Video Intervista a Severino – Prima parte

In occasione delle Vacances de l’Esprit 2008, Franco Bertossa ha intervistato il famoso filosofo italiano intorno ai punti chiave del suo pensiero. Prima parte della lunga intervista di Emanuele Severino

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MORO ANDREA, Breve storia del verbo essere. Viaggio al centro della frase, Adelphi, 2010

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Vito Mancuso, SE LA VITA È SENZA FEDE

A distanza di due anni dal duro attacco contro L’ anima e il suo destino a firma di padre Corrado Marucci, “La Civiltà Cattolica” (quaderno n° 3831) torna a criticare frontalmente il mio pensiero. Lo fa con un articolo più profondo, meno aggressivo e apparentemente meno insidioso del precedente, scritto da padre Giovanni Cucci sul mio ultimo saggio, La vita autentica. Dopo aver presentato finalità e struttura del mio lavoro a cui viene persino riconosciuto che “non mancano osservazioni interessanti e gradevoli”, “La Civiltà Cattolica” scrive che “la conduzione del discorso risulta molto ambigua ed equivoca, per non dire contraddittoria” e giunge a esplicitare la sua critica con questa domanda: “In fin dei conti, per Mancuso, Dio è necessario o no ai fini del discorso sull’ autenticità? Le risposte che giungono dal libro non consentono di stabilirlo, poiché si afferma in una pagina quanto viene negato alla pagina successiva”. Sono accuse senza fondamento.

Ma prima di argomentare la mia replica desidero chiarire quello che ritengo il vero obiettivo della rivista dei gesuiti, le cui bozze, com’ è noto, passano al vaglio della Segreteria di Stato vaticana: l’ obiettivo, a mio avviso, consiste nel mostrare ai cattolici che a me non è concesso “presentarsi come un teologo cristiano”. È questo il vero disegno della “Civiltà Cattolica”, e forse di qualcun altro dietro di essa. La questione sollevata è tale da riguardare da vicino ogni uomo pensante: “In fin dei conti, Dio è necessario o no ai fini del discorso sull’ autenticità?”. Padre Cucci, per il quale la risposta è un inequivocabile sì, mi accusa di presentare una risposta “ambigua”, “equivoca”, “contraddittoria”.

Io, al contrario, ritengo di aver espresso il mio pensiero molto chiaramente, oserei dire “papale-papale” se non temessi che qualcuno poi concluda che mi sono montato la testa. Ecco ciò che ho scritto nel mio libro: “Per una vita autentica è necessario credere in Dio? Sono convinto di no“.

Lo ribadisco: un uomo nell’ intimo della sua coscienza può escludere esplicitamente ogni riferimento al divino e al contempo vivere nel modo più autentico, cioè servendo il bene, la giustizia, la ricerca della verità, la bellezza. E viceversa un uomo può professarsi credente, magari rivestirsi di sontuosi paramenti, e tuttavia rappresentare la negazione più drammatica del bene e della giustizia: la storia della Chiesa offre migliaia di esempi al riguardo, non pochi dei quali sono purtroppo ancora attuali ai nostri giorni.

Se qualcuno avesse dei dubbi, provi a pensare da un lato al non credente Primo Levi e dall’ altro a uno dei tanti prelati incriminati per pedofilia, e vedrà che in un istante gli si chiariscono le idee. Il senso del messaggio spirituale di Gesù, del resto, consisteva proprio in questo primato della concretezza etica rispetto alle idee dottrinali proclamate a parole: “Non chi dice ‘ Signore, Signore’ entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre” (Matteo 7,21), prospettiva che Gesù realizzava preferendo ai clericali del suo tempo (scribi, farisei, sacerdoti) altre tipologie più laiche di persone quali pubblicani, prostitute, poveri, pescatori.

Per una vita autentica, caro padre Cucci, la fede in Dio non è necessaria. Poi il mio ragionamento proseguiva così: “Ritengo, però, che non sia possibile una vita pienamente autentica senza credere nel bene e nella giustizia, e che se un uomo crede nel bene e nella giustizia deve poi giustificare a se stesso perché lo fa e provare a pensare quale sia la concezione dell’ essere più ragionevole che giustifica tale suo affidamento esistenziale al bene e alla giustizia”. La vita quotidiana quale ciascuno sperimenta non è tale da mostrare inequivocabilmente il primato del bene e della giustizia, anzi al contrario sono spesso i furbi e gli ingiusti a prevalere. Per praticare il bene e la giustizia e risultare interiormente puliti occorre quindi una certa “fede” in questi valori, senza la quale è quasi inevitabile che la sola verifica sperimentale porti al cinismo, a non credere più a nulla, a sorridere amaramente al solo sentire parlare di etica. Affermo quindi che per una vita autentica, se non è necessaria la fede in Dio,è però necessaria la fede nel bene e nella giustizia quali dimensioni più alte del vivere. Affermo cioè che la pienezza della vita suppone il riconoscimento pratico del primato dell’ etica e che il vero uomo non è il ricco, non è il potente, non è il dotto, non è il pio, ma è il giusto, di quella giustizia che non è fredda legalità ma saggezza del bene. Per essere giusti, però, in un mondo che spesso giusto non è, occorre avere fede nella giustizia (o, che è lo stesso, nell’ armonia dell’ essere). Questo mio ragionamento per “La Civiltà Cattolica” condurrebbe a escludere la possibilità di Dio e di conseguenza a minare il mio statuto di teologo. Le cose però non stanno per nulla così, perché il mio percorso pone semmai le basi per una rinnovata fondazione del discorso teologico, andando a indagare la profondità dell’ essere che il primato dell’ etica (smentito dalla cronaca, ma avvertito dalla coscienza) porta con sé.

È quanto sosteneva già Immanuel Kant nella Critica della ragion pura: “Io avrò fede nell’ esistenza di Dio e in una vita futura, e ho la certezza che nulla potrà mai indebolire questa fede, perché in tal caso verrebbero scalzati quei principi morali cui non posso rinunciare senza apparire spregevole ai miei stessi occhi”. Una coscienza matura non fa il bene perché lo dice il papa, eseguendo quello che dice il papa, all’ insegna della morale eteronoma; la coscienza matura fa il bene autonomamente, lo fa perché sente che è suo dovere farlo, senza temere, quando è il caso, di andare persino contro quello che dice il papa (come quei cattolici che nell’ Ottocento si battevano per la libertà religiosa, condannata aspramente dai papi del tempo). Mi chiedo però di che cosa sia segno questo senso del dovere rispetto al bene che la coscienza avverte dentro di sé, mi chiedo che cosa dica dell’ uomo. E rispondo dicendo che esso è l’ attestazione di una dimensione più profonda dell’ essere, la quale, se risulta così affascinante e normativa per la coscienza retta,è perché ne costituisce l’ origine da cui viene e il fine verso cui tende, ovvero quel “principium universitatis” che Tommaso d’ Aquino in Summa contra gentiles I,1 dice essere il nome filosofico di Dio. “In fin dei conti, per Mancuso, Dio è necessario o no ai fini del discorso sull’ autenticità?”, si chiedeva padre Cucci. Spero che a questo punto il mio pensiero risulti chiaro anche per lui: soggettivamente no (la fede non è necessaria), oggettivamente sì (la giustizia è indispensabile). Questo mio legare Dio all’ oggettività del bene e della giustizia, ben lungi dall’ escluderlo come mi si accusa, riproduce la medesima prospettiva di Gesù: “In quel giorno molti mi diranno: «Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome?». Ma io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’ iniquità»” (Matteo 7,22-23).

È solo la concretezza della giustizia quale forma stabile della nostra più intima energia vitale a condurre in quella dimensione eterna dell’ essere che chiamiamo Dio, mentre non serve a nulla riempirsi la bocca delle più devote professioni di fede se, dentro, si è iniqui (“non vi ho mai conosciuti”). Rimarrebbe da affrontare il discorso altrettanto importante sulla logica alla guida della natura e della storia, se essa sia di tipo personale come vuole padre Cucci, oppure impersonale come sostengo io, e spero di poterlo fare in un prossimo articolo. Per ora concludo dicendo che sarei lieto se “La Civiltà Cattolica” rivedesse il duro e ingiusto giudizio su di me e sul mio piccolo saggio, ma temo che ciò non avverrà. In ogni caso non ho mai aspirato al patentino ufficiale di teologo cattolico-romano, visto che da tempo parlo di una teologia “laica”, cioè abitata dall’ aria pulita della libertà di pensiero, unica condizione, a mio avviso, perché l’ occidente torni a interessarsi della sua religione.

VITO MANCUSO

Repubblica — 26 febbraio 2010

Eugenio Borgna “Le emozioni ferite”, Firenze, Biblioteca delle Oblate – 16/12/2009, 16 AudioVideo di un’unica magistrale conversazione, tratta dal canale di thorne63 su Youtube

In vacanza con Emanuele Severino, 29-30 maggio 2010, San Vincenzo LI,

29 – 30 maggio 2010
San Vincenzo (LI)

In vacanza con Emanuele Severino
La memoria e il nulla. Anche a proposito di Leopardi
Il Filosofo Emanuele Severino ci delizierà con quattro lezioni magistrali, durante le quali emergerà il genio filosofico di Leopardi, nello splendore naturalistico della Riserva Naturale di Rimigliano, sul mare della Toscana.
Biografia (da wikipedia)

Emanuele SeverinoEmanuele Severino Si laurea all’Università di Pavia nel 1950, come alunno dell’Almo Collegio Borromeo, discutendo una tesi su Heidegger e la metafisica sotto la supervisione di Gustavo Bontadini. L’anno successivo ottiene la libera docenza in filosofia teoretica. Dal 1954 al 1970 insegna filosofia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. I libri pubblicati in quegli anni entrano in forte conflitto con la dottrina ufficiale della Chiesa, suscitando vivaci discussioni all’interno dell’Università Cattolica e nella Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio). Dopo un lungo e accurato esame la Chiesa proclama ufficialmente nel 1970 l’insanabile opposizione tra il pensiero di Severino e il Cristianesimo.
Il filosofo, lasciata l’Università Cattolica, viene chiamato all’Università Ca’ Foscari di Venezia dove è tra i fondatori della Facoltà di Lettere e Filosofia, nella quale hanno insegnato e insegnano alcuni dei suoi allievi (Umberto Galimberti, Carmelo Vigna, Luigi Ruggiu, Mario Ruggenini, Gian Ruggero Manzoni, Italo Valent, Vero Tarca, Luigi Lentini, Giorgio Brianese, ecc.). Dal 1970 al 2001 è stato professore ordinario di filosofia teoretica, ha diretto l’Istituto di filosofia (diventato poi Dipartimento di filosofia e teoria delle scienze) fino al 1989 e ha insegnato anche Logica, Storia della filosofia moderna e contemporanea e Sociologia. È stato docente alle Vacances de l’Esprit nel 1996, nel 2001 e nel 2008

Nel 2005 l’Università Ca’ Foscari di Venezia lo ha proclamato Professore emerito. Attualmente insegna presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. È accademico dei Lincei e Cavaliere di Gran Croce. Da alcuni decenni collabora con il Corriere della sera.
Il luogo
San Vincenzo LI
La struttura che ci ospita è immersa in un’oasi di verde della macchia mediterranea tra i pini ed i lecci, i prati ed i giardini fioriti fino alla spiaggia di sabbia finissima ed al mare azzurro. I dintorni offrono paesaggi immersi nella rigogliosa vegetazione, l’incantevole atmosfera dell’isola d’Elba, il fascino e la bellezza del medioevo toscano, il Parco Forestale di Poggi Neri ed il Parco Archeominerario di San Silvestro.

Vacanze culturali alternative – In vacanza con Emanuele Severino

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Melchisedec pre-scheda sul libro L’uomo senza inconscio di Massimo Recalcati

Eccone un assaggio:

L’identità e il nostro tempo
Da una parte è il tempo della liquidità, del naufragio dell’identità, del godimento smarrito, mancano i binari simbolico-ideali entro cui ordinare l’esperienza umana.
Dall’altra parte ci sono zone di solidità eccessiva, di identificazioni solide: si è come monadi chiuse, autosufficienti, compatte e senza desideri.
Un esempio può essere fornito dall’anoressia: il soggetto si compatta, il corpo diventa acciaio, smarrisce la dimensione della mancanza, rifugiandosi nel vuoto della pancia.
Scansa il desiderio, si mummifica nell’immagine pelle-ossa.
Liquidità e solidità: l’effetto è lo sbriciolamento dei legami sociali.
La dimensione dell’incontro con l’a(A)ltro viene meno o per liquidità o per solidificazione, per sbriciolamento o compattamento.
Le manifestazioni del malessere giovanile oscillano tra un eccesso di conformismo (un io senza inconscio) e di familismo e trasgressione, adattamento passivo ai modelli di normalità da un lato e la spinta a consumare, a trasgredire, a sovvertire costantemente la dimensione del limite.
Insomma un soggetto senza inconscio tende ad abolire l’esperienza del desiderio.
 

Biografia e Poesie di Grazia Apisa Gloria

La riproduzione e citazione di articoli giornalistici di Alessandro Monteleone

La riproduzione e citazione di articoli giornalistici di Alessandro Monteleone

Sommario: 1. Normativa rilevante – 2. In generale: l’opera giornalistica – 3. Disciplina normativa in materia di citazione e riproduzione di articoli giornalistici – 3. Conclusioni.

vai a: La riproduzione e citazione di articoli giornalistici

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Lezioni su Parmenide di Walter Cavini, in ASIA Associazione Spazio Interiore Ambiente

dia-logando XXXVII - Differenza tra essere e ente

Video | 31 Gennaio 2010

dia-logando XXXVII – Differenza tra essere e ente

La differenza ontologica di Heidegger in rapporto all’essere di Parmenide

dia-logando XXXVI - Il Tutto a partire dalla differenza

Video | 22 Gennaio 2010

dia-logando XXXVI – Il Tutto a partire dalla differenza

Walter Cavini: il Tutto a partire dalla differenza tra essere e niente in Parmenide

dia-logando XXXV - Parmenide parte 3/3

Video | 08 Gennaio 2010

dia-logando XXXV – Parmenide parte 3/3

Walter Cavini ci presenta la sua interpretazione dei frammenti di Parmenide

dia-logando XXXIV - Parmenide parte 2/3

Video | 23 Dicembre 2009

dia-logando XXXIV – Parmenide parte 2/3

Walter Cavini ci presenta la sua interpretazione dei frammenti di Parmenide

dia-logando XXXIII - Parmenide parte 1/3

Video | 19 Dicembre 2009

dia-logando XXXIII – Parmenide parte 1/3

Walter Cavini ci presenta la sua interpretazione dei frammenti di Parmenide

Puntata speciale di dialogando - Remo Bodei 2/2

Video | 11 Dicembre 2009

Puntata speciale di dialogando – Remo Bodei 2/2

Dialogando per due puntate con Remo Bodei. Oggi la metafora del viaggio e la storia della filosofia

Puntata speciale di dialogando - Remo Bodei 1/2

Video | 05 Dicembre 2009

Puntata speciale di dialogando – Remo Bodei 1/2

Dialogando per due puntate con Remo Bodei. Oggi la nascita della filosofia, il significato di saggezza e le scuole filosofiche

dia-logando XXX - Arché in Anassimandro e negli altri presocratici

Video | 27 Novembre 2009

dia-logando XXX – Arché in Anassimandro e negli altri presocratici

Perché Anassimandro, a differenza di altri presocratici, non definisce cos’è il principio primo?

dia-logando XXIX - Confronto tra scienza e materialismo filosofico

Video | 20 Novembre 2009

dia-logando XXIX – Confronto tra scienza e materialismo filosofico

Qual è il rapporto tra scienza contemporanea e l’antico approccio filosofico materialista?

dia-logando XXVIII - Il procedere filosofico

Video | 13 Novembre 2009

dia-logando XXVIII – Il procedere filosofico

Il procedere filosofico è aggiungere conoscenza o rimuovere pregiudizi?

dia-logando XXVII - I pensatori più influenti dell'antichità

Video | 06 Novembre 2009

dia-logando XXVII – I pensatori più influenti dell’antichità

Quale pensatore antico ha lasciato un’impronta profonda nel pensiero filosofico successivo e perché?

dia-logando XXVI - I metodi di filosofare degli antichi

Video | 30 Ottobre 2009

dia-logando XXVI – I metodi di filosofare degli antichi

Il nuovo numero di dialogando sui metodi filosofici nell’antichità. Con Walter Cavini

dia-logando XXV - Il ruolo del mito nell'antica Grecia

Video | 23 Ottobre 2009

dia-logando XXV – Il ruolo del mito nell’antica Grecia

Qual era la funzione del mito nell’antica Grecia? Risponde Walter Cavini

dia-logando XXIV - Le prime domande filosofiche

Video | 16 Ottobre 2009

dia-logando XXIV – Le prime domande filosofiche

A quale domanda cerca di rispondere la filosofia antica? Risponde Walter Cavini

dia-logando XXIII - I grandi temi della Filosofia antica greca

Video | 09 Ottobre 2009

dia-logando XXIII – I grandi temi della Filosofia antica greca

Quali sono gli oggetti propri della filosofia greca? Di che cosa si occupa?

dia-logando XXII - La meraviglia filosofica

Video | 02 Ottobre 2009

dia-logando XXII – La meraviglia filosofica

Per Aristotele la filosofia nasce dalla meraviglia. Che cosa intende il filosofo con “stupore”?

dia-logando XXI - Quando nasce la Filosofia?

Video | 25 Settembre 2009

dia-logando XXI – Quando nasce la Filosofia?

Secondo i nostri testi, qual è il contesto storico in cui nasce la Filosofia nella Grecia antica? Risponde Walter Cavini

dia-logando XX - L'evento filosofico

Video | 19 Settembre 2009

dia-logando XX – L’evento filosofico

Possiamo parlare di un momento specifico dell’esperienza umana in cui ebbe inizio la Filosofia?

δia-loganδo: domande e risposte 2

Articoli | 12 Settembre 2009

δia-loganδo: domande e risposte 2

Alcune risposte alle domande apparse sul persorso dedicato alla filosofia

dia-logando XIX - Il significato di Filosofia nella Grecia antica

Video | 11 Settembre 2009

dia-logando XIX – Il significato di Filosofia nella Grecia antica

La prima puntata di settembre inizia con un nuovo docente, Walter Cavini…

Domande e risposte

dia-logando XVIII - L'educazione a Sparta e Atene

Video | 13 Agosto 2009

dia-logando XVIII – L’educazione a Sparta e Atene

Questa è l’ultima puntata di Agosto. Dia-logando riprende a Settembre, non mancate!

dia-logando XVII -  Il ruolo del filosofo nella società in Aristotele

Video | 31 Luglio 2009

dia-logando XVII – Il ruolo del filosofo nella società in Aristotele

dia-logando è il nuovo percorso didattico dedicato interamente alla filosofia

dia-logando XVI -  Il barbaro in Aristotele

dia-logando XV -  Aristotele e la Politica

Video | 10 Luglio 2009

dia-logando XV – Aristotele e la Politica

dia-logando è il nuovo percorso didattico dedicato interamente alla filosofia

dia-logando XIV - La conoscenza. Platone e Socrate a confronto

Video | 03 Luglio 2009

dia-logando XIV – La conoscenza. Platone e Socrate a confronto

dia-logando è il nuovo percorso didattico dedicato interamente alla filosofia

dia-logando XIII - Il

dia-logando XII - Il ruolo del mito nel pensiero di Platone

δia-loganδo XI - Analisi della tirannide in Platone

δia-loganδo X - Comparazione tra stato e tipo di individuo in Platone

δia-loganδo IX - Forme di governo nella Repubblica di Platone

δia-loganδo VIII - Platone e il governo dei filosofi

δia-loganδo VII - Intendimento originario di “teoria politica”

δia-loganδo: domande e risposte 1

Articoli | 10 Maggio 2009

δia-loganδo: domande e risposte 1

δia-loganδo VI - Forme di governo nella Grecia antica

δia-loganδo V - Rapporto tra filosofia e politica

δia-loganδo IV - Differenza tra filosofia e opinione

δia-loganδo III - La domanda fondamentale

δia-loganδo II - Educarsi alla filosofia

δia-loganδo I - Studiare filosofia oggi

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Differenza tra essere e ente in Parmenide, Walter Cavini

La differenza ontologica e l’essere per ParmenideIn questo ciclo di lezioni sarà con noi Walter Cavini, docente di storia della Filosofia Antica presso l’Università degli Studi di Bologna.

dia-logando XXXVII – Differenza tra essere e ente

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Le temps qui reste, Serge Reggiani

rintracciato da Gabriele De Ritis

“Ci sono istanti che bastano da soli a dare il senso a una vita. Non sono casuali e vanno coltivati. Seguendo il principio di piacere, ma senza egoismo”: le istruzioni per l’uso di Romano Madera*

“Ci sono istanti che bastano da soli a dare il senso a una vita. Non sono casuali e vanno coltivati. Seguendo il principio di piacere, ma senza egoismo”: le istruzioni per l’uso

di Romano Madera*
Basta un attimo solo per rendere la vita degna di essere vissuta. Non un attimo di piacere isolato, ma un attimo capace di imprimere un senso, di regalare una prospettiva. Ci sono istanti che non passano, forti e pregnanti al punto da non essere eliminati: sono centri di luce. Nella vita ce ne sono, come i momenti di commozione, o di illuminazione intellettuale, o di riconoscimento del dolore. Ricordate il film La storia del cammello che piange, dove una cammella, per il troppo dolore provato durante il parto, non riconosce il suo piccolo? La musica, il suono di un violino, la fa commuovere e avvicinare al cucciolo, finalmente riconosciuto e accolto? Questo riconoscimento dell’altro ci è necessario anche soltanto a sopravvivere. E a vivere. Due persone che si commuovono, si “muovono con”: e per accettare il dolore, a volte basta che un altro lo riconosca. Sono momenti fondamentali nella vita, anche se dolorosi, anche se le persone li fuggono. Questi momenti perfetti, attimi che ci cambiano, sono senza “ego”, nel senso buddista: ovvero senza egoismo, ma non senza consapevolezza. Ricordo la prima volta che lessi il verso di Keats: “qualcosa di bello è una gioia per sempre”.

tutta la sintesi della relazione qui:
Calcolo dei minuti perfetti | Dmemory

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Berlin: libertà negativa e libertà positiva

Il concetto di libertà come autogoverno, tipico della libertà degli antichi, è una forma di libertà positiva. Platone si distingue dai critici moderni della libertà positiva perché vede l’individuo – sia sotto forma di singola persona, sia sotto forma di intero politico – come qualcosa di radicalmente problematico e di intimamente conflittuale: anche per questo molte sue proposte appaiono aberranti a non pochi lettori liberali.

La distinzione fra una libertà negativa, liberale, e una libertà positiva, potenzialmente totalitaria, è parte di un celebre argomento di uno dei più noti liberali della guerra fredda, Isaiah Berlin (Two Concepts of Liberty, in Four Essays on Liberty, Oxford UP, Oxford 1982, tr. it. in Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli, Milano 1989) , contro i progetti politici di palingenesi antropologica. Questi progetti, a parere di Berlin, intendono ricostruire coercitivamente le persone, in tutti i loro aspetti, in nome della suprema libertà positiva connessa alla realizzazione della pienezza delle potenzialità umane. Potremmo anche illustrare la libertà positiva con una politicizzazione della tesi teologica per la quale “l’arbitrio proprio della volontà è davvero libero quando essa non è asservita ai vizi e ai peccati” (Agostino, De Civitate Dei, XIV, 11, 1.); perciò, un arbitrio veramente libero non si identifica con la nostra libertà terrena, conseguente al peccato originale, che comporta anche la facoltà di peccare. Come, per il cristiano, la redenzione consiste nel superare la corruzione dell’arbitrio per raggiungere la libertas maior di volere solo il bene, così, in ambito secolare, per il politico totalitario gli spazi di libertas minor individuale sono sacrificabili a un perfezionamento umano e sociale che permetta all’uomo di realizzare la propria autenticità,

Per libertà negativa Berlin intende un ambito, ben delimitato, di non interferenza dall’esterno, o di libertà dalla costrizione altrui. Essa risponde alla domanda: qual è l’area entro la quale si lascia il soggetto – una persona o un gruppo di persone – fare o essere ciò che è capace di fare o essere, senza interferenza da parte di altri? La libertà positiva, di contro, risponde alla domanda: che cosa o chi è la fonte del controllo o dell’ingerenza che può indurre qualcuno a fare questo invece di quello? Essa ha a che fare col concetto di autodeterminazione, che è qualcosa di più dell’avere garantita una sfera di non interferenza, perché si tratta, entro questa sfera, di essere padroni di sé e di decidere da soli. Berlin diffida, da liberale pluralista, della libertà positiva, perché essa si è storicamente sviluppata come autodeterminazione, ma nel senso che il proprio “vero sé” deve tenere le leve del comando nel foro interno. Questa interpretazione autorizza a una costrizione capillare e radicale, da parte di un potere politico detenuto indifferentemente da un despota illuminato o da una democratica volontà generale con la pretesa di rappresentare ciò che in ciascuno vi è di autentico. Infatti, una volta chiarito descrittivamente quali siano i contenuti necessari della libertà, diventa legittimo sia “costringere ad essere liberi”, cioè ad adeguarsi a quei contenuti, sia proibire di essere altrimenti. E così verrebbero eliminate sia la libertà negativa, sia la libertà positiva, se intesa come genuina autodeterminazione.

La fortunata distinzione di Isaiah Berlin è stata bersaglio di numerose critiche. Gerald MacCallum ( Negative and Positive Freedom, “The Philosophical Review”, 76, 3, 1967, p. 314, trad. it. come Libertà negativa e positiva in I. Carter, M. Ricciardi, L’idea di libertà, Feltrinelli, Milano 1996, p. 21) ha fatto osservare che libertà negativa e libertà positiva non possono essere trattate come una coppia di termini opposti, perché non si può logicamente separare l’assenza di interferenza – o libertà negativa – nel fare qualcosa dal potere – o libertà positiva – di fare qualcosa. “Ogniqualvolta è in discussione la libertà di un qualche agente o gruppo di agenti, si tratta sempre della libertà da qualche vincolo, restrizione, interferenza o barriera al fare, non fare, diventare o non diventare qualcosa. Tale libertà è dunque sempre di qualcosa (un agente o più agenti), da qualcosa, di fare, non fare, diventare o non diventare qualcosa” . Per quanto concerne la libertà positiva, Crawford B. Macpherson (C.B. Macpherson, Berlin’s Division of Liberty, in Democratic Theory, Clarendon Press, Oxford 1973, pp. 108-9) ha messo in luce che Berlin confonde in un unico concetto almeno tre differenti accezioni: libertà come autodeterminazione; libertà come essenza autentica dell’uomo, alla quale è legittimo costringere il recalcitrante; e libertà come partecipazione al controllo democratico del potere politico. L’idea di libertà come autodeterminazione non può coerentemente legittimare la costrizione ad essere liberi – costrizione che deriva, piuttosto, da una lettura contenutistica della libertà per la quale essere liberi è comportarsi conformemente ad una essenza metafisicamente fondata: chi viene determinato in base a fini stabiliti da altri, per quanto solidamente incastonati nella sua essenza più autentica, non si autodetermina affatto.

Ma per poter parlare di libertà negativa, dobbiamo avere già in mente una delimitazione chiara del soggetto morale: non possiamo attribuire la libertà negativa a qualcosa che non consideriamo soggetto morale – qualcosa, cioè, che riteniamo incapace di autodeterminarsi . Per esaltare la libertà negativa come un concetto dotato di una sua personalità, dobbiamo aver già risolto – o aver dato per risolti – non solo il problema dell’identificazione del soggetto morale, ma anche la questione dall’area entro la quale ciascuno è libero di autodeterminarsi. Un liberale pluralista, che sostiene che in quest’area ciascuno può avere le opinioni e la vita che crede, può essere tale solo dopo aver dato – o aver dato per scontata – una soluzione non pluralistica a questi due interrogativi . Possiamo determinatamente difendere la nostra libertà negativa solo se crediamo di sapere chi siamo “noi” e quali sono i nostri spazi “privati”, nei quali esigere la non interferenza del potere politico – se riteniamo che sia solo il potere politico a minacciarli.

Berlin: libertà negativa e libertà positiva

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Cesare Segre (1928-2014), Uso di una lingua e delle parole in rapporto al tipo di situazione comunicativa

La parola “registri” indica

tutte le varietà di una lingua, impiegate a seconda del livello culturale e sociale dell’interlocutore e del tipo di situazione.

Si parla di registro aulico, colto, medio, colloquiale, familiare, popolare, ecc. Sappiamo che ci si esprime diversamente parlando a un re o a uno straccivendolo, in un’assemblea o all’osteria, a un superiore o a un compagno di bisbocce; o anche a un vecchio o a un bambino.

Cambia la scelta delle parole: sventurato, sfortunato, scalognato, iellato, sfigato hanno, più o meno, lo stesso significato, ma appartengono a registri diversi. Cambia la sintassi: nel Nord il passato remoto si usa solo nei registri più alti, e l’indicativo tende a sostituire il congiuntivo; gli per «a lei» è condannato, ma usato a livello colloquiale; i dialettalismi, che insaporiscono la lingua, sono inopportuni ai livelli alti  ….

I giovani sono quelli che sembrano ignorare di più i registri, e con ciò stesso si mettono in condizione d’inferiorità, perché mostrano di non aver rilevato, nel parlare, che la scelta linguistica denota la loro attitudine a posizionarsi rispetto ai propri simili, e a riconoscere il ruolo o i meriti degli interlocutori.

Il rispetto dei registri è uno di quegli atti di cortesia che rendono più scorrevoli i rapporti umani. L’individuazione dei registri è particolarmente difficile per gli stranieri, che possono anche parlare bene la nostra lingua ma non si accorgono delle stonature prodotte da interferenze tra questi: per esempio usando termini del gergo giovanile in un discorso scientifico. Si dovrebbe dunque essere pazienti quando un «vu cumprà» ci interpella col tu, ma chi gl’insegna la lingua dovrebbe fargli rilevare l’imprecisione, e soprattutto evitare di interpellarlo allo stesso modo, denunciando il proprio senso di superiorità …

Naturalmente questo implica il degrado anche delle argomentazioni, perché, ai livelli alti, il linguaggio è molto più ricco e duttile. Le conseguenze sono disastrose: da una parte si finisce per ridurre qualunque dibattito a uno scontro fra slogan contrapposti, dall’altra si favorisce la trasformazione di contrasti d’opinione in alterchi, nei quali le passioni, o i preconcetti, annullano il confronto delle idee.

Non si tiene conto del fatto che la capacità di usare il registro alto (pensiamo ai discorsi, perfetti per strategia argomentativa, dei Kennedy, dei Clinton e degli Obama) è uno degli elementi che contribuiscono alla «maestà», poca o tanta, di un personaggio politico …

Uno degli elementi costitutivi dei registri più bassi è il turpiloquio. Purtroppo il pessimo costume di abbandonarsi al turpiloquio (a partire dal «me ne frego» fascista) si sta diffondendo ovunque, molto meno disapprovato della diffusione degli anglismi, che se non altro non feriscono il buon gusto …

Anche qui, molti giovani si mettono alla testa del peggioramento. Pensiamo all’uso di punteggiare qualunque discorso con invocazioni al fallo maschile, naturalmente nel registro più basso, che inizia con la c. Un marziano giunto tra noi penserebbe che il fallo sia la nostra divinità, tanto ripetutamente viene nominato dai parlanti. Insomma, una vera fallolatria.

Ma la celebrazione del fallo viene poi alternata con quella dell’organo femminile, o con allusioni ad atti sessuali più o meno riprovati, con auguri agli avversari di subire trattamenti sessuali sgradevoli, e così via. È vero che la fantasia ormai scarseggia; ma se qualche utente del registro fallico, riscuotendosi da un uso meccanico delle espressioni, badasse al significato letterale delle parole, si accorgerebbe che il suo orizzonte è ormai dominato da organi sessuali maschili e femminili, da scene di stupro e di sodomia e simili. Un po’ di varietà, per favore! Anche questo malcostume è condiviso da molti nostri politici, vogliosi di celebrare la propria virilità; dovrebbero leggersi o rileggersi Eros e Priapo di Gadda.

Non si può reagire col sorriso, quando si rifletta che richiamarsi ai fondamentali della nostra animalità, alla vitalità prepotente e incontrollabile del sesso, ci porta agli antipodi non solo della ragione e degli ideali, ma anche della razionalità e della capacità dialettica che dovrebbero contraddistinguere l’homo sapiens sapiens. E non dimentichiamo che i cosiddetti attributi, se da un lato vengono usati a designare vigore e potenza, dall’altro sono sinonimo di stupidità: una molteplicità di significati che ci porta nell’indifferenziato, là dove la parola non è ancora stata affilata per interpretare il mondo.

Cesare Segre, in Corriere della sera
13 gennaio 2010

fu chiesto a Jung se credeva in Dio. La sua risposta, "Adesso lo so. Non ho bisogno di credere"

Alla fine degli anni ’70 mi capitò di confidare ad una collega di lavoro (una femminista ed aspirante antropologa) che leggevo con gusto della conoscenza e con significativi riflessi sul corso della mia unica esistenza gli scritti di Carl Gustav Jung.
Mi guardò malamente è disse con disprezzo : ” … un religioso …”
A quell’epoca ero all’avvio del mio processo di analisi (il più fortunoso investimento economico ed esistenziale che ho fatto per significare il corso della vita) e mi sembrava – al contrario della superficiale rappresentazione che ne aveva la collega – che Jung fosse un empirico. Leggendo nelle pieghe della sua magmatica scrittura mi appariva come uno straordinario osservatore dei fatti che metteva sotto osservazione: sia che fossero fatti interni alla psiche o esterni ad essa e rappresentati nei simboli della umanità.
Ne ho oggi conferma illuminante nella nota di un libro bellissimo:

In una famosa intervista della BBC con John Freeman, fu chiesto a Jung se credeva in Dio. La sua risposta, “Adesso lo so. Non ho bisogno di credere“, suscitò molte domande e commenti, Jung proseguì dicendo che non avrebbe mai potuto “credere” alcunchè sulla base dell’autorità e dell’insegnamento della tradizione; la sua era piuttosto una mente scientifica e aveva bisogno di conoscere le cose sulla base di fatti e di prove. Intendeva dire che sapeva di Dio per esperienza personale. Questo genere di “sapere”, tuttavia, è personale e “gnostico”, e non è verificabile o confutabile scientificamente.

in Murray Stein, Trasformazione, compito umano fondamentale, Moretti & Vitali, 2005, nota 1 a pag 119-120

Si dice che gli Angeli, spesso, non sanno se vanno tra i vivi o tra i morti. …RAINER MARIA RILKE

Prima Elegia

Ma chi, se gridassi, mi udrebbe, dalle schiere
degli Angeli? e se anche un Angelo a un tratto
mi stringesse al suo cuore: la sua essenza più forte
mi farebbe morire. Perché il bello non è
che il tremendo al suo inizio, noi lo possiamo reggere
ancora,
lo ammiriamo anche tanto, perch’esso calmo, sdegna
distruggerci. Degli Angeli ciascuno è tremendo.
E così mi rattengo e il richiamo di oscuri singhiozzi
lo soffoco in gola. Ah, di chi mai
ci possiamo valere? Degli Angeli no, degli uomini no,
e i sagaci animali, lo notano che, di casa nel mondo
interpretato,
non diamo affidamento. Ci resta, forse,
un albero, là sul pendio,
da rivedere ogni giorno;
ci resta la strada di ieri,
e la fedeltà viziata d’un’abitudine
che si trovò bene con noi e rimase, non se ne andò.
Oh, e la notte, la notte, quando il vento pregno di
cosmico spazio
ci smangia la faccia , a chi non resterebbe la sospirata,
che soavemente delude, e che incombe pesante al cuore
solitario? Che sia forse più lieve agli amanti?
Ah, loro, se la nascondono soltanto, un con l’altro, la
loro sorte.
Non lo sai ancora? Getta dalle tue braccia il vuoto
agli spazi che respiriamo; forse gli uccelli
nell’aria più vasta voleranno più intimi voli.
Sì, certo, le primavere avevano bisogno di te. Qualche
stella
s’aspettava che tu la rintracciassi. Montava
un’onda dal passato, in qua, o
mentre tu passavi sotto una finestra aperta
si donava un violino. Tutto questo era compito.
Ma lo reggevi tu? Così sempre distratto d’attesa,
come se tutto t’annunciasse un’amata? (E dove la
vorresti rifugiare se i grandi, strani pensieri
in te vengono e vanno
e spesso si stanno, la notte?)
Ma se ti struggi così, canta le innamorate. Certo,
non è ancora abbastanza immortale il loro sentimento
famoso.
Canta di loro, delle abbandonate, tu quasi le invidi, che ti
parvero tanto più amabili delle placate. Riprendila
sempre l’irraggiungibile celebrazione;
pensa: l’eroe perdura, financo la morte per lui
fu soltanto pretesto per essere: la sua ultima nascita.
Ma l’eroine d’amore se le riprende in sé l’esausta Natura
come se non ci fossero forze due volte,
per compiere questo. Hai cantato abbastanza
di Gaspara Stampa, che una qualche fanciulla
cui sfugga l’amato, all’esempio esaltato
di questa innamorata, senta: posso essere anch’io
come lei?
Tanto antichi dolori, non dovrebbero, ormai,
diventar più fecondi per noi? non è tempo che amando,
ci liberiamo dall’essere amato, lo reggiamo fremendo:
come la freccia regge la corda, tutta raccolta nel balzo,
per superarsi? Ché non si può restare, in nessun dove.
Voci, voci. Ascolta, mio cuore come soltanto i Santi
ascoltarono un giorno: il grande richiamo
li alzava dal suolo; ma essi, impossibili,
restavano assorti in ginocchio:
così ascoltavano. Non che tu possa mai reggere
la voce di Dio. Ma lo spiro ascolta,
l’ininterrotto messaggio che da silenzio si crea.
Ecco fruscia qualcosa da quei giovani morti e viene a te.
Dove entrassi tu mai nelle chiese
di Roma o di Napoli, non ti parlava pacato il loro
Destino?
O ti si imponeva una scritta, sublime,
come ieri la lapide in Santa Maria Formosa.
Che vogliono da me? Ch’io debba rimuovere lieve
quella parvenza d’ingiusto che turba un po’, talvolta,
il moto puro dei loro spiriti.
Certo è strano non abitare più sulla terra,
non più seguir costumi appena appresi,
alle rose e alle altre cose che hanno in sé una promessa
non dar significanza di futuro umano;
quel che eravamo in mani tanto, tanto ansiose
non esserlo più, e infine il proprio nome
abbandonarlo, come un balocco rotto.
Strano non desiderare quel che desideravi. Strano
quel che era collegato da rapporto
vederlo fluttuare, sciolto nello spazio. Ed è faticoso
esser morti;
quanto da riprendere per rintracciare a poco a poco
un po’ d’eternità. Ma i vivi errano, tutti,
ché troppo netto distinguono.
Si dice che gli Angeli, spesso, non sanno
se vanno tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente
sempre trascina con sé per i due regni ogni età,
e in entrambi la voce più forte è la sua.
Infine, non han più bisogno di noi quelli che presto la
morte rapì,
ci si divezza da ciò che è terreno, soavemente,
come dal seno materno. Ma noi, che abbiamo bisogno
di sì grandi misteri, quante volte da lutto
sboccia un progresso beato : potremmo mai essere,
noi, senza i morti?
Sarebbe vano il mito, che un giorno nel compianto di
Lino
la prima musica, ardita, pervase arida rigidezza,
e che sol nello spazio sgomento, a cui un fanciullo quasi
divino
ad un tratto e per sempre mancava, il vuoto entrò in
quella
vibrazione che ora ci rapisce e ci consola e ci aiuta.

RAINER MARIA RILKE

L’attesa è ricominciata, la lunga attesa dell’angelo, SYLVIA PLATH

[…] Avvengono miracoli,
se siamo disposti a chiamare miracoli
quegli spasmodici trucchi di radianza.
L’attesa è ricominciata,
la lunga attesa dell’angelo,
di quella sua rara, rarefatta discesa.
SYLVIA PLATH

L’ANGELO NECESSARIO , WALLACE STEVENS

L’ANGELO NECESSARIO

Io sono l’Angelo della realtà,
intravisto un istante sulla soglia.
Non ho ala di cenere, né di oro stinto,
né tepore d’aureola mi riscalda.
Non mi seguono stelle in corteo,
in me racchiudo l’essere e il conoscere.
Sono uno come voi, e ciò che sono e so
per me come per voi è la stessa cosa.
Eppure, io sono l’Angelo necessario della terra,
poiché chi vede me vede di nuovo
la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto
monotono levarsi in liquide lentezze e affiorare
in sillabe d’acqua; come un significato
che si cerchi per ripetizioni, approssimando.
O forse io sono soltanto una figura a metà,
intravista un istante, un’invenzione della mente,
un’apparizione tanto lieve all’apparenza
che basta ch’io volga le spalle,
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso?
WALLACE STEVENS

L’angelo è il messaggero di luce che annuncia e interpreta i misteri divini, HENRI CORBIN

Se non ci fosse l’angelo, tutti gli universi degli dei al di là del nostro mondo resterebbero nel mondo del silenzio. L’angelo è il messaggero di luce che annuncia e interpreta i misteri divini»

(HENRI CORBIN, massimo “angelologo” del nostro secolo).

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PRINCIPI NECESSARI PER TACERE, ABATE DINOUART, L’arte di tacere (1771)


E’ bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio.
Esiste un momento per tacere, così come esiste un momento per parlare.
Nell’ordine, il momento di tacere deve venire sempre prima: solo quando si sarà imparato a mantenere il silenzio, si potrà imparare a parlare rettamente.
Tacere quando si è obbligati a parlare è segno di debolezza e imprudenza, ma parlare quando si dovrebbe tacere, è segno di leggerezza e scarsa discrezione.
In generale è sicuramente meno rischioso tacere che parlare.
Mai l’uomo è padrone di sé come quando tace: quando parla sembra, per così dire, effondersi e dissolversi nel discorso, così che sembra appartenere meno a se stesso che agli altri.
Quando si deve dire una cosa importante, bisogna stare particolarmente attenti: è buona precauzione dirla prima a se stessi, e poi ancora ripetersela, per non doversi pentire quando non si potrà più impedire che si propaghi.
Quando si deve tenere un segreto non si tace mai troppo: in questi casi l’ultima cosa da temere è saper conservare il silenzio.
Il riserbo necessario per saper mantenere il silenzio nelle situazioni consuete della vita non è virtù minore dell’abilità e della cura richieste per parlare bene; e non si acquisisce maggior merito spiegando ciò che si fa piuttosto che tacendo ciò che si ignora. Talvolta il silenzio del saggio vale più del ragionamento del filosofo: è una lezione per gli impertinenti e una punizione per i colpevoli.
Il silenzio può talvolta far le veci della saggezza per il povero di spirito, e della sapienza per l’ignorante.
Si è naturalmente portati a pensare che chi parla poco non è un genio, e chi parla troppo è uno stolto o un pazzo: allora è meglio lasciar credere di non essere genii di prim’ordine rimanendo spesso in silenzio, che passare per pazzi, travolti dalla voglia di parlare.
E’ proprio dell’uomo coraggioso parlare poco e compiere grandi imprese; è proprio dell’uomo di buon senso parlare poco e dire sempre cose ragionevoli.
Qualunque sia la disposizione che si può avere al silenzio, è bene sempre essere molto prudenti; desiderare fortemente di dire una cosa è spesso motivo sufficiente per decidere di tacerla.
Il silenzio è necessario in molte occasioni; la sincerità lo è sempre: si può qualche volta tacere un pensiero, mai lo si deve camuffare. Vi è un modo di restare in silenzio senza chiudere il proprio cuore, di essere discreti senza apparire tristi e taciturni, di non rivelare certe verità senza mascherarle con la menzogna.
ABATE DINOUART, L’arte di tacere (1771)

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Giovanni Sartori, Una replica ai pensabenisti sull’Islam – Corriere della Sera

… il mio articolo (editoriale del 20 dicembre «La integrazione degli islamici») si limitava a ricordare che gli islamici non si sono mai integrati, nel corso dei secoli (un millennio e passa) in nessuna società non-islamica. Il che era detto per sottolineare la difficoltà del problema. Se poi a Boeri interessa sapere che cosa «ho deciso», allora gli segnalo che in argomento ho scritto molti saggi, più il volume «Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei» (Rizzoli 2002), più alcuni capitoletti del libriccino «La Democrazia in Trenta Lezioni » (Mondadori, 2008).

…. ho sempre scritto che le società liberal- pluralistiche non richiedono nessuna assimilazione. Fermo restando che ogni estraneo (straniero) mantiene la sua religione e la sua identità culturale, la sua integrazione richiede soltanto che accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta ….

io seguo l’interpretazione della civiltà islamica e della sua decadenza di Arnold Toynbee, il grande e insuperato autore di una monumentale storia delle civilizzazioni (vedi Democrazia 2008, pp. 78-80).

nelle scienze sociali lo studioso deve procedere diversamente, deve isolare la variabile a più alto potere esplicativo, che spiega più delle altre. Nel nostro caso la variabile islamica (il suo monoteismo teocratico) risulta essere la più potente. S’intende che questa ipotesi viene poi sottoposta a ricerche che la confermano, smentiscono e comunque misurano. Ma soprattutto si deve intendere che questa variabile «varia», appunto, in intensità, diciamo in grado di riscaldamento. Alla sua intensità massima produce l’uomo- bomba, il martire della fede che si fa esplodere, che si uccide per uccidere (e che nessuna altra cultura ha mai prodotto). Diciamo, a caso, che a questo grado di surriscaldamento, di fanatismo religioso, arrivano uno-due musulmani su un milione. Tanto può bastare per terrorizzare gli infedeli, e al tempo stesso per rinforzare e galvanizzare l’identità fideistica (grazie anche ai nuovi potentissimi strumenti di comunicazione di massa) di centinaia di milioni di musulmani che così ritrovano il proprio orgoglio di antica civi

Ecco perché, allora, l’integrazione dell’islamico nelle società modernizzate diventa più difficile che mai. Fermo restando, come ricordavo nel mio fondo e come ho spiegato nei miei libri, che è sempre stata difficilissima.

l’intero articolo qui:

Giovanni Sartori, Una replica ai pensabenisti sull’Islam – Corriere della Sera

Baldo Lami, “Sento di trovarmi nel punto più prossimo a realizzare quella “forza del carattere” …

“Sento di trovarmi nel punto più prossimo a realizzare quella “forza del carattere” di cui parla Hillman, che si raggiunge man mano che ci si inoltra nella seconda metà della vita, quando non si ostacola la tendenza naturale alla suo manifestarsi quale unicum in cui appunto consistiamo (daimon).

È solo qui che ci possiamo veramente sentire a casa nostra (ethos), con la piena titolarità della cose che vi si trovano dentro e di cui nessuno può venirci a dire come “devono” essere. Una delle cose più importanti e centrali di questa mia casa, assimilabile a quel centro che una volta era costituito dal focolare, è il rapporto con i cosiddetti pazienti, che per me, secondo il mio orientamento di ricerca, non è solo qualcosa che riguarda la teoria e la prassi psicoanalitiche, ma qualcosa di abbastanza totale, poichè tutte le scienze umane vi sono coinvolte. Questa forza, allora, è anche quella che ci può permettere di “individuarci”, che per Jung è quel processo di differenziazione coscienziale dai valori collettivi, di omologazione sociale, che adesso possono essere percepiti anche con orrore, in quanto comportano la “strage degli innocenti” di tutti quei progetti esistenziali dei singoli (chiamati anche “anime”) la cui annichilazione o standardizzazione costituisce il carburante elettivo al procedere della macchina sociale sui vecchi binari conservativi. Ma questo è anche il luogo in cui può veramente realizzarsi quella dialettica individuo-società che sola può permettere agli stessi poli, considerati antinomici secondo tutta una tradizione di pensiero, di elevarsi su piani socio-individuativi più elevati con un maggior progresso e benessere sociale e individuale, oltre le concrezioni più consolidate dei loro lati oscuri. Il raggiungimento di questo piano non è però senza costo, perché può comportare l’alienazione e a volte anche l’inimicizia di chi è rimasto organico e integrato ai valori collettivi anzidetti, che può scambiare, proiettivamente, per giudizio, condanna morale, autoritarismo o individualismo antisociale quella forza del carattere che, viceversa, è solo forza d’amare, d’amore di sé e dell’altro da sé, quindi proprio del sociale.

Ma non c’è gioia più grande di aver trovato la propria strada. Grazie a tutti gli amici di facebook con cui ho scambiato anche una sola parola o la semplice accettazione d’amicizia.”

Baldo Lami

Maurizio Ferraris – Socrate, la memoria, l’ iPod [Il Caffè Filosofico, Vol. 2]

Maurizio Ferraris – Socrate, la memoria, l’ iPod [Il Caffè Filosofico, Vol. 2]

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Il tempo secondo i Greci – Concezione ciclica del tempo [Il Caffè Filosofico, Vol. 3]

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Maurizio Ferraris – Introduzione a Immanuel Kant [Il Caffè Filosofico, Vol. 6]

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Maurizio Ferraris – Friedrich Nietzsche e l’eterno ritorno [Il Caffè Filosofico, Vol. 9]

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Standard, Regole

Nel dizionario Battaglia, lo standard è

«la norma riconosciuta o il criterio o l’insieme di norme o di criteri a cui devono fare riferimento o a cui si devono uniformare attività, servizi, comportamenti, metodi operativi o di lavorazione, e in base ai quali sono valutati».

Quando vengono meno gli standard i popoli tendono a guardare non verso l’alto ma verso il basso, e il chiasso che ne esce si fa spettrale

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Alfonso Berardinelli, L’intelletto santo della Weil [La giornata]

La Weil non ha confezionato trattati sistematici usufruendo di fondi di ricerca, e per questo dai filosofi di professione, abituati a rimasticare qualunque autore, spesso senza ragioni sufficienti, viene ritenuta a torto un pensatore non sistematico, teoreticamente inadeguato perché frammentario. Niente di meno vero. Simone Weil non ha costruito sistemi, edifici concettuali dentro cui ripararsi. La sua produzione è occasionale, profondamente motivata dagli eventi della sua vita e da quelli politici degli anni in cui è vissuta (il ventennio fra le due guerre mondiali). Ma i suoi articoli e saggi, i suoi diari e aforismi configurano un pensiero straordinariamente coeso e coerente, originale (parola a lei non gradita!) nella sua cartesiana lucidità e in una eroica onestà esistenziale.

il resto qui:

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Voyeur

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 165-168

Virtuale

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 161-164

Viaggio

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 157-160

Tradizione

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 154-156

Superstizione

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 150-153

Storia

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 147-149

Sterminio

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 143-146

Sport

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 140-142

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 137-139

Scienza

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 134-136

Satira

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 131-133

Rischio

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 128-131

Regalo

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 125-127

Razza

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 122-124

Rappresentazione

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 119-121

Ragazzo

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 116-119

Programmi

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 113-115

Politica

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 109-114

Parole

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 104-108

Pace

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 101-103

Opera

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 98-100

Nazione

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 95-97

Modernità

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 91-94

Mass media

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 88-90

Lusso

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 85-87

Libertà

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 82-84

Lavoro

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 79-81

Ideologia

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 76-78

Gioco

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 73-75

Genere

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 70-72

Feticcio

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 67-69

Felicità

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 63-66

Europa

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 57-59

Etica

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 57-59

Energia

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 53-56

Elezioni

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 50-52

Ecologia

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 47-49

Divertirsi

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 44-46

Denaro

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 40-43

Cultura

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 37-39

Cretino

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 34-36

Corpo

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 31-33

Consumo

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 27-30

Comunicazione

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 17-20

Bugia

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 21-23

Anima

Ugo Volli, Parole in gioco. Piccolo inventario delle idee correnti, Editrice Compositori, 2009
p. 17-20

La rivolta degli angeli di Anatole France, Edizioni Meridiano Zero

La rivolta degli angeli
di Anatole France

Pag. 320 – Euro 9,00 ED. TASCABILE
ISBN 978-88-8237-200-2

Edizione a cura di ROBERTO SAVIANO

i giornali hanno scritto…

IL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA INCHIODA DIO ALLE SUE IRRIMEDIABILI COLPE. ” (Roberto Saviano)

“Il Dio vinto diventerà Satana, io, Satana, da vincitore diventerò Dio. Possa il destino risparmiarmi questa sorte spaventosa! Io amo l’inferno che ha formato il mio genio, amo la terra dove ho fatto un po’ di bene, se è possibile farne in questo mondo terribile.”

Su Parigi piovono angeli. Ogni giorno qualche puro spirito, disgustato dalla monotonia della beatitudine, abbandona il cielo, s’incarna e vive come un parigino di inizio ’900 (è questa l’epoca del romanzo). Non sono messaggeri divini, ma personaggi alla Wim Wenders: hanno deciso, come i suoi angeli sopra Berlino, che è più interessante cavarsela da soli sulla terra piuttosto che durare eternamente nella contemplazione divina.
Un avido banchiere, un musicista bohémien, un’anarchica affascinante: sono tutti angeli, anche se nessuno fra gli uomini lo sospetta. È una sorta di invasione degli ultracorpi, pacifica fino a quando Arcade, bellissimo angelo custode, non concepisce un folle progetto: rovesciare Dio, ripetere l’impresa tentata da Lucifero prima che il tempo avesse inizio. Sono stati i libri a perdere Arcade: ne ha divorati a migliaia nella biblioteca del suo custodito, il giovane aristocratico Maurice d’Esparvieu. Tanta scienza gli ha insegnato che il mondo non è la valle di lacrime descritta dai preti e ha suscitato in lui un’inestinguibile sete di vendetta contro il Dio uno e trino. Ma a Parigi è difficile pensare solo alla guerra: ci sono troppe belle donne disponibili ad avventure galanti; ci sono i loro innamorati da sfidare a duello; c’è la polizia da cui scappare, perché per un angelo è facile essere scambiato per un rivoluzionario…
In un’atmosfera molto francese di tranquilla amoralità, sotto l’impero della galanteria, France svolge una trama divertentissima, ma composta delle questioni più serie: la guerra in cielo è un trasparente riferimento al massacro del 1914; l’arrogante Dio della Bibbia è il simbolo della spietatezza di ogni potere. La rivolta degli angeli racconta, con linguaggio rapido e secco, “cose tali da far arrossire non solo un carrozziere, ciò che non è dir molto, ma persino una parigina!”.
La prefazione di Roberto Saviano e le illustrazioni originali di Carlègle del 1925 fanno del libro un autentico gioiello.

Meridiano Zero catalogo

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il mito della caduta degli angeli aveva narrato che erano stati gli angeli ribelli a insegnare all’uomo una pericolosa conoscenza delle scienze e delle arti, in Ricordi Sogni Riflessioni di Carl Gustav Jung

Come il Creatore è un tutto, così la sua creatura, dunque suo figlio, dovrebbe essere un tutto. Nulla può diminuire il concetto della divina totalità; ma, sfuggendo alla coscienza, si verificò una frattura, in quella interezza, e ne derivarono un regno della luce e un regno delle tenebre. Questo risultato era chiaramente preparato già prima che apparisse Cristo, come si può rilevare, tra l’altro, nell’esperienza di Giobbe, o nel diffusissimo libro di Enoch, che appartiene ai tempi immediatamente precedenti all’epoca cristiana. Anche nel cristianesimo, evidentemente, si perpetuò questa scissione metafisica: Satana, che nel Vecchio Testamento apparteneva ancora all’immediato seguito di Jahweh, divenne ormai l’antitesi diametrale ed eterna del mondo divino, che non poteva essere sradicato. Non deve sorprendere perciò che già dal principio del secolo XI sorgesse la credenza che fosse stato il diavolo, e non Dio, a creare il mondo. Così si iniziò la seconda metà dell’eone cristiano, dopo che già il mito della caduta degli angeli aveva narrato che erano stati gli angeli ribelli a insegnare all’uomo una pericolosa conoscenza delle scienze e delle arti. Che avrebbero detto quegli antichi narratori alla vista di Hiroshima?

Ricordi Sogni Riflessioni di Carl Gustav Jung

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Angeli, in Ricordi Sogni Riflessioni di Carl Gustav Jung

Nel Cristianesimo è notevole il fatto che nella sua dogmatica anticipa un processo di trasformazione della divinità, una evoluzione storica verso l’«altra parte». Questo si determina nella forma del nuovo mito di un dissidio nei cieli, cui si allude per la prima volta nel mito della creazione, nel quale appare un antagonista del Creatore in forma di serpente, che induce l’uomo alla disobbedienza con la promessa di una accresciuta consapevolezza (scientes bonum et malum). La seconda allusione è quella alla caduta degli angeli, una prematura invasione del mondo umano da parte di contenuti inconsci. Gli angeli sono geni singolari. Sono esattamente ciò che sono e non potrebbero essere nulla di diverso: in sé esseri senz’anima che non rappresentano altro che pensieri e intuizioni del loro Signore. Gli angeli che cadono, dunque, sono esclusivamente «cattivi» angeli. Questi scatenano la ben nota conseguenza dell’«inflazione», che possiamo osservare anche oggigiorno nella megalomania dei dittatori: gli angeli generano con gli uomini una razza di giganti, che alla fine minaccia di divorare l’umanità stessa, come è scritto nel libro di Enoch.

Ricordi Sogni Riflessioni di Carl Gustav Jung

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Il Male e il Bene, Ricordi Sogni Riflessioni di Carl Gustav Jung

Ricordi Sogni Riflessioni di Carl Gustav Jung

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Angeli, Riflessioni.it

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TESTI – i brani pubblicate nel sito, estratti da opere

TESTI – i brani pubblicate nel sito, estratti da opere


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