Il concetto di “archetipo” nella psicanalisi junghiana si riferisce a modelli universali di comportamento e rappresentazioni simboliche presenti nell’inconscio collettivo umano, una struttura psichica condivisa da tutti gli esseri umani. Gli archetipi sono forme istintive di rappresentazione mentale, potenziali di energia psichica che influenzano emozioni e comportamenti attraverso simboli e immagini archetipiche. Essi si manifestano in miti, religioni, sogni e simboli culturali e costituiscono schemi fondamentali che guidano la crescita interiore e il processo di individuazione, ossia la realizzazione del sé.
Jung considerava gli archetipi elementi psichici universali, appartenenti alla “psiche oggettiva” e collegati alla struttura evolutiva della specie umana. Non sono semplici ricordi o tracce di esperienze personali, ma piuttosto predisposizioni innate che danno forma a contenuti psichici attraverso immagini e simboli. Alcuni archetipi noti sono l’Eroe, la Madre, l’Ombra, il Sé e la Persona, ognuno con un ruolo specifico nell’organizzazione della psiche e nel processo terapeutico junghiano.
Inoltre, Jung sottolineava che gli archetipi non sono direttamente accessibili alla coscienza, ma si rivelano tramite immagini archetipiche che portano un forte carico emotivo e simbolico, fondamentali per lo sviluppo psicologico dell’individuo e la risoluzione di conflitti interiori attraverso la terapia analitica.
In sintesi, l’archetipo nella psicanalisi junghiana è un modello psichico fondamentale, universale e atemporale, che struttura la mente umana e orienta il percorso di crescita personale e evoluzione della coscienza.wikipedia+3
Ecco le definizioni di Simbolo e Archetipo basate sulle fonti più autorevoli:
Simbolo: È un elemento (segno, gesto, oggetto, animale, persona) che suscita nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo aspetto immediato, evocando entità astratte difficili da esprimere. Un simbolo va oltre la sua immagine materiale per rappresentare concetti più profondi o astratti, come nel caso della croce che può evocare la crocifissione di Cristo, la salvezza, ma anche la spiritualità o gli elementi naturali.diegogabriele
Archetipo: Deriva dal greco antico “arché” (principio, origine) e “typos” (modello, forma). L’archetipo è un modello originale o primordiale, una forma primaria dalla quale derivano altre rappresentazioni. Nella psicologia analitica di Carl Gustav Jung, è una “immagine primordiale” contenuta nell’inconscio collettivo, che riunisce esperienze universali umane e animali. Gli archetipi sono modelli universali di comportamento, pensiero e rappresentazione che si ritrovano in tutte le culture. Sono simboli innati e condivisi che influenzano la percezione e l’interpretazione del mondo, come quelli del saggio, del mago, del guerriero o dell’amante.wikipedia+2
In sintesi:
Il simbolo è un segno o immagine che rimanda a significati astratti o profondi.
L’archetipo è un modello universale originario, una forma ideale che si manifesta come simbolo e che proviene dall’inconscio collettivo.
Queste definizioni mettono in evidenza il carattere simbolico degli archetipi e la funzione dei simboli come veicoli di significati profondi e condivisi nell’esperienza umana.
Carl Gustav Jung ha usato il concetto di archetipo principalmente nell’ambito della sua teoria della psicologia analitica, dove gli archetipi sono considerati modelli universali di comportamento e rappresentazioni simboliche radicate nell’inconscio collettivo umano. Questi modelli archetipici emergono nei sogni, miti, religioni, leggende e simboli culturali e rappresentano strutture psichiche fondamentali che guidano i processi mentali, le emozioni e i comportamenti umani.
In particolare, Jung ha individuato archetipi come l’Eroe, la Grande Madre, il Vecchio Saggio, l’Ombra, la Persona, che riflettono le componenti e le dinamiche fondamentali della psiche umana. Gli archetipi aiutano a interpretare il mondo interiore ed esteriore, orientando lo sviluppo psichico dell’individuo verso l’individuazione, cioè la crescita della coscienza di sé e l’integrazione degli aspetti inconsci nella personalità.
Jung collegava gli archetipi al concetto di “pattern of behavior” (modelli di comportamento), sostenendo che essi hanno una funzione organizzativa della psiche, fornendo energie psichiche (libido) e stimolando trasformazioni interiori. Gli archetipi non sono immagini fisse, ma potenziali di energia psichica che si manifestano attraverso simboli carichi di emozioni profondamente archetipiche.
In sintesi, Jung ha usato il concetto di archetipo nei seguenti contesti psicologici:
come modelli universali presenti nell’inconscio collettivo che strutturano l’esperienza umana;
nella comprensione dei sogni, miti, e simboli culturali;
per spiegare le dinamiche dell’individuazione, il processo di sviluppo della personalità;
per interpretare le manifestazioni emotive e comportamentali umane attraverso immagini simboliche archetipiche;
come strumenti per comprendere il rapporto tra istinto, coscienza e sviluppo psichico.
Questi elementi sono diventati fondanti nella psicologia analitica di Jung e continuano a essere studiati approfonditamente dai suoi seguaci e dalla psicologia archetipica.seozoom+1
La “Guida alla lettura del ‘Libro Rosso’ di C.G. Jung” di Bernardo Nante, pubblicata da Bollati Boringhieri nel 2012, è un testo fondamentale per chiunque voglia affrontare il complesso e enigmatico “Libro Rosso” di Jung1234.
Questa guida si distingue per la sua capacità di accompagnare il lettore attraverso le dense e spesso cifrate visioni junghiane, offrendo interpretazioni che chiariscono passaggi difficili e stabilendo connessioni intertestuali con altre opere affini, spesso di natura mitica o profetica134. Bernardo Nante, esperto studioso di Jung, prende per mano il lettore e illumina ogni movimento dell’Io nel suo viaggio interiore, ogni personaggio e immagine che compongono la polifonia della psiche descritta nel “Libro Rosso”134.
La guida non si limita a spiegare in modo critico o a lasciare il lettore in balia di significati sfuggenti, ma cerca di rendere comprensibile l’assurdo mantenendo un saldo ancoraggio al senso e alle molteplici valenze del testo134. È considerata indispensabile per chi studia Jung o per chiunque voglia addentrarsi nel magma di visioni e simboli di quest’opera unica, spesso paragonata solo a narrazioni mitiche arcaiche2.
L’edizione è curata con traduzioni di Laura Bortoluzzi e Francesca Pe’, conta 426 pagine in formato rilegato ed è disponibile presso vari rivenditori, inclusi Amazon, IBS e Libreria Universitaria12347.
In sintesi, la guida di Nante è uno strumento prezioso che facilita la lettura e la comprensione del “Libro Rosso”, un’opera che rimane tra le più enigmatiche del Novecento, e che senza questa guida risulta ardua anche per gli studiosi junghiani23.
Il concetto di “puer” nella psicanalisi junghiana si riferisce a un archetipo fondamentale della psiche umana, noto anche come “Puer Aeternus” o “eterno fanciullo”.
Questo archetipo rappresenta il lato infantile e giovanile presente in ogni individuo, caratterizzato da una grande forza vitale, creatività, spontaneità e una costante ricerca di stimoli e novità123.
Caratteristiche principali del Puer:
È una figura in continuo divenire, priva di una storia personale fissa, che vive in una dimensione di potenzialità e possibilità infinite1.
Mostra una grande sensibilità e una forte propensione verso gli altri, spesso manifestando relazioni simbiotiche e un bisogno di modelli esterni cui ispirarsi1.
Ha un lato positivo che simboleggia il potenziale di crescita, la speranza e la capacità di rinnovamento27.
Tuttavia, presenta anche un lato negativo, che si manifesta come rifiuto di crescere, paura delle responsabilità e tendenza all’infantilismo, con dipendenza dagli altri e difficoltà a stabilire una propria autonomia235.
Dualismo con l’archetipo Senex:
Il Puer è opposto e complementare all’archetipo del Senex, che rappresenta l’uomo vecchio, associato a disciplina, controllo, responsabilità e razionalità. Mentre il Senex incarna la saggezza e l’esperienza, il Puer è legato all’istinto, alla passione, all’eccentricità e alla creatività246.
L’equilibrio tra questi due archetipi è fondamentale per uno sviluppo psichico sano, poiché permette di alternare il bisogno di libertà e rinnovamento con la capacità di controllo e saggezza1.
Aspetti simbolici e psicologici:
Jung sottolineava che il Puer, pur apparendo a livello cosciente come un contenuto apparentemente irrilevante, emerge dall’inconscio con una forza unificatrice e rigenerante, rappresentando un impulso fondamentale all’autorealizzazione e alla vitalità579.
In sintesi, il Puer nella psicanalisi junghiana è un archetipo complesso e ambivalente che incarna sia la forza vitale e creativa dell’infanzia interiore sia il rischio di un’infantilizzazione adulta e di una fuga dalle responsabilità, in tensione con l’archetipo opposto del Senex1236.
Oggi “incontriamo” Carl Gustav Jung, e lo facciamo attraverso la storica intervista rilasciata dal celebre psicoanalista zurighese alla BBC, per il programma Face to Face, di John Freeman alla fine degli anni ’50 del secolo scorso. Un’intervista in cui Jung si racconta, affrontando sia aspetti personali, come la famiglia, l’infanzia, o la religione, che temi strettamente legati ai suoi studi, o al futuro dell’umanità.
Ci accompagna, nel ripercorrere il pensiero di Jung attraverso questo prezioso documento, il filosofo e psicoanalista di formazione junghianaRomano Màdera
Per affrontare la crisi bisogna imparare a leggerne i segnali: solo con il”sapere” si può andare oltre il malessere. La vicenda di Carl Gustav Jung è istruttiva. Il fondatore della Psicologia Analitica, componendo il Libro Rosso, resoconto di come lui è uscito da una crisi personale difficile, ha offerto un modello del percorso che le persone possono fare per conoscere se stesse e quindi per affrancarsi dallo “spirito del tempo” e dai suoi condizionamenti,tipo: mete collettive (carriera, potere,danaro); violenze; menzogne; rivalità;risentimenti; insufficienze etiche. A tale percorso Jung ha dato il nome di “processo di individuazione”-
Il seminario presenterà, commentandole, immagini tratte dal Libro Rosso e le metterà a confronto con momenti di storia, arte, esperienze religiose, storie individuali. Mostrerà, proprio attraverso Jung e la sua crisi, che apocalissi significa”rivelazione”, non catastrofe e distruttività come di solitosi crede
« Quel che viene dopo la morte è qualcosa di uno splendore talmente indicibile, che la nostra immaginazione e la nostra sensibilità non potrebbero concepire nemmeno approssimativamente…Prima o poi, i morti diventeranno un tutt’uno con noi; ma , nella realtà attuale, sappiamo poco o nulla di quel modo d’essere. Cosa sapremo di questa terra, dopo la morte? La dissoluzione della nostra forma temporanea nell’eternità non comporta una perdita di significato: piuttosto, ci sentiremo tutti membri di un unico corpo » (C.G.Jung)
Maurizio Gasseau, Hans Thomas Hakl, S.A.R. Irene dei Paesi Bassi Principessa di Orange-Nassau e di Lippe-Biesterfeld, Fabio Merlini, Gian Piero Quaglino
Tipologia: Edizione a stampa Prezzo: € 44,00 Disponibilità: Buona
Codice ISBN 13: 9788856834499
Tipologia: E-book Prezzo: € 35,00 Possibilità di stampa: No Possibilità di copia: No Possibilità di annotazione: Si Portabilità: Si Ottimizzazione: per PC, Mac, NoteBook, NetBook
Codice ISBN 13: 9788856850123 Formato: PDF per Digital Editions Dimensione: 3395 KB Informazioni sugli e-book
Il libro, di impostazione storiografica e basato su documentazione finora inedita, ricostruisce la formazione e gli sviluppi del pensiero junghiano partendo dai Colloqui di Eranos, la straordinaria sequenza di convegni interdisciplinari, inaugurata nel 1933, in cui Jung delineò più chiaramente l’idea di psicologia complessa.
Presentazione
del volume:
A Eranos, la straordinaria sequenza di convegni interdisciplinari inaugurata nel 1933, Jung delineò più chiaramente l’idea di psicologia complessa: si trattava, ancor prima che di una scuola di psicoterapia, del disegno di una vera e propria psicologia generale, con cui le altre scienze – dalla storia delle religioni alla filosofia, dalla teologia all’antropologia, dalla storia dell’arte alle scienze naturali – avrebbero potuto dialogare. Il fatto che, nel pensiero contemporaneo, l’espressione psicologia analitica sia sempre stata privilegiata rispetto a quella di psicologia complessa sembra suggerire che l’insegnamento attuale appanni, in qualche modo, un aspetto di ciò che Jung intendeva realizzare e che, viceversa, era centrale nel programma di Eranos: un ambizioso, irripetuto e, per molti aspetti, ancora attuale modello di studio comparato dell’anima umana, a cui sarà necessario ritornare e da cui sarà forse possibile ripartire per ogni futuro serio tentativo di dialogo interdisciplinare.
Il libro, di impostazione storiografica e basato su documentazione fino a questo momento inedita, ricostruisce la partecipazione di Jung a Eranos proprio alla luce del progetto di psicologia complessa. Nel primo capitolo, in particolare, vengono esplorati i territori del contributo teorico di Jung a Eranos. Nel secondo capitolo è ripercorso l’itinerario intellettuale junghiano lungo un ventennio di conferenze. Nel terzo capitolo, infine, vengono ritrovate le tracce delle pionieristiche iniziative promosse da Jung a lato dei convegni, rilette come altrettanti passaggi fondativi della psicologia complessa.
Riccardo Bernardini è professore a contratto di Psicologia analitica e di Psicologia della formazione presso la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino. Tra le sue pubblicazioni, Carl Gustav Jung a Eranos 1933-1952 (con G.P. Quaglino e A. Romano, 2007), The Spirit of Eranos (con J. van Praag, 2007) e Il sogno. Dalla psicologia analitica allo psicodramma junghiano (curato con M. Gasseau, 2009). È collaboratore scientifico della Fondazione Eranos, per cui è co-curatore della collana Eranos Yearbooks, e di Vivenzia, la scuola di formazione di sé fondata da Gian Piero Quaglino e Claudia Piccardo.
Indice Fabio Merlini, Gian Piero Quaglino, Maurizio Gasseau, Hans Thomas Hakl, Prefazioni
Ringraziamenti
Indice delle abbreviazioni
Territori. Il contributo junghiano a Eranos
(La parola eranos; Eranos come fenomeno storico-culturale; L’idea di psicologia complessa; La collaborazione di Jung con Eranos; Il rapporto tra Jung e Olga Fröbe-Kapteyn; Jung e l’ermeneutica di Eranos)
Itinerario. Le conferenze di Jung a Eranos
(Empiria del processo d’individuazione, 1933; Gli archetipi dell’inconscio collettivo, 1934; Simboli onirici del processo d’individuazione, 1935; Le rappresentazioni di liberazione in alchimia, 1936; Le ‘Visioni’ di Zosimo, 1937; L’aspetto psicologico della Grande Madre, 1938; Psicologia del rinascere, 1939; Sulla psicologia dell’idea della Trinità, 1940; Il simbolo della trasformazione nella massa, 1941; Lo spirito Mercurio, 1942; Il ‘Codex Palatinus Latinus 1993’ di Opicino de Canistris, 1943; 1944; Sulla psicologia dello spirito, 1945; Lo spirito della psicologia, 1946; 1947; La totalità dell’uomo, 1948; 1949; 1950; Sulla sincronicità, 1951; 1952)
Tracce. Jung e l’Archivio di Eranos
(L’interesse di Olga Fröbe-Kapteyn per il simbolismo; La nascita dell’Archivio di Eranos; Le esposizioni dell’Archivio di Eranos; La ‘prima’ Bollingen Foundation e l’Archivio di Eranos; I sospetti di spionaggio; La ‘seconda’ Bollingen Foundation e l’Archivio di Eranos; L’Istituto di Eranos per la ricerca sul simbolismo; La cessione dell’Archivio di Eranos)
Conclusione S.A.R. Irene dei Paesi Bassi, Postfazione
Bibliografia
Indice dei nomi.
Era nata a Roma nel 1926 e lì si formò alla scuola di Ernest Bernhard, il medico che introdusse Jung in Italia, ebbe per pazienti Federico Fellini e Natalia Ginzburg e tenne rapporti con Bobi Bazlen, trai fondatori di Adelphi, grazie a cui si diffuse un sapere psicologico attento a miti, irrazionale, sapienza orientale, religiosità e autonomo verso il freudismo allora dominante. Trasferitasi a Milano, la Montefoschi rappresentò un punto di riferimento importante negli anni 70 e 80. I suoi libri, pubblicati da Feltrinelli nell’ autorevole collana di Psichiatria e di psicologia clinica diretta da Gaetano Benedetti e Pier Francesco Galli, divennero un richiamo per una generazione di studiosi e di persone alla ricerca di sé e di un senso da dare alla vita nelle tensioni anche drammatiche d’ un passaggio che fu epocale. Erano gli anni frutto del ‘ 68, del femminismo, dei movimenti di liberazione a livello internazionale, di un marxismo che intercettava ancora le esigenze di cambiamento ma non riusciva a uscire da schematismi ideologici, di un post concilio che accendeva le speranze dei cristiani. Silvia Montefoschi seppe interpretare il momento storico con scelte di vita rigorose. Lasciò il rifugio delle istituzioni analitiche per essere più libera nell’ elaborazione del suo pensiero. Tese gli sforzi a ridare funzione «sociale» alla psicanalisi riportandola al suo compito essenziale: consapevolezza e trasformazione interiore; la convinzione era che solo dai cambiamenti interiori si può immaginare che fiorisca una nuova pratica umanistica e sociale. Meta della Montefoschi fu di operare perché l’ uomo e la donna lavorassero a una continua presa di coscienza della realtà e dei condizionamenti, non solo per risolvere i propri problemi personali, ma per diventare individui responsabili, che, insieme ad altri, pongono mano al cambiamento delle relazioni intersoggettive, del collettivo, delle culture di riferimento. Di lei resta di grande attualità una incondizionata fiducia nella dialettica dei saperi, nel dialogo tra le persone, nella vita interiore arricchita dal lavoro con l’ inconscio e i sogni, nell’ autorealizzazione di se stessi come destino che accomuna uomini, generazioni, epoche.
Alla fine degli anni ’70 mi capitò di confidare ad una collega di lavoro (una femminista ed aspirante antropologa) che leggevo con gusto della conoscenza e con significativi riflessi sul corso della mia unica esistenza gli scritti di Carl Gustav Jung. Mi guardò malamente è disse con disprezzo : ” … un religioso …” A quell’epoca ero all’avvio del mio processo di analisi (il più fortunoso investimento economico ed esistenziale che ho fatto per significare il corso della vita) e mi sembrava – al contrario della superficiale rappresentazione che ne aveva la collega – che Jung fosse un empirico. Leggendo nelle pieghe della sua magmatica scrittura mi appariva come uno straordinario osservatore dei fatti che metteva sotto osservazione: sia che fossero fatti interni alla psiche o esterni ad essa e rappresentati nei simboli della umanità. Ne ho oggi conferma illuminante nella nota di un libro bellissimo:
In una famosa intervista della BBC con John Freeman, fu chiesto a Jung se credeva in Dio. La sua risposta, “Adesso lo so. Non ho bisogno di credere“, suscitò molte domande e commenti, Jung proseguì dicendo che non avrebbe mai potuto “credere” alcunchè sulla base dell’autorità e dell’insegnamento della tradizione; la sua era piuttosto una mente scientifica e aveva bisogno di conoscere le cose sulla base di fatti e di prove. Intendeva dire che sapeva di Dio per esperienza personale. Questo genere di “sapere”, tuttavia, è personale e “gnostico”, e non è verificabile o confutabile scientificamente.“
in Murray Stein, Trasformazione, compito umano fondamentale, Moretti & Vitali, 2005, nota 1 a pag 119-120
Come il Creatore è un tutto, così la sua creatura, dunque suo figlio, dovrebbe essere un tutto. Nulla può diminuire il concetto della divina totalità; ma, sfuggendo alla coscienza, si verificò una frattura, in quella interezza, e ne derivarono un regno della luce e un regno delle tenebre. Questo risultato era chiaramente preparato già prima che apparisse Cristo, come si può rilevare, tra l’altro, nell’esperienza di Giobbe, o nel diffusissimo libro di Enoch, che appartiene ai tempi immediatamente precedenti all’epoca cristiana. Anche nel cristianesimo, evidentemente, si perpetuò questa scissione metafisica: Satana, che nel Vecchio Testamento apparteneva ancora all’immediato seguito di Jahweh, divenne ormai l’antitesi diametrale ed eterna del mondo divino, che non poteva essere sradicato. Non deve sorprendere perciò che già dal principio del secolo XI sorgesse la credenza che fosse stato il diavolo, e non Dio, a creare il mondo. Così si iniziò la seconda metà dell’eone cristiano, dopo che già il mito della caduta degli angeli aveva narrato che erano stati gli angeli ribelli a insegnare all’uomo una pericolosa conoscenza delle scienze e delle arti. Che avrebbero detto quegli antichi narratori alla vista di Hiroshima?
Nel Cristianesimo è notevole il fatto che nella sua dogmatica anticipa un processo di trasformazione della divinità, una evoluzione storica verso l’«altra parte». Questo si determina nella forma del nuovo mito di un dissidio nei cieli, cui si allude per la prima volta nel mito della creazione, nel quale appare un antagonista del Creatore in forma di serpente, che induce l’uomo alla disobbedienza con la promessa di una accresciuta consapevolezza (scientes bonum et malum). La seconda allusione è quella alla caduta degli angeli, una prematura invasione del mondo umano da parte di contenuti inconsci. Gli angeli sono geni singolari. Sono esattamente ciò che sono e non potrebbero essere nulla di diverso: in sé esseri senz’anima che non rappresentano altro che pensieri e intuizioni del loro Signore. Gli angeli che cadono, dunque, sono esclusivamente «cattivi» angeli. Questi scatenano la ben nota conseguenza dell’«inflazione», che possiamo osservare anche oggigiorno nella megalomania dei dittatori: gli angeli generano con gli uomini una razza di giganti, che alla fine minaccia di divorare l’umanità stessa, come è scritto nel libro di Enoch.
Nel Cristianesimo è notevole il fatto che nella sua dogmatica anticipa un processo di trasformazione della divinità, una evoluzione storica verso l’«altra parte». Questo si determina nella forma del nuovo mito di un dissidio nei cieli, cui si allude per la prima volta nel mito della creazione, nel quale appare un antagonista del Creatore in forma di serpente, che induce l’uomo alla disobbedienza con la promessa di una accresciuta consapevolezza (scientes bonum et malum). La seconda allusione è quella alla caduta degli angeli, una prematura invasione del mondo umano da parte di contenuti inconsci. Gli angeli sono geni singolari. Sono esattamente ciò che sono e non potrebbero essere nulla di diverso: in sé esseri senz’anima che non rappresentano altro che pensieri e intuizioni del loro Signore. Gli angeli che cadono, dunque, sono esclusivamente «cattivi» angeli. Questi scatenano la ben nota conseguenza dell’«inflazione», che possiamo osservare anche oggigiorno nella megalomania dei dittatori: gli angeli generano con gli uomini una razza di giganti, che alla fine minaccia di divorare l’umanità stessa, come è scritto nel libro di Enoch. Il terzo e decisivo stadio del mito, comunque, è l’autorealizzazione di Dio in forma umana, in adempimento dell’idea del Vecchio Testamento delle nozze divine e delle sue conseguenze. Già nel cristianesimo primitivo l’idea dell’incarnazione era assurta alla concezione del «Christus in nobis». Così la totalità inconscia penetrò nel dominio psichico dell’esperienza interiore, e diede all’uomo un presagio della sua compiuta figura. Fu un evento decisivo, non solo per l’uomo, ma anche per il Creatore. Agli occhi di coloro che erano stati riscattati dall’oscurità si spogliò delle sue qualità oscure e divenne il Sumrnum Konum. Questo mito rimase vivo e immutato per un millennio, fino a che non cominciarono a manifestarsi i segni di un’ulteriore trasformazione della coscienza nel secolo XI. Da allora i sintomi d’inquietudine e del dubbio aumentarono, fino a che alla fine del secondo millennio cominciarono a delinearsi i tratti di una catastrofe universale, e cioè innanzi tutto di una minaccia per la coscienza. «Nulla è più grande dell’uomo e delle sue azioni.» La trascendenza del mito cristiano andò perduta, e con essa, la concezione cristiana della totalità raggiunta nell’altro mondo. Alla luce segue l’ombra, l’altro lato del Creatore. Questa evoluzione giunge al suo culmine nel secolo XX. Il mondo cristiano è ora veramente messo a confronto col principio del Male, con l’ingiustizia palese, la tirannia, la menzogna, la schiavitù, la coercizione della coscienza. Tale manifestazione del Male senza maschera ha assunto apparentemente una forma stabile nella nazione russa, ma la sua prima violenta eruzione si ebbe in Germania, e rivelò fino a qual punto il cristianesimo del secolo XX fosse stato svuotato del suo contenuto. Di fronte a ciò, il Male non può essere più oltre minimizzato con l’eufemismo della privatio boni. Il Male è diventato una realtà determinante. Non può essere più eliminato dal mondo con una semplice circonlocuzione; dobbiamo imparare a trattare con esso, perché esso vuole la sua parte nella vita. Come questo sia possibile senza terribili conseguenze, per il momento non è prevedibile. In ogni caso ci occorre un nuovo orientamento. Avendo a che fare col Male si corre il grave rischio di soggiacergli. Non dobbiamo perciò più soggiacere a nulla, nemmeno al bene. Un cosiddetto bene, al quale si soccombe, perde il carattere etico. Non che diventi cattivo in sé, ma è il fatto di esserne succubi che può avere cattive conseguenze. Ogni forma di intossicazione è un male, non importa se si tratti di alcool o morfina o idealismo. Dobbiamo guardarci dal considerare il male e il bene come due opposti. Il criterio dell’azione morale non può consistere più nella semplice concezione che il bene ha la forza di un imperativo categorico, e che il cosiddetto male può essere assolutamente evitato. Il riconoscimento della realtà del male necessariamente relativizza sia il bene che il male, tramutandoli entrambi nelle metà di un contrasto, i cui termini formano un tutto paradossale. Praticamente, ciò significa che il bene e il male perdono il loro carattere assoluto, e noi siamo costretti a riconoscere che ciascuno di essi rappresenta un giudizio.
Dò molta importanza agli eventi casuali che costellano la mia esistenza.
Dico sempre che niente avviene a caso. Nel caso c’è sempre un messaggio da trovare e comprendere.
Bene. Qualche giorno fa Batsceba (blogger di splinder con la quale ho perso i contatti) ha invitato sul suo blog a parlare di qualche proprio sogno. Un invito interessante, perchè talvolta propongono immagini potentissime.
I sogni sono una cosa seria, impegnativa. Sono anche qualcosa di un po’ sacro. Parlo di una sacralità interiore.
Proprio in quelle ore, riordinando la mia biblioteca avevo trovato un pacco di miei sogni, risalenti ad un periodo in cui non solo alla mattina li ricordavo, ma addirittura li ricopiavo per conservarli. Appunto come qualcosa di sacro, in quanto proveniente da quella parte di me non controllata dalla coscienza.
E così ho tirato fuori il sogno della accettazione delle parzialità.
Quella notte mi svegliai di colpo con l’impellente bisogno di scriverlo.
E’ fantastico svegliarsi in piena notte. Spinto da una forza irresistibile di fare i conti con me stesso.
Di questi tempi non mi capita più.
Per forza: sono sempre qui attaccato al blog … anche per la canzone di mezzanotte … si dorme poco … si ricorda poco dei sogni …
17 febbraio 2007
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Primo momento: un pezzo del sogno
Notte del 29 dicembre 1992 ore 2 e 20
Ho partecipato ad alcuni gruppi di incontro psicologico con fini terapeutici. Di quelli molto diffusi negli Stati Uniti, nei quali le persone si trovano per più giorni ed effettuano intense esperienze di comunicazione interpersonale e corporea.
In una di queste esperienze mi assumo io il compito di guidare un piccolo gruppo di attività creativa: mi pare di una cosa pittorica.
Il punto fondamentale è questo: non c’ è un momento di comunicazione complessiva al gruppo globale di questa singola esperienza che io conduco. Il piccolo gruppo non comunica a quello grande ciò che è successo.
Questo crea dei conflitti e qualcuno mi chiede il perché di questo.
Io lo liquido abbastanza velocemente ed una ragazza prende le mie difese e mi da ragione, dicendo che il desiderio invadente di sapere è un problema di quella persona, non mio.
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Secondo momento: rêverie sul sogno
In sé il sogno potrebbe fornire pochi messaggi significativi.
Sennonché quella notte feci una lunga “Reverie”, ossia una riflessione fra il conscio ed il dormiente di cui parla il filosofo francese Gaston Bachelard. Una esperienza davvero piena di anima.
E questo è il commento, registrato quella notte e poi da me trascritto dalla voce notturna e conservato come uno dei più potenti messaggi che il mio inconscio mi abbia suggerito:
Mi sono chiesto se qui ci sia anche un messaggio di valutazione del punto in cui sono nel percorso della mia vita e della stessa analisi. Come se fossi ad un bivio.
In particolare mi viene in mente la mia attuale situazione esistenziale.
Mi trovo nella condizione di poter accettare una serie di mie parzialità psicologiche.
Un esempio di parzialità è quella per cui, pur non avendo capacità grafiche, ultimamente imposto quasi tutto il mio lavoro didattico utilizzando le immagini.
Certe immagini geometriche, che tuttavia hanno un effetto evocativo non basato sulla parola.
Una seconda mia parzialità è quella per cui, pur non avendo una cultura filosofica (neppure elementare), sento di aver bisogno di riferimenti filosofici che ricerco anche in modo confuso ed eclettico nelle mie ricerche bibliografiche. Ed alcuni concetti, magari avvicinati in modo semplificato e superficiale, entrano a far parte della mia attività culturale.
Io credo che questo abbia a che fare con la mescolanza fra discorsi tecnici e spazio creativo. Mi rendo conto di avere due tipi di attività psichica: una collegata alla razionalità e un’altra – più laterale – in cui mi permetto di dare spazio alla creatività.
Dunque vivo esperienze parziali.
E allora forse questo sogno sta dicendomi qualcosa di molto significativo su come e dove orientare il tempo che resta della mia vita.
Terzo momento: ripresa del sogno
Ed ecco che , in questo momento , del sogno ricordo ancora qualcosa …. Qualcosa ancora sta affiorando … Era lì sopito … Ma la Reverie lo estrae.
I fatto è che tutti ce ne andiamo da quel luogo terapeutico, ognuno va per conto suo.
Io però poi provo il desiderio di scrivere a ciascuno una lettera, pur rendendomi conto che è una cosa scorretta, in quanto per farlo devo andare ad indagare sugli indirizzi privati delle persone e questo non fa parte della situazione relazionale che avevamo impostato nel gruppo.
A ciascuno dico la mia e più o meno faccio un discorso sull’importanza del “politeismo dei valori”.
Cioè dico che ciascuno prende dalla vita alcune occasioni,ed in queste occasioni l’importante è valorizzare la soggettività di ciascuno. Nel senso che le esperienze consentono di esprimere la soggettività di ciascuno.
E nella lettera dico che sono contento per l’esistenza di ognuno di loro.
Ma l’esperienza si è conclusa lì. Il cammino insieme si è concluso.
E se io non ho potuto dire a loro che cosa era avvenuto nell’ esperienza di gruppo che avevo gestito, questo non era un errore mio, ma semmai un problema di progettazione dell’’ attività terapeutica complessiva.
E che bisogna accettare che ci sono delle situazioni nelle quali non si riesce a fare tutto.
E che nonostante questo, io conservavo dentro di me un’immagine di ciascuno molto intensa.
E c’ è anche l’esigenza di provare a cambiare la vita.
Di essere più attivo nel mio progetto esistenziale.
Cioè devo attivamente prendere atto che sono ad un punto del percorso in cui posso accettare le parzialità della mia storia personale e che contemporaneamente devo fare uno sforzo attivo su di me.
E percorrere un’altra strada del bivio.
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