fuoco d’inverno, tutte soddisfazioni che ho l’abitudine di prendermi in Sabina dove, ogni giorno, riempio di vicini il convito che prolunghiamo, più che si può, sino a notte fonda con discorsi di vario genere.

47 Nei vecchi, però, quel «titillamento» dei piaceri non è un granché. – È vero, ma non ne sentono neppure la mancanza: del resto non pesa quel che non si rimpiange. Bene rispose Sofocle a chi gli chiedeva se, alla sua età, godesse ancora dei piaceri di Venere: «Gli dèi me ne guardino!» esclamò. «Sono felice di esserne scampato come a un padrone zotico e furioso.» Per chi desidera simili cose, risulta forse odioso e pesante esserne privo, ma per chi se ne è tolto completamente la voglia è più piacevole esserne privo che goderne. Tuttavia non si può dire che ne sia privo chi non ne sente la mancanza. Quindi, sostengo, il non sentir mancanza è condizione più piacevole. 48 Se la verde età gusta di più questi piaceri, primo gode di inezie, come ho detto, secondo gode di cose di cui la vecchiaia, pur non avendone in eccesso, non è priva del tutto. Come chi siede in prima fila si diverte di più allo spettacolo di Turpione Ambivio, ma si diverte anche chi siede in ultima, così la giovinezza, che guarda i piaceri da vicino, gode più intensamente, ma anche la vecchiaia, che li contempla da lontano, si diletta quanto basta.

49 Invece com’è prezioso per l’animo che ha preso congedo, per così dire, dal piacere dei sensi, dall’ambizione, dalle rivalità, dalle inimicizie, da tutte le passioni, starsene con se stesso e, come si dice, vivere con se stesso! Se poi trova, diciamo così, di che alimentarsi nello studio e nella cultura, niente è più piacevole di una vecchiaia libera da impegni. Vedevamo Caio Galo, amico di tuo padre, Scipione, struggersi nello sforzo di misurare quasi il cielo e la terra. Quante volte la luce del giorno lo sorprese a tracciare disegni iniziati di notte, quante volte la notte quando aveva iniziato al mattino! Come gli piaceva predirci con largo anticipo le eclissi di sole e di luna! 50 E non è lo stesso per interessi più leggeri, ma pur sempre profondi? Che gioia provava Nevio per la sua Guerra Punica! Che gioia Plauto per il Truculento e per lo Pseudolo! Ho visto anche Livio, ormai vecchio: allestì un dramma sei anni prima della mia nascita, quando erano consoli Centone e Tuditano, e visse sino alla mia giovinezza. E la passione per il diritto pontificale e civile mostrata da Publio Licinio Crasso o dal nostro Publio Scipione, eletto pontefice massimo proprio in questi giorni? Tutti gli uomini che ho ricordato li abbiamo visti, da vecchi, accendersi per queste attività. Prendiamo Marco Cetego, a ragione definito da Ennio «midollo della Persuasione», con che passione lo vedevamo esercitarsi nell’eloquenza anche da vecchio! E allora, quali piaceri procurati da festini, giochi e prostitute sono paragonabili a questi piaceri? Voglio dire, appunto, all’amore del sapere che cresce di pari passo con l’età nelle persone di senno e di cultura? Ecco perché è degno di lode il versetto, che ho già citato, in cui Solone afferma di invecchiare imparando ogni giorno molte cose. Non può esistere piacere più grande di quello intellettuale.

XV 51 Vengo ora ai piaceri dei contadini, per me fonte di incredibile diletto, piaceri che, per nulla ostacolati dalla vecchiaia, mi sembrano particolarmente conformi alla vita del saggio. I contadini hanno un conto aperto con la terra che mai ricusa il loro dominio e mai restituisce senza interessi il capitale ricevuto, ma lo rende talvolta a un tasso minore, per lo più maggiore. È vero che mi delizia non solo il profitto, ma anche la forza e l’essenza della terra stessa: quando ha accolto nel suo grembo ammorbidito e smosso il seme gettato, prima lo racchiude al buio, come accecato, da cui occatio è detta l’operazione dell’erpicatura, poi, scaldatolo col suo fiato e con il suo abbraccio, lo dilata e fa germogliare da esso un qualcosa di verde, un’erbetta che, salda sulle fibre delle radici, cresce poco a poco e, ergendosi sullo stelo nodoso, è stretta in pellicole come se giungesse a pubertà; quando se ne libera, dischiude un frutto disposto a mo’ di spiga e contro le beccate degli uccelli più piccoli si difende con il baluardo delle reste. 52 E dovrei ricordare come nasce, si pianta e cresce la vite? Non posso saziarmi di questo piacere – ve lo dico perché conosciate la pace e il divertimento della mia vecchiaia -: non parlerò della forza intrinseca di tutti i prodotti della terra, forza capace di generare tronchi e rami così grandi da un così piccolo grano di fico o dal vinacciolo del chicco d’uva o dai minuscoli semi delle altre piante e alberi; magliuoli, talee, tralci, barbatelle, polloni non riempiono chiunque di piacere e di ammirazione? Prendiamo la vite che per natura tende a cadere e, se non viene sostenuta, si abbatte a terra, ebbene, per reggersi, si intreccia con i suoi viticci, come fossero mani, a tutto ciò che trova; se poi serpeggia in un tortuoso ed erratico propagarsi, l’agricoltore, potandola col falcetto, la frena per impedirle di metter su una foresta di tralci e di spandersi troppo in ogni direzione. 53 E così, all’inizio della primavera, nelle parti risparmiate spunta, quasi alle giunture dei tralci, la cosiddetta gemma da cui nascendo si mostra il grappolo che, ingrossandosi con l’umore della terra e il calore del sole, dapprima è molto aspro al gusto poi, con la maturazione, si addolcisce; rivestito di pampini, non manca del giusto calore e al tempo stesso si difende dall’eccessiva vampa del sole. Cosa può essere più ricco di profitto, cosa più bello a vedersi di questa pianta? Della vite non solo l’utilità, come ho già detto, ma anche la semplice coltivazione e la natura mi danno gioia: e poi le file dei pali di sostegno, fissarne le cime, legare e propagginare le viti, potare alcuni tralci, come ho detto, lasciar crescere gli altri. Perché dovrei ricordare irrigazioni, sterri e rivangature dei campi con cui si accresce la fertilità del suolo? Perché dovrei trattare dell’utilità della concimazione? 54 Ne ho parlato nel libro che ho scritto sull’agricoltura; il dotto Esiodo non ne ha fatto parola scrivendo sulla coltivazione dei campi, ma Omero, vissuto, credo, molte generazioni prima, rappresenta Laerte intento a coltivare e concimare il suo campo per tentare di lenire il dolore dovuto alla mancanza del figlio. La campagna, del resto, non solo è rigogliosa di messi, prati, vigneti e alberi, ma anche di giardini, frutteti, pascoli per il bestiame, sciami di api e ogni varietà di fiori. E al piacere di piantare si aggiunge quello di innestare, l’invenzione più ingegnosa dell’agricoltura. XVI 55 Potrei proseguire parlando delle numerosissime gioie della campagna; credo però di essermi dilungato troppo. Vorrete con tutto ciò perdonarmi: mi sono lasciato prendere dalla passione per la vita contadina e poi la vecchiaia è per costituzione una buona chiacchierona – lo confesso perché non sembri che la scuso di ogni difetto.

Ecco perché Manlio Curio, dopo aver trionfato sui Sanniti, sui Sabini e su Pirro, scelse per i suoi ultimi anni questo stile di vita. E quando contemplo la sua villa, che non dista molto dalla mia, non mi stanco mai di ammirare la continenza dell’uomo e la severità dei tempi. Curio sedeva al focolare quando vennero i Sanniti a portargli una gran quantità d’oro. Li cacciò via perché, disse, non gli sembrava onesto possedere l’oro, ma comandare su chi ne possedeva. 56 Un animo così grande poteva forse non rendergli piacevole la vecchiaia? Ma vengo ai contadini per non allontanarmi da me stesso. In quel tempo i senatori, cioè dei vecchi, passavano la vita in campagna se è vero che Lucio Quinzio Cincinnato stava arando quando ricevette la notizia della sua nomina a dittatore; per ordine di Cincinnato, dittatore, il comandante della cavalleria Caio Servilio Ahala prevenne il complotto di Spurio Melio che aspirava alla tirannide e lo uccise. Curio e gli altri vecchi venivano convocati in senato dalle loro case di campagna; per cui furono detti «corrieri» i messi che li andavano a chiamare. Allora, era forse da compatire la vecchiaia di uomini che passavano il tempo a coltivar la terra? Personalmente, dubito che esista vecchiaia più felice: non solo per la funzione che svolge, in quanto l’agricoltura è utile a tutto il genere umano, ma anche perché procura il diletto, di cui ho parlato, e la profusione di tutto quel che serve al sostentamento degli uomini e anche al culto degli dèi e, dal momento che alcuni non riescono proprio a fare a meno di questi beni, eccoci riconciliati con il piacere. In realtà, un padrone abile e attivo ha sempre rifornite la cantina, l’orciaia e la dispensa, tutta la sua villa è ricca e ha in abbondanza maiali, capretti, agnelli, galline, latte, formaggio e miele. E poi c’è l’orto che i contadini stessi chiamano seconda dispensa. A rendere più piacevole questa vita anche nel tempo libero contribuisce la caccia agli uccelli e all’altra selvaggina. 57 E dovrei ricordare ancora il verde dei prati, le file degli alberi, la bellezza delle vigne o degli oliveti? Taglierò corto: niente può essere più ricco di profitto o più bello a vedersi di un campo ben coltivato. E a goderne, la vecchiaia non solo non è un ostacolo, ma anzi uno stimolo e un incitamento: dove, infatti, questa età può scaldarsi meglio al sole o al fuoco, oppure, viceversa, prendere il fresco salutare dell’ombra o dell’acqua? 58 I giovani si tengano pure armi, cavalli, lance, clava e palla, cacce e corse; a noi vecchi lascino, tra molti giochi, gli astragali e i dadi, e dei due quelli che vogliono, perché la vecchiaia non ne ha bisogno per essere felice.

XVII 59 I libri di Senofonte sono utilissimi sotto molti aspetti: leggeteli con attenzione, vi prego, come state già facendo. Con quanti argomenti loda l’agricoltura nel libro relativo all’amministrazione del patrimonio intitolatoEconomico! E, perché capiate che nulla gli sembrava degno di un re quanto l’agricoltura, Socrate, in quel libro, racconta a Critobulo un episodio. Quando lo spartano Lisandro, uomo di eccezionale valore, si recò a Sardi a portare a Ciro i doni degli alleati, Ciro il giovane, re dei Persiani di straordinaria intelligenza e gloria militare, lo trattò con grande affabilità e cortesia e, tra le altre cose, gli mostrò un parco coltivato con cura. Lisandro apprezzava molto l’altezza degli alberi, la loro disposizione a scacchiera, la terra lavorata e ripulita, la soavità dei profumi che esalavano dai fiori e disse di ammirare non solo la cura ma anche la maestria dell’uomo che aveva disegnato e disposto ogni cosa. Ciro rispose: «Ma sono stato io a disegnare tutto! Mie sono le file, mia la disposizione, addirittura molti di questi alberi li ho piantati di mia mano». Al che Lisandro guardò la porpora, l’eleganza della persona e l’abbigliamento persiano, prezioso di oro e gemme, ed esclamò: «Hanno ragione, Ciro, a dirti felice, perché la tua fortuna si congiunge alla virtù.»

60 Questa è dunque la fortuna di cui possono godere i vecchi; l’età non ci impedisce di conservare sino all’ultima ora della vecchiaia il gusto di svolgere altre attività e soprattutto l’agricoltura. Sappiamo che Marco Valerio Corvino continuò a occuparsene sino a cento anni vivendo nei campi e coltivandoli in età già avanzata; tra il suo primo e il suo sesto consolato trascorsero quarantasei anni; così, tutto lo spazio di tempo fissato dai nostri antenati per raggiungere l’inizio della vecchiaia fu da lui impiegato nella carriera politica; e l’ultimo periodo della sua esistenza fu più felice di quello di mezzo perché maggiore era la sua autorità, ma minori gli impegni gravosi. Il coronamento della vecchiaia è proprio l’autorità.

61 Quanta ne aveva Lucio Cecilio Metello, quanta Aulo Attilio Calatino a cui è dedicato l’epitaffio:

«I più convengono nel dire che

quest’uomo fu il primo del suo popolo.»

Conoscete tutti il carme inciso sul sepolcro. Era a buon diritto influente, dunque, uno sui cui meriti l’opinione pubblica concordava. Che uomo abbiamo visto, poco tempo fa, in Publio Crasso, il pontefice massimo, che uomo, dopo, in Marco Lepido, investito dello stesso sacerdozio! Che dire di Paolo o dell’Africano o, come ho già fatto prima, di Massimo? La loro autorità si manifestava non solo nella parola, ma anche in un cenno. La vecchiaia, specie di chi ha ricoperto cariche pubbliche, ha un’autorità così grande da superare tutti i piaceri della giovinezza. XVIII 62 Ricordatevi però che, in tutto il mio discorso, intendo lodare solo la vecchiaia che poggia sulle fondamenta della giovinezza. Ne consegue che, come ho avuto occasione di dire con il consenso di tutti, la vecchiaia costretta a difendersi a parole è infelice; non sono i capelli bianchi o le rughe che riescono a conquistare di colpo l’autorità, ma è la vita passata, vissuta con onore, a raccogliere alla fine i frutti dell’autorità.63 Sono infatti un’attestazione di rispetto gesti in apparenza insignificanti e comuni come ricevere il saluto, essere cercati, vedere che ti cedono il passo o che si alzano in piedi, essere accompagnati e riaccompagnati, essere consultati, abitudini che da noi e in altri paesi si osservano con tanto più riguardo quanto più i costumi sono giusti. Dicono che lo spartano Lisandro, di cui ho appena fatto menzione, ripetesse che Sparta era la più nobile dimora degli anziani: in nessun altro paese, infatti, si dà tanta importanza all’età, in nessun altro paese la vecchiaia riceve più onori. Anzi, a proposito, si tramanda un episodio. Ad Atene, in occasione dei giochi, un uomo di una certa età era entrato nel teatro gremito di folla, ma i suoi concittadini non gli lasciarono il posto in nessun settore. Quando si avvicinò agli Spartani, che, in qualità di ambasciatori, sedevano in posti riservati, si alzarono tutti, così si racconta, e lo fecero sedere tra di loro. 64 Tutto il pubblico decretò loro un lungo applauso. Allora uno Spartano disse che gli Ateniesi sapevano quel che era bene, ma non lo volevano fare. Nel vostro collegio vigono molte e nobili consuetudini, ma la migliore, e fa al caso nostro, è questa: si ha diritto di precedenza nel voto in base all’età e gli àuguri più anziani non solo hanno la priorità rispetto a chi ricopre magistrature più alte, ma anche rispetto a chi detiene il potere supremo. E allora, quali piaceri del corpo si possono paragonare ai privilegi dell’autorità? Chi ne ha goduto magnificamente, secondo me ha recitato bene sino alla fine la propria parte sulla scena della vita senza fare fiasco all’ultimo atto come un guitto inesperto.

65 Ma i vecchi sono intrattabili, inquieti, irascibili e difficili; a dire il vero, anche avari. – Sì, ma si tratta di difetti del carattere, non della vecchiaia. E poi l’intrattabilità e le altre mancanze di cui ho parlato hanno una scusa, non voglio dire legittima, ma almeno in un certo senso ammissibile: i vecchi si sentono trascurati, guardati dall’alto in basso, presi in giro; aggiungiamo che ogni offesa risulta insopportabile in un corpo fragile. Tutti questi difetti, però, si attenuano vuoi con le buone abitudini vuoi con l’educazione. Come nella vita, lo si può vedere in teatro nei fratelli che sono protagonisti degli Adelfi: quanta asprezza in uno e quanta gentilezza nell’altro! Così vanno le cose: come non tutti i vini, non tutti i caratteri inacidiscono col tempo. Approvo la severità nei vecchi, ma in giusta misura, come in ogni situazione; l’asprezza nient’affatto. 66 Quanto all’avarizia senile non capisco a cosa miri: ci può essere comportamento più assurdo che voler aumentare le provviste da viaggio quando si è quasi arrivati?

XIX Rimane il quarto motivo che, più degli altri, sembra angosciare e tenere in affanno la nostra età: l’avvicinarsi della morte, che certamente non è lontana dalla vecchiaia. Infelice il vecchio che, in un’esistenza tanto lunga, non è riuscito a capire che la morte va disprezzata! Bisogna tenerla in nessun conto, se porta all’annientamento dell’anima, o addirittura desiderarla, se conduce l’anima in un luogo di vita eterna. È proprio impossibile trovare una terza possibilità. 67 Allora, perché dovrei temere se, dopo morto, non sarò infelice o se sarò persino beato? E poi chi è così folle, per quanto giovane sia, da avere l’assoluta certezza di vivere sino a sera? Anzi, è proprio la giovinezza a essere esposta al pericolo di morire molto più della vecchiaia: i ragazzi contraggono malattie più facilmente, si ammalano in modo più grave, vengono curati con maggior difficoltà; quindi in pochi arrivano alla vecchiaia. Se così non fosse, si vivrebbe meglio e con più saggezza, perché riflessione, ragione e buon senso sono prerogative dei vecchi e senza i vecchi non sarebbe mai esistito lo stato. Ma ritorno alla morte incombente: perché farne un capo d’accusa della vecchiaia quando vedete che la condivide con la giovinezza? 68 Ho capito con la perdita del mio ottimo figlio e tu, Scipione, con la morte dei tuoi fratelli destinati agli onori più alti, che la morte è comune a ogni età.

Ma il giovane spera di vivere a lungo, mentre il vecchio non può sperare la stessa cosa. – Folle speranza, la sua: cosa c’è di più stupido di prendere l’incerto per certo, il falso per vero? – Ma il vecchio non ha nemmeno di che sperare. Ecco perché si trova in una condizione migliore del giovane! Quel che il giovane spera, lui lo ha già ottenuto; il giovane vuole vivere a lungo, lui ha vissuto a lungo. 69 Anche se, o buon dio, cosa significa «a lungo» nella natura umana? Prendi l’esistenza più lunga che ci sia, aspettiamoci di vivere quanto il re dei Tartessi – a Cadice ci fu un certo Argantonio che, come leggo, regnò ottant’anni e ne visse centoventi -; non mi sembra però nemmeno duraturo quel che presenta una fine. Quando la fine arriva, allora il passato è volato via; rimane solo quanto hai conseguito con la virtù e le azioni giuste. Se ne vanno le ore, i giorni, i mesi, gli anni: non torna più indietro il tempo passato ed è impossibile conoscere il futuro. Ciascuno deve accontentarsi del tempo che gli è concesso di vivere. 70 L’attore, del resto, per aver successo, non ha bisogno di recitare il dramma sino alla fine: gli basta suscitare l’applauso in qualunque scena appaia; così i saggi non devono necessariamente arrivare all’«applaudite». Il breve tempo dell’esistenza è lungo abbastanza per vivere bene e con dignità; se poi si prolungasse, non bisogna affliggersi più di quanto i contadini si affliggono perché, passata la dolcezza della primavera, arriva l’estate e l’autunno. La primavera rappresenta quasi la giovinezza e mostra i frutti del domani, le altre stagioni invece sono fatte per la mietitura e la raccolta dei frutti. 71 Il frutto della vecchiaia, come ho detto più volte, è il ricordo e l’abbondanza dei beni conseguiti in passato. Tutto quel che avviene secondo natura, poi, va riposto tra i beni: e cosa c’è di più naturale, per i vecchi, della morte? Anche ai giovani capita di morire, ma allora la natura si oppone alla morte con una strenua resistenza. Quando muoiono i giovani, secondo me è come se la forza di una fiamma venisse domata da un gran getto d’acqua, ma quando muoiono i vecchi, allora è come se un fuoco, già consumato, si spegnesse da solo senza l’intervento di nessuna forza esterna. E come i frutti, se acerbi, si strappano a fatica dagli alberi, ma se sono maturi e cotti dal sole cadono da soli, così è una forza esterna a strappare la vita ai giovani, ai vecchi è la maturità. E io amo tanto questa maturità che, più mi avvicino alla morte, e più mi sembra quasi di veder terra e di dover entrare finalmente in porto dopo lungo navigare.

XX 72 La vecchiaia, poi, non ha un termine preciso, e da vecchi si vive bene finché si possa adempiere e far fronte ai propri doveri nel disprezzo della morte. Ecco perché la vecchiaia è più coraggiosa della giovinezza e più forte, come disse del resto Solone in risposta al tiranno Pisistrato, che gli aveva chiesto in cosa confidasse per opporsi a lui con tanta audacia: «Nella vecchiaia», avrebbe risposto. Ma la fine migliore della vita si ha quando, sana la mente e attivi i sensi, è la natura stessa a disfare l’opera che ha messo insieme. Come una nave, come un edificio vengono demoliti più facilmente da chi li ha costruiti, così l’uomo viene disfatto meglio dalla medesima natura che lo ha composto; ogni composizione si disgrega a fatica se nuova, ma con facilità se antica. Per questo i vecchi non devono attaccarsi avidamente a quel breve residuo di vita, né abbandonarlo senza motivo. 73 Pitagora vieta che si diserti dal proprio posto di guardia nella vita senza un ordine del comandante, cioè del dio. C’è un distico di Solone il sapiente in cui dice di non volere una morte priva del dolore e del pianto degli amici; vuole, credo, esser caro ai suoi. Ma forse si esprime meglio Ennio:

«Nessuno mi onori con le lacrime

e celebri le mie esequie con il pianto.»

Ritiene che non si debba piangere la morte perché è seguita dall’immortalità.

74 Può darsi che ci sia una sensazione di morire, ma dura poco, specie in un vecchio. Dopo la morte, comunque, la capacità di sentire o è desiderabile o non esiste affatto. Ma si deve riflettere fin da giovani su questo: non dobbiamo preoccuparci della morte. Senza tale riflessione nessuno può vivere sereno. Che si debba morire, infatti, è sicuro, non è sicuro se proprio oggi. Come potrà colui che teme la morte, che incombe a ogni istante, mantenere la propria fermezza di spirito? 75 Non è il caso di spendere, credo, troppe parole sull’argomento: mi basta ricordare non dico Lucio Bruto, che fu ucciso nel liberare la patria, non i due Deci, che spronarono i cavalli a morte volontaria, non Marco Attilio, che andò al supplizio per non tradire la parola data al nemico, non i due Scipioni, che vollero sbarrare la strada ai Cartaginesi persino con il proprio corpo, non tuo nonno, Lucio Paolo, che nella vergogna di Canne pagò con la morte la temerarietà del collega, non Marco Marcello, la cui vita neppure il più crudele dei nemici osò privare dell’onore della sepoltura, ma le nostre legioni, come ho scritto nelle Origini, spesso partite con animo acceso e fiero per una meta da cui pensavano di non tornare mai più. Allora, quel che disprezzano i giovani, non solo ignoranti, ma anche zotici, spaventerà dei vecchi pieni di cultura?

76 In conclusione, come almeno mi sembra, la sazietà di tutte le inclinazioni porta alla sazietà della vita. L’infanzia ne ha di precise: le rimpiangono forse i ragazzi? Anche la giovinezza ne ha: le ricerca forse l’età adulta, detta di mezzo? E poi ci sono quelle dell’età adulta: anch’esse non si cercano più in vecchiaia. Ci sono infine certe inclinazioni della vecchiaia: dunque, come tramontano le inclinazioni delle età precedenti, così tramontano anche le inclinazioni senili; arrivato questo momento, la sazietà della vita porta con sé il tempo maturo della morte.

XXI 77 Non vedo perché dovrei tacervi la mia idea della morte dal momento che mi sembra di giudicare meglio quanto più mi avvicino a essa. Credo che i vostri padri, il tuo, Scipione, e il tuo, Lelio, uomini molto in vista e miei cari amici, vivano ancora, e addirittura l’unica vita degna di chiamarsi tale. Infatti, finché siamo oppressi dalla prigione del corpo, adempiamo a un dovere di necessità, a una pesante incombenza: questo perché l’anima, celeste, dalla sua dimora altissima è stata sprofondata e quasi sepolta in terra, luogo contrario alla natura divina e all’eternità. Ma, secondo me, gli dèi immortali hanno disseminato le anime nei corpi umani perché ci fossero dei custodi della terra che, contemplando l’ordine delle cose celesti, lo imitassero vivendo con misura e coerenza. E non solo la logica del ragionamento mi ha indotto a crederlo, ma anche la riconosciuta autorità dei maggiori filosofi. 78Apprendevo che Pitagora e i pitagorici – quasi nostri conterranei, tant’è vero che un tempo erano chiamati «filosofi italici» – non misero mai in dubbio che le nostre anime emanassero dalla mente divina universale. Mi venivano illustrati anche i discorsi sull’immortalità che Socrate, giudicato dall’oracolo di Apollo l’uomo più saggio, fece l’ultimo giorno della sua vita. Perché tante parole? Ecco di cosa sono convinto, ecco come la penso: così grande è la velocità del pensiero, così potente il ricordo del passato e la preveggenza del futuro, così numerose le arti, così vasto il campo delle scienze, così grande il numero delle invenzioni che la natura, capace di contenere tutto questo, non può essere mortale. E siccome l’anima è sempre attiva e il suo movimento non ha principio, poiché essa si muove da sé, il movimento non avrà neppure fine, poiché l’anima non potrà mai sottrarsi alla propria natura. E siccome la natura dell’anima è semplice e non contiene mescolanza di elementi diversi per quantità e qualità, non può dividersi; non potendo dividersi, non può morire. Ecco una grande prova del fatto che gli uomini conoscono moltissime cose prima di nascere: fin da bambini, quando imparano discipline difficili, afferrano con tanta rapidità un gran numero di nozioni che sembrano non acquisirle per la prima volta, ma ricordarle. Questo è, all’incirca, il pensiero di Platone.

XXII 79 In Senofonte, Ciro il vecchio pronuncia queste parole in punto di morte: «Non pensiate, o figli carissimi, che, quando me ne sarò andato da voi, non sarò da nessuna parte o non esisterò più. Mentre ero con voi, infatti, non vedevate la mia anima, ma, sulla base delle mie azioni, pensavate che si trovasse in questo mio corpo. Dovete credere allora che sarà sempre la stessa, anche se non la vedrete più. 80 Gli uomini illustri non continuerebbero a ricevere onori dopo la morte se non fossero le loro anime a rinnovare in noi il loro ricordo. Quanto a me, non sono mai riuscito a convincermi che le anime, finché si trovano nei corpi mortali, vivano, ma, una volta uscite, muoiano, né che l’anima perda il senno quando si stacca dal corpo che senno non ha, ma sono convinto che quando l’anima, liberatasi da ogni contatto fisico, incomincia a essere pura e incorrotta, allora acquisisca il senno. Inoltre, una volta che l’organismo umano si disfa con la morte, si vede bene dove si disperdono gli altri elementi: vanno tutti a finire là da dove sono sorti; soltanto l’anima non appare né quando c’è, né quando se n’è andata. 81 E ancora vedete che niente assomiglia alla morte come il sonno: ebbene, l’anima di chi dorme manifesta nel modo migliore la sua natura divina: rilassata e libera, infatti, prevede molte cose future. Da ciò si capisce come sarà l’anima una volta che si sia liberata dai legami con il corpo. Perciò, se le cose stanno così, onoratemi», afferma, «come un dio. Se invece l’anima deve perire con il corpo, voi, tuttavia, rispettosi degli dèi che custodiscono e reggono tutto questo splendore, conserverete il ricordo di me con devozione e rispetto.» Così Ciro prima di morire. Se siete d’accordo, guardiamo agli esempi di casa nostra.

XXIII 82 Nessuno mi convincerà mai, Scipione, che tuo padre, Paolo, i tuoi due nonni, Paolo e l’Africano, il padre dell’Africano, suo zio o molti uomini di spicco, che non è il caso di enumerare, intrapresero azioni così grandi da mirare al ricordo della posterità senza pensare che la posterità potesse riguardar loro. O forse pensi che, per vantarmi un po’ come fanno i vecchi, mi sarei accollato tante incombenze di giorno e di notte, in pace e in guerra, se avessi dovuto circoscrivere la mia gloria entro gli angusti confini della vita? Non sarebbe stato molto meglio passar la vita nella calma e nel riposo, al di fuori di fatiche e di lotte? Ma, non so come, il mio animo, levandosi in alto, si affacciava sempre sulla posterità come se, una volta dipartitosi dalla vita, avesse dovuto finalmente vivere. Se poi non fosse vero che le anime sono immortali, le anime di tutti i migliori non aspirerebbero quanto più possono all’immortalità e alla gloria. 83 E poi, dal fatto che quanto più uno è saggio tanto più muore serenamente, invece quanto più è stolto tanto più muore nell’angoscia, non vi sembra forse che l’anima del primo, capace di guardare meglio e più lontano, vede di partire per un mondo migliore, mentre l’anima del secondo, dalla vista meno acuta, non lo vede? Da parte mia, ardo dal desiderio di vedere i vostri padri, che onorai e amai, e non vedo l’ora di incontrare non solo chi ho conosciuto personalmente, ma anche gli uomini di cui ho sentito parlare, ho letto e ho scritto di mio pugno. E quando partirò, nessuno potrà facilmente tirarmi indietro o ricuocermi come Pelia. Se poi un dio mi concedesse di ritornar bambino, da vecchio che sono, e di vagire nella culla, direi decisamente di no e non vorrei proprio esser richiamato dalla meta al punto di partenza dopo aver quasi finito la corsa. 84 Infatti, che vantaggi offre la vita? Non presenta piuttosto dei problemi? Ma ammettiamo pure che dei vantaggi ci siano: tuttavia comportano o la sazietà o un limite. Non mi piace deplorare la vita, come hanno fatto spesso molti, persino saggi, e non mi pento di aver vissuto perché ho vissuto in modo tale che credo di non essere nato invano. E lascio la vita come un albergo, non come una casa: la natura, infatti, ha messo a nostra disposizione un alloggio per farvi una sosta, non per abitarvi. O splendido il giorno in cui partirò per quel divino consesso di anime e taglierò i ponti con questa immonda confusione! Me ne andrò non solo per unirmi a quegli uomini, di cui ho parlato prima, ma soprattutto al mio Catone, del quale non è mai nato uomo migliore o superiore per amore filiale. Ho cremato il suo corpo, quando lui avrebbe dovuto cremare il mio, ma la sua anima non mi ha abbandonato: volgendosi a guardarmi, se ne andava in quel mondo che, come sapeva, avrei raggiunto anch’io. Se vi è parso che sopportassi con coraggio questa mia disgrazia, sappiate che in me non c’era indifferenza, ma intimamente mi consolavo al pensiero che il nostro distacco e la nostra separazione non sarebbero durati a lungo.

85 Ecco perché, Scipione – hai detto, infatti, che tu e Lelio vi stupite di solito di questo – la vecchiaia è per me leggera, per nulla fastidiosa, ma anzi piacevole. Se però mi sbaglio nel credere che le anime degli uomini siano immortali, sbaglio volentieri e non voglio, finché vivo, che mi si strappi questo errore capace di darmi gioia; se poi, da morto, come credono alcuni filosofi di poco valore, non sentirò nulla, non temo che dei filosofi morti deridano il mio errore. Se invece non siamo destinati all’immortalità, è sempre augurabile per l’uomo spegnersi al momento giusto: la natura infatti fissa la misura dell’esistenza come di tutte tutte le cose. La vecchiaia è come l’ultimo atto sulla scena della vita: dobbiamo evitarne la stanchezza, specie se abbiamo raggiunto la sazietà.

Ecco che cosa avevo da dire sulla vecchiaia. Voglia il cielo che possiate giungervi così da poter confermare le mie parole con la vostra esperienza.

da CICERONE, Cato maior, de senectute : Ai confini dello sguardo.

l’ultima intervista a James Hillman, di Silvia Ronchey: «Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere» , in La Stampa TuttoLibri 29 ottobre 2011

«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere». Così aveva scritto, nella sua ultima mail. E così l’ho trovato, quando sono andata a salutarlo per l’ultima volta nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, pochi giorni prima che morisse: il fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato, tutto testa, pura volontà pensante. Restare pensante era la sua scommessa, la sua sfida. Per questo aveva ridotto al minimo la morfina, a prezzo di un’atroce sofferenza sopportata con quella che gli antichi stoici chiamavano apatheia: un apparente distacco dalla paura e dal dolore che traduceva in realtà un calarsi più profondo in quelle emozioni. L’unica cosa che contava era analizzare istante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto oltre che nella sua essenza. Se Steve Jobs, morendo, ha lasciato detto «stay hungry, stay foolish», l’ultimo insegnamento di James Hillman può riassumersi così: «Resta pensante» fino all’ultima soglia dell’essere
Il tempo qui sembra fermo, le lancette puntate sull’essenza ultima.«Oh, sì. Morire è l’essenza della vita».

Com’è morire?
«Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, che cos’è o dov’è il vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non ho “perso” nel senso comune di “perdere”. Non c’è perdita in quel senso. C’è la fine dell’ambizione. La fine di ciò che si chiede a se stessi. E’ molto importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, resta un’enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo. E si vive senza tempo. Che ore sono? Le nove e mezza. Di mattina o di sera? Non lo so».

E’ una condizione perseguita dai mistici.
«Oh sì, dall’induismo per esempio, gli induisti ne scrivono. Ma in questo caso è tutto unwillkürlich, involontario. E’ accidentale».

Comunque non credo non ti sia rimasta nessuna ambizione.«Davvero?» [Apre di scatto gli occhi finora socchiusi, con un lampo azzurro di sfida.]

Ti resta quella degli antichi romani: lasciare il tuo pensiero ai posteri.
«E’ vero. E’ molto importante per me che il mio pensiero rimanga. Ma la parola posteri mi rimanda a postea, a un dopo, a un futuro, in cui non voglio essere trasportato adesso».

Perché esisti solo al presente.
«Sì, e voglio tenere chiusa la porta con il cartellino “Exitus”. La potrò aprire a un certo punto, quando capirò come farlo nel modo giusto. [Tenta di scuotere il capo, ma il dolore lo ferma]. Non saprei ora come aprire quella porta senza che ne dilaghi una folla di creaturine che vogliono qualcosa. Molti degli antichi filosofi ne sono stati catturati, probabilmente tu sai chi lo è stato più degli altri. Io non voglio. Il mio compito è dialogare e tenere il dialogo aperto su quel che accade momento per momento. Il mio è piuttosto un reportage. Dal vivo. Dal vero»

Non potrebbe essere altrimenti: o non fai il reportage – come la maggior parte di chi si trova nella tua condizione – oppure ciò che riferisci è la verità. E penso che tutti siano affamati di questa verità.
«Tutti sono affamati di morte. La nostra cultura lo è. Io, qui, come vedi, ne parlo continuamente. Ma non la esprimo. Perché nella morte io sono impegnato. Non voglio uscirne, per esprimerla, per vederla o guardarla in trasparenza. Non cerco di formularla. Ogni tanto si realizza qualcosa che mi porta in un altro luogo dal quale posso osservarla. Magari anche di riflesso. Ogni sorta di cose si riflettono in questa introspezione, ma non l’attività essenziale di ciò in cui sono impegnato [ossia l’atto del morire]. Il tempo che mi dò è il qui e ora».
Capisco
«E’ molto importante ciò che semplicemente il giorno ci dà, ogni singola cosa che si realizza durante il giorno. La persona, l’osservazione che ha fatto, l’odore dell’aria in quel momento. E queste cose hanno bisogno di accettazione, di ricognizione, di riconoscimento... Adesso non ho ancora la parola giusta. Ma trovare le parole è magnifico. Trovare la parola giusta è così importante. Le parole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano il dolore».

E il dialogo aiuta a trovarle?
«Sì, e mi rende così felice. Sai, da qualche tempo le persone vengono da me come se avvertissero in me il richiamo di quel vuoto di cui parlavo. Se io non fossi così vuoto, non verrebbero».

Come un risucchio che attira.
«Dev’essere così».

O una condizione di saggezza?
«No. Una calamita. Cercano qualcosa cui attaccarsi. Vogliono qualcosa, ed è la mia capacità di cristallizzare e formulare. Due parole che sono usate per una delle ultime fasi dell’alchimia. Cristallizzazione e formulazione. Le persone sono in pessima forma di questi tempi, il mondo è in pessima forma. E in qualche modo il mio avere trovato qualche solidità li attrae.

Ma non parlavi di vuoto?
«Sì. Il mio stato di svuotamento esprime qualcosa che non avevo finora realizzato e che può riassumersi nella parola coagulatio. Due princìpi governano tutti i processi alchemici: la coagulatio e la dissolutio. Coagulatio in alchimia significa rapprendersi in un punto, diventare più solidi, più definiti, formati, dotati di morphe. Ora l’intero processo che sto attraversando è la coagulazione della mia vita nel tempo. Ma la coagulatio è sempre seguita dalla dissolutio. Che è esattamente il contrario: dissoluzione, le cose che si separano, si sciolgono, perdono la loro capacità di definirsi. La cosa interessante è che improvvisamente questo spiega i miei sintomi. Non faccio che pensare, morbosamente, che sto affondando sempre di più, che mi sto dissolvendo. Ma le due cose, dissoluzione e coagulazione, sono inscindibili. Non è fantastico? Non ci avevo riflettuto finché non mi è venuta per la prima volta in mente la coagulatio. E la rubefactio, che permette alla bellezza di mostrarsi. Così ora sono una persona diversa. Non avevo mai percepito queste cose dentro di me. O non le avevo mai riconosciute. Prima, non avevo mai saputo chi ero».

Da dove viene questa consapevolezza?
«Oh, decisamente dal morire».

Ti dici «impegnato nel morire». Vuoi arrivare alla morte in piena consapevolezza. Ma, come diceva Epicuro cercando di spiegare perché non bisogna averne paura, «se ci sei tu non c’è la morte, e se c’è la morte non ci sei tu». «Esatto».

Mi sto domandando se allora questo tuo morire non sia un’intensificazione del vivere. «Assolutamente sì, non c’è il minimo dubbio. Quando la morte è così vicina la vita cresce, si esalta. Ne sono certo. Ma non vorrei essere presuntuoso».

In che senso?«Orgoglio, arroganza, hybris: attenzione a non peccare contro gli dèi. Mai, in nessuna occasione».

Certo, ma non credo che la tua sia hybris. Credo sia puro coraggio affrontare la morte a occhi aperti. E’ raro, ed è per questo che il tuo reportage è così prezioso.«E’ prezioso, sì. Mi sto rendendo conto di qualcosa che non avevo mai realizzato prima. Ha a che fare con un certo argomento di cui Margot ed io dovremo parlare prima, una certa decisione che io potrei prendere. Sai, nel mondo di oggi mi è consentito, come lo sarebbe stato nel mondo greco».
Capisco a cosa alludi.
«Ma il punto è che dovrei mettermi nelle loro mani, e sarebbero loro a decidere. In qualche modo io sarei il loro strumento, non loro il mio. Intendiamoci, lo spero. Ma sarebbero loro a informarmi quand’è il mio momento. Oppure potrei prenderlo nelle mie mani, che sono lo strumento classico: la mano [Hillman fa il gesto di trafiggersi il petto], o la vasca da bagno, come Petronio. Ma il fatto è che l’intera cerimonia – perché la definirei così – non è ancora lontanamente immaginabile. O meglio, l’idea è immaginabile, dato che ne sto parlando ora. Ma c’è un’altra idea, sempre antica, che in qualche modo contrasta. Primum nil nocere. Primo, non fare del male. [Si tratta del giuramento di Ippocrate.]

E allora, qual è la decisione migliore? che ne pensi?
Gli antichi stoici dicevano, a proposito del suicidio: “C’è del fumo in casa? Se non è troppo resto, se è troppo esco. Bisogna ricordarsi che la porta è sempre aperta”. Evidentemente, la tua casa non è ancora piena di fumo. Quando lo sarà, lo sentirai.
«Riuscirò a sentirlo?»

Forse ti sentirai confuso. Quello che so è che ora stai respirando, non c’è fumo nel tuo cervello, nella tua psiche, nella tua anima. Quando ci sarà, forse prenderai in considerazione il suggerimento degli stoici. Non sei forse un pagano? non hai allenato per tutta la vita il tuo istinto a percepire le epifanie degli dèi?
«Oh sì che sono un pagano. E’ questo il punto».

E’ pagana anche la tua percezione della bellezza, del grande teatro verde della natura che hai scelto per questa tua ars moriendi, questa tua arte pagana del morire che è anche, o anzi è soprattutto un’arte estrema del vivere.

«Non mi piace definirla un’ars moriendi. E’ piuttosto un’arte dello stare in prossimità dell’essere, tenersi più stretti possibili a ciò che è».
(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 29 ottobre 2011) 

Multiculturalismo

in Giovanni Sartori, La democrazia in trenta lezioni, Mondadori editore, 2008

pagg. 99-100

Destra e Sinistra

in Giovanni Sartori, La democrazia in trenta lezioni, Mondadori editore, 2008

pagg. 77-80

Eguaglianza

in Giovanni Sartori, La democrazia in trenta lezioni, Mondadori editore, 2008

pagg. 55-58

Mosca, Michels, Schumpeter

in Giovanni Sartori, La democrazia in trenta lezioni, Mondadori editore, 2008

pagg. 35-38

Partecipazione

in Giovanni Sartori, La democrazia in trenta lezioni, Mondadori editore, 2008

pagg. 23-26

Opinione pubblica

in Giovanni Sartori, La democrazia in trenta lezioni, Mondadori editore, 2008

pagg. 19-22

Gianfranco Cordì. La morte, la terra e il «gran finale» Sul nuovo libro di Emanuele Severino 17 Novembre 2011, su TELLUS folio

Proviamo a tracciare uno scenario. Da una parte c’è il «destino». Ovvero «l’apparire della necessità della differenza dei differenti, e insieme della necessità dell’esser sé e non l’altro da sé, da parte di ognuno dei differenti». Ogni elemento è perciò se stesso nel «destino» e non può mutare, cambiare, cangiarsi in qualcos’altro. Dall’altra parte c’è la «terra isolata». Questa «è in ogni sua parte la follia estrema che intende l’esser cosa come l’esser altro da (cioè il non essere) ciò che esso è». Il «mondo» – che «appare nel cerchio originario e in ogni altro cerchio del destino» – è quella «fede» (che è quindi «volontà» e quindi «dubbio») che gli elementi in esso presenti siano altro da sé: che mutino, che possano trasformarsi, che diventino qualcosa di diverso da quello che essi stessi erano in partenza. Sulla scorta di tale scenario, Emanuele Severino in questo suo La morte e la terra (Adelphi, 2011) costruisce un impalcatura teoretica molto conseguente anche se un po’ intricata e a momenti, forse, un po’ inintelligibile ….  segue

l’intero articolo (di profonda cultura) è qui: TELLUS folio.

Esoterico

Esoterico

In greco: lÒgoi ™swteriko… [logoi esoterikói], termine derivato da œswqen [èsothen], «da dentro». Il significato è: «opere ad uso interno». Più di un autore della tarda antichità indica con questo termine delle trattazioni piuttosto tecniche, dirette quindi a dei lettori competenti (possibilmente a chi frequentava una certa scuola: il termine interessa soprattutto Aristotele, e in effetti i suoi grandi trattati vengono tuttora considerati opere esoteriche), più raramente delle dottrine di cui si vietasse o si scoraggiasse la divulgazione. La voce complementare è Essoterico.

da: 1998, Introduzione alla filosofia antica. Premesse filologiche e altri “ferri del mestiere”
Il Glossario e l’indice del volume

Duecento termini di uso corrente nello studio della filosofia antica, da L. ROSSETTI – INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA ANTICA (1998)

L. ROSSETTI – INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA ANTICA (1998)


Glossario /1


Avvertenza // Un altro piccolo glossario

Acèfalo * Acroamatico * Aforisma * Aggiunte e correzioni * Akmé * Anacronismo * Anepígrapha * Annullamenti * Anonimi * Antígrafo *Aplografia * Apòcrifo * Apoftègma * Apògrafo * Apparato critico * Archètipo * Arcontato di Euclide * Ascriptio * Ascrizione * Asterisco* Atetèsi * Autopsia

Biblíon * Bustrofedica (scrittura)

C-D E-G H-L M-P Q-S T-Z

da Glossarietto.

Alla mia Morte sopravviverai di Pablo Neruda, traduzione di Giuseppe Bellini

Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura
che tu risvegli la furia del pallido e del freddo,
da sud a sud alza i tuoi occhi indelebili,

da sole a sole suoni la tua bocca di chitarra.

Non voglio che vacillino il tuo sorriso nè i tuoi passi,
non voglio che muoia la mia eredità di gioia,
non bussare al mio petto, sono assente.
Vivi nella mia assenza come in una casa.
E’ una casa sì grande l’assenza
che entrerai in essa attraverso i muri
e appenderai i quadri nell’aria.
E’ una casa sì trasparente l’assenza
che senza vita io ti vedrò vivere
e se soffri, amor mio , morirò nuovamente.

da Tutte le poesie di Neruda, a cura di Giuseppe Bellini, Nuova Accademia, 1963

 

Marisa Zoni (1935-2011) è stata una poetessa …

Marisa Zoni (1935-2011) è stata una poetessa nata a Castel San Pietro Terme, in provincia di Bologna.

Ha pubblicato il suo primo libro di poesie, “Testa o croce del soldone,” nel 1959. Per circa quarant’anni ha insegnato lettere tra il nord e altre regioni, oltre a dedicarsi alla scrittura poetica, con diverse pubblicazioni di poesia nel corso della sua vita.

Tra le sue raccolte più recenti si segnala “Tu paria dai mille occhi,” che raccoglie lavori inediti e rappresenta un compendio del suo lungo percorso poetico.

Marisa Zoni è ricordata anche per il contributo alla cultura poetica italiana del XX secolo e la sua attività di insegnamento.noidonne+4

  1. https://www.noidonne.org/articoli/le-parole-che-incidono-la-carta-00235.php
  2. https://www.pendragon.it/catalogo/manufacturers/marisa-zoni.html?tmpl=component
  3. https://iris.unive.it/retrieve/99e9fe62-9483-4bf4-bfa2-df4c9e5d74c2/Smerilliana-26-13×21-con-copertina-1.pdf
  4. https://books.google.com/books/about/Tu_paria_dai_mille_occhi_Poesia_16.html?id=CE2D1VnMEzcC
  5. https://traccesent.com/2018/09/10/in-ricordo-di-marisa-zoni-1935/
  6. https://irinsubria.uninsubria.it/retrieve/9af61076-d944-4d4c-912f-21e3c8e8009b/iss-9-2022_2HV2XhK%20(1).pdf
  7. https://www.abebooks.it/scultore-carta-Poesie-Marisa-Zoni-Logogrifi/9310096315/bd
  8. https://antemp.com/2022/06/07/quando-pensi-di-avere-tutte-le-risposte-la-vita-ti-cambia-tutte-le-domande-charlie-brown/

Ci ha lasciato la poetessa Marisa Zoni (1935-2011), dal sito di Stefano Mencherini

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Mark Strand, Il tuo morire, letta da Domenico Pelini | Tracce e Sentieri

da Mark Strand, Il tuo morire, letta da Domenico Pelini | Tracce e Sentieri.

La follia degli antichi. Dei, eroi, uomini

 Simone Bedetti - La follia degli antichi Vol. 1 (download)
Simone Bedetti – La follia degli antichi Vol. 1 (download)
Prezzo:
€ 2,95
Autore: Bedetti Simone 
Voce narrante: Palmieri Valentina 
Durata: 1h41′
Anteprima audio: clicca qui per ascoltare
Copyright audio: Area51 Publishing
Supporto: 1 file zip (mp3)

La follia degli antichi. Dèi, eroi, uomini. Vol.1 è un audiolibro proposto da Area51 Publishing. Una visione cosmogonica della follia attraverso una serie di biografie magnifiche e terribili, solari e allucinate di dèi, eroi, tiranni, filosofi… uomini che l’autore, Simone Bedetti, racconta con queste parole: ‘Ho voluto raccontare la follia non come patologia ma come cosmogonia. Ci fu un tempo, ci fu necessariamente un tempo, in cui accadde un movimento improvviso, uno strappo, e dal vuoto lacerato del nulla precipitò l’universo. Penso che questo strappo, lo spalancarsi della vita sulla meraviglia, la sofferenza e l’amore accada e riaccada costantemente nella nostra testa’. Dioniso, Orfeo, Eracle e Icaro sono alcuni tra gli dei, gli eroi e gli uomini la cui follia è raccontata in questo audiolibro, letto dalla voce di Valentina Palmieri e intervallato da brani musicali. L’audiolibro è realizzato in collaborazione con il Teatro della Rabbia. Contenuto: La follia degli antichi. Dèi, eroi, uomini. Vol.1 Indice delle tracce: 1. Coscienza Cosmica (brano musicale) 2. Dioniso. Dio delirante 3. Prigioniero dell’illusione (brano musicale) 4. Orfeo. Poeta 5. Trionfo di Orfeo (brano musicale) 6. Eracle. Epilettico 7. Bar-do (brano musicale) 8. Era. Madre matrigna 9. Bhavacakra (brano musicale) 10. Soma. Nettare divino 11. Nettare divino (brano musicale) 12. Aiace. Protettore di cadaveri 13. Un nuovo mondo (brano musicale) 14. Icaro. Malinconico 15. Trionfo di Icaro (brano musicale)

vai a: http://www.ilnarratore.com/prodotti/idx/1607/Simone-Bedetti—La-follia-degli-antichi-Vol-1-download.html

OSPEDALE E TERRITORIO VERSO LA CONTINUITA’ TERAPEUTICA ED ASSISTENZIALE: tra Governance e fiducia”, Convegno, 11 novembre, dalle ore 9 alle 13,30 presso la Sala Conferenze della Facoltà di Scienze della Formazione in Piazzale S. Agostino 2 a Bergamo

L’11 novembre, dalle ore 9 alle 13,30 presso la Sala Conferenze della Facoltà di Scienze della Formazione in Piazzale S. Agostino 2 a Bergamo, si terra’ il convegno “OSPEDALE E TERRITORIO VERSO LA CONTINUITA’ TERAPEUTICA ED ASSISTENZIALE: tra Governance e fiducia”.

Il convegno è organizzato da Associazione Cure Palliative, Universita’ degli Studi di Bergamo, USC Cure Palliative Hospice di Bergamo e Dipartimento Interazienda  Provinciale Oncologico (DIPO).

Questo convegno si inserisce fra le iniziative della ”XII Giornata Nazionale contro la sofferenza inutile della persona inguaribile” promossa dalla Federazione Cure Palliative.

Per iscriversi compilare la scheda di iscrizione che si trova nel pieghevole allegato oppure inviare una email a segreteria@associazionecurepalliative.it

bozza del PROGRAMMA 

Ore 9,00-9,30         Saluto delle autorità

Ore 9,30-9,45         Dr. Arnaldo      Minetti, “Introduzione”                              

Ore 9,45-10,00      Prof. Ivo Lizzola, “Apertura dei lavori”

Ore 10,00-10,15     Dr. Luca Moroni, “Le cure palliative  e la legge38, l’occasione  di un welfare del territorio.”

Ore 10,15-10,45        Dr Paolo Ferrario, “Istituzioni di servizio e malattie terminali”

Ore 10,45-11,00         Dr Marco Zanchi

……….

Ore 11,00-11,15          Pausa Lavori

Ore 11,15-11,30          Prof. Roberto Labianca

…………

Ore 11,30-11,45     Dr Emilio Pozzi, “Rapporto fiduciario e gestione integrata”

Ore 11,45-12,00         Dr Antonio Brucato,  Dr Michele Fortis,  “Il progetto  SE.RE.NA nel secondo anno di attività: breve dialogo su reciproca  formazione, criticità e nuove prospettive”

Ore 12,00-12,15         Dr Simeone Liguori, “Ruolo della USC Cure Palliative nel rapporto tra Ospedale e Territorio”

Ore 12,15-12,30         Dr Marco Pesenti, “Lo spazio della domanda”

Ore 12,30-12,45          Dr Claudio Bulla, “Curare e prendersi cura del malato oncologico al termine della vita”

Ore 12,45-13,00          Dr Benigno Carrara, “Erogazione  delle cure palliative domiciliari sul territorio della Provincia di Bergamo: luci ed ombre”

Ore 13,00-13,15  Dssa Aurora Minetti,                                            Sig.ra Mariagrazia  Capello, Presentazione del nuovo Vademecum  “Orientarsi nel percorso della malattia”

Ore 13,15-13,30    Prof. Stefano Tomelleri, “Conclusioni”

RELATORI

 

Brucato Antonio – Direttore Medico della USC Medicina Interna OORR di Bergamo

Bulla Claudio – Medico di assistenza primaria

Capello Mariagrazia – …………….

Carrara Benigno – Coordinatore Sistema Cure Domiciliari ASL della provincia di Bergamo

Ferrario Paolo – Docente a contratto di politiche sociali presso l’Università di Milano Bicocca

Fortis Michele – Dirigente Medico della  USC Cure Palliative – Terapia del Dolore – Hospice OORR di Bergamo

Labianca Roberto – Direttore, Dipartimento Interaziendale Provinciale Oncologico – DIPO

Liguori Simeone – Medico della USC Cure Palliative – Terapia del Dolore – Hospice OORR di Bergamo

Lizzola Ivo – Preside, facoltà di Scienze della Formazione, Università degli Studi di Bergamo

Minetti Arnaldo – Presidente Associazione Cure Palliative – ONLUS

Minetti Aurora – Dottore di ricerca e assegnista di ricerca c/o Università degli Studi di Bergamo

Moroni Luca – Presidente Federazione Cure Palliative – FCP

Pesenti Marco – Psicologo, Psicoterapeura USSD Psicologia Clinica OORR Bergamo.

Pozzi Emilio – Presidente Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della Provincia di Bergamo

Tomelleri Stefano – Docente di Sociologia Generale, Facoltà di Scienze della Formazione c/o  Università degli Studi di Bergamo

Zanchi Marco – Dottorando di ricerca c/o Università degli Studi di Bergamo

Emanuele Severino, citazione da La morte e la terra

Per quanto grandi siano le speranze e le supposizioni umane“, scrive Emanuele Severino sulla soglia di questo suo nuovo libro, “esse si accontentano di poco, rispetto a ciò da cui l’uomo è atteso dopo la morte e a cui è necessario che egli pervenga“.

Severino procede qui risolvendo un problema decisivo, lasciato ancora aperto: se “la terra isolata dal destino è oltrepassata dalla terra che salva e dalla Gloria“, nondimeno su questa nostra vita – si potrebbe dire – incombe la morte, e continuamente vi irrompe.

L’inedito cammino della «Gloria», pubblicazione PUBB«La morte e la terra» opera cruciale del filosofo Emanuele Severino, articolo di Ines Testoni

È appena uscita «La morte e la terra» (Adelphi), opera cruciale di Emanuele Severino, in quanto parte conclusiva del suo percorso teoretico dedicato «all’indicazione autentica dell’eternità». Inteso come «destino», tale concetto non ha niente a che vedere con quello considerato dalla tradizione metafisica o, all’opposto, dalla fisica di Einstein, bensì più radicalmente riguarda l’«impossibilità del divenir altro/nulla» e la coscienza che tutto ciò che appare è necessario. Ogni ente, quindi, in quanto eterno, né può essere creato né può essere annientato. In questa originaria fondazione si inscrive il problema della morte, che viene da sempre e comunemente intesa come annientamento parziale o totale della persona. 

Mostrando come tale interpretazione sia uno degli esiti della corruzione fondamentale del «nichilismo», Severino inscrive dunque l’accadimento della morte nel luogo dell’avvicendarsi degli eterni: la «terra», il cui inizio ha però conciso con la caduta nell’oblio dell’eternità in cui consiste l’«isolamento». La «terra isolata» è l’essenza del nichilismo in cui abitano i mortali, incapaci di ricordare la propria identità. Questa scotomizzazione è destinata a tramontare con l’avvento della «terra che salva», la quale «al di là di ogni resurrezione» si manifesta come «apocalisse», in cui ogni istante, già accaduto e mai annientato ma solo oscurato, si illumina della propria coscienza.

l’intero articolo qui:  Bresciaoggi.it – Home – Cultura & Spettacoli.

Non si vive la pienezza dell’Essere se non nel Vuoto, Raimon Panikkar

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Angelicamente, antologia a cura di Baldo Lami, Zephyro edizioni, presentazione di Baldo Lami, Paolo Ferrario e Francesco Pazienza alla Associazione Antroposofica milanese, 11 novembre 2011, ore 21, Via Vasto 4, Milano

 

Scheda del libro sul sito della casa editrice Zephyro Edizioni

curatore: Baldo Lami

invia scheda a un amico

Nella crisi di passaggio che caratterizza il nostro secolo in cui, recisi i legami col passato, speranza e futuro sembrano collassare in un presente sempre più mutevole e indistinto, l’angelo torna a far parlare di sé. Ma come possiamo intenderlo nel clamore delle voci e delle immagini che lo sovrastano? Un ampio numero di persone, tra studiosi, ricercatori o semplici professionisti in diversi settori dell’attività umana, si sono ritrovati a parlarne nel campo ideale del progetto di questo libro, secondo la loro personale esperienza o il loro peculiare modo di vedere e pensare. Ne esce un quadro molto eterogeneo e policromo ricco di suggestioni, per un viaggio memorabile nel tempo caduco dell’uomo odierno, ma condotto sulle ali senza tempo dell’angelo.

Indice:
Premessa
I. L’angelo come metafora della presenza dell’infinito e dell’oltre, Grazia Apisa
II. Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma, Eliana Briante
III. Essere angelo per qualcuno, Gabriele De Ritis
IV. Il Genius Loci come angelo del luogo, Paolo Ferrario
V. La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu, Pietro Gentili
VI. L’influenza dell’angelo sull’anima umana, Claudio Gregorat
VII. La missione disconosciuta degli angeli emotigeni, Baldo Lami
VIII. Angeli e custodi, Massimo Marasco
IX. L’angelo dell’Annunciazione, Paola Marzoli
X. Michele e Lucifero. Cosa avranno ancora quei due da dirsi?, Maria Luisa Mastrantoni
XI. Angeli dell’Europa, Francesco Pazienza
XII. Lucifero dinamica divina, Bianca Pietrini e Fabrizio Raggi
XIII. Distanze che disegnano orizzonti, Massimo Pittella
XIV. La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno, Claudia Reghenzi
XV. Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?, Stefania Valanzano
XVI. L’angelo nel cinema, Gruppo lettura film

Qui Baldo Lami presenta i singoli saggi del libro.

Qui i video della presentazione al Salone della piccola e media editoria indipendente a Milano 28 Novembre 2010

Roberto Herlitzska legge: Congedo del viaggiatore cerimonioso di Giorgio Caproni

da:  Antologia personale di Vittorio Gassman – Poesia italiana dell’Ottocento e del Novecento, Luca Sassella editore, 2000

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio)’ confidare.

(Scusate. E una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare.)

Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto se io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento

Angelo

PAUL KLEE, Angelo smemorato

 

«L’angelo è metafora della capacità della mente di uscire dal cerchio chiuso del nostro orizzonte tridimensionale. L’angelo è rappresentazione. La sua funzione non è tanto quella di rivelare all’uomo ciò che è nascosto, di manifestare l’inattingibile, ma piuttosto di indicare l’inattingibile, di custodirlo.
In Rilke gli angeli appaiono inizialmente sotto una luce di trionfo, ma solo per mettere in risalto la distanza dalla creatura umana. Ma è proprio questa distanza a costringere l’angelo a entrare in rapporto con l’uomo. E’ così che l’angelo si fa sempre più triste. La sua tristezza deriva dal peso che schiaccia l’uomo: il ricordo (die Erinnerung). L’angelo di Rilke è memore della caduta e perciò è oppresso da una tristezza inesorabile. Ed è questa stessa tristezza che lo avvicina all’uomo….
Se si vogliono tenere insieme polarità distinte come parola e silenzio, manifestazione e invisibile, l’angelo è la figura “necessaria” di questa rappresentazione».

MASSIMO CACCIARI, Intervista a Panorama, 9 febbraio 1986

“il nostro esser lo splendore dell’Io del destino”, Emanuele Severino

Alla morte ci si avvicina perchè anche la “vita” sopraggiunge nei cerchi del nostro esser lo splendore dell’Io del destino, ed è necessario che ogni sopraggiungente sia oltrepassato. Il contrasto tra la pura terra e la terra isolata appare in ciò che Noi siamo prima dell’avvento della terra che salva – e nel contrasto appare “questa nostra vita”. Avvicinarsi alla morte è avvicinarsi all’istante che divide tale contrasto dallo splendore della Gioia.

in Emanuele Severino, LA MORTE E LA TERRA, Adelphi, 2011, p. 558

 

da Emanuele Severino La morte e la terra Biblioteca Filosofica 2011, pp. 558

 

…. In La morte e la terra  viene portata alle estreme conseguenze l’ impossibilità di «entrare nella vita eterna»: nell’ eterno «non si entra», perché l’ uomo – ma anche ogni cosa – è già da sempre eterno. D’ altra parte, proprio per questo, è eterno anche il dolore. Per farsi capire Severino allude al rapporto esistente tra il dolore e il Dio cristiano. Dio, incarnandosi, esperisce il dolore dell’ uomo, tuttavia nella sua gloria non solo non può dimenticarlo ma non può nemmeno averne un’ idea astratta, un’ astratta memoria: deve continuare a sperimentarlo nella sua totale angosciante concretezza. Però questo Dio è anche l’ infinito superamento del dolore; ma se l’ uomo è, nel pensiero di Severino, infinitamente più alto di Dio, allora l’ eternità del dolore è, nell’ uomo, superata in un modo anch’ esso infinitamente più alto . Ci ha confidato Severino alla fine della stesura della nuova opera: «Avevo già considerato la morte come lo stato in cui l’ uomo separa il mondo da quello che è il destino della verità, ora la considero nel significato più vicino al suo senso comune: il disfacimento del corpo». E aggiunge: «Nel libro si arriva anche a questo risultato rilevante: che l’ uomo non è atteso né dal nulla né dalle vicissitudini espresse dai concetti di immortalità dell’ anima, resurrezione, reincarnazione, cioè dagli incubi che l’ aldilà può suscitare. Il disfacimento del corpo è immediatamente seguito dalla Gioia suprema in cui, innanzitutto, l’ uomo prende coscienza della propria altezza».

Mark Strand, era … era l’inizio di una sedia, tradotta da Damiano Abeni e letta da Mimmo Pelini

Cos’era

I
Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; la sua azzurrezza, l’ombra che lasciava,
che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori da se stesso, fuori da qualsiasi idea
di se’ descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto in un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in se’, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo tenero, piccolo vuoto che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e cosi’ sempre,
e sempre perche’, e solo perche’, essendo stato, era…

II
Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai piu’ chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne ando’, come doveva, nessun dolore riusciva
a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
dimenticato da lei, la penna che lei lascio’ sul tavolo.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, per giorni. Era quello. Solo quello.

(da Mark Strand: “Blizzard of One” – 1998, traduzione di Damiano Abeni, pubblicata in: L’INIZIO DI UNA SEDIA, a cura di Damiano Abeni, Donzelli editore, 1998, ora in “West of your cities” – a cura di M. Strand e D. Abeni – Minimum fax – Roma 2003)

il testo della poesia è tratto da: http://www.gironi.it/poesia/strand.php

MITI E STORIE DI IERI E DI OGGI immagini per la formazione

  MITI E STORIE DI IERI E DI OGGI

immagini per la formazione


ANCHISE

Tema: FATICA DEL FAMILIARE CHE ASSISTE, CARE GIVER

da: Enciclopedia dei miti, Garzanti, 1990 (edizione originale: Dictionnaire de la mythologie grecque et romaine, Puf-Presses universitaire de France, 1979)


ANTIGONE

Tema: AMORE FILIALE SACRIFICIO

Figlia di Edipo e di Giocasta, era sorella di Eteocle e Polinice. 

Quando il padre, ormai cieco, si allontanò da Tebe in esilio, Antigone lo accompagnò fino

a Colono, dove Edipo morì. 

Tornata a Tebe, quando i suoi fratelli caddero in combattimento, diede sepoltura al corpo

di Polinice, malgrado il divieto di Creonte, diventato re alla morte dei due giovani. Creonte

allora la condannò a essere murata viva. La giovane però si uccise prima che fosse

eseguita la sentenza. 

Emone, figlio di Creonte, che amava Antigone, si tolse la vita per il dolore presso il

cadavere di lei. 

La storia di Antigone è l’argomento di una celebre tragedia di Sofocle.

Fonte: Gislon – Palazzi, Mitologia e antichità classica, Zanichelli editore, Bologna


ARIANNA

Tema: AIUTO PER NON PERDERSI

Figlia del re di Creta Minosse e di Pasifae. Si innamorò di Teseo e, dandogli un gomitolo

di filo perché non si smarrisse, lo aiutò a uscire dal Labirinto e a fuggire, dopo aver ucciso

il Minotauro. 

Arianna seguì l’eroe ateniese, ma questi l’abbandonò nell’isola di Nasso, allontanandosi

mentre la fanciulla dormiva. Alcuni narrano che la giovane donna, quando scoprì di essere

stata abbandonata, disperata, si impiccò. Secondo un’altra versione, Dioniso la trovò, la

fece sua sacerdotessa e in seguito la sposò.

Fonte: Gislon – Palazzi, Mitologia e antichità classica, Zanichelli editore, Bologna


DEDALO

Tema: LAVORO PROFESSIONALITA’

Abilissimo artefice ateniese, che si diceva di stirpe reale, discendente di Eretteo. Secondo

la leggenda inventò una serie di strumenti, come l’accetta e il livello, e le vele delle navi,

queste, pare, ancora sconosciute ai Greci. Era famoso come architetto e scultore e le

statue che creava erano fatte con tale arte che si muovevano e parevano vive. Geloso di

Galo (o Talo), un suo nipote e discepolo che aveva inventato la sega, il regolo e il tornio,

lo buttò giù dall’alto di una casa e fu quindi costretto a fuggire da Atene. Si rifugiò allora

da Minosse, re di Creta, che lo accolse con grandi onori, ma fu dal geniale ospite mal

ricompensato. Dedalo, infatti, costruì per la regina Pasifae la famosa giovenca grazie alla

quale la donna riuscì a soddisfare la sua infame passione per un bellissimo toro. Costruì

anche il Labirinto, un edificio pieno di corridoi e di stanze, in fondo al quale venne

alloggiato il Minotauro. Dedalo offese nuovamente il re, suggerendo ad Arianna

l’espediente del filo per fare ritrovare a Teseo la via d’uscita da quell’intrico di corridoi,

dopo che costui aveva ucciso il mostro. Minosse allora fece rinchiudere Dedalo e il figlio

Icaro nel Labirinto stesso, e il grande artefice vi rimase finché, con il pretesto di aver

bisogno di cera e di penne per una sua nuova creazione, non riuscì a fabbricare un paio

di ali per sé e un paio per il figlio e a fuggire in tal modo, librandosi nell’aria. Icaro,

maldestro, precipitò nel mare, ma il padre raggiunse Cuma, in Campania, dove eresse un

magnifico tempio al dio Apollo, a cui consacrò le ali da lui fabbricate. Poi passò in Sicilia e

fu accolto dal re Cocalo e dalle sue figlie con molta benevolenza. Minosse lo inseguì e

chiese a Cocalo di consegnarglielo, ma le figlie di Cocalo, innamorate di Dedalo, uccisero

il re di Creta e l’illustre inventore fu di nuovo libero. Pare tornasse ad Atene e che fosse il

capostipite del demo dei Dedalidi.

Fonte: Gislon – Palazzi, Mitologia e antichità classica, Zanichelli editore, Bologna


ENEA

Tema: FAMIGLIA STATO

Principe troiano, figlio di Anchise e di Afrodite. Sposò Creusa, figlia di Priamo, da cui ebbe

un figlio, Ascanio. Fu tra i più valorosi guerrieri alla guerra di Troia. Dopo la distruzione

della città, cercò di allontanarsi tra le fiamme, per mettere in salvo la sua famiglia, alcuni

compagni e le reliquie troiane. Procedeva in testa al gruppo, portando sulle spalle il

vecchio padre Anchise, convinto che la moglie lo seguisse. Ma quando si girò per cercare

Creusa, la donna era scomparsa ed Enea non riuscì più a trovarla. Il principe troiano forse

si ritirò sul monte Ida, dove costruì una flotta con cui prendere il mare alla ricerca di un

nuovo paese in cui stabilirsi. Secondo Omero, però, Enea non lasciò mai la Troade e

ricostruì Troia, regnando sui Troiani, secondo il volere degli dei. Qualche commentatore,

tuttavia, diede un’altra interpretazione alle parole di Omero: Enea avrebbe regnato sì sui

Troiani, ma su quei Troiani che lo avessero accompagnato in Italia. L’Eneide di Virgilio

comincia con la fuga di Enea da Troia in fiamme. L’eroe affrontò molte peripezie che

portarono quel gruppo di esuli nel Chersoneso tracico, nell’Epiro, a Delo, nelle Strofadi, a

Creta, in Sicilia e a Cartagine, in Africa, dove Enea conobbe e amò Didone. Dopo un

viaggio durato sette anni e dopo aver perso tredici navi, l’eroe arrivò finalmente nel Lazio.

Qui fu accolto benevolmente dal re Latino, che gli promise in moglie la figlia Lavinia. Ma la

fanciulla era già stata promessa a Turno, il re dei Rutuli, che, per impedire il matrimonio

della sua fidanzata con il principe troiano, fece guerra a Enea, alleandosi con altri principi

italici; dopo molte battaglie, la guerra si risolse con un duello fra i due eroi, nel quale

Turno trovò la morte. Enea sposò allora Lavinia, in onore della quale fondò la città di

Lavinio, e succedette al suocero sul trono. Dopo qualche anno, durante una battaglia

contro gli Etruschi, Enea scomparve in un uragano, e i Latini, non vedendolo più,

pensarono che fosse stato assunto in cielo e lo adorarono come un dio. Suo figlio

Ascanio, con il nome di Iulo, fondò Alba Longa e vi regnò.

Fonte: Gislon – Palazzi, Mitologia e antichità classica, Zanichelli editore, Bologna


ICARO

Tema: RISCHIO ESPLORAZIONE

Figlio di Dedalo che con il padre era stato rinchiuso nel Labirinto da Minosse, adirato per

la fuga di Teseo. Grazie all’ingegnosità di Dedalo, i due fuggirono, valendosi di ali

attaccate con la cera. Icaro, però, esaltato dall’ebbrezza del volo, si librò troppo in alto: il

sole liquefece la cera, le ali si staccarono e il ragazzo cadde nel mare che da lui fu detto

Icario e che è una parte dell’Egeo, attorno all’isola chiamata Icaria.

Fonte: Gislon – Palazzi, Mitologia e antichità classica, Zanichelli editore, Bologna


il LABIRINTO

M.C. Echer, Relativitaet (1953)


PENELOPE

Tema: LAVORO RETI

fu fedele moglie di Odisseo o Ulisse, re di Itaca, e madre di Telemaco. Durante la lunga

assenza del marito, molti principi di Itaca e delle isole vicine (i Proci) la corteggiarono con

insistente arroganza, stabilendosi nella reggia e consumando tra i bagordi il patrimonio del

re. Allo scopo di sottrarsi alle loro moleste attenzioni, Penelope escogitò uno

stratagemma: avrebbe scelto tra loro un marito solo quando avesse finito di tessere una

splendida tela per Laerte, padre di Ulisse. Ogni notte, per tre anni, finché una delle sue

ancelle non tradì il segreto, Penelope disfaceva di notte il lavoro eseguito di giorno, in

modo da non terminare mai l’opera. Dopo vent’anni Ulisse finalmente fece ritorno alla

reggia e con l’aiuto di Telemaco, di Atena e di alcuni servi fedeli sterminò i Proci, dopo

averli sfidati a una gara con il suo potente arco, che nessuno dei giovani pretendenti

Fonte: Gislon – Palazzi, Mitologia e antichità classica, Zanichelli editore, Bologna

RE DEGLI ELFI

Tema: FAMIGLIA PADRI

IL RE DEGLI ELFI

 

Chi cavalca così tardi per la notte e il vento?

È il padre con il suo figlioletto;

se l’è stretto forte in braccio,

lo regge sicuro, lo tiene al caldo.

«Figlio, perché hai paura e il volto ti celi?»

«Non vedi, padre, il re degli Elfi?

Il re degli Elfi con la corona e lo strascico?»

«Figlio, è una lingua di nebbia, nient’altro.»

«Caro bambino, su, vieni con me!

Vedrai i bei giochi che farò con te;

tanti fiori ha la riva, di vari colori,

mia madre ha tante vesti d’oro».

«Padre mio, padre mio, la promessa non senti,

che mi sussurra il re degli Elfi?»

«Stai buono, stai buono, è il vento, bambino mio,

tra le foglie secche, con il suo fruscio.»

«Bel fanciullo, vuoi venire con me?

Le mie figlie avranno cura di te.

Le mie figlie di notte guidano la danza

ti cullano, ballano, ti cantano la ninna-nanna».

«Padre mio, padre mio, in quel luogo tetro non vedi

laggiù le figlie del re degli Elfi?»

«Figlio mio, figlio mio, ogni cosa distinguo;

i vecchi salci hanno un chiarore grigio.»

«Ti amo, mi attrae la tua bella persona,

e se tu non vuoi, ricorro alla forza».

«Padre mio, padre mio, mi afferra in questo istante!

Il re degli Elfi mi ha fatto del male!»

Preso da orrore il padre veloce cavalca,

il bimbo che geme, stringe fra le sue braccia,

raggiunge il palazzo con stento e con sforzo,

nelle sue braccia il bambino era morto.

Fonte: Goethe, Ballate

SETTE NANI – BRONTOLO

Tema: TIPI PSICOLOGICI FIABE

Nel gruppo, è lui l’iracondo. Se la prende praticamente con tutti. Biancaneve compresa.

Maestro nello scatenare sensi di colpa, scoprire debolezze, sottolineare errori. Brontolo

somatizza il suo

avercela col mondo, assumendo una smorfia perenne ormai connaturata al resto della

faccia. Il suo cuore è ormai a rischio di infarto, i suoi nervi tesi e le sue rughe esponenziali.

Ma non ce la fa a star calmo, è più forte di lui. A Brontolo si sono liberamente ispirati il

Puffo Brontolone e il Paperino di Barks.

Fonte:

SETTE NANI – CUCCIOLO

Tema: TIPI PSICOLOGICI FIABE

Se il più vecchio è dislessico (Dotto), il più piccolo è muto. Cucciolo è un nano ma anche

un bambino. O almeno è quello che vuol far credere e più o meno tutti ci cascano.

Non emette alcun tipo di suono, ma per compensare ha delle orecchie enormi, fuori

misura, delle orecchie che non entravano in un solo lungometraggio al punto che la

Disney le ha rivedute e corrette per Dumbo e Zemeckis le ha copiate e adattate a Roger

Rabbit.

In quanto nano bambino, e muto per giunta, fa un po’ come gli pare, tanto è grazioso. Così

grazioso che fa le mossette, le faccine, i sorrisoni, un po’ tipo Ambra di “Non è la Rai”. E

tutto questo contribuisce a farlo apparire più che un bambino, un nano che vorrebbe far

Fonte:

SETTE NANI – DOTTO

Tema: TIPI PSICOLOGICI FIABE

E’ il grande capo del gruppo ma non si capisce bene perché. Afflitto da una forte forma di

dislessia, non riesce praticamente mai a comunicare un pensiero compiuto. La

caratteristica del suo problema di linguaggio è quella della sostituzione delle sillabe nelle

parole, una specie di capolavoro enigmistico che fa sì che gli altri sei nani si stufino

regolarmente prima che lui abbia terminato la frase, ma essendo dei signori, non glielo

fanno mai notare. Questo gli comporta una notevole dose di stress, che non riesce mai a

scaricare perché in quanto capo, non gli è dato arrabbiarsi. Diciamo infine che Dotto è

il più anziano del gruppo, un vecchio signore in un gruppo di vecchietti e se fossimo

maliziosi si potrebbe sospettare un accenno di Alzheimer.

Fonte:

SETTE NANI – EOLO

Tema: TIPI PSICOLOGICI FIABE

II quarto nano è allergico: alla polvere, ai grandi, agli acari, alle miniere, alla fisarmonica.

Allergico praticamente a tutto. E starnutisce come una furia, spruzzando un muco

fastidioso e mandando gambe all’aria se stesso e gli altri nani.

Il suo naso è fuori misura, esageratamente grosso, rosso e umido. In sostanza fa un po’

Fonte:

SETTE NANI – GONGOLO

Tema: TIPI PSICOLOGICI FIABE

Sesto nano è obeso e un po’ tonto. Mangia come un maiale e ride sempre.

Non fa una gran bella impressione a chi gli sta accanto, con quel suo sguardo sempre

vitreo e quella quantità imbarazzante di denti bianchi aperti in un sorriso statico.

Biancaneve sembra non farci caso, a parte quando lui le ruba regolarmente il pranzo.

Fonte:

SETTE NANI – MAMMOLO

Tema: TIPI PSICOLOGICI FIABE

II settimo e ultimo nano è tossico. Non si capisce bene di quali sostanze psicotrope faccia

uso costante, ma che Mammolo sia un drogato è semplicemente un fatto. Sorride alle

margherite, arrossisce guardando le api, gli si infiammano le orecchie.

Passa da uno stato perenne di confusione mentale a dei risvegli improvvisi. Vivendo nei

boschi è probabile abbia trovato dei funghi allucinogeni, ma non è detto. Le sue pupille

sono costantemente dilatate, al punto che persino le ciglia si allungano a dismisura,

scambia la festa danzante per Biancaneve in un rave, ed è un po’ invidioso di non aver

morso lui la mela avvelenata, visti gli effetti…

Fonte:

SETTE NANI – PISOLO

Tema: TIPI PSICOLOGICI FIABE

Sarebbe uno abbastanza a posto se non fosse narcolettico. La narcolessia è un disturbo

caratterizzato in termini generali da eccessiva sonnolenza diurna. Come si legge

sull’enciclopedia medica, si tratta di una patologia non rara che colpisce circa una persona

su mille e prevalentemente i maschi, a qualsiasi età.

Oltre all’eccessiva sonnolenza, un altro sintomo importante della narcolessia è quello della

cataplessìa, ovvero di una rapida perdita del tono muscolare causata da manifestazioni

emotive come riso, collera, eccitazione, sorpresa. Pensate un po’ che fatica la convivenza.

Neppure Biancaneve ha potuto risvegliare Pisolo più di tanto, a parte un sussulto dopo il

Fonte:

SISIFO

Tema: LAVORO IMPOSSIBILE

Figlio di Eolo e di Enarete, leggendario fondatore e re di Corinto. Favorì il commercio e la

navigazione, fece costruire le prime triremi e dotò la città, che si affacciava su due mari, di

due porti, uno verso l’Asia, per il commercio d’importazione, e uno verso l’Europa per

l’esportazione. Si dice che avesse istituito i giochi istmici. Sposò Merope, una delle

Pleiadi, figlia di Atlante, dalla quale ebbe Glauco. La tradizione lo dice avido, astuto,

crudele e menzognero. La sua furbizia stupì Autolico, famoso ladrone che rubava i buoi

altrui e poi li mescolava alle proprie mandrie. Sisifo impresse il suo marchio sotto gli

zoccoli dei buoi di sua proprietà e, quando Autolico glieli rubò, fu facile dimostrare a chi

appartenessero. Ammirato da tanta sagacia, Autolico divenne suo amico e gli permise di

godere i favori della figlia Anticlea, che poco dopo sposò il re d’Itaca, Laerte. La donna

generò Ulisse, che ereditò l’astuzia dal suo vero padre, Sisifo. Il re di Corinto non aveva

timore neanche di sfidare gli dei. Quando Zeus s’innamorò di Egina, figlia di Asopo, e la

rapì, Sisifo andò subito dal padre per rivelargli dove era stata nascosta la figlia, facendo

infuriare il signore dell’Olimpo. Quando questi gli inviò Thanatos, la Morte, Sisifo riuscì a

imprigionarla nel suo palazzo, a incatenarla e immobilizzarla, in modo tale che nessuno

moriva più. Zeus allora fu costretto a mandare Ares a liberare la Morte e a portare così

Sisifo agli Inferi. Ma lo scaltro re aveva già progettato come tornare in vita. Aveva convinto

la moglie a non concedergli gli onori funebri e a non seppellire il suo corpo. Appena

giunto nel regno di Ades accusò la sposa di negligenza e chiese al dio dei morti di poter

tornare sulla terra per punirla, promettendogli di far subito ritorno. Invece, una volta

resuscitato, violò l’impegno e riprese a regnare su Corinto, a depredare e a uccidere

crudelmente gli abitantI dei paesi vicini, finché Zeus non mandò Ermes a riprenderlo per

riportarlo nell’Oltretomba. Rinchiuso nel Tartaro per tutti i suoi misfatti, fu condannato a

spingere in eterno su un monte un pesante macigno che, giunto alla vetta, rotolava di

nuovo a valle, rendendo vana la sua fatica.

Fonte: Gislon – Palazzi, Mitologia e antichità classica, Zanichelli editore, Bologna

CARLO RIVOLTA legge Carlo Emilio Gadda: La casa della Brianza; Gaddus

rivolta

Carlo Emilio Gadda

Questa terra felice, denominata Breanza, da ‘bre’ che signi­fica fortunato, è tra le più ridenti e verdi della provincia no­stra ed è la natural sedia di quelle amplissime e venustissime ville ch”e i maggiori nostri edificarono a loro dimora per l’ozio loro, dopo le urbane contenzioni e li affanni delle politiche in­vidie: piantandovi d’attorno convenienti ed acconcissime piante, che superstiti sopra la banalità popolano d’uno fanta­sioso e nobile popolo antichi giardini. 

I discendenti de’ vecchi signori intristirono nelle democratiche giostre, nel corso delle quali vennero tra le nuvole de’ molti coriàndoli quasi al tutto disarcionati. Altri infetidirono nel commercio del borbonzola, sorta di odorosissimo e pedagno escremento venato d’un suo borbomiceto verde-azzurro che ne fa ghiotti i deglutitori sua. Sicché le antiche ville, o ne vennero segati appiè i grandissimi ed alti sogni d’alberi, per cavarne legno d’opera e sul terreno edificarvi le scuole di chi non impara, o siffattamente diradarono nella verde piana, da parer pochi e verdi cespi fra le distrette d’un fumoso cantiere; dove comandano i capimastri e i bozzolieri.

….

Questa felice Breanza gode di otto generazioni di felicità, di cui voglio dire. Prima è quella che ne’ pozzi neri non acco­glie i doni soltanto de’ suoi naturali e gutturali inabitanti,ma quelli anche preziosissimi della signoria che vi va in villa, la di cui qualità è così ricca d’ogni fecondativa sustanzia, che qué­sta sola cagione basterebbe a implorare da Dio quella preloda­ta signoria, se l’onnipotente Iddio a nostro sostegno e alle­grezza non l’avesse già di per sé procurata. Tu vedi qui la da­ma e i dami, la ex dama e li ex dami condescendere con carita­tevole e dolce guardo e labbro all’eloquio e al commercio de’ cavernicoli, prendere soave informazione de’ ricolti e delle lo­ro patate, o suggerir medicina alle femmine, affaticate ogni dì più da que’ duo mali temibilissimi verso di cui per solito non usano la medicina, che sono la miseria e il mastio. Il mastio le astringe a promulgare la prole, e la miseria a ringhiottir le la­crime, e frenare lo sbadiglio. Ma il sorriso de’ marchesi è di tanto loro conforto, che esse dopo quello sorriso, corrono a uno nuovo figlio, e a un nuovo digiuno. Come vedi, non è pic­colo dono che nel salvadanaio tu vi metta non il tuo soldo so­lo, ma il mio pure, che l’Italia Letteraria me ne consente d’a­verne uno sì lauto. E così non è felicità poca a questa già così felice Breanza, lo aver ne’ pozzi neri una doppia restituzione delle susine sue, con quella di quelle che la signoria comporta d’altronde, di Bosnia, o California, o Provenza.

La seconda generazione di felicità è nelle mosche, che vi vengono ancor più numerose che i signori, sebbene non ne ab­bino le insigni qualità e virtù sue. Dal Campanone di Teodolinda Regina alla Ritonda del Cagnola sopr’Inverigo l’agosto e tutto un campanare di campane e uno volo di molteplicissime mosche, delle quali la qual si da ne’ formaggi, la qual nelli frutti, la qual nelli deretani de’ cavalli, la qual nella perniciosa defecazione de’ viventi e dipoi subito nel risotto loro, che è uno buonissimo condito di Lombardia. E quale osa pervenire, per difetto di riverenza qual è propio delle mosche, a mettersi a generare con la compagna in sull’ appisolato naso della pre­commemorata Signoria. E come, anco in sul naso de’ Grandi di mosche si genera mosche, così tu ne vedi venire delle nuvo­le sopra la costoletta, ch’è altro buonissimo condito di Lom­bardia. Donde vedi quanto sia più saggio quel povero villanello che si astiene dal mangiar costoletta, con che si astiene ad un tempo e dal gravame dello stomaco e dalla perenne insidia di queste felicissime mosche.

La terza generazione di felicità di Breanza è le campane, che distendono il loro metallo ne’ cuori di tutti: appena ad­dormito che tu sie, ecco ti risvegliano subite, chiamandoti senza indugio alle lodi del Signore. Queste laudi tu le puoi di­re in diversi modi, e cioè nel volgare nostro o anche per chiaro e preciso latino. Il latino compiace a Dio, pur che sie latino d’una sorta che non l’offenda o con la durezza de’ propositi o con la varietà delle comparazioni animalesche. Ed è in Brean­za alcuna sorta di preti che fanno sermoni buonissimi e con esempli grandi e propiamente suasivi, su qual tu vogli de’ co­mandamenti d’Iddio N.S. e de’ peccati ch’Elli ne difende dal fare e che noi, o per pravità inveterata di nostra natura o calo­re alcuno che si genera ne’ visceri nostri dopo la cena, o per il freddo che vi ha in mancanza di quella, del continovo faccia­mo, dico questi peccati proibitissimi et anco di venerdì. Uno vizio solo hanno purtuttavia questi cotali preti ch’io dico, ed è che quando li da il farnetico, si missono in la mente che le sua campane non suonino bastante per intronare la gloria di Dio nelli orecchi de’ peccatori e delle peccatrici. Ed è in quello farneticante zelo che fatto il consiglio e persuaso della biso­gna, subito imprendono a mutar campane, e sempre le mutano facendole duo volte le priori campane; e come l’onda del suo­no è nel peso, e il peso è nel volumine, e per duo volte la misu­ra il volumine è otto volte, così d’otto in otto fanno cotali campane che il campanile non l’ha da reggere. E allora o rirsaldano il campanile o rifanno quello: che la prima è migliore che la seconda, che se a rifare bisogna primo tu lo levi dal só­pra in giù, rinsaldare bisogna tu lo rifacci dal sotto in su. Ma perché l’appetito del doppio suonare non istia così lungo quanto dura il rifar campane e campanile nella chiesa, ne ven­gono questi cotali e soavissimi preti con alcuni messeri di Fab­brica, a casa de’ marchesi per l’obolo. Ed è marchesi di duo nature, e cioè quelli che innanzi le ville hanno pan d’oro da mangiare e quelli che dietro le ville hanno croste da ródere. E dar dinaio nelle campane, è per li uni una gloria celeste: e per gli altri è una gloria verde. E quando questi secondi Marchesi hanno figli difettivi che non si contentano a mangiar l’ugne in sopra il latino, ma vogliono pane dopo il latino, così per la glo­ria delle campane ci sarà l’obolo e per i figli le lacrime, senza speranza.

Ma dirò della quarta generazione di felicità, ch’è in la dit­ta Breanza. Ed è nello ingresso di detta terra; dove soffia uno treno che ti fa nel viso uno fummo buonissimo, e tu te ne lavi dipoi in uno bacile di tua casa, che con quel fummo che hai preso ne li cigli fai un brodo da otto. Questo treno pertiene a una compagnia, che forse la fece Moisè profeta quando volse lasciare la terra di Egitto e rasciugati li mari andorno per La Magna e la Breanza a Milano a deporvi l’ova della compagnia di questo venusto treno. Dicono altri che li fussero alcuni mercatanti della Belgica a far primi quel treno dove sono officine denominate « La Meuse »; e in uno monu­mento ch’io vedo eretto in Erba dove detto treno più piffe­ra, vedo ch’è scritto il nome del Senatore Giuseppe Gadda, come di principe del fare quel treno. Ma il mio zio di nobile e onesta memoria fece far quello da mezzo secolo in qua, e se fu allora buono, è oggi buonissimo. Io dico che le ova di Moisè le si dischiusero in una gallina che la fece poi mille polli: e piffete e puf fé te con quel treno tu ne giugni felicemente a Breanza. Puoi pensare che ‘l postremo di que’ treni, con che pervenghi a Erba, si diparta di Milano all’ore di not­te, conchiusi li negozi tua, ma tu erri: che a notte si dorme, e quel treno pure. Puoi pensare che se ne venghi, come dicono li Spagnoli, «uno poco liviano, pero livianito livianito». E che no! Che viene cacagio cacagio, quanto e più Biagio, a suo dolce e bell’agio. Fa prima, a venire, messer marchese Checco Pedolzi, detto il Cocco: che vi viene in uno suo ca­lesse, e con il venire in calesse ha servato li duo rognoni tan­to sani e suavi, che più sani e più dolci di quelli ha soltanto li piedi.

Dirò ora della quinta generazione di felicità ch’è infitta nel­la felice Breanza. Et è dessa quell’antiquo e felice modo dell’aucupio che dicesi da noi della bressanella, come che provenghi da quella nobile villa che Druso chiamavala Brixia e noi diciam Bressa. Questo gradevole aucupio è nel paretaio, sovr’alle coste che soprapprendono più nel piano, dove tu vi ti ascondi, dentro le verzure e ‘l bosco di dette costole, e vi stai sufolando con intenzione grande de’ tua nervi, dall’alba a mezzo il mattino. Li augelli purtuttavia non vi vengono, non perché abbino essi alcuna astuzia o una froda siffatta da scan­sare quello ingegno, che poi così temibilmente li occupa, ma perché non v’ha in Lombardia nissuno augello volante, se non balsamato ne’ musei, oltracché le galline, quando tu queste vogli pur dire che son augelli. Ma «l’uomo è cacciatore» dice uno modo da noi: e tu, che sei vuomo e cacciatore e lombardo, sùfola per l’augello,e così puoi augellare per il sùfolo.

E, lasciando dell’aucupio, dirò che altri animali sono in la terra, che non sono nel cielo. Che v’ha la donnola, ovver bellòla, lo scorpio, la sanamandra, il ghiro, il tasso, l’ariccio detto l’istrice, la volpe, e ‘l più di tutti ghiotto che da noi li cacciato­ri grandi lo chiaman «légora», et io lo chiamo, dato l’un caso o l’altro, o gatto ovverosìa coniglio. Questa légora la fa mettere li stivali grandi a costoro, che per cacciar légora vuole calzar duo grandi stivali. Fa prendere cadauno un fucile, detto schioppo o doppietta, e tre o quattro cani ansimanti, che «ti­rano», che «puntano», che fanno ù, ù, ù quanto è lunga la ma­ne; e con mille puntamenti e mille tirature e ù, ù non ne ven­gono a capo di nissuna légora, avvegnacché siano quaranta schioppi, ottanta stivali e cani centoventi. Solo v’ha centoventi palmi di lingua e dugentoquaranta mantici in soffio che basterebbono a Vulcano d’accender li fochi dello scudo. E v’ha di grandi e gloriosi ritorni, e poco a poco, tra li stivali e i cani, quella légora che di terra lombarda è onninamente fugitiva, se non che la entrò con l’anima dentro nel corpo di messer lo micio gnào gnào, quella légora, dico, tu te la trovi imaginata, stanata, puntata, tirata ed ancisa nei discorsi che ne fan­no: e dipoi come di légora si genera légora, quella medemà doventa duo, e le duo quattro, e le quattro increscono fino a quel nòvero che quelli boriando e trionfando, con passi di Marte e stivaloni di Vinciguerra, possono sustenere col nòvero de’ co­nigli, o de’ gatti, o d’entrambi li generi che faranno cotti la gran festa di Nembrot in nella osteria del suo vico. Tu li senti nel treno, che con la légora e con il cane e con la pinna e con il pelo e col punta e col tira, già ti vincono il soffiare del pìffete pàffete. Tu li senti dentro cucina del trattore, urlare circa la sua imaginata légora e dirne grandissime laudi, e dipingerla così presta, così scaltra, così feroce, che quasi ella li avrebbe mangiati, se elli non erano quei virtuosi che sono. Ma incon­tra a loro neppur potè quella légora, benché légora la fusse al certo: che incontra a uomini così fatti, con tanto stivale nel suo pie, gli è d’uopo alla légora che infine dopo una infinita corsa la si persuada daddovero esser légora se pure al principio la fussi buon’anima del gatto, ch’era fuggito alla ciavatta di monna Perpetua.

Ed è pure, in questa generazione di felicità, una terza sotto­spezie, dopo l’aria e la terra: e cioè dopo lo star a sufolare nell’aucupio e il circuire nella légora. E la è questa propiamente uno stare, come l’aucupio, ma ti bisogna qui tutto il contrario che sufolare: che lo animale a che tu intendi qui non vuoi sùfolo, ma uno vermicino minimo di che si ciba, tanta è la varie­tà delli appetiti dei detti animali, ch’è come quella dell’uomi­ni, che qual ciba il vermine e qual ciba lo sùfolo. Dico che que­sto animale non è se non il pesce, la di cui nazione è più propia nella marina, ma quando il suo regno nativo vi vengon sover­chio, o è il regno troppo salso per chi non ami salsedine, ven­gono simili pesci a far l’ova sua in sui fiumi e di questi nei la­ghi. Così v’ha pesci anco nei lachi di Breanza che son cinque, e cioè l’Eupili, il laco di Oggiono, che può nelle sciutte dive­nir duo; e i lachi di Alserio, Segrino e Montorfano. Tu non vi peschi però né cavedoni, né trote, né anguille, né rombi, né scorfani, né naselli; e neppur quelli pesci tenche, o lucci, o lavarelli, né agoni (Corno), che i trisavoli nostri, di memoria santa, stati cent’anni in sui detti laghi, vi pescarono per la fe­sta del Buonaparte dopo essersi lasciati pescare essi col vermi­cino trino, che ebbe il capo di libertà, il mezzo di egualità, e la coda di fraternità. Tu non vi peschi altro pesce che i gobbetti, o gobitt, il di cui seme fu immesso ne’ detti laghi dall’alta provvidenza di chi lo importò non so se d’America o d’Affrica o d’Oceania; che quella materia centuplicante, ch’è il seme del pesce, è bene venga dal di fuori a migliorare il di dentro. Questi gobbi hanno duo virtù grandi, che li fanno principi e civi soli delle nostrane lacustri città. Prima virtù è quella ch’essi mangiano tutti li altri infanti pesci (che nissun pesce è fante), li quali per esser più dolci e men gobbi, non hanno pos­sa all’incontro. Seconda è ch’elli sono tanto suavi nel fritto, che men dolce non è né l’assenzio, né il fiele. Non so qual cat­tedra né quale ambulanza li suggerì per suo profitto a’ Lom­bardi, correndo gli anni di nostro Signore da 1900 a 1910. Ma la provvidenza fu certa, che, con tanta dolcezza di detti pesci gobbi, ogni villano d’Eupili ama più tosto pescar carote di pentola, che uno viperone fuor dal laco.

E v’ha una felicità sesta, ch’è uno arbore pungentissimo, ed è la robinia. Questa robinia, sopra a la terra lombarda, è più feconda che non le mosche sopra al risotto o i pesci gobbi in Eupili. Ignota in antico ai maggiori, uno grande scrittor no­stro, che fece scritture assai buone e castissime, e compiacevasi a un tempo medesimo in nell’agricoltura, dicono l’avesse fatta venir d’Oceania. Ah! quanto amerei che il detto scritto­re non avesse ad aver fatto quest’opera, ch’è la pessima sua: egli propagò la robinia come nessun santo apostolo ha mai propagato la Fede di N.S. In quella terra che tutta la ricopriva il folto e sano popolo delli abeti, e la mormorante abetaia, nel vento, pareva dare agli umani il suspiro e la resina, egli vi fece venire questo arbore nuovo, ch’è a quelli nobilissimi come uno signor nuovo a uno vecchio signore. Neppure li virtuosi discepoli di Nembrot vi andrebbono a cercar la légora con li stivali, dentro cotali spine della robinia. Ma la robinia cresce in tre anni quanto l’abete in trenta: più celere che la zucca dell’Ariosto salita in sul pero, da notte a mattina, e va in passo con le voglie del celere tempo; nel quale si sente che tutto ciò che è materia si muove così celermente, che messer domine Giove, se l’ fusse oggi qua e tramutatosi in toro, non arriverebbe a ingredire nella ritrosa vacca Europa; e che detta vacca al vederlo già la si sarebbe ritramutata in una comune femina, con grande berleffo del detto Giove. Ela Pasifae ch’era per  contro una femina invereconda di quelli rimotissimi secoli l’avrebbe potuto con questo gran toro venire in quel suo nefandissimo connubio, sendoli mancata l’Europa in sul meglio.

Ed è settima felicità di Breanza che il vino vi viene dal col­le, e la grandine vi arriva dal cielo. Tu metti l’uve ne’ filari, | poi le pigi e fai vino crodello: le torchi e ne spiccia il torchiato. Ogni cosa propiamente vi arriva da quella parte che arrivar; suole e degge: così di Milano il piffete puffete, e la reverendis­sima signoria; del campanile il suono delle campanone,

come lustrale acqua si spande secondo disse in una buonissima e serena poetica l’abate Gia­como Zanella; ch’era un animo alto e buono: e le campane ti mettono in corpo il giuraddìo, le mosche d’ogni dove vi vengono, la légora in ogni dove la corre e fino dentro alle spoglie delli gnàvoli, gnàvoli, il di cui principe è il grande Gnào-Gnào.

… Il vino ecc.

Ed è ottava felicità di Breanza che potrà murare un dì marmora publiche, inscritte al mio nome con dire:

Qui sul colle ch’è aperto al cielo e ridente

Non si accomunò con i vivi

II Marchese della Nobile Miseria.

 

Da: Carlo Emilio Gadda, Racconti dispersi, Viaggi di Gulliver, cioè del Gaddus, in Romanzi e racconti II, a cura di Dante Isella, Garzanti, Milano 1989, pagg. 960-966

Indispensabile per collocare sul piano letterario e su quello biografico questo testo consiglio questa colta analisi:

Mario Porro (cur.), Gadda e la Brianza, nei luoghi della “cognizione del dolore”, Edizioni Medusa, Milano 2007, p. 226

 Il racconto che inizia con la frase “Il signor Francesco Pellegatta credeva in Dio” è stato pubblicato qui:

Carlo Emilio Gadda, Villa in Brianza, a cura di Giorgio Pinotti, Adelphi, 2007, p. 70

CARLO RIVOLTA legge ALBERTO VIGEVANI. Incontro a cura del Centro Carlo Gadda, Castello di Pomerio, Erba 11 Novembre 2006

rivolta

Alberto Vigevani Link

Credo sia opportuno conoscere qualche dato di contesto. Queste registrazioni sono state raccolte ad un convegno locale che si è svolto al Castello di Pomerio di Erba l’11 novembre 2006 ed organizzato da Centro Gadda di Longone al Segrino.
Il lavoro culturale di Carlo Rivolta era questo: mettersi al servizio degli autori e dei testi in situazioni associative di questo tipo.
Per lui era importante la richiesta del “committente” e il tipo di pubblico che sarebbe intervenuto.
Era profondamente interessato a creare un articolato rapporto fra autore, testo e lettori in ascolto.
E così anche un autore così particolare come Alberto Vigevani (un intellettuale organizzatore di biblioteche e di librerie bibliofile) veniva fatto risplendere nella sua prosa carica di tensione biografica.
In questi testi e nella risonanza che ne sa esprimere Carlo Rivolta si sentirà come Marcel Proust ha segnato la letteratura del primo novecento.

La biblioteca di Babele da “Finzioni” di Jorge Luis Borges

L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato’, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un’altra galleria, identica alla prima e a tutte.

A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l’altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che s’inabissa e s’innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?), io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l’infinito…

La luce procede da frutti sferici che hanno il nome d lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa. La luce che emettono è insufficiente, incessante. Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventú io ho viaggiato; ho peregrinato in cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi; ora che i miei occhi quasi non possono decifrare ciò che scrivo, mi preparo a morire a poche leghe dall’esagono in cui nacqui. Morto, non mancheranno mani pietose che mi gettino fuori della ringhiera; mia sepoltura sarà l’aria insondabile; il mio corpo affonderà lungamente e si corromperà e dissolverà nel vento generato dalla caduta, che è infinita.

Io affermo che la Biblioteca è interminabile. 

Gli idealisti argomentano che le sale esagonali sono una forma necessaria dello spazio assoluto o per lo meno della nostra intuizione dello spazio. Ragionano che è inconcepibile una sala triangolare o pentagonale. ( i mistici tendono di avere, nell’estasi, la rivelazione d’una camera circolare con un gran libro circolare dalla costola continua che fa il giro completo delle pareti; ma la loro testimonianza è sospetta; le loro parole, oscure. Questo libro ciclico è Dio). Mi basti, per ora, ripetere la sentenza classica: ” La Biblioteca è una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile”.

A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascuno scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, quaranta lettere di colore nero. Vi sono anche delle lettere sulla costola di ciascun libro; non, però, che indichino o prefigurino ciò che diranno le pagine. So che questa incoerenza, un tempo, parve misteriosa. Prima d’accennare alla soluzione (la cui scoperta, a prescindere dalle sue tragiche proiezioni, è forse il fatto capitale della storia) voglio rammentare alcuni assiomi. Primo: La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è l’eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole puo’ dubitare. L’uomo, questo imperfetto bibliotecario, può essere opera del caso o di demiurghi malevoli; l’universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che l’opera di un dio. Per avvertire la distanza che c’è tra il divino e l’umano, basta paragonare questi rozzi, tremuli simboli che la mia fallibile mano sgorbia sulla copertina d’un libro, con le lettere organiche dell’interno: puntuali, delicate, nerissime, inimitabilmente simmetriche. Secondo: Il numero dei simboli ortografici è di venticinque. Questa constatazione permise, or sono tre secoli, di formulare una teoria generale della Biblioteca e di risolvere soddisfacentemente il problema che nessuna congettura aveva permesso di decifrare: la natura informe e caotica di quasi tutti i libri. Uno di questi, che mio padre vide in esagono del circuito quindici novantaquattro, constava le lettere M C V, perversamente ripetute dalla prima all’ultima riga. Un altro (molto consultato in questa zona) è mero labirinto di lettere, ma l’ultima pagina dice Oh tempo le tue piramidi. E’ ormai risaputo: per una riga ragionevole, per una notizia corretta, vi sono leghe di insensate cacofonie, di farragini verbali e di incoerenze. (So d’una regione barbarica i cui bibliotecari ripudiano la superstiziosa e vana abitudine di cercare un senso nei libri, e la paragonano a quella di cercare un senso nei sogni o nelle linee caotiche della mano… Ammettono che gli inventori della scrittura imitarono i venticinque simboli naturali, ma sostengono che questa applicazione è casuale, e che i libri non significano nulla di per sé. Questa affermazione, lo vedremo, non è del tutto erronea). Per molto tempo si credette che questi libri impenetrabili corrispondessero a lingue preterite o remote. 0ra è vero che gli uomini piú antichi, i primi bibliotecari, parlavano una lingua molto diversa da quella che noi parliamo oggi: è vero che poche miglia a destra la lingua è già dialettale, e novanta piani piú sopra è incomprensibile. Tutto questo, lo ripeto, è vero, ma quattrocentodieci pagine di inalterabili M C V non possono corrispondere ad alcun idioma, per dialettale o rudimentale che sia. Altri insinuarono che ogni lettera poteva influire sulla seguente, e che il valore di MCV nella terza riga della pagina 71 non era lo stesso di quello che la medesima serie poteva avere in altra riga di altra pagina; ma questa vaga tesi non prosperò. Altri pensarono ad una crittografia; quest’ipotesi è stata universalmente accettata, ma non nel senso in cui la formularono i suoi inventori. Cinquecento anni fa, il capo d’un esagono superiore trovò un libro tanto confuso come gli altri, ma in cui v’erano quasi due pagine di scrittura omogenea, verosimilmente leggibile. Mostrò la sua scoperta a un decifratone ambulante, e questo gli disse che erano scritte in portoghese; altri dissero che erano scritte in yiddish. Poté infine stabilirsi, dopo ricerche che durarono quasi un secolo, che si trattava d’un dialetto samoiedo-lituano del guaraní, con inflessioni di arabo classico. Si decifrò anche il contenuto: nozioni di analisi combinatoria, illustrate con esempi di permutazioni a ripetizione illimitata. Questi esempi permisero a un bibliotecario di genio di scoprire la legge fondamentale della Biblioteca. Questo pensatore osservò che tutti i libri, per diversi che fossero, constavano di elementi eguali: lo spazio il punto, la virgola, le ventidue lettere dell’alfabeto. Stabilí inoltre, un fatto che tutti i viaggiatori hanno confermato: non vi sono, nella vasta Biblioteca, due soli libri identici. Da queste premesse incontrovertibili dedusse che la Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici (numero anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò che è dato esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico, l’evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.

Quando si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima impressione fu di straordinaria felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto. Non v’era problema personale o mondiale la cui eloquente soluzione non esistesse: in un qualche esagono. L’universo era giustificato, l’universo attingeva bruscamente le dimensioni illimitate della speranza. A quel tempo si parlò molto delle Vendicazioni: libri di apologia e di profezia che giustificavano per sempre gli atti di ciascun uomo dell’universo e serbavano arcani prodigiosi per il suo futuro. Migliaia di ambiziosi abbandonarono il dolce esagono natale e si lanciarono su per le scale, spinti dal vano proposito di trovare la propria Vendicazione. Questi pellegrini s’accapigliavano negli stretti corridoi, proferivano oscure minacce, si strangolavano per le scale divine, scagliavano i libri ingannevoli nei pozzi senza fondo, vi morivano essi stessi, precipitativi dagli uomini di regioni remote. Molti impazzirono… Le Vendicazioni esistono (io ne ho viste due, che si riferiscono a persone da venire, e forse non immaginarie), ma quei ricercatori dimenticavano che la possibilità che un uomo trovi la sua, o qualche perfida variante della sua, è sostanzialmente zero. Anche si sperò, a quel tempo, nella spiegazione dei misteri fondamentali dell’umanità: l’origine della Biblioteca e del tempo. È verosimile che di questi gravi misteri possa darsi una spiegazione in parole: se il linguaggio dei filosofi non basta, la multiforme Biblioteca avrà prodotto essa stessa l’inaudito idioma necessario, e i vocabolari e la grammatica di questa lingua. Già da quattro secoli gli uomini affaticano gli esagoni… Vi sono cercatori ufficiali, inquisitori. Li ho visti nell’esercizio della loro funzione: arrivano sempre scoraggiati; parlano di scale senza un gradino, dove per poco non s’ammazzarono; parlano di scale e di gallerie con il bibliotecario; ogni tanto, prendono il libro piú vicino e lo sfogliano, in cerca di parole infami. Nessuno, visibilmente, s’aspetta di trovare nulla. Alla speranza smodata, com’è naturale, successe una eccessiva depressione. La certezza che un qualche scaffale d’un qualche esagono celava libri preziosi e che questi libri preziosi erano inaccessibili, parve quasi intollerabile. Una setta blasfema suggerí che s’interrompessero le ricerche e che tutti gli uomini si dessero a mescolare lettere e simboli, fino a costruire, per un improbabile dono del caso, questi libri canonici. Le autorità si videro obbligate a promulgare ordinanze severe. La setta sparí, ma nella mia fanciullezza ho visto vecchi uomini che lungamente s’occultavano nelle latrine, con dischetti di metallo in un bossolo proibito, e debolmente rimediavano al divino disordine. Altri, per contro, credettero che l’importante fosse di sbarazzarsi delle opere inutili. Invadevano gli esagoni, esibivano credenziali non sempre false, sfogliavano stizzosamente un volume e condannavano scaffali interi: al loro furore igienico, ascetico, si deve l’insensata distruzione di milioni di libri. Il loro nome è esecrato, ma chi si dispera per i “tesori” che la frenesia di coloro distrusse, trascura due fatti evidenti. Primo: la Biblioteca è cosí enorme che ogni riduzione d’origine umana risulta infinitesima. Secondo: ogni esemplare è unico, insostituibile, ma (poiché la Biblioteca è totale) restano sempre varie centinaia di migliaia di facsimili imperfetti, cioè di opere che non differiscono che per una lettera o per una virgola. Contrariamente all’opinione generale, credo dunque che le conseguenze delle depredazioni commesse dai Purificatori siano state esagerate a causa dell’orrore che quei fanatici ispirarono. Li sospingeva l’idea delirante di conquistare i libri dell’Esagono Cremisi: libri di formato minore dei normali; onnipotenti, illustrati e magici.

Sappiamo anche d’un’altra superstizione di quel tempo: quella dell’Uomo del Libro. In un certo scaffale d’un certo esagono (ragionarono gli uomini) deve esistere un libro che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri: un bibliotecario l’ha letto, ed è simile a un dio. Nel linguaggio di questa zona si conservano tracce del culto di quel funzionario remoto. Molti peregrinarono in cerca di Lui, si spinsero invano nelle piú lontane gallerie. Come localizzare il venerando esagono segreto che l’ospitava? Qualcuno propose un metodo regressivo: per localizzare il libro A, consultare previamente il libro B; per localizzare il libro B, consultare previamente il libro C; e cosí all’infiníto… In avventure come queste ho prodigato e consumato i miei anni.

Non mi sembra inverosimile che in un certo scaffale dell’universo esista un libro totale; prego gli dei ignoti che un uomo – uno solo, e sia pure da migliaia d’anni! – l’abbia trovato e l’abbia letto. Se l’onore e la sapienza e la felícità non sono per me, che siano per altri. Che il cielo esista, anche se il mio posto è all’inferno. Ch’io sia oltraggiato e annientato, ma che per un istante, in un essere, la Tua enorme Biblioteca si giustifichi. Affermano gli empi che il nonsenso è normale nella Biblioteca, e che il ragionevole (come anche l’umile e semplice coerenza) è una quasi miracolosa eccezione. Parlano (lo so) della “Biblioteca febbrile i cui casuali volumi corrono il rischio incessante di mutarsi in altri, e tutto affermano, negano e confondono come una divinità in delirio”. Queste parole, che non solo denunciano il disordine, ma lo illustrano, testimoniano generalmente del pessimo gusto e della di sperata ignoranza di chi le pronuncia. In realtà, la Biblioteca include tutte le strutture verbali, tutte le variazioni permesse dai venticinque simboli ortografici, ma non un solo nonsenso assoluto. Inutile osservarmi che il miglior volume dei molti esagoni che amministro s’intitola Tuono pettinato, un altro Il crampo di gesso e un altro Axaxaxas mlo. Queste proposizioni, a prima vista incoerenti, sono indubbiamente suscettibili d’una giustificazione crittografica o allegorica; questa giustificazione è verbale, e però, ex hypothesi, già figura nella Biblioteca. Non posso immaginare alcuna combinazione di caratteri

d h c m r l c h t d j

che la divina Biblioteca non abbia previsto, e che in alcuna delle sue lingue segrete non racchiuda un terribile significato. Nessuno può articolare una sillaba che non sia piena di tenerezze e di terrori; che non sia, in alcuno di quei linguaggi, il nome poderoso di un dio. Parlare è incorrere in tautologie. Questa epistola inutile e verbosa già esiste in uno dei trenta volumi dei cinque scaffali di uno degli innumerabili esagoni – e cosí pure la sua confutazione. (Un numero  di lingue possibili usa lo stesso vocabolario; in alcune, il simbolo biblioteca ammette la definizione corretta di sistema duraturo e ubiquitario di gallerie esagonali, ma biblioteca sta qui per pane, o per piramide, o per qualsiasi altra cosa, e per altre cose stanno le sette parole che la definiscono. Tu che mi leggi, sei sicuro d’intendere la mia lingua?)

Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce. So di distretti in cui i giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non sanno decifrare una sola lettera. Le epidemie, le discordie eretiche, le peregrinazioni che inevitabilmente degenerano in banditismo, hanno decimato la popolazione. Credo di aver già accennato ai suicidi, ogni anno piú frequenti. M’inganneranno, forse, la vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta. Aggiungo: infinita. Non introduco quest’aggettivo per un abitudine retorica; dico che non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Chi lo giudica limitato, suppone che in qualche luogo remoto i corridoi e le scale e gli esagoni possano inconcepibilmente cessare; ciò che è assurdo. Chi lo immagina senza limiti, dimentica che è limitato il numero possibile dei libri. lo m’arrischio a insinuare questa soluzione: La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la traversasse in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine.

Mar del Plata, 1941

Il Cern ha confermato, ieri pomeriggio, che la storia dei neutrini è vera: vanno più veloci della luce.

Il Cern ha confermato, ieri pomeriggio, che la storia dei neutrini è vera: vanno più veloci della luce. O meglio: la misura dell’esperimento effettuato dal Cern dà come risultato che quel certo fascio di neutrini, sparato quel giorno da Ginevra verso il Gran Sasso (732 chilometri di distanza), è arrivato a destinazione 60 nanosecondi prima del previsto. Tanto per intenderci: i neutrini dovevano arrivare in 2,4 millisecondi; il millisecondo è uguale a un millesimo di secondo; il nanosecondo è uguale a un miliardesimo di secondo. Secondo il comunicato che gli scienziati del Cern hanno emesso ieri, i 60 nanosecondi di differenza corrisponderebbero a venti metri. Rendiamoci conto che la luce viaggia a 300 mila chilometri al secondo.

Dove sta veramente la notizia? Alla fine qualcuno va più veloce di qualcun altro. Su questo giornale riferiamo continuamente di gente che batte il record mondiale dei cento o dei quattrocento.

Il fatto è che Einstein aveva dimostrato che esiste una velocità limite, una velocità che non può essere superata. Questo limite, stando alle sue equazioni, era rappresentato dalla velocità della luce. Vale a dire: per quanto se ne sa, nulla può andare più veloce della luce (i famosi 300 mila chilometri al secondo). Ci sono parecchi milioni di esperimenti che confermano la teoria della relatività. La storia della velocità-limite è un caposaldo di questa teoria. Gliela dico in un altro modo: la velocità modifica la massa di un corpo, man mano che la velocità aumenta la massa si dilata e si trasforma in energia, man mano che la velocità si avvicina a quella della luce il corpo tende a trasformarsi sempre di più in pura energia, alla fine è solo energia, cioè luce, cioè fotoni. Che altro potrebbe diventare? Dopo la luce, si pensava, non c’è niente.

Ci sono invece questi neutrini.

Il fatto è che noi siamo circondati da cose che si vedono e/o si toccano. Sappiamo anche che queste cose sono fatte di parti non visibili, o almeno non visibili a occhio nudo. Le molecole, gli atomi, gli elettroni, i protoni, i neutroni. Ci viene naturale pensare che la materia di cui sono fatte le cose che ci circondano sia tutta la materia esistente. E invece la materia di cui sono fatte le cose che conosciamo costituisce appena il 20 per cento della materia dell’universo. Ci pensi un po’: dell’80 per cento della materia non sappiamo niente. Gli scienziati la chiamano “materia oscura”.

da ALTRI MONDI.

Eternità del fuoco, Yves Bonnefoy

Osserva il fuoco. Il suo venire,

il suo insediarsi nell’anima oscura

E quando l’alba appare ai vetri, come

il fuoco taccia, e dorma sotto il fuoco

Realismo e idealismo

in Giovanni Sartori, La democrazia in trenta lezioni, Mondadori editore, 2008

pagg. 13-16

Titolarita ed esercizio

in Giovanni Sartori, La democrazia in trenta lezioni, Mondadori editore, 2008

pagg. 9-12

Demos e Populus

in Giovanni Sartori, La democrazia in trenta lezioni, Mondadori editore, 2008

pagg. 5-8

Franco Basaglia: “Accetterei il buio e organizzerei la situazione. Mi metterei cioè a fare insieme con altri un’attività giusta per il buio”

Fu chiesto a Franco Basaglia: “Che cosa farebbe se il black-out capitasse improvvisamente a casa sua?”

Rispose: “Accetterei il buio e organizzerei la situazione.

Mi metterei cioè a fare insieme con altri un’attività giusta per il buio

Contesto della citazione:

UN’ATTIVITÀ GIUSTA PER IL BUIO…

Il caso ci offre a volte esempi inattesi e concreti a convalida delle nostre astrazioni e proprio mentre cercavo il modo di chiarire il mio pensiero fui colpita, parecchi anni fa, dall’affermazione di Franco Basaglia al quale nel corso di un’intervista avevano posto la domanda:

“Che cosa farebbe se il black-out (l’improvviso oscuramento totale che allora colpì New York) capitasse a casa sua?”.

La risposta fu:

“Accetterei il buio e organizzerei la situazione. Mi metterei cioè a fare insieme con altri un’attività giusta per il buio”.

Questo risuona in me come una di quelle espressioni emblematiche capaci di aprire porte ad ogni livello. Una specie di Apriti Sesamo universale. Forse l’intervistato non si è reso conto di aver impartito un insegnamento eccezionalmente concreto e al tempo stesso di una portata che supera immensamente il caso specifico che l’ha provocato.

Accetterei il buio… mi metterei in condizione di fare un’attività giusta per il buio….

Lascio a voi — e a me stessa! — la facoltà di sostituire “il buio” con situazioni ben diverse da quelle create da una semplice interruzione di corrente (infermità? Insuccesso?, Vecchiaia?) e di chiedersi “sarei io capace di assumere, di ricreare?”…. Il che equivale a dire “sono io disposto a vivere oppure a ‘essere vissuto’ ?”

Tratto da: Giovannella  Baggio, Adulti e gioco, Anziani Oggi n.2/3  1998, p. 77

Giovannella Baggio è Geriatra in Sassari

Franco Basaglia: “Accetterei il buio e organizzerei la situazione. Mi metterei cioè a fare insieme con altri un’attività giusta per il buio” | POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI. Segnalazioni.

lunghissimo applauso al professor Emanuele Severino che ha tenuto la sua lezione magistrale: su “verità e natura umana”. articolo di Chiara Dini

È stato accolto da un lunghissimo applauso l’arrivo del professore Emanuele Severino che ha tenuto oggi pomeriggio la sua lezione magistrale sotto la tensostruttura allestita in piazzale Avanzini per permettere al Festival Filosofia di proseguire nonostante la pioggia; in tantissimi ad ascoltare le sue parole su “verità e natura umana”.
Il professore è andato subito al sodo: “La natura oggi subisce due tipi di violazioni, quella per l’attuale produzione della ricchezza (che porta alla distruzione della terra) e quella che riguarda la violazione delle leggi che regolano la vita dell’uomo. Queste violazioni sono abbastanza recenti, per capire la natura inviolata bisogna fare un passo indietro, ai tempi del mito, alla presenza del pensiero mitico dello smembramento originario del dio e del sacrificio successivo nel quale si cerca di ricostruire la potenza originaria del Dio”. Secondo Severino, l’essere umano è una volontà e vive in quanto organizza il complesso dei fattori per determinare i mondo.
“Noi vogliamo trasformare il mondo – ha continuato – ma il nostro essere volontà sbatte contro qualcosa di inflessibile, che poi si ci renderà conto essere la natura. Noi viviamo perché in un qualche modo flettiamo premendovi contro la barriera dell’inflessibile”. A questo punto l’illustre filosofo, passando attraverso l’origine e l’etimologia delle parole ha affrontato il concetto del bisogno di “rafforzare Dio” perché indebolito dalla creazione del mondo.
“Il sacrificio si presenta come la condotta morale degli uomini rispetto alla legge divina, il Dio si sgretola, ma il rafforzamento è quello delle leggi da lui costituite; il comportamento etico dell’uomo è il rafforzamento della legislazione di Dio sul mondo. C’è quindi la presenza nell’uomo di una ragione capace di comprendere l’ordinamento inflessibile del mondo; è il pensiero filosofico che svela la legislazione divina. La politica, così come viene intesa dalla tradizione occidentale, è l’adeguazione dello stato alla verità della natura, ad un ordine necessario e non più flesso. L’etica è adeguamento della vita dell’individuo alla legislazione universale”. Etica e politica hanno nel linguaggio evangelico un nome preciso: Cesare. Gesù dice “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. In queste parole è sottointeso che a Cesare (Stato e ragione naturale) non va dato nulla che sia contro il Dio cattolicamente inteso, significa che Cesare deve avere i connotati di quel dio cristiano, ma uno stato cristiano ha una legge solo in quanto la sua violazione implica una sanzione non ultraterrena, ma terrestre.

“Questo quadro dell’episteme è andato distrutto dalla storia per motivi che non vedo ancora adeguatamente discussi dalla cultura tradizionale, da quella cristiana.Se prima si pensava conto che solo lo squartamento di Dio rendeva il mondo possibile (quindi il mondo esisteva perché esisteva Dio), ora ci si rende conto che non è più così. Se esistesse un Dio che avesse riempito tutto con la sua legge non ci sarebbe spazio per la dinamicità del volere, per la dinamicità del mondo. Se si coglie la potenza del sottosuolo del pensiero filosofico del nostro tempo allora bisogna dire che Dio è morto perché è morta la verità assoluta della natura intesa come legislazione inflessibile alla quale ci si deve piegare. E allora di fronte alla volontà dell’uomo cade ogni barriera. La civiltà della tecnica che va profilandosi dopo il periodo di crisi del capitalismo riuscirà a dare all’uomo quella quantità di benessere e di felicità, ma sarà priva dell’assicurazione assoluta che la felicità possa essere duratura. Non è solo da guardare negativamente: significa un passaggio verso un senso radicalmente altro della verità e della natura, portandosi verso una dimensione che va oltre l’anima del pianeta. A questo consiste il compito supremo del pensiero”.

da Standing ovation per Emanuele Severino.

Emanuele Severino, Sul “destino” della verità

Estratto audio dal corso “Fede, volontà, destino” (Università Vita – Salute S.Raffaele di Milano a.a. 2005-2006).Nelle lezioni conclusive del corso Emanuele Severino afferma che ciò di cui il linguaggio parla, quando vuole testimoniare la verità, è “già” manifesto ovunque sia un apparire del mondo. Il “destino” appare ovunque ci sia un ascolto. Ma parlare della verità significa alterarla.

Più specifici, meno divulgativi e trasmessi con un linguaggio più complesso, questi estratti provengono dalle lezioni universitarie di Severino e propongono passi importanti della sua riflessione filosofica.
Questo brano audio è tratto dal corso “Fede, volontà, destino” tenuto da Emanuele Severino nell’anno accademico 2005-2006 al S.Raffaele di Milano. (Ed.Mimesis)

Emanuele Severino, lezione su VERITA’ E NATURA UMANA, Festival della Filosofia, 18 settembre 2011

Audio: 

Emanuele Severino, Verità e natura umana.Mp3

Estratto della parte finale della lezione:

Natura: mettere in atto il nascere

Natura: mettere in atto il nascere

Emanuele Severino, la terra frantumata

Oriana Fallaci, La rabbia e l’orgoglio – in Corriere della Sera 29 settembre 2001

quando la legna brucia e appare la cenere …

quando la legna brucia e appare la cenere non appare la legna che diventa cenere

o l’essere cenere da parte della legna,

ma appare prima quell’identico che è la legna,

poi quell’altro identico che è la legna che brucia

e infine quell’altro identico che è la cenere.

L’identità della legna e della cenere non appare,

e non appare nemmeno l’identità come risultato di un processo,

quindi non appare nemmeno questo processo, ossia il divenire

da NICHILISMO, TÉCHNE E POESIA NEL PENSIERO DI EMANUELE SEVERINO.

Emanuele Severino, Fato e libertà, 2010 | Ritiri Filosofici

Il 19 settembre 2010 il sito Ritiri filosofici  ha seguito la lezione magistrale di Emanuele Severino a Carpi su Fato e Libertà, nell’ambito del Festival della Filosofia 2010 e ne ha curato la trascrizione integrale, che potete leggere andando alla seguente pagina::

Emanuele Severino, Verità e natura umana, 2011, Festival Filosofia

Domenica 18 Settembre 2011

Sassuolo, ore 15.00

Verità e natura umana

Festival Filosofia – Verità e natura umana.

Emanuele Severino, RAGIONE, FEDE, VERITA’ (1h 09′) [“Abitatori del tempo” 2008, a cura di R. Lissoni], rintracciato in Filosofia.it

Emanuele Severino
“Ragione, fede, verità”
 (1h 09′)
[“Abitatori del tempo” 2008, a cura di R. Lissoni]

Acqua e Filosofia – L’acqua e il principio, Lectio Magistralis di Emanuele Severino, al Festival dell’acqua, Genova 2011

Genova, mercoledì 7 settembre 2011

ore 18,15 – Facoltà di Architettura
Acqua e Filosofia – L’acqua e il principio

Lectio Magistralis di Emanuele Severino (filosofo ed editorialista)

Festival dell’acqua e Notte bianca, Genova 2011: il programma da Mentelocale.it | Genius Loci, lo spirito del luogo.

Emanuele Severino su IL LAMPO E IL TUONO

Emanuele Severino, sul volere

Radio3 Suite – Lezioni di musica

Radio3 Suite – Lezioni di musica

Per tutta l’estate, durante i fine settimana,  Radio3 propone il sabato e la domenica alle 9.30 Radio3 suite – Lezioni di musica, una serie di ventisei lezioni  a cura di Giovanni Bietti, che vede protagonisti grandi musicologi e musicisti italiani. Si tratta di un’iniziativa divulgativa (rielaborata per la radio), promossa dalla Fondazione Musica per Roma e dall’Accademia di Santa Cecilia con il patrocinio degli Amici di Santa Cecilia, che ha riscosso un enorme successo di pubblico negli scorsi tre anni presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Si comincia sabato 2 luglio con Sandro Cappelletto che parlerà di Bach e Händel e si chiude domenica 25 settembre con un percorso condotto da Guido Barbieri, intorno al pensiero musicale del Novecento. Ma nel corso delle settimane, grazie alle puntuali indicazioni di Carla Moreni, Giorgio Pestelli, Roberto Prosseda, Claudio Strinati, Quirino Principe, Enzo Restagno, Michele Dall’Ongaro, Stefano Bollani e Paolo Fresu, gli ascoltatori potranno compiere un viaggio dalla musica classica al jazz che offrirà grandi ascolti, esempi musicali eseguiti dal vivo, qualche approfondimento filologico e molto divertimento.

Dal lunedì successivo alla messa in onda, le puntate potranno essere riascoltate e/o scaricate dal programma di podcast.

Radio3 Suite – Lezioni di musica.

La civiltà del Rinascimento in Italia, Burckhardt « babilonia61

vai a: La civiltà del Rinascimento in Italia, Burckhardt « babilonia61.

Non tutti hanno il dono del martirio, David Herbert Lawrence

Non tutti hanno il dono del martirio

Davjd Herbert Lawrence

Emanuele Severino, intervista di Corrado Benigni sull’autobiografia Il mio ricordo degli eterni, in il Riformista 3 agosto 2011, da Pagina 3 di Radio3

Emanuele Severino su Parmenide

Parmenide
1. Professor Severino, quali possono essere  i motivi che ci spingono oggi a interessarci della filosofia greca e in particolare di un filosofo come Parmenide?         

vai alla intervista 

INTERVISTE FILOSOFICHE.

Emanuele Severino, Ontologia: riflessione sul senso dell’essere e del niente

 

“Ontologia”, questo termine così tecnico, vuol dire riflessione sul senso dell’essere e del niente. Queste due parole, “essere” e “niente”, sembrano estranee al linguaggio nostro di tutti i giorni, ai nostri interessi, all’articolazione concreta del sapere scientifico; eppure queste due categorie costituiscono l’ambito all’interno del quale tutta la storia dell’Occidente è cresciuta, e si tratta anche di comprendere che queste categorie sorgono per la prima volta con i Greci. Questo è importante perché i Greci non solo portano alla luce una teoria, cioè una comprensione del mondo che non era mai apparsa, ma anche una comprensione del mondo che consente di porsi come la prima grande forma di rimedio contro il dolore. Quindi, secondo al mia opinione è errato insistere e considerare il pensiero greco, sin dalle sue origini, come una mera elaborazione teorica che non abbia il compito di prendere posizione rispetto a ciò che vi è di più angosciante nell’esistenza, e cioè il dolore. Io credo che la nostra riflessione potrebbe procedere cercando di vedere quali sono i rapporti tra le categorie dell’ontologia greca e il dolore dell’esistenza

da INTERVISTE FILOSOFICHE.

Emanuele Severino: il diventar altro e il lampo e il tuono

Gabriele De Ritis su “Noelle, i cigni e il cerchio dell’apparire”

qui il mio audio, da cui è partito Gabriele per il suo bellissimo messaggio:

Non una figura incappucciata 

dove la scala curva nell’oscurità
rattrappita sotto un mantello fluttuante!
Non occhi gialli nella stanza di notte,
che fissano da una superficie di ragnatela grigia!
E non il battito d’ala di un condor,
quando il ruggito della vita inizia
come un suono mai udito prima!
Ma in un pomeriggio di sole,
in una strada di campagna,
dove erbacce viola fioriscono
lungo una staccionata sconnessa,
e il campo è stato spigolato, e l’aria è ferma,
vedere contro la luce del sole qualcosa di nero,
come una macchia con un bordo iridescente –
questo è il segnale per occhi di seconda vista…
e io vidi quello.

EDGAR LEE MASTERS

Occorre esercizio di vera umiltà per riuscire a cogliere l’evidenza che si mostra lungo il nastro discontinuo degli eventi.

L’umile splendore della vita quotidiana è tutto nel suo apparire, e se il suo scomparire ci induce nella tentazione di far precipitare nel nulla la sua effimera bellezza per la nostra pretesa di assoluto, ‘dimenticare’ quella bellezza per l’incapacità di salvarne la necessaria caducità è proprio l’errore che commettiamo noi, gli umani.

Angustia della mente, apatia dei sensi, aridità del cuore, malinconia d’amore, fascino della dissolvenza cos’altro sono se non questa nostra incapacità di aprirci a nuove evidenze?

Se non impareremo a ringraziare per le piccole cose, come potremo affidarci ancora ad esse quando si sottrarranno alla vista, rendendoci scemi di memoria, se non avremo appreso il bene ricevuto?

L’arte più difficile è riuscire a tenere insieme presenza e assenza, a partire dalla capacità di cogliere nella mera presenza un modo di darsi della cosa che troverà compiutamente il suo senso nel successivo ritrarsi, nel suo modo di scomparire.

Ogni cosa è veramente illuminata dalla luce del passato, dei ricordi, della memoria.

Se lasceremo precipitare nella dimenticanza l’apparizione di Noelle e della famiglia di cigni sul lago, che ne sarà di noi e dei nostri giorni? Riusciremo a comprendere perché il sole continua a sorgere per noi e perché le creature ci sorridono ancora, per il loro semplice apparire, se non sapremo andare oltre questo loro apparire, che non è mai semplice, perché ogni volta di nuovo si richiederà piuttosto la semplicità dello sguardo, il nitore di uno sguardo che salva le apparenze comprendendole tutte nel cerchio del loro apparire?

Fino a quando continueremo a sognare la «terra senza il male» non onoreremo la vita che è tutta buona e santa, a dispetto del fulmine e del tuono e di tutto ciò che si abbatte sulle nostre povere dimore, alla maniera di Eros, l’immensurabile, che mette scompiglio nel nostro cuore, impedendoci di vedere il lago e i cigni e Noelle e tutto il resto.

Gabriele

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……. Avvengono Miracoli,
se siamo disposti a chiamare miracoli
quegli spasmodici trucchi di radianza.
L’attesa è ricominciata
La lunga attesa dell’angelo.
Di quella sua rara, rarefatta discesa.

Silvia Plath – da “La cornacchia nel tempo piovoso”

L’apparire del mondo: dialogo con Emanuele Severino, di Leonardo Messinese … – Google Libri

vai a: L’apparire del mondo: dialogo con … – Google Libri.

‪Emanuele Severino: A vuole B. Si può voler qualcosa solo in quanto il senso del qualcosa che è voluto ci appare davanti ‬‏

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Diotima423  così riassume  il ragionamento condotto da Severino:
1) La manifestazione dei significati (di ciò che ci appare) determina l’ambito in cui si creano le azioni umane destinate a perseguire quel risultato. Quel certo significato determina, guida, configura l’ambito in cui si agisce e dà senso a tutte le azioni umane prodotte in relazione a quel significato. Per es., il falegname per trattare il legno deve sapere che tratta il legno e non il ferro, e tiene anche conto di che tipo di legno sta trattando, compirà dunque azioni pertinenti al risultato CON quel tipo di legno. L’apparire del senso determina l’ambito dell’azione.
2) Quanto più ampio è il senso tanto più ampio è il campo dell’agire che è determinato da quel senso.
3) Qual è dunque il significato più ampio? Rispetto a cui tutti gli altri significati sono sotto insiemi, quello il cui significato guida OGNI azione, ogni agire immaginabile? Quello in base al quale SIAMO ed AGIAMO? Il senso dell’esser COSA. Il tavolo, la sedia, ma anche Dio. Una qualsiasi COSA. Un CHE, una parola ha significati diversi a seconda delle lingue in cui si esprime a seconda del periodo storico.
4) I greci portano alla luce un senso dell’esser cosa in cui la cosa è qualcosa che provvisoriamente si salva dal nulla

Intervista a Emanuele Severino. 
L’ossimoro del capitalismo ecologista, Il manifesto, 3 luglio 2011



«Simone Weil diceva che nel socialismo gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologica. Si tratta di capire perché è un’illusione» Emanuele Severino: «Tecnologia e ideologie all’ultimo round di uno sviluppo insostenibile»Con il professor Emanuele Severino affrontiamo l’analisi sulla crescita produttiva, l’obiettivo più tenacemente auspicato e perseguito da economisti, imprenditori, governi, politici di ogni colore, e di conseguenza da tutti invocato anche nel discorrere più feriale.

«Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in buona parte dovuto all’ignoranza. Sono decenni che si va intravvedendo l’equazione tra crescita economica e distruzione della terra. Comunque, è tutt’altro che condivisibile l’auspicio di una crescita indefinita.»

Professore, sta dicendo che l’economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita?

«Ha incominciato a diventarne consapevole: l’auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell’intrapresa capitalistica – la forma ormai pressocchè planetaria di produzione della ricchezza – ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata; (anche se poi si fa ben poco per controllarla). Vent’anni fa, quando lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell’ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più cauti e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent’anni.»

Però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi.

«In periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità della crescita. Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica.»

E intanto si verificano tremendi disastri. Dal Golfo del Messico a Fukushima.

«Certo. Ma vorrei precisare che prendere atto della gravità di fenomeni come questi significa capire che essi non sono dovuti alla tecnica in quanto tale, non sono disfatte della tecno-scienza, ma dell’organizzazione ideologica della scienza e della tecnica. Sono disfatte, cioè, del capitalismo (fermo restando che l’economia pianificata di tipo sovietico era ancora più dannosa per l’ambiente).»

La mia impressione però è che quanti insistono a invocare crescita, continuino a ignorare che tutto quanto vediamo, tocchiamo, usiamo, è «fatto» di natura; e che dunque disponiamo di materia prima in quantità date, e non dilatabili a richiesta. I grandi industriali che si confrontano a Davos, Cernobbio, spesso neanche citano il problema.

«Ma è un atteggiamento normale dell’uomo quello di preoccuparsi soprattutto dei problemi immediati, lasciando sullo sfondo quelli che non sembrano urgenti, ma che spesso sono quelli decisivi. Quando la barca fa acqua la prima preoccupazione è tappare la falla, poi si pensa a dove approdare. Certo, ci sono quelli che stando nella barca non pensano mai a trovare il porto, e quindi, nel complesso diventa inutile tappare le falle. »

Il problema esiste da decenni… Il deperimento dell’equilibrio ecologico è stato clamorosamente denunciato dagli anni ’50, ma nelle scelte politiche è stato completamente ignorato.

«Ecco, forse su quel “completamente” si può non essere d’accordo. Penso ad esempio a Clinton, consigliato da Al Gore: nel suo primo discorso da presidente ha parlato agli Americani della necessità e convenienza di una crescita economica sostenibile… Una dichiarazione di intenti che in qualche modo anche Obama ha fatto propria.»

Anche celebri economisti (Stiglitz, Krugman, Fitoussi…) riconoscono la gravità della situazione ambientale, ma non accennano a soluzioni che mettano in discussione il capitalismo

«È proprio questa la situazione. Ma occorre anche dire che oggi, in un mondo conflittuale, dove nessuno intende rinunciare al potere, una politica economica meno «produttivistica» significherebbe mettersi dalla parte dei perdenti, indebolirsi anche sul piano militare, essere condizionati da Paesi come l’Iran o la Cina. E sembra difficile anche rinunciare alla base economica richiesta dall’armamento nucleare. Oggi infatti, a differenza di quanto spesso si continua a credere, la potenza nucleare appare decisiva anche nella lotta contro il terrorismo. È un problema enorme, che si tende a non affrontare nemmeno là dove si è consapevoli che la crescita incontrollata distrugge la terra. Per arrivare a un impegno adeguato per la soluzione di tale problema dovranno accadere disastri giganteschi.»

Mi domando però fino a quando questa realtà potrà reggere, di fronte a una natura devastata da un agire economico fondato su una crescita produttiva che non prevede limiti.

«È da guardare con diffidenza – ma non voglio sembrare cinico – l’intellettuale che dice alle grandi potenze mondiali: «Dovreste mettervi in discussione». Le grandi potenze non cambiano le loro scelte perché gli intellettuali dicono qualcosa che va contro i loro interessi. Ce la vede lei una Cina che rinuncia a una politica economica vincente, e al proprio tete-à-tete attuale con Stati Uniti, Russia, Europa, per rispetto dell’ambiente? E ormai anche in Europa la vita va avanti alimentata dalle centrali nucleari. E continueranno ad andare avanti così. Non basta quello che sta succedendo: solo un disastro di proporzioni senza precedenti, dicevo, potrebbe convincere l’ordinamento capitalistico a cambiar strada in modo radicale.»

Inevitabilmente? In base alla natura umana? Alla storia?

«In base alla priorità che per lo più vien data ai problemi immediati. Ma c’è un’altra inevitabilità, ancora più perentoria: quella del tramonto del capitalismo. Diciamolo in quattro parole. Un’azione è definita dal proprio scopo. Anche l’agire capitalistico è quindi definito dal suo scopo, cioè dall’incremento indefinito del profitto privato. Quando il capitalismo, di fronte a grandi disastri planetari dovuti al suo agire, assumerà come scopo non più l’incremento del profitto ma la salvaguardia della terra, allora non sarà più capitalismo. Inevitabilmente: o il capitalismo volendo avere come scopo il profitto distrugge la terra, la propria “base naturale”, e quindi sé stesso, oppure assume come scopo la salvaguardia della terra, e allora anche in questo caso distrugge egualmente sé stesso. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»

Lei è uno dei pochissimi che fanno previsioni del genere. Le stesse sinistre – quel poco che ne rimane – sembrano aver definitivamente rinunciato all’idea di superare il capitalismo. In fatto di ambiente non hanno alcuna politica propria, anche se gli spetterebbe, perché in fondo a pagare le conseguenze dello sconquasso ecologico sono soprattutto le classi più deboli.

«Quando parlo di declino del capitalismo, parlo infatti di qualcosa che presuppone anche il declino del marxismo, dell’umanesimo marxista, dell’umanesimo di sinistra. Non è che la sinistra sia in una posizione avvantaggiata rispetto al capitalismo. Ma il discorso va completato. Sia il capitalismo, sia il marxismo e le sinistre mondiali – ma anche i totalitarismi e le teocrazie, e la democrazia, e anche le religioni e ogni “visione del mondo” e “ideologia” – si sono illusi e si illudono tutt’ora di servirsi della tecnica. Ma che cosa vuol dire questo? Che la tecnica è il mezzo con cui tutte quelle forze intendono realizzare i propri scopi (per esempio la società giusta, senza classi, oppure l’incremento del profitto privato, oppure l’eguaglianza democratica). Anche la sinistra è cioè sullo stesso piano del capitalismo per quanto riguarda il rapporto con la forza emergente della modernità, cioè la tecno-scienza. Simon Weil diceva che il socialismo è quel reggimento politico in cui gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologico-statale-militare-burocratico-finanziaria: l’«individuo» – come il «capitalista» – si illude di poter controllare l’apparato tecnologico. Si tratta di capire perché è un’illusione. »

Una prospettiva che dovrebbe poter contenere tutti i possibili…

«Invece andiamo verso un tempo in cui il mezzo tecnico, essendo diventato la condizione della sopravvivenza dell’uomo – ed essendo anche la condizione perché la Terra possa esser salvata dagli effetti distruttivi della gestione economica della produzione – è destinato a diventare la dimensione che va sommamente e primariamente tutelata; e tutelata nei confronti di tutte le forze che vogliono servirsene. Sommamente tutelata, non usata per realizzare i diversi scopi «ideologici», per quanto grandi e importanti siano per chi li persegue. Ciò significa che la tecnica è destinata a diventare, da mezzo, scopo. Quando questo avviene, capitalismo, sinistra mondiale, democrazia, religione, ogni «ideologia» e «visione del mondo», ogni movimento e processo sociale, diventano qualcosa di subordinato; diventano essi un mezzo per realizzare quella somma tutela della potenza tecnica, che è insieme l’incremento indefinito di tale potenza.. Perciò spesso dico che la politica vincente, la «grande politica», sarà delle forze che capiranno che non ci si può più servire della tecnica. La grande politica è la crisi della politica che vuole servirsi della tecnica. Non si tratta di un processo di «deumanizzazione», o «alienazione», come invece spesso si ripete, dove l’uomo diventerebbe uno «schiavo» della tecnica; perché in tutta la cultura – anche in quella che alimenta ogni più convinto umanesimo – l’uomo è sempre stato inteso come essere tecnico. Le sto descrivendo il futuro: non prossimo, ma neanche remoto. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.»

Mi permetta un’obiezione. Già oggi la tecnica sembra imporsi come scopo. Dando prove quanto meno discutibili.

«No, perché come dicevo prima, ciò che dà cattiva prova di sé è la gestione ideologica della tecnica è il modo, ad esempio, in cui in Giappone sono state organizzate le centrali nucleari. E lì non c’entra la tecnoscienza, ma la gestione capitalistica di essa, che per il profitto ha sottovalutato la pericolosità di quel tipo di centrali. Debbo però aggiungere che la tecnica destinata al dominio non è la tecnica tecnicisticamente o scientisticamente intesa, ma quella che riesce a sentire la forza della voce essenziale della filosofia del nostro tempo, la quale dice che non possono esistere limiti assoluti all’agire dell’uomo).
E resta il fatto che molti istituti scientifici, anche di largo prestigio, vivono in quanto finanziati da grandi potentati economici… E questo in qualche misura significa condizionarli…»

«Certo, questa è la situazione attuale. Ma la tendenza globale è un’altra. Condizionarli significa indebolirli. È quindi inevitabile che, a un certo momento, chi condiziona si renda conto di non poter più continuare a farlo, perché, alla fine, condizionare (e quindi subordinare e pertanto indebolire) la tecnica per promuovere sé stessi significa indebolire se stessi…»

Si diceva che le sinistre – a parte l’impegno per la difesa del lavoro – non dicono, né propongono cose gran che diverse dalla destra. Il marxismo un tempo aveva uno sguardo ben più ampio. Dopotutto non a caso l’inno dei lavoratori era l’Internazionale. Tentare di guardare un po’ più lontano, cercare di allargare lo stesso discorso sul lavoro, non potrebbe portare a una proposta alternativa?

«Questo allargamento va imponendosi da solo. Infatti non si può separare il lavoro dalla tecnica (ma dal capitalismo sì, come dal marxismo). Un po’ da tutte le parti politiche oggi si sente dire a proposito dei problemi più importanti: “Non è questione né di destra né di sinistra, è una questione tecnica”. È un piccolo indizio del processo in cui le soluzioni tecniche prevalgono su quelle politiche e “ideologiche”».

Mi riesce difficile seguirla, la tecnica viene solitamente vista come uno strumento usato dal capitalismo.

«Questo è lo stato attuale che il mondo capitalistico vorrebbe perpetuare. Ma la tecnica non è il capitalismo. Il servo non è il padrone. Ed è già accaduto che i servi si liberassero dei padroni. La liberazione decisiva, rispetto alla quale si è ancora ciechi, è la liberazione della tecnica dal capitale.»

In definitiva Lei vede il capitalismo sopraffatto dalla tecnica…

«Sì. O meglio: è la logica del discorso a vederla.»

È insomma l’intero sistema produttivo che di fatto agisce contro la salvezza dell’umanità… Non crede che in tutto ciò esista qualche responsabilità anche da parte delle sinistre? Dopotutto erano nate per combattere il capitale, no?

«Ma il discorso che vado facendo da molto tempo indica qualcosa che sta al di sopra delle esortazioni, delle mobilitazioni, dei progetti, della volontà politica. Riguarda un movimento che procede per conto proprio, guidando e animando la volontà, così come, si sa, la struttura del capitale domina e anima la volontà dei singoli capitalisti. Marx diceva appunto che i capitalisti sono le prime vittime del capitale. Ecco, si tratta di capire il modo in cui la tecnica prende il posto del capitale.»

Lei si riferisce a un movimento, o una tendenza, in qualche modo, come dire…, operante e avvertibile? Oppure si tratta per ora soltanto di un’ipotesi filosofica?

«È una tendenza che è operante e avvertibile proprio nel modo adeguato (e dunque non «soltanto» ipotetico) di fare filosofia. Per essenza la filosofia si riferisce all’autenticamente operante e avvertibile.»

Sono tante ormai le persone che si preoccupano per il futuro di un mondo per mille versi sempre più problematico e rischioso… Per lo più si tratta di giovani, consapevoli e impegnati… A tutti costoro che cosa si sentirebbe di consigliare?

«Per ora siamo gettati nell’errore; ma proprio per questo c’è molto da fare. C’è da favorire il processo che porta l’errore a maturazione. Per questo parlavo prima della “grande politica”. Per praticarla è necessario incominciare a guardare in faccia il senso essenziale della storia dell’Occidente, il senso cioè della volontà di potenza: il senso del fare».

Elena Loewenthal: Le parole del silenzio | Accademia del Silenzio

Eppure esiste, questa valenza multipla del silenzio. A me l’ha svelato la traduzione, e l’ha svelato nel modo più diretto e pregnante e inequivocabile: attraverso le parole. Perché, a differenza dell’italiano, che è così essenziale (direi quasi insufficiente) con il silenzio, la lingua dalla quale si diparte il mio lavoro di traduzione, cioè l’ebraico, conosce almeno tre radici semantiche diverse, per dire “silenzio”. Tenete conto che l’ebraico è una lingua estremamente primitiva, antica. Anzi, ancestrale. È sostanzialmente sempre lo stesso, dalla Bibbia ad Amos Oz e A.B. Yehoshua: è una lingua dalla continuità strabiliante. Ma è anche una lingua molto elementare, molto semplice nella sua struttura – non esistono i tempi ma solo due modi diversi dei verbi, non esiste il verbo avere… – e anche nel lessico. Fanno eccezione alcuni campi semantici, vuoi per abbondanza vuoi per carenza: ci sono molte parole per dire “pioggia” e hanno sempre una connotazione decisamente positiva, di auspicata benedizione (l’ebraico abita in un luogo arido). Ce ne sono moltissime per dire “luce” – quella sua terra ne ha tanta, e di gradazioni, colori, intensità diverse.

Anche il silenzio fa parte di quei rari casi in cui l’ebraico è generoso di parole. E siccome non lo è mai invano, perché è una lingua essenziale dove nulla è superfluo o lì per caso, questa abbondanza è per me un invito a esplorare i territori del silenzio. Oltre che, naturalmente, una sfida traduttiva: come faccio, vertendo in italiano il testo, a rendere giustizia alla varietà di silenzi che l’ebraico conosce – con una parola soltanto?

Che guaio…

Ad ogni modo, eccomi di fronte a più parole per dirlo: sheqet, dom, demama, lishtok. Certo, apparentemente sono suoni e basta. Non dicono nulla, a meno di conoscere la lingua in cui si esprimono. Cercherò di darvi qualche traccia.

Sheqet è il silenzio della quiete, della serenità. Però è tassativamente silenzio, assenza di suoni – cosa che la parola “serenità” non rende, ovviamente. È un silenzio sommesso, pacato, sgombro ma non del tutto.

Lishtok è un infinito verbale (li- è semplice prefisso). Indica il silenzio imperativo, quello che si impone alla parola. È ingiunzione ai bambini in classe. È un silenzio un po’ rabbioso, un po’ rivendicativo. Dovrebbe essere assoluto, almeno per un po’. Significa “zittimento”, in sostanza, e viene necessariamente dopo un rumore molesto. Ecco, anche le parentesi intorno al silenzio ne determinano il significato, la parola: quel che c’è prima e quel che viene, forse, dopo.

Dom, invece, è un silenzio abissale. Fa paura, come l’ignoto. È lo stato del mondo prima che Dio lo spezzasse parlando: nella Bibbia la creazione è dire le cose. Tutto si fa attraverso la parola (eccetto l’uomo, che è ricavato dalla polvere del suolo, ultima produzione prima che cali il sabato di riposo divino, unico essere che Egli fa, di seconda mano…). Dom è onomatopeico: è un rintocco sordo di campana, un’eco profonda – di silenzio. Chiude il futuro, tronca la voce con il nulla. Forse, era il silenzio di prima che il mondo fosse creato con la voce divina.

Da questo silenzio cosmico ne deriva un altro, che è come una versione più conciliante, più afferrabile. Non a caso porta la desinenza femminile, che nell’ebraico si usa per dare una sfumatura di grazia alle parole maschili, o per indicare l’astrazione.

Demamah è una parola bellissima, secondo me. Sottile, discreta, accattivante. Indica il silenzio in cui il profeta Elia trova Dio: Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo, da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, una voce di silenzio sottile. Come l’udì Elia si coprì il volto con il mantello. Uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco venne a lui una voce che gli diceva: che cosa fai qui Elia?

(1Re 19,11-13).

da: Elena Loewenthal: Le parole del silenzio | Accademia del Silenzio.

la Chiesa corre il rischio – ma è più di un rischio – di trascurare il nemico autentico della religiosità e della tradizione: la forza con cui la filosofia degli ultimi due secoli elimina la tradizione e, da Leopardi a Nietzsche a Gentile, dimostra l’impossibilità di ogni verità assoluta e quindi di ogni “presupposto”».

lei sul «Corriere» replicò al cardinale che aveva proposto di uscire dalla «immagine vecchia dell’idea e della pratica della laicità»…
«È una considerazione diffusa, nel mondo cattolico. Scola diceva di non condividere la persuasione di Habermas, secondo il quale “una democrazia costituzionale, per giustificarsi, non ha bisogno di un presupposto etico o religioso”. Per Scola invece ne ha bisogno. Né lui né Habermas, però, approfondivano la radice di quella persuasione. Ma proprio questo è il punto da discutere. Così io obiettavo che, impostando il problema del laicismo in quel modo, prendendosela al solito con il “relativismo”, la Chiesa corre il rischio – ma è più di un rischio – di trascurare il nemico autentico della religiosità e della tradizione: la forza con cui la filosofia degli ultimi due secoli elimina la tradizione e, da Leopardi a Nietzsche a Gentile, dimostra l’impossibilità di ogni verità assoluta e quindi di ogni “presupposto”».

Scola e la Chiesa non vedono l’autentico pensiero contemporaneo?

«Se è per questo non lo vede neanche il mondo laico, che continua a presentarsi in modo debole, erede com’è di una fortuna che ignora di possedere. Bisogna saper guardare il sottosuolo del pensiero contemporaneo, oltre la superficie. È come quando, nel Simposio di Platone, si dice che Socrate è un sileno: fuori è bruttissimo, è vero, però dentro è Socrate! Il sottosuolo del pensiero contemporaneo – che peraltro non dice affatto l’ultima parola, bisogna andare ben oltre – è una potenza che non viene non dico riconosciuta, ma nemmeno intravista».

Severino: «È stato mio allievo Da laico gli ho dato 30 e lode» – Milano.

Emanuele Severino: de-stino indica lo stare assolutamente incondizionato

La parola de-stino indica lo stare: lo stare assolutamente incondizionato.

Il destino è l’apparire di ciò che non può essere in alcun modo negato, rimosso, abbattuto, ossia l’apparire della verità incontrovertibile.

… Al di là di ciò che crede di essere, l’uomo è l’apparire del destino.

in Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia, Rizzoli, 2011, p.46/47

Emanuele Severino: il comandamento “ricordati di santificare le FESTE”

 

La prima notte di quiete – Cimitero di Staglieno, Genova

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Emanuele Severino al Festival Filosofia – Modena Carpi Sassuolo

Emanuele Severino, Dolore e contraddizione

Le persone si stanno sempre più rendendo conto che per sopravvivere è necessario conoscere il senso del tempo e il senso del luogo in cui ci troviamo.

Il nostro essere qui dice che un popolo per sopravvivere deve conoscere il significato fondamentale del proprio tempo. E lo deve conoscere per salvarsi, per porre rimedio al pericolo della vita.

La vita è pericolosa perché è dolorosa

….

Emmanuel Lévinas: “Il volto dell’Altro” – Intervista di Renato Parascandolo, Sergio Benvenuto

 

Emmanuel LévinasIl grande filosofo parla delle sue radici ebraiche, di televisione, di violenza, della società liberale.

DOMANDA N. 1 – Professor Lévinas, da giovane Lei ha trascorso un periodo in Germania durante il quale ha fatto incontri importanti. Vuole parlarcene?
Ero andato in Germania per seguire i corsi di Husserl a cui era dedicata la mia tesi di dottorato, ma il caso mi ha giocato una sorpresa: sono andato per Husserl e ho trovato Heidegger. Ho seguito le sue lezioni per due semestri; in quel periodo Heidegger era già molto celebre, non era difficile riconoscere in lui un maestro perché le sue lezioni erano stupefacenti e dalla sua figura promanava una grande autorità. Io non ero ancora al corrente dei rapporti tra Heidegger e Hitler, ma all’epoca questo non costituiva ancora un problema perché il carisma di Heidegger era indiscusso: la sua propensione per il nazionalsocialismo scompariva dinanzi all’abilità con la quale dominava i problemi filosofici. Era questo in lui che mi affascinava e, del resto, anche gli altri filosofi suoi colleghi subivano la sua influenza in modo molto forte. Si aveva l’impressione che se una cosa era stata detta da Heidegger, allora non valesse la pena discuterne. In quel periodo, Heidegger e Husserl dominavano completamente la scena filosofica, anche se Husserl non insegnava più e Heidegger era subentrato a lui nella stessa cattedra. Certo, Husserl era molto importante, ma Heidegger era straordinario per l’influenza e il fascino che esercitava sugli studenti; era veramente il grande maestro.
 A quell’epoca non c’erano ancora studenti francesi al seguito di Heidegger; io ero uno dei primi. E tuttavia i rapporti con la Francia non mancavano; a Friburgo, infatti, ho conosciuto Jean Beaufret che studiava filosofia della matematica, ma era allievo di Husserl. Soltanto in seguito si è “heideggerianizzato”. Come me, del resto.

DOMANDA N. 2 – Lei rientrò in Francia nel 1932, prima che Hitler salisse al potere. Quali filosofi ebbe modo di incontrare?
Sartre, naturalmente. Anche lui, più tardi, conobbe Husserl e Heidegger, ma di quest’ultimo non fu mai entusiasta. Sartre era un filosofo molto dotato, molto originale, ma non possedeva il vigore speculativo di Heidegger. Dunque, in un certo senso, era un filosofo audace, che usciva fuori dell’ordinario, ma il suo era comunque un pensiero molto regolare in cui era riconoscibile l’Ehrlichkeit, la virtù husserliana, una sorta di probità intellettuale; intendo dire che aveva un uso parsimonioso dei concetti a vantaggio della loro chiarezza. Mancava, però di quell’energia geniale tipica di Heidegger. In Francia, dopo la liberazione di Parigi, ho conosciuto anche Merleau-Ponty, sebbene superficialmente. Ma non ho ancora parlato del mio caro maestro, Charles Blondel; lui incarnava tutta la luminosità dello spirito francese, la clarté, l’ordine. Non era un rivoluzionario, piuttosto era un pensatore sistematico, rigoroso e molto esigente, ma non per questo noioso. La psicologia era uno dei suoi punti di riferimento e aveva molte conoscenze scientifiche. Questo era Charles Blondel. Comunque in Francia, a quell’epoca, i maestri non mancavano. C’era, tra gli altri, Léon Brunschvicg, il quale possedeva tutte le qualità di Charles Blondel; ma la sua era una filosofia dai riferimenti più ampi, che non si ispirava soltanto alla psicologia e faceva propria la lezione delle scienze, die Wissenschaftlichkeit, coniugandola con le virtù tradizionali del pensiero francese: chiarezza e ordine. Non c’è, in questo, alcun autocompiacimento nazionalistico, ma la consapevolezza di un ordine universale che ha valore di per sé. Anch’io ho compiuto degli sforzi in questa direzione, coltivando la chiarezza cartesiana come virtù essenziale della filosofia perché per un pensatore non si tratta certamente di un carattere naturale, ma di un risultato che è necessario acquisire.

DOMANDA N. 3 – Quando ha avuto luogo, nella sua vita, l’incontro con il pensiero ebraico?
Tardi, in età adulta, attraverso la scoperta dei testi talmudici. Nella mia infanzia la Scrittura era sempre stata presente, ma il Talmud era qualcosa di immensamente più potente: rappresentava la leggenda, il commentario leggendario del testo, ciò che si trova sulla tavola del commentatore. Dunque, questa scoperta non ha avuto luogo in famiglia, ma attraverso un incontro fuori dell’ordinario quando, cioè, ho conosciuto molto da vicino un vero genio talmudico, di cui ero il discepolo: Chouchani. Incontrare lui era come entrare in contatto con un genio nel senso assoluto della parola; era un uomo che poteva tenere insieme un numero molto vasto di idee senza essere soggetto alla costrizione di condurle a un esito conclusivo. Era come se il Talmud fosse presente dentro di lui, incorporato, vivente. Chouchani, accanto a Husserl e a Heidegger è il solo nome che ritengo di dover ricordare, il nome di un genio che riassumeva in sé tutta una direzione di pensiero che è viva ancora oggi e che cerca dei continuatori. L’incontro con lui, dopo quello con Heidegger e con Husserl, ha rappresentato il grande avvenimento della mia vita. Di lui mi colpiva la potenza intellettuale che si manifestava in una sorte di crudezza, nell’audacia e nella purezza, e non intendo qui purezza in senso morale, ma nel senso di un vigore costruttivo. Chouchani era di origini miste, come il vero sapiente ebreo che nel suo errare accoglie molte tradizioni comuni, quotidiane. Era l’incarnazione del giudaismo vivente. Questa è tutta la mia vita, di questo devo testimoniare e voglio rendere omaggio a Chouchani, perché Heidegger ha molti allievi, ma Chouchani molto pochi! Anche un pensatore come Derrida, spirito eccellente e molto vivace che ho conosciuto in Germania, ha incontrato tutti i grandi nomi che ho evocato, ma non ha conosciuto il Talmud, perché per leggere il Talmud bisogna trovare un vero maestro. Il vero maestro è colui che è davvero capace di entrare in contatto, di manifestare in modo esplosivo, di sbalordire, scuotere. Se si legge il Talmud da soli, con gli strumenti ordinari, si rimane atterriti e scoraggiati dinanzi alla sua difficoltà. Il Talmud esige la guida di un genio.

DOMANDA N. 4 – Uno dei concetti più suggestivi del suo pensiero è quello del “volto” come espressione di un’alterità assoluta e inviolabile…
Su questo tema è avvenuta la mia rottura con Heidegger. Era hitleriano e non ha colto il valore della dignità dell’uomo e dell'”altro”. Ma io sono ebreo ed essere ebrei non significa soltanto conoscere il Talmud, significa aver sofferto come un ebreo. È a questo che bisogna arrivare. Aver sofferto come un ebreo. E di questa sofferenza una piccola responsabilità è da attribuire a un certo Hitler…

DOMANDA N. 5 – Professor Lévinas, secondo una efficace espressione di Gadamer, che parla del “pathos del disincanto”, c’è una specie di cinismo, di scetticismo, diffuso soprattutto tra i giovani dell’Occidente. Chi guarda la televisione si aspetta da un filosofo una parola rassicurante o almeno qualche spiegazione. Cosa può dire ai giovani contro il “pathos del disincanto”?
Sarei felice di poter consolare, ma non è questo il compito della filosofia. Io penso che il “disincanto”, come lo chiama Gadamer, o la “cattiva coscienza”, come la chiamo io, sia caratteristica della gioventù, che non si sente troppo impegnata, mentre è la vecchia generazione a sentire, ad essersi assunta l’antica fierezza dell’Europa. Io direi questo ai giovani: bisogna pensare a una riconsiderazione dell’antropologia stessa, cioè della struttura, dell’essenza dell’umano. Non so se l’educazione ci arriverà, ma forse, dopo certe esperienze, la gioventù ritroverà la giusta misura. Mi domando se si possa ancora definire l’uomo mediante la potenza del sapere. Questo non comporta che si debba raccomandare la stupidità o che l’intelligenza non sia più un valore, ma che bisogna definire l’uomo altrimenti che in questi due modi: come l’essere infinitamente intelligente, che può dominare il mondo e come quello che deve essere a qualsiasi costo libero, libero nel senso di un puro libero arbitrio, libero di fare quello che vuole, di non essere limitato da nulla…Libertà per la libertà, libertà come l’elemento che definisce l’uomo. Non condanno né la libertà né l’intelligenza, ma mi domando se la definizione stessa dell’uomo non debba essere attinta ad un altro ordine. Mi sembra, in particolare, che la relazione di un essere umano all’altro essere umano, la relazione da uomo a uomo, invece di essere presentata come una conseguenza dell’intelligenza, come una conseguenza della libertà, dovrebbe essere posta nella definizione stessa dell’uomo, sentita come la vocazione stessa dell’uomo. La vocazione dell’uomo è di riconoscere la sua dignità umana e il suo posto nell’essere, il suo posto nella realtà, e non di considerare l’intelligenza e la libertà semplicemente come le forme nelle quali può affermarsi. Su questo bisogna richiamare l’attenzione della gioventù, insistendo sul fatto che un essere può uscire dalla sua autoaffermazione per occuparsi, prima di tutto, dell’altro essere umano e che questo è l’avvento stesso dell’umanità, è l’essenza, è la forma stessa dell’umanità. Bisogna insegnare tutto ciò, richiamando l’attenzione sui dati immediati del comportamento umano, insistendo sul fatto che da principio l’uomo prende coscienza di se stesso in una bontà elementare riguardo all’altro essere, in una bontà costante, che trionfa di molte cadute, che sussiste nelle condizioni più atroci. Questo, che è un paradosso in rapporto all’antropologia corrente, deve essere pensato come la struttura originaria dell’umanità.

DOMANDA N. 6 – Lei parla di bontà, di amore per l’altro, ma si sa che in nome della bontà sono stati commessi atroci delitti, che i buoni sentimenti hanno provocato spesso dei disastri.
Bisogna vedere come la si intende…Io faccio una differenza tra bene e bontà, tra un ideale di bene che può essere prescritto, che diventa ideologia, che diventa movimento politico e poi istituzione e questa bontà iniziale, debole, senza difesa, senza pensiero, in cui non c’è ancora una ideologia della bontà L’altro uomo non mi è indifferente, l’altro uomo mi concerne, mi riguarda nei due sensi della parola “riguardare”. In francese si dice che “mi riguarda” qualcosa di cui mi occupo, ma “regarder” significa anche “guardare in faccia” qualcosa, per prenderla in considerazione. Io chiamo appunto questa “apparizione” dell’altro, il volto umano. Il volto umano è la testimonianza non del trionfo istituzionale del bene, ma della possibilità del bene, della possibilità per l’uomo di essere buono verso l’altro uomo o piuttosto della possibilità di leggere sul volto dell’altro uomo la vocazione, il richiamo alla bontà. Per me questa è la parola di Dio. Io trovo Dio nell’etica, non ho alcuna altra idea di Dio valida. È qui che trovo il senso di qualcosa che interrompe bruscamente il corso delle cose: il fatto che l’uno si occupa dell’altro è il solo momento in cui c’è un’alterità totale, un’alterità che non rientra nell’ordine che io controllo, che non diventa mia. Anche il mio schiavo, in quanto uomo, mi sfugge e perciò è assolutamente altro. Trovo che nel momento in cui sento questa alterità come ordine muto, come comandamento, non dico che sia di Dio, ma certo non c’è parola più forte.

DOMANDA N. 7 – Se c’è una morale conforme alla religione, che può esistere senza il Dio delle religioni istituite, senza il Dio delle Chiese, può esistere anche una morale senza trascendenza?
L’evento stesso della bontà è la trascendenza. Ma malgrado questo momento sublime, ci sono delle cadute verso cui non siamo premuniti. La Rivoluzione francese – come la Rivoluzione russa del 1917 – è un evento di speranza, di abnegazione. Ma dal momento che si organizza senza riguardo per l’individuo, e che lo Stato si pone come fonte delle istituzioni, in cui solo ci può essere giustizia, l’individuo deve eclissarsi in modo totale, eclissarsi o perire. Lo Stato che è l’organizzazione di questo momento eccezionale, trascendente, diventa poi causa di gregarietà e finisce con i campi di sterminio. Ma i lager non possono mai arrivare alle estreme conseguenze, non possono distruggere l'”unicità dell’altro uomo”. Il rispetto nell’altro uomo della sua unicità, cioè la considerazione dell’altro come fondamentalmente insostituibile, è sempre l’effetto dell’amore. Amare è appunto considerare l’altro come insostituibile, come unico. Forse una maggiore attenzione a questo fatto ci permetterebbe di apportare una riforma alla struttura degli Stati, che sono razionali o che pretendono di esserlo. Per fare un esempio concreto, occorre assolutamente negli Stati moderni conservare delle associazioni che si occupino in particolare dei diritti dell’Uomo, associazioni che io considero extra-politiche. Bisogna che queste istituzioni sussistano nella società in modo del tutto indipendente dallo Stato e dalle sue necessità. Questa era in altri tempi la funzione del profeta, che veniva a proclamare al re il suo torto. Non a lavorare clandestinamente contro il re, ma a dichiarargli ufficialmente il suo torto. Oggi non ci sono profeti. Forse la profezia può essere sostituita da una più grande libertà lasciata agli scrittori. Penso che la più grande virtù della nostra società liberale, che è ancora la migliore, sia la libertà di opinione, di parola, di espressione, come garanzia per la possibilità del cambiamento. E’ una modesta proposta. E come ultima cosa raccomando l’attenzione di ciascuno verso tutti, indipendentemente dalla organizzazione, dalla amministrazione.

DOMANDA N. 8 – Lei ha parlato della grandezza della società liberale, la cui caratteristica, peraltro, è l’individualismo esasperato e il relativismo assoluto dei valori. Qual’è la Sua opinione a questo proposito?
Penso che, malgrado tutto, una pluralità di opinioni vale più di una sola e che ci sono delle verità, degli atti di benevolenza, che trovano subito degli imitatori, della gente che li condivide. Non so se si può distruggere il disincanto, ma vorrei, innanzi tutto, impedire che esso venga costituito a ontologia ultima o, meglio ancora, a metafisica ultima, che diventi proprio questa la “verità delle verità”. La “piccola bontà”, di cui parlo nei miei scritti, comporta molto più di quello che si dice ai bambini quando li si educa, quando gli si raccomanda di essere buoni. Ci sono nei testi religiosi, nel contenuto etico dei testi religiosi, dei prolungamenti, delle prospettive, che innalzano il profilo di questa bontà. Non è una cosa da poco questa “piccola bontà”. Lei mi chiede se è possibile vivere senza trascendenza. Io dico di no. Lei mi chiede anche se è possibile vivere senza dogma. Rispondo: probabilmente. Ma la grande esperienza etica, depositata nella letteratura religiosa, non è ancora arrivata ad avere, nella formazione letteraria della nostra gioventù, l’importanza che le spetta. I testi religiosi non devono essere letti alzando le spalle, come dei testi ingenui, che sono stati veri un tempo, nell’ambito del folklore universale. Non sono folklore.

DOMANDA N. 9 – Le vorrei porre un’ultima domanda sulla responsabilità. Secondo lei, gli uomini che hanno una responsabilità pubblica, che hanno il potere di decidere anche per gli altri uomini, hanno la stessa responsabilità di quelli che possono decidere solo per se stessi?
E’ risaputo che talvolta la responsabilità pubblica è schiacciante, e precisamente quando la politica, anche nel senso buono del termine, forza la responsabilità, perché costringe a prendere decisioni, che forse sono giuste, ma in cui l’unicità di colui di cui si è responsabili non è rispettata. La responsabilità di cui parlo è assai più paradossale. Il punto su cui insisto è che quando si è responsabili, si risponde sempre di un altro uomo. Noi, certo, possiamo ignorarlo, ma in realtà siamo responsabili anche di ciò che è successo poco fa a colui che è passato vicino a noi. Questa è la responsabilità. Noi siamo responsabili, come se fossimo colpevoli di fronte a tutti gli altri. Cito, a questo proposito, ancora una volta, il “versetto” – perché nei grandi scrittori le proposizioni sono dei versetti e di conseguenza i versetti sono assai spesso le proposizioni dei grandi autori – la frase di Dostojevskij: “Siamo tutti colpevoli – non responsabili, colpevoli – di tutto verso tutti ed io più di tutti gli altri”. Questo “io più che tutti gli altri” è la famosa non reciprocità delle coscienze. Non arrivo mai a sottrarmi a questa posizione di “io più responsabile di tutti”.

Intervista di Renato Parascandolo, Sergio Benvenuto

VITA. Emmanuel Lévinas è nato a Kaunas nel dicembre 1905 in Lituania, e ha vissuto la rivoluzione russa in Ucraina. Nel 1923 insieme alla sua famiglia si trasferisce in Francia a Strasburgo, dove inizia gli studi univeristari. È di questi anni la sua amicizia con Maurice Blanchot. Nel 1928-1929 va a Friburgo, dove assiste alle ultime lezioni di Husserl e conosce Heidegger. L’apprendistato della fenomenologia, come egli lo ha definito, proseguirà poi con un forte impulso personale di ricerca; partecipa nell’immediato dopoguerra all’avanguardia filosofica francese con G. Marcel e J.Wahl. In questi anni inizia anche la direzione della Scuola Normale Israelita Orientale, l’amicizia con Henri Nerson a cui dedicherà il suo primo libro di scritti giudaici Difficile Liberté. Nel 1957 inizia anche l’attività di lettura e commento del Talmud ai Colloqui degli intellettuali ebrei francesi. Nel 1961, dopo la pubblicazione di Totalità e Infinito, inizia l’insegnamento all’Università di Poitiers, nel 1967 passa all’Università di Paris-Nanterre e dal 1973 alla Sorbonne. E’ ora professore emerito, ma prosegue l’attività in seminari e congressi.

OPERE. Le sue opere sono ormai quasi tutte tradotte in italiano: La traccia dell’altro, Napoli 1979, (traduce l’ultima parte di En décrouvant l’existence avec Husserl et Heidegger); Totalità e Infinito, Milano, 1980; Quattro letture talmudiche, Genova 1982; Dell’evasione, Reggio Emilia 1984; Altrimenti che essere o al di là dell’essenza, Milano 1984; Etica e Infinito, Roma 1984; Nomi Propri, Casale Monferrato 1984; Umanesimo dell’altro uomo, Genova 1985; Dal sacro al santo, Roma 1985; Di Dio che viene all’idea, Milano 1986; L’al di là del versetto, Napoli 1986; Difficile libertà, Brescia 1986 (Traduzione parziale); Il tempo e l’altro, Genova 1987; Dall’esistenza all’esistente, Genova 1987.

PENSIERO. Come introduzione al pensiero levinasiano si possono vedere: S. Petrosino, La verità nomade, Milano, 1980; G. Mura, Emmanuel Lévinas. Ermeneutica e “separazione”, Roma, 1982; E. Baccarini, Lévinas: Soggettività e Infinito, Roma, 1985.

Lévinas parla del suo periodo di studi in Germania, dove si era recato per seguire Husserl e dove invece incontrò Heidegger, di cui subì potentemente il fascino. Lévinas ricorda gli incontri con pensatori francesi come Sartre, Merleau-Ponty, Brunschvicg, e in particolare con il suo maestro Blonde. La scoperta dei testi talmudici avvenne invece in tarda età, grazie all’incontro con Chouchani, definito un vero genio. La rottura con Heidegger si consuma sul tema dell’altro: il volto come espressione di un’alterità assoluta e inviolabile. Heidegger, che aderì al nazionalsocialismo, non ha saputo cogliere il valore della dignità dell’uomo. La cattiva coscienza è oggi caratteristica della gioventù, che dovrebbe ritrovare la giusta misura ripensando l’essenza dell’umano in base alla sua vocazione di riconoscere la propria dignità umana in quella bontà che è apertura all’altro essere umano. Il volto dell’altro è la testimonianza della possibilità del bene, che coincide con la parola di Dio. L’evento stesso della bontà è la trascendenza. Lo Stato è la fonte delle istituzioni in cui solo può esservi giustizia, ma esso può divenire causa di gregarietà e finire nei campi di sterminio, che tuttavia non possono mai distruggere l’unicità dell’altro uomo, riconosciuta nell’amore. La grande esperienza etica depositata nella letteratura religiosa non è ancora arrivata ad avere l’importanza che le spetta nella formazione letteraria della nostra gioventù. Essere responsabili significa rispondere dell’altro uomo.Emmanuel Lévinas: “Il volto dell’Altro” – Fuori dal Ghetto.

Federico Severino, Via Crucis, Pantheon